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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVIII -XXVII- cenni

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QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

Canto XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

  • Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

­ Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

­ Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

­ L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

­ Esempi di accidia punita gridate da due anime.

­ Dante si addormenta.

 QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

­ Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

­ Risveglio e ripresa del cammino.

  • Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

­ Virgilio spiega a Dante il significiato del sogno.

­ Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.
– Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

­ Papa Adriano V: parla di sé , della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

– Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

­ esempi di povertà e di liberalità.

 ­ Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

­ Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

– Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

­ Apparizione di Stazio[1], che spiega ai poeti la causa del terremoto.

  • Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

­ Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

­ L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

– Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

­ I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.
– Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

  • I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

­ Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine.

  • D. gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

­ Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del dolce stil novo.

­ Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

­ D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

­ I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

­ Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

– Tra la sesta e la settima cornice.

 ­ Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.
– I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i  lussuriosi avvolti nel fuoco.

­ Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

  • I lussuriosi, divisi in due schiere,  quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita

­ D. colloquia con Guido Guinizzelli.

­ Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

 

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

­ L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio

tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

­ Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

­ Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

­ Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia[2].

– Al suo risveglio si riprende la salita

­ Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

[1] Stazio, Publio Papinio, poeta latino (Napoli ca. 45-ca. 96). È noto come poeta epico per la Tebaide, in 12 libri, sulla guerra dei Sette contro Tebe e la rivalità di Eteocle e Polinice, e per l’incompiuta Achilleide, di cui restano 2 libri, ispirata alla leggenda di Achille a Sciro. Più vicine al gusto dei moderni e più spontanee sono le Selve, 32 poesie d’occasione d’argomento vario, improvvisate, dove sono impiegati, oltre all’esametro, metri e strofe della melica.

Sul rapporto tra Stazio e Commedia riporto il commento del Petrocchi sulla figura di Stazio: ” Assai diverso è il caso di Stazio (rispetto a Catone). Anzitutto va detto che Catone era un auctor indiretto per Dante, mentre la Tebaide e l’Achilleide erano libri sui quali s’era formata la cultura classica dell’Alighieri, come quella di tutta la generazione medievale sua e precedente la sua; le citazioni, le reminiscenze, persino le “traduzioni” dalla Tebaide s’inseriscono in tutto il tessuto inventivo della Commedia. Per le valutazioni critiche complessive che poteva avere un uomo dell’ultimo Medioevo, Stazio era da considerare uno dei massimi poeti latini, forse, per Dante, secondo soltanto a Virgilio, pari o quasi ad Ovidio, e mentre Ovidio poeta d’amore va ripudiato per accettare il messaggio spirituale di Virgilio e dei tempi nuovi, Stazio poteva rimanere nell’interezza dell’opera in quell’epoca conosciuta un auctor completo. E ciò sollecita Dante a tracciare una biografia di lui, che (a parte l’errore sul luogo di nascita, e la confusione col tolosano Lucio Stazio Ursulo pretore del periodo di Nerone) costituisce nel complesso un fatto nuovo nella Commedia, cui nulla toglie ovviamente il fatto che siano ignorate, come lo furono nel Medioevo, le Silvae, e cui molto aggiunge (non già sul piano erudito, ma per la cura con cui Dante intende costruire il suo personaggio) ciò che viene inventato o canonizzato: la circostanza che in vita sia stato preda dei peccati di accidia e di prodigalità, che ha scontato per tutto questo periodo nel Purgatorio e di cui ora s’è liberato, ora che il tuono proclama l’esaltazione della sua anima nel Paradiso, s’aggiunge alla questione tanto discussa sulla presunta conversione di Stazio alla religione cristiana, su suggerimento dell’annuncio dato da Virgilio nella quarta egloga:

quando dicesti: “Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende dal ciel nova”

(Purg., XXII, 70-72)

Dov’è la fonte di questa induzione dantesca? Anzitutto è da scorgere nell’analogia con quanto aveva scritto Vincenzo di Beauvais (che Secundiano, Marcelliano e Verriano s’erano convertiti alla religione cristiana sotto l’influsso della quarta egloga), poi nelle numerose allegorie di cui è costellata la Tebaide, nelle frequenti dichiarazioni ammirative per Virgilio, in alcune particolari figure staziane il cui significato morale venne colto anche dai primi commentatori della Commedia (di rilievo le parole con cui Guido da Pisa interpreta quale figura Christi il personaggio mitologico di Teseo, apportatore di pace), nella straordinaria fama che tutto il Medioevo nutrì per Stazio.

Alla luce di questa ammirazione dantesca, Stazio assume una funzione rilevante, di sostegno alla missione di Virgilio, e di apertura verso quella di Beatrice; e l’assolve nella lezione del canto XXV, in cui afferma la conciliabilità tra la ragione umana e la scienza divina (la conciliazione tra Virgilio e Beatrice) discutendo attorno al problema della generazione dell’uomo e alla continuità della vita dell’anima dopo la morte del corpo, che non è definitivo separarsi di anima e corpo, ma un momento della loro eterna simbiosi, in attesa che si ricongiungano all’atto del Giudizio universale, allorché si completerà il lungo periodo in cui l’anima razionale, creata da Dio in quanto “sostanza”, attua di nuovo il contatto con le funzioni sensitive e vegetative (non spente all’atto della morte, ma come sospese o attenuate nell’attesa di riprendere la loro definitiva efficienza). Le fonti del lungo ragionamento che Dante pone sulle labbra di Stazio, sono essenzialmente in Aristotele e in san Tommaso, ma non mancano accenni nella stessa opera di Stazio, insufficienti a spiegare il fenomeno, ma tali da suggerire a Dante l’impressione che il poeta latino si sia posto il problema.

Stazio, inoltre, è personaggio del Purgatorio anche sotto il riguardo della rappresentazione narrativa: c’è in lui quella dolcezza, unita ad affettuosità e a benevolenza, che caratterizza tutte le anime del secondo regno, e che trova il suo punto saliente nel momento in cui, appreso da Dante che l’altra ombra è quella di Virgilio, già s’inchinava ad abbracciar li piedi / al mio dottor sospinto da un moto irrefrenabile di filiale adorazione per il sommo poeta di Roma. E altri tratti, altre parole di Stazio contribuiscono a creare intorno a lui un alone d’umana simpatia, che è il modo con cui Dante si sdebita di quanto la lettura della Tebaide gli sia stata salutare ed essenziale per la sua formazione letteraria, non rinunciando a dipingere, dietro un altro dottore e un antico vate, l’immagine vivida d’un uomo”.

[2] La sorella di Rachele (che rappresenta la vita contemplativa) che, secondo il Tommaseo,  rappresenta la vita attiva necessaria dopo il pentimento per giungere alla vita contemplativa, “passo necessario tra Purgatorio e Cielo, tra la politica e la religione, tra Virgilio e Beatrice. Beatrice muove Virgilio, è mossa da Lucia, Lucia è mossa dalla Vergine. Lucia lo porta al purgatorio: nel sonno gli apparisce Lia, Matelda lo guida a Beatrice, Beatrice alla vergine”.

