Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVIII -XXVII- cenni

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QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

Canto XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

  • Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

­ Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

­ Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

­ L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

­ Esempi di accidia punita gridate da due anime.

­ Dante si addormenta.

 QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

­ Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

­ Risveglio e ripresa del cammino.

  • Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

­ Virgilio spiega a Dante il significiato del sogno.

­ Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.
– Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

­ Papa Adriano V: parla di sé , della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

– Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

­ esempi di povertà e di liberalità.

 ­ Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

­ Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

– Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

­ Apparizione di Stazio[1], che spiega ai poeti la causa del terremoto.

  • Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

­ Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

­ L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

– Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

­ I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.
– Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

  • I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

­ Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine.

  • D. gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

­ Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del dolce stil novo.

­ Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

­ D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

­ I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

­ Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

– Tra la sesta e la settima cornice.

 ­ Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.
– I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i  lussuriosi avvolti nel fuoco.

­ Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

  • I lussuriosi, divisi in due schiere,  quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita

­ D. colloquia con Guido Guinizzelli.

­ Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

 

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

­ L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio

tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

­ Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

­ Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

­ Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia[2].

– Al suo risveglio si riprende la salita

­ Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

[1] Stazio, Publio Papinio, poeta latino (Napoli ca. 45-ca. 96). È noto come poeta epico per la Tebaide, in 12 libri, sulla guerra dei Sette contro Tebe e la rivalità di Eteocle e Polinice, e per l’incompiuta Achilleide, di cui restano 2 libri, ispirata alla leggenda di Achille a Sciro. Più vicine al gusto dei moderni e più spontanee sono le Selve, 32 poesie d’occasione d’argomento vario, improvvisate, dove sono impiegati, oltre all’esametro, metri e strofe della melica.

Sul rapporto tra Stazio e Commedia riporto il commento del Petrocchi sulla figura di Stazio: ” Assai diverso è il caso di Stazio (rispetto a Catone). Anzitutto va detto che Catone era un auctor indiretto per Dante, mentre la Tebaide e l’Achilleide erano libri sui quali s’era formata la cultura classica dell’Alighieri, come quella di tutta la generazione medievale sua e precedente la sua; le citazioni, le reminiscenze, persino le “traduzioni” dalla Tebaide s’inseriscono in tutto il tessuto inventivo della Commedia. Per le valutazioni critiche complessive che poteva avere un uomo dell’ultimo Medioevo, Stazio era da considerare uno dei massimi poeti latini, forse, per Dante, secondo soltanto a Virgilio, pari o quasi ad Ovidio, e mentre Ovidio poeta d’amore va ripudiato per accettare il messaggio spirituale di Virgilio e dei tempi nuovi, Stazio poteva rimanere nell’interezza dell’opera in quell’epoca conosciuta un auctor completo. E ciò sollecita Dante a tracciare una biografia di lui, che (a parte l’errore sul luogo di nascita, e la confusione col tolosano Lucio Stazio Ursulo pretore del periodo di Nerone) costituisce nel complesso un fatto nuovo nella Commedia, cui nulla toglie ovviamente il fatto che siano ignorate, come lo furono nel Medioevo, le Silvae, e cui molto aggiunge (non già sul piano erudito, ma per la cura con cui Dante intende costruire il suo personaggio) ciò che viene inventato o canonizzato: la circostanza che in vita sia stato preda dei peccati di accidia e di prodigalità, che ha scontato per tutto questo periodo nel Purgatorio e di cui ora s’è liberato, ora che il tuono proclama l’esaltazione della sua anima nel Paradiso, s’aggiunge alla questione tanto discussa sulla presunta conversione di Stazio alla religione cristiana, su suggerimento dell’annuncio dato da Virgilio nella quarta egloga:

quando dicesti: “Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende dal ciel nova”

(Purg., XXII, 70-72)

Dov’è la fonte di questa induzione dantesca? Anzitutto è da scorgere nell’analogia con quanto aveva scritto Vincenzo di Beauvais (che Secundiano, Marcelliano e Verriano s’erano convertiti alla religione cristiana sotto l’influsso della quarta egloga), poi nelle numerose allegorie di cui è costellata la Tebaide, nelle frequenti dichiarazioni ammirative per Virgilio, in alcune particolari figure staziane il cui significato morale venne colto anche dai primi commentatori della Commedia (di rilievo le parole con cui Guido da Pisa interpreta quale figura Christi il personaggio mitologico di Teseo, apportatore di pace), nella straordinaria fama che tutto il Medioevo nutrì per Stazio.

Alla luce di questa ammirazione dantesca, Stazio assume una funzione rilevante, di sostegno alla missione di Virgilio, e di apertura verso quella di Beatrice; e l’assolve nella lezione del canto XXV, in cui afferma la conciliabilità tra la ragione umana e la scienza divina (la conciliazione tra Virgilio e Beatrice) discutendo attorno al problema della generazione dell’uomo e alla continuità della vita dell’anima dopo la morte del corpo, che non è definitivo separarsi di anima e corpo, ma un momento della loro eterna simbiosi, in attesa che si ricongiungano all’atto del Giudizio universale, allorché si completerà il lungo periodo in cui l’anima razionale, creata da Dio in quanto “sostanza”, attua di nuovo il contatto con le funzioni sensitive e vegetative (non spente all’atto della morte, ma come sospese o attenuate nell’attesa di riprendere la loro definitiva efficienza). Le fonti del lungo ragionamento che Dante pone sulle labbra di Stazio, sono essenzialmente in Aristotele e in san Tommaso, ma non mancano accenni nella stessa opera di Stazio, insufficienti a spiegare il fenomeno, ma tali da suggerire a Dante l’impressione che il poeta latino si sia posto il problema.

Stazio, inoltre, è personaggio del Purgatorio anche sotto il riguardo della rappresentazione narrativa: c’è in lui quella dolcezza, unita ad affettuosità e a benevolenza, che caratterizza tutte le anime del secondo regno, e che trova il suo punto saliente nel momento in cui, appreso da Dante che l’altra ombra è quella di Virgilio, già s’inchinava ad abbracciar li piedi / al mio dottor sospinto da un moto irrefrenabile di filiale adorazione per il sommo poeta di Roma. E altri tratti, altre parole di Stazio contribuiscono a creare intorno a lui un alone d’umana simpatia, che è il modo con cui Dante si sdebita di quanto la lettura della Tebaide gli sia stata salutare ed essenziale per la sua formazione letteraria, non rinunciando a dipingere, dietro un altro dottore e un antico vate, l’immagine vivida d’un uomo”.

[2] La sorella di Rachele (che rappresenta la vita contemplativa) che, secondo il Tommaseo,  rappresenta la vita attiva necessaria dopo il pentimento per giungere alla vita contemplativa, “passo necessario tra Purgatorio e Cielo, tra la politica e la religione, tra Virgilio e Beatrice. Beatrice muove Virgilio, è mossa da Lucia, Lucia è mossa dalla Vergine. Lucia lo porta al purgatorio: nel sonno gli apparisce Lia, Matelda lo guida a Beatrice, Beatrice alla vergine”.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

TERZA CORNICE: SUPERBI, INVIDIOSI, IRACONDI – QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVII

CUSTODE:  Angelo della pace e della misericordia

 Dante sogna nuovi esempi di ira punita.

Lo distoglie dalle visioni l’angelo del perdono

 Dante e Virgilio salgono verso la quarta cornice.

Colti dalla notte i due poeti si fermano e V. spiega a D. l’ordinamento morale del purgatorio.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

 Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

 Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

Esempi di accidia punita gridate da due anime.

Dante si addormenta.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

 Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

Risveglio e ripresa del cammino.

Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

Virgilio spiega a Dante il significato del sogno.

Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.

Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

Papa Adriano V: parla di sé, della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

Esempi di povertà e di liberalità.

Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Apparizione di Stazio, che spiega ai poeti la causa del terremoto.

Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.

Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine. Gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del Dolce stil novo.

Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

Tra la sesta e la settima cornice.

Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.

I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i lussuriosi avvolti nel fuoco.

Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

I lussuriosi, divisi in due schiere, quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita. D. colloquia con Guido Guinizzelli.

Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia.

Al suo risveglio si riprende la salita

Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

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COMMENTO

Tra le tre e le cinque del pomeriggio dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua, ci troviamo nella terza cornice[1] a cui si accede, come per le altre, attraverso una scala, anche se meno ripida: il luogo è avvolto in un fumo denso, scuro e acre, tanto che si avanza alla cieca.

Il custode è l’Angelo della pace (che già era custode nella precedente cornice accanto all’Angelo della misericordia[2]).

I peccatori puniti nel canto (come in quello precedente del resto) sono gli iracondi che hanno come pena appunto quella di camminare avvolti da un denso fumo, nero e pungente per gli occhi e soffocante per la gola; recitano l’Agnus Dei (la preghiera della messa) e considerano esempi di misericordia e di ira punita, che appaiono loro sotto forma di visioni.

In vita si lasciarono prendere dai fumi dell’ira: ora camminano nel fumo denso e nero e siccome non conobbero misericordia, ora cantano l’Agnus Dei, implorando pace.

I personaggi descritti nel canto sono Marco Lombardo[3] e Gherardo da Camino[4]

Il tema generale principale concerne la teoria del libero arbitrio, per cui le cause della corruzione sono imputabili agli uomini e in particolare alla scomparsa dei due “soli” (le due guide: il Papa e l’Imperatore).

ELEMENTI PRINCIPALI IN PARTICOLARE:

1) Il discorso di Marco Lombardo. Si tratta di uno dei brani più importanti di tutta la Commedia per la comprensione del pensiero e dell’ispirazione dantesca. Qui il tema teologico, quello morale e quello politico si incrociano, a dimostrazione di come essi stiano necessariamente uniti in una visione globale della realtà umana come era quella di D.; d’altra parte il discorso di Marco Lombardo vuole rispondere ad una domanda di fondamentale importanza: quale è la causa del male nel mondo? Da notare è anche la posizione di rilievo data a questo incontro, che è collocato proprio nella parte centrale del poema.

Questi sono i momenti e i concetti principali in cui si articola:

  1. il male del mondo è da ricercare nell’uomo, che riceve sì il primo movimento delle sue azioni dalle influenze celesti, ma poi può decidere le proprie azioni e scelte grazie al dono più alto che Dio gli ha dato, cioè il libero arbitrio;
  2. l’anima nasce dall’amore infinito di Dio e tende naturalmente alle varie forme dell’amore, ma non sa ben distinguere fra i veri piaceri e quelli fallaci;
  3. per aiutare l’uomo a trovare la strada del vero amore, tanto in cielo quanto in terra, furono fatte le leggi e creati i due poteri, temporale e spirituale;
  4. da qui prende il via la celeberrima teoria dei due soli, teoria politica tipicamente medievale cui è da riferire l’intero pensiero dantesco, e ad essa si collega la consueta polemica con l’abdica­zione dell’imperatore ai suoi doveri e con l’arrogante corruzione pontificia, in termini molto simili a quelli del canto VI (nella valletta dei Principi);
  5. la nostalgia per i tempi antichi in cui la nobiltà e cortesia ancora vivevano nelle terre dell’Italia settentrionale, mentre oggi vi è solo la malvagità, e sono pochi coloro che ancora conservano le virtù degli avi.

Si tratta della tipica visione mitizzata del passato di cui c’è già un esempio nel canto XIV con la rievocazione (affidata a Guido del Duca) degli uomini nobili antichi di Romagna e ci sarà un altro esempio anche nel Paradiso (canto XVI) con Cacciaguida che rievocherà le antiche famiglie della Firenze sobria e pudica.

6. La celebrazione del <<buon Gherardo>>. Al termine di un discorso tanto significativo, Marco Lombardo cita come unici esempi di sopravvissuta virtù i tre vecchi Corrado da Palazzo[5], Gherardo da Camino e Guido da Castello[6]; già solo questo è sufficiente a fare risaltare in modo fuori dal consueto la dignità di questi tre vivi virtuosi in un mondo in cui tutto è corruzione. Ma poi D. insiste sulla figura di Gherardo, giocando sull’impossibilità di scambiarlo per un altro, e proiettandone quindi la figura in un’aura quasi di santità che fanno del nobiluomo trevigiano uno dei personaggi per antonomasia dell’opera, pur essendo appena citato.

RIASSUNTO

Il fumo che avvolge i due poeti nella terza cornice è così denso e scuro da far pensare al buio infernale o ad una notte senza stelle, ed è talmente acre che D. non riesce a tenere gli occhi aperti ( e riconosce implicitamente questo peccato come uno dei più legati alla sua persona), ed è costretto ad appoggiarsi alla spalla offertagli da Virgilio.

Nell’oscurità si sentono voci che implorano pace e misericordia, cantando in perfetta concordia l’Agnus Dei. Su richiesta del discepolo, V. gli spiega che a cantare sono le anime dei penitenti che scontano qui il peccato d’ira (vv. 1-24). vanno sciogliendo il nodo dell’ira.

Una delle anime avendo sentito la domanda di D. ed essendo quindi nel dubbio se D. sia vivo o meno, lo apostrofa per sapere chi sia: V. esorta D. a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione verso il passo del perdono.

D. risponde come ha richiesto Virgilio e narra all’anima brevemente il suo viaggio dall’Inferno al Purgatorio, poi chiede a sua volta all’anima di presentarsi.

L’altro allora gli risponde di essere Marco Lombardo, esperto del mondo e amante della virtù, che nessuno ora vuole seguire; gli conferma che la via percorsa è esatta, e lo prega di ricordarlo nelle sue preghiere quando sarà in Paradiso.

D. promette di pregare per lui e poi gli espone un dubbio che già prima si era presentato alla sua mente: qual è la causa del male e della corruzione che appesta il mondo, come già Guido Del Duca e ora lo stesso Marco hanno lamentato? È da attribuire alle influenze celesti o all’uomo stesso? (vv. 25-63)

Dopo aver tratto un profondo respiro, Marco Lombardo si lamenta della cecità del mondo, che fa risalire ogni cosa ai cieli. se tutto avvenisse per influenza celeste, sarebbe distrutto il libero arbitrio, né ci sarebbe una giustizia che premia il bene e castiga il male.

I cieli imprimono all’uomo inclinazioni iniziali: quindi tocca a lui distinguere e scegliere, con l’aiuto della libera volontà che, se ben allineata, vincerà qualunque battaglia con le inclinazioni disordinate dei cieli.

È vero che gli uomini sono sottoposti a Dio, ma sono liberi: Dio ha creato in loro la mente, che i cieli non possono dominare. Perciò, se il mondo devia dal bene, la causa e solo degli uomini (vv. 64-84).

Marco continua nella sua esposizione: l’anima, creata da Dio, che è felicità assoluta, tende naturalmente a ciò che le dà gioia; questa inclinazione, tuttavia, va guidata: perciò è necessario costituire delle leggi ed avere un sovrano che le faccia rispetta­re.

Ma se le leggi ci sono, ora non c’è chi sappia applicarle: il cattivo esempio del papa trascina con sé l’umanità tutta.

Roma, cioè la cristianità, ordinò il mondo a pace e concordia, e questo perché era solita avere due soli, due sovrani dipendenti unicamente da Dio, e l’uno era preposto alla felicità terrena, l’altro a quella celeste.

Ora però i due soli si sono spenti a vicenda: l’autorità spirituale si è unita a quella temporale, perdendo d’efficacia e contravvenendo alla volontà divina (vv. 85-114)

A conferma del suo discorso, Marco ricorda la corruzione della Lombardia, dove in passato, prima delle lotte tra Federico II e la Chiesa, albergavano cortesia e valore.

Solo più tre vecchi virtuosi ancora vi si trovano, suonando a rimprovero per le generazioni presenti, ma si trovano così a disagio che desiderano di ricongiungersi al più presto a Dio.

Tra questi è il buon Gherardo, sulla cui figura D. insiste per sottolinearne le virtù. Ma ora Marco Lombardo non può più seguirli, poiché il chiarore che trapela annuncia la fine della nuvola di fumo da cui egli non può uscire; quindi troncato il discorso, Marco torna indietro (115-145).

[1] Sono puniti nelle prime tre cornici coloro che ebbero amore per il male (superbi, invidiosi, iracondi).

[2] Nei canti X-XI-XII il custode è stato l’Angelo dell’umil­tà; nei canti XIII-XIV l’Angelo della misericordia; nel canto XV appunto gli Angeli della misericordia e della pace; nel canto XVI l’Angelo della pace.

[3] Uomo di corte vissuto nella metà del secolo XIII. Famoso per le sue doti di rettitudine e nobiltà d’animo, altero e pungente con i potenti, viaggiò di corte in corte nell’Italia settentrionale (e fu chiamato lombardo più per questo che non per la nascita di cui non si hanno notizie sicure). Per D. è il portavoce ideale della sua concezione etico-politico e religiosa.

[4] Capitano generale di Treviso dal 1283 al 1306 (e in precedenza di Belluno e di Feltre), uomo retto e valoroso, per cui è qui chiamato il buon Gherardo. Padre della scostumata Gaia e di Rizzardo, ricordato per la sua morte violenta nel canto IX del Paradiso. Fu in ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e probabilmente ebbe un ruolo nella morte di Jacopo del Cassero. D. sembra ignorare tutto ciò o comunque non ne tiene conto, come non tiene contro del suo guelfismo di parte nera. Fu protettore di letterarti ed artisti (già lodato da D. nel Convivio) e pare che sia stato conosciuto da D. personalmente.

[5] Fu vicario di Carlo I d’Angiò, podestà di Firenze nel 1276 e capitano di parte guelfa nel 1277; fu poi podestà di Brescia e di Piacenza. I commentatori antichi esaltano le sue doti di liberalità e le sue virtù cavalleresche.

[6] Forse ghibellino ed esule in Verona, dove D. può averlo conosciu­to; D. ne parla anche nel Convivio (IV, XVI, 6).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

PRIMA CORNICE: SUPERBI

CANTO X

Riassunto: D. e V. salgono per una stretta e tortuosa via alla prima cornice, dove ammirano insigni esempi di umiltà[1] scolpiti nel marmo candidissimo.

I due Poeti vedono da lontano le anime dei superbi, che avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

CANTO XI

Riassunto: Le anime avanzano curve recitando la parafrasi del Padre nostro[2]. Incontro con Olberto Aldobrandeschi[3], che condanna la superbia dei nobili. Colloquio con Oderisi[4], che mostra la vanità della gloria umana. Infine Provenzan Salvani[5] che racconta il suo atto di umiltà sulla terra[6] e accenna all’esilio di D.

CANTO XII

Riassunto: D. su aiuto di Virgilio, contempla gli esempi di superbia punita[7], di cui è scolpito il ripiano sul quale cammina­no. Appare l’angelo dell’umiltà, che rade la prima P dalla fronte del poeta e avvia i due pellegrini alla scala che conduce alla seconda cornice. Salendo lungo il ripido declivio, D. si sente più leggero di prima e V. gliene spiega il motivo[8]. D. si tocca la fronte e scopre che una P. è stata cancellata: V. sorride per l’ingenuità del suo discepolo.

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI

CANTO XIII

Riassunto: I due Poeti giungono alla seconda cornice, dove stanno gli invidiosi. Non vedono anime, ma odono risuonare nell’aria esempi di carità[9]. D. guardando innanzi si accorge che gli invidiosi stanno immobili, seduti lungo la parete, coperti di cilicio del colore della pietra, con le palpebre cucite (come si usa fare agli sparvieri per addomesticarli): si sorreggono a vicenda recitando le litanie dei santi, ascoltando voci cortesi che recitano esempi di carità e voci spaventose che recitano esempi di invidia punita. Incontro con Sapia[10], che ricorda la sua colpa e deride la vanità dei Senesi.

CANTO XIV

Riassunto: Due altri spiriti chiedono a D. di dove egli sia. Il poeta accenna con una perifrasi alla Valle d’Arno. Guido del Duca[11] allora pronuncia una fiera invettiva contro gli abitanti della Toscana e dice che il suo compagno è Rinieri da Calboli[12]. Descrive poi le dolorose condizioni della sua Romagna. I due Poeti riprendo­no il cammino e odono voci che gridano esempi di invidia punita (ad es. le parole di Caino “Chiunque mi incontrerà, mi ucciderà”).

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI -TERZA CORNICE: IRACONDI

CANTO XV

Riassunto: mentre i due Poeti sono volti ad occidente, vengono investiti da una luce intensissima: è l’Angelo della misericordia, che toglie a D. un’altra P. ed avvia i due pellegrini alla cornice superiore.

Mentre salgono, Virgilio chiarisce un dubbio di D. circa le parole di Guido del Duca ma D. non è soddisfatto della spiega­zione che gli sembra un paradosso. Sulla terza cornice D. è rapito da visioni estatiche[13], che gli presentano esempi di mansuetudine. Dopo tali visioni i due Poeti sono avvolti da una nera nube di fumo.

[1] L’Annuncia­zione; David danzante per riconoscenza a Dio; la regina Micol (figlia di Saul, fu data in sposa a David; derise l’entusiasmo del marito davanti all’arca dell’Alleanza e in punizione di questo fu da Dio resa sterile); l’imperatore Traiano ed una vedova che ottiene giustizia.

[2] Lodano e ringraziano Dio, uno e trino, offrendogli la propria volontà, quindi invocano la grazia necessaria alla redenzione ed il perdono dei peccati e Lo pregano di liberare gli uomini dalle tentazioni.

[3] Conte di Santa Flora nel Grossetano, ghibelino, che morì combattendo contro i guelfi.

[4] Famoso miniatore, amico di D. a Bologna.

 [5] Senese, ghibellino, che propose di distruggere Firenze al concilio di Empoli e morì sconfitto proprio dai Fiorentini.

[6] Elemosinare per un amico in prigione che gli valse il condono del periodo da trascorrere nell’Antipurga­torio.

[7] Lucifero che precipita dal cielo; Briareo (Gigante con cento braccia e cinquanta teste) trafitto dal dardo divino di Giove per aver aiutato i Titani; Apollo Pallade e Marte insieme al padre Giove che guardano la disfatta dei Giganti, la distruzione della superba Troia ecc.

[8] Quando le sette P saranno cancellate D. non proverà più fatica alcuna, ma il salire sarà piacere.

[9] I P. odono tre voci: la prima grida le parole di Maria alle nozze di Cana; la seconda ricorda il sacrificio di Pilade in luogo dell’ami­co Oreste; la terza grida le parole di Cristo agli apostoli: “Amate i vostri nemici”.

[10] Gentildonna senese (zia di Provenzan Salvani) di parte guelfa che odiava i ghibellini a tal punto da augurare la sconfitta ai concittadini di quella parte, poi avvenuta ad opera dei Fiorentini a Colle Val d’Elsa (1269).

[11] Visse tra il 1170 ed il 1250. Fu giudice e podestà in diversi Comuni della Romagna ed ebbe fama di uomo giusto e ospitale.

[12] Partecipò attivamente alle lotte che si svolsero in Romagna nel XIII secolo. Fu podestà di Parma e di molte città dell’Italia centrale.

