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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto VIII – Sintesi

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ARGOMENTO IN BREVE

Sempre nel quinto cerchio Flegias traghetta con la sua barca i poeti; Filippo Argenti in risposta alle sprezzanti parole di D. vorrebbe rovesciare la barca ma è respinto da Virgilio che si compiace per l’atteggiamento di Dante (vv. 1-63).

Flegias approda davanti alle mura di Dite ma i diavoli non vogliono farli entrare e li scherniscono (64-130).

*.*.*

L’azione si svolge dopo la mezzanotte dell’8 aprile 1300, nelle prime ore antelucane del 9 aprile, sabato santo.

Siamo nel cerchio V, costituito dalla palude Stigia.  Il Custode è Flegias.

Ma l’azione si svolge anche presso le mura della città di Dite che racchiudono la parte più bassa dell’Inferno, e si presentano come le tipiche fortificazioni medievali, con fossati difensivi e torri di guardia.

I dannati puniti in questo canto sono sempre gli iracondi e accidiosi (cfr. c. VII).

– Per la pena e contrappasso cfr. c. VII.

PERSONAGGI

Flegias. Personaggio mitologico figlio di Ares (Marte) e Crise (figlia di Almo, a sua volta figlio di Eolo), re della Tessaglia,  e padre di Issione e Coronide; aveva tentato di appiccare il fuoco al tempio di Apollo a Delfi per vendetta contro il dio che prima gli aveva sedotto la figlia Coronide (mamma di Asclepio, dio della medicina) nel momento in cui aveva seguito il padre in un viaggio nel Peloponneso, e poi aveva ucciso la stessa Coronide dopo che quest’ultima lo aveva tradito. Apollo aveva poi sprofondato Flegias nel Tartaro.

È trasformato da Dante in figura demoniaca e irosa, custode appunto degli iracondi, nocchiero della barca su cui carica i dannati per sprofondarli poi nella palude, e qui funge da traghettatore per Dante e Virgilio fino alla sponda opposta della palude Stigia.

Filippo Argenti. Figura oscura, forse si tratta di Filippo de’ Cavicciuli degli Adimari, fiorentino contemporaneo di Dante, politicamente a lui avverso essendo di parte nera.

Secondo alcuni commenti antichi, avrebbe in una qualche occasione schiaffeggiato pubblicamente Dante[1].

ELEMENTI PRINCIPALI

1) L’incontro con Filippo Argenti. A questo oscuro personaggio fiorentino è affidato il compito di rappresentare l’intera schiera degli iracondi, e dallo sdegnato comportamento dello stesso poeta nei suoi confronti possiamo intuire quanto Filippo Argenti fosse stato esemplare e vivace esempio di tale vizio.

La sua ira si manifesta in due immagini: l’istintivo gesto con cui cerca di rovesciare la barca su cui si trovano Dante e Virgilio, e il suo rabbioso sbranarsi tra le urla degli altri dannati che gli danno addosso.

Dante riconosce e maledice con violenza Filippo Argenti, per cui l’episodio acquista emotività nel richiamarsi ad un’esperienza autobiografica; ma lo stesso particolare e anche motivo di encomio da parte di Virgilio nei confronti di Dante, poiché questi ha così dato prova di saper da solo come comportarsi verso gli spiriti dannati.

2) La vivacità del canto. Si tratta di un canto particolarmente ricco di movimento e situazioni: prima l’apparizione da lontano delle mura della città di Dite, poi il sopraggiungere del demone Flegias e l’attraversamento dello Stige sulla sua barca, quindi l’incontro con Filippo Argenti, il giungere sotto le mura di Dite, la visione dei diavoli lì arroccati, il dialogo tra Virgilio e loro, la paura e l’esitazione di Dante per la difficoltà di procedere, e infine l’annuncio dell’imminente arrivo di qualcuno, un personaggio destinato a risolvere la situazione.

3) La Città di Dite. La città di Dite, cioè di Lucifero, oppone qui le sue mura al viaggio di Dante, ostacolo per ora insormontabile.

Finora i cerchi visitati ospitavano dannati che peccarono per incontinenza, la meno grave delle cattive inclinazioni; invece Dite ospita le colpe piu gravi e abbiette, quelle cui concorse anche la ragione.

Qui dunque si può quasi dire che cominci il vero Inferno, cioè il luogo che ospita i veri nemici di Dio, e per questo qui Dante incontra il più duro ostacolo a procedere.

Dite è rappresentata come una tipica citta-fortezza medievale, con le mura intercalate da torri di guardia, con segnali luminosi da una torre all’altra, con le difese e gli sbarramenti difensivi, con i soldati in armi sugli spalti, con la porta sbarrata.

4) I diavoli. Il primo diavolo che si incontra nel canto e Flegias, traghettatore dello Stige, che si ripropone con la funzione che era stata già di Caronte (cfr. c. III); la sua perfida impazienza è delusa e mortificata da Virgilio.

A lui seguono i diavoli di custodia sulle mura di Dite, che oppongono forte resistenza ai due pellegrini: prima questi demoni li minacciano, poi in tutta risposta alle parole di Virgilio, corrono a sbarrare la porta mentre prima avevano lasciato aperti tutti gli accessi.

