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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI Sintesi e commento

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XXVI Canto

IN BREVE

– Nell’ottavo cerchio e nella settima e ottava bolgia. Dante inveisce di sdegno per aver trovato tra i ladri cinque fiorentini (vv. 1-12).

 I poeti passano all’ottava bolgia, dove sono arsi entro lingue di fuoco a due punte, i consiglieri fraudolenti (vv. 13-48), e incontrano quivi Ulisse e Diomede (vv. 49-84).

 Per desiderio di Dante, Ulisse narra, su richiesta di Virgilio, la sua ultima navigazione, oltre le colonne d’Ercole, in cui incontrò con i suoi compagni la morte.

Partito da Circe, dopo lunghe peregrinazioni, gli affetti famigliari non valsero a spegnere il suo desiderio di conoscere il modo e i vizi ed il valore degli uomini.

Messosi, già vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l’alto mare aperto, naviga il Mediterraneo tra le coste della Spagna e dell’Africa, fino allo stretto di Gibilterra ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini le colonne d’Ercole.

Esortati con una <<orazion piccola>> i compagni  a <<seguir virtute e conoscenza>> e ad affrontare i rischi del <<folle volo>>, Ulisse prosegue l’audace navigazione nello sconfinato Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza.

La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella montagna è il Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare.

Da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave affondandola nel mare  v. 85-142).

*.*.*

Il canto si apre a mezzogiorno circa del 9 aprile 1300, sabato santo, nel cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII) ed in particolare nell’8a bolgia. Attraverso un percorso roccioso e arduo ci si  affaccia al fossato il cui fondo risplende di fiammelle.

DANNATI

Sono i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che, facendo cattivo uso del proprio ingegno, se ne servono per vincere con l’astuzia in politica.

PENA E CONTRAPPASSO

I dannati sono avvolti in fiamme appuntite come lingue, nascosti dallo stesso fuoco che li arde, e faticano nel parlare.

In vita con i loro consigli e le loro astuzie accesero disgrazie, liti e sventure, così ora ardono nelle fiamme appuntite, come le loro lingue acute ma pericolose, che tanto abili in terra a parlare ora riescono a fatica e con dolore a buttare fuori la voce.

PERSONAGGI

Ulisse. Eroe omerico, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, simbolo dell’astuzia e della sete di conoscenza.

In Omero, ma soprattutto in Ovidio e Stazio, alle sue imprese si associa sovente il compagno Diomede.

Dante ne ricorda tre episodi che avrebbero determinato la sua condanna: l’inganno del cavallo di Troia, l’impresa con cui riuscì a convincere Achille a partecipare alla guerra di Troia e quindi a lasciare l’amata Deidamia, il furto della statua di Pallade Atena dal tempio di quella città, che si credeva proteggesse i Troiani.

Diomede. Nella mitologia greca, re di Argo e figlio di Tideo, uno dei guerrieri conosciuti come Epigoni, i figli dei Sette contro Tebe, che distrussero la città di Tebe.

Diomede fu uno dei principali eroi greci della guerra di Troia: uccise numerosi guerrieri troiani e, con l’assistenza della dea Atena, ferì Afrodite dea dell’amore, e Ares dio della guerra, entrambi sostenitori dei troiani.

Quando Diomede tornò dalla guerra e scoprì che la sua sposa gli era stata infedele, abbandonò il suo regno e si recò in Italia, dove fondò numerose città in Apulia (l’attuale Puglia).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Il canto di Ulisse. Dante colloca Ulisse come figura centrale del canto, e lo costruisce in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio stesso e da altri scrittori latini.

Cosi Ulisse assurge a simbolo dell’abuso dell’ingegno contro e oltre le regole morali o religiose, e si fa eroe tragico nell’ultima impresa narrata con buon agio dopo aver liquidato i motivi (cfr. vv. 53-63) della sua condanna come consigliere fraudolento.

È quindi l’ansia, il desiderio di conoscenza non illuminato dalla Grazia che porta l’eroe alla catastrofe inevitabile, proprio perché spinto da un anelito di verità che si può solo intravedere (come la montagna indistinta del Paradiso terrestre in lontananza), ma che non è dato senza rivelazione.

Proprio in questa luce va visto il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato del privilegio dell’alto ingegno, dono divino, che non va sprecato né usato senza il sostegno della virtù.

Intorno alla figura centrale di Ulisse gravita dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione.

2) Invettiva a Firenze. Come l’episodio di Vanni Fucci si chiudeva con l’invettiva a Pistoia, l’incontro con i ladri fiorentini si chiude con una amara e dolente apostrofe contro Firenze.

È l’ennesima condanna della città, ma cosi diretta e in prima persona, messa in apertura di canto, sembra assorbire in sé le precedenti invettive e amare considerazioni sulla propria patria.

3) La commozione di Dante. L’ardente preghiera rivolta da Dante al maestro per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede è piena di fervore, e tradisce un’ansia che sfiora il patetico (vedi che del desio ver’ lei mi piego!), la quale si giustifica da un lato con la grande reverenza che il poeta prova nei confronti di un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante, dall’altro con l’occasione unica che gli si offre: quella di far raccontare la fine dell’eroe come monito ed esempio per coloro che fidano eccessivamente nella ragione e nell’ingegno umano.

4) Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un’immagine lirica e quasi serena, nel clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi, dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive.

Anche la pena dei dannati non è visibile, si consuma senza stravolgimenti carnali, a sottolineare che qui il rapporto tra Dante e i penitenti del canto nuovamente si umanizza, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che caratterizzano le altre bolge.

RIASSUNTO E PARAFRASI

Invettiva di Dante contro Firenze (vv. 1 – l 2)

Dante ha incontrato nella bolgia dei ladri cinque fiorentini e questo gli fa pronunciare una amara e sarcastica invettiva contro Firenze che può essere fiera. poiché il suo nome si diffonde non solo per mare e per terra, ma anche nell’Inferno. Ma si avvicinano per la città le sventure che Prato e altri paesi agognano per lei, ed il Poeta si augura, pur con grande dolore, che avvengano al più presto.

L’8a bolgia: i consiglieri fraudolenti (vv. 13-42)

I due poeti proseguono il cammino: aiutandosi con le mani, ripercorrono la stessa strada da cui erano scesi e si arrampicano a fatica tra le rocce (borni= dal francese borne) del ponte che avevano fatto da scalini.

Dante, ripensando a ciò che vide nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti che male si servirono del proprio ingegno, cerca di tenere a freno la propria intelligenza che gli è stata donata dalle stelle e dalla grazia di Dio, affinché sia sempre guidata dalla virtù[1].

Egli vede risplendere il fondo dell’ottava bolgia di tantissime fiammelle quante sono le lucciole che il contadino vede nelle sere d’estate dall’alto della collina giù nella valle.

E come la fiamma del carro impedì ad Eliseo, che si vendicò con gli orsi[2], di vedere Elia rapito al cielo[3], cosi nel fondo della bolgia, le fiammelle nascondono alla vista lo spirito che vi è condannato.

Ulisse e Diomede (vv. 43-75)

Dante, sporgendosi dal ponte, si accorge che all’interno delle fiamme si nasconde un peccatore, ma vorrebbe sapere chi vi sia dentro ad una fiamma che, diversamente dalle altre, è divisa in due punte come la fiamma che sorse dalla pira su cui furono bruciati Eteocle ed il fratello Polinice[4].

Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, che insieme sono puniti da Dio, cosi come insieme da vivi ne affrontarono l’ira: motivi della loro condanna sono l’inganno del cavallo di legno che portò alla caduta di Troia, l’inganno per il quale Achille fu strappato all’amata Deidamia[5], e il furto del Palladio[6].

Dante esprime a Virgilio di avere grande desiderio di parlare con i due dannati e gliene chiede il permesso; ma Virgilio gli consiglia di lasciare che sia egli stesso a rivolgere le domande ai due spiriti poiché, essendo Greci, forse non gradirebbero di rispondere ad un uomo appartenente ad un’altra civiltà.

Ulisse narra la propria fìne (vv. 76-142)

Non appena la fiamma è più vicina e sembra il momento più idoneo, Virgilio si rivolge ai due spiriti prigionieri, pregandoli in nome dei versi che egli dedicò loro nell’Eneide, di fermarsi e di voler narrare la propria fine.

La punta più grande della fiamma in cui è imprigionato lo spirito di Ulisse, comincia allora ad agitarsi come mossa dal vento; poi muovendosi qua e là come fosse una lingua, inizia a parlare.

Quando egli lasciò Circe, la figlia del sole[7], che lo aveva trattenuto più di un anno presso Gaeta, né l’affetto per il figlio né l’amore filiale verso il padre, né l’amore per la sposa Penelope, poterono vincere la sete di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli esseri umani.

Perciò si avventurò in mare, con un’unica nave e con pochi fedeli compagni[8].

Navigando percorsero le coste europee fino alla Spagna e le coste africane fino al Marocco, costeggiarono la Sardegna e le altre isole del mar Mediterraneo e, ormai vecchi e deboli, giunsero allo Stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le due montagne[9] per ammonire i naviganti a non avanzare oltre e infine oltre le Colonne d’Ercole superarono le città di Siviglia e di Ceuta[10].

Giunti a questo punto egli esortò i compagni a seguirlo nell’esplorazione dell’altro emisfero, rammentando loro che l’essere umano è stato creato per seguire la virtù e apprendere la scienza; queste parole rincuorarono i compagni al punto che non avrebbe più potuto trattenerli dal proseguire il viaggio; perciò, voltata la poppa della nave ad oriente, continuarono la navigazione sempre avanzando verso sinistra, verso il polo antartico.

Già le stelle del polo australe illuminavano il cielo, mentre quelle del polo boreale scomparivano, quando, dopo cinque mesi di viaggio, apparve sull’acqua una montagna tanto alta quanto mai egli ne vide.

La vista di questa montagna li rallegrò, ma presto la gioia si tramutò in pianto, poiché dalla nuova terra si levò un turbine che colpì la parte anteriore della nave, facendola girare tre volte su se stessa e poi inabissandola nel profondo del mare.


[1] Ciò perché nell’esilio Dante era divenuto un uomo di corte, un negoziatore di politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere.

[2] Nel Libro IV dei Re (II, 23,-24), si legge che Eliseo, avviandosi verso la città di Betel, maledisse due fanciulli, che lo beffeggiavano, per cui due orsi, usciti da un bosco, ne divorarono un gran numero (e precisamente quarantadue).

[3] Nel Libro IV dei Re (II, l 1-12) si legge che il profeta Elia, rapito in cielo su di un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, fu sottratto alla vista di Eliseo.

[4] Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, scacciarono il padre dalla citta e furono da lui maledetti: il padre predisse infatti loro odio eterno. Dapprima decisero di regnare su Tebe un anno per ciascuno, ma presto sorse tra di loro un conflitto che sfociò nella guerra di Tebe e nella morte di tutti e due. I corpi dei fratelli furono bruciati sullo stesso rogo, quasi a significare l’odio imperituro fra i due (Stazio,Theb. XII, 429 sgg.).

[5] Si tratta dell’astuzia con cui scopersero Achille, travestito da fanciulla, presso il re Licomede in Sciro, inducendolo a partecipare alla guerra di Troia, per cui l’innamorata Deidamia, fig1ia del medesimo re, morì di dolore (Stazio, Achill. I, 537 s99.)

[6] L’oracolo aveva predetto che dalla statua di Minerva  sarebbe dipesa la salvezza dei Troiani (En. II, 162 e ss.).