[13] Ad es. la Vergine al Tempio quando cerca Gesù tra i Dottori.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto IX – Riassunto e commento

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G. Dorè, l’angelo portiere

Ci troviamo inizialmente ancora nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone e successivamente nei pressi della Porta del Purgatorio di cui custode è l’angelo portiere, tra il tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua ed il mattino dell’11 aprile, lunedì di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono: Lucia santa martire siracusana[1] e l’angelo portiere.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Tema allegorico: la caratteristica più evidente del canto è la ricchezza di elementi allegorici e simbolici, da cui si intuisce chiaramente che ci troviamo di fronte ad uno dei punti chiave della cantica. Il primo dato è costituito dal sogno di D., dove l’aquila dalle penne d’oro che lo solleva fino alla porta del P. è simbolo della Grazia divina e della giustizia imperiale, che si raccolgono nella figura umana di S. Lucia, colei che aiuta il poeta a superare miracolosamente le difficoltà che gli impediscono di salire al vero regno della penitenza.

Il secondo elemento sono i tre gradini della porta del P., simbolo delle tre fasi della confessione (contritio, confessio oris, satisfactio operis), che sola può introdurre l’anima sinceramente pentita al luogo della purificazione.

Infine si può considerare allegorico tutto l’episodio dell’angelo custode del P., con la spada di fuoco simbolo della giustizia, le due chiavi simbolo del potere ecclesiastico ad ammettere il peccatore alla salvezza, e le sette P. segnate sulla fronte di D., simbolo dei sette peccati capitali, che verranno man mano cancella­ti dall’e­spiazione e penitenza nelle varie cornici.

2) Tema strutturale: la porta del Purgatorio. Nell’arco della narrazione, il canto rappresenta un momento importante poiché chiude una lunga introduzione con i luoghi e le anime dell’Antipu­rgatorio, ed immette direttamente al vero e proprio secondo regno dei morti. Questo passaggio è evidenziato fisicamente dalla presenza della porta.

Da ricordare che una porta aveva anche introdotto all’Inferno (cfr. canto III dell’Inferno); da notare anche come l’Antipurgatorio occupi molto più spazio, quasi un terzo della cantica, mentre la descrizione dell’Antinferno si era risolta in un solo canto. La porta si apre a fatica e pesantemente, a sbarrare il passo al peccato ma anche ad indicare come siano pochi coloro che vi entrano, nonostante la misericordia di Dio, sottoli­neata dalle parole dell’angelo (cfr. v. 127-129).

Dall’aper­tura della porta subito esce il suono di un canto di lode a Dio, così che l’entrata del Purgatorio subito si assimila all’entrata in una cattedrale.

3) L’angelo custode. L’angelo posto a guardia della porta del Purgatorio è la figura che domina il canto, al di là dei signifi­cati allegorici[2] che si concentrano nella sua figura e nelle sue parole. D. aveva già visto esseri angelici: il primo ad aprirgli la porta della città di Dite nel canto IX dell’Inferno, poi l’angelo nocchiero nel II di questa cantica, quando V. gli aveva annunciato che ne avrebbe visti molti (il primo dei quali – nel purgatorio vero e proprio – sarà l’angelo dell’umiltà che cancellerà – canto XII – la prima P, relativa alla superbia, dalla fronte di Dante); ancora nel canto precedente gli angeli che stanno a guardia della Valletta dei Principi.

Questo è però l’angelo che introduce al vero regno dei destinati alla salvezza, dove altri angeli simili a lui si mostreranno sempre più di frequente, ad occupare ed a popolare i luoghi a loro destinati da Dio, come è per i diavoli in Inferno.

Questo angelo ha ancora un altro importante motivo di interesse: si inserisce in quella particolare categoria di personaggi che svolgono la funzione di custodi di un determinato luogo, tanto più in evidenza come l’entrata dell’intero regno purgatoriale.  Esso completa la figura di Catone e propone il confronto con alcune figure infernali, quali Caronte, o Minosse, Flegias e altre ancora.

4) Il sogno. È da rilevare il fatto che D. usi qui un sogno, luogo tipico della retorica letteraria, per narrare come poté superare la ripida costa che portava alla porta del Purgatorio. È espediente tradizionale per inserire avvenimenti miracolosi e fantastici, che il poeta aveva usato in altre opere come la Vita Nuova, ma che colpisce per la sua novità nella Commedia. Si ripeterà ogni notte passata nel Purgatorio (cfr. c. XIX e c. XXVII).

RIASSUNTO TESTO E VERSIONE IN PROSA

Alle tre di notte, quando in Italia l’aurora già si appresta ad imbiancare il cielo, D., vinto dal sonno, si stende sull’erba dov’era seduto insieme ai suoi compagni di viaggio e si addormenta.

Poi, verso l’alba, quando i sogni si fanno più veritieri, vede sul monte Ida, e sopra di sé, in alto, librarsi un aquila dalle penne d’oro, che dopo aver roteato un poco, si cala a piombo su di lui, lo ghermisce e lo rapisce su nel cielo, incendiandosi.

Il calore delle fiamme sognate risveglia D. bruscamente; spaventato il poeta si guarda attorno non riconoscendo il luogo dove si trova (vv. 1-42).

Di fianco a sé D. vede solo V., sono svaniti Sordello e i due principi. Il sole è già alto ed il maestro, riconfortandolo, gli dice che si trova alle soglie del Purgatorio: mentre dormiva infatti, era giunta S. Lucia che presolo tra le braccia lo aveva trasportato fin lassù. Quindi la donna santa, dopo avergli mostrato l’entrata, si era dileguata poco prima che D. si risvegliasse.

Egli allora si rianima e Virgilio, vista cancellata ogni traccia d’ansia sul viso del compagno, si alza per intraprendere la salita alla porta del Purgatorio, seguito da Dante (vv. 43-69).

Dopo un avvertimento al lettore perché noti l’elevarsi dello stile in questo passaggio decisivo del viaggio, D. racconta che, avvicinandosi al punto in cui la cinta di roccia sembra rotta, egli vede una porta con tre gradini di diverso colore[3].

Sull’ultimo è seduto l’angelo: silenzioso, splendente in volto, ha una spada in mano che riflette i raggi del sole verso i due pellegrini, tanto da non poter essere guardata.

L’angelo chiede loro che cosa vogliano e con quale autorizzazione si presentino lì; V. cita la donna santa che li ha guidati, e subito il guardiano, divenuto cortese, li invita ad avanzare.

Dante sale il primo gradino, di marmo bianco, così liscio e lucente che vi si specchia, quindi il secondo, in pietra grezza, nera e crepata, infine il terzo di porfido rosso come il sangue, su cui l’angelo posa ambo i piedi, sedendo sulla soglia, dura come il diamante (vv. 70-105).

Su richiesta di V., D. si getta ai piedi dell’angelo, percuoten­dosi il petto e chiedendo di aprirgli la porta del secondo regno.

L’angelo allora con la punta della spada gli incide sulla fronte sette P. esortandolo a cancellarle nella salita verso la cima del monte.

Poi, tratte da sotto la veste grigia (è il colore della penitenza: tutti gli altri angeli hanno invece la veste bianca)  due chiavi, una d’oro, l’altra d’argento, apre la porta, spiegando come ogni volta che una delle due non funziona, quell’uscio non si apre.

La più preziosa è quella d’oro, simbolo della potestà, ma l’altra, che simboleggia la scienza, esige troppa arte e ingegno per aprire, così da essere quella che scioglie il nodo del peccato.

L’angelo aggiunge che ha avuto le chiavi da Pietro, con la raccomandazione di essere piuttosto indulgente che severo. Quindi spinge l’uscio della porta sacra, avvertendo che chi si volga indietro ne uscirà subito fuori (vv. 106-132).

La porta si apre girando sui cardini massicci con un gran ruggito, (più forte di quello della rupe Tarpea quando Metello volle impedire a Cesare di impadronirsi del tesoro custodito nel tempio di Saturno) che si stempera nel dolce suono di un coro che canta il Te Deum, accompagnato da un suono come di organo (vv. 133-145).

[1] Vergine e martire (Siracusa 283 circa – 304 circa). Martirizzata sotto Diocleziano, il suo culto è molto antico, come testimonia la presenza del suo nome nel canone della messa fin dai tempi di Gregorio Magno. È invocata come protettrice della vista, forse dallo stesso suo nome (L., da luce) oppure da una leggenda secondo cui si sarebbe strappata gli occhi e li avrebbe inviati a Pascasio, innamorato di lei. Festa il 13 dicembre. In molte città e centri italiani, particolarmente dell’Emilia e del Veneto, il giorno di santa L. si usa fare doni ai bambini; nelle zone in cui si festeggia santa L. non c’è la tradizione dei regali natalizi. Come sappiamo è già intervenuta all’inizio del viaggio dantesco (cfr. If. II, 97), qui trasporta D. addormentato dalla valletta fiorita all’ingresso del Purgatorio vero e proprio, sotto forma di aquila, nel sogno del poeta. Per alcuni commentatori è simbolo della Grazia illuminante, per altri della giustizia, per altri ancora, infine della fede. D. la rivedrà nella gloria dell’Empireo (Pd. XXXIII 137).

[2] Posto alla custodia del purgatorio, rappresenta il sacerdote che confessa i peccati. Siede, col volto splendente e la spada sguainata – simbolo della giustizia divina – sulla soglia dura come il diamante, indice della fermezza nell’assegnazione della penitenza. I suoi piedi poggiano sull’ultimo gradino, che simboleggia l’amore ardente per Dio, di cui l’angelo si nutre. Sulla fronte di D. pentitosi, l’angelo traccia con la spada le sette P che significano i sette peccati da purgare nelle sette cornici. L’abito dell’angelo è dimesso perché umile è il sacerdote servo di Dio, ma le chiavi che le vesti nascondono sono d’argento e d’oro a rilevarne i poteri divini, quelli della scienza e della autorità.

[3] Il primo è bianco e simboleggia il primo stadio della confessione, cioè la contrizione; il secondo è violaceo e corrisponde alla confessio oris ed il terzo simboleggia la satisfactio operis: è rosso per l’ardore che occorre nel formare il proponimento di non peccare più.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

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Siamo sempre nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone al tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua. La guida è ancora Sordello da Goito.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i principi negligen­ti che si pentirono alla fine della vita, ed in particolare: Ugolino Visconti[1] e Corrado Malaspina[2].

La pena è quella di restare nella valletta quanto essi vissero.

La struttura del canto si dipana in cinque momenti che vanno sottolineati:

1) al tramonto, la preghiera di lode dei penitenti a Dio;

 2) l’appari­zione degli angeli a guardia della valle;

3) l’incontro e colloquio con Nino (Ugolino) Visconti;

4) l’arrivo e la cacciata del serpente diabolico;

5) il colloquio con Corrado Malaspina.

I temi importan­ti del canto sono: 1) il tema allegorico, annunciato dallo stesso D. con un’apo­strofe[3] diretta al lettore (vv. 19-21); o lettore, aguzza il tuo intelletto e la tua attenzione per comprendere il vero significa­to della scena che ora descriverò, poiché il velo che nasconde il senso allegorico è molto sottile.

Anche in If, IX, 61-63 (O voi ch’ avete gl’ intelletti sani,/ mirate la dottrina che s’ asconde/sotto il velame de li versi strani) c’è una dichiarazione dell’intento allegori­co del poeta, ma qui l’allegoria percorre tutto il canto, con l’apparizione degli angeli a protezio­ne e guardia della valletta dei principi, a simboleggiare l’inter­vento e l’aiuto divino, l’apparizione del serpente come simbolo della tentazione e del peccato, la sua cacciata da parte degli angeli come simbolo della Grazia di Dio che interviene attiva contro il male; tutta la scena riproduce l’immagine del Paradiso terrestre e la situazione del peccato originale.  A questi, si aggiunge un altro elemento allegorico: le tre stelle che appaiono in cielo, simbolo delle virtù teologali.

2) Il tema degli affetti e tema autobiografico: il secondo grande tema del canto è quello dell’amicizia e degli affetti umani.

Qui si parla dell’amore paterno di Nino Visconti, del suo amore coniugale e del suo pudico dolore per il comportamento della moglie, della cortese amicizia che lo legò a D.; e poi ancora del sentimento di generosità dei Malaspina e della sincera, commossa gratitudi­ne, che spinge D. nell’ultima parte del canto ad una delle più intense lodi mai rivolte ai signori del suo tempo. Il tema degli affetti coinvolgendo D., si fonda qui con il tema autobiografico, ed in particolare con il tema dell’esilio, con le ansie del peregrinare di D. di terra in terra alla ricerca di chi, come la famiglia dei Malaspina, sapesse accoglierlo adeguatamente e con liberalità.

3) Il tema della fisicità di D.: Ancora una volta D. propone lo stupore ed il timore dei penitenti di fronte al fatto che lui si trovi in Purgatorio pur essendo ancora vivo.  Questa volta è lui stesso ad annunciarlo, su richiesta di Nino Visconti: e subito Sordello che non si era accorto di nulla, si stringe a V. e gli rivolge lo sguardo a chiederne una spiegazione, mentre Nino Visconti dapprima indietreggia, ma poi subito chiama un’altra anima ad assistere al miracolo. È un’ennesima occasione, con proprie particolarità, per sottolineare la eccezionalità del viaggio e della grazia concessa a D., e per caratterizzarne il rapporto con le anime.

4) Il tema lirico: l’incipit. L’esordio del canto è il celeberrimo era già l’ora che volge il disio: in due strofe D. coglie le immagini ed sentimenti che più intimamente si ricollegano al momento del tramonto; l’attimo di riflessione, la nostalgia per i luoghi lontani ed amati, la malinconia che addolcisce il cuore, il ricordo degli amici, il suono delle campane che annunciano la fine del giorno.

RIASSUNTO

Mentre D., V. e Sordello osservano nella valletta le anime dei principi negligenti giunge l’ora del tramonto, l’ora che fa rivolgere i desideri dei marinai alla loro casa, e che ricolma di nostalgia il pellegrino.

Uno degli spiriti intona l’inno Te lucis ante[4], cui si unisco­no in coro le altre anime, guardando verso l’alto, come attendendo qualcosa.

Dante richiama qui il lettore a cogliere il significato allegorico di ciò che sta per mettere in versi; ed ecco, dal cielo scendono due angeli che si dispongono in alto ai due estremi della valle; essi sono vestiti di verde (paragonabile a quello delle foglioli­ne novelle), e con in mano due spade infuocate e senza punta, che useranno per cacciare l’imminente venuta del serpente; D. alla loro vista, rimane abbagliato mentre Sordello spiega che entrambe vengono dal grembo della Vergine per cacciare il serpente che verrà di lì a poco; D. non sapendo da che parte il demonio sarebbe venuto si spaventa stringendosi a Virgilio; Sordello annuncia che è il momento di scendere nella valle a parlare con le anime dei grandi della terra (vv. 1-45).

I tre poeti scendono nella valletta, e D., nonostante l’oscurità, vi riconosce con gioia il nobile amico Nino Visconti, giudice di Gallura, il quale gli chiede quando fosse giunto in Purgatorio dalle lontane acque del Tevere.

 Alla risposta di D., saputo che egli è ancora vivo, tanto Nino quanto Sordello hanno un moto di meraviglia; subito dopo Nino chiama l’anima di Corrado Malaspina affinché venga ad ammirare questo miracolo della Grazia divina.

Poi, Nino chiede all’amico di ricordarlo alla figlia (novenne) Giovanna affinché preghi per lui, poiché da altri non può attendersi amore, in particolare dalla moglie che non l’ama più, e che con suo danno ha rinunciato alla vedovanza (alle bianche bende vedovili) per risposarsi con Galeazzo Visconti (l’amore delle donne infatti dura poco se non è alimentato dalla presenza e dal contatto con l’amato): ma quando sulla sua tomba verrà messo lo stemma di quella famiglia (la vipera), esso non le farà tanto onore quanto gliene avrebbe fatto quello (il gallo) del casato di Nino[5] (vv. 46-84).

Alzando avidamente gli occhi al cielo, D. vede ora  tre stelle straordina­riamente splendenti, simbolo delle tre virtù teologali, che hanno sostituito, come spiega Virgilio, i quattro astri (le virtù cardinali) visti all’alba in questo emisfero antartico.

All’improvviso, all’imboccatura della valletta, sopraggiunge insidioso il serpente della tentazione che si lecca strisciando, ma contro di lui subito si avventano gli angeli, anche se D. non sa come si siano mossi, mettendo il demonio in fuga.

Quindi, i due ministri celesti tornano nelle loro posizioni di custodia della valle (o forse in Paradiso) (vv. 85-108)

Riprende il colloquio tra le anime, e Corrado Malaspina, che non aveva mai smesso di guardare D. durante l’assalto degli angeli, gli augura di avere tanta volontà (cera) da corrispondere alla volontà divina (lucerna); chiede poi a D. notizie della sua Val di Magra, di cui fu nobile signore, anche se non fu il capostipite della famiglia.

La domanda è occasione a Dante per intessere un alto elogio della famiglia di Corrado, da cui si irradia ovunque la fama di liberali­tà e di virtù.

Corrado gli profetizza allora che nel giro di pochi anni D. potrà sperimentare direttamente e personalmente la loro generosità e cortesia: e sarà quando, esule, sarà dai Malaspina accolto ed ospitato (109-139).

[1]  Figlio di Giovanni Visconti da Pisa e di una figlia del Conte Ugolino della Gherardesca, visse nella seconda metà del Duecento. Prima governatore in Sardegna, poi nel 1285 signore di Pisa insieme col conte Ugolino. Cacciato in esilio dai ghibellini che prevalsero nella città, lottò a lungo ma inutilmente a capo dei fuoriusciti guelfi per rientrarvi. Morì in Sardegna nel 1296. Conobbe D. nelle sue numerose visite a Firenze come capo dei guelfi pisani, e strinse intensa amicizia con lui.

[2] Vissuto nel secolo XIII, morto nel 1294, fu marchese di Villafranca in Lunigiana. D. lo chiama il giovane per distinguerlo dal nonno Corrado Malaspina, l’antico, fondatore di uno dei due rami della famiglia (dell’altro fu capostipite Obizzo).

[3] Figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata.

[4] Sono le prime parole dell’inno, attribuito a Sant’Ambrogio, che la chiesa canta all’ora di compieta per invocare l’aiuto divino contro le tentazioni della notte. L’inno suona così: << Prima che termini la luce, ti preghiamo o Creatore, affinché con la Tua clemenza Tu sia la nostra tutela e custodia. Si allontanino i sogni e i fantasmi notturni, e Tu soggioga il nostro nemico affinché non insozzi i nostri corpi>>.

[5] Beatrice d’Este infatti rimasta vedova di Nino Visconti nel 1296, ritornò con la figlia Giovanna, presso i suoi a Ferrara. Si risposò in seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano, e le nozze furono solennemente celebrate a Modena nel 1300 (o forse nel 1299). Cacciato poi dai Visconti nel 1302 dalla fazione dei Torriani, Beatrice seguì il marito in esilio e nelle tristi vicende che lo portarono in Toscana, semplice soldato di Castruccio Castracani. Quivi Galeazzo morì nel 1328; Beatrice, vedova una seconda volta, poté ritornare in buona fortuna, quando suo figlio Azzo riebbe la signoria di Milano.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

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Sordello quando sa di avere dinanzi Virgilio gli abbraccia le ginocchia e lo onora; si offre poi come guida per i due poeti lungo un sentiero appena in salita fino a dove la costa del monte si apre in una piccola valle, ridente dei mille colori di fiori ed erbe, che la natura ha fatto crescere per la particolare dignità dei penitenti che hanno qui la loro sede.

Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, ed in particolare nella valletta fiorita[1](e ci staremo fino al IX canto), nel tardo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto oltre a Sordello sono i principi negligenti che si pentirono alla fine della vita di aver distolto il pensiero da Dio a causa delle preoccupazioni di governo.

È il quarto ed ultimo gruppo di penitenti[2]; tra di essi ritroviamo nell’ordine: Rodolfo d’Asburgo, Ottacchero di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona, Car­lo I d’Angiò, Pietro o Alfonso III d’Aragona, Arrigo III di Inghil­terra, Guglielmo VII di Monferra­to.

La pena per questi importanti personaggi è quella di restare nella valletta quanto vissero; cantano il Salve regina, e ogni giorno, al tramonto assistono alla tentazione del demonio e alla cacciata di lui da parte degli angeli.

Il tema principale: la condanna dei principi responsabili dell’anarchia europea.

RIASSUNTO

Conclusi i ripetuti abbracci al concittadino, Sordello chiede ai due pellegrini di rivelare i loro nomi.

Virgilio allora si presenta, provocando la stupita ammirazione, la reverenza e la commozione del poeta di Goito, che si inchina.

Dopo aver pronuncia­to parole di elogio, viene a sapere che il poeta latino si trova relegato nel Limbo, in compagnia dei bambini nati senza battesimo e di tutti coloro che non poterono conoscere e quindi praticare le virtù teologali.

Virgilio spiega ancora le ragioni del suo viaggio, e chiede consiglio sulla direzione e sulla strada più breve per salire alla porta del vero e proprio Purgato­rio (vv. 1-39).

Sordello si propone come guida ai due poeti fin dove gli è concesso spingersi, e avvisa che poiché di notte in Purgatorio non si può avanzare verso l’alto, occorre trovare un luogo piacevole ove attendere l’alba[3].

Virgilio chiede a Sordello di guidarli in un luogo piacevole: i tre si avviano allora verso una valletta incassata nella roccia, lussureg­giante di fiori e profumi ed erbe delicate che nessun colore dei pittori può superare. Sul suo verdissimo prato stanno sedute numerose anime che cantano il Salve Regina (vv. 40-84).

Sordello, mentre si avvicinano, indica dall’alto i personaggi che popolano questo luogo, tutti principi negligenti che trascurarono il pensiero di Dio, per le occupazioni del governo: Rodolfo[4], triste che non canta con gli altri, che avrebbe potuto sanare i mali dell’Italia; Ottacaro[5], re di Boemia, che fu più virtuoso del figlio Venceslao II, il quale invece si nutrì di lussuria ed ozio; Filippo III[6], re di Francia, che si batte il petto, e Enrico I di Navarra[7], che sospira, entrambi addolorati per la vita viziosa e turpe del loro congiunto Filippo IV[8], il mal di Francia (vv. 85-111).

L’elenco continua con il robusto Pietro III d’Aragona[9] e con Carlo I d’Angiò[10]; Pietro III fu nobile e valente, ma le sue virtù non si trasmisero ai suoi eredi (Giacomo II[11]  e Federico II[12]). Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto[13] che, morto prematuramente, siede ora accanto a lui.

Da questo episodio, Dante trae lo spunto per dimostrare che la virtù non si eredita dai padri, ma discende da Dio, come una grazia.

Ciò vale anche per il nasuto Carlo I d’Angiò, e per Pietro III d’Aragona che canta al suo fianco: gli  eredi  del primo (Carlo II lo zoppo) opprimono i regni di Napoli e di Provenza.

Tanto Carlo II è minore di Carlo I, quanto ha maggior ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro III d’Aragona) Costanza  (figlia di Manfredi e quindi nipote di Federico II di Svevia) di quanto ne avessero Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie di Carlo I) del loro (in altre parole per D. Pietro III d’aragona fu assai superiore a Carlo I d’Angiò).

Sordello addita ancora Arrigo III d’Inghilterra[14], seduto in disparte, il cui seme darà miglior frutto (D. si riferisce ad Edoardo I che fu principe valente e saggio e morì nel 1237) e poi, posto in luogo più basso, Guglielmo VII[15], alla cui morte seguì una dolorosa guerra civile nelle regione del suo marchesato nel Monferrato e nel Canavese (vv. 112- 136).

[1] Proprio al di sotto della porta del Purgatorio.