Comincia così la «commedia» dei diavoli, cioè la partecipazione sempre più attiva e varia di questi personaggi all’azione dell’opera.

Non vi è dubbio che in questo caso rappresentano l’opposizione che le colpe più gravi muovono al peccatore sulla via della conversione, e che non la ragione umana (Virgilio) ma soltanto un aiuto del cielo può debellare

5) La fisicità di Dante. Da notare l’insistenza di Dante nell’osservare come la barca di Flegias senta il peso del suo corpo e affondi maggiormente nell’acqua: il suo peso, la sua consistenza fisica, e segno del suo essere vivo, della sua differenza dai dannati, e quindi dell’assoluta eccezionalità della sua condizione.

RIASSUNTO

1-30 Prima di raggiungere la torre e le mura della città di Dite[2], mentre ancora si trovano sulla riva opposta della palude Stigia, Dante e Virgilio vedono due fiammelle accese sulla cima della torre predetta e scorgono un terzo lume, piu lontano e fioco, rispondere a quel segnale.

Dante chiede che significa tutto ciò, e Virgilio gli consiglia di pazientare, che presto lo vedrà da solo, se le nebbie della palude non lo nasconderanno[3].

Veloce come una freccia, ecco apparire una barca guidata dal diavolo Flegias che, convinto di avere a che fare con un’anima dannata, urla con feroce soddisfazione; ma Virgilio lo ammonisce: non serve gridare questa volta, essi staranno con lui solo il tempo di attraversare la palude.

Flegias, deluso, reprime l’ira, mentre Virgilio sale sulla barca e vi fa entrare anche Dante: solo allora 1’imbarcazione si abbassa per il peso e taglia il pelo dell’acqua più a fondo di quanto è solita fare.

31-63 Mentre la barca è in mezzo alla palude, ecco pararsi all’improvviso un dannato, tutto imbrattato di fango, che apostrofa Dante.

Il poeta gli chiede di rimando chi egli sia, ed alla risposta evasiva di lui («Vedi che sono uno condannato al pianto») lo minaccia, smascherandolo.

Allora l’iroso si avventa sulla barca, ma Virgilio lo blocca e si complimenta con Dante per la sua prontezza di giudizio: quella fu un’anima arrogante che non ha lasciato traccia di bontà nel ricordo di sé, come molti che nel mondo ora si ritengono grandi personaggi, per quell’inutile orgoglio staranno qui come i porci nel fango.

– Dante vorrebbe vedere il castigo di quel dannato: presto sara soddisfatto, lo rassicura Virgilio.

E, infatti, ecco gli altri dannati avventarsi su Filippo Argenti, mentre il Fiorentino prende a mordersi con ira.

64-108 Lasciato Filippo Argenti, Dante e colpito da un suono lontano di gemiti.

Virgilio lo informa che si stanno avvicinando alla città di Dite e Dante ne vede già le torri rosse come ferro rovente per il fuoco eterno che brucia all’interno.

Giunti dentro il fossato che circonda la fortezza infernale, Dante nota che anche le mura sembrano di ferro; dopo un lungo giro attorno al fossato, Flegias fa scendere i due viaggiatori davanti all’ingresso di Dite.

Ed ecco una folla di diavoli mostrarsi sulle mura, chiedendo con stizza chi sia quel vivo che osa entrare nel regno dei morti.

Virgilio fa segno di voler parlare loro in disparte. I diavoli accettano, ma solo lui potrà passare, l’altro dovrà tornarsene indietro da solo.

A quelle parole Dante, preso da terrore, supplica Virgilio di non abbandonarlo e di tornare insieme indietro, dato che gli si proibisce il passo.

Ma Virgilio lo rassicura, nessuno può vietare ciò che è voluto da Dio, gli chiede di aspettare lì e di riprendere fiducia.

109-129 Virgilio si allontana, lasciando Dante pieno di dubbi e timori.

Dante non può sentire ciò che il maestro dice, ma vede che in breve i diavoli si ritirano dentro le mura e chiudono le porte di Dite.

Virgilio torna indietro a capo chino, triste e sgomento; ma rivolto a Dante, lo rassicura di nuovo: riusciranno ad aver1a vinta, la tracotanza di quei demoni non è nuova, già la usarono contro Cristo che forzò la porta esterna dell’Inferno, ora spalancata.

Da quella porta sta già scendendo un essere tale che riuscirà ad aprire loro la porta della città.