[7] Circe. Nella mitologia greca, maga figlia del Sole e della ninfa marina Perseide. Viveva nell’isola di Eea, vicino alla costa occidentale italiana. Con pozioni e incantesimi Circe trasformava gli uomini in animali, ma le sue vittime non perdevano il raziocinio ed erano dunque consapevoli dell’accaduto. Durante i suoi vagabondaggi, Ulisse capitò sull’isola con i suoi compagni, che furono trasformati in porci. Andando in cerca di aiuto per i suoi uomini, Ulisse incontrò il dio Ermes, dal quale ricevette un’erba che lo rese immune dagli incantesimi della maga. La costrinse dunque a restituire sembianze umane ai suoi compagni, e Circe, sorpresa dal fatto che qualcuno potesse resistere alle sue formule magiche, si innamorò di lui. Ulisse rimase appunto sull’isola per un anno, e quando decise di partire Circe gli spiegò come trovare nel mondo sotterraneo lo spirito del veggente tebano Tiresia, affinché gli indicasse la via più sicura per il ritorno in patria.

[8] D. si Basò forse su un passo di Cicerone (De officiis, III, 26), ove si legge che ad Ulisse non piacque <<regnare e vivere in Itaca, oziosamente con i genitori, con la moglie, col figlio>>, ed immaginò quindi che l’eroe, nel suo fortunoso viaggio di ritorno, non rivedesse la sua patria.

[9] Mentre si recava all’isola di Eritea per catturare i buoi del mostro a tre teste Gerione, sua decima impresa, Eracle pose, in ricordo del suo passaggio, appunto due grandi rocce, le cosiddette “colonne d’Ercole”, sui promontori Colpe e Avila che segnano lo stretto che separa il Mediterraneo dall’oceano Atlantico, l’odierno stretto di Gibilterra.

[10] Ceuta, citta del Marocco, situata di fronte a Gibilterra

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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XXII-XV Sintesi

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XXII-XV Sintesi

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XXII Canto

 

Nell’ottavo cerchio e nella quinta bolgia, sempre tra i barattieri: è considerato il canto della malizia.

I poeti percorrono l’argine lungo lo stagno di pece bollente, guidati appunto da dieci demoni (vv. 1-30) che acciuffano il dannato Ciampolo di Navarra (vv. 31-75)[1].

Questi parla di sé e di frate Gomita[2] e Michele Zanche[3], barattieri sardi (vv. 76-96).

 Con un inganno Ciampolo si libera dai diavoli ributtandosi nella pece bollente, due diavoli si azzuffano tra loro e si invischiano con le ali nella pece; e mentre gli altri prestano loro soccorso, i due poeti si allontanano da essi (vv. 97-151).

XXIII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella sesta bolgia, tra gli ipocriti[4]: in questo canto D. si scaglia contro l’ipocrisia di alcuni monaci medievali ed in particolare dei Benedettini di Cluny .

– Quando i poeti si vedono inseguiti si calano a precipizio nella sesta bolgia (vv. 1-57).

Una lunga processione di ipocriti, coperti di cappe di piombo dorato, si muove con estrema lentezza (vv. 58-75); tra questi vi sono due frati gaudenti bolognesi: Catalano de’ Malvolti[5] e Loderingo degli Andalò[6] (vv. 76-108), e insieme crocefissi a terra, Caifa[7] e gli altri del sinedrio che decretaro­no la morte di Cristo (vv. 109-126). Virgilio si avvede dell’inganno di Malacoda (vv. XXI Canto).

XXIV Canto

Nell’ottavo cerchio e nella settima bolgia.

Dopo le parole di conforto di Virgilio a Dante (vv. 1-21), i poeti salgono faticosamente sull’argine settimo (vv. 22-60), dove nella bolgia, piena di serpi, corrono i ladri (vv. 61-96)[8].

Tra i dannati è, violento e volgare, Vanni Fucci[9], che punto da un serpente, s’incenerisce, e di colpo riprende la figura umana come l’araba fenice (vv. 97-120), confessa il furto sacrilego del tesoro della sacrestia di S. Jacopo in Pistoia, e predice per vendetta a Dante che lo ha riconosciuto, la sconfitta dei Guelfi bianchi nell’agro pistoiese (vv. 121-151)[10].

XXV Canto

Nell’ottavo cerchio e nella settima bolgia, sempre tra i ladri.

Vanni Fucci per dileggio fa un verso sconcio verso Dio e viene punito immediatamente dalle serpi per tale atto (vv. 1-18).

I poeti, restando sull’argine, trovano sempre nella settima bolgia dei ladri, Caco[11] (vv. 19-33): assistono poi alla trasformazioni, da forma umana a quella serpentina e viceversa, di cinque fiorentini appartenenti alle famiglie più illustri (Cianfa Donati, Agnolo dei Brunelleschi, Buoso dei Donati, Puccio Sciancato, Francesco dei Cavalcanti)[12] (vv. 34-150).


[1] Ciampolo o Giampaolo (da ]ean Paul). Navarrese del 1200, di umili origini, riuscì ad entrare alla corte del re di Navarra di umili Tebaldo II e abusò della sua fiducia, barattando favori per denaro. Le uniche notizie che si hanno di lui provengono dal testo di Dante.

[2] Gomita. Frate sardo,  fu alle dipendenze di Nino Visconti di Pisa che ebbe il giudicato di Gallura dal 1275 al 1296. Per denaro, fece fuggire i prigionieri che Nino Visconti gli aveva affidato.

[3] Michele Zanche. Governatore del giudicato di Logudoro, in Sardegna, per conto di re Ezio, figlio di Federico II. Alla morte del re, ne usurpò il trono. <fu ucciso a tradimento dal genero Branca d’Oria nel 1275 o nel 1290 (cfr. XXXIII, 137).

[4] Procedono a gran fatica, lentissimi, piangendo sotto pesanti cappe di piombo, dorate all’esterno. In vita sotto un sembiante di virtù e di santità, nascosero una natura viziosa, ora sono nascosti sotto una cappa dorata esternamente, ma fatta di piombo. Così come si muovevano con circospezione nel loro peccato, ora si muovono lentissimamente. Gli ipocriti religiosi, quelli che consigliarono la crocefissione per il Cristo, sono a loro volta crocefissi e, avendo calpestato la verità, ora sono a terra, calpestati dagli altri dannati.

[5]  Catalano de’ Malavolti (1210-1285). Frate gaudente di famiglia guelfa, bolognese, fu podestà di Milano, Parma, Piacenza. Nominato podestà a Firenze insieme al ghibellino Loderingo degli Andalò (1266), invece di far da paciere, inasprì gli animi e aggravò le contese tra i partiti.

[6] Loderingo degli Andalò (1210-1290). Ghibellino, bolognese, fu fondatore dell’ordine dei frati gaudenti o Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Maria Gloriosa, (istituito con lo scopo di operare per la pacificazione tra guelfi e ghibellini. Quest’ordine, detto dei “frati gaudenti” per la rilassatezza di costumi assunta dai suoi cavalieri); tenne, insieme a Catalano, il governo di Bologna, poi fu podestà con lui del Comune di Firenze.

[7]  Caifa. Sommo sacerdote di Gerusalemme; insieme al suocero Anna, consigliò all’ assemblea dei Farisei di condannare a morte Cristo. Secondo Giovanni (18:13-24), Gesù, dopo l’arresto venne appunto condotto da Anna, per un primo interrogatorio. I sinottici non menzionano l’episodio e riferiscono solo che Gesù venne condotto davanti al consiglio supremo degli ebrei, il sinedrio, dove Caifa gli chiese di dichiarare se era “il Cristo e Figlio di Dio” (Matteo 26:63). Alla risposta affermativa (Marco 14:62), il consiglio condannò Gesù a morte come blasfemo.

[8] Corrono nudi, spaventati e tormentati da serpenti che legano loro le mani. Alcuni vengono trafitti dalle serpi, s’incendiano e poi tornano ad assumere il loro aspetto. Altri si trasformano in serpenti e poi di nuovo in uomini, oppure si tramutano in esseri ibridi che hanno entrambe le nature.In vita ricorsero all’astuzia: ora convivono con i serpenti, simbolo di ogni malizia. Le loro mani, usate abilmente per rubare, sono legate dalle serpi, e cosi come si servirono di travestimenti e trucchi, ora subiscono continue metamorfosi.

[9] Vanni Fucci, dei Lazzari. Pistoiese della fazione dei Neri, esule nel 1294, era conosciuto come uomo violento e fu condannato per omicidi e ruberie. Dante lo colloca tra i ladri, perche rubò il tesoro della cappella di San Iacopo, nel duomo di Pistoia, furto per il quale fu ingiustamente incolpato un tale Rampino Foresi. Morì agli inizi del 1300.  La figura di Vanni Fucci è tra le più violente e disumane dell’ Inferno: la sua bestialità domina l’ atmosfera del canto e si contrappone all’atteggiamento altero e sprezzante di Dante. Annunciato dalla metamorfosi in cenere e dalla riconversione in essere, dallo sguardo vacuo come l’epilettico, Vanni è aggressivo, abietto nell’orgoglio della propria animalità, vergognoso solo di essere stato scoperto da Dante nella colpa, per cui altri era stato accusato.

[10] Fa riferimento alla guerra mossa dal marchese Malaspina di Lucca, alleato dei Neri fiorentini, contro Pistoia; guerra che culminò con l’assedio e la conquista della città. La sconfitta dei Bianchi pistoiesi avrebbe inevitabilmente segnato la rovina dei Bianchi di Firenze. La profezia di Vanni Fucci si aggiunge alle altre (quelle di Ciacco, di Farinata, di Brunetto Latini) presenti nella cantica; ma qui si colora dell’intenzione malvagia espressa da Fucci: È detto l’ho perché doler ti debbia! (v. 151). È la vendetta del ladro che si vede scoperto e nella sua astiosa umiliazione non può far altro che predire un triste destino peraltro già da Dante conosciuto.

[11] Caco. Figlio di Vulcano, rubò gli armenti che Ercole aveva rapito a Gerione; per questo Ercole lo uccise. Nell’ Eneide (VIII, 193-305), Virgilio lo rappresenta come satiro che vomita fuoco dalla bocca; Dante invece lo raffigura come centauro, che ha sulle spalle un drago che soffia fiamme e fuoco.

[12] Cianfa Donati. Fiorentino, della famiglia che fu a capo dei guelfi neri fino al 1300. Mori tra il 1283 e il 1289; fu noto come ladro di bestiame e altri beni.

Agnolo dei Brunelleschi (XIII secolo). Di nobile famiglia fiorentina, prima di parte bianca, poi passata ai Neri. Si diede a ruberie, ricorrendo spesso a travestimenti.

Buoso dei Donati. Da non confondere con lo zio Buoso Donati, che Gianni Schicchi sostituì sul letto di morte, per falsificarne il testamento (cfr. c. XXX, vv. 44-45). Fiorentino, fu tra i giurati della pace del cardinal Latini, firmata nel 1280 tra ghibellini e guelfi. Mori nel 1285.

Puccio Sciancato. Fiorentino della famiglia dei Galigai, ghibellina. Fu bandito dalla città nel 1268 e nel 1280 fu tra i giurati, con Buoso, della pace del cardinal Latini. Soprannominato (“Sciancato” perché era zoppo, gli era difficile scappare dopo i furti.