[2]  La prima schiera incontrata è stata quella degli scomuni­cati (sulla spiaggia); la seconda quella dei pigri e la terza quella dei morti per violenza.

 [3] Coloro che devono trascorrere un certo periodo di tempo nell’Antipurgatorio, non hanno una sede fissa ma possono muoversi tutto intorno alla costa del monte e salire verso la porta del Purgatorio; ma in tutto il colle si può procedere solo fino a che il sole non tramonta, poi bisogna arrestarsi fino all’alba, o muoversi in tondo e verso il basso, poiché senza la luce non si può vedere il cammino verso l’alto; così senza la luce della Grazia il cristiano non può avanzare sulla giusta strada della purificazione e del bene.

[4] Imperatore della casata Asburgo, nato nel 1218 e morto nel 1291. Già rimproverato nel canto VI da D. per aver trascurato gli interessi e le vicende dell’Italia.

[5] Eletto re di Boemia nel 1253, e morto nel 1278. Combatté fieramente contro Rodolfo imperatore.

[6] Re di Francia, nato nel 1245 e morto nel 1285, detto l’Ardito, ed in questo canto chiamato Nasetto per il suo piccolis­simo naso. Morì fuggendo dall’esercito di Pietro III d’Aragona, umiliando così la casata di Francia, che aveva per simbolo il giglio. Fu padre di Filippo IV il Bello che D. chiama il mal di Francia.

[7] Re di Navarra, morto nel 1274, suocero di Filippo il Bello, in quanto padre della di lui moglie Giovanna.

[8] Re di Francia (1285-1314), figlio appunto di Filippo III l’Ardito e d’Isabella d’Aragona. In politica estera pose fine (1291) all’impresa iniziata dal padre contro l’Aragona per aiutare gli Angioini di Napoli. L’episodio più spettacolare del suo regno riguarda le relazioni con la Santa Sede. Un primo conflitto scoppiò nel 1296, a causa delle decime cui il sovrano voleva sottoporre il clero francese. Il papa Bonifacio VIII rispose vietando ai chierici di fornire sussidi ai laici senza l’espressa autorizzazione della Chiesa romana. Il re allora, per colpire le finanze del papato, proibì ogni uscita d’oro e d’argento del regno (17 agosto 1296). Dopo aver protestato (bolla Ineffabilis amoris, 20 settembre 1296), il papa cedette (1297). Quando nel 1301 il re fece arrestare il vescovo di Pamiers, il papa reagì con la bolla Ausculta, fili e convocò un concilio per prendere le decisioni necessarie. F. a sua volta riunì un’assemblea di baroni, prelati e rappresentanti delle città (10 aprile 1302), che proibì ai vescovi di partecipare al concilio. A questo punto il papa, dopo aver richiamato i tradizionali princìpi della supremazia pontificia, e anzi averli esasperati, nella bolla Unam Sanctam (novembre 1302), si decise a scomunicare il sovrano quando, ad Anagni, fu assalito da Guglielmo di Nogaret e da uomini assoldati dai Colonna (7 settembre 1303). Liberato dalla popolazione locale, morì a Roma un mese dopo.

[9] Re di Aragona, detto il Grande, nato nel 1236 e morto nel 1285. Di lui si tramandano le grandi virtù politiche e guerriere.

[10] Nato nel 1220, morto nel 1285, fu re di Francia e partecipò attivamente alle lotte politiche italiane tra guelfi e ghibellini. Nonostante sia rappresentato qui tra le anime salvate, D. ha spesso parole di aspro rimprovero e di condanna verso di lui, come verso molti della sua famiglia.

[11] Giacomo II, re di Sicilia dal 1285 al 1296 e alla morte del fratello Alfonso III (1291), divenuto re d’Aragona.

[12] Federico II,  re di Sicilia, dal 1296 al 1337.

[13] Nel giovanetto che siede dietro a Pietro III d’Aragona si è visto uno dei suoi figli, probabilmente il piccolo Pietro, morto prima del grande padre senza poter salire al trono. Altri preferi­scono vedere in lui il figlio Alfonso III, nato nel 1265 e morto nel 1291, che per sei anni ereditò effettivamente il trono paterno.

[14] Re di Inghilterra, nato nel 1207 e morto nel 1272, con fama di uomo semplice e buono. Figlio di Giovanni Senzaterra, lottò a lungo contro la casata di Francia per difendere i possedimenti inglesi sul continente. Fu padre di Edoardo I, che ebbe fama di saggio legislatore.

[15] Marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, detto Spadalunga. Fu vicario imperiale, e a capo dei ghibellini lottò con molte città guelfe. Qui D. fa riferimento all’episodio di quando egli si recò ad Alessandria per sedare una sommossa, ma fu catturato e messo in una gabbia di ferro, nel 1290, dove rimase per due anni fino alla morte; in conseguenza di ciò il figlio Giovanni I scatenò una sanguinosa guerra che dilaniò il Monferrato ed il Canavese.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI – Riassunto e commento

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Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone nel primo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i negligenti che morirono di morte violenta e si pentirono solo al momento di questo evento.

I poeti incontrano alcuni personaggi di minore importanza rispetto a quelli di cui si è discusso nel precedente canto: Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati, Federigo Novello, Gano detto Farinata degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier della Broccia, Sordello.

La pena è sempre quella di girare affannosamente intorno al monte cantando il Miserere.

Il tema principale: la condanna dell’anarchia politica e la riaffermazione della necessità dell’impero universale, ma anche la questione teologica, con il tema della preghiera. Il tema politico si estenderà anche al canto successi­vo[1].

I poeti incontrano diverse anime che si affollano intorno a D. per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere; così come il vincitore di una partita a dadi (dado in ebraico si dice zarah e in arabo zahr)[2], mentre il perdente si esercita ancora, deve fare l’elemosina a quanti lo circondano per evitare che lo pressino, anche D. deve promettere preghiere per non farsi pressare dalla folla di anime negligenti che gliene richiedono[3] (vv. 1-12).

Qui D. incontra Benincasa da Laterina[4] che ricevette la morte dal feroce Ghino di Tacco[5], e Guccio dei Tarlati[6], un ghibel­li­no, che annegò nell’Arno inseguendo i Bostoli[7] di Arezzo (oppure morì inseguito nella battaglia di Campaldino o nello scontro di Bibbiena) (vv. 13-15).

In questo luogo pregava a mani tese Federigo Novello[8] e Gano (Farina­ta) degli Scornigiani a causa del quale divenne grande suo padre Marzucco (vv. 16-18)[9].

D. vede poi Orso degli Alberti[10] con l’anima divisa dal suo corpo per odio ed invidia e, come diceva lui, non per un suo tradimen­to e infine nota Pier della Broccia[11] per la cui anima procuri di pregare Maria di Brabante (la regina di Francia che lo accusò ingiustamente), al fine di evitare di essere lei posta nella schiera dei falsi accusatori ( nell’Inf. XXX, tra i falsari della parola) (vv. 19-24).

D. riesce a liberarsi dalle anime che pregavano soltanto perché altri pregassero per loro, in modo da affrettare la loro santifi­cazione[12] e si rivolge[13] a V. chiedendo perché in un passo del­l’E­nei­de (Aen, VI, 376) il Mantovano nega che la preghiera degli insepolti[14] possa avere effetto sugli dei[15], dal momento che le anime dei negligenti pregano solo perché i vivi possano mutare il giudizio divino abbreviando le loro pene; sarebbe vana la loro speranza o D. non ha inteso il testo virgiliano? (vv. 26-33).

V. replica che il suo passo non è difficile da interpretare e che la speranza delle anime negligenti non è vana; se si guarda con la mente libera da errori[16], si capirà che non viene sminuito il giudizio divino se la carità umana riesce a compiere in un istante ciò che a Dio è dovuto dalle anime espianti[17].

Nell’Eneide V. non poteva utilizzare una tale dottrina perché nel I secolo a.C. la preghiera era disgiunta da Dio (cioè non gradita a Lui), in quanto nasceva dal cuore dei pagani[18] (vv. 34-42).

Tuttavia D. non può cercare di risolvere un problema così alto con la sola ragione, se non lo aiuterà colei (che qui rappresenta la teologia) che sta tra l’intel­letto e la luce; cioè Beatrice che lo attende, ridente e felice, in alto nel Paradiso terrestre[19] (vv. 43-48).

D. sollecita V. a velocizzare il passo[20] perché non è più stanco come prima.

V. risponde, moderando la fretta di D., che prosegui­ranno finché farà giorno ma che il fatto è ben diverso da come lui lo immagina perché prima di arrivare in cima dovranno trascorrere due giorni, dovrà cioè rivedere quel sole che ora non illumina la zona dove stanno salendo, per cui D., restando all’om­bra, non interrompe i suoi raggi[21] (vv. 49-57).

I due poeti scorgono in disparte, in atteggiamento assorto e disdegnoso[22], un’anima italiana (lombarda) che senza alcun gesto o parola guarda verso di loro. Gli si avvicinano per conoscere un cammino più agevole, ma quello non risponde alla richiesta di V. e chiede loro chi siano.

Non appena V. inizia a presentarsi nominando Mantova come città di origine, l’ombra si lancia commossa verso di lui, dichiarandosi anch’ella mantovana e dicendo di essere Sordello da Goito[23] Le anime si abbracciano fraternamente (vv. 58-75).

D., vedendo tanto amore per la propria patria, prorompe in una amara e aspra apostrofe contro l’Italia, nave senza nocchiero, non signora delle genti ma luogo di corruzio­ne, lacerata da lotte intestine (vv. 76-78).

L’anima di Sordello fu così pronta a far festa ad un suo concittadino solo in virtù della concittadinanza ed invece in Italia oggi gli abitanti si fanno guerra e si dilaniano i viventi che appartengono alla stessa città. Non c’è un luogo dalla costa alle zone più interne che possa godere della pace (vv. 79-87).

Dante continua la sua appassionata polemica politica chiedendosi a che cosa siano servite le leggi di Giustiniano (che G. abbia messo a posto il freno) se manca qualcuno che le applichi (la sella è vuota), cioè un imperatore.

L’invettiva si rivolge poi alla Chiesa, che ostacola il potere temporale dell’imperatore per indebite brame di ricchezza[24].

L’apostrofe si fa quindi diretta contro l’imperatore Alberto d’Asburgo[25], la cui politica trascura completamente l’Italia, dove in ogni città c’è guerra (tra Montecchi[26]  e Cappelletti[27]) a tal punto che pare che Dio abbia distolto lo sguardo da lei: su di lui e sul padre Rodolfo D. richiama la giusta punizione di Dio (vv. 88-126).

L’invettiva si chiude con la sarcastica apostrofe a Firenze, dove per avido desiderio tutti i cittadini cercano di impadronirsi delle cariche pubbliche senza che ci sia il minimo senso della giustizia, cambiando continuamente le leggi, trasformando la città in un malato che si agita di continuo nel tentativo vano di alleviare il dolore (vv. 127-151).

[1] I canti sesti della Commedia sono tradizionalmente considerati come <<canti politici>>, in un disegno di analogie e riferimenti in cui oggetto della polemica dantesca è prima Firenze, con la figura di Ciacco nell’Inferno, l’Italia con Sordello, nel Purgatorio, e infine l’Impero e i destini del mondo, con Costantino nel Paradiso. Nel Purgatorio, prendendo spunto dalla nobile figura di Sordello elevato a simbolo dell’amor patrio, l’argomento è trattato nella forma dell’invettiva, con l’apostrofe (figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata) diretta alla serva Italia dilaniata ovunque da lotte interne; ma da qui prende lo spunto anche l’aspra polemica con Papato e Impero, i due massimi poteri universali, e l’amaro sarcasmo con cui si rivolge all’amata e odiata Firenze nella chiusa del canto.

[2] L’esordio del canto, con la descrizione realistica di un gioco da strada e del comportamento psicologico e fisico dei partecipanti, rievoca vivacemente il mondo cittadino medievale.

[3] D. non vede negativamente la richiesta di preci che del resto è disposto ad esaudire, ma l’insistenza nel chiedere di queste anime; aveva infatti appena finito di esaltare la discrezione di Pia e questa scena è collocata a ridosso dell’incontro con Sordello che, addirittura, lascia che i due pellegrini si allontanino senza parlare..

[4] Fu podestà di Bologna nel 1285 e noto giureconsulto che emise per dovere del suo ufficio di giudice diverse condanne a morte nei confronti dei famigliari del senese Ghino di Tacco.

[5]Nobile senese della famiglia della Fratta che cacciato da Siena divenne famoso ladro in Maremma; per vendicarsi di Benincasa, si presentò un giorno a Roma in un processo, in cui il suo avversario sedeva tra i giudici. Nel tribunale stesso lo uccise e lo decapitò, senza che nessuno dei presenti osasse intervenire. Ghino si riconciliò poi con Bonifacio VIII (a cui aveva sottratto il castello di Radicofani) che gli fece ottenere anche il perdono di Siena. Venne assassinato ad Asinalonga ed è un personaggio del Decamerone..

[6] Signore di Pietramala in territorio Aretino.

[7] Guelfi fuoriusciti da Arezzo.

[8] Figlio di Guido Novello, che per sette anni governò Firenze, come vicario di Manfredi. Ebbe per madre una figlia di federico II. Fu ucciso sembra o dai suoi stessi parenti nel Casentino nel 1289 o dai Bostoli nel 1291.

[9] Gano fu ucciso dal conte Ugolino nel 1287; suo padre uomo politico importante e poi francescano dal 1286 venne conosciuto da D. probabilmente in Santa Croce; è definito grande perché quando il figlio morì fece la predica ai suoi parenti affinché si riconciliassero con il nemico e addirittura volle baciare la mano di colui che uccise Gano.

[10] Figlio del conte Napoleone della famiglia degli Alberti di Mangona, vicino a Firenze, fu ucciso dal cugino Alberto nel 1286, in vendetta della morte del padre. Il padre Napoleone e lo zio Alessandro, sono posti da D. nella Caina, tra i traditori dei parenti..

[11] Pierre de la Brosse, di umile nascita, ebbe fama di chirurgo, e fu favorito sotto i re di Francia Luigi IX e Filippo III l’Ardito. Accusò giustamente la seconda moglie di Filippo, Maria di Brabante, di aver eliminato col veleno, il figliastro Luigi allo scopo di assicurare al proprio figlio Filippo il Bello la successione al trono. Fu impiccato per volere dello stesso Filippo III, per l’accusa (infondata) di tradimento mossagli dalla regina e dai cortigiani: gli si attribuì infatti un’intesa segreta ai danni della Francia, con Alfonso di Castiglia, durante la guerra scoppiata nel 1278 tra Filippo III e Alfonso X.

[12] Questa rassegna di persone uccise è presentata da D. per un duplice scopo: offrire una visione della tragica storia dei suoi tempi, con episodi tratti dalle vicende toscane e della casa di Francia; rafforzare l’idea religiosa di un legame, ancora possibile, con quelle anime – ingiustamente colpite nel loro umano destino – per mezzo della preghiera, quasi riparazione per il male che ricevettero in vita e argomento di carità, al di fuori della vendetta e della dimenticanza, affrettando ad esse la visione di Dio..

[13] Per il Momigliano sarebbe la prima digressione dottrinale del Purgatorio.

[14] Palinuro prega inutilmente la Sibilla cumana per essere traghettato al di là dell’Acheronte.

[15] È questo un tentativo di conciliare le teorie virgiliane con la Scrittura: preoccupazione di D. che considera Virgilio il savio dei savi.

[16] Nel Concilio II di Lione del 1274, fu definito come dogma di fede, il valore e l’efficacia dei suffragi, conforme agli argomenti biblici e alla tradizione dei Padri della Chiesa. Nel IV secolo era stata dichiarata eretica la teoria di Ario, sacerdo­te nativo del Ponto, che ne­gava l’effica­cia dei suffra­gi per i defun­ti. Per suffra­gi si intendono il sacrificio della Messa, le indulgenze, le orazioni, i digiuni, le elemosine, pre­sentate a Dio come domanda e supplica, in virtù della solidarietà soprannaturale, cioè del dogma della comunione dei santi. Nell’età di D. l’eresia di Ario era ripresa dai Catari; D. non poteva permettere che le opinioni di Virgilio assomigliassero a quelle di questa setta eretica. D. non li combatte mai direttamente (anche se nel Paradiso applaudirà San Domenico perché ha combattuto gli Albigesi, appunto una corrente catara) ma era troppo importante in Firenze l’influen­za del catarismo perché egli potesse disinteressarsi del problema.

[17] L’amore umano in definitiva può sostituirsi all’inesorabi­lità del fato pagano.

[18] Nel IV canto (v. 134) D. afferma infatti che le preci per essere efficaci devono <<surger su di cuor che in grazia viva>>; questo accenno ai pagani gli serve cioè per sottolineare che non serve comprare le indulgenze.

[19] Virgilio sa di aver dato una spiegazione incompleta (e lo sa anche D. che in seguito ritornerà sull’argomento) e rimette non alla pura ragione ma alla teologia, la spiegazione dogmatica. Tra l’intelletto e il vero occorre un lume, che dia allo stesso intelletto la forza di conoscere la verità divina, e Beatrice, scienza teologica, sarà questa forza rivelatrice del grande problema. D. ha chiamato Virgilio “luce mia” (v. 29) ma ora Virgilio lo ammonisce che la pienezza della luce è Beatrice.

[20] Il ricordo di Beatrice lo spinge infatti ad aver maggior fretta.

[21] Sono circa le tre del pomeriggio perché il sole sta tra il monte ed i poeti.

[22] E’ stata paragonata alla figura di Farinata; per certi versi se ne distacca perché Farinata è ammirato da D. quale inflessibile capoparte, mentre attraverso l’invettiva cui Sordello dà occasione, D. ci dà una condanna dei partiti politici. Ma le due figure si assomigliano perché hanno una immobilità statuaria, un atteggiamento non indifferente ma distaccato; ambedue vogliono collocare l’interlocutore nella loro sfera di interessi, sapere a che paese o città D. appartiene; ambedue hanno la loro città in cima ai loro pensieri.

[23]  Nato a Goito vicino a Mantova nei primi decenni del secolo XIII fu buon trovatore e raggiunse i suoi maggiori successi poetici intorno alla metà del secolo.

Visse presso numerose corti: a Ferrara presso Azzo d’Este, a Verona presso Riccardo di San Bonifacio; qui si invaghì della moglie di lui Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, con pericolose conse­guenze perché poi la rapì o ne agevolò la fuga.

Trovò cortese ospitalità presso la corte provenzale di Raimondo Berlinghieri IV, dove operò come poeta ma soprattutto come politico, dimostrando abilità ed energia.

Fu presso Carlo I d’Angiò, che accompagnò nella discesa in Italia, ottenendo alcuni castelli in Abruzzo.

Fu poi imprigionato dal re e liberato per la mediazione di Clemente VI. Morì nel 1269 o poco dopo. Nella sua permanenza in Provenza perfezionò la conoscenza della lirica, egli aderiva alla scuola tolesana per quanto riguarda la poesia d’amore, scuola che considerava la donna come una necessaria guida all’elevazione dell’uomo.

Non abbiamo documenti della sua poesia in volgare. D. fu forse attratto dalla sua poesia politica dove si evidenziano fierezza di sentimenti e indipendenza di pensiero, con le quali egli polemizza contro la corruzione e l’ignavia di tanti potenti del tempo. In particolare D. conobbe un poemetto didascalico “Ensegnamen d’onor” (un trattato di cortesia ed etica cavalleresca che contiene fiere invettive contro i potenti che hanno perso le vere doti del signore) e specialmente il “compianto in morte di Ser Blacas” in cui Sordello dà una rassegna politica dei signori d’Europa (Federico II, i re di Francia, di Navarra e di Spagna, i signori di Provenza) cui unisce sarcasmo per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore di Ser Blacas per acquistarne la virtù ed il coraggio. Non sappiamo perché D. lo ha inserito in questo canto, non è un pigro né un “morto per forza”; forse è semplicemente un tardi-pentito (solo nella maturità infatti abbandonerà la spregiudicatezza dell’avventuriero per dedicarsi all’austerità).

[24] D. probabilmente potrebbe far riferimento alternativamente a due brani delle scrittu­re: “date a Cesare quel che è di Cesare” (Matteo XII, 21; Luca XX, 25) ed “il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni XVIII, 36), con diverse conseguenze nell’interpre­tazione; nel primo caso infatti D. si potrebbe riferire agli uomini “devoti” in generale, mentre nel secondo caso soltanto agli uomini di chiesa.

[25] Ucciso dal nipote Giovanni duca di Svevia fu imperatore dal 1298 al 1308, figlio a sua volta di Rodolfo, imperatore dal 1273 al 1791. Per D. l’impero è vacante dalla morte di Federico II (1250) all’incoronazione di Arrigo VII (1308), poiché Alberto d’Asburgo non era sceso in Italia ed aveva addirit­tura permesso a Bonifacio VIII di nominarsi suo vicario, con evidente confusione tra potere spirituale e potere temporale.

[26] Filoimperiali: ghibellini di Verona abbattuti dai San Bonifacio.

[27] Antiimperiali: guelfi di Cremona abbattuti dai Palavicino. Questa famiglia come quella dei Montecchi appartengono a fazioni che con la loro azione condussero alla rovina la Lombardia.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto V – Riassunto e commento

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Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone.

Il personaggi descritti nel canto che è drammatico mentre il precedente era, come abbiamo visto,  elegiaco sono: Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro, Pia dei Tolomei; ciascuna di queste anime narra la sua tragica morte, dovuta alla ferocia umana e all’anar­chia politica.

I poeti incontrano una terza schiera di peccatori: essa è costitui­ta dagli spiriti negligenti, che appunto morirono di morte violenta e si pentirono solo al momento di questo evento.

La pena è quella di girare affannosamente intorno al monte del Purgatorio cantando il Miserere; essa non è tuttavia determinata nel tempo perché forse varia secondo la natura più o meno grave dei peccati o secondo la minore o maggiore profondità del pentimento.

Il tema principale: la vanità e l’assurdità dell’odio e della vendetta.

I due poeti si sono allontanati dalla schiera dei negligenti, quando uno di questi si accorge che forse D. ha un corpo umano, e allora lo indica e avverte ad alta voce i compagni che D. non risplende come le anime del P.[1] e fa ombra a sinistra (i poeti danno ora le spalle ad oriente ed il sole li colpisce dalla parte destra, facendo ombra a sinistra). D. si gira a guardare, le anime si meravigliano (forse per il ricordo e per la speranza di tornare un poco alla loro vita mortale) (vv. 1-9).

  1. rallenta quindi il cammino. e V., per paura che possa verifi­carsi di nuovo un episodio come quello di Casella, lo rimprove­ra un po’ aspramen­te[2]: la sua mente non deve distrarsi, non deve importar­gli ciò che nel P. si dice e deve lasciar dire, deve stare saldo come una torre che non muove la cima per il vento; non deve accadere che un pensiero si sovrapponga ad un altro e ne indeboli­sca la forza: diversamente D. rischia di rimandare ad altro tempo il perseguimento dei suoi impegni e delle sue responsabilità (vv. 9-18).
  2. risponde che si affretta e arrossisce di vergogna per il rimprovero, di quel rossore che talvolta fa l’uomo degno di perdono (D. è cioè sinceramente pentito) (vv. 19-21).