[1] Molti commentatori si sono domandati la ragione del violento sdegno dell’Alighieri, il quale, già tanto pietoso verso Paolo e Francesca e verso Ciacco, diventa, come vedremo, ad un tratto crudele e inesorabile con l’Argenti. Dino Compagni (Cron. III, 8) ci fa sapere che gli Adimari furono tra i piu accaniti Guelfi Neri, che, nei tumulti del 1304, dettero fuoco alla loggia di Or’ San Michele, onde «arsono tutte le case erano intorno a quel luogo, e i fondachi di Calimala e tutte le botteghe erano intorno a Mercato Vecchio fino in Mercato Nuovo, e le case de’ Cavalcanti… che si disse arsono più che millenovecento magioni». L’Anonimo fiorentino, nel suo Commento all’Inferno, ci fa a sua volta appunto sapere che Filippo Argenti diede una volta uno schiaffo a Dante; e Benvenuto da Imola che gli Adimari (e piu propriamente Boccaccio degli Adimari, forse fratello di Filippo Argenti) trassero profitto dall’esilio di Dante per vendicarsi di antiche offese, e non solo ottennero dal Comune di occupare i beni del Poeta, ma si opposero sempre al suo ritorno in patria. Dante infine ci lascia comprendere che la radice del suo sdegno contro l’Argenti sta nello smisurato orgoglio di lui, che gli rese impossibile di lasciare un buon ricordo di sé.

Anche nel Paradiso (XVI, 115 sgg.) egli fara pronunziare dal bisavolo Cacciaguida, a proposito di questa stessa famiglia, ferme parole di biasimo e di riprensione. Gli Adimari dovettero dunque essere nemici politici e forse personali di Dante, e la loro irosa superbia rendeva ancor più sdegnoso, e, per cosi dire, rabbioso, lo scherno del poeta.

[2] Divinità infera dei Latini  (Dis pater), equiparato, per derivazione etrusca dal mito greco, a Plutone. I Romani lo consideravano fglio di Saturno e di Opi e marito di Proserpina; il culto di Dite deve quindi considerarsi molto antico.

[3] Si tratta di segnali luminosi che ricordano i segnali che nel Medioevo si solevano fare di notte dai castelli  o dalle terre in cui avveniva qualche novità: le due piccole fiamme (perché due erano Dante e Virgilio) avvertono la città di Dite che i due poeti si avvicinano, e l’altra fiamma fa cenno che l’avviso è stato inteso.

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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto VI – Sintesi

Inf. 16 Baccio Baldini, Dante e Virgilio a col...

Inf. 16 Baccio Baldini, Dante e Virgilio a colloquio con Jacopo Rusticucci, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi, (Photo credit: Wikipedia)

Il canto si apre nella serata dell’8 aprile 1300, venerdì santo nel cerchio III,  battuto da una  pioggia fredda, scura, incessante, mista a grandine e neve.

Il custode del cerchio è Cerbero.

I dannati puniti in questo cerchio sono  i golosi, coloro che eccedettero nell’amore per il cibo e le bevande.

PENA E CONTRAPPASSO

I golosi giacciono a terra, immersi nel fango; sono tormentati dalla pioggia putrida e dai latrati feroci di Cerbero e dilaniati dalle sue zanne.

Come in vita amarono cibi e bevande raffinate, sono ora costretti a mangiare il fango, immersi nel limo nauseabondo e preda dell’avidità di Cerbero.

PERSONAGGI

Cerbero. Personaggio mitologico, figlio del gigante Tifeo e di Echidna. Nella mitologia greca, cane con tre teste e coda di drago che faceva la guardia all’ingresso dell’Ade, il mondo sotterraneo.

Il mostro consentiva a tutti gli spiriti di varcare la soglia, ma non avrebbe permesso a nessuno di andarsene. Soltanto alcuni eroi riuscirono a eluderne la sorveglianza: il poeta e musicista Orfeo incantò l’animale con il suono della sua lira, e l’eroe greco Eracle lo catturò con la sola forza delle braccia e lo portò per breve tempo nel mondo terreno.

Nella mitologia romana la bellissima giovane Psiche[1] e il principe troiano Enea riuscirono a distrarre Cerbero gettandogli un dolce al miele per poter continuare il viaggio attraverso gli Inferi. Talvolta Cerbero è raffigurato con un gran numero di serpenti sul dorso e cinquanta o cento teste.

Secondo alcuni autori classici, è un cane a tre fauci con coda e crini di serpente (cfr. Virgilio, Eneide VI,417-423; Georgiche I V, 483; Ovidio, Metamorfosi IV, 448-453).

Dante lo raffigura come un cane con tre teste, dagli occhi sanguigni, la barba unta e nera, il ventre largo e le zanne unghiate, mescolando elementi umani ed elementi bestiali, in una rappresentazione personale che evidenzia particolari di una crudezza realistica e grottesca, estranea ai modelli.

Ciacco. Non si sa chi sia: «ciacco» significa «porco» in toscano, ma Dante non ha accenti particolarmente spregiativi nei suoi confronti: Ciacco e anche nome proprio (da Giacomo o Jacopo). l’Ottimo e l’Anonimo lo identificano genericamente come uomo di corte e parassita, di buoni costumi, dedito ai banchetti e ai piaceri della gola. Per altri si tratta di Ciacco dell’Anguillaia, banchiere e rimatore fiorentino del XIII secolo.