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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

TERZA CORNICE: SUPERBI, INVIDIOSI, IRACONDI – QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVII

CUSTODE:  Angelo della pace e della misericordia

 Dante sogna nuovi esempi di ira punita.

Lo distoglie dalle visioni l’angelo del perdono

 Dante e Virgilio salgono verso la quarta cornice.

Colti dalla notte i due poeti si fermano e V. spiega a D. l’ordinamento morale del purgatorio.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

 Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

 Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

Esempi di accidia punita gridate da due anime.

Dante si addormenta.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

 Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

Risveglio e ripresa del cammino.

Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

Virgilio spiega a Dante il significato del sogno.

Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.

Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

Papa Adriano V: parla di sé, della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

Esempi di povertà e di liberalità.

Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Apparizione di Stazio, che spiega ai poeti la causa del terremoto.

Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.

Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine. Gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del Dolce stil novo.

Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

Tra la sesta e la settima cornice.

Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.

I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i lussuriosi avvolti nel fuoco.

Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

I lussuriosi, divisi in due schiere, quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita. D. colloquia con Guido Guinizzelli.

Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia.

Al suo risveglio si riprende la salita

Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

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COMMENTO

Tra le tre e le cinque del pomeriggio dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua, ci troviamo nella terza cornice[1] a cui si accede, come per le altre, attraverso una scala, anche se meno ripida: il luogo è avvolto in un fumo denso, scuro e acre, tanto che si avanza alla cieca.

Il custode è l’Angelo della pace (che già era custode nella precedente cornice accanto all’Angelo della misericordia[2]).

I peccatori puniti nel canto (come in quello precedente del resto) sono gli iracondi che hanno come pena appunto quella di camminare avvolti da un denso fumo, nero e pungente per gli occhi e soffocante per la gola; recitano l’Agnus Dei (la preghiera della messa) e considerano esempi di misericordia e di ira punita, che appaiono loro sotto forma di visioni.

In vita si lasciarono prendere dai fumi dell’ira: ora camminano nel fumo denso e nero e siccome non conobbero misericordia, ora cantano l’Agnus Dei, implorando pace.

I personaggi descritti nel canto sono Marco Lombardo[3] e Gherardo da Camino[4]

Il tema generale principale concerne la teoria del libero arbitrio, per cui le cause della corruzione sono imputabili agli uomini e in particolare alla scomparsa dei due “soli” (le due guide: il Papa e l’Imperatore).

ELEMENTI PRINCIPALI IN PARTICOLARE:

1) Il discorso di Marco Lombardo. Si tratta di uno dei brani più importanti di tutta la Commedia per la comprensione del pensiero e dell’ispirazione dantesca. Qui il tema teologico, quello morale e quello politico si incrociano, a dimostrazione di come essi stiano necessariamente uniti in una visione globale della realtà umana come era quella di D.; d’altra parte il discorso di Marco Lombardo vuole rispondere ad una domanda di fondamentale importanza: quale è la causa del male nel mondo? Da notare è anche la posizione di rilievo data a questo incontro, che è collocato proprio nella parte centrale del poema.

Questi sono i momenti e i concetti principali in cui si articola:

  1. il male del mondo è da ricercare nell’uomo, che riceve sì il primo movimento delle sue azioni dalle influenze celesti, ma poi può decidere le proprie azioni e scelte grazie al dono più alto che Dio gli ha dato, cioè il libero arbitrio;
  2. l’anima nasce dall’amore infinito di Dio e tende naturalmente alle varie forme dell’amore, ma non sa ben distinguere fra i veri piaceri e quelli fallaci;
  3. per aiutare l’uomo a trovare la strada del vero amore, tanto in cielo quanto in terra, furono fatte le leggi e creati i due poteri, temporale e spirituale;
  4. da qui prende il via la celeberrima teoria dei due soli, teoria politica tipicamente medievale cui è da riferire l’intero pensiero dantesco, e ad essa si collega la consueta polemica con l’abdica­zione dell’imperatore ai suoi doveri e con l’arrogante corruzione pontificia, in termini molto simili a quelli del canto VI (nella valletta dei Principi);
  5. la nostalgia per i tempi antichi in cui la nobiltà e cortesia ancora vivevano nelle terre dell’Italia settentrionale, mentre oggi vi è solo la malvagità, e sono pochi coloro che ancora conservano le virtù degli avi.

Si tratta della tipica visione mitizzata del passato di cui c’è già un esempio nel canto XIV con la rievocazione (affidata a Guido del Duca) degli uomini nobili antichi di Romagna e ci sarà un altro esempio anche nel Paradiso (canto XVI) con Cacciaguida che rievocherà le antiche famiglie della Firenze sobria e pudica.

6. La celebrazione del <<buon Gherardo>>. Al termine di un discorso tanto significativo, Marco Lombardo cita come unici esempi di sopravvissuta virtù i tre vecchi Corrado da Palazzo[5], Gherardo da Camino e Guido da Castello[6]; già solo questo è sufficiente a fare risaltare in modo fuori dal consueto la dignità di questi tre vivi virtuosi in un mondo in cui tutto è corruzione. Ma poi D. insiste sulla figura di Gherardo, giocando sull’impossibilità di scambiarlo per un altro, e proiettandone quindi la figura in un’aura quasi di santità che fanno del nobiluomo trevigiano uno dei personaggi per antonomasia dell’opera, pur essendo appena citato.

RIASSUNTO

Il fumo che avvolge i due poeti nella terza cornice è così denso e scuro da far pensare al buio infernale o ad una notte senza stelle, ed è talmente acre che D. non riesce a tenere gli occhi aperti ( e riconosce implicitamente questo peccato come uno dei più legati alla sua persona), ed è costretto ad appoggiarsi alla spalla offertagli da Virgilio.

Nell’oscurità si sentono voci che implorano pace e misericordia, cantando in perfetta concordia l’Agnus Dei. Su richiesta del discepolo, V. gli spiega che a cantare sono le anime dei penitenti che scontano qui il peccato d’ira (vv. 1-24). vanno sciogliendo il nodo dell’ira.

Una delle anime avendo sentito la domanda di D. ed essendo quindi nel dubbio se D. sia vivo o meno, lo apostrofa per sapere chi sia: V. esorta D. a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione verso il passo del perdono.

D. risponde come ha richiesto Virgilio e narra all’anima brevemente il suo viaggio dall’Inferno al Purgatorio, poi chiede a sua volta all’anima di presentarsi.

L’altro allora gli risponde di essere Marco Lombardo, esperto del mondo e amante della virtù, che nessuno ora vuole seguire; gli conferma che la via percorsa è esatta, e lo prega di ricordarlo nelle sue preghiere quando sarà in Paradiso.