I due poeti vedono avanzare lungo la costa del monte, di traverso, una schiera di anime che cantano il salmo della penitenza Miserere (Signore, abbi pietà di me: ciò aiuta la purificazione) un verso dopo l’altro; le anime si accorgono che D. non fa passare i raggi del sole e sostituiscono il salmo con una esclamazione di meraviglia lunga e rauca[3] (vv. 22-27).

Due anime in funzione di messaggeri corrono incontro ai due poeti e domandano di renderli edotti circa la loro condizione (forse queste due anime sono curiose perché hanno lasciato la terra da poco tempo).

  1. dice alle anime che possono tornare indietro e riferire che effettiva­mente D. è di carne; esse devono essere contente di questo fatto perché il poeta, se sarà accolto con cortesia, renderà loro la desiderata carità della preghiera (vv. 33-36).
  2. afferma che la velocità con cui le due anime tornarono a riferire verso l’alto alle altre è superiore sia a quella delle stelle cadenti, sia a quella dei lampi che attraver­sano le nubi d’agosto al tramonto[4]; con la stessa velocità le anime ricongiunte corrono sfrenatamente[5] verso i due poeti (vv. 37-42).
  3. invita D. ad ascoltare le preghiere delle anime ma a non rallentare il cammino, per evitare di perdere troppo tempo (vv. 42-45).

Le anime in coro si rivolgono al poeta (conformemente alla legge spirituale che è propria del Purgatorio), riconoscono che egli, ancor vivo, sta facendo un cammino di purificazione e gli chiedono di rallentare affinché possa eventualmente riconoscere qualcuno tra loro, per riportare notizie ai cari in terra; comprendono con dispiacere il fatto che D. non si fermi[6] e gli fanno presente di essere stati uccisi tutti violentemente e di essere stati peccatori fino all’ultimo momento[7], aggiungono poi però, ed è questo il messaggio principale non solo del canto ma di tutta la cantica, che nel momento della conversione hanno anche perdonato i loro uccisori e si sono pacificati con Dio[8] (vv. 46-57).

  1. risponde alle anime con estrema gentilezza: egli non ne riconosce alcuna ma, in nome di quella pace che egli sta cercando (ossia la pacificazione con sé stesso, con gli altri e con Dio), si dispone ad esaudire le richieste che le anime desiderano muovere (vv. 57-63).

Una delle anime, che poi si rivelerà Jacopo del Cassero[9], afferma di non avere bisogno di giuramenti per rassicurarsi circa la volontà di D. di pregare per le anime, perché la sola impossibilità potrà troncare una tale volontà.

Aggiunge poi di essere la prima a parlare tra le anime e supplica D., se mai si dovesse recare nella Marca anconeta­na, di pregare per lei in Fano, così che le persone in grazia di Dio possano accomunarsi a tale preghiera e Jacopo riesca così a purgarsi i suoi gravi peccati (vv. 64-72).

Jacopo afferma di essere originario di Fano ma di essersi procurato altrove le sue profonde ferite da cui sgorgò il sangue ove l’anima sua ha sede[10]; precisamente nel grembo di Anteno­re[11], cioè nel padovano, là dove Jacopo si credeva al sicuro dalle vendette del marchese Azzo VIII (vv. 73-76); là questi lo fece uccidere perché lo aveva in odio più di quanto al Cassero interes­sasse perseguire la giustizia, cioè oltre il limite del giusto[12] (vv. 77-78).

Jacopo aggiunge che se fosse fuggito verso Mira[13], quando fu raggiunto dai sicari ad Oriago, forse sarebbe ancora vivo; ma al contrario decise di correre verso la palude dove si impigliò nelle canne e nel sangue e cadde; e lì si vide cadere in una pozza di sangue[14](vv. 79-84).

Subito un altro personaggio augura a D. di poter raggiungere la cima del Purgatorio ed in cambio chiede la sua preghiera, dal momento che sua moglie Giovanna ed i suoi cari[15] non pregano per lui, ed è per questo che triste cammina tra le anime a testa bassa (v. 85-90). Si tratta di Buonconte di Montefeltro[16] a cui D. chiede immedia­ta­mente notizie circa la sua fine e la sua sepoltura, dal momento che nessuno ne conosce il luogo[17] (vv. 85-93).

L’anima risponde che giunse a piedi[18] e macchiando di sangue la pianura a causa di un foro in gola là dove il fiume Archiano[19],  affluente di sinistra, si confonde con l’Arno[20]; qui perse la parola e la vista ma spirò con il nome di Maria sulle labbra ed in quel luogo rimasero soltanto le sue spoglie mortali, il peso inerte della carne (vv. 94-102).

Subito si accese una disputa tra il demonio e l’angelo di Dio che prese l’anima di Buonconte; il demonio non potendo utilizzare gli stessi argomenti che aveva utilizzato con Guido di Montefeltro[21], ricorre all’ironia (che è una forma di protesta) affermando che un’anima non può salvarsi per una lacrimetta[22]. Ma perduta l’anima al demonio non rimane che infierire sul corpo (vv. 103-108)[23].

Buonconte che si affida alla sapienza di Dante gli ricorda, sintetizzando la teoria aristotelica della pioggia, che nell’aria si condensa in nubi quel vapore acqueo che appena sale nell’atmo­sfe­ra ed incontra le correnti di aria fredda, diventa acqua.

Aggiunge che è potere e fu volere del demonio muovere appunto le nubi per scatenare una tempesta[24]: sopraggiunta la notte infatti Satana coprì di nebbia la valle del Pratomagno e rese l’aria così satura di umidità che si trasformò in tanta acqua che la terra non riuscì ad assorbire; e appena tale acqua confluì nei torrenti arrivò così velocemente in Arno che nulla poté trattenerla (vv. 109-123).

Così l’Archiano trovò il corpo gelato di Buonconte sulla foce e lo sospinse in Arno con una violenza che sciolse la croce che il montefeltrino aveva formato sul suo petto quando lo vinse il dolore dei propri peccati; il povero corpo fu voltato e rivoltato sulle rive e sul fondo del fiume e alla fine coperto di detriti[25] (vv. 124-129).

A questo punto della narrazione si fa sentire la voce di una terza anima che chiede a D. di ricordarsi di lei quando ritornerà nel mondo; dice di chiamarsi Pia[26], di essere nata a Siena e di essere morta in Maremma, come sa bene[27] colui che prima di sposarla l’aveva inanellata con una gemma (Pia si è cioè fidanzata e sposata nella stessa cerimonia) (vv. 130-136)[28].

[1] Ciò ci è già stato detto da D. con riferimento a V. ai vv. 29-30 del III canto (<<di retro a quel condotto/ che speranza mi dava e facea lume>>) nel momento in cui i due stanno risalendo la montagna del  Purgatorio con grande difficoltà.

 [2] Alcuni commentatori, ad esempio il Tommaseo, hanno ritenuto sproporzionata la reazione di V. per un piccolo rallentamento (ma forse proprio i piccoli rallentamenti sono i più pericolosi e comunque la vicinanza dei pigri richiedeva un intervento alto e vibrante). Forse D. si riferisce in particolare a coloro che criticavano il suo atteggiamento politico e morale che gli aveva precluso il suo ritorno in Firenze. Non c’è dubbio che V. esorta il discepolo non soltanto a non distrarsi dal suo dovere religioso (la conquista del libero arbitrio) ma anche da quello terreno, morale-poitico: una volta presa una decisione, bisogna agire, checché ne dica la gente.

[3] D. infatti può portare notizie nel mondo ed incitare i mortali a pregare per loro.

[4] La similitudine delle stelle cadenti e delle nuvole trapassate dai lampi – ripresa poiché la scienza medievale (v. Brunetto Latini, Tresor III)  riferiva i due fenomeni ad una stessa causa, all’accensione dei vapori – indica il grande entusiasmo delle due anime, nell’impeto di un promettente colloquio.

[5] Sussiste un forte contrasto, certamente voluto, tra il comportamento dei pigri e queste anime, desiderose di ottenere suffragi.

[6] Nelle anime c’è un’ansia e un accoramento rappresentato con energia; sentono di avere diritti da difendere sulla loro memoria, ma più di tutto chiedono di non essere abbandonati alla loro pena.

[7] E’ questo un anticipio sulla narrazione dei casi partico­lari che avverrà in seguito.

[8] Le anime sono pacificate con Dio, e quindi anche con gli uomini e con sé stesse. Il male che gli altri ci fanno potremo veramente perdonarlo solo quando saremo consapevoli del male e che ci viene perdonato.

[9] Nato nel 1260 fu valente uomo d’arme e saggio politico: occupò molte cariche. Fu podestà di Bologna nel 1296 e, per la sua fama, fu chiamato podestà a Milano negli ultimi anni del Duecento.

Durante il periodo bolognese si inimicò il marchese Azzo VIII d’Este (che D. pone nell’Inferno come parricida: If XII 110-112) che, con odio irriducibile, mentre il Cassero si stava recando a Milano, passando dal territorio di Padova, lo fece assassinare da alcuni sicari ad Oriago sulle rive del Brenta. La sua salma venne riportata a Fano e seppellita nella chiesa di San Domenico. La sua notorietà come uomo di governo discendeva anche da Martino, l’avo giurecon­sul­to autore di numerose pubblica­zioni di diritto, professore all’Univer­sità di Bologna, e poi domenicano. D. conobbe  Jacopo in Toscana, allorché questi fu messo a capo delle truppe fanesi, intervenute a favore di Firenze nella battaglia di Campaldino contro gli Aretini, e il canto infatti, nel proseguimento dell’epi­sodio di Buonconte, s’intrattiene sui particolari della stessa battaglia.

[10] Per i contemporanei di D. l’anima aveva sede nel sangue; e ciò in base ad un versetto del Levitico (VIII, 14): <<Anima omnis carnis in sanguine est>>.

[11] Dal momento che Antenore è considerato il prototipo dei traditori politici non si può escludere che D. pensasse ad una possibile connivenza tra Estensi e Padovani.

[12] L’uccisione di Jacopo del Cassero fu uno degli scandali del secolo; le offese recate ad Azzo VIII sono nella Cronica di fra Salimbene.

[13] Un borgo tra Oriago e Padova.

[14] Le due visioni che D. ci presenta raccontano di uno Jacopo che ha orrore del proprio sangue; stesso discorso D. propone nel canto XXXIII dell’Inferno con la figura del conte Ugolino. Ma mentre il conte è disperato per l’ingiustizia patita dai suoi figli, Jacopo ritiene che i suoi peccati fossero gravi, gravi le offese recate e che quindi l’ira del marchese fosse giustificata; come Manfredi Jacopo ammette i suoi peccati, anche se la vendetta era stata sproporzionata. Jacopo non è risentito contro i suoi uccisori, è stato odiato e D. si compiace di vederlo salvo, di farlo persuasore di mitezza; anche se un po’ lo “usa” per condanna­re gli Estensi, come fa in altri luoghi della Commedia ed anche in altre opere.

[15] La figlia Manetessa ed il fratello Federico, podestà di Arezzo.

[16] Il tema della guerra non è interrotto; Buonconte comandò l’esercito di Arezzo contro Firenze, e tra Poppi e Bibbiena, l’11 giugno el 1289, avvenne la battaglia di Campaldino. Per D., Buonconte è un avversario. Ha sofferto rievocando Jacopo, alleato di Firenze ed ora passa nel campo nemico. Vincitori e vinti, trascorsa la fatalità del momento, tutti chiedono, in ragione del Cristianesimo e dei diritti umani, la pietà. Buonconte, ghibellino, figlio di Guido (cfr. Inf. XXVII, 19-132) morì durante la battaglia di Campaldino, in cui gli Aretini ebbero 1700 morti e duemila prigionieri; c’è chi, tra i critici, sostiene addirittura che fu ucciso da Dante stesso ed è per questo che D. lo pone tra i salvi, per una sorta quasi di rimorso; in realtà D. vuole soltanto correggere gli errati giudizi umani sul conto delle vittime, colpite oltre nel corpo, nella memoria; D. assicura che la misericordia divina non abbandona l’uomo. Ed infatti mentre Guido da Montefeltro viene portato nel girone dei frodatori dal demonio e San Francesco non può far niente, qui, come vedremo, l’Angelo di Dio strappa l’anima di Buonconte al male.

[17] La difficoltà di ritrovare il corpo di Buonconte dipese dal fatto che non fu ferito a Campaldino.

[18] E fece più di cinque chilometri!

[19] Che nasce anche da un torrente che scorre sopra l’eremo di Camaldoli.

[20] A Bibbiena dopo aver attraversato la pianura casentinese.

 [21] Assolvere non si può chi non si pente, né ci si può pentire e volere il peccato insieme (Inf. XXVII 118-120).

 [22] Come nell’episodio di Manfredi D. vuol sottolineare che l’ultima parola spetta nel giudizio a Dio: gli uomini – anche il Papa – e lo stesso diavolo nulla possono contro la sua giustizia severa e misericordiosa.

[23] Ed è inutile l’odio infernale, proprio come è inutile l’odio umano quando non sia strumento della giustizia divina; e sarà inutile oltreché assurda se ricongiunta allo scopo, anche la furia degli elementi naturali, nel proseguio. Complesso e inutile l’odio, semplici e sicure la bontà e la pietà.

[24] D. ricorda che dopo la battaglia di Campaldino ci fu un temporale ma accetta il parere che fu anche di San Tommaso, che i diavoli hanno il potere di suscitare la tempesta.

[25] Buonconte aveva sin qui sempre parlato come anima, distinguendo da sé il corpo; improvvisamente però con esso si identifica nel momento in cui dice “voltommi” e “mi coperse e mi cinse”; l’accoramento di Buonconte per la cieca e spropositata crudeltà degli uomini è in queste parole decisamente più esplicito.

[26] Pia della famiglia dei Tolomei di Siena, sarebbe andata sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e di Lucca, e poi sarebbe satata uccisa in circostanze misteriose: forse dallo stesso marito che la punì per l’infedeltà o che voleva risposarsi con Margherita degli Aldobrandeschi, a suo tempo sposa del conte Umberto di Santa Fiora.

[27] Se Pia non fu colpevole di essere uccisa questi versi potrebbero essere intesi nel senso che neppure ella sa la ragione della sua morte: la conosce solo il marito che le aveva dato la fede, simbolo e pegno dell’altra fede, a cui ella non è mai venuta meno.

[28] Pia ha partecipato al suo tragico dramma ma in lei non c’è alcun dissidio da colmare; per questo al “disfecemi” non fa seguito la narrazione la cronaca della fine; tre versi sono dedicati allo sposalizio e tre versi alla preghiera. Pia non ha rancore né biasimo per colui che l’ha uccisa, sente solo la malinconia di ricordare che colui che ha posto fine alla sua vita era suo marito. Lo ama ancora e le dispiace che sia stato malvagio. Ma forse si può dire anche di più: c’è in Pia un affetto che manca sia a Jacopo che a Buonconte che pure si erano dimostrati cortesi con D. (il primo non chiedendo giuramenti ed il secondo con l’augurio della purificazione); c’è quella sollecitudine tutta femminile, materna, per le piccole cose della vita, per la quale gli uomini restano sempre e a qualunque età, dei bambini per le donne che li amano (Pia chiede di essere ricordato dopo che D. si sarà riposato: “e riposato de la lunga via”). E si noti anche la sua discrezione nel chiedere suffragi: Pia come Buonconte è una “dimenticata”, non ha che D. per sperare in qualche preghiera, ma così come non accusa nessuno di averla uccisa non accusa nessuno (come fa Buonconte) di averla dimenticata.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto III – Sintesi e commento

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Ci troviamo sempre sulla spiaggia dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone.

Il personaggio descritto nel canto è Manfredi.

I peccatori sono gli spiriti contumaci, che hanno come pena quella di rimanere nell’Antipurgatorio trenta volte il tempo che vissero nella scomunica.

Il tema principale è quello dell’apoteosi del perdono, ma anche quello della insufficienza della ragione umana, seppur insosti­tui­bile come guida dell’uomo, a penetrare i grandi misteri.

I poeti si affrettano verso il monte, D. sa che deve salire per purificarsi ma non può far a meno di stringersi a Virgilio che rappresenta la ragione, senza la quale non avrebbe potuto né intraprendere né continuare il cammino (vv. 1-6).

A D. sembra che V. sia contrito per essersi lasciato sviare dal canto di Casella, per aver abbandonato per un attimo la sua funzione di maestro e di guida; e nonostante che i rimproveri di Catone non riguardassero i due poeti, ma le anime, D. sottolinea che la contrizione è più forte, anche per un lieve peccato, laddove la coscienza è pura (vv. 6-9).

Quando V. rallenta il passo, ed il suo movimento si fa “decoro­so” (onesto, secondo gli insegnamenti del tempo), cioè riprende appieno la sua dignità dopo il “picciol fallo”, Dante abbandona il cruccio relativo al rimprovero di Catone ed il ricordo dell’a­mico Casella, e rinfranca­to si rivolge ad altro oggetto: indiriz­za lo sguardo verso il monte (vv. 9-15).

 I raggi del sole colpiscono il dorso di D. ed il poeta si turba nel vedere solo davanti a sé la terra oscurata dalla propria ombra; teme di essere stato abbandonato da Virgilio, perché non sa che il corpo aereo di V. non può fare ombra (vv. 16-21).

Virgilio lo conforta e gli chiede come mai abbia tanta paura di essere abbandonato; che sul suo corpo, ove in vita si proiettava l’ombra, è ora l’ora del tramonto[1] (vv. 22-27).

Poi V. aggiunge che se davanti a lui non c’è ombra D. non si deve meravigliare più di quanto si meraviglia nel vedere che i diversi strati dell’atmosfera fanno passare i raggi: i corpi dei purganti possiedono la stessa “materia”[2] dei cieli.

V. gli enuncia poi la natura misteriosa delle ombre, anche se a rigore, dopo l’episodio di Casella, non ce ne sarebbe bisogno: la Virtù divina ha disposto che, sebbene aerei, i corpi dei purganti sopportino tormenti, caldo e gelo, ma non vuole che i mortali sappiano come ciò avviene[3] (vv. 28-33).

È pazzo (o sciocco) colui che tenti di ripercorrere con la ragione la via infinita che segue Dio, uno e trino, cioè i misteri divini[4]: se la ragione fosse in grado di conoscere i misteri, non ci sarebbe stato bisogno che Cristo, seconda persona della Trinità, fosse nato da Maria per rivelarcela: l’uomo si deve accontentare di conoscere il quia, cioè che le cose sono[5] (vv. 37-39).

Non contano le capacità umane per raggiungere il mistero ed anzi chi è più dotato, più soffre nel constatare il suo desiderio e la sua impotenza; addirittura il desiderio di conoscenza, in quanto non appagato, è dato come pena mortale a coloro che dimorano nel Limbo (vv. 40-42)[6]: V. fa riferimento ad una tripartizione di delusi, Aristotele[7], Platone[8] e a molti altri (V. allude a sé stesso) e a questo punto china la fronte turbato e non proferi­sce più parola alcuna (vv. 43-45).

Giungono ai piedi del monte e si rendono conto che in quel punto è impossibile salire: il territorio tra Lerici e Nizza, allora senza strade e con scogliere impervie, è una scala acces­sibile e aperta, in confronto alla montagna del Purgatorio (vv. 46-51); si arrestano ed intanto V. medita il da farsi[9]: si chiede da che parte la montagna è meno ripida che possa salirvi chi non ha le ali (vv. 52-54).

Mentre V. riflette e D. guarda in alto, da sinistra giunge una schiera di anime che, colpite da scomunica, si pentirono in morte e quindi morirono senza essere riconciliate con la chiesa[10]; esse procedono in senso contrario a D. e V., lentissimamente[11] perché non hanno alcuna ragione di affrettarsi visto il tempo che devono rimanere sulla spiaggia (v. 55-60);

D. considera la prudenza di Virgilio come atto di incertezza e gli propone di chiedere quale sia il giusto cammino alle anime (vv. 61-62); V. con fare rassegnato (o rasserenato) propone a D. di andare verso coloro che si muovono lentamente e di rafforzare la sua speranza di aver consiglio da quelle anime (vv. 63-66);

V. e D. hanno fatto mille passi, ma le anime che costeggiano la parte più bassa del Purgatorio, sono ancora lontane un lancio di pietra; eppure si addossano alla roccia, l’una sull’altra, dubbiose e timorose (vv. 67-72)[12];

V. si rivolge a loro cercando di catturarne la benevolenza; chiede se possono indicare la strada per salire perché chi più sa, conosce il valore del tempo e non lo vuole sprecare (vv. 72-78).

Le anime sono paragonate ad un gregge di pecore, timide, semplici e quete[13] che, uscendo dall’ovile, seguono e si compor­tano come le prime di loro (<<della mandra fortunata[14]>>), senza sapere il perché; le prime della “mandria” infatti, appena si accorgono che il corpo di Dante, illuminato da sinistra, fa ombra verso la montagna, si ritraggono impaurite e coloro che le seguono fanno altrettanto, senza saperne la ragione (vv. 79-93).

V. spiega alle anime degne di salvezza che D. sta salendo la montagna per volere divino (perché solo il volere divino può consentire tale salita ad uomo mortale) ed esse gli mostrano col dorso delle mani la stessa direzione verso cui esse sono dirette ed aggiungono che i due poeti devono tornare indietro e camminare innanzi (vv. 94-102).

Qui si situa il colloquio con il re siciliano Manfredi, inse­pol­to[15], che racconta la storia della sua salvezza e prega D. che solleciti suffragio di preghiere dalla figlia Costanza.

Una delle anime, bionda, bella e  di gentile aspetto ma con una ferita che divide un ciglio[16], chiede infatti a D. di girarsi verso di lui e di meditare per vedere se lo riconosce. Ma D. dopo averlo fissato intensamente, gli dichia­ra di non averlo visto mai (103-108).

L’anima allora si rivela per re Manfredi[17], nipote di Co­stan­za imperatrice (e quindi re legittimo)[18] e prega il poeta, quando sarà torna­to nel mondo di annunciare alla figlia Costan­za[19] la sua salva­zione, anche se sulla terra si dice altrimenti (vv. 109-117).

Manfredi dichiara poi di essersi pentito in punto di morte[20], dopo essere stato colpito al ciglio ed al petto, e nonostante gli orrendi peccati, di essere stato perdonato da Dio nella sua infinita misericordia[21](vv. 118-123).

Ma i suoi avversari[22], non conoscendo la misericordia di Dio e l’inutilità dell’odio umano, hanno infierito sui suoi poveri resti, che, disseppelliti dal ponte di Benevento sul fiume Calore, dove Carlo d’Angiò li aveva posti sotto a delle pietre, vennero sparsi dal Cardinale di Cosenza, con una cerimonia religiosa, con i ceri spenti e capovolti  all’in­giù, al di là dei confini del regno, lungo il fiume Verde (nel Medioevo Liri, ora Garigliano) (vv. 124-132).

M. aggiunge che nonostante gli anatemi ecclesiastici[23] l’amor eterno è stato più forte: anche la scomunica ecclesiastica si paga, con un’attesa prima di cominciare l’espiazione, uguale a trenta volte il periodo vissuto in contumacia con la Chiesa, attesa che però si abbrevia se i vivi pregano (vv. 133-141).

D. dovrà rivelare a Costanza sia che Manfredi è salvo, sia che, nonostante il divieto di entrare in Purgatorio prima di un certo tempo, con la sua preghiera ella può abbreviare l’attesa nell’Antipurga­torio (vv. 142-145).