PERSONAGGI CITATI

Farinata degli Uberti (cfr. c. X); Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari (cfr. c. XVI); Iacopo Rusticucci (cfr. c. XVI); Arrigo, forse dei Fifanti (cfr. G. Villani, Cronica V, 38); Mosca, dei Lamberti (cfr. c. XXVIII).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Tema politico. Il sesto canto e unanimemente considerato il canto politico dell’Inferno, in parallelo a quelli corrispondenti delle altre due cantiche. Qui Dante affida ad un fiorentino[2], tutto preso dall’amor patrio, il compito di esprimere quello che e il proprio personale giudizio sulle vicende politiche di Firenze, giudizio compendiato nei tre attributi che marchiano la città (cfr. vv. 74-75): la superbia del dominio, l’invidia tra i potenti, l’avarizia e l’avidità mercantile, vizi che saranno la causa della sua rovina.

2) La profezia di Ciacco. È la prima, importante profezia sul destino di Firenze e, implicitamente, su quello di Dante. Ciacco parla di lunghe contese tra le parti che sfoceranno negli scontri scoppiati il 1° maggio de1 1300, in occasione di una festa in piazza di Santa Trinità, tra alcuni giovani della famiglia Donati, di parte nera, e altri della famiglia dei Cerchi, di parte bianca.

L’episodio dà origine ad una serie di violenze ed odi cittadini e i Bianchi, che già avevano in mano la citta, cacciano l’altra fazione capeggiata dai Donati.

Ma a proteggere i Neri interviene allora papa Bonifacio VIII (“tal che teste piaggia”): interessato a impadronirsi di Firenze e della Toscana tutta, appoggia la parte più debole perché piu facilmente ricattabile.

Così nel 1301,  Bonifacio invia Carlo di Valois[3] a Firenze, apparentemente per pacificare le parti nella citta: in realtà Carlo entra in Firenze a fianco dei Neri per rovesciare il dominio dei Bianchi.

Nel 1302 i Neri, padroni del Comune, condannano e bandiscono da Firenze centinaia di Bianchi, tra cui Dante stesso. Cosi inizierà l’esilio del poeta, che sarà oggetto di tante altre profezie e passi del poema.

3) Tema teologico. Allontanandosi da Ciacco, Dante vuole sapere quale sarà il destino delle anime dopo il giudizio universale, se esse soffriranno di meno o se la pena rimarrà uguale.

Si tratta di una breve digressione dottrinaria a chiusura del canto, indice di quell’interesse tutto medievale per l’effettiva condizione dell’uomo dopo la morte, che il poeta continuerà a circostanziare lungo tutto il poema. Virgilio, rifacendosi alla teologia scolastica, ricorda che la perfezione, nel bene e nel male, fa «sentire» di più: il ricongiungimento dell’anima al corpo provocherà quindi una pena maggiore per i dannati, e una maggiore beatitudine per le anime del Paradiso.

RIASSUNTO

1-33 Dante riprende i sensi ed ai suoi occhi si presentano nuovi peccatori e nuove sofferenze: si e giunti infatti al terzo cerchio in cui vengono puniti i golosi.

Una pioggia fredda e nera mista a grandine e neve cade incessantemente sulle anime dei dannati prostrati nel fango, rintronati dagli assordanti latrati e scuoiati dalle unghiate di Cerbero, mostro con tre fauci dagli occhi vermigli, la barba ispida ed unta, il ventre largo: il demonio custode del girone. Alla vista dei due poeti la fiera smania e strepita, colta da violento furore, ma Virgilio l’acquieta gettandole manciate di terra tra le fauci.

34-75 Tutte le anime giacciono nel fango, ma tra esse una si leva a sedere al passaggio dei due pellegrini: è il fiorentino Ciacco, sfigurato dai patimenti, che, fattosi riconoscere da Dante, ne soddisfa il desiderio di conoscenza circa l’esito delle discordie a Firenze, l’esistenza di qualcuno che si mantenga al di sopra delle parti, l’origine delle contese nella città.

Le risposte del dannato sono dolorose per il poeta: dapprima lo scontro sara vinto dalla parte se1vaggia, i Bianchi, ma prima che siano passati tre anni i Neri riusciranno a prevalere con 1’aiuto di Bonifacio imponendo un giogo pesantissimo alla parte avversa; due sono i giusti, ed inascoltati; l’origine delle discordie è dovuta alla superbia, all’avarizia ed all’invidia.

76-93  Ciacco si interrompe e D. lo prega di fargli ancora conoscere la sorte di Farinata[4], del Tegghiaio[5], di Iacopo Rusticucci[6], di Arrigo[7] e di Mosca[8], tutti cittadini distintisi nell’impegno civile a Firenze[9]: ma per nessuno di costoro i meriti politici sono valsi a salvarli, tutti giacciono all’Inferno.

Prima di tacere per sempre Ciacco prega il poeta di ricordarlo al dolce mondo; poi, dopo aver distorto gli occhi da D., ricade nel fango con gli altri dannati.

94-115 Virgilio ricorda a Dante che l’anima del suo concittadino si ridesterà nel giorno del giudizio universale, quando tutti i dannati rivestiranno le propri spoglie mortali ed udranno la sentenza di condanna alla dannazione eterna.

Ragionando sulla vita d’oltretomba il poeta latino risponde alla domanda del discepolo circa la condizione delle anime quando saranno riunite al corpo: il supplizio sarà maggiore e perfetto, come insegna la dottrina scolastica[10]. Quindi giungono al luogo in cui si può discendere al girone successivo, custodito da Pluto (Pluto,  dio della ricchezza, o forse Plutone).