Francesco dei Cavalcanti. Detto il Guercio, fiorentino del XIII secolo, noto come ladro. Venne ucciso da alcuni uomini di Gaville, piccolo castello in Valdarno. l parenti di Francesco si vendicarono, facendo strage dei Gavillesi.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XI e XII – Sintesi

Inf. 11 Baccio Baldini, Dante e Virgilio sedut...

Inf. 11 Baccio Baldini, Dante e Virgilio seduti presso la tomba di Anastasio (Photo credit: Wikipedia)

Canto XI

Siamo sempre nel VI cerchio in cui vengono puniti gli eretici ed in particolare i monofisiti (coloro che riconoscono in Cristo la sola natura umana).

Virgilio e Dante giungono sull’estremità di un’alta riva posta al di sopra del VII cerchio, costituita da un’enorme quantità di grosse pietre e qui, a causa dell’orrendo fetore che sale dal “profondo abisso”, sono costretti a ripararsi dietro al coperchio di una grossa tomba sulla cui superficie è scritto che all’interno giace papa Anasta­sio II (498-496)[1] (ritenuto eretico per errore della tradizione) distolto dalla retta via e quindi dal diacono orientale Fotino[2].

Virgilio comprende che D. deve abituarsi gradatamente all’odore e allora fa una sosta.

Dante chiede allora al Maestro di trovare qualche argomento in modo che il tempo dell’attesa non trascorra inutilmente: perciò Virgilio si accinge a spiegare l’ordinamento del profondo inferno (che segue la tripartizione aristotelica: incon­ti­nenza, violenza o matta bestialità, malizia).

All’interno della riva costituita dai grossi sassi vi sono tre cerchi più piccoli di quelli precedenti, abitati da altri spiriti dannati.

Tali spiriti sono sistemati nei diversi cerchi secondo un certo ordine dovuto alle colpe commesse.

In generale, il fine d’ogni peccato è un'”ingiuria”, cioè un’ingiustizia, portata a compimento con la forza o con l’inganno a danno altrui, ma poiché l’inganno è proprio esclusivamente dell’essere umano, offende Dio in modo ancor più grande ed è per questo motivo che i fraudolenti sono condannati nei cerchi più bassi.

Il primo dei tre cerchi è occupato dai violenti, ma poiché la violenza può essere attuata in tre modi diversi, tale cerchio è diviso in tre gironi infatti si può commettere violenza verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo sia nella persona sia nelle cose.

Nel primo girone sono dunque condannati i violenti verso il prossimo nella persona, cioè gli omicidi e i feritori, e i violenti verso il prossimo nelle cose, cioè i

guastatori e i predoni.

Nel secondo girone sono condannati i violenti verso se stessi nella persona (suicidi e scialacquatori: violenti verso se stessi nelle cose).

Nel terzo girone sono condannati i violenti verso Dio nella persona che negano la sua natura o la sua bontà (bestemmiatori) i violenti verso Dio nelle cose (usurai, sodomiti).

Virgilio espone poi le forme di malizia (o frode): contro chi non si fida (ipocrisia e lusinga), contro chi si fida (tradimento).

La prima forma di frode è meno grave poiché rompe soltanto quel vincolo d’amore che la natura ha stabilito tra gli uomini: e quindi i dannati (ipocriti, adulatori, maghi, falsari, simoniaci, ruffiani, barattieri ecc.) occupano il secondo cerchio (le malebolge).

I dannati della seconda forma che rompono oltre al vincolo d’amore anche quello di fiducia sono puniti nel terzo cerchio (cocito), dove è situato il punto ove Lucifero è conficcato e dove sono puniti per l’eterno tutti i traditori (vv. 1-66)

Dante vuol saper perché gli altri dannati (incontinenti) incontrati si trovano fuori dalla città di Dite: Vitgilio replica che secondo Aristotele (trattato VII dell’Etica[3]) l’incontinenza offende Dio in modo minore ed è quindi meno biasimevole.

Pur soddisfatto della risposta Dante chiede a Virgilio perché l’usura offende Dio: Virgilio risponde che la filosofia aristotelica spiega come la natura abbia la sua origine dall’intelletto divino e dall’operare di tale intelletto e che, secondo la Fisica di Aristotele, l’arte dell’uomo segue, per quanto è possibile, la natura, come il discepolo segue il maestro, in modo tale che l’arte dell’uomo è, si può dire, nipote di Dio.

Dalla natura e dall’arte, come dice il libro della Genesi, conviene che il genere umano prenda i mezzi per vivere e avanzare progredendo e, dato che l’usuraio segue un’altra via, cioè vive e si arricchisce col denaro dato in prestito, disprezza l’arte e la natura offendendo in tal modo Dio.

Quindi Virgilio esorta Dante a seguirlo, poiché i pesci guizzano per l’orizzonte, cioè si avvicina l’alba e l’altra riva si può discendere in un punto più lontano (vv. 67-115).

XII Canto

Virgilio e  Dante discendono a causa di una frana, custodita dal Minotauro e causata dal terremoto seguito alla morte di Cristo, nel 7° cerchio dei violenti diviso, come abbiamo accennato, in tre gironi: il primo è costituito dal Flegetonte, fiume di sangue bollente in cui sono immersi i violenti contro la vita e le sostanze del prossimo tra cui i tiranni: Alessandro Magno[4] (per altri Alessan­dro di Fere), Dionisio, Attila, Ezzelino da Romano, ed altri; inoltre si fa cenno a due predoni (Rinieri da Corneto e Rinieri Pazzo).

Stanno a guardia il Minotauro ed i Centauri che saettano i dannati qualora escano più del dovuto dal sangue (vv. 1-99); Chirone[5], su richiesta di Virgilio, affida ai due poeti come guida Nesso (traghettatore che aveva tentato di violentare la moglie di Ercole, Deianira) che parla di alcuni dannati e li trasporta in groppa al di là del Flegetonte nel 2° girone (vv. 100-139) dove sono puniti i violen­ti contro se stessi ed i propri averi.


[1] Anastasio II invece che condannare la dottrina monofisita preferì il dialogo e la conciliazione e gli ambienti romani non lo perdonarono.

[2] Fotino di Tessalonica fu accolto benevolmente dal Papa e questo atteggiamento gli portò la condanna della Curia.

[3] È dedicato alle debolezze morali.

[4] Alessandro, succedendo al padre, aveva fatto strage dei parenti e dei numerosi fratellastri che avrebbero potuto contendergli il trono, se questi omicidi avevano almeno una spiegazione politica, altre efferatezze nacquero solo da arroganza e da ira incontrollata: nel 328 a.C. ad es. uccise l’amico fraterno Clito (che nella battaglia di Granico gli aveva salvata la vita), solo perché questi, durante un banchetto, insisteva nel dichiararlo meno glorioso di Filippo II.

[5] Il più saggio e capo dei Centauri; era immortale: fu precettore in vita di Achille, Giasone, Asclepio ecc.; si scambiò con Prometeo per morire.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto III – Sintesi

Sistina, Giudizio Universale di Michelangelo – Immagine dettaglio Caronte.

COMMENTO

Il canto si apre alla sera dell’8 aprile 1300, venerdì santo; i due poeti dopo aver attraversato la porta dell’Inferno giungono nell’Antinferno o vestibolo: uno spazio cupo, su cui incombe un’aria “senza stelle e senza tempo tinta”; tale spazio confina con le rive del fiume Acheronte dalle acque nere; il custode del luogo è Caronte; i dannati che i due poeti incontrano sono gli ignavi, cioè coloro che non fecero né scelsero mai, per viltà, né il bene né il male; essi corrono nudi dietro un’insegna e sono punti da vespe e mosconi. Il sangue che riga il loro volto, mischiato alle lacrime, viene raccolto a terra da vermi ripugnanti, cui fa cibo.

Il contrappasso consiste in questo: in vita queste anime non seppero sceglie­re, evitarono gli stimoli di ogni genere, furono avari di passione (sangue e lacrime); ora sono invece costretti ad inseguire un vessillo (a fare una scelta) e sono appunto pungolati da insetti fastidiosi.

I personaggi del canto sono:

1) Colui che fece il gran rifiuto. Probabilmente Pietro da Morrone, eremita; diventando papa con il nome di Celestino V[1] nel 1294, abdicò dopo pochi mesi, aprendo la strada al pontificato di Bonifacio VIII, principale responsabile, secondo Dante, della rovina di Firenze e sua personale. Secondo altri potrebbe trattarsi di Ponzio Pilato, o di Esaù[2], o di Giano della Bella[3], tutti personaggi che vennero meno a precise responsa­bilità pubbliche.

2) Caronte: personaggio mitologi­co[4], demonizzato da Dante: è il traghettatore infernale, colui che trasporta le anime dannate dalla riva del vestibolo all’Inferno vero e proprio attraverso l’Acheronte. La sua figura si ispira a quella virgiliana del IV canto dell’Eneide.

ELEMENTI PRINCIPALI DEL CANTO

1) Tema estetico-morale: la descrizione del luogo e della pena dei dannati – cupo, senza tempo e risonante di grida e lamenti l’uno, ripugnante e carica d’angoscia l’altra – si collega immediatamente al giudizio morale di Dante che Dante ha degli ignavi: disprezzati perché non si schierarono con nessuno, uomini vili agli occhi del poeta, confinati in quel luogo scuro ed opaco perché dimenticati sia da Dio, sia dai diavoli, non meritano nemmeno l’attenzione dei visitatori.

Dante non ne cita per nome nemmeno uno, e Virgilio conclude la sua spiegazione con uno sdegnoso “non ragioniam di loro, ma guarda e passa“.

2) Caronte. la figura di Caronte è da Dante ricalcata sulle orme di quella virgiliana; il nocchiero infernale è un vecchio canuto, bianco per antico pelo, con gli occhi di fuoco, che avanza sulle acque dell’Acheronte minacciando le anime che viene a raccogliere.

Caronte è la prima delle figure mitologiche <<reinventate>> da Dante quali demoni e custodi dei luoghi infernali, con una tecnica che, partendo dagli esempi classici, le trasfigura con particolari esteriori e con caratteristiche morali del tutto originali.

Nel disegno generale dell’opera Caronte corrisponde a Catone, custode del Purgatorio, e a S. Bernardo, intermediario nell’Empire­o, tra D. e Dio (cfr. Pd. XXXI e ss.), sia nella rappresentazione simbolica sia in quella fisica.

3) Tema figurativo-teologico. La Porta dell’Inferno reca un’iscri­zione terribile nella sua inesorabile condanna: <<Attraverso di me si entra nel dolore della città infernale tra le anime perdute per sempre alla Grazia. La Giustizia  divina mi ha creato, quel Dio uno che crea per l’eternità, e io duro in eterno. Lasciate perciò ogni speranza di salvezza, voi che entrate>>. Sono parole oscure, perché scritte in caratteri neri e perché cariche di minacce tremende che incutono paura e sgomento.

Poste ex abrupto all’inizio del canto, creano uno stacco con l’atmosfera lirica del precedente passo, e la ripresa di una forte suggestione drammatica.

4) la formula virgiliana. A Caronte, restio a trasportare i due visitatori, Virgilio risponde con una formula che ripeterà di fronte a Minosse e a Pluto: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole”.

Il viaggio di Dante è voluto da Dio e verrà portato a termine, qualunque siano gli ostacoli ed il volere altrui.

Alla volontà divina si uniforma così la volontà dei dannati e di qualunque altro personaggio infernale, come evidenzia anche il comportamento di coloro che, giunti sulle rive dell’Acheronte, corrono incontro alla loro dannazione.