[1]  A Napoli dove la salma di Virgilio è stata trasportata da Brindisi, siamo infatti tra le 15 e le 18, in quanto l’Italia è a 45° rispetto a Gerusalemme.

[2] Nella concezione medioevale i cieli sono formati dalla quinta essenza che fa passare i raggi: le altre essenze sono la terra, il fuoco e l’aria e l’acqua.

[3] D. ritorna sulla natura delle ombre per invitare agli uomini ad accontentarsi di quelle che sono le cose senza volerne indagare il perché.

[4] Ed infatti lo stesso Manfredi che le gerarchie ecclesia­sti­che ritenevano dannato perché scomunicato, si è invece salva­to.

[5] E’ la dimostrazione a posteriori fondata, come nel caso del mistero trinitario, sull’autorità del Dio rivelante. Dagli effetti, se Dio ci aiuta, possiamo conoscere l’esistenza dell’Es­sere necessario.

[6] Si tratta della pena della saggezza filosofica senza fede, il “lutto” della ragione, la crisi sublime della civiltà antica.

[7] Che proponeva una filosofia dell’essere partendo dalla cognizione delle cose sensibili per arrivare all’idea metafisica.

[8] Che si fondava sulle idee reali sussistenti, ed esempla­ri, fuori dalla nostra mente, per arrivare alla spiegazione della vera scienza.

[9] L’incertezza rispecchia l’insufficienza della ragione a condurre alla salvezza.

[10] Esse devono stare nell’Antipurgatorio trenta volte il tempo che passarono in stato di scomunica. Mentre i ritardatari semplici stanno sulla Montagna sebbene al di fuori della porta del Purgato­rio, gli scomunicati sono confinati sulla spiaggia dell’isola del Purgatorio.

[11] La lentezza è sinonimo del ritardo nel pentimento.

[12] Vedendo i due poeti procedere nella direzione  opposta alla loro, fatto evidentemente insolito, e con passo assai più svelto e deciso, le anime si fermano perplesse, addossandosi allaroccia, <<come per dar libero passo>>, e stringendosi l’una all’altra.

[13] Gli scomunicati sono contenti perché in vita non hanno seguito le leggi di Dio ed hanno rifiutato la guida del Pastore che li ha espulsi, ma ora vi sono rientrate; ogni singolo è lieto di confondersi con tutti gli altri nella legge di Dio; vissero in guerra ed ora sono quete, furono superbi ed ora sono umili. Solo qui tuttavia il poeta guarda con benevolenza al comportamen­to delle pecore: nel Convivio le pecore sono coloro che di­sprezzano il volgare, seguendo ciecamente l’opinione altrui; mentre nel Paradiso (V, 80) sono pecore coloro che si comportano in modo leggero in materia di voti. Si tratta comunque di “pecore speciali” perché sono “pudica in faccia e ne l’andare onesta”, portamenti questi che sono degli uomini superiori e che D. come abbiamo già visto attribuisce a Virgilio (v. 10-11).

 [14] Gli scomunicati che si salvano, come D. tiene ad osserva­re, sono molti.

[15] Perché gli scomunicati non potevano essere sepolti in terra consacrata.

[16]Così viene descritto anche Rolando nella Chanson de Roland e Davide nella Bibbia.

[17]Insieme a Federico II è per D. l’ultimo grande principe italiano­ (De Vulgari Eloquentia I, XII 4), cortese e valoroso: essi furono i promotori della poesia in volgare. Figlio naturale appunto di Federico II e di Bianca Lancia di Monferrato, nacque intorno al 1232 e morì nel 1266 e fu sia antagonista dell’Impero che del Papa. Compiuti gli studi a Bologna e a Parigi, alla morte del padre (1250) divenne principe di Taranto e reggente del regno di Sicilia e dell’Italia meridio­nale, fino a che non giunse dalla Germania (1250), il figlio legittimo di Federico II, Corrado IV, già imperatore d’Italia e di Germania, per assumere la corona. Manfredi chiese quindi aiuto agli Aragonesi ed in particolare al futuro Pietro III d’Aragona cui concesse la Figlia Costanza. Morto Corrado IV (1254) lasciando la tutela del figlioletto Corradino al tedesco Bertoldo di Hohenburg, Manfredi tentò di ottenere il riconoscimento di Corradino (e con ciò della propria posizione) da papa Alessandro IV, ma di fronte all’ostilità del pontefice si ritirò a Lucera (1254) in modo da disporre del tesoro degli Svevi e delle fedeli truppe saracene e mosse una guerra di tre anni contro il legato pontificio riconquistando tutto il regno. Fatta diffondere ad arte la voce della morte di Corradino fu incoronato re di Napoli e di Sicilia a Palermo nel 1258. Il papa Innocenzo IV, tutore di Corradino, lo scomunicò e la lotta proseguì sotto gli altri due papi Ales­san­dro IV e Urbano IV che a loro volta lo scomunicarono, anche per la sua condotta immorale (fu infatti epicureo, miscredente e nemico della Chiesa, ma anche colto, appassionato di poesia e di scien­za). Per ampliare il suo dominio durante le discordie cittadine italiane, interven­ne a favore dei ghibellini di Toscana (rese possibile la sconfitta di Montaper­ti del 1260 ed anche l’esilio della casata degli Alaghieri) e nella Padania sbaragliò a Cassano d’Adda (1259) una lega di signori e comuni capeggiata da Ezzelino da Romano, signore di Treviso;  finché la sua politica non urtò con gli interessi della Chiesa (Roma era passata infatti dalla parte di Manfredi) con la politica angioina; a questo punto Urbano IV(1261-64), papa francese di nascita ed in seguito Clemente IV (1265-68), invitarono il fratello del re di Francia, Carlo d’Angiò (che D. salva in PG. VII, 113), ad occupa­re il regno di Manfredi. Carlo d’Angiò giunse a Roma con il finanziamento dei banchieri fiorentini e venne incoronato re di Napoli il 28 febbraio 1265. Manfre­di fu costret­to a guerra difensiva ed accettò battaglia presso Benevento, nella pianura di S. Maria di Grandella il 26 febbraio 1266. I soldati saraceni e alemannni di Manfredi furono sgominati e Manfredi morì con le armi in pugno. Il suo cadavere fu ricoperto con un cumulo di pietre, fu disse­polto per ordine del Vescovo di Cosenza ed i resti furono sparsi oltre il fiume Liri.

[18] Si tratta di Costanza figlia di Ruggiero d’Altavilla re di Sicilia e di Beatrice  dei conti di Rhetel, ultima dei Norman­ni in Sicilia (nasce nel 1146 e muore nel 1198); dopo essere stata suora fino a trent’anni divenne moglie di Arrigo VI (figlio di Federigo Barbarossa) nel 1186 e madre di Federico II; D. la glorifi­ca nel cielo della Luna del Paradiso insieme a Piccarda Donati. D. non cita quest’ultimo perché è un eretico e quindi danna­to.

­[19] Moglie di Pietro III d’Aragona e madre di Alfonso re di Aragona, Giacomo di Sicilia e Federico re di Aragona (succede ad Alfonso), visse fino al 1302.

 [20] Su questo ci sono diverse leggende nel Duecento, ad esempio la storia narrata da Fra Jacopo d’Acqui nell’Imago Mundi, in cui un ossesso riferisce le ultime parole del re svevo: “Deus propitius esto mihi peccatori”; forse D. conosceva un libro sulla vita di Aristotele (Liber de pomo sive de Morte Aristotelis) per cui M. aveva scritto nella prefazione che per raggiungere la perfezione l’uomo non deve contare sulla giustizia terrena, ma solo sulla misericordia divina, oppure D. si rifece alle ammis­sioni degli stessi cronisti guelfi o al fatto che lo stesso Federico II si era convertito in punto di morte.

 [21] L’immagine sembra tratta dalla parabola del Figliol prodigo o dai crocifissi trecenteschi; M. ha a sua volta perdona­to i suoi nemici.

[22]Il cardinale Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza (1254-1266) aveva trattato con papa Clemente IV e Carlo d’Angiò per la spedizione contro Manfredi. Ora come un cacciatore viene incitato dal pontefice a porre in esecuzione le norme di diritto canonico che negavano agli scomunicati la sepoltura.

[23]Con la bolla del 1259 M. fu scomunicato per l’assassinio di Borello d’Anglona, la violazione di fedeltà alla Chiesa, l’alleanza con i saraceni, per aver osato essersi fatto incorona­re re di Sicilia, per aver invaso la Marca Anconitana.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto II – Sintesi e commento

ponte vecchio

Siamo sempre sulla spiaggia dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone.

I personaggi descritti nel canto sono due: l’Angelo nocchiero e Casella.

Il tema principale del canto riguarda lo stato d’animo sospeso ed incerto nella ricerca della nuova via verso la salvezza.

La luce del sole[1] è di nuovo protagoni­sta del Canto con due descrizioni (vv. 1-9; vv. 55-57); D. nel Purgatorio vedrà sorgere il sole per ben quattro volte prima di arrivare alla cima: la prima descrizione occupa ben tre terzine ed è molto elaborata; noi dobbiamo gustarla semplice­mente come una raffinatez­za lette­raria[2].

Sono circa le sei del mattino all’epoca dell’equino­zio di primavera (21 marzo), sorge il sole all’orizzon­te del Purgatorio mentre sta tramontando a Gerusalemme.

Tra i due luoghi corrono quindi 12 ore (180° di longitudine); gli altri due punti estremi della terra sono Le colonne d’Ercole (Cadice) ed il fiume Gange che sono equidistanti da Gerusalemme, cioè a 90°da essa.

Già nell’Inferno Virgilio ha spiegato il rapporto tra le tenebre e la luce nei due emisferi (c. XXXIV vv. 112-115; E se’ or sotto l’emisperio giunto/ ch’è opposito a quel che la gran secca/coverchia, e sotto il cui colmo consunto/fu l’uom che nacque e visse senza pecca: e ora sei giunto sotto l’emisfero astrale/ che è opposto a quello che copre la terra emersa, e sotto il cui punto più elevato, Gerusalemme, fu ucciso Gesù Cristo, l’uomo che visse e nacque senza peccato).

Gerusalemme si trova nel centro del nostro emisfero (perché è luogo dell’uma­na redenzione) ed è antipode al Paradiso terrestre (luogo della colpa dei nostri progenitori).

Il poeta spiega che il sole era giunto all’orizzonte[3], il cui cerchio meridiano era allo zenith di Gerusalemme (cioè a Cadice dove è mezzogiorno), mentre la notte, che per la volta celeste segue un cammino opposto al sole (che è nella costellazione dell’Ariete al tempo dell’Equi­nozio di primavera) usciva fuori dal fiume Gange (nella zona delle Indie orienta­li, dove è allo zenit, cioè è mezzanotte) insieme con la costella­zione della Libra che prende la figura dal segno delle Bilance, la quale cessa di accompagnarla (le bilance cadono di mano dalla notte) nell’equi­nozio di autunno, quando diviene più lunga della durata del giorno (cioè entra il sole nella costellazione della bilancia) (vv. 1-6) in altre parole il sole stava tramontando su Gerusalemme e sorgendo nel Purgatorio[4].

Il colore dell’au­rora, prima bianco e poi rosso, con il sorgere del sole è paragonato da D. a quello giallo-arancio delle guance di ex bella donna invecchiata, mentre i due poeti pensano al loro cammino (vv. 7-12)[5].

Ed ecco apparire improvvisamente una luce sul mare: giunge da un angelo nocchiero dal volto rosso[6] e dalle ali bianche[7].

Dopo un attimo di smarrimento Virgilio spiega a D. che si tratta dell’ange­lo di Dio, lo invita a inginocchiarsi ed a pregare (come era già avvenuto con Catone nel primo Canto), aggiunge che da quel momento in poi i ministri di Dio che D. vedrà avranno le sembianze di quell’angelo; V. conclude afferman­do che l’angelo non ha bisogno dei mezzi umani per condurre la navicella affidatagli in quanto gli sono bastanti le sue <<etter­ne penne>>. D. non può sostenere la vista dell’Angelo che si avvicina e china lo sguardo (vv. 13-39).

L’angelo si trova su una piccola barca (<<vasello snelletto e leggero>> perché ripieno di soli spiriti) con le anime dei penitenti[8] che cantano tutti insieme[9] un salmo celebran­te l’u­sci­ta degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto[10] (vv. 40-48).

Dopo un segno di croce dell’angelo[11] le anime discendo­no sulla spiaggia e l’angelo torna indietro (vv. 49-52).

Le anime sembrano smarrite e chiedono ai poeti la strada per salire alla montagna; Virgilio risponde alle anime che anche loro non sono pratici perché in realtà sono forestieri che vengono da una via <<sì aspra e forte>>, cioè dall’Inferno (vv. 53-66; cfr. Inf. I, 5: così è detto della selva oscura).

Appena si rendono conto dal respiro che D. è vivo, le anime si spaventano ed impallidiscono, ma poi si addensano intorno al poeta, come a <<un messaggier che porta ulivo>> cioè ad una persona che porta pace.

Una delle anime addirittura cerca di abbracciarlo e D. a sua volta tenta inutilmente tre volte di ricambiarlo[12] (vv. 67-81).

D. si meraviglia, l’anima sorride e D. la segue; appena l’anima si mette soavememte a parlare D. la riconosce e la prega di fermarsi: è l’amico Casella[13] che conferma a D. il suo amore anche dopo la morte e gli richiede le ragioni del suo viaggio. D. risponde che compie quel cammino in modo tale da tornare un’altra volta, dopo la morte, in Purgatorio; a sua volta D. richiede a Casella perché, nonostante sia morto da tanto tempo, arrivi soltanto ora in Purgatorio (vv. 82-93).

Casella replica di non aver subito alcun torto perché l’angelo nocchiero che fino ad allora gli ha rifiutato il passaggio, mette soltanto in pratica la volontà divina; aggiunge poi che, in ogni caso, da tre mesi possono salire sulla barca tutte le anime che lo desiderano[14].

Perciò Casella che allora volgeva lo sguardo al mare, dove l’acqua del Tevere diventa salata, benevolmente fu accolto dal nocchiero; il che si è verificato perché le anime che non scendo­no nell’Infer­no si raccolgono alle foci del Tevere (vv. 94-105).

Casella, che riporta D. ai ricordi terreni, intona con grande dolcezza e su richiesta del poeta la canzone del Convivio Amor che nella mente mi ragiona[1]; la dolcezza del canto risuona ancora, al tempo della narrazione, nell’anima del poeta (vv. 106-114).

Tutti, compreso Virgilio, dimenticano ogni altra cosa; soprag­giunge allora Catone (<<vecchio onesto>>) che rampogna le anime dell’indugio, le invita a spogliarsi della scorza che non permet­te di vedere Dio, e le fa correre verso il monte come <<colombi adunati a la pastura>> che <<lasciano star l’esca perch’assaliti son da maggior cura>>. D. e Virgilio si comportano velocemente nello stesso modo (vv. 115-133).

COMMENTO

 D. in questo canto recupera la Firenze, domestica e familiare, della sua gioventù; di questa città son parte i maestri e gli amici; il primo degli amici ricordati nel Purgato­rio è Casella.

Incontrerà poi Belacqua (canto IV), il giudice Nino (canto VIII), il Guinizzelli (conto XXVI), Sordello (canto VI) e Stazio (canto XXVI).

In tutti questi episodi vi sono degli elementi comuni: un moto di reciproco affetto ed il ritardo del riconosci­mento. Mentre nei successivi episodi a quello del presente canto il ritardo è giustificabile, non si può dire altrettanto per l’incon­tro con Casella, trattandosi di un amico morto da poco; ma ciò gli serve per porre l’accento sulla soavità della sua voce, da cui appunto, D. lo riconosce.

Altri elementi in comune riguardano il bisogno di stare insieme il più a lungo possibile e la necessità di conoscere l’uno la condizione dell’altro e infine il riprendere per un momento le consuetudini d’un tempo (la musica, appunto, con Casella).

In questo canto D. celebra la potenza della musica (solo qui profana) che per lui sia nel Purgatorio che nel Paradiso, è sempre definita <<dolce>>; ma qui poesia dolce significa anche <<dolce stil novo>>; così come è dolce e soave la voce di Casel­la, dolce e soave è il nuovo stile di cantare l’amore, lo stesso cantare amore suona dolce (come dice D. nella canzone che fa intonare a Casella); e nell’incontro con Guinizzelli D. ci dirà: <<Padre/ mio e de li altri miglior che mai/ rime d’amor usar dolci e leggiadre>>.

Ma come mai D. fa intonare a Casella una canzone dottrinale che in quanto tale, non andava musicata? forse perché originariamente anche le canzoni dottrinali (cioè da interpretare allegoricamen­te) erano in realtà canzoni d’amore spiritualizzato (D. chiede a Casella infatti di intonare un amoroso canto). Casella probabil­mente quando musicava e componeva per D. non sapeva che il poeta avesse un’intenzione allegorica e comunque l’allegorizzazione è posteriore alla morte di Casella.

Un po’ in tutta la cantica D. cerca di recuperare il dolce stil novo anche se ormai lo vede in maniera diversa e la più perfetta reinterpretazione ce la fornirà con il canto XXXIV: il giovane amore-passione diventa amore-virtù; la reinterpretazione trionfa in Beatrice, creatura terrena e celeste.


[1] Il Purgatorio che è regno dell’attesa e quindi si apre con il mattino, mentre l’Inferno che è il regno delle tenebre principia con la notte, e il Paradiso, regno della luce, inizia col pieno meriggio.

[2]  Molti critici hanno ritenuto che tanta elaborazione non fosse necessaria: in realtà essa nasce dal bisogno di D. di fornire nelle prime due cantiche riferimenti temporali, arric­chendoli in vari modi. D. in particolare usa la mitologia (e Aurora è personi­fi­cata anche nel Canto IX vv. 1-3) per innalzare la materia oppure l’a­stronomia sia per dare valenza universale al suo viaggio sia per concretizza­re il suo canto.

[3] L’orizzonte astronomico di un luogo è determinato dal suo meridiano, cioè dall’arco il cui zenit lo sovrasta perpendico­lar­mente.

[4]  Quando in sostanza a Cadice il sole è allo Zenit (mezzo­giorno) a Gerusalemme sono le sei di sera ed il sole tramonta, mentre nel fiume Gange è mezzanotte e nel Purgatorio sono le sei del mattino ed il sole nasce.

[5] I versi 9-12 richiamano i versi 118-120 del I canto: col che si evince che questo canto è la ripresa e lo sviluppo senti­men­tale e narrativo del precedente.

[6] Come nelle raffigurazioni bizantine.

[7] Angelo che è da contrapporre al Caronte infernale ed è visto dapprima come un piccolo lume rosso che assomiglia a Marte anche per dimensioni e poi, piano, come qualcosa di bianco che si palesa in ali dritte come nelle raffigurazioni iconogra­fi­che del tempo – che servono da vele alla navicella.

[8] Che si raccolgono alle foci del Tevere e che sono desti­nate al purgato­rio: cfr. vv. 100-105.

[9] Da rimarcare è questa unità poiché nell’Inferno al contrario del Purgatorio le voci sono discordanti in quanto i dannati si odiano.

[10] Che va interpre­tato nel senso morale come l’uscita dell’ani­ma dal peccato (v. anche Cv II I 6-7, Ep. XIII 21, Par. XXV, 35-36): così come D. ascende il monte verso la libertà dal peccato, gli Ebrei vanno cantando verso la libertà della terra promessa. Questo salmo nella liturgia cattolica si cantava nell’accompagnamento del defunto al cimitero per indicare la sua liberazione dai vincoli terreni.

[11] Che è solo uno strumento di Dio e quindi non si cura di D. è Virgilio; assomiglia all’angelo mandato in soccorso da Dio per aprire le porte di Dite. In questa occasione ricorda alle anime che stanno per purificarsi l’opera di redenzione e di misericordia.

[12] Cfr. Aen. VI 700-701: si tratta dell’incontro tra Anchise ed Enea. Fuorché nell’apparenza le anime sono inconsistenti, in quanto il loro corpo visibile è aereo (cfr. Purg. XXV 79 e ss.). In sostanza D. fa applicazione in questo passo della seguente teoria: al sopraggiungere della morte la potenza vegetativa e sensitiva dell’anima, poiché il corpo è dissolto, non hanno come manifestarsi nelle membra, e perciò rientrano nella virtù informa­tiva, in quella vita che avevano potenzialmente nel seme umano. Con la morte la stessa virtù informativa rientra in azione e raggia intorno un corpo aereo, un corpo che si ricostituisce, come alla sua origine, con la facoltà vegetativa e sensitiva, capace di provare le medesime sensazioni terrene.

[13] Casella fu musico e cantore fiorentino morto poco prima della primavera del 1300. Anche D. si dilettò di musica sia come suonatore sia come compositore: ce lo rivela Giovanni Boccaccio.

[14] Dall’inizio del Giubileo (l’indulgenza del centesimo anno) bandito da Bonifacio VIII nel Natale del 1299 con la bolla Antiquorum habet, l’angelo accoglie senza difficoltà le anime che usufruendo dell’indulgenza possono essere accolte in Purgatorio. Anche Virgilio (Aen VI) immagina un’attesa delle anime prima di passare l’Acheronte; così D. ideò una specie di pre-purgatorio situato alle foci del Tevere, dove le anime potevano lucrare l’indulgenza giubilare. Si disputava in quel tempo sull’applica­bi­lità delle indulgenze ai defunti. D. seguì la sentenza afferma­tiva di S. Tommaso e S. Bonaventura, convalidando in senso figurativo la stessa e quindi immaginando che le anime si trat­tengano ancora in terra (dove l’acqua di Tevero si insala), dove poteva quindi sicuramente estendersi la giurisdizione ecclesia­stica.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto I – Sintesi e commento

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CANTO I

BREVE RIASSUNTO

L’azione si svolge sulla spiaggia dell’Antipurgatorio di cui è custode Catone che è anche il personaggio descritto nel canto.

Il tema principale del canto: l’ansia di D. della Libertà morale (Catone è il custode di detta libertà).

COMMENTO

Questo primo canto è volutamente contrapposto al primo canto dell’Inferno perché la bellezza del paesaggio che tempera il primo incontro di D. con la fiera, svanisce poi nel secondo incontro; qui invece la serenità del paesaggio si mantiene.

Il paesaggio non è poi come nell’Inferno solo un simbolo, è reale; il canto ha un tono religioso, si compone di riti, ma, attraverso il paesaggio, ci vuol dare anche uno spaccato della nuova condizione psicologica di D. che ha lasciato la tenebra dell’Inferno.

Ma ecco che D. incontra Catone (l’ispirazione è virgiliana, ciceroniana, ma soprattutto lucana), illuminato dalle quattro stelle (virtù cardinali).

Ha raggiunto cioè il massimo di perfe­zio­ne morale conseguibile antecedente­mente alla rivelazione, anche se si è suicidato (in taluni casi Dio ispira il suicidio per essere di esempio agli uomini, diranno Tommaso e Agostino) perché lo ha fatto non per motivi egoistici e personali, seguendo la morale stoica[1].