[1] Psiche, in gr. Psyche, protagonista, insieme con Amore, del mito tramandatoci da Apuleio attraverso la favola inserita tra la fine del quarto e il principio del sesto libro delle Metamorfosi (L’asino d’oro). È la minore di tre figlie di un re ed è tanto bella da suscitare la gelosia di Venere. Poiché tutti l’ammirano, rendendole anche onori divini, ma nessuno la chiede in sposa, i genitori interrogano sulla sua sorte l’oracolo di Mileto, il quale ordina che la fanciulla, vestita a nozze, sia condotta su di un’alta rupe e quivi abbandonata, in attesa che giunga il mostro a lei destinato come sposo. Ma Zefiro la rapisce e la porta su di un praticello fiorito, dove ella si addormenta. Quando si risveglia, entra in un palazzo bellissimo e quivi ogni notte riceve la visita di Amore, invisibile amante. Perché l’incantesimo duri è necessario però che accetti il patto di non guardarlo in viso. Per istigazione delle sorelle, invidiose della sua fortuna, e cedendo alla curiosità, Psiche disobbedisce all’ammonimento e illumina con una lucerna le fattezze del notturno visitatore. Questi le appare nella sua divina bellezza, ma subito fugge via in volo. Disperata, Psiche lo va cercando per ogni dove e, sottoposta alla vendetta di Venere gelosa e indignata contro di lei, è costretta ad affrontare dure e umilianti prove. Alfine Amore stesso, mosso a compassione, le viene in aiuto e, ottenutale da Giove l’immortalità, la sposa. Dalle loro nozze nasce una figlia, Voluttà.

[2] Nel VI canto del purgatorio D. utilizzerà un trovatore, Sordello da Goito, mentre nel paradiso l’argomento politico verrà affidato a Giustiniano.

[3] Principe capetingio (1270-1325), fratello di Filippo IV il Bello, conte di Valois e di Chartres (1284-1325), d’Alençon e del Perche (1293-1325), d’Angiò e del Maine (Carlo III) [1290-1325] in seguito al matrimonio con Margherita di Sicilia. Imperatore latino d’Oriente (1301-1308) in seguito al matrimonio con Caterina di Courtenay, del trono d’Oriente, non poté mai prender possesso. Fu il capostipite della casa capetingia dei Valois.

[4] Farinata: appellativo di Manente degli Uberti, famoso capo ghibellino che Dante incontrerà ncl cerchio degli eretici (canto X).

[5] Tegghiaio: Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari, podestà di S. Gimignano nel 1238 e di Arezzo nel 1256, << cavaliere savio e prode in armi>> come lo defìnirà il Villani, verrà incontrato dal poeta nel cerchio dei sodomiti (canto XVI).

[6] Jacopo Rusticucci: mediatore con Tegghiaio Aldobrandi della pace tra Volterra e S. Gimignano, procuratore speciale del Comune fiorentino nel 1254 per trattare con altri Comuni toscani tregue e alleanze, è condannato col Tegghiaio, nello stesso cerchio (canto XVI).

[7] Arrigo: non si sa esattamente chi sia, né lo troviamo più menzionato nel poema. Alcuni antichi commentatori lo ritengono, perche qui ricordato accanto al Mosca, della famiglia dei Fifanti e uno degli uccisori di Buondelmonte; altri dei Giandonati, altri tacciono del tutto. I1 Santini ritiene sia Arrigo di Cascia, perche costui fu, col Rusticucci e, con l’Aldobrandi, mediatore della pace volterrana e qui ricordato con quei due.

[8] Mosca: della famiglia dei Lamberti, fu nel 1242 podestà di Reggio, ove morì; aveva consigliato di vendicare l’offesa fatta da Buondelmonte alla famiglia degli Amidei (nel 1215 Buondelmonte dei Buondelmonti, rotto il fidanza­men­to con una figlia di Lambertuccio Amidei, viene ucciso il giorno di Pasqua mentre attraversa il ponte Vecchio sull’Arno. Autori dell’omicidio sono gli Amidei alleatisi per l’occasione con gli Uberti. In seguito a tale omicidio la città di Firenze si divide in due fazioni: i Guelfi che facevano capo alla famiglia Buondelmonti e i Ghibellini he invece parteggiavano per gli Amidei e gli Uberti). Lo ritroveremo tra i seminatori di scandalo e di scisma nella nona bolgia dell’ VIII cerchio (canto XXV, 111).

[9] Tali personaggi furono veramente benemeriti della loro città. Naturalmente quelle benemerenze vanno intese in senso strettamente civile, non in senso morale: infatti Dante stesso desidera sapere se costoro son dannati o beati, distinguendo subito e differenziando l’ azione politico-civile dalle responsabilità etico-religiose: differenza che verrà confermata dalla netta risposta di Ciacco.

[10] Esattamente il commento di S. Tommaso al De anima di Aristotele.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto I – Sintesi

Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c....

Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c.1403–1483) (Photo credit: Wikipedia)

 

Il primo canto dell’Inferno è generalmente considerato proemio generale del poema, mentre il secondo è il proemio della sola prima cantica.