La formula virgiliana sintetizza così, perentoriamente, il dominio della legge divina, e mette a tacere qualunque opposizione.

5) Le similitudini.

I) vv. 28-30: Il rumore di mani battute, mescolato alle alte grida e ai suoni disumani dei dannati, provoca un tumulto simile a quello della sabbia sollevata a mulinello dalla furia del turbine.

II) vv. 112-116. Le anime radunate sulla riva dell’Acheronte rispondono alla fretta di Caronte gettandosi una dietro l’altra sulla barca, come fanno le foglie[5] cadendo d’autunno fino a che i rami sono completamente spogli.

6) La profezia di Caronte. Nelle parole che Caronte rivolge a D. si legge il primo accenno profetico al destino del poeta. Egli infatti seguirà la via delle anime destinate alla salvezza, quelle che si raccolgono alla foce del Tevere per essere trasportate dal vasello snelletto e leggero (cfr. Pg. II, 41), la lieve imbarcazione guidata dall’angelo nocchiero fino all’isola del Purgatorio.

RIASSUNTO

I poeti sono davanti alle porte dell’Inferno su cui sono scritte le parole di eterna condanna. D. è preso da sgomento nel leggerle; Virgilio lo esorta ad abbandonare qualsiasi esitazione e ad armarsi di coraggio. Quindi, presolo per mano, lo introduce in quel regno sconosciuto ai vivi (vv. 1-21).

Un gran tumulto di grida, pianti e lamenti disumani, imprecazioni e gesti di disperazione colpisce subito Dante, muovendolo alle lacrime (vv. 22-24).

Preso dall’orrore, egli chiede  al suo maestro chi è quella gente che par nel suo duol sì vinta: si tratta degli ignavi, coloro che vissero senza infamia e senza lode (vv. 25-36).

Insieme agli angeli rimasti neutrali nello scontro tra Dio e Lucifero, sono cacciati sia dal Paradiso, sia dall’Inferno, relegati nell’Antinferno, in una condizione così spregevole, da invidiare ogni altra sorte, persino quella dei dannati (vv. 37-48).

Il mondo non vuole ricordarli, i cieli li ignorano: quindi Virgilio stesso invita Dante a non prenderli in considerazione (vv. 49-51).

Dante li vede correre in gran moltitudine dietro un’insegna, nudi e punti da vespe e mosconi; il loro sangue mescolato alle lacrime, viene raccolto a terra da vermi schifosi. Dante ne riconosce uno tra tutti: colui che fece il gran rifiuto (vv. 52-69).

Guardando più avanti, D. scorge altri dannati sulla riva di un fiume e chiede a Virgilio chi siano quelle anime, che sembrano così pronte a essere traghettate (vv. 70-75).

Ma il maestro gli consiglia di attendere: quando saranno sulla riva dell’Acheronte, vedrà da sé (vv. 76-81).

Raggiunto il fiume, ecco venire, remando sulle acque un vecchio minaccioso: è Caronte, che urla in direzione delle anime l’immedia­ta partenza per il regno delle tenebre (vv. 82-87).

Alla vista di D. ancora in vita, gli grida di allontanarsi di lì, perché altri lo traghetterà; Virgilio lo acqueta, dicendogli che quel viaggio è voluto da Dio (vv. 88-96).

Alle crude minacce di Caronte, le anime dei dannati si lasciano andare alla paura e alla disperazione; bestemmiando si radunano tutte alla riva, e ad una ad una si gettano nella barca, spronate dal remo del nocchiero infernale (vv. 97-111).

Quindi vengono trasportate sull’altra sponda, mentre nuovi dannati si ammassano su questa riva. Virgilio rincuora D.: quelle anime morte nel peccato, convergono sull’Acheronte da ogni luogo, sospinte dalla giustizia divina che le rende timorose e al tempo stesso desiderose della condanna; se dunque Caronte non l’ha voluto nella sua barca, le sue parole sono una involontaria profezia di salvezza (vv. 112-129).

A questo punto un terremoto accompagnato da un fulmine accecante, fa tremare la terra così violentemente che D. ne è terrorizzato e, persi i sensi, cade a terra, come l’uomo quando è vinto dal sonno; è il momento di varcare il fiume infernale (vv. 130-136).


[1] Divenne monaco benedettino all’età di 17 anni. Preferendo la vita solitaria, si ritirò sulle montagne abruzzesi, dove attirò parecchi fedeli che formarono il primo nucleo del suo ordine eremitico, poi soprannominato dei celestini, un ramo dei benedettini che in Francia venne abolito per ordine di papa Pio VI, ma in Italia sopravvisse fino all’inizio del XIX secolo. Celestino viveva come un eremita quando fu eletto papa il 5 luglio 1294, favorito dalla sua fama di santità; fu una scelta di compromesso dopo due anni di inutili votazioni per i cardinali che dovevano scegliere il successore di Niccolò IV. Ingenuo e inesperto dell’amministrazione, Celestino permise a Carlo II di Napoli di manovrare la politica della Chiesa, e, consapevole della propria inadeguatezza a governare, si dimise volontariamente dall’incarico il 13 dicembre dello stesso anno. Per evitare lo scisma di quanti erano favorevoli a Celestino, Bonifacio VIII, suo successore, lo imprigionò nel castello di Fumone fino alla morte. Venne canonizzato nel 1313.

[2] Esaù (In ebraico, “peloso”), nel libro della Genesi dell’Antico Testamento, figlio di Isacco e Rebecca e fratello maggiore di Giacobbe. In quanto figlio maggiore, Esaù aveva diritto di primogenitura su Giacobbe, ma la vendette al fratello per un piatto di minestra di lenticchie o di stufato (Genesi 25:21-34). Nonostante ciò, tentò di ottenere la benedizione patriarcale dell’ormai morente Isacco, ma Giacobbe lo ingannò ed Esaù ottenne solo una benedizione secondaria; quindi, furioso, decise di uccidere il fratello, che fuggì. Al suo ritorno, i due fratelli si riconciliarono. La figura di Esaù in questo episodio rappresenta il simbolo della nazione di Edom, come indicato in Genesi 36:8.

[3] Giano della Bella (Seconda metà del secolo XIII), politico fiorentino di famiglia aristocratica. Nella lotta politica all’interno del Comune di Firenze, si schierò con la fazione popolare. Ottenuta la carica pubblica di “priore” fu, secondo le cronache del tempo, tra gli estensori della riforma istituzionale detta Ordinamenti di giustizia (1293), che escluse i magnati dalle cariche governative. Poco più tardi, però, la classe dei magnati strinse un’alleanza con il cosiddetto “popolo grasso” e Giano, trovatosi privo di sostegno, fu costretto a lasciare la città; nel 1295 si ritirò in esilio in Francia, dove morì.

[4] Nella mitologia greca, Caronte era figlio della Notte e di Erebo, quest’ultimo personificazione delle tenebre sotterranee attraversate dalle anime dei defunti per raggiungere la dimora di Ade, dio dell’oltretomba. Caronte era il vecchio barcaiolo che trasportava le anime dei morti sullo Stige fino ai cancelli degli Inferi (anche presso gli Etruschi). Accettava sulla sua barca soltanto le anime di coloro che avevano ricevuto la sepoltura e che gli pagavano un obolo consistente in una moneta che veniva posta sotto la lingua del cadavere al momento del rito funebre. Gli altri erano condannati ad attendere un secolo al di là dello Stige.

[5] La foglia nella antichità poteva indicare una cosa di nessun valore (ad es. in Apuleio, Metamorfosi, 1,8; 2,23), o una situazione di grande precarietà (come in Palladio, Historia Lausiaca, 27,2, dove coloro che sono senza governo cadono come le foglie). Non si può a questo proposito trascurare l’ampio e famoso topos per cui l’uomo è come la foglia: se infatti la sua prima attestazione (Omero, Iliade, 6,145 ss.) confronta semplicemente il cadere delle foglie con l’avvicendarsi delle generazioni e se la maggior parte delle riprese successive (tra cui Virgilio, Eneide, 6,309) accostano due moltitudini, in altri passi l’uomo è paragonato alle foglie per la sua natura caduca ed effimera (in particolare in Mimnermo, fr. 2 G.-P., in un carme elegiaco attribuito a Simonide [85 Bergk4], in una parodia aristofanea [Uccelli, 685 ss.] e nella citazione omerica di Marco Aurelio, Pensieri, 10,34 [cf. G. Cortassa, Il filosofo, i libri, la memoria, Torino 1989, 10-14]).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto II – Sintesi

Gustave Doré's illustration to Dante's Inferno...

Gustave Doré’s illustration to Dante’s Inferno. Plate VII: Canto II: “Beatrice am I, who do bid thee go” (Longfellow’s translation) (Photo credit: Wikipedia)

Dopo il proemio generale all’opera, costituito dal primo canto, con l’annuncio e l’impostazione narrativa del viaggio, questo canto costituisce una sorta di secondo proemio, riservato a spiegare il significato particolare e personale del viaggio di Dante.

Si tratta di un’esperienza eccezionale, che preannuncia pertanto un epilogo altrettanto eccezionale: egli sarà il terzo uomo a penetrare i misteri dell’oltretomba, dopo personalità tanto alte quali Enea e S. Paolo; a determinare infatti il suo cammino di salvezza si è mossa la volontà divina, attraverso l’intercessione della Vergine e l’intervento diretto di Santa Lucia[1] e Beatrice, anime somme tra i beati.

In questo canto prevalgono ancora la filosofia e la teologia ma alcuni spunti come ad es. l’apparire di Beatrice ci rivelano che D. ha già compiuto un gran passo verso la chiara espressione della propria umanità.

Il canto è strutturato sostanzialmente e schematicamente su quattro momenti:

1) Invocazione alle muse: anche se limitata ad un’unica terzina (vv. 7-9), è da rilevare che D. segue i canoni del tradizionale poema epico; sarà da tener presente in parallelo al proemio delle altre due cantiche, la progressione di impegno che D. profonde a seconda dell’elevazione della materia[2].

2) Esitazione e timore di D. ad intraprendere il viaggio nell’ol­tretomba.

3) Virgilio rivela la volontà divina che ispira il viaggio.

4) I due poeti intraprendono il cammino nella selva oscura.

Il canto si apre al tramonto[3] del l’8 aprile 1300, venerdì santo, al limitare della selva oscura, in cui D. e V. si inoltrano alla fine del canto.

Il personaggio di questo canto è certamente Beatrice, giovane donna fiorentina (1266-1290), figlia di Folco Portinari[4], moglie di Simone de Bardi.

È la donna amata da D. che a lei dedicò le rime della Vita Nuova[5]; è un personaggio storico che assunse per il poeta il sommo valore della Grazia e della Teologia.

Scende la sera[6] quindi e Dante si prepara ad affrontare, solo tra i viventi, come una guerra[7] il faticoso[8] viaggio nel regno degli Inferi (vv. 1-6); per sostenersi nell’alta impresa di poeta e di pellegrino, egli invoca le Muse e fa appello al proprio ingegno alla propria memoria (vv. 7-9) [9].