Catone è un austero sacerdote della liturgica iniziazione di Dante al nuovo clima morale, ministro del primo rito ascetico: un che di mezzo, di non perfettamente saldato tra l’eroe repubblicano e il custode d’un regno cristiano, investito di compiti appena d’un poco inferiori a quelli che saranno assunti, nel corso del vero e proprio Purgatorio, dagli angeli: spia, dunque, prova di quel tentato e non completo sincretismo tra mondo classico e Cristianesimo che fu dell’età di Dante, e del nostro poeta in particolare; esemplare storico di altezza morale, di spregio della vita, di fedeltà inconcussa alla libertà, ma con significazioni spirituali che il personaggio reale, lo stoico, non può tutti contenere o esprimere, e anche con aporie sul piano storico se il custode dell’Antipurgatorio era stato l’avversario di Cesare, cioè di colui che fu per Dante il fondatore dell’Impero, anzi il primo degli imperatori.

Si può dedurre che la funzione di Catone si svolga tutta su di un piano morale, non storico-politico, in quanto primo avvertitore dell’imminenza della Rivelazione: per essersi rifiutato d’interrogare l’oracolo pagano, giacché l’unica voce che va ascoltata è quella della coscienza morale, ove è presente e opera il vero Dio.

L’austerità della scelta di Catone lo pone al di sopra d’ogni condanna, ma anche al di qua d’una vera e propria salvezza (quale sarà quella di Stazio, di Traiano, di Rifeo): egli non può varcare la soglia del Purgatorio, e anzi non può nemmeno muoversi dalle propinquità della spiaggia della montagna: accoglie, non guida; inizia, non reca a soluzione il processo catartico; simboleggia la magnanimità dell’uomo libero, non l’opposizione al compito provvidenziale dell’Impero; precede storicamente la costituzione dell’Impero, e quindi non può essere considerato uno strumento che ne ritarda la nascita e gli effetti voluti da Dio, e all’intelletto dell’esule e libero cittadino fiorentino Dante Alighieri rappresenta il cittadino dell’antica Roma che resta fedele sino all’ultimo al sentimento di patria e non agisce per la divisione degli animi, ma contro le lotte fratricide della guerra civile.

In analogia a quanto trova scritto nella Pharsalia (“Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni“), Dante reinterpreta, reinventa il personaggio storico in forza d’un altissimo principio morale, che lo pone, nel dialogo con Virgilio (Purg., I, 40-108), in uno stato superiore anche al grande poeta di Roma, il quale gli si rivolge con reverenza, con ammirazione, persino con accattivante umiltà: segno che, nonostante la funzione di Virgilio nel viaggio di Dante sia superiore a quella di Catone, la collocazione di questi è superiore a quella d’un malinconico abitante del Limbo, d’uno che è sospeso, mentre Catone guida i primi passi dell’anima cristiana, è ministro d’un culto sacramentale.

Tuttavia (e il dialogo con Virgilio lo comprova) Catone vive in stato di perpetua solitudine: ammonisce, rimbrotta anzi aspramente, inizia la liturgia, ma non gode dei doni che pur elargisce con la sua parola eloquente, con i suoi atti sacerdotali.

Resta un magnanimo senza un futuro, almeno presumibile, il magnanimo, ha scritto il Paratore, “fra tutti i magnanimi della Commedia in una rappresentazione più nuda e più severa di ogni altra sua”, un ideale morale assoluto per Dante, non condannato perché la sua altezza di concezioni è tale che, se tutti i cittadini romani fossero stati come lui, l’umanità avrebbe da sola conquistata quella pace, acquisito quel senso della giustizia, mancando il quale si rese necessaria da parte di Dio l’istituzione della potestà imperiale.

Secondo alcuno rassomiglia anche un po’ a Farinata per la gravezza e la statuarie­tà, imperturba­bi­le e magnanimo come tutti gli stoici ma nello stesso tempo umile; ed è  un po’ patriarca biblico (assomiglia al San Bernardo del Paradiso; nel Convivio lo aveva già avvicinato a San Paolo).

La sua dirittura morale, che non lascia spazio al compromesso, si vedrà anche nel secondo canto ove C. rimprovererà D. e V. di essersi abbandonati alle lusinghe della musica di Casella.

C. rappresenta l’uomo che è destinato al soprannaturale e all’eterno: senza la libertà morale ch’egli ha ricercato con amore (vv. Monarchia e Convivio), cioè senza il pieno dominio di sè, non c’è per l’uomo possibili­tà di vita e di salvezza.

C. sa di non essere nato per sé stesso ma per il mondo e partecipa ad una guerra civile (per cui ha già indossato il lutto) senza speranza, per difendere libertà e giustizia (l’osse­quio alle leggi che Cesare aveva calpestato è la più grande forma di libertà).

Proemio al Purgatorio

D. enuncia l’indicazione dell’argomento (vv. 1-6; proposizione) ed invoca le Muse e in particolare Calliope perché accompagnino il suo canto con quel suono con cui vinsero le figlie di Pierio[2] (vv. 7-12).

D. contempla l’alba e le quattro stelle del polo antartico, simbolo delle virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza): uscito dalle tenebre infernali, gode della purezza dell’aria serena e guarda con piacere la volta illuminata dalle stelle; dopo aver guardato Venere che copre col suo splen­dore la costellazione dei pesci (nel 1300 V. era vespertina e non mattutina come D. pretende) è colpito dallo splendore di quattro stelle, che non furon viste mai se non da Adamo ed Eva, e com­piange il nostro emisfero perché privo della loro bellezza (vv. 13-27).

Colloquio tra Catone e Virgilio (vv. 28-84)

Catone, esaltato già da D. nel Convivio e nella Monarchia come il più santo degli eroi (il più degno di significare Iddio), è il custode (vv. anche Seneca nel proemio delle Controversiae) della montagna[3].

D. allontanato lo sguardo dalle quattro stelle vede un vecchio dall’aspetto venerando su cui si riflette la luce degli astri.

È Catone che si rivolge a D. e V. con tono sdegnato, credendoli dannati fuggiti dall’Inferno. Virgilio, fatto inginoc­chiare D., spiega a C. le ragioni del viaggio[4] e gli chiede, anche a nome della sua Marzia, il permesso di visitare il regno a lui sottoposto.

Il rito della purificazione (vv. 85-136)

Catone rievoca il suo amore per Marzia, acconsen­te al passaggio e indica il rito della purifica­zione: ordina a Virgilio di lavare il viso di D. per detergerlo dalle tracce dell’Inferno e di cingere i suoi fianchi con uno dei giunchi (che si piegano assecondando la “purificazione”) che nascono verso la spiaggia (vv. 85-108).

Virgilio e Dante, che solo adesso si alza in piedi, eseguono il comando, simbolo di purifica­zio­ne ed umiltà, lungo la spiaggia del Purgatorio: V. bagna il volto di D. e cinge i suoi fianchi con un giunco che appena strappato rinasce (simbolo della rinascita spirituale di D.) (vv.109-136).


[1] L’etica stoica si fonda sul principio che l’uomo è partecipe della ragione universale e portatore di una scintilla del fuoco eterno. La virtù consiste nel vivere con «coerenza» (homologia), scegliendo sempre ciò che è «conveniente» alla propria natura di essere razionale. Nello stato di assenza delle passioni (apatia) quello che poteva apparire come male e dolore si palesa come un punto positivo e necessario del disegno della provvidenza universale.

[2] In questi versi si esprime l’opera nefanda delle religioni errate, che distorsero la “melodia” della Divina Verità, che le muse, ovvero “le Sante”, nella loro vita terrena, portarono al mondo. Ed ecco il canto gracchiante delle “piche” le gazze, il canto della negazione, che condusse gli uomini a rinnegare, lungo i sentieri errati, la vera melodia del Verbo Divino: il “Divin Suono”.
Non è da escludere che, nel concetto dantesco, possa intendersi come espiazione di tale peccato anche quello di rinascere in corpo di gazze.

[3] Marco Porcio Catone (95-46 a.C.) è il simbolo della fedeltà alla libertà morale, mantenuta a costo della vita (Soprannominato l’Uticense, uomo politico romano, pronipote di Catone il Vecchio. Sostenitore di Cicerone contro Catilina, fu il più autorevole rappresentante dell’opposizione del senato al primo triumvirato. Allo scoppiare della guerra civile, si schierò a fianco di Pompeo, seguendolo in Oriente. Dopo Farsalo continuò la guerra in Africa, ma, assediato in Utica, si  uccise per non sopravvivere alla caduta della repubbli­ca); perciò è posto qui dove le anime, attraverso l’espiazione materiale e spirituale, si vanno conquistando la libertà dello spirito.

[4]  È necessario perché D., così vicino alla morte spiritua­le, riacquisti il corretto esercizio del libero arbitrio.

Il Purgatorio, Dante e la Giustizia (di Giorgio Drei)

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L’interpretazione del Purgatorio di Le Goff, come affermazione della classe borghese è piuttosto, se rivista nella giusta prospettiva storica e funzionale dell’organizzazione sociale, il tentativo di intercettare e captare una fonte di approvvigionamento ed al contempo la necessità di imbrigliare e controllare un fattore di squilibrio sociale che la borghesia, apparentemente novella entità sociale, rappresentava.
Ma facciamo un passo indietro. I cambiamenti climatici che hanno fatto seguito alla fine dell’ultima glaciazione determinano un cambiamento sostanziale, seppur non radicale, nell’organizzazione sociale. Da una conduzione di vita nomade derivante dalla fruibilità di risorse quali caccia e raccolta si passa gradualmente e con alterne vicende ad una vita stanziale basata sull’agricoltura e l’allevamento.
Con la stanzialità nascono le specializzazioni e le distinzioni di ruolo portano alle distinzioni di caste. Cosa spingesse queste comunità al cambio dello stile di vita è ancora questione dibattuta. Come giustamente osservava Lewis Binford è un controsenso che qualcuno voglia passare da una vita rilassata e di socializzazione in cui bastano due ore al giorno per procurarsi il necessario per vivere ad una vita logorante come quella legata all’agricoltura.
La spiegazione è con tutta probabilità proprio nella errata chiave di lettura. Non fu un passaggio volontario ma una coercizione e chi operò tale cooptazione è facilmente identificabile mediante la logica del “cui prodest”. Da una agricoltura stagionale alternata a caccia e pastorizia si passa ad una forma stabile accompagnandosi con le prime forme di contabilità e gestione dei magazzini. Queste a loro volta portarono ad una transizione dalle “bullae” alle tabulae e con esse alla scrittura.
In parallelo si passa dalla pietra ai metalli ma come ben sappiamo, il vero strumento di potere, più che l’acciaio delle spade, è lo stilo dello scriba. Si distingue una casta sacerdotale da una casta di guerrieri. Ma si dimentica spesso e volentieri che le due caste non sono che l’espressione di una unica casta dominante, a volte divergente ed a volte coincidente. Come durante il medioevo europeo si incontrano vescovi e conti nonché vescovi-conti così già nelle prime comunità della mezzaluna fertile in epoca pre-sumerica si incontra la stessa configurazione sociale.
Il ruolo dei condottieri d’armi è non solo difensivo o di espansione territoriale ma anche di amministrazione ingegneristica del territorio. Competenza specifica dei re è la creazione e manutenzione dei canali irrigui, delle mura di cinta e dei palazzi della casta sacerdotale. La casta sacerdotale facendo tramite con le divinità protettrici della città eleggono, autorizzano e giustificano il potere di controllo e gestione del re. Le derrate raccolte vengono amministrate e distribuite alla classe produttrice dalla casta sacerdotale e così facendo l’anello si chiude in perfetta armonia. Si fa per dire.
Ma già allora esiste una casta che si dedica al commercio che si interdigita e sfugge al controllo di una sola città, gode di privilegi e di indulgenze, paga la protezione e mediante l’introduzione di bullae e lettere di credito termina con i metalli preziosi ad accumulare ricchezze potenzialmente in grado di sovrastare i beni materiali controllati dalla classe guerriera-ecclesiastica.
Esemplare è la vicenda di Sargon, che passò da semplice mescitore di vino del re a ciò che potrebbe essere definito il primo imperatore della storia. Figura emblematica quella di Sargon, che per certi versi ci richiama alla memoria quelle di altri uomini di svolta. Spodestato il regnante per diritto divino lancia una campagna di disinformazione con la quale giustifica se stesso e la sua progenie quale reale ed onesta emanazione del dio Enlil. L’accusa è di alto tradimento a carico dei suoi predecessori, rei di aver accumulato ricchezze in metalli preziosi. Sargon, giunto al governo lancia in parallelo una serie di riforme accompagnata da una indulgenza plenaria. Vi suona familiare?
Si tratta della prima commercializzazione delle indulgenze della storia, seguita da innumerevoli altre e tuttora commemorata ogni 50 anni a Roma. Indulgenza che fu nel XVI secolo causa di una scissione nella casta sacerdotale con notevoli ripercussione nei secoli anche sulle classi produttrici. Quando il sistema tripolare (clero-cavalieri-produttori) si sbilancia a causa di un fattore perturbante introdotto da un convogliatore di risorse quale la ricchezza fittizia catalizzata dal denaro (borghesia-banchieri) si registrano disperati tentativi di controllo da un lato e efficaci meccanismi di corruzione dall’altro.
Dante ci presenta nella sua Commedia un Purgatorio preceduto da un Ante-Purgatorio in cui si trovano personaggi morti in contumacia scomunicati dalla chiesa insieme a nobili troppo persi nella vanagloria per assolvere al loro ruolo di protettori della Chiesa. Il concetto di Purgatorio era appena stato ufficializzato dal Concilio di Trento e veniva incastonato nel più efficace opera di propaganda di quei tempi (e dei secoli a seguire). Ma col senno del poi possiamo dire che non ebbe l’efficacia sperata. La capacità del denaro di solleticare le debolezze umane è di gran lunga maggiore.

Giorgio Drei

Introduzione al Purgatorio

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L’idea di purgatorio è piuttosto recente nella storia del pensiero occidentale.

Infatti il mondo antico aveva immaginato un regno dei morti in cui i rei, relegati nel Tartaro, fossero distinti dai suicidi o dalle anime dei beati che, nei Campi Elisi, attendevano di reincarnarsi in una nuova vita, mentre le anime di coloro che non avessero avuto esequie, si raccoglievano nel vestibolo.

Il VI libro dell’Eneide virgiliana ci offre un quadro esauriente dell’oltremondo pagano.

L’idea di un focum purgatorium compare nei primi secoli dell’era cristiana: il filosofo Beda il Venerabile (672-735) per primo immagina un luogo di purgazione.

Il concetto si definisce dopo il XII secolo, grazie ai contributi di san Bernardo di Chiaravalle, Pier Lombardo (Sentenze, 1155-1157), papa Innocenzo III, Tommaso di Chobhan (Somma dei confessori, 1215 ca), il monaco cistercense H (Purgatorio di san Patrizio, XII sec.), Guglielmo d’Alvernia (1180-1249).

Nel XIII secolo grandi teologi come sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura da Bagnoregio sanciscono la credenza di un luogo dove le anime, non più vagabonde, possano purificarsi dei peccati e ascendere ai cieli perfettamente riconciliate con Dio.

Il Concilio di Lione del 1274 ne costituisce la registrazione ufficiale della Chiesa, mentre proprio il giubileo del 1300, indetto da papa Bonifacio VIII, diffonde presso tutta la comunità cristiana la conoscenza del valore dei suffragi.

Storicamente possiamo collegare la nascita dell’idea di purgatorio, come nota lo studioso Jacques Le Goff (La nascita del Purgatorio, Torino, 1982), all’affermazione della borghesia come classe sociale intermedia fra i potenti (chierici e cavalieri) e la massa dei contadini e della plebe: essa, infatti, introduce nella mentalità occidentale una nuova prospettiva che sfuma il divario fra nobili e plebe, mediando fra coloro che alla ricchezza assommano il potere e quanti si vedano negate entrambi.

Dante non pone il Purgatorio sotto terra come aveva fatto Virgilio ma lo descrive all’aria aperta, certamente per creare anche paesisti­camente la differenza con l’Inferno.

Immagina quindi un isola nell’oceano della sfera australe e su questa isola un monte altissimo (simmetrico alla voragine dell’Inferno) con la punta smussata.

La caduta di Lucifero ha infatti causato il ritrarsi delle terre che sono sbucate nell’emisfero australe, generando il monte dell’espiazione che sorge circondato dal mare.

Il purgatorio finirà con il giudizio universale, quando il mondo terreno, scomparendo, non genererà più peccatori.

Il monte è circondato da una spiaggia che corrisponde al   vestibolo infernale.

Dalle foci del Tevere l’Angelo nocchiero trasporta le anime che sono destinate all’espiazione e alla redenzione sino a detta spiaggia che, insieme alla prima parte del monte, costituisce l’Anti­purgatorio (sotto la sorveglianza di Catone Uticense, simbolo del desiderio umano di libertà dal peccato) dove stanno:

a)     coloro che si pentirono quando non avevano più la possibilità di continuare a peccare[1] e pertanto devono attendere un tempo più o meno lungo per essere ammessi ad espiare (invenzione dantesca);

b)    gli scomunicati;

c)    i principi giusti, ma negligenti nelle cure religiose.

La seconda parte del monte divisa in sette cornici (per ogni vizio capitale o peccato mortale) costituisce il vero e proprio Purgato­rio a cui si accede attraverso la porta del Purgatorio, custodita dall’Angelo confessore. Egli apre una pesante porta con due chiavi, secondo un rito che configura la confessione: tutto l’itinerario di Dante costellato infatti di riti, preghiere, gesti di espiazione che sottolineano i momenti più importanti della liturgia cristiana e il procedimento spirituale che conduce alla coscienza di sé.

Come i dannati sono divisi nelle tre categorie degli incontinenti, violenti e fraudolenti, così i peccati degli espianti sono originati da tre cause fondamentali, che corrispondono (vv. Pg XVII) alla mancanza di amore verso il prossimo (vizi di superbia[2] nella prima cornice, di invidia[3] nella seconda, iracondia[4] nella terza), alla mancanza di amore verso Dio (accidia[5] nella quarta cornice), al troppo amore per i beni terreni (avari e prodighi[6] nella quinta cornice, golosi[7] nella sesta, lussuriosi[8] nella settima).

Ogni cornice è custodita da uno o più angeli: essi impersonano la pace (XVII), la misericordia (XVII), la sollecitudine (XVIII-XIX), la giustizia (XIX-XX-XXI-XXII), l’astinenza (XXII-XXIII-XIV), la castità (XXV-XXVI-XVII), la carità (XXVII).

Ognuno angelo cancella una delle sette P, incise sulla fronte di Dante dall’angelo guardiano della porta del purgatorio.

Nell’ambito di ogni cornice, uno o più personaggi incontrano Dante e discorrono con lui.

Fra i molti troviamo un papa, Adriano V, e due re, Ugo Capeto e Manfredi. Ma ci sono maestri di poesia, il Guinizelli e Arnaldo Daniello; amici e poeti, da Casella a Bonaggiunta, da Belacqua a Forese Donati.

Ovunque Dante raccoglie preghiere, notizie, o profezie: ma per una terra distaccata, e a un tempo presente come ineliminabile oggetto di passioni, di riflessioni, di speranze.

Gli espianti, a differenza dei dannati che restano fissati per l’eternità al luogo in cui devono pagare la loro colpa, percorrono tutte le cornici purgatoriali, fermandosi in ciascuna a seconda dell’intensità delle colpe.

L’espiazione implica, oltre alla pena fisica che risponde alla legge del contrappasso, anche momenti di riflessione e di pentimento: perciò le anime sentono voci o vedono scene che ricordano episodi di virtù premiata o di colpa punita.

In particolare in ogni cornice sono offerti con diverse modalità (tramite recitazione e grida e canti, o tramite sculture,  visioni) esempi di virtù e vizi.

In cima al monte, in una pianura è situato il paradiso terre­stre, perfettamen­te antipode di Gerusalemme[9].

Il paradiso terrestre,  è una foresta spessa e viva: corrisponde all’Eden biblico.

Qui vissero Adamo ed Eva prima del peccato originale; qui sarebbero vissuti gli uomini nelle generazioni e nel tempo, se non fosse stato consumato il peccato originale.

Qui si svolge una grande processione allegorica, e qui Beatrice scende, rimprovera Dante, e infine lo conforta e conduce con sé.

Qui, dopo che si è allontanata l’ultima visione drammatica, quella della Chiesa schiava del re di Francia, Dante, già purificato dal fiume Lete, può essere immerso da Matelda nel fiume della virtuosa ricordanza, l’Eunoè; e qui trovarsi, alla fine, “puro e disposto a salire alle stelle”.

Guide di Dante nel Purgatorio sono: Virgilio e, dalla quinta cornice, Stazio, ma il primo dilegua all’apparire di Beatrice, sul Paradiso terrestre. Cosi la ragione umana cede alla Verità rivelata.

Il viaggio attraverso il P. dura tre giorni: dal 10 aprile 1300, notte inoltrata, al 13 aprile mercoledì.

*.*.*.*

Il Purgatorio si distingue dall’Inferno anche per come i peccati, non valutati solo astrattamente, vengono considerati: nel secondo la distinzione tra di essi è capillare e si rifà a testi aristo­te­lici e giuridici; nel primo D. si rifà ai testi della Chiesa, seppure filtrati dalla dottrina tomistica; i dannati scontano infatti specifiche responsabilità (<<attuali>>) di cui non si sono pentiti.

Le anime purganti invece hanno cancellato con il pentimento e l’assoluzione il loro peccato (che quindi non necessita di tante descrizioni) e scontano qui soltanto la loro inclinazione al peccato.

Mentre il dannato sconta poi nell’inferno la sua colpa più grave, i penitenti espiano  nelle varie cornici tutte le loro impurità.

Il Purgatorio è ancora il regno di D., dove il poeta sa di dover tornare; mentre le anime dell’Inferno sono troppo basse per lui e quelle del Paradiso troppo alte.

Nel Purgatorio, in altre parole, Dante è tra i suoi pari, vede sé stesso, peccatore avviato alla salvezza.

Salvezza che è una conquista personale, un superamento faticoso del peccato che abbisogna di tempo, del tempo umano.

Ecco perché c’è nel Purgatorio non l’eternità delle altre due cantiche ma il recupero della dimensione temporale: gli espianti oscillano cioè tra il rimorso delle colpe passate e la certezza della salvezza; vivono di speranza che non è riservata ai dannati, né per opposte ragioni ai beati: quindi c’è sicuramente meno drammaticità rispetto all’Infer­no e maggiore abbandono al sogno, alle visioni, agli smemoramenti.

Il poeta recupera nel P. anche il paesaggio terrestre, il ricordo della sua giovinezza in Firenze, degli amici, di Beatri­ce.

I suoi sentimenti nei confronti dei purganti (che sono meno numerosi dei dannati) sono soltanto di dolore e reverenza, addirittura talvolta non parla del loro peccato (ad es. di Casella nel II canto o di Sordello nel IV), o non lo considera tale (ad es. Stazio), oppure se ne dichiara partecipe (ad es. con Forese nei canti XXII e XXIV); le anime stesse sono mansuete perché sono state perdonate da Dio ed hanno a loro volta perdona­to i fratelli.