D. promette di pregare per lui e poi gli espone un dubbio che già prima si era presentato alla sua mente: qual è la causa del male e della corruzione che appesta il mondo, come già Guido Del Duca e ora lo stesso Marco hanno lamentato? È da attribuire alle influenze celesti o all’uomo stesso? (vv. 25-63)

Dopo aver tratto un profondo respiro, Marco Lombardo si lamenta della cecità del mondo, che fa risalire ogni cosa ai cieli. se tutto avvenisse per influenza celeste, sarebbe distrutto il libero arbitrio, né ci sarebbe una giustizia che premia il bene e castiga il male.

I cieli imprimono all’uomo inclinazioni iniziali: quindi tocca a lui distinguere e scegliere, con l’aiuto della libera volontà che, se ben allineata, vincerà qualunque battaglia con le inclinazioni disordinate dei cieli.

È vero che gli uomini sono sottoposti a Dio, ma sono liberi: Dio ha creato in loro la mente, che i cieli non possono dominare. Perciò, se il mondo devia dal bene, la causa e solo degli uomini (vv. 64-84).

Marco continua nella sua esposizione: l’anima, creata da Dio, che è felicità assoluta, tende naturalmente a ciò che le dà gioia; questa inclinazione, tuttavia, va guidata: perciò è necessario costituire delle leggi ed avere un sovrano che le faccia rispetta­re.

Ma se le leggi ci sono, ora non c’è chi sappia applicarle: il cattivo esempio del papa trascina con sé l’umanità tutta.

Roma, cioè la cristianità, ordinò il mondo a pace e concordia, e questo perché era solita avere due soli, due sovrani dipendenti unicamente da Dio, e l’uno era preposto alla felicità terrena, l’altro a quella celeste.

Ora però i due soli si sono spenti a vicenda: l’autorità spirituale si è unita a quella temporale, perdendo d’efficacia e contravvenendo alla volontà divina (vv. 85-114)

A conferma del suo discorso, Marco ricorda la corruzione della Lombardia, dove in passato, prima delle lotte tra Federico II e la Chiesa, albergavano cortesia e valore.

Solo più tre vecchi virtuosi ancora vi si trovano, suonando a rimprovero per le generazioni presenti, ma si trovano così a disagio che desiderano di ricongiungersi al più presto a Dio.

Tra questi è il buon Gherardo, sulla cui figura D. insiste per sottolinearne le virtù. Ma ora Marco Lombardo non può più seguirli, poiché il chiarore che trapela annuncia la fine della nuvola di fumo da cui egli non può uscire; quindi troncato il discorso, Marco torna indietro (115-145).

[1] Sono puniti nelle prime tre cornici coloro che ebbero amore per il male (superbi, invidiosi, iracondi).

[2] Nei canti X-XI-XII il custode è stato l’Angelo dell’umil­tà; nei canti XIII-XIV l’Angelo della misericordia; nel canto XV appunto gli Angeli della misericordia e della pace; nel canto XVI l’Angelo della pace.

[3] Uomo di corte vissuto nella metà del secolo XIII. Famoso per le sue doti di rettitudine e nobiltà d’animo, altero e pungente con i potenti, viaggiò di corte in corte nell’Italia settentrionale (e fu chiamato lombardo più per questo che non per la nascita di cui non si hanno notizie sicure). Per D. è il portavoce ideale della sua concezione etico-politico e religiosa.

[4] Capitano generale di Treviso dal 1283 al 1306 (e in precedenza di Belluno e di Feltre), uomo retto e valoroso, per cui è qui chiamato il buon Gherardo. Padre della scostumata Gaia e di Rizzardo, ricordato per la sua morte violenta nel canto IX del Paradiso. Fu in ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e probabilmente ebbe un ruolo nella morte di Jacopo del Cassero. D. sembra ignorare tutto ciò o comunque non ne tiene conto, come non tiene contro del suo guelfismo di parte nera. Fu protettore di letterarti ed artisti (già lodato da D. nel Convivio) e pare che sia stato conosciuto da D. personalmente.

[5] Fu vicario di Carlo I d’Angiò, podestà di Firenze nel 1276 e capitano di parte guelfa nel 1277; fu poi podestà di Brescia e di Piacenza. I commentatori antichi esaltano le sue doti di liberalità e le sue virtù cavalleresche.

[6] Forse ghibellino ed esule in Verona, dove D. può averlo conosciu­to; D. ne parla anche nel Convivio (IV, XVI, 6).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

PRIMA CORNICE: SUPERBI

CANTO X

Riassunto: D. e V. salgono per una stretta e tortuosa via alla prima cornice, dove ammirano insigni esempi di umiltà[1] scolpiti nel marmo candidissimo.

I due Poeti vedono da lontano le anime dei superbi, che avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

CANTO XI

Riassunto: Le anime avanzano curve recitando la parafrasi del Padre nostro[2]. Incontro con Olberto Aldobrandeschi[3], che condanna la superbia dei nobili. Colloquio con Oderisi[4], che mostra la vanità della gloria umana. Infine Provenzan Salvani[5] che racconta il suo atto di umiltà sulla terra[6] e accenna all’esilio di D.

CANTO XII

Riassunto: D. su aiuto di Virgilio, contempla gli esempi di superbia punita[7], di cui è scolpito il ripiano sul quale cammina­no. Appare l’angelo dell’umiltà, che rade la prima P dalla fronte del poeta e avvia i due pellegrini alla scala che conduce alla seconda cornice. Salendo lungo il ripido declivio, D. si sente più leggero di prima e V. gliene spiega il motivo[8]. D. si tocca la fronte e scopre che una P. è stata cancellata: V. sorride per l’ingenuità del suo discepolo.

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI

CANTO XIII

Riassunto: I due Poeti giungono alla seconda cornice, dove stanno gli invidiosi. Non vedono anime, ma odono risuonare nell’aria esempi di carità[9]. D. guardando innanzi si accorge che gli invidiosi stanno immobili, seduti lungo la parete, coperti di cilicio del colore della pietra, con le palpebre cucite (come si usa fare agli sparvieri per addomesticarli): si sorreggono a vicenda recitando le litanie dei santi, ascoltando voci cortesi che recitano esempi di carità e voci spaventose che recitano esempi di invidia punita. Incontro con Sapia[10], che ricorda la sua colpa e deride la vanità dei Senesi.

CANTO XIV

Riassunto: Due altri spiriti chiedono a D. di dove egli sia. Il poeta accenna con una perifrasi alla Valle d’Arno. Guido del Duca[11] allora pronuncia una fiera invettiva contro gli abitanti della Toscana e dice che il suo compagno è Rinieri da Calboli[12]. Descrive poi le dolorose condizioni della sua Romagna. I due Poeti riprendo­no il cammino e odono voci che gridano esempi di invidia punita (ad es. le parole di Caino “Chiunque mi incontrerà, mi ucciderà”).