Quindi D. espone a Virgilio i dubbi ed i timori che lo assalgono e in particolare gli chiede di considerare il suo valore di uomo prima di avviarlo all’alto compito (v. 9-12): prima di lui, si recò in quei luoghi soltanto Enea[10] – come afferma V. – vivo e materialmente[11], per una volontà divina che è agevole comprendere se si pensa che fu il futuro padre di Roma, destinata ad essere la sede dell’Impe­ro e della Chiesa: egli doveva scendere agli inferi per vincere poi nel Lazio e porre le basi per Roma e per la dignità pontificia (vv. 13-24); in seguito andò nel regno immortale[12] S. Paolo[13] che salì al terzo cielo per trarne conforto nel suo apostola­to[14] (vv. 25-30).

Ben più degni personaggi, dunque – e giustificati da fini religiosi e politici altissimi – di quanto non sia D. stesso; perciò egli si sgomenta di non avere meriti e forze suffi­cienti per affrontare l’arduo viaggio, pensa di essere un folle[15] se ad esso si abbandona, ed è tentato di rinunciarvi così come colui che non vuole più ciò che prima voleva per il sopraggiungere di nuove considerazioni (vv. 31-42).

Virgilio allora riscuote D., facendogli notare e nello stesso tempo rimprove­randolo con dolcezza ma anche severità per il fatto che il suo animo è indeboli­to dalla poca coscienza delle proprie forze e dalla viltà; ciò impedisce spesso l’uomo nell’operare il bene così come una bestia si spaventa ed indietreggia per un ombra (vv. 43-48).

Per rincuorar­lo e per sciogliere ogni dubbio V. gli dirà la ragione della sua venuta e gli racconterà ciò che avvenne la prima volta che egli provò dolore per Dante (vv. 49-51).

 Mentre era nel Limbo, tra quelli che stanno sospesi, si presentò a Virgilio e lo chiamò una donna <<beata e bella>> tanto che V. non poté fare a meno di chiederle di comandare quel che desiderava (vv. 52-54).

I suoi occhi lucevano più delle stelle[16] ed ella cominciò dolcemen­te e chiaramente (<<soave e piana[17]>>) e con voce angelica a lodarlo affermando che la fama della sua anima cortese dura e durerà nei secoli, per poi aggiungere che colui che l’amò di un amore disinteressato[18] era smarrito nella selva deserta e così impedito nel passo da volgersi indietro, tanto che ella temeva che lo smarrimento fosse arrivato a tal punto da vanificare ogni intervento (vv. 55-66).

Ella prega dunque V. di aiutare D., con la saggezza e l’arte per cui andava famoso, rivelando di essere Beatrice, scesa dall’Empireo in virtù di Amore (o della carità) che la fa parlare (vv. 67-72); quando tornerà in Cielo dal creatore Beatrice promette di lodare Virgilio[19] ed infine tace (vv. 73-75).

Pronto ad obbedirle e felice per essere stato scelto quale strumento del volere divino, Virgilio dopo averla lodata come l’unica che permette agli uomini di superare le cose della terra[20], si dimostra disponibilissimo ad esaudirla in fretta, anche se le chiede come mai non abbia temuto di scendere dall’Empi­reo, dove desidera ardentemente ritornare, nell’In­ferno (vv. 76-84).

Dal momento che V. vuol conoscere più a fondo la verità Beatrice gli spiega brevemente come solo le cose che possono fare male devono essere temute, e come, essendo lei beata (<<fatta da Dio>>), non avrebbe potuto essere toccata né dalle fiamme, né dalla miseria dei dannati (vv. 85-93).

Inoltre, una “Donna gentil”[21] che si doleva così tanto della situazione di D. decise di spezzare il giudizio di Dio, affidò la salvezza di D. a Santa Lucia[22], e questa, nemica di ogni crudeltà, si mosse per chiedere a Beatrice, vera lode di Dio (che si trovava accanto a Rachele[23]), di soccorre­re il suo amico poeta, che tanto l’aveva amata e che per lei si era elevato dalla mediocrità spirituale ed artistica, perché il male lo stava travolgendo in quel punto del fiume che è superato dalla potenza superiore del mare. (vv. 94-114).

Beatrice aggiunge che le parole di Santa Lucia l’hanno resa il più sollecita possibile ed è per esse che ella ha lasciato il Paradiso per recarsi da Virgilio; e successivamente si commuove volgendo altrove i suoi occhi pieni di lacrime, cosa che rende a sua volta, Virgilio ancora più sollecito (vv. 115-117).

Terminato il racconto intorno all’incontro con Beatrice, Virgilio sprona D.[24] ad abbandonare ogni titubanza ed ogni viltà, dal momento che, a prova che il suo viaggio è voluto da Dio, tre donne sante (Vergine, Beatrice, S. Lucia) lo proteggono su nei cieli e le stesse parole del poeta mantovano sono così incoraggianti (vv. 118-126).

Come i fiori chiusi dal gelo si drizzano e si riaprono ai primi raggi del sole[25], così D. si rianima (dalla <<stanca virtude>>), prende coraggio e, benedicen­do Beatrice (come <<pietosa>>) e Virgilio (come <<cortese>>), si conferma nella decisione di intraprende­re il cammino; quindi Dante moralmen­te confortato, riprende il suo cammino insieme a V.[26] ed i due poeti, legati da <<un sol volere>> si addentra­no nella selva, per una via ardua e selvaggia, che conduce alla porta dell’Inferno (vv. 127-142).


[1] Martire siracusana (Siracusa 283 ca. – 303 ca.). Secondo notizie incerte – dato il carattere leggendario dei testi che narrano la sua vita – si tratterebbe di una giovane di Siracusa martirizzata il 13 dicembre, data fissata per la sua memoria, di un anno imprecisato, comunque durante il mandato di Diocleziano. Il suo culto e le relative espressioni folcloriche hanno conosciuto una straordinaria diffusione (soprattutto nei paesi dell’Europa settentrionale) probabilmente a motivo dell’interpretazione etimologica del nome di Lucia. Ella sarebbe cioè la “santa della luce”, che, accecatasi per sfuggire a un suo pretendente, diffonderebbe dal giorno della sua festa – secondo il calendario giuliano il giorno più corto dell’anno – lo splendore dei suoi occhi sulle notti del lungo inverno. Perciò Lucia viene invocata come protettrice della vista.

[2] Nel Purgatorio D. enuncia l’indicazione dell’argomen­to (vv. 1-6; proposi­zione) ed invoca le Muse e in particolare a Calliope (<<dalla bella voce>> in quanto D. deve descrivere un regno di  mitezze serene e di dolci speranze) perché accompagnino il suo canto con quel suono con cui vinsero le figlie di Pierio (le Pieridi, nove giovani che rivaleggiarono con le muse e nel canto e furono da esse sconfitte e tramutate in gazze) (vv. 7-12). Nel Paradiso (1-36), dichiarato l’argomento del suo canto, D. invoca Apollo: se il dio della poesia lo aiuterà nel suo compito, egli potrà sperare nella corona d’alloro, il cui solo desiderio sarà al nume tanto più gradito quanto più raro è sulla terra, per colpa e vergogna dei desideri umani.

[3] Col morire del giorno D. si avvia verso l’Inferno, dove l’anima è morta; col sorgere del giorno invece inizia il suo viaggio nel Purgatorio, il luogo della speranza dove l’anima risorge a Grazia; nel Paradiso, dove l’anima è pienamente beata, salirà quando il sole sfolgora in tutto il suo fulgore.

[4] Secondo quanto ci riferisce il figlio di Dante Pietro nel suo commento ed il Boccaccio nella Vita di Dante.

[5] Si tratta della prima opera importante di Dante, fu scritta poco dopo la morte di Beatrice ed è composta di canzoni e sonetti legati da commenti in prosa entro un esile intreccio narrativo: la storia dell’amore di Dante per Beatrice, la premonizione della sua morte avuta in un sogno, la morte di Beatrice e la risoluzione finale del poeta a scrivere un’opera che dicesse di lei “quello che mai non fue detto d’alcuna“. La Vita nuova mostra la chiara influenza della poesia d’amore dei trovatori provenzali e rappresenta probabilmente l’opera più importante del dolce stil novo fiorentino, che superò la tradizione provenzale sublimando l’amore del poeta non solo in termini di elevato idealismo, ma anche in senso mistico-religioso.

[6] Nei primi sei versi (protasi del proemio) del canto D. ci propone l’immagine lirica del mondo pacificamente addormentato nella notte, su cui risalta la sua veglia, essendo egli in procinto di affrontare i grandi pericoli del viaggio tra le anime infernali. Si tratta di un topos letterario, ereditato direttamente da Virgilio (Aen. IV, 522-532: il poeta mantovano contrappone la tranquillità della notte alla inquietudine della regina Didone) e che dopo D. (che mette in rilievo la sua solitudine ma anche la lotta tra corpo ed anima: v. 4-6) ritornerà in tanti altri autori.

[7] Per liberarsi dalle passioni.

[8] Per la durezza del cammino e per la pietà, cioè per la vista del male morale che potrebbe distogliere D. dal giudizio morale e quindi trasformarsi in un’indulgenza che potrebbe rivelarsi una pericolosa nemica.

[9] È forse l’unico caso in tutta la letteratura quello di un poeta che invoca il suo ingegno e memoria, ma non è questa presunzione, piuttosto consapevolezza dell’eccezionalità del viaggio, del fatto che esso è voluto da Dio.

[10] D. non ricorda gli altri viaggi pagani come quello di Ercole e di Teseo oppure quelli Cristiani di S. Patrizio, S. Brandano, Tungdalo, perché solo il viaggio di Enea ha importanza dal punto di vista politico, così come ha importanza quello di S. Paolo dal punto di vista religioso.

[11] Il parente di Silvio, il figlio che Enea ebbe da Lavinia.

[12] Non nell’Inferno ma nel Paradiso.

[13] Il vaso di elezione, ricettacolo privilegiato della grazia:  Atti degli Ap. IX, 15.

[14] Fu rapito come egli stesso ci attesta (nella Seconda Lettera ai Corinzi, XII, 2-4) con il corpo o senza (egli non lo sa con precisione) per essere trasportato in Paradiso, per trovare incitamento e conforto al fine di rafferma­re i cristiani in quella fede fuori dalla quale è impossi­bile la salvazione dell’ani­ma.

[15] Qui si introduce uno dei temi fondamentali dell’opera: l’uomo per essere veramente tale deve elevarsi moralmente ed intellettualmente, ma deve essere consapevole del fatto che può avanzare solo fino al punto che Dio permette, se non vuol cadere nel peccato dei peccati, quello di Lucifero e di Adamo. Il tema troverà poi la sua maggiore esposizione nell’episodio di Ulisse: bisogna elevarsi ma bisogna allo stesso tempo essere umili se non si vuole perire; S. Bernardo (Pd. XXXII) dirà alla fine del poema che per potere penetrare Dio occorre la grazia: chi pensasse di poterlo fare, muovendosi con le sue sole forze, arretrerebbe credendo di avanzare.

[16] Immagine questa cara agli stilnovisti: a Cavalcanti, al Guinizelli e allo stesso D. delle Rime.

[17] Termine usato in un sonetto di D. ed in un altro del Cavalcanti.

[18] È questo l’amore stilnovistico: un amore che tende a “spogliarsi” della passione e a divenire puro slancio dell’anima verso il bene, cioè amore-virtù. Beatrice nel poema impersona sì la Teologia, ma è anche e sempre questo Amore, che spinge a conquista­re la propria superiore umanità.

[19] Questa promessa secondo i critici contiene un’arcana promessa.