Quanto alla lingua la cifra stilistica del Purgatorio è una “medietà” che, senza implicare uniformità, accosta il linguaggio a quello d’uso quotidiano: in tal modo evidenzia la misura, il senso del limite, l’autocoscienza illuminata che sono fondamentali per un vero rinnovamento nelle anime espianti. Così, anche se non mancano spunti di registro comico o termini” forti” (assai più frequenti nell’Inferno) come il «bordello» italiano del Canto VI o la «femmina balba» del Canto XIX o la «puttana sciolta» del XXXII, per lo più le espressioni propendono per una misura vagamente impregnata di elegia o di nostalgia.

Solo in taluni punti di eccezionale solennità il registro elevato compare a sottolineare un’ardita metafora astronomica (Canto II) o a proporre quei “neologismi danteschi” che appariranno frequenti in Paradiso.


 [1] In Pg XI 89-90 Oderisi da Gubbio dice:<< Di tal superbia qui si paga il fio: e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccare, mi volsi a Dio>>; v. anche in Pg XXIII 79-84 quanto afferma Forese Donati.

[2] I superbi avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

[3] Gli invidiosi  recano il cilicio e hanno gli occhi cuciti.

[4] Gi iracondi sono avvolti da un denso e acre fumo poiché il loro amore peccò per troppo di vigore.

[5] Gli accidiosi sono colpevoli di amore difettoso per mancanza di vigore e sono quindi  costretti a correre affannosamente in atto di ansiosa sollecitudine.

[6] Stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati.

[7] I golosi sono ridotti ad estrema magrezza dall’insaziata fame e dall’insaziata sete.

[8]  Sono avvolti dalle fiamme, siano essi lussuriosi carnali, siano essi sodomiti.

[9] Il Purgatorio sarebbe così diviso in dieci zone: spiag­gia, Antipurgatorio, sette gironi e Paradiso terrestre; così come l’Inferno (vestibolo + nove cerchi) e il Paradiso (dieci cieli).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XXXIV Sintesi

Canto XXXIV

Ci troviamo nel cerchio nono, nella quarta zona, alle sette e mezzo di sera del 9 aprile 1330, sabato santo; nell’emisfero australe corrispondono alle sette e mezzo del mattino del 10 aprile.

I traditori dei propri benefattori sono nella quarta zona, detta Giudecca, nome coniato da D. ma in uso allora, in alcune città italiane, per designare il Ghetto.

Battuti da un forte vento, provocato dalle ali di Lucifero, i dannati sono interamente confitti entro il ghiaccio, come pagliuzze attraverso il vetro, distesi o diritti o  stravolti.

D. scorge Lucifero che sta in una buca da cui si discende al centro della terra[1], ed è sospeso nel vuoto: è mostruoso, ha sei ali e tre facce, una rossa, una gialla ed una nera[2].

Con le sue ali da pipistrello, il diavolo crea il tremendo vento che gela il Cocito; dai suoi sei occhi gocciolano continuamente lacrime, che si mischiano alla bava e al sangue che sempre cola dalle tre bocche (vv. 16-54).

Nelle sue tre bocche, come spiega Virgilio, il diavolo maciulla Giuda[3], Bruto[4] e Cassio[5], traditori di Cristo e di Cesare, cioè delle maggiori autorità spirituali e temporali (vv. 55-69).

V. fattosi abbracciare al collo da D., si lascia calare giù lungo le coste vellose di Lucifero sino al centro della terra, lo attraversa e, capovolgendo­si risale lungo le gambe del mostro infernale.

I due poeti oltrepas­sano così il centro della terra e della gravità[6] e si incamminano per uno stretto e buio e malagevole ruscelletto sotterraneo; dopo aver camminato senza riposo giungono per un pertugio tondo all’emisfero antarti­co, e rivedono le stelle (vv. 70-139).


[1] E di qui si prosegue in una caverna naturale fino agli antipodi della sfera terrestre, nell’emisfero australe. Il principe dei diavoli, cadendo, ha provocato la voragine dell’inferno ed è andato a conficcarsi al centro della terra, ossia, secondo la cosmologia tolemaica, al centro dell’universo creato da Dio, quindi nel punto più lontano dall’Eterno. Dante ha qui raggiunto il fondo, dovrà infatti capovolgersi per intraprendere il tragitto, la salita lungo il cunicolo che lo porterà a rivedere il cielo e da lì risalire verso la divinità, meta ultima del viaggio.

[2] Simboli, per i commentatori antichi, rispettivamente dell’odio, dell’impotenza e dell’ignoranza in contrapposizione alle tre virtù espresse dalla Trinità (la potenza del Padre l’amore del Figlio e la sapienza dello Spirito); per i moderni della corruzione della volontà (rosso), dell’ira (il giallo) e della corruzione dell’intelletto (il nero).

[3] Nella bocca centrale. Essendo la sua colpa più grave non solo è sbranato ma anche graffiato da Lucifero.

[4] Nella bocca sinistra.

[5] Nella bocca destra.

[6] Nell’occasione ed in seguito alle pressanti domande di D. che non si capacita di dove si trovi né di quanto stia accadendo (cfr. vv. 88-105), Virgilio coglie l’occasione per spiegare l’origine dell’Inferno, questione strutturale e morale di primaria importanza nella religiosità del tempo. Quando gli angeli si ribellarono a Dio, Lucifero, loro capo, fu precipitato dall’Empireo nell’emisfero australe (meridionale) allora occupato anche da terre, che, alla sua vista e passaggio, si ritirarono inorridite sotto il velo delle acque e andarono ad occupare l’ emisfero boreale (settentrionale) dove ora si concentrano tutte le terre emerse. La terra che ora si erge sopra la distesa marina dell’emisfero meridionale e che forma la montagna del Purgatorio, è fuggita al contatto con Lucifero dal centro della terra, risalendo fino alla superficie delle acque e lasciando al suo posto la cavità che Dante e Virgilio hanno raggiunto, da cui parte la burella che attraversano per riuscire a riveder le stelle.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XXXI-XXXIII Sintesi

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XXXI Canto

 I poeti, percorrendo l’argine interno delle Malebolge lasciano la decima bolgia, e s’accosta­no al pozzo del Cocito (vv. 1-33), intorno al quale, simili a torri, stanno i giganti (vv. 91-111) colpevoli di avere sfidato la divinità[1]: Nembrot[2] (vv. 58-81), Efialte (vv. 91-111)[3], Anteo[4] (vv. 112-129).

Dante è attirato dal gigante più vicino; si tratta di Nembrot, che pronuncia parole aspre e incomprensibili, lui che causò, come Virgilio narra a D., con il suo folle progetto la confusione delle lingue.

Dante e Virgilio procedono poi sulla sinistra un breve tratto, fino ad incontrare un gigante ancora più grande e feroce, con le braccia imprigionate da una catena che gira tutto intorno al busto.

Si tratta di Efialte, responsabile di essere stato fra i più attivi ed aggressivi nella lotta dei giganti contro il loro signore Giove: per aver tanto agitato le braccia contro la somma divinità, ora le ha incatenate.

Dante chiede di poter vedere il gigante Briareo[5], ma Virgilio gli annuncia che presto vedrà Anteo, il quale può parlare e non è incatenato: Briareo invece è troppo discosto, e d’ altra parte è nelle stesse condizioni di Efialte, solo con aspetto più crudele.

In quel momento Efialte improvvisamente si scuote e dimena in modo tale da provocare in Dante il più grande terrore mai provato.

Giunti vicino ad Anteo, Virgilio gli si rivolge con cortesia ricordando le molte vittorie del gigante, e gli chiede di deporli sul fondo del pozzo infernale informandolo di come Dante, tornato sulla terra, potrà rinnovare la sua grande fama.

D. e V. sono quindi deposti da Anteo, su sollecitazione di V., nel fondo del pozzo, in una pianura gelata dove stanno i traditori.

XXXII Canto

Nel nono cerchio nella 1a e 2a zona del Cocito, tra le sedici e le diciotto del 9 aprile 1300, sabato santo.

Il cerchio nono è interamente occupato da un lago ghiacciato, il Cocito appunto, che scende verso il centro; la crosta di ghiaccio è cosi spessa e dura che neppure il crollo di un monte potrebbe minimamente scalfirla.

Il lago è diviso in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca; Dante e Virgilio attraversano in questo canto le prime due.

I dannati sono i traditori dei parenti, della patria, degli amici, dei benefattori, ossia i colpevoli di frode esercitata verso chi si fida; sono immersi più o meno profondamente, a seconda della loro colpa, nel lago ghiacciato diviso, appunto, in quattro zone concentriche: la Caina (traditori dei parenti), Antenora (tradito­ri della patria o della parte), Tolomea (traditori degli amici o degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori).

I dannati sono confitti nel ghiaccio prodotto dal raggelarsi del fiume infernale per il vento freddo causato dalle ali di Lucifero.

Come in vita furono freddi, duri e spietati al punto da tradire persone legate da vincolo di parentcla o di elezione, e che di loro dunque si fidavano, ora sono sprofondati nel ghiaccio durissimo e gelido

Nella Caina e nella Antenora che prendono nome da Caino e da Antenore, leggendario traditore di Troia, i traditori hanno il capo fuori dal ghiaccio e il viso, quelli della Caina, rivolto all’ingiù, quelli dell’Antenora eretto[6].

Nella Caina (vv. 1-39) D. incontra i conti di Mangona[7] (vv. 40-51), che sono i più crudeli tra i traditori dei parenti puniti in questa zona del Cocito; ciò lo vengono a sapere per bocca di Camicione de Pazzi[8], che li informa anche della presenza di Mordret[9], figlio o nipote di re Artù, di Focaccia, cioè il pistoiese Vanni de’ Cancellieri[10], e del nobile fiorentino Sassolo Mascheroni[11]  e Carlino de Pazzi[12] (vv. 52-69).

Nella Antenora, verso il centro del lago, dove sono i traditori politici  o della patria D. incontra Bocca degli Abati, traditore dei Guelfi nella battaglia di Montaperti[13], a cui il poeta strappa i capelli per fargli dire chi sia e poi altri traditori [14](vv. 70-123).

D. poi scorge con racca­priccio due ghiacciati in una buca, l’uno dei quali rode bestial­mente il teschio dell’altro. D. chiede chi sia il “roditore” e quali siano le ragioni, se giuste, di tanto odio che D. promette di far conoscere al mondo (vv. 124-139).

Canto XXXIII

 Nel cerchio nono, nella seconda e nella terza zona (la Tolomea), l’unica zona in cui le anime possono cadere prima della morte fisica, sostituite sulla terra, nel corpo che vive ancora, da un demone.

I due ghiacciati (v. Canto XXXIV in fine) nella buca sono l’uno il conte Ugolino della Gherarde­sca[15], qui condannato per aver tradito prima la parte ghibellina e poi la parte guelfa, e l’altro l’arcivescovo Ruggieri[16], colpevole di aver tradito il conte fingendosigli politicamente amico.

Il conte Ugolino, indotto dalle parole di D., rivela piangendo la crudeltà della morte a cui, per causa dell’Arcivescovo Ruggeri, fu sottoposto insieme con quattro figli (propriamente, due figli, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Anselmuccio e Nino detto il Brigata).

 Rinchiusi nella torre della fame, in Pisa, nel 1289, una notte, dopo molti mesi, sono tutti atterriti dallo stesso sogno profetico: una fantastica caccia sul monte S. Giuliano, guidata dal Ruggieri e da altre famiglie pisane, contro i lupi e lupicini, raggiunti e straziati <<da cagne magre, studiose e conte>>.

 Il presagio della triste fine è confermato dal sentir inchiodare l’uscio di sotto della orribile torre, nell’ora in cui soleva esser portato il cibo; essi sono condannati a morire di fame.

La tragedia si svolge tutta nel silenzio e nell’ombra; l’impetrare, muto, del padre l’aspetto dei visi scarni e sofferenti, l’atto del conte di mordersi le mani per il dolore, interpretato come un tentativo di sfamarsi dai figli, che a lui offrono le loro misere carni, la morte di Gaddo, implorante aiuto, e poi degli altri tre a uno a uno tra il quinto giorno ed il sesto, il brancolare del padre già cieco sopra ciascuno e il chiamarli a lungo disperatamen­te per due giorni, infine la morte per fame del conte, tutto questo è rappresentato da D. con inuguagliabile potenza drammatica (vv. 1-78).

E tale è lo sdegno di D. contro Pisa, rea di aver fatto morire di tal morte anche gli innocenti figli del conte, che egli pronuncia contro di essa una tremenda invettiva, augurando che tutti i Pisani affoghino nelle acque dell’Arno (vv. 79-90).

I poeti passano poi nella terza zona, detta Tolomea[17], dove si trovano, come già detto, i traditori degli amici e degli ospiti. I dannati stanno supini col solo viso fuori dalla ghiaccia, volto in modo tale che le lacrime si ghiaccino nell’orbita degli occhi ed essi possano sentire più dolore: l’anima loro può piombare nell’inferno, come già accennato, appena compiuto il tradimento, mentre il corpo vive ancora sulla terra, occupato da un demonio, come spiega a D. il frate gaudente Alberigo[18] e come accade al genovese Branca d’Oria[19].

D. prorompe in una invettiva contro i Genovesi, tanto corrotti che uno di loro è già all’Inferno prima ancora che il suo corpo muoia.


[1]  Essi hanno la parte inferiore dell’im­menso corpo addossata alla parete del pozzo, e i piedi piantati sul fondo. Tentarono di elevarsi al cielo, usando la propria forza: ora sono sprofondati e incatenati, impotenti e inermi, alle pareti del pozzo.

[2] Nembrot. Primo re di Babilonia, rappresentato nella Bibbia come cacciatore,  qui reca un corno al collo. Nella tradizione medievale è raffigurato appunto come gigante, ideatore della torre di Babele, costruita per raggiungere il cielo. Dio lo punì con la confusione delle lingue.

[3] Fialte, o Efialte. Figlio di Nettuno e lfimedia. Tentò la scalata per raggiungere il cielo insieme al gemello Oto, sovrapponendo i monti Ossa e Pelio all’Olimpo.

[4] Anteo. Figlio di Nettuno e della Terra; non prese parte alla lotta contro gli dei, essendo nato più tardi. Abitava nel deserto libico; combatte contro Ercole che lo vinse e l’uccise.

[5] Briareo. Gigante centimane, alleato di Zeus, che partecipò alla lotta contro i Titani  (i sei figli di Urano e Gea: Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto, Crono).

[6]  La Caina prende il nome da Caino, assassino del fratello Abele. È sede, come già accennato, dei traditori dei parenti: immersi fino al collo, tengono il viso piegato verso il basso perché le lacrime che sgorgano dagli occhi non gelino. L’Antenora prende il nome da Antenore, eroe troiano che consigliò di restituire Elena per rappacificarsi con i Greci; di qui derivò la leggenda secondo cui fu lui a consegnare la statua di Pallade ai nemici ed apri lo sportello del cavallo di legno. È  sede dei traditori della patria e del partito: immersi fino al capo, sono costretti a tenerea appunto la testa diritta.

[7] Alessandro e Napoleone degli Alberti. Vissuti nella seconda metà del 1200, figli del conte Alberto di Mangona, che lasciò loro una cospicua eredità di terre e possedimenti. Da questo testamento nacquero lotte violente, acuite dagli odi di partito, essendo Alessandro guelfo e Napoleone ghibellino. Rappacificati per opera del cardinale Latino, i fratelli ripresero le violente contese fino ad uccidersi a vicenda, intorno al 1285.

[8] Camicione de’ Pazzi Di Valdarno, uccise un suo parente per entrare in possesso dei suoi beni.

[9] Mordret. Personaggio del romanzo di Lancillotto, figlio o nipote di re Artù, avendo tentato di impossessarsi a tradimento del suo regno, fu trapassato con un colpo di lancia dal re.

[10] Vanni de’ Cancellieri. Detto Focaccia, pistoiese di parte bianca, avrebbe ucciso a tradimento il cugino Sassolo Mascheroni.

[11] Sassolo Mascheroni. Della famiglia dei Toschi da Firenze, uccise un cugino per impadronirsi dell’eredità.

[12]  Carlino de’ Pazzi. Di Valdarno, nel 1302 tradì i Bianchi, consegnando ai Neri il castello di Piantavigne dove erano rifugiati gli esuli politici, mentre egli otteneva in cambio il rimpatrio e un compenso in denaro. Deve ancora raggiungere la zona dei traditori, ma andrà più in basso, nell’Antenora, dove sono puniti i traditori politici .

[13] Bocca degli Abati. Fiorentino, si dice che avesse tradito i guelfi nella battaglia di Montaperti nel 1260, tagliando di netto la mano di colui che reggeva il vessillo del Comune di Firenze; in tal modo i guelfi, scoraggiati, furono sconfitti in breve tempo.

[14] Si tratta di:

1) Buoso da Duera. Signore di Cremona, avendo ricevuto da Manfredi l’incarico di organizzare la resistenza in Lombardia contro le truppe di Carlo d’ Angiò, si fece corrompere dai Francesi e li lasciò passare senza combattere.

2) Tesauro dei Beccaria. Pavese, abate di V allombrosa e legato pontificio in Toscana. Fu decapitato in Firenze per aver tradito i guelfi, favorendo il rientro in città dei ghibellini, cacciati nel 1258.

3) Gianni dei Soldanieri. Fiorentino di parte ghibellina; nella sommossa del 1266 tradi i suoi e, fattosi capopopolo, cercò di impadronirsi del governo della città a danno dei ghibellini.

4) Ganellone, o Gano di Maganza. Tipico traditore nei poemi cavallereschi; fu colui che, tradendo Orlando, provocò la rotta di Roncisvalle dell’ esercito cristiano.

5) Tebaldello de’ Zambrasi. Di Faenza, nel 1280 per vendicarsi contro i Lambertazzi, ghibellini bolognesi rifugiatisi a Faenza, consegnò la propria città ai Geremei, guelfi di Bologna. Mori nel 1282 nella battaglia di Forli.

[15] Ugolino della Gherardesca. Conte di Donoratico, nato nella prima metà del 1200 da antica e nobilissima famiglia, aveva vasti possedimenti intorno a Pisa, nel Maremmano e in Sardegna. Mentre Pisa, di parte ghibellina, era in lotta con Genova e con le vicine città toscane guelfe, Ugolino nel 1275 congiurò con il genero Giovanni Visconti per instaurare il partito guelfo in città. Il tentativo non riuscì ed egli fu esiliato con i suoi, ma, riammesso di lì a poco, acquistò presto potere e prestigio presso i concittadini. Condusse la battaglia della Meloria ( 1284) in cui i Pisani dovettero cedere ai Genovesi. Divenuto podestà di Pisa, per spezzare l’alleanza tra Genova, Firenze e Lucca, stretta a danno del proprio Comune, si diede a concedere terre e castelli ai nemici, isolandoli così tra loro. Appena Pisa fu fuori pericolo, associò a se il nipote Ugolino Visconti, trasformando il Comune in Signoria. Ma nel giugno 1288 i ghibellini, con l’aiuto delle potenti famiglie dei Gualandi, dei Lanfranchi e dei Sismondi e sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, gli tolsero il potere; Ugolino fu rinchiuso in una torre della città – detta poi « della Fame» – con i due figli Gaddo e Uccione e i due nipoti Nino e Anselmuccio. I cinque morirono d’inedia nel febbraio del 1289. Dante lo colloca tra i traditori politici per essere passato dai ghibellini ai guelfi, più che per l’ azione diplomatica intentata contro Lucca, Pisa e Firenze.

[16] Ruggieri degli Ubaldini. Arcidiacono di Bologna, nel 1271 divenne arcivescovo di Ravenna e nel 1278 di Pisa. Tradi il conte Ugolino di cui si era finto seguace e, avendolo fatto morire di fame, ora è divorato da lui.

    [17] Che prende il nome Tolomea. Prende il nome da Tolomeo, re d’Egitto che tradi l’amico Pompeo, oppure dal Tolomeo governatore di Gerico che uccise a tradimento il suocero Simone Maccabeo e i suoi figli durante un banchetto cui erano stati invitati.

[18] Alberigo dei Manfredi. Vissuto nella seconda metà del 1200, faentino, frate gaudente di parte guelfa. In lite con alcuni suoi parenti, nel maggio del 1285 li invitò a banchetto per rappacificarsi con loro, e al momento della frutta li fece uccidere. Dante si stupisce di vederlo già nell’lnferno, perche frate Alberigo era ancora vivo nel 1300.

[19] Branca d’Oria. Nobile genovese, coevo di Dante, vivo ancora quando il poeta immagina di incontrare la sua anima nella Tolomea. Per impadronirsi della signoria di Logudoro in Sardegna, uccise il suocero Michele Zanche (di cui Dante ha dato notizia tra i barattieri, cfr. XXll, 88), dopo averlo invitato a pranzo.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XVII-XXX Sintesi e commento

Inf. 27 Bartolomeo di Fruosino, Dante e Virgil...
Inf. 27 Bartolomeo di Fruosino, Dante e Virgilio con Guido da Montefeltro tra i Falsi consiglieri, 1420 ca. (Photo credit: Wikipedia)

XXVII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella ottava bolgia: sempre tra i consiglieri fraudolenti. Un’altra fiamma interroga Virgilio: Guido da Montefeltro[1] (vv. 1-30).

Dante gli dà notizie sulle condizioni politiche della Romagna (vv. 31-54). Guido gli rivela l’inganno tesogli da Bonifacio VIII, con un’asso­luzione invalida ed illecita, e la storia della sua dannazione: Guido era stato indotto da Bonifacio VIII a dare un consiglio frodolento sul modo di prendere Preneste, sicuro dell’assoluzione datagli dal Papa prima ancora del peccato (vv. 54-111).

Guido racconta a D. che alla sua morte, accadde un breve contrasto tra S. Francesco ed il demonio, per il possesso della sua anima, contrasto vinto dal diavolo per l’invalidità dell’as­soluzione papale precedentemente al peccato, al quale non era seguito il pentimento (vv. 111-136).

XXVIII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella nona bolgia. I poeti, stando sul ponte della nona bolgia, vedono passare i seminatori di discordie, di scandali e gli scismatici[2] (vv. 1-21), mutilati dalla spada di un demonio.

Tra costoro vi è Maometto[3], col ventre squarcia­to, che gli indica il genero Alì [4]che cammina davanti a lui, e manda un monito a fra Dolcino[5] (vv. 22-63), Pier da Medicina[6] (vv. 64-95), Caio Curione[7] (vv. 96-102), Mosca Lamberti[8] (vv. 103-111), Bertrando dal Bornio[9], che porta la testa staccata dal busto e tenuta per le chiome a guisa di lucerna, apparizione tale, che D. avrebbe paura di descriverla, se non avesse coscienza di dire il vero (vv. 112-142).

XXIX Canto

Nell’ottavo cerchio, nella nona bolgia e nella decima dove stanno i falsatori[10] di metalli[11], di persone[12], di moneta[13] e di parola[14] .

D. riconosce tra i seminatori di discordie un suo paren­te: Geri del Bello[15] (vv. 1-39).

I poeti passano poi alla decima bolgia dove i falsatori di metalli o alchimisti sono puniti di lebbra o scabbia (vv. 40-72), e vi trovano Griffolino d’Arezzo[16] e Capocchio di Siena[17].

XXX Canto

Nell’ottavo cerchio, nella decima bolgia, corrono mordendo i compagni di pena i falsificatori della propria persona[18]: Gianni Schicchi[19], un truffatore fiorentino, e Mirra[20] che amò suo padre re di Cipro facendosi credere donna straniera (vv. 1-48).