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI -TERZA CORNICE: IRACONDI

CANTO XV

Riassunto: mentre i due Poeti sono volti ad occidente, vengono investiti da una luce intensissima: è l’Angelo della misericordia, che toglie a D. un’altra P. ed avvia i due pellegrini alla cornice superiore.

Mentre salgono, Virgilio chiarisce un dubbio di D. circa le parole di Guido del Duca ma D. non è soddisfatto della spiega­zione che gli sembra un paradosso. Sulla terza cornice D. è rapito da visioni estatiche[13], che gli presentano esempi di mansuetudine. Dopo tali visioni i due Poeti sono avvolti da una nera nube di fumo.

[1] L’Annuncia­zione; David danzante per riconoscenza a Dio; la regina Micol (figlia di Saul, fu data in sposa a David; derise l’entusiasmo del marito davanti all’arca dell’Alleanza e in punizione di questo fu da Dio resa sterile); l’imperatore Traiano ed una vedova che ottiene giustizia.

[2] Lodano e ringraziano Dio, uno e trino, offrendogli la propria volontà, quindi invocano la grazia necessaria alla redenzione ed il perdono dei peccati e Lo pregano di liberare gli uomini dalle tentazioni.

[3] Conte di Santa Flora nel Grossetano, ghibelino, che morì combattendo contro i guelfi.

[4] Famoso miniatore, amico di D. a Bologna.

 [5] Senese, ghibellino, che propose di distruggere Firenze al concilio di Empoli e morì sconfitto proprio dai Fiorentini.

[6] Elemosinare per un amico in prigione che gli valse il condono del periodo da trascorrere nell’Antipurga­torio.

[7] Lucifero che precipita dal cielo; Briareo (Gigante con cento braccia e cinquanta teste) trafitto dal dardo divino di Giove per aver aiutato i Titani; Apollo Pallade e Marte insieme al padre Giove che guardano la disfatta dei Giganti, la distruzione della superba Troia ecc.

[8] Quando le sette P saranno cancellate D. non proverà più fatica alcuna, ma il salire sarà piacere.

[9] I P. odono tre voci: la prima grida le parole di Maria alle nozze di Cana; la seconda ricorda il sacrificio di Pilade in luogo dell’ami­co Oreste; la terza grida le parole di Cristo agli apostoli: “Amate i vostri nemici”.

[10] Gentildonna senese (zia di Provenzan Salvani) di parte guelfa che odiava i ghibellini a tal punto da augurare la sconfitta ai concittadini di quella parte, poi avvenuta ad opera dei Fiorentini a Colle Val d’Elsa (1269).

[11] Visse tra il 1170 ed il 1250. Fu giudice e podestà in diversi Comuni della Romagna ed ebbe fama di uomo giusto e ospitale.

[12] Partecipò attivamente alle lotte che si svolsero in Romagna nel XIII secolo. Fu podestà di Parma e di molte città dell’Italia centrale.

[13] Ad es. la Vergine al Tempio quando cerca Gesù tra i Dottori.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto IX – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto IX – Riassunto e commento

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G. Dorè, l’angelo portiere

Ci troviamo inizialmente ancora nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone e successivamente nei pressi della Porta del Purgatorio di cui custode è l’angelo portiere, tra il tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua ed il mattino dell’11 aprile, lunedì di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono: Lucia santa martire siracusana[1] e l’angelo portiere.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Tema allegorico: la caratteristica più evidente del canto è la ricchezza di elementi allegorici e simbolici, da cui si intuisce chiaramente che ci troviamo di fronte ad uno dei punti chiave della cantica. Il primo dato è costituito dal sogno di D., dove l’aquila dalle penne d’oro che lo solleva fino alla porta del P. è simbolo della Grazia divina e della giustizia imperiale, che si raccolgono nella figura umana di S. Lucia, colei che aiuta il poeta a superare miracolosamente le difficoltà che gli impediscono di salire al vero regno della penitenza.

Il secondo elemento sono i tre gradini della porta del P., simbolo delle tre fasi della confessione (contritio, confessio oris, satisfactio operis), che sola può introdurre l’anima sinceramente pentita al luogo della purificazione.

Infine si può considerare allegorico tutto l’episodio dell’angelo custode del P., con la spada di fuoco simbolo della giustizia, le due chiavi simbolo del potere ecclesiastico ad ammettere il peccatore alla salvezza, e le sette P. segnate sulla fronte di D., simbolo dei sette peccati capitali, che verranno man mano cancella­ti dall’e­spiazione e penitenza nelle varie cornici.

2) Tema strutturale: la porta del Purgatorio. Nell’arco della narrazione, il canto rappresenta un momento importante poiché chiude una lunga introduzione con i luoghi e le anime dell’Antipu­rgatorio, ed immette direttamente al vero e proprio secondo regno dei morti. Questo passaggio è evidenziato fisicamente dalla presenza della porta.

Da ricordare che una porta aveva anche introdotto all’Inferno (cfr. canto III dell’Inferno); da notare anche come l’Antipurgatorio occupi molto più spazio, quasi un terzo della cantica, mentre la descrizione dell’Antinferno si era risolta in un solo canto. La porta si apre a fatica e pesantemente, a sbarrare il passo al peccato ma anche ad indicare come siano pochi coloro che vi entrano, nonostante la misericordia di Dio, sottoli­neata dalle parole dell’angelo (cfr. v. 127-129).

Dall’aper­tura della porta subito esce il suono di un canto di lode a Dio, così che l’entrata del Purgatorio subito si assimila all’entrata in una cattedrale.

3) L’angelo custode. L’angelo posto a guardia della porta del Purgatorio è la figura che domina il canto, al di là dei signifi­cati allegorici[2] che si concentrano nella sua figura e nelle sue parole. D. aveva già visto esseri angelici: il primo ad aprirgli la porta della città di Dite nel canto IX dell’Inferno, poi l’angelo nocchiero nel II di questa cantica, quando V. gli aveva annunciato che ne avrebbe visti molti (il primo dei quali – nel purgatorio vero e proprio – sarà l’angelo dell’umiltà che cancellerà – canto XII – la prima P, relativa alla superbia, dalla fronte di Dante); ancora nel canto precedente gli angeli che stanno a guardia della Valletta dei Principi.

Questo è però l’angelo che introduce al vero regno dei destinati alla salvezza, dove altri angeli simili a lui si mostreranno sempre più di frequente, ad occupare ed a popolare i luoghi a loro destinati da Dio, come è per i diavoli in Inferno.

Questo angelo ha ancora un altro importante motivo di interesse: si inserisce in quella particolare categoria di personaggi che svolgono la funzione di custodi di un determinato luogo, tanto più in evidenza come l’entrata dell’intero regno purgatoriale.  Esso completa la figura di Catone e propone il confronto con alcune figure infernali, quali Caronte, o Minosse, Flegias e altre ancora.