La descrizione vera e propria dell’Inferno comincia soltanto con il canto terzo.

I primi due canti ci forniscono gli antece­denti e le ragioni del viaggio ultraterreno.

Non ci si deve meravigliare se nel primo canto l’astrazione prevale sulla concretezza degli elementi naturalistici descritti, se i concetti cioè tendono a soffocare le immagini, se la filosofia e la teologia prendono il sopravvento sulla poesia.

L’azione nel primo canto ha inizio all’alba dell’8 aprile (o 25 marzo) del 1300, anno del Giubileo[1]; ma il viaggio negli inferi vero e proprio sarà intrapreso la sera dello stesso giorno ed ha la durata di 24 ore.

I personaggi del canto sono: le tre fiere (lonza, leone, lupa); Virgilio, simbolo della ragione umana; il Veltro.

Dante si è smarrito (ha smarrito il cammino del bene[2]) senza sapere come[3], di notte, in una selva oscura (del peccato[4]) a metà della vita (all’età di 35 anni[5] il venerdì santo del 1300)[6].

Dopo una notte di dolore e crisi disperata – tanto che l’orrore della selva, selvaggia (perché incolta e disabitata), aspra (perché intricata di pruni) e forte (perché difficile da traversare), rinnova il terrore solo a pensarvi – il poeta tenta di uscirne (per ritrovare la via della salvezza), trova un varco e giunge al mattino ai piedi di un colle (allegoria della redenzio­ne), illuminato dal pianeta[7]sole (luce divina; grazia illuminante che assiste chi vive virtuosamente) (vv. 1-18).

La vista del colle allontana un po’ la paura e D. (che si sente ormai liberato dalle tenebre del peccato), dopo essersi brevemente riposato[8], si accinge a riprendere la via per il pendio solita­rio[9] che conduce al colle con il piede che avanza ancora malfermo, dopo aver riguardato il luogo da cui è scampato[10], come il naufrago che si volge terrorizzato alle acque tempestose da cui si è ormai salvato (Dante trema come un naufrago perché si è salvato dalla morte) [11] (vv. 19-30).

Al cominciar della salita una lonza dal mantello maculato, agile e snella[12] impedisce il cammino al poeta e ostacola tanto i suoi passi che D. si volta più volte per tornare indietro (vv. 31-36).

L’ora fresca del mattino (la mattina dell’equinozio di primave­ra), il sole sorgente nella costellazione dell’Ariete, come al tempo in cui Dio iniziò la creazione, sembrano ridare al poeta momenta­neamente la speranza di giungere la sommità del colle; ma la speranza dura poco perché appare un leone[13] spavaldo e affamato, che diffonde nell’aria un angoscioso spavento, sembra venire contro al poeta e gli toglie quel primo conforto (vv. 37-48).

E subito dopo appare una lupa[14] che nella sua magrezza sembra carica di tutti i desideri e sbigottisce tanto D. che dispera ormai di poter salire (vv. 49-54)[15].

Dante si trova un po’ come nelle condizione dell’avaro che, se perde ciò che ha messo insieme con molte cure, si addolora e si dispera e a questo punto reso inquieto, appunto come l’avaro, precipita verso il basso (vv. 55-60)[16].

Mentre retrocede verso la selva Dante scorge una figura umana[17] che appare dalla voce fioca per non aver parlato da molto tempo[18]; il poeta implora pietà, anche se non sa distinguere se si tratti di un’ombra o di un uomo vivo; l’ombra, senza dire il proprio nome, risponde di non essere vivente ma di esserlo stato, che i suoi genitori erano entrambe lombardi[19] e mantovani (vv. 61-69).

Aggiunge di essere nato sotto Giulio Cesare[20] ma troppo tardi per conoscerlo[21] (e farsi apprezzare), di essere vissuto sotto il buon Augusto al tempo degli dei falsi e bugiardi (vv. 70-72), di essere un poeta e di aver cantato del giusto[22] figliol d’Anchise che venne da Troia dopo che la rocca fu distrutta (vv. 73-75).

Publio Virgilio Marone nasce il 15 ottobre del 70 a.C. ad Andes nei pressi di Mantova, che si può forse identificare con l’odierna Pietole.Sua madre è Magia Polla e suo padre Virgilio Marone un  piccolo possidente terriero che può e desidera assicurare al figlio un istruzione accurata.

Pertanto V., dopo aver vissuto i primi dodici anni a Mantova, frequenta le scuole di Cremona, Milano e Roma.

A Roma attende alla scuola di eloquenza del retore Elpidio: nella capitale incontra Ottavio (il futuro imperatore Ottaviano Augusto) e Marco Antonio che combatterà contro Ottaviano Augusto la famosa battaglia di Azio del 31 a.C., ove Menenio Agrippa (luogotenente di Augusto) sconfiggerà le diciannove navi della flotta di Cleopatra amante di Marco Antonio (guerra tolemaica).

Nella capitale V. dimostra scarso interesse per la eloquenza, e questo si verifica anche per il carattere timido e riservato del Mantovano; al contrario si dedica con fervore alla lettura dei c.d. poeti nuovi: Elvio Cinna, Cornelio Gallo, Catullo; si interessa alla poesia alessandrina, a quella epigrammatica ed alle elegie.