I falsificatori della moneta sono gravati dalla idropisia[21], come maestro Adamo[22], un falsificatore del fiorino fiorentino che, tormentato dalla sete, maledice quelli che lo hanno indotto a mal fare, i conti di Romena, compiacendosi della pena che uno di loro, Guido, al punto di volerlo cercare, se potesse muoversi, per tutta la bolgia, pur di avere la soddisfazione di vederlo(vv. 49-90).

D. chiede a maestro adamo chi siano i miseri alla sua destra che fumano come la mai bagnate nell’inverno; l’altro risponde che si tratta dei falsario di parola: i bugiardi sono colpiti da febbre violenta[23]; adamo presenta a D. come esempi la moglie di Putifarre[24] e il greco Sinone[25], che entra in diverbio con maestro Adamo per essere stato da quest’ultimo così presentato (vv. 91-129).

Virgilio rimprovera Dante di aver seguito, con attenzione ed interesse, un litigio così volgare (vv. 130-148).


[1] Guido da Montefeltro (1222-1298), definito dal Villani (Cron., VII, 80) « il più sagace e il più sottile uomo di guerra ch’al suo tempo fosse in Italia », fu uno dei più ardenti sostenitori del partito ghibellino, sia con le armi che con le astuzie. Nel 1268 fu vicario in Roma di Re Corradino : nel 1274 fu capitano generale di Forlì ghibellina, e nel 1275 capitano generale di tutti i ghibellini di Romagna. In tale qualità combattè fieramente i guelfi per parecchi anni, infliggendo loro memorabili sconfitte: come al Ponte di San Procolo (1275) e a Reversano (1275), contro l’esercito guelfo bolognese, comandato da Malatesta da Verrucchio, e a Forlì (1282), contro un esercito angioino-pontificio, comandato dal francese Giovanni d’Appia e inviato dal pontefice Martino IV, d’accordo con Carlo d’Angiò, per pacificare la Romagna, ceduta alla Chiesa da Rodolfo d’ Asburgo nel 1276. In quest’occasione fu scomunicato, ma continuò a resistere fino a quando le soverchianti forze pontificie, condotte da Guido di Montfort (Inf. XII, 119), e la volontà dei forlivesi, orrnai stanchi della guerra, non lo costrinsero a venire a patti col Papa ed a subire la pena del confino. Nel 1289 ruppe il confino per recarsi a Pisa, che,  dopo la catastrofe del conte Ugolino, lo aveva eletto podestà e capitano generale nella guerra che si combatteva contro Firenze, ed ottenne parecchi successi, per quanto non riuscisse ad impedire la resa del castello di Caprona. Nel 1292,  conclusasi la pace tra Pisa e Firenze se ne tornò in Romagna, ottenendo nel suo passaggio attraverso la Toscana, onorevoli accoglienze da parte dei fiorentini e dei loro alleati : e in Romagna prese ancora viva parte alle lotte del paese impadronendosi di Urbino, che difese contro Malatestino, podestà di cesena. nel 1294 fu assolto dalla scomunica da papa Celestino V, e nel 1296 partecipò con gli altri signori di Romagna alle trattative con cui Bonifacio VIII cercò di pacificare  questa regione: ma poco dopo entrò nell’ordine francescano, morendo ad Assisi nel 1298. Dante, che nel Convivio (IV, XXVIII, 8) ha per questa figura di capo ghibellino parole di alta ammirazione (“lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano”), sembra che lo abbia condannato tra i consiglieri fraudolenti non tanto per la sua astuzia, quanto – come vedremo – per colpire il vero responsabile della sua dannazione, Bonifacio VIII.

[2] I seminatori di discordie, di scandali e gli scismatici vagano nella bolgia orrendamente mutilati, con il volto o il corpo squarciato dalla spada di un demone: una volta compiuto il giro della bolgia, le ferite così richiuse vengono riaperte dalla lama del diavolo.Ogni tipo di mutilazione o ferita ha riferimento preciso con il genere di scisma o discordia provocato in vita

[3] Maometto (560-633). Fondatore della religione mussulmana, fu considerato uno scismatico nel Medioevo perché si pensava fosse un cardinale romano, che deluso per la mancata elezione a pontefice avesse fondato una propria setta creando in tal modo un vero e proprio scisma.

[4] Alì (597-661). Genero di Maometto, tra i suoi primi seguaci, si ribellò poi a lui, fondando la setta dello Sciismo.

[5] Fra Dolcino. Predicatore di una dottrina che, unendo agli ideali di Gerardo Segarelli e della sua comunità degli “apostolici” alcuni principi simili a quelli propugnati dai catari e dai valdesi, vagheggiava una confraternita ideale di cristiani uniti dall’esperienza privilegiata della comunicazione con lo Spirito e liberi dall’obbedienza a qualsiasi autorità ecclesiastica. La comunità, forte di circa 4000 fedeli in Trentino e in Valsesia, fu colpita dalla crociata bandita dal papa Clemente V ; Dolcino fu giustiziato nel 1307.

[6] Pier da Medicina. Personaggio incerto, lo si identifica con un Piero dei Biancucci dei signori di Medicina, città dell’Emilia, o con il nipote di lui. I commentatori antichi parlano di lui come di un gran seminatore di discordie, da cui trasse cospicui vantaggi.

[7] Caio Curione. Vissuto nel I sec. a.C., tribuno della plebe, tradì Pompeo a favore di Cesare. Secondo Lucano, fu proprio Curione a spingere Cesare, incerto, a passare il Rubicone e mettersi in guerra con il senato romano.

[8] Mosca de’ Lamberti. Vissuto a cavallo tra il l 100 e il 1200, fiorentino, gli si attribuivano grosse responsabilità nell’inizio delle lotte tra le famiglie di Firenze. Mentre la famiglia degli Amidei si era riunita per vendicare l’offesa di Buondelmonte, che non aveva mantenuto una promessa di matrimonio, Mosca li consigliò con la famosa frase: «cosa fatta capo ha», cioè cosa fatta non può disfarsi, occorre uccidere il traditore senza esitare e senza pensare alle conseguenze. Da qui una lunga serie di vendette e lotte civili.

[9] Bertran de Born (Bertran dal Bornio). Poeta provenzale e feudatario di Perigord. Suddito di Enrico II d’lnghilterra, si dice abbia istigato il figlio Enrico III, detto il Re giovane, a ribellarsi contro il padre.

[10] I falsari sono affetti e sfigurati da malattie ripugnanti, diverse a seconda del loro peccato: gli alchimisti sono puniti con la lebbra, i falsari della persona con la rabbia, i falsari di moneta sono affetti da idropisia e quelli di parola da febbre. Come in vita sfigurarono in vari modi la verità, cosi ora sono sfigurati e oppressi da malattie schifose. In questo canto Dante raffigura la pena degli alchimisti, affetti da lebbra e scabbia. I dannati addossati l’uno all’altro si grattano furiosamente; la loro pena è conseguenza diretta del loro peccato, ossia del manipolare metalli, specie piombo, che causa avvelenamento.

[11] Ossia gli Alchimisti, coloro che cercarono di trasformare i metalli meno pregiati in oro.

[12] Coloro che si fingono altri per trarne vantaggio.

[13] Coloro che coniano monete false.

[14] I calunniatori, spergiuri bugiardi.

[15] Geri del Bello. Cugino di Alighiero II,  padre di Dante.  Seminatore di discordie, pare che fini ucciso da un tale Brodaio dei Sacchetti. Si mostra adirato con Dante perché ma fino al 1300 nessuno della famiglia lo aveva ancora vendicato.

[16] Griffolino d’Arezzo. Alchimista, morto prima del 1272, arso come eretico per accusa di Albero o Alberto da Siena, confidente dell’allora vescovo di Siena. Si racconta che Griffolino promise per scherzo ad Alberto di insegnargli l’arte del volare; questi però gli credette e, visto che l’altro non poteva accontentarlo, s’infuriò talmente da mandarlo a morte.

[17] Capocchio da Siena. Conosciuto personalmente da Dante, aveva la specialità di imitare perfettamente le persone. Si diede all’alchimia e fu arso per questo nel 1293.

[18] I falsari di persona, afflitti da una rabbia feroce che li fa correre come maiali impazziti fuori dal recinto. La rabbia ricorda la bramosia e l’ avidità che li ha condotti in vita a fingersi altri, e la loro furia è la pazzia che stravolge l’identità, come in vita cambiarono la propria.

[19] Gianni Schicchi dei Cavalcanti. Fiorentino contemporaneo. Abile nel truccarsi ed imitare gli altri, si sostituì a Buoso Donati sul letto di morte, dettando cosi al notaio un testamento con il quale assegnò a se stesso la migliore cavalla dell’armento di Buoso.

[20] Mirra. Mitica figlia di Ciniro, re di Cipro. Innamoratasi del padre si finse un’altra donna per potersi unire a lui. Ciniro, accortosi dell’inganno, voleva ucciderla, ma Mirra riusci a sfuggirgli, rifugiandosi in Arabia, dove fu tramutata nella pianta che porta il suo nome.

[21] Malattia del corpo che dimagrisce o si gonfia quando si forma un liquido in certi organi: fa venire una voglia smisurata di bere. I falsari di moneta hanno il ventre gonfio di cattivi umori, come i metalli vili che introducevano nelle monete d’ oro.

[22] Maestro Adamo. Vissuto nel 1200, dottore, di patria incerta. Giunse nel Casentino dove fu ospite dei conti di Romena, i fratelli Guido II, Alessandro e Aghilulfo II. Su loro incarico si mise a coniare fiorini falsi, mescolando tre carati di rame e ventuno d’oro. Arrestato a Firenze mentre spendeva tali monete, fu arso vivo nel 1281.

[23] Sono tormentati dalla febbre che li fa delirare falsando i sensi, come in vita confusero parole false e parole vere.

[24] Moglie di Putifarre. Personaggio biblico di cui non viene fatto il nome; invaghitasi dell’ ebreo Giuseppe e da lui respinta, lo accusò falsamente di averle usato violenza.

[25] Sinone. Personaggio dell’ Eneide: è il greco rimasto a Troia quando tutti gli altri finsero di togliere l’ assedio. Conquistata la fiducia del re Priamo, Sinone lo convinse ad introdurre il cavallo di legno dentro le mura  della città, assicurando che si trattava di un segno di buon augurio.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI Sintesi e commento

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XXVI Canto

IN BREVE

– Nell’ottavo cerchio e nella settima e ottava bolgia. Dante inveisce di sdegno per aver trovato tra i ladri cinque fiorentini (vv. 1-12).

 I poeti passano all’ottava bolgia, dove sono arsi entro lingue di fuoco a due punte, i consiglieri fraudolenti (vv. 13-48), e incontrano quivi Ulisse e Diomede (vv. 49-84).

 Per desiderio di Dante, Ulisse narra, su richiesta di Virgilio, la sua ultima navigazione, oltre le colonne d’Ercole, in cui incontrò con i suoi compagni la morte.

Partito da Circe, dopo lunghe peregrinazioni, gli affetti famigliari non valsero a spegnere il suo desiderio di conoscere il modo e i vizi ed il valore degli uomini.

Messosi, già vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l’alto mare aperto, naviga il Mediterraneo tra le coste della Spagna e dell’Africa, fino allo stretto di Gibilterra ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini le colonne d’Ercole.

Esortati con una <<orazion piccola>> i compagni  a <<seguir virtute e conoscenza>> e ad affrontare i rischi del <<folle volo>>, Ulisse prosegue l’audace navigazione nello sconfinato Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza.

La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella montagna è il Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare.

Da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave affondandola nel mare  v. 85-142).

*.*.*

Il canto si apre a mezzogiorno circa del 9 aprile 1300, sabato santo, nel cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII) ed in particolare nell’8a bolgia. Attraverso un percorso roccioso e arduo ci si  affaccia al fossato il cui fondo risplende di fiammelle.

DANNATI

Sono i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che, facendo cattivo uso del proprio ingegno, se ne servono per vincere con l’astuzia in politica.

PENA E CONTRAPPASSO

I dannati sono avvolti in fiamme appuntite come lingue, nascosti dallo stesso fuoco che li arde, e faticano nel parlare.

In vita con i loro consigli e le loro astuzie accesero disgrazie, liti e sventure, così ora ardono nelle fiamme appuntite, come le loro lingue acute ma pericolose, che tanto abili in terra a parlare ora riescono a fatica e con dolore a buttare fuori la voce.

PERSONAGGI

Ulisse. Eroe omerico, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, simbolo dell’astuzia e della sete di conoscenza.

In Omero, ma soprattutto in Ovidio e Stazio, alle sue imprese si associa sovente il compagno Diomede.

Dante ne ricorda tre episodi che avrebbero determinato la sua condanna: l’inganno del cavallo di Troia, l’impresa con cui riuscì a convincere Achille a partecipare alla guerra di Troia e quindi a lasciare l’amata Deidamia, il furto della statua di Pallade Atena dal tempio di quella città, che si credeva proteggesse i Troiani.

Diomede. Nella mitologia greca, re di Argo e figlio di Tideo, uno dei guerrieri conosciuti come Epigoni, i figli dei Sette contro Tebe, che distrussero la città di Tebe.

Diomede fu uno dei principali eroi greci della guerra di Troia: uccise numerosi guerrieri troiani e, con l’assistenza della dea Atena, ferì Afrodite dea dell’amore, e Ares dio della guerra, entrambi sostenitori dei troiani.

Quando Diomede tornò dalla guerra e scoprì che la sua sposa gli era stata infedele, abbandonò il suo regno e si recò in Italia, dove fondò numerose città in Apulia (l’attuale Puglia).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Il canto di Ulisse. Dante colloca Ulisse come figura centrale del canto, e lo costruisce in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio stesso e da altri scrittori latini.

Cosi Ulisse assurge a simbolo dell’abuso dell’ingegno contro e oltre le regole morali o religiose, e si fa eroe tragico nell’ultima impresa narrata con buon agio dopo aver liquidato i motivi (cfr. vv. 53-63) della sua condanna come consigliere fraudolento.

È quindi l’ansia, il desiderio di conoscenza non illuminato dalla Grazia che porta l’eroe alla catastrofe inevitabile, proprio perché spinto da un anelito di verità che si può solo intravedere (come la montagna indistinta del Paradiso terrestre in lontananza), ma che non è dato senza rivelazione.

Proprio in questa luce va visto il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato del privilegio dell’alto ingegno, dono divino, che non va sprecato né usato senza il sostegno della virtù.

Intorno alla figura centrale di Ulisse gravita dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione.

2) Invettiva a Firenze. Come l’episodio di Vanni Fucci si chiudeva con l’invettiva a Pistoia, l’incontro con i ladri fiorentini si chiude con una amara e dolente apostrofe contro Firenze.

È l’ennesima condanna della città, ma cosi diretta e in prima persona, messa in apertura di canto, sembra assorbire in sé le precedenti invettive e amare considerazioni sulla propria patria.

3) La commozione di Dante. L’ardente preghiera rivolta da Dante al maestro per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede è piena di fervore, e tradisce un’ansia che sfiora il patetico (vedi che del desio ver’ lei mi piego!), la quale si giustifica da un lato con la grande reverenza che il poeta prova nei confronti di un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante, dall’altro con l’occasione unica che gli si offre: quella di far raccontare la fine dell’eroe come monito ed esempio per coloro che fidano eccessivamente nella ragione e nell’ingegno umano.

4) Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un’immagine lirica e quasi serena, nel clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi, dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive.

Anche la pena dei dannati non è visibile, si consuma senza stravolgimenti carnali, a sottolineare che qui il rapporto tra Dante e i penitenti del canto nuovamente si umanizza, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che caratterizzano le altre bolge.

RIASSUNTO E PARAFRASI

Invettiva di Dante contro Firenze (vv. 1 – l 2)

Dante ha incontrato nella bolgia dei ladri cinque fiorentini e questo gli fa pronunciare una amara e sarcastica invettiva contro Firenze che può essere fiera. poiché il suo nome si diffonde non solo per mare e per terra, ma anche nell’Inferno. Ma si avvicinano per la città le sventure che Prato e altri paesi agognano per lei, ed il Poeta si augura, pur con grande dolore, che avvengano al più presto.

L’8a bolgia: i consiglieri fraudolenti (vv. 13-42)

I due poeti proseguono il cammino: aiutandosi con le mani, ripercorrono la stessa strada da cui erano scesi e si arrampicano a fatica tra le rocce (borni= dal francese borne) del ponte che avevano fatto da scalini.

Dante, ripensando a ciò che vide nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti che male si servirono del proprio ingegno, cerca di tenere a freno la propria intelligenza che gli è stata donata dalle stelle e dalla grazia di Dio, affinché sia sempre guidata dalla virtù[1].

Egli vede risplendere il fondo dell’ottava bolgia di tantissime fiammelle quante sono le lucciole che il contadino vede nelle sere d’estate dall’alto della collina giù nella valle.

E come la fiamma del carro impedì ad Eliseo, che si vendicò con gli orsi[2], di vedere Elia rapito al cielo[3], cosi nel fondo della bolgia, le fiammelle nascondono alla vista lo spirito che vi è condannato.

Ulisse e Diomede (vv. 43-75)

Dante, sporgendosi dal ponte, si accorge che all’interno delle fiamme si nasconde un peccatore, ma vorrebbe sapere chi vi sia dentro ad una fiamma che, diversamente dalle altre, è divisa in due punte come la fiamma che sorse dalla pira su cui furono bruciati Eteocle ed il fratello Polinice[4].

Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, che insieme sono puniti da Dio, cosi come insieme da vivi ne affrontarono l’ira: motivi della loro condanna sono l’inganno del cavallo di legno che portò alla caduta di Troia, l’inganno per il quale Achille fu strappato all’amata Deidamia[5], e il furto del Palladio[6].

Dante esprime a Virgilio di avere grande desiderio di parlare con i due dannati e gliene chiede il permesso; ma Virgilio gli consiglia di lasciare che sia egli stesso a rivolgere le domande ai due spiriti poiché, essendo Greci, forse non gradirebbero di rispondere ad un uomo appartenente ad un’altra civiltà.

Ulisse narra la propria fìne (vv. 76-142)

Non appena la fiamma è più vicina e sembra il momento più idoneo, Virgilio si rivolge ai due spiriti prigionieri, pregandoli in nome dei versi che egli dedicò loro nell’Eneide, di fermarsi e di voler narrare la propria fine.

La punta più grande della fiamma in cui è imprigionato lo spirito di Ulisse, comincia allora ad agitarsi come mossa dal vento; poi muovendosi qua e là come fosse una lingua, inizia a parlare.

Quando egli lasciò Circe, la figlia del sole[7], che lo aveva trattenuto più di un anno presso Gaeta, né l’affetto per il figlio né l’amore filiale verso il padre, né l’amore per la sposa Penelope, poterono vincere la sete di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli esseri umani.

Perciò si avventurò in mare, con un’unica nave e con pochi fedeli compagni[8].

Navigando percorsero le coste europee fino alla Spagna e le coste africane fino al Marocco, costeggiarono la Sardegna e le altre isole del mar Mediterraneo e, ormai vecchi e deboli, giunsero allo Stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le due montagne[9] per ammonire i naviganti a non avanzare oltre e infine oltre le Colonne d’Ercole superarono le città di Siviglia e di Ceuta[10].

Giunti a questo punto egli esortò i compagni a seguirlo nell’esplorazione dell’altro emisfero, rammentando loro che l’essere umano è stato creato per seguire la virtù e apprendere la scienza; queste parole rincuorarono i compagni al punto che non avrebbe più potuto trattenerli dal proseguire il viaggio; perciò, voltata la poppa della nave ad oriente, continuarono la navigazione sempre avanzando verso sinistra, verso il polo antartico.

Già le stelle del polo australe illuminavano il cielo, mentre quelle del polo boreale scomparivano, quando, dopo cinque mesi di viaggio, apparve sull’acqua una montagna tanto alta quanto mai egli ne vide.

La vista di questa montagna li rallegrò, ma presto la gioia si tramutò in pianto, poiché dalla nuova terra si levò un turbine che colpì la parte anteriore della nave, facendola girare tre volte su se stessa e poi inabissandola nel profondo del mare.


[1] Ciò perché nell’esilio Dante era divenuto un uomo di corte, un negoziatore di politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere.

[2] Nel Libro IV dei Re (II, 23,-24), si legge che Eliseo, avviandosi verso la città di Betel, maledisse due fanciulli, che lo beffeggiavano, per cui due orsi, usciti da un bosco, ne divorarono un gran numero (e precisamente quarantadue).

[3] Nel Libro IV dei Re (II, l 1-12) si legge che il profeta Elia, rapito in cielo su di un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, fu sottratto alla vista di Eliseo.

[4] Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, scacciarono il padre dalla citta e furono da lui maledetti: il padre predisse infatti loro odio eterno. Dapprima decisero di regnare su Tebe un anno per ciascuno, ma presto sorse tra di loro un conflitto che sfociò nella guerra di Tebe e nella morte di tutti e due. I corpi dei fratelli furono bruciati sullo stesso rogo, quasi a significare l’odio imperituro fra i due (Stazio,Theb. XII, 429 sgg.).

[5] Si tratta dell’astuzia con cui scopersero Achille, travestito da fanciulla, presso il re Licomede in Sciro, inducendolo a partecipare alla guerra di Troia, per cui l’innamorata Deidamia, fig1ia del medesimo re, morì di dolore (Stazio, Achill. I, 537 s99.)

[6] L’oracolo aveva predetto che dalla statua di Minerva  sarebbe dipesa la salvezza dei Troiani (En. II, 162 e ss.).

[7] Circe. Nella mitologia greca, maga figlia del Sole e della ninfa marina Perseide. Viveva nell’isola di Eea, vicino alla costa occidentale italiana. Con pozioni e incantesimi Circe trasformava gli uomini in animali, ma le sue vittime non perdevano il raziocinio ed erano dunque consapevoli dell’accaduto. Durante i suoi vagabondaggi, Ulisse capitò sull’isola con i suoi compagni, che furono trasformati in porci. Andando in cerca di aiuto per i suoi uomini, Ulisse incontrò il dio Ermes, dal quale ricevette un’erba che lo rese immune dagli incantesimi della maga. La costrinse dunque a restituire sembianze umane ai suoi compagni, e Circe, sorpresa dal fatto che qualcuno potesse resistere alle sue formule magiche, si innamorò di lui. Ulisse rimase appunto sull’isola per un anno, e quando decise di partire Circe gli spiegò come trovare nel mondo sotterraneo lo spirito del veggente tebano Tiresia, affinché gli indicasse la via più sicura per il ritorno in patria.

[8] D. si Basò forse su un passo di Cicerone (De officiis, III, 26), ove si legge che ad Ulisse non piacque <<regnare e vivere in Itaca, oziosamente con i genitori, con la moglie, col figlio>>, ed immaginò quindi che l’eroe, nel suo fortunoso viaggio di ritorno, non rivedesse la sua patria.

[9] Mentre si recava all’isola di Eritea per catturare i buoi del mostro a tre teste Gerione, sua decima impresa, Eracle pose, in ricordo del suo passaggio, appunto due grandi rocce, le cosiddette “colonne d’Ercole”, sui promontori Colpe e Avila che segnano lo stretto che separa il Mediterraneo dall’oceano Atlantico, l’odierno stretto di Gibilterra.

[10] Ceuta, citta del Marocco, situata di fronte a Gibilterra