4) Il sogno. È da rilevare il fatto che D. usi qui un sogno, luogo tipico della retorica letteraria, per narrare come poté superare la ripida costa che portava alla porta del Purgatorio. È espediente tradizionale per inserire avvenimenti miracolosi e fantastici, che il poeta aveva usato in altre opere come la Vita Nuova, ma che colpisce per la sua novità nella Commedia. Si ripeterà ogni notte passata nel Purgatorio (cfr. c. XIX e c. XXVII).

RIASSUNTO TESTO E VERSIONE IN PROSA

Alle tre di notte, quando in Italia l’aurora già si appresta ad imbiancare il cielo, D., vinto dal sonno, si stende sull’erba dov’era seduto insieme ai suoi compagni di viaggio e si addormenta.

Poi, verso l’alba, quando i sogni si fanno più veritieri, vede sul monte Ida, e sopra di sé, in alto, librarsi un aquila dalle penne d’oro, che dopo aver roteato un poco, si cala a piombo su di lui, lo ghermisce e lo rapisce su nel cielo, incendiandosi.

Il calore delle fiamme sognate risveglia D. bruscamente; spaventato il poeta si guarda attorno non riconoscendo il luogo dove si trova (vv. 1-42).

Di fianco a sé D. vede solo V., sono svaniti Sordello e i due principi. Il sole è già alto ed il maestro, riconfortandolo, gli dice che si trova alle soglie del Purgatorio: mentre dormiva infatti, era giunta S. Lucia che presolo tra le braccia lo aveva trasportato fin lassù. Quindi la donna santa, dopo avergli mostrato l’entrata, si era dileguata poco prima che D. si risvegliasse.

Egli allora si rianima e Virgilio, vista cancellata ogni traccia d’ansia sul viso del compagno, si alza per intraprendere la salita alla porta del Purgatorio, seguito da Dante (vv. 43-69).

Dopo un avvertimento al lettore perché noti l’elevarsi dello stile in questo passaggio decisivo del viaggio, D. racconta che, avvicinandosi al punto in cui la cinta di roccia sembra rotta, egli vede una porta con tre gradini di diverso colore[3].

Sull’ultimo è seduto l’angelo: silenzioso, splendente in volto, ha una spada in mano che riflette i raggi del sole verso i due pellegrini, tanto da non poter essere guardata.

L’angelo chiede loro che cosa vogliano e con quale autorizzazione si presentino lì; V. cita la donna santa che li ha guidati, e subito il guardiano, divenuto cortese, li invita ad avanzare.

Dante sale il primo gradino, di marmo bianco, così liscio e lucente che vi si specchia, quindi il secondo, in pietra grezza, nera e crepata, infine il terzo di porfido rosso come il sangue, su cui l’angelo posa ambo i piedi, sedendo sulla soglia, dura come il diamante (vv. 70-105).

Su richiesta di V., D. si getta ai piedi dell’angelo, percuoten­dosi il petto e chiedendo di aprirgli la porta del secondo regno.

L’angelo allora con la punta della spada gli incide sulla fronte sette P. esortandolo a cancellarle nella salita verso la cima del monte.

Poi, tratte da sotto la veste grigia (è il colore della penitenza: tutti gli altri angeli hanno invece la veste bianca)  due chiavi, una d’oro, l’altra d’argento, apre la porta, spiegando come ogni volta che una delle due non funziona, quell’uscio non si apre.

La più preziosa è quella d’oro, simbolo della potestà, ma l’altra, che simboleggia la scienza, esige troppa arte e ingegno per aprire, così da essere quella che scioglie il nodo del peccato.

L’angelo aggiunge che ha avuto le chiavi da Pietro, con la raccomandazione di essere piuttosto indulgente che severo. Quindi spinge l’uscio della porta sacra, avvertendo che chi si volga indietro ne uscirà subito fuori (vv. 106-132).

La porta si apre girando sui cardini massicci con un gran ruggito, (più forte di quello della rupe Tarpea quando Metello volle impedire a Cesare di impadronirsi del tesoro custodito nel tempio di Saturno) che si stempera nel dolce suono di un coro che canta il Te Deum, accompagnato da un suono come di organo (vv. 133-145).

[1] Vergine e martire (Siracusa 283 circa – 304 circa). Martirizzata sotto Diocleziano, il suo culto è molto antico, come testimonia la presenza del suo nome nel canone della messa fin dai tempi di Gregorio Magno. È invocata come protettrice della vista, forse dallo stesso suo nome (L., da luce) oppure da una leggenda secondo cui si sarebbe strappata gli occhi e li avrebbe inviati a Pascasio, innamorato di lei. Festa il 13 dicembre. In molte città e centri italiani, particolarmente dell’Emilia e del Veneto, il giorno di santa L. si usa fare doni ai bambini; nelle zone in cui si festeggia santa L. non c’è la tradizione dei regali natalizi. Come sappiamo è già intervenuta all’inizio del viaggio dantesco (cfr. If. II, 97), qui trasporta D. addormentato dalla valletta fiorita all’ingresso del Purgatorio vero e proprio, sotto forma di aquila, nel sogno del poeta. Per alcuni commentatori è simbolo della Grazia illuminante, per altri della giustizia, per altri ancora, infine della fede. D. la rivedrà nella gloria dell’Empireo (Pd. XXXIII 137).

[2] Posto alla custodia del purgatorio, rappresenta il sacerdote che confessa i peccati. Siede, col volto splendente e la spada sguainata – simbolo della giustizia divina – sulla soglia dura come il diamante, indice della fermezza nell’assegnazione della penitenza. I suoi piedi poggiano sull’ultimo gradino, che simboleggia l’amore ardente per Dio, di cui l’angelo si nutre. Sulla fronte di D. pentitosi, l’angelo traccia con la spada le sette P che significano i sette peccati da purgare nelle sette cornici. L’abito dell’angelo è dimesso perché umile è il sacerdote servo di Dio, ma le chiavi che le vesti nascondono sono d’argento e d’oro a rilevarne i poteri divini, quelli della scienza e della autorità.

[3] Il primo è bianco e simboleggia il primo stadio della confessione, cioè la contrizione; il secondo è violaceo e corrisponde alla confessio oris ed il terzo simboleggia la satisfactio operis: è rosso per l’ardore che occorre nel formare il proponimento di non peccare più.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

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Siamo sempre nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone al tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua. La guida è ancora Sordello da Goito.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i principi negligen­ti che si pentirono alla fine della vita, ed in particolare: Ugolino Visconti[1] e Corrado Malaspina[2].

La pena è quella di restare nella valletta quanto essi vissero.