 [20] Beatrice, piena di virtù, rappresenta la sublimazione della natura umana, cosicché soltanto per essa gli uomini vincono d’eccellenza le creature contenute nel cielo della luna (secondo il sistema tolemaico, seguito da D., la terra è al centro dell’univer­so, e, intorno ad essa, si aggirano i nove cieli, fra i quali il primo e più vicino alla terra è quello della Luna), ovvero – secondo altri – soltanto per essa gli uomini si elevano al di sopra delle cose terrene.

[21] La Vergine Maria che simboleggia la grazia preveniente (cioè la Grazia che previene il desiderio) o la misericordia o la carità e che per una questione di riverenza non viene mai nominata nell’Inferno.

[22] Secondo alcuni è simbolo della grazia illuminante o della speranza o ancora della giustizia perché nel Purgatorio Lucia è messa in relazione con l’aquila che trasporta D. dall’Anti­purgato­rio al Purgatorio vero e proprio; e poiché l’aquila, come appren­diamo dal canto XVIII del Paradiso è messa a sua volta in relazione con la giustizia (Spiriti giudicanti), ne consegue che Lucia può significare questa virtù.

[23] Figlia di Labano e moglie di Giacobbe e simbolo della vita contemplativa, mentre Lia, sua sorella, simboleggia la vita attiva.

[24] Forse non comprendendo che il poeta è soltanto, a sua volta, commosso e stupito per il racconto.

[25] È questa forse una delle immagini più delicate e soavi di tutto il poema.

[26] Che viene definito <<duca>> rispetto al cammino, <<segno­re>> rispetto al comando, <<maestro>> rispetto alla scienza.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto I – Sintesi

Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c....

Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c.1403–1483) (Photo credit: Wikipedia)

 

Il primo canto dell’Inferno è generalmente considerato proemio generale del poema, mentre il secondo è il proemio della sola prima cantica.

La descrizione vera e propria dell’Inferno comincia soltanto con il canto terzo.

I primi due canti ci forniscono gli antece­denti e le ragioni del viaggio ultraterreno.

Non ci si deve meravigliare se nel primo canto l’astrazione prevale sulla concretezza degli elementi naturalistici descritti, se i concetti cioè tendono a soffocare le immagini, se la filosofia e la teologia prendono il sopravvento sulla poesia.

L’azione nel primo canto ha inizio all’alba dell’8 aprile (o 25 marzo) del 1300, anno del Giubileo[1]; ma il viaggio negli inferi vero e proprio sarà intrapreso la sera dello stesso giorno ed ha la durata di 24 ore.

I personaggi del canto sono: le tre fiere (lonza, leone, lupa); Virgilio, simbolo della ragione umana; il Veltro.

Dante si è smarrito (ha smarrito il cammino del bene[2]) senza sapere come[3], di notte, in una selva oscura (del peccato[4]) a metà della vita (all’età di 35 anni[5] il venerdì santo del 1300)[6].

Dopo una notte di dolore e crisi disperata – tanto che l’orrore della selva, selvaggia (perché incolta e disabitata), aspra (perché intricata di pruni) e forte (perché difficile da traversare), rinnova il terrore solo a pensarvi – il poeta tenta di uscirne (per ritrovare la via della salvezza), trova un varco e giunge al mattino ai piedi di un colle (allegoria della redenzio­ne), illuminato dal pianeta[7]sole (luce divina; grazia illuminante che assiste chi vive virtuosamente) (vv. 1-18).

La vista del colle allontana un po’ la paura e D. (che si sente ormai liberato dalle tenebre del peccato), dopo essersi brevemente riposato[8], si accinge a riprendere la via per il pendio solita­rio[9] che conduce al colle con il piede che avanza ancora malfermo, dopo aver riguardato il luogo da cui è scampato[10], come il naufrago che si volge terrorizzato alle acque tempestose da cui si è ormai salvato (Dante trema come un naufrago perché si è salvato dalla morte) [11] (vv. 19-30).

Al cominciar della salita una lonza dal mantello maculato, agile e snella[12] impedisce il cammino al poeta e ostacola tanto i suoi passi che D. si volta più volte per tornare indietro (vv. 31-36).

L’ora fresca del mattino (la mattina dell’equinozio di primave­ra), il sole sorgente nella costellazione dell’Ariete, come al tempo in cui Dio iniziò la creazione, sembrano ridare al poeta momenta­neamente la speranza di giungere la sommità del colle; ma la speranza dura poco perché appare un leone[13] spavaldo e affamato, che diffonde nell’aria un angoscioso spavento, sembra venire contro al poeta e gli toglie quel primo conforto (vv. 37-48).

E subito dopo appare una lupa[14] che nella sua magrezza sembra carica di tutti i desideri e sbigottisce tanto D. che dispera ormai di poter salire (vv. 49-54)[15].

Dante si trova un po’ come nelle condizione dell’avaro che, se perde ciò che ha messo insieme con molte cure, si addolora e si dispera e a questo punto reso inquieto, appunto come l’avaro, precipita verso il basso (vv. 55-60)[16].

Mentre retrocede verso la selva Dante scorge una figura umana[17] che appare dalla voce fioca per non aver parlato da molto tempo[18]; il poeta implora pietà, anche se non sa distinguere se si tratti di un’ombra o di un uomo vivo; l’ombra, senza dire il proprio nome, risponde di non essere vivente ma di esserlo stato, che i suoi genitori erano entrambe lombardi[19] e mantovani (vv. 61-69).

Aggiunge di essere nato sotto Giulio Cesare[20] ma troppo tardi per conoscerlo[21] (e farsi apprezzare), di essere vissuto sotto il buon Augusto al tempo degli dei falsi e bugiardi (vv. 70-72), di essere un poeta e di aver cantato del giusto[22] figliol d’Anchise che venne da Troia dopo che la rocca fu distrutta (vv. 73-75).

Publio Virgilio Marone nasce il 15 ottobre del 70 a.C. ad Andes nei pressi di Mantova, che si può forse identificare con l’odierna Pietole.Sua madre è Magia Polla e suo padre Virgilio Marone un  piccolo possidente terriero che può e desidera assicurare al figlio un istruzione accurata.

Pertanto V., dopo aver vissuto i primi dodici anni a Mantova, frequenta le scuole di Cremona, Milano e Roma.

A Roma attende alla scuola di eloquenza del retore Elpidio: nella capitale incontra Ottavio (il futuro imperatore Ottaviano Augusto) e Marco Antonio che combatterà contro Ottaviano Augusto la famosa battaglia di Azio del 31 a.C., ove Menenio Agrippa (luogotenente di Augusto) sconfiggerà le diciannove navi della flotta di Cleopatra amante di Marco Antonio (guerra tolemaica).

Nella capitale V. dimostra scarso interesse per la eloquenza, e questo si verifica anche per il carattere timido e riservato del Mantovano; al contrario si dedica con fervore alla lettura dei c.d. poeti nuovi: Elvio Cinna, Cornelio Gallo, Catullo; si interessa alla poesia alessandrina, a quella epigrammatica ed alle elegie.

Da Roma si sposta alla volta di Napoli per studiare matematica e medicina e seguire le lezioni di Sirone, lezioni di filosofia su Epicuro che era stato fonte di ispirazione, proprio in quei momenti, di un grande poeta, Lucrezio, nel De rerum natura.

Ma già a Roma, come è stato detto, la poesia alessandrina nata non per il popolo ma per la corte aveva assai impressionato l’animo di V.: il risultato si nota nelle prime opere che vanno sotto il nome di Appendix Virgiliana; Appendix che fu scoperta ottanta anni dopo la morte del poeta e che si compone nel modo seguente:

1) Catalepton (versi spiccioli): 14 poesie di genere epigrammatico; nella quattordicesima in particolare V. invoca l’aiuto di Venere per comporre l’Eneide.

2) Culex (la zanzara): epillio in esametri, dedicato forse ad Ottaviano dove si parla di un pastore che uccide una zanzara; questa gli appare in sogno la notte successiva rimproverandolo per la sua azione poiché l’aveva morsicato soltanto per avvertirlo della presenza di un serpente; inoltre gli descrive il mondo sotterraneo e gli chiede sepoltura.

3) Ciris (l’airone bianco): poemetto amoroso in esametri che narra la passione di Scilla per Minosse che stava assediando Megara, e la trasformazione di lei in uccello marino a seguito del tradimento in favore del re minoico.

4) Aetna: poemetto in esametri sulle eruzioni vulcaniche per cui Virgilio, sulla falsa riga del De Rerum Natura di Lucrezio, assume che si possono spiegare razionalmente.

5) Dirae (le maledizioni): carme in esametri che espone, nella sua prima parte, le maledizioni di un colono spodestato del suo campo e nella seconda parte un canto d’amore.

6) Copa (l’ostessa): breve idillio in 19 distici in cui si narra di una giovane ostessa che invita i viandanti ad entrare nella sua taberna.

7) Moretum (la torta) in cui si parla di un contadino che impasta acqua e farina per fare quattro pani ed una rustica torta.

8) Priapea: tre poesie scherzose in onore di Priapo, il dio campestre rappresentato come spauracchio per gli uccelli.

A Napoli V. compone la sua prima opera di grande rilievo, le Bucoliche, un poema pastorale (42-39 a.c.) formato da 10 egloghe disposte secondo un criterio non cronologico ma estetico.

Tale composizione ha talmente successo a Roma che viene addirittura musicata; inoltre essa impone V. all’attenzione di Ottaviano e di Mecenate, tanto che al poeta fu donata una villa sull’Esquilino.

Due fondamenti stanno alla base delle Bucoliche: i precetti epicurei che invitavano l’uomo ad amare la vita semplice, la campagna, a liberarsi dalle ambizioni, dalle superstizioni (circa orridi mostri infernali e divinità); le vicende politiche che portarono e seguirono alla morte di Cesare (44 a. c.) e che toccarono vivamente il poeta.

Infatti dopo la battaglia di Filippi i triumviri assegnarono come premi di guerra ai loro veterani, le terre dei municipi rimasti fedeli all’idea repubblicana.

Ne fanno quindi le spese i territori di Cremona e Mantova (che pure non rientrava tra le città fedeli) e di conseguenza anche i poderi di V. sono affidati ai legionari di Ottaviano; due volte il poeta li perde e due volte li riacquistò per l’opera prima di Alfeno Varo e poi di Asinio Pollone, governatore della Gallia Cisalpina.

Nelle Bucoliche Virgilio narra appunto gli avvenimenti della vita campestre, esalta il sereno lavoro dei pastori e dei contadini; ma, in considerazione delle sue vicende personali, parla anche di veterani insolenti che costringono i contadini ad abbandonare le proprie terre, di madri che piangono la morte dei propri figli.

Su tutto domina la visione del tempo che sconvolge ogni cosa, del buio che avvolge la vita umana, la quale fiorirebbe senza che a noi sia dato modo di percepirne il significato, per la forza cieca del fato.

Assecondando il tentativo di riforma dei costumi intrapreso da Ottaviano, Virgilio vede però anche qualcosa al di là del dolore funesto delle passioni e degli egoismi: vede l’evoluzione, il progresso, le conquiste del lavoro e dell’ingegno umano; quindi il dolore e l’affanno sono solo il prezzo che l’umanità deve pagare per la sua redenzione.

Da questo mutato stato d’animo nasce la seconda grande opera di Virgilio, le Georgiche (37-30 a.C.), poema didascalico di 2183 esametri, scritto a Napoli, che si articola in quattro libri ove sono descritti vari tipi di attività agresti: I) la coltivazione dei campi, II) la coltura degli alberi III) l’allevamento del bestiame IV) l’apicoltura.