Da Roma si sposta alla volta di Napoli per studiare matematica e medicina e seguire le lezioni di Sirone, lezioni di filosofia su Epicuro che era stato fonte di ispirazione, proprio in quei momenti, di un grande poeta, Lucrezio, nel De rerum natura.

Ma già a Roma, come è stato detto, la poesia alessandrina nata non per il popolo ma per la corte aveva assai impressionato l’animo di V.: il risultato si nota nelle prime opere che vanno sotto il nome di Appendix Virgiliana; Appendix che fu scoperta ottanta anni dopo la morte del poeta e che si compone nel modo seguente:

1) Catalepton (versi spiccioli): 14 poesie di genere epigrammatico; nella quattordicesima in particolare V. invoca l’aiuto di Venere per comporre l’Eneide.

2) Culex (la zanzara): epillio in esametri, dedicato forse ad Ottaviano dove si parla di un pastore che uccide una zanzara; questa gli appare in sogno la notte successiva rimproverandolo per la sua azione poiché l’aveva morsicato soltanto per avvertirlo della presenza di un serpente; inoltre gli descrive il mondo sotterraneo e gli chiede sepoltura.

3) Ciris (l’airone bianco): poemetto amoroso in esametri che narra la passione di Scilla per Minosse che stava assediando Megara, e la trasformazione di lei in uccello marino a seguito del tradimento in favore del re minoico.

4) Aetna: poemetto in esametri sulle eruzioni vulcaniche per cui Virgilio, sulla falsa riga del De Rerum Natura di Lucrezio, assume che si possono spiegare razionalmente.

5) Dirae (le maledizioni): carme in esametri che espone, nella sua prima parte, le maledizioni di un colono spodestato del suo campo e nella seconda parte un canto d’amore.

6) Copa (l’ostessa): breve idillio in 19 distici in cui si narra di una giovane ostessa che invita i viandanti ad entrare nella sua taberna.

7) Moretum (la torta) in cui si parla di un contadino che impasta acqua e farina per fare quattro pani ed una rustica torta.

8) Priapea: tre poesie scherzose in onore di Priapo, il dio campestre rappresentato come spauracchio per gli uccelli.

A Napoli V. compone la sua prima opera di grande rilievo, le Bucoliche, un poema pastorale (42-39 a.c.) formato da 10 egloghe disposte secondo un criterio non cronologico ma estetico.

Tale composizione ha talmente successo a Roma che viene addirittura musicata; inoltre essa impone V. all’attenzione di Ottaviano e di Mecenate, tanto che al poeta fu donata una villa sull’Esquilino.

Due fondamenti stanno alla base delle Bucoliche: i precetti epicurei che invitavano l’uomo ad amare la vita semplice, la campagna, a liberarsi dalle ambizioni, dalle superstizioni (circa orridi mostri infernali e divinità); le vicende politiche che portarono e seguirono alla morte di Cesare (44 a. c.) e che toccarono vivamente il poeta.

Infatti dopo la battaglia di Filippi i triumviri assegnarono come premi di guerra ai loro veterani, le terre dei municipi rimasti fedeli all’idea repubblicana.

Ne fanno quindi le spese i territori di Cremona e Mantova (che pure non rientrava tra le città fedeli) e di conseguenza anche i poderi di V. sono affidati ai legionari di Ottaviano; due volte il poeta li perde e due volte li riacquistò per l’opera prima di Alfeno Varo e poi di Asinio Pollone, governatore della Gallia Cisalpina.

Nelle Bucoliche Virgilio narra appunto gli avvenimenti della vita campestre, esalta il sereno lavoro dei pastori e dei contadini; ma, in considerazione delle sue vicende personali, parla anche di veterani insolenti che costringono i contadini ad abbandonare le proprie terre, di madri che piangono la morte dei propri figli.

Su tutto domina la visione del tempo che sconvolge ogni cosa, del buio che avvolge la vita umana, la quale fiorirebbe senza che a noi sia dato modo di percepirne il significato, per la forza cieca del fato.

Assecondando il tentativo di riforma dei costumi intrapreso da Ottaviano, Virgilio vede però anche qualcosa al di là del dolore funesto delle passioni e degli egoismi: vede l’evoluzione, il progresso, le conquiste del lavoro e dell’ingegno umano; quindi il dolore e l’affanno sono solo il prezzo che l’umanità deve pagare per la sua redenzione.

Da questo mutato stato d’animo nasce la seconda grande opera di Virgilio, le Georgiche (37-30 a.C.), poema didascalico di 2183 esametri, scritto a Napoli, che si articola in quattro libri ove sono descritti vari tipi di attività agresti: I) la coltivazione dei campi, II) la coltura degli alberi III) l’allevamento del bestiame IV) l’apicoltura.

Il mondo delle Georgiche è sempre quello delle Bucoliche: la campagna, lo scenario sereno dei campi, contadini e pastori; ma questo mondo non è più concepito come possibile rifugio dove evadere dalla realtà dolorosa della vita ma come mondo ove il lavoro dei campi innalza l’uomo al di sopra del dolore, della violenza, dell’arbitrio.