La struttura del canto si dipana in cinque momenti che vanno sottolineati:

1) al tramonto, la preghiera di lode dei penitenti a Dio;

 2) l’appari­zione degli angeli a guardia della valle;

3) l’incontro e colloquio con Nino (Ugolino) Visconti;

4) l’arrivo e la cacciata del serpente diabolico;

5) il colloquio con Corrado Malaspina.

I temi importan­ti del canto sono: 1) il tema allegorico, annunciato dallo stesso D. con un’apo­strofe[3] diretta al lettore (vv. 19-21); o lettore, aguzza il tuo intelletto e la tua attenzione per comprendere il vero significa­to della scena che ora descriverò, poiché il velo che nasconde il senso allegorico è molto sottile.

Anche in If, IX, 61-63 (O voi ch’ avete gl’ intelletti sani,/ mirate la dottrina che s’ asconde/sotto il velame de li versi strani) c’è una dichiarazione dell’intento allegori­co del poeta, ma qui l’allegoria percorre tutto il canto, con l’apparizione degli angeli a protezio­ne e guardia della valletta dei principi, a simboleggiare l’inter­vento e l’aiuto divino, l’apparizione del serpente come simbolo della tentazione e del peccato, la sua cacciata da parte degli angeli come simbolo della Grazia di Dio che interviene attiva contro il male; tutta la scena riproduce l’immagine del Paradiso terrestre e la situazione del peccato originale.  A questi, si aggiunge un altro elemento allegorico: le tre stelle che appaiono in cielo, simbolo delle virtù teologali.

2) Il tema degli affetti e tema autobiografico: il secondo grande tema del canto è quello dell’amicizia e degli affetti umani.

Qui si parla dell’amore paterno di Nino Visconti, del suo amore coniugale e del suo pudico dolore per il comportamento della moglie, della cortese amicizia che lo legò a D.; e poi ancora del sentimento di generosità dei Malaspina e della sincera, commossa gratitudi­ne, che spinge D. nell’ultima parte del canto ad una delle più intense lodi mai rivolte ai signori del suo tempo. Il tema degli affetti coinvolgendo D., si fonda qui con il tema autobiografico, ed in particolare con il tema dell’esilio, con le ansie del peregrinare di D. di terra in terra alla ricerca di chi, come la famiglia dei Malaspina, sapesse accoglierlo adeguatamente e con liberalità.

3) Il tema della fisicità di D.: Ancora una volta D. propone lo stupore ed il timore dei penitenti di fronte al fatto che lui si trovi in Purgatorio pur essendo ancora vivo.  Questa volta è lui stesso ad annunciarlo, su richiesta di Nino Visconti: e subito Sordello che non si era accorto di nulla, si stringe a V. e gli rivolge lo sguardo a chiederne una spiegazione, mentre Nino Visconti dapprima indietreggia, ma poi subito chiama un’altra anima ad assistere al miracolo. È un’ennesima occasione, con proprie particolarità, per sottolineare la eccezionalità del viaggio e della grazia concessa a D., e per caratterizzarne il rapporto con le anime.

4) Il tema lirico: l’incipit. L’esordio del canto è il celeberrimo era già l’ora che volge il disio: in due strofe D. coglie le immagini ed sentimenti che più intimamente si ricollegano al momento del tramonto; l’attimo di riflessione, la nostalgia per i luoghi lontani ed amati, la malinconia che addolcisce il cuore, il ricordo degli amici, il suono delle campane che annunciano la fine del giorno.

RIASSUNTO

Mentre D., V. e Sordello osservano nella valletta le anime dei principi negligenti giunge l’ora del tramonto, l’ora che fa rivolgere i desideri dei marinai alla loro casa, e che ricolma di nostalgia il pellegrino.

Uno degli spiriti intona l’inno Te lucis ante[4], cui si unisco­no in coro le altre anime, guardando verso l’alto, come attendendo qualcosa.

Dante richiama qui il lettore a cogliere il significato allegorico di ciò che sta per mettere in versi; ed ecco, dal cielo scendono due angeli che si dispongono in alto ai due estremi della valle; essi sono vestiti di verde (paragonabile a quello delle foglioli­ne novelle), e con in mano due spade infuocate e senza punta, che useranno per cacciare l’imminente venuta del serpente; D. alla loro vista, rimane abbagliato mentre Sordello spiega che entrambe vengono dal grembo della Vergine per cacciare il serpente che verrà di lì a poco; D. non sapendo da che parte il demonio sarebbe venuto si spaventa stringendosi a Virgilio; Sordello annuncia che è il momento di scendere nella valle a parlare con le anime dei grandi della terra (vv. 1-45).

I tre poeti scendono nella valletta, e D., nonostante l’oscurità, vi riconosce con gioia il nobile amico Nino Visconti, giudice di Gallura, il quale gli chiede quando fosse giunto in Purgatorio dalle lontane acque del Tevere.

 Alla risposta di D., saputo che egli è ancora vivo, tanto Nino quanto Sordello hanno un moto di meraviglia; subito dopo Nino chiama l’anima di Corrado Malaspina affinché venga ad ammirare questo miracolo della Grazia divina.

Poi, Nino chiede all’amico di ricordarlo alla figlia (novenne) Giovanna affinché preghi per lui, poiché da altri non può attendersi amore, in particolare dalla moglie che non l’ama più, e che con suo danno ha rinunciato alla vedovanza (alle bianche bende vedovili) per risposarsi con Galeazzo Visconti (l’amore delle donne infatti dura poco se non è alimentato dalla presenza e dal contatto con l’amato): ma quando sulla sua tomba verrà messo lo stemma di quella famiglia (la vipera), esso non le farà tanto onore quanto gliene avrebbe fatto quello (il gallo) del casato di Nino[5] (vv. 46-84).

Alzando avidamente gli occhi al cielo, D. vede ora  tre stelle straordina­riamente splendenti, simbolo delle tre virtù teologali, che hanno sostituito, come spiega Virgilio, i quattro astri (le virtù cardinali) visti all’alba in questo emisfero antartico.

All’improvviso, all’imboccatura della valletta, sopraggiunge insidioso il serpente della tentazione che si lecca strisciando, ma contro di lui subito si avventano gli angeli, anche se D. non sa come si siano mossi, mettendo il demonio in fuga.

Quindi, i due ministri celesti tornano nelle loro posizioni di custodia della valle (o forse in Paradiso) (vv. 85-108)

Riprende il colloquio tra le anime, e Corrado Malaspina, che non aveva mai smesso di guardare D. durante l’assalto degli angeli, gli augura di avere tanta volontà (cera) da corrispondere alla volontà divina (lucerna); chiede poi a D. notizie della sua Val di Magra, di cui fu nobile signore, anche se non fu il capostipite della famiglia.

La domanda è occasione a Dante per intessere un alto elogio della famiglia di Corrado, da cui si irradia ovunque la fama di liberali­tà e di virtù.