Il mondo delle Georgiche è sempre quello delle Bucoliche: la campagna, lo scenario sereno dei campi, contadini e pastori; ma questo mondo non è più concepito come possibile rifugio dove evadere dalla realtà dolorosa della vita ma come mondo ove il lavoro dei campi innalza l’uomo al di sopra del dolore, della violenza, dell’arbitrio.

Le Georgiche sono dunque una celebrazione del lavoro dei campi e della terra, con termini semplici e concreti, non idealizzando la campagna e i suoi abitatori ma calandoli nella realtà.

Compiuta questa seconda fatica il poeta si dedica alla stesura dell’Eneide (29-19 a.C.) poiché sia l’imperatore sia Mecenate erano rimasti entusiasti delle Georgiche e desideravano la redazione di un poema epico; prepara prima uno schema in prosa e poi lavora a diverse parti contemporaneamente; tra il  27 e il 25 a.C. Augusto ne chiede notizie, ma Virgilio leggerà all’Imperatore soltanto parte dell’opera, a partire dal 22 a. C. (II, IV e VI canto).

Nel 19 a.C., a prima stesura ultimata, il poeta, non essendo soddisfatto, decide di recarsi in Grecia ed in Asia Minore per vedere i luoghi ove si svolgono alcuni canti del poema.

Imbarcatosi incontra ad Atene Augusto che torna dall’Oriente e che lo convince a tornare con lui in Italia.

Ma dopo una visita a Megara, Virgilio prostrato da un sole fortissimo e già minato da altri mali, viene colto dalla febbre e approdato a Brindisi si aggrava e muore (22 settembre  del 19); viene sepolto a Napoli lungo la Via di Pozzuoli.

Nel testamento lascia tutti i suoi scritti agli amici Vario e Tucca e chiede che l’Eneide venga bruciata; ma Augusto vuole che l’opera venga pubblicata proprio da Vario e Tucca.

Virgilio chiede a Dante perché stia ritornando nella selva tanto molesta (o dolorosa) [23] e non salga invece il monte del bene, principio e ragione di ogni gioia (vv. 76-78).

Dante risponde con reverenza e retoricamente se l’anima sia quella del Virgilio[24] fonte viva dell’eloquenza; se potrà servirgli ad ottenere l’aiuto del Mantovano il grande amore ed il grande studio con cui D. ha affrontato l’Eneide e le Bucoliche[25].

D. chiama V. suo maestro e modello da cui ha appreso lo bello stile[26] che gli ha procurato tanto onore tra i contemporanei (vv. 79-87).

A questo punto D. supplica V. (definito saggio, cioè poeta) di salvarlo dalla lupa (vv. 88-90).

Virgilio afferma che per D., il quale sta piangendo, è necessario compiere un altro viaggio per uscire dalla selva; perché è impossibile sfuggire alla fiera che gli mette tanta paura, essa (carica di vizi di infiniti) non fa passare alcuno dalla sua strada e chi ci prova muore.

Virgilio gli spiega la natura malvagia della fiera che non è mai sazia di desideri e dopo un pasto ha più fame di prima; aggiunge che sono molti gli animali[27] con cui la lupa (l’avarizia) si unisce;  e dichiara che <<più saranno ancora>>, che cioè l’opera nefasta della stessa continuerà fino a che non giungerà un veltro[28] (cioè un salvatore) a liberare il mondo della sua presenza (vv. 91-102).

Con linguaggio oscuro come si addice alle profezie, il veltro è designato per alcune caratteristiche: non si ciberà né di terra né di peltro[29] (di danaro), ma sarà nutrito solo di sapienza, di amore e di virtù, e la sua nascita non avverrà tra le mollezze (“tra feltro e feltro”[30]) (vv. 103-105).

Sarà la salvezza dell’Italia che ora è caduta così in basso, per la quale[31] sono morti ammazzati (“di ferute”) i primi eroi cantati da Virgilio (Camilla, Eurialo, Turno, Niso), e caccerà finalmente nell’Inferno la lupa, che era uscita primariamente dall’invidia del demonio[32] (vv. 106-111).

Virgilio spiega infine a Dante che lui reputa come unica via di salvezza[33] il lasciare quei luoghi[34] e si offre quindi come guida per un viaggio attraverso l’Inferno (il “luogo etterno”) dove il poeta potrà udire le grida disperate dei dannati, anche più antichi, che ricercano una seconda morte che possa porre fine ai loro tormenti[35] e attraverso il Purgatorio dove le anime sono contente di purifi­carsi col fuoco[36] perché così sanno di poter raggiungere il Paradiso (vv. 112-120)

Se poi Dante vorrà salire al regno dei Beati un’anima più degna lo guiderà[37], perché a lui pagano, Dio, che come imperatore regna nel Cielo, ha vietato di accedere al Paradiso perché lui non si è sottomesso alla sua legge (non ha cioè ricevuto il battesimo) (vv. 121-126).

V. spiega a D. che Dio domina in tutte le parti dell’universo ma solo nei Cieli si manifesta re perché qui vi è la sua casa ed il suo trono; e conclude che è certamente beato colui che può risieder­vi (vv. 127-129)

Dante chiede a Virgilio di guidarlo nei luoghi che ha appena indicato perché è ansioso di poter vedere la porta del Purgatorio[38] da cui passano le anime che V. dice essere tanto meste; V. comincia  a camminare e D. lo segue (vv. 130-136).


[1] Proclamato da Bonifacio VIII.

[2] Non perduto, ma smarrito perché Dante spera di ritrovarla.

[3] Il poeta non si è accorto di esser entrato nella selva, perché il suo animo era assonnato ed intorpidito dopo aver abbandonato la virtù. Numerose sono le fonti spirituale e scrittu­rali che identificano il peccato col sonno; si veda ad esempio la lettera ai Romani di San Paolo (XIII, 11): <<hora est iam nos de somno surgere>>.

[4] Personale di Dante dopo la morte di Beatrice e della umanità dopo la confusione tra potere temporale e spirituale.

 [5] Che la metà della vita coincida con il trentacinquesimo anno Dante lo afferma nel Convivio (IV, XXIII, 7-9).

[6] La perifrasi è tratta da Isaia e poiché Isaia è il profeta che per primo parlerà della cattività babilonese e della liberazio­ne, ne consegue che il poema assume da subito un tono profetico.

[7] All’epoca di Dante il sole era uno dei sette pianeti.

[8] Dante ignora che per vincere il peccato e conseguire la vita virtuosa non basta la volontà umana, troppo debole in seguito al peccato originale, ma occorre un aiuto divino.

[9] Il pendio rappresenta il momento di transizione tra la vita peccami­nosa e quella virtuosa ed è deserto perché sono pochi coloro che si ravvedono.

[10] Il passaggio attraverso il quale non lasciò mai persona viva: il peccato è la morte dell’anima, la dannazione eterna.

[11] Si tratta della prima delle 597 similitudini del poema.

[12] Una specie di leopardo o pantera, indicante la lussuria, nell’allegoria morale, e la città di Firenze, volubile, per l’instabilità di governo, nell’allegoria politica (una leonessa era infatti tenuta in gabbia presso il palazzo del Comune di Firenze come simbolo della città); per altri rappresenterebbe l’invidia o ancora l’inconti­nenza, una delle tre categorie dei peccati infernali; per altri infine la frode, perché sono in minor numero i peccatori che cadono in questo peccato.

[13] Il leone rappresenta la superbia come vizio capitale, e la prepotenza della monarchia francese, con particolare riguardo a Filippo IV il Bello, perché questo monarca svolse una politica di prepotenza contro la chiesa (v. trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, scioglimento dell’ordine dei Templari ecc.); ancora si sostiene che essa rappresenti la seconda categoria dei peccati infernali: la matta bestialità o violenza.

[14] L’avarizia per quanto riguarda la degradazione morale, e la Curia romana, nel suo significato politico, perché Papa Bonifacio secondo Dante era pieno di cupidigia per i beni temporali; o ancora la terza categoria dei peccati infernali: la malizia o frode; per altri infine rappresenterebbe l’incontinenza perché è il peccato più diffuso tra gli uomini.

[15] Il poeta riesce quindi ad evitare le lusinghe della lonza, la violenza del leone, ma non il pauroso fascino della lupa che lo risospinge senza tregua verso la selva.

[16] Le tre fiere sono già presenti  in un passo delle lamentazioni di Geremia (V,6) che quindi avrebbe ispirato il poeta: “Il leone della selva  li ha percossi, il lupo vespertino li ha devastati, il leopardo sta in agguato presso le loro città”, passo che è rivolto contro i ricchi di Gerusalemme e in cui – secondo S. Gerolamo – il leone rappresenterebbe Nabucodo­nosor o l’Impero babilonese, il lupo l’impero medo-persiano, il leopardo l’impero macedonico.

 [17] Si tratta di Virgilio che rappresenta la ragione umana che libererà D. dal peccato e lo condurrà sino al Paradiso terrestre (simbolo della felicità naturale); e poiché l’uomo non può realizzarsi se non vivendo in società, Virgilio rappresenta anche l’autorità dell’Im­pero, che deve guidare il genere umano verso la felicità naturale. D. lo sceglie come guida perché nel Medioevo V. aveva fama di sommo scienziato, di profeta di Cristo (la IV ecloga per bocca di Pollione console parla dell’avvento di un fanciullo di natura divina), e di mago; sia perché per le sue idealità politiche (cantore dell’Impero romano) e religiose (cantore del regno dei morti), poteva meglio di ogni altro essere un precursore degli ideali e della poesia dantesca.

[18] Il v. 63 ha dato luogo a molte interpretazioni, perché il silenzio non rende fiochi, e perché D. non poteva accorgersi che V. fosse fioco se non aveva ancora parlato. Forse si dovrebbe intendere: “una figura d’uomo che per lunga abitudine al silenzio sembrava aver perduto ogni efficacia di parola”. Il senso allegorico che qui prevale su quello letterale è invece evidente: Virgilio rappresenta la ragione umana, quando il peccatore comincia a ravvedersi sembra assai fioca e solo quando il peccatore si è ravveduto essa acquista chiarezza e forza.

[19] Cioè dell’Italia settentrionale. La Lombardia vera e propria prenderà questo nome solo cinque secoli dopo Virgilio, con i Longobardi.

 [20] D. fa affermare da Virgilio che nacque “sub Iulio” sia perché le ombre usano la lingua che parlarono in vita, sia perché nel Medioevo le espressioni latine erano di uso comune.

 [21] Visto che V. nasce nel 70 e Cesare muore nel 44; le Bucoliche infatti sono state composte tra il 42 ed il 44 a.C.

[22] V. indica proprio nel primo canto dell’Eneide Enea come il più giusto (Aen. I 544-545).

[23] Quella di Virgilio è un’esortazione a D. perché si liberi degli orrori del peccato.

[24]  D. sa di trovarsi di fronte a Virgilio e allora dimentica per un momento il pericolo, per manifestare la sua sorpresa ed ammirazione.

[25] In Inf. XX, 114 D. affermerà di conoscere l’Eneide tutta a memoria. Più incerta è la conoscenza di Dante delle Georgiche.

[26] Nel De Vulgari Eloquentia D. aveva distinto tre tipi di stile: quello tragico, alto e solenne proprio dell’epica e della grande lirica (D. chiamerà l’Eneide <<tragedia>>), quello comico o stile mediocre (perciò il titolo del poema <<commedia>> o <<come­dia) e quello elegiaco o stile umile. Il bello stile che ha fatto grande D. è lo stile nobile ed elevato con cui lo stesso ha composto le canzoni morali e allegori­che, anterior­mente al 1300. Anche nel Purgatorio (XXI, 95) per bocca di Stazio D. non perde l’occasione di lodare l’Eneide.