Corrado gli profetizza allora che nel giro di pochi anni D. potrà sperimentare direttamente e personalmente la loro generosità e cortesia: e sarà quando, esule, sarà dai Malaspina accolto ed ospitato (109-139).

[1]  Figlio di Giovanni Visconti da Pisa e di una figlia del Conte Ugolino della Gherardesca, visse nella seconda metà del Duecento. Prima governatore in Sardegna, poi nel 1285 signore di Pisa insieme col conte Ugolino. Cacciato in esilio dai ghibellini che prevalsero nella città, lottò a lungo ma inutilmente a capo dei fuoriusciti guelfi per rientrarvi. Morì in Sardegna nel 1296. Conobbe D. nelle sue numerose visite a Firenze come capo dei guelfi pisani, e strinse intensa amicizia con lui.

[2] Vissuto nel secolo XIII, morto nel 1294, fu marchese di Villafranca in Lunigiana. D. lo chiama il giovane per distinguerlo dal nonno Corrado Malaspina, l’antico, fondatore di uno dei due rami della famiglia (dell’altro fu capostipite Obizzo).

[3] Figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata.

[4] Sono le prime parole dell’inno, attribuito a Sant’Ambrogio, che la chiesa canta all’ora di compieta per invocare l’aiuto divino contro le tentazioni della notte. L’inno suona così: << Prima che termini la luce, ti preghiamo o Creatore, affinché con la Tua clemenza Tu sia la nostra tutela e custodia. Si allontanino i sogni e i fantasmi notturni, e Tu soggioga il nostro nemico affinché non insozzi i nostri corpi>>.

[5] Beatrice d’Este infatti rimasta vedova di Nino Visconti nel 1296, ritornò con la figlia Giovanna, presso i suoi a Ferrara. Si risposò in seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano, e le nozze furono solennemente celebrate a Modena nel 1300 (o forse nel 1299). Cacciato poi dai Visconti nel 1302 dalla fazione dei Torriani, Beatrice seguì il marito in esilio e nelle tristi vicende che lo portarono in Toscana, semplice soldato di Castruccio Castracani. Quivi Galeazzo morì nel 1328; Beatrice, vedova una seconda volta, poté ritornare in buona fortuna, quando suo figlio Azzo riebbe la signoria di Milano.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

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Sordello quando sa di avere dinanzi Virgilio gli abbraccia le ginocchia e lo onora; si offre poi come guida per i due poeti lungo un sentiero appena in salita fino a dove la costa del monte si apre in una piccola valle, ridente dei mille colori di fiori ed erbe, che la natura ha fatto crescere per la particolare dignità dei penitenti che hanno qui la loro sede.

Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, ed in particolare nella valletta fiorita[1](e ci staremo fino al IX canto), nel tardo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto oltre a Sordello sono i principi negligenti che si pentirono alla fine della vita di aver distolto il pensiero da Dio a causa delle preoccupazioni di governo.

È il quarto ed ultimo gruppo di penitenti[2]; tra di essi ritroviamo nell’ordine: Rodolfo d’Asburgo, Ottacchero di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona, Car­lo I d’Angiò, Pietro o Alfonso III d’Aragona, Arrigo III di Inghil­terra, Guglielmo VII di Monferra­to.

La pena per questi importanti personaggi è quella di restare nella valletta quanto vissero; cantano il Salve regina, e ogni giorno, al tramonto assistono alla tentazione del demonio e alla cacciata di lui da parte degli angeli.

Il tema principale: la condanna dei principi responsabili dell’anarchia europea.

RIASSUNTO

Conclusi i ripetuti abbracci al concittadino, Sordello chiede ai due pellegrini di rivelare i loro nomi.

Virgilio allora si presenta, provocando la stupita ammirazione, la reverenza e la commozione del poeta di Goito, che si inchina.

Dopo aver pronuncia­to parole di elogio, viene a sapere che il poeta latino si trova relegato nel Limbo, in compagnia dei bambini nati senza battesimo e di tutti coloro che non poterono conoscere e quindi praticare le virtù teologali.

Virgilio spiega ancora le ragioni del suo viaggio, e chiede consiglio sulla direzione e sulla strada più breve per salire alla porta del vero e proprio Purgato­rio (vv. 1-39).

Sordello si propone come guida ai due poeti fin dove gli è concesso spingersi, e avvisa che poiché di notte in Purgatorio non si può avanzare verso l’alto, occorre trovare un luogo piacevole ove attendere l’alba[3].

Virgilio chiede a Sordello di guidarli in un luogo piacevole: i tre si avviano allora verso una valletta incassata nella roccia, lussureg­giante di fiori e profumi ed erbe delicate che nessun colore dei pittori può superare. Sul suo verdissimo prato stanno sedute numerose anime che cantano il Salve Regina (vv. 40-84).

Sordello, mentre si avvicinano, indica dall’alto i personaggi che popolano questo luogo, tutti principi negligenti che trascurarono il pensiero di Dio, per le occupazioni del governo: Rodolfo[4], triste che non canta con gli altri, che avrebbe potuto sanare i mali dell’Italia; Ottacaro[5], re di Boemia, che fu più virtuoso del figlio Venceslao II, il quale invece si nutrì di lussuria ed ozio; Filippo III[6], re di Francia, che si batte il petto, e Enrico I di Navarra[7], che sospira, entrambi addolorati per la vita viziosa e turpe del loro congiunto Filippo IV[8], il mal di Francia (vv. 85-111).

L’elenco continua con il robusto Pietro III d’Aragona[9] e con Carlo I d’Angiò[10]; Pietro III fu nobile e valente, ma le sue virtù non si trasmisero ai suoi eredi (Giacomo II[11]  e Federico II[12]). Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto[13] che, morto prematuramente, siede ora accanto a lui.

Da questo episodio, Dante trae lo spunto per dimostrare che la virtù non si eredita dai padri, ma discende da Dio, come una grazia.

Ciò vale anche per il nasuto Carlo I d’Angiò, e per Pietro III d’Aragona che canta al suo fianco: gli  eredi  del primo (Carlo II lo zoppo) opprimono i regni di Napoli e di Provenza.

Tanto Carlo II è minore di Carlo I, quanto ha maggior ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro III d’Aragona) Costanza  (figlia di Manfredi e quindi nipote di Federico II di Svevia) di quanto ne avessero Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie di Carlo I) del loro (in altre parole per D. Pietro III d’aragona fu assai superiore a Carlo I d’Angiò).

Sordello addita ancora Arrigo III d’Inghilterra[14], seduto in disparte, il cui seme darà miglior frutto (D. si riferisce ad Edoardo I che fu principe valente e saggio e morì nel 1237) e poi, posto in luogo più basso, Guglielmo VII[15], alla cui morte seguì una dolorosa guerra civile nelle regione del suo marchesato nel Monferrato e nel Canavese (vv. 112- 136).