[27] Secondo alcuni si fa qui riferimento alle persone, secondo altri ai vizi.

 [28] Secondo le interpretazioni più accreditate potrebbe essere: 1) un imperatore o un rappresentante della corona imperiale: perché D. afferma nella Monarchia che l’imperatore possedendo tutto non ha più cupidigie e quindi naturale nemico della lupa; in tal caso potrebbe essere a) Arrigo VII di Lussemburgo che si è trovato all’improvviso imperatore e a cui D. alluderà anche alla fine del Purgatorio (XXXIII, 37 e ss.) e nel Paradiso (XXX, 133 e ss.); b) Uguccione della Faggiuola, che morto Arrigo VII, fu uno dei più potenti capi ghibellini in Italia e sconfisse i Guelfi di Firenze nella battaglia di Montecatini (1315); c) Can Grande della Scala, che dopo la cacciata di Uguccione della Faggiuola da Pisa e da Lucca, divenne a sua volta un potente capo ghibellino, ed ebbe il titolo di Vicario imperiale in Italia (1318) e che per la corri­spondenza del nome (cane-veltro), per l’estensione dei suoi domini (tra Feltre nel Bellunese e Montefeltro nelle Marche), e per l’elogio che ne fa D. nel c. XXVII del Paradiso, si avvicina in più punti ai dati della profezia dantesca.

2) Un pontefice riformatore o una figura mistica: a) Benedetto XI (1303-1304) che fu uomo santo nato a Treviso, cioè sulla linea d’aria che congiunge Feltre nel Bellunese a Montefeltro nelle Marche; fu questo Pontefice ad inviare a Firenze nel 1304 il cardinale Niccolò da Prato, allo scopo di rappacificare i Neri coi Bianchi esuli; ma il tentativo fallì e il cardinale si allontanò da Firenze lanciando un interdetto; b) Gesù Cristo che deve venire a giudicare i vivi e i morti: poco plausibile perché la figura di Cristo ne verrebbe rimpicciolita e perché Cristo deve venire solo alla fine dei tempi; c) lo Spirito Santo: in base alla dottrina di Gioacchino da Fiore sulla terza era.

3) Il veltro e D. medesimo e l’opera sua, perché le cose che D. voleva dire all’umanità erano tali da far morire la lupa; poco plausibile perché D. è già venuto e perché nè D. né il suo poema sono nati “tra feltro e feltro”.

4) Il veltro è una persona indeterminata: e l’interpretazione degli antichi commentatori e forse la più accettabile.

[29] È una lega di argento e stagno ma qui significa metallo in genere e più propriamente ricchezze, denaro.

[30] Il feltro è un panno di lana non tessuta ma battuta, con cui si facevano indumenti di poco prezzo, per cui l’espressione potrebbe significare che il Veltro sarà di umili natali; ma altri intendono come si è visto, che il riferimento sia geografico.

[31] Più propriamente quindi l’Italia laziale.

[32] Che l’aveva fatta uscire per tentare l’uomo e privarlo in tal modo di quella felicità che godeva nel Paradiso terrestre.

 [33] Poiché la lupa domina nel mondo.

[34] V. in altre parole propone a D. di abbandonare la vita attiva e di abbracciare la vita contemplativa.

[35] Sulla “seconda morte” ci sono diverse interpretazioni: per alcuni si tratterebbe della morte dell’anima dopo quella del corpo, per altri che si fondano sulle Sacre Scritture (Apocal. XX, 14) e sul Cantico di S. Francesco (<<Beati quilli che trovarà ne le sue santissime voluntati, – ca la morte non li poterà far male>>) si farebbe qui riferimento alla morte come <<dannazione>> e in tal caso i dannati imprecherebbero alla loro dannazione.

[36] Veramente nel Purgatorio le uniche anime che si purificano col fuoco sono i lussuriosi.

[37] Si tratta di Beatrice che come vedremo rappresenta la Grazia santificante, e, in genere, tutti quei mezzi che Dio pone a disposizione dell’uomo, per rendere possibile la sua salvezza (Verità rivelata, Teologia, Autorità ecclesiastica ecc.).

[38] Per altri si intende quella del Paradiso.

Dante Alighieri – le opere in breve

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di D...

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di Dante (Dante and the Divine Comedy). 1465 fresco, in the dome of the church of Santa Maria del Fiore in Florence (Florence’s cathedral). Dante Alighieri is shown holding a copy of his epic poem The Divine Comedy. He is pointing to a procession of sin. (Photo credit: Wikipedia)

Affronteremo ora i tratti essenziali di nove opere del grande poeta  partendo da un breve schema e premesso che la produzione letteraria di Dante appartiene per la maggior parte agli anni dell’esilio.

In lingua  volgare Dante scrive:

– Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)

– Vita nova (1290-1294)

– Rime (1283-1307)

– Convivio (1303-1304)

– Divina Commedia (?)

In lingua latina sono invece:

– De Vulgari Eloquentia (1304-1305)

– Monarchia (?)

– Quaestio de aqua et terra

– Egloghe

– Epistole

Tra le prime opere troviamo dunque il Fiore e il Detto d’Amore.

Si tratta di due poemetti, diversi sia per forma metrica sia per contenuto, che sono stati tramandati insieme da un unico manoscritto privi dell’indicazione dell’autore e del titolo.

Solo nel secolo scorso i due testi furono separati e pubblicati dai loro primi editori con i due titoli distinti con cui ancora oggi vengono designati.

Dopo svariate attribuzioni, in una edizione critica (1984) Gianfranco Contini ha definito le due opere «attribuibili» a Dante per i numerosi elementi stilistico-formali che le accostano alle rime e alla Commedia.

Per il registro comico intensamente realistico, addirittura con punte di violenza verbale talvolta stupefacenti, apparterebbero alla produzione con ogni probabilità. alla fase pre-stilnovistica.

Sia il Fiore sia il Detto d’Amore traducono in parte il poema allegorico in francese antico Roman de la rose[1],composto nel secolo XIII la cui diffusione è databile tra il 1237 ed il 1280.

La composizione dei due poemetti è perciò ascrivibile a un periodo compreso entro il decennio 1285-1295: vi compaiono infatti alcuni aspetti della vita politica di quel periodo di tempo, fra cui la lotta fra borghesi e magnati a Firenze, e le persecuzioni religiose, subite da alcuni gruppi ereticali e dai filosofi averroisti.

Il Fioree formato da una «corona» di 232 sonetti, i cui personaggi allegorici (ripresi dalla trama del Roman de la rose), come la Rosa, la Vecchia Falsembiante, raffigurano la conquista dell’unione carnale con la donna (fuori d’allegoria, per «fiore » si intende, come già abbiamo accennato, il sesso della donna).

Assai vigorosa è anche la polemica contro gli ordini religiosi francescano e domenicano, responsabili per Dante della morte del filosofo averroista fiammingo Sigieri di Brabante (considerato invece, dal futuro autore della Commedia, degno del paradiso) che era venuto a tenzone con San Tommaso.

Il testo è di non facile leggibilità, dovuta soprattutto all’affastellarsi di francesismi che danno luogo a una sorta di «franco-toscano».

Il Detto d’Amore è composto da 480 settenari in rima baciata, ed offre una sintesi delle caratteristiche e delle regole comportamentali dell’amor cortese; in esso si avverte la forte influenza della cultura provenzale, come già sappiamo il modello più diffuso prima che Dante elaborasse la sua originale versione stilnovistica dell’amor cortese.

La Vita Nova è composta di liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei; nel “libello” (come lo chiama Dante)  le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, in chiave stilnovistica: Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio.

Le Rime comprendono 54 liriche autentiche e 26 di attribuzione più incerta, composte da Dante durante tutto l’arco della sua vita e ordinate dopo la sua morte. I temi sono diversi e spaziano dal fantasioso e sognante (“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io“), al musicale (“Per una ghirlandetta“), dal passionale (“Così nel mio parlar“), al solenne (“Tre donne intorno al cor“).

La diversità di temi, stile e periodo di composizione permette di seguire l’evoluzione del pensiero e della poetica di Dante.

Il Convivio è un’esposizione enciclopedica del sapere medioevale, scritta in volgare e non in latino perché, nell’intenzione del poeta, doveva rivolgersi ad un vasto pubblico: misto di prosa e di versi, non fu completata e dei 15 trattati progettati solo 4 ne furono composti.

La Divina Commedia, iniziata in  esilio forse nel 1304, è il racconto in prima persona di un viaggio compiuto da Dante all’età di trentacinque anni nei tre regni dell’oltretomba cristiano.

Le due guide principali del poeta in questo viaggio sono Virgilio (Inferno – Purgatorio) e Beatrice (Paradiso).

Il poema si compone di tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciascuna cantica comprende trentatré canti, a cui si deve aggiungere il primo canto dell’Inferno (che quindi ne ha trentaquattro), che funge da introduzione a tutta l’opera. I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata.

Quest’opera rappresenta una summa di cultura, di valori etici ed estetici del Medio Evo.

Attraverso una visione metaforica di un viaggio nell’oltretomba, il poeta esprime con una sapiente e ricca regia compositiva motivi politici, storici, teologici e personali (vedi la sua posizione nei confronti dell’amata e criticata Firenze).

In questo viaggio verso la perfezione divina, Dante assume il compito di raccontare la sua esperienza al mondo con la speranza che questo ne tragga insegnamento.

Rimase invece incompiuta una grandiosa opera in latino, il De vulgari eloquentia, un trattato intorno all’origine e all’essenza del nostro linguaggio. Dante indica come modello ideale di lingua letteraria, o volgare illustre, una lingua che prenda i suoi termini da ogni dialetto, nessuno dei quali adatto di per sé all’uso letterario.

Nel De Monarchia Dante espone le sue convinzioni politiche sulla necessità di un impero universale, unico garante di giustizia e libertà.

Affronta inoltre un problema molto dibattuto ai suoi tempi, cioè quello del rapporto tra le due supreme autorità: il papa e l’imperatore, le due grandi guide dell’umanità; essi per il poeta hanno ricevuto direttamente da Dio la loro autorità e la devono esercitare in due sfere distinte, quella spirituale e quella temporale, per il conseguimento della felicità celeste e terrena.

Questo trattato tuttavia ai tempi di Dante non incontrò l’approvazione della chiesa e a nulla servì che nelle parti conclusive il poeta indicasse comunque una supremazia spirituale del papa sull’imperatore; nel 1329 fu fatta addirittura bruciare ed in epoca più tarda fu inserita nell’indice dei libri proibiti..

Importanti in lingua latina anche le Epistole, soprattutto le tre scritte per la venuta di Arrigo VII. Meno interessante il trattatello scientifico Quaestio de aqua et terra: nel 1319 mentre Dante si trovava a Mantova, come ci racconta il poeta stesso, partecipò ad una grossa disputa che concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra).

Interessanti sono in conclusione anche due Ecloghe sempre in latino dal tono malinconico e speranzoso indirizzate a Giovanni del Virgilio, umanista bolognese che lo aveva invitato nella sua città per ricevere l’alloro poetico.


[1]  Fra i testi più fortunati della lingua d’oil troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese. Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi composti nel 1237) e Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280). La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa. La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre. Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado indulgono nel sensualismo più audace; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.

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