[1] Proprio al di sotto della porta del Purgatorio.

[2]  La prima schiera incontrata è stata quella degli scomuni­cati (sulla spiaggia); la seconda quella dei pigri e la terza quella dei morti per violenza.

 [3] Coloro che devono trascorrere un certo periodo di tempo nell’Antipurgatorio, non hanno una sede fissa ma possono muoversi tutto intorno alla costa del monte e salire verso la porta del Purgatorio; ma in tutto il colle si può procedere solo fino a che il sole non tramonta, poi bisogna arrestarsi fino all’alba, o muoversi in tondo e verso il basso, poiché senza la luce non si può vedere il cammino verso l’alto; così senza la luce della Grazia il cristiano non può avanzare sulla giusta strada della purificazione e del bene.

[4] Imperatore della casata Asburgo, nato nel 1218 e morto nel 1291. Già rimproverato nel canto VI da D. per aver trascurato gli interessi e le vicende dell’Italia.

[5] Eletto re di Boemia nel 1253, e morto nel 1278. Combatté fieramente contro Rodolfo imperatore.

[6] Re di Francia, nato nel 1245 e morto nel 1285, detto l’Ardito, ed in questo canto chiamato Nasetto per il suo piccolis­simo naso. Morì fuggendo dall’esercito di Pietro III d’Aragona, umiliando così la casata di Francia, che aveva per simbolo il giglio. Fu padre di Filippo IV il Bello che D. chiama il mal di Francia.

[7] Re di Navarra, morto nel 1274, suocero di Filippo il Bello, in quanto padre della di lui moglie Giovanna.

[8] Re di Francia (1285-1314), figlio appunto di Filippo III l’Ardito e d’Isabella d’Aragona. In politica estera pose fine (1291) all’impresa iniziata dal padre contro l’Aragona per aiutare gli Angioini di Napoli. L’episodio più spettacolare del suo regno riguarda le relazioni con la Santa Sede. Un primo conflitto scoppiò nel 1296, a causa delle decime cui il sovrano voleva sottoporre il clero francese. Il papa Bonifacio VIII rispose vietando ai chierici di fornire sussidi ai laici senza l’espressa autorizzazione della Chiesa romana. Il re allora, per colpire le finanze del papato, proibì ogni uscita d’oro e d’argento del regno (17 agosto 1296). Dopo aver protestato (bolla Ineffabilis amoris, 20 settembre 1296), il papa cedette (1297). Quando nel 1301 il re fece arrestare il vescovo di Pamiers, il papa reagì con la bolla Ausculta, fili e convocò un concilio per prendere le decisioni necessarie. F. a sua volta riunì un’assemblea di baroni, prelati e rappresentanti delle città (10 aprile 1302), che proibì ai vescovi di partecipare al concilio. A questo punto il papa, dopo aver richiamato i tradizionali princìpi della supremazia pontificia, e anzi averli esasperati, nella bolla Unam Sanctam (novembre 1302), si decise a scomunicare il sovrano quando, ad Anagni, fu assalito da Guglielmo di Nogaret e da uomini assoldati dai Colonna (7 settembre 1303). Liberato dalla popolazione locale, morì a Roma un mese dopo.

[9] Re di Aragona, detto il Grande, nato nel 1236 e morto nel 1285. Di lui si tramandano le grandi virtù politiche e guerriere.

[10] Nato nel 1220, morto nel 1285, fu re di Francia e partecipò attivamente alle lotte politiche italiane tra guelfi e ghibellini. Nonostante sia rappresentato qui tra le anime salvate, D. ha spesso parole di aspro rimprovero e di condanna verso di lui, come verso molti della sua famiglia.

[11] Giacomo II, re di Sicilia dal 1285 al 1296 e alla morte del fratello Alfonso III (1291), divenuto re d’Aragona.

[12] Federico II,  re di Sicilia, dal 1296 al 1337.

[13] Nel giovanetto che siede dietro a Pietro III d’Aragona si è visto uno dei suoi figli, probabilmente il piccolo Pietro, morto prima del grande padre senza poter salire al trono. Altri preferi­scono vedere in lui il figlio Alfonso III, nato nel 1265 e morto nel 1291, che per sei anni ereditò effettivamente il trono paterno.

[14] Re di Inghilterra, nato nel 1207 e morto nel 1272, con fama di uomo semplice e buono. Figlio di Giovanni Senzaterra, lottò a lungo contro la casata di Francia per difendere i possedimenti inglesi sul continente. Fu padre di Edoardo I, che ebbe fama di saggio legislatore.

[15] Marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, detto Spadalunga. Fu vicario imperiale, e a capo dei ghibellini lottò con molte città guelfe. Qui D. fa riferimento all’episodio di quando egli si recò ad Alessandria per sedare una sommossa, ma fu catturato e messo in una gabbia di ferro, nel 1290, dove rimase per due anni fino alla morte; in conseguenza di ciò il figlio Giovanni I scatenò una sanguinosa guerra che dilaniò il Monferrato ed il Canavese.

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Riccardo Franchini. Godete

Bere Mangiare Viaggiare. Scopare la Vita.

agenda19892010

The value of those societies in which the capitalist mode of production prevails, present itself as "an immense accumulation of commodities", its unit being a single commodity --- Karl Marx

telefilmallnews

non solo le solite serie tv

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

Dott.ssa Ilaria Rizzo

PSICOLOGA - PSICOTERAPEUTA

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

Vincenzo Dei Leoni

… un tipo strano che scrive … adesso anche in italiano, ci provo … non lo imparato, scrivo come penso, per ciò scusate per eventuali errori … soltanto per scrivere … togliere il peso … oscurare un foglio, farlo diventare nero … Cosa scrivo??? Ca**ate come questo …

Versi Vagabondi

poetry, poesia, blog, love, versi, amore

Free Animals, Loved & Respected

There are no words to justify the extermination Animal

Cronache di un pigiama rosa

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Marino Cavestro

avvocato mediatore

ANDREA GRUCCIA

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Un mondo piccolo piccolo, ma comunque un mondo

Carlo Galli

Parole, Pensieri, Emozioni.

Racconti della Controra

Rebecca Lena Stories

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In dreams, there is truth.

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giacomoroma

In questo nostro Paese c'è rimasta soltanto la Speranza; Quando anche quest'ultima labile fiammella cederà al soffio della rassegnazione, allora chi detiene il Potere avrà avuto tutto ciò che desiderava!

Aoife o Doherty

"Fashions fade style is eternal"

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romanzo a puntate di Ben Apfel

quando la fine può essere un inizio

perché niente è più costante del cambiamento

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

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Cento pensieri che provano a prendere forma attraverso una scrittura giovane e ignorante, affamata solo di sfogo.

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Parole a passo d'uomo

Poesie e riflessioni sugli uomini del mio spazio e del mio tempo | di Cristiano Camaur

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L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

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