Le Georgiche sono dunque una celebrazione del lavoro dei campi e della terra, con termini semplici e concreti, non idealizzando la campagna e i suoi abitatori ma calandoli nella realtà.

Compiuta questa seconda fatica il poeta si dedica alla stesura dell’Eneide (29-19 a.C.) poiché sia l’imperatore sia Mecenate erano rimasti entusiasti delle Georgiche e desideravano la redazione di un poema epico; prepara prima uno schema in prosa e poi lavora a diverse parti contemporaneamente; tra il  27 e il 25 a.C. Augusto ne chiede notizie, ma Virgilio leggerà all’Imperatore soltanto parte dell’opera, a partire dal 22 a. C. (II, IV e VI canto).

Nel 19 a.C., a prima stesura ultimata, il poeta, non essendo soddisfatto, decide di recarsi in Grecia ed in Asia Minore per vedere i luoghi ove si svolgono alcuni canti del poema.

Imbarcatosi incontra ad Atene Augusto che torna dall’Oriente e che lo convince a tornare con lui in Italia.

Ma dopo una visita a Megara, Virgilio prostrato da un sole fortissimo e già minato da altri mali, viene colto dalla febbre e approdato a Brindisi si aggrava e muore (22 settembre  del 19); viene sepolto a Napoli lungo la Via di Pozzuoli.

Nel testamento lascia tutti i suoi scritti agli amici Vario e Tucca e chiede che l’Eneide venga bruciata; ma Augusto vuole che l’opera venga pubblicata proprio da Vario e Tucca.

Virgilio chiede a Dante perché stia ritornando nella selva tanto molesta (o dolorosa) [23] e non salga invece il monte del bene, principio e ragione di ogni gioia (vv. 76-78).

Dante risponde con reverenza e retoricamente se l’anima sia quella del Virgilio[24] fonte viva dell’eloquenza; se potrà servirgli ad ottenere l’aiuto del Mantovano il grande amore ed il grande studio con cui D. ha affrontato l’Eneide e le Bucoliche[25].

D. chiama V. suo maestro e modello da cui ha appreso lo bello stile[26] che gli ha procurato tanto onore tra i contemporanei (vv. 79-87).

A questo punto D. supplica V. (definito saggio, cioè poeta) di salvarlo dalla lupa (vv. 88-90).

Virgilio afferma che per D., il quale sta piangendo, è necessario compiere un altro viaggio per uscire dalla selva; perché è impossibile sfuggire alla fiera che gli mette tanta paura, essa (carica di vizi di infiniti) non fa passare alcuno dalla sua strada e chi ci prova muore.

Virgilio gli spiega la natura malvagia della fiera che non è mai sazia di desideri e dopo un pasto ha più fame di prima; aggiunge che sono molti gli animali[27] con cui la lupa (l’avarizia) si unisce;  e dichiara che <<più saranno ancora>>, che cioè l’opera nefasta della stessa continuerà fino a che non giungerà un veltro[28] (cioè un salvatore) a liberare il mondo della sua presenza (vv. 91-102).

Con linguaggio oscuro come si addice alle profezie, il veltro è designato per alcune caratteristiche: non si ciberà né di terra né di peltro[29] (di danaro), ma sarà nutrito solo di sapienza, di amore e di virtù, e la sua nascita non avverrà tra le mollezze (“tra feltro e feltro”[30]) (vv. 103-105).

Sarà la salvezza dell’Italia che ora è caduta così in basso, per la quale[31] sono morti ammazzati (“di ferute”) i primi eroi cantati da Virgilio (Camilla, Eurialo, Turno, Niso), e caccerà finalmente nell’Inferno la lupa, che era uscita primariamente dall’invidia del demonio[32] (vv. 106-111).

Virgilio spiega infine a Dante che lui reputa come unica via di salvezza[33] il lasciare quei luoghi[34] e si offre quindi come guida per un viaggio attraverso l’Inferno (il “luogo etterno”) dove il poeta potrà udire le grida disperate dei dannati, anche più antichi, che ricercano una seconda morte che possa porre fine ai loro tormenti[35] e attraverso il Purgatorio dove le anime sono contente di purifi­carsi col fuoco[36] perché così sanno di poter raggiungere il Paradiso (vv. 112-120)

Se poi Dante vorrà salire al regno dei Beati un’anima più degna lo guiderà[37], perché a lui pagano, Dio, che come imperatore regna nel Cielo, ha vietato di accedere al Paradiso perché lui non si è sottomesso alla sua legge (non ha cioè ricevuto il battesimo) (vv. 121-126).

V. spiega a D. che Dio domina in tutte le parti dell’universo ma solo nei Cieli si manifesta re perché qui vi è la sua casa ed il suo trono; e conclude che è certamente beato colui che può risieder­vi (vv. 127-129)

Dante chiede a Virgilio di guidarlo nei luoghi che ha appena indicato perché è ansioso di poter vedere la porta del Purgatorio[38] da cui passano le anime che V. dice essere tanto meste; V. comincia  a camminare e D. lo segue (vv. 130-136).


[1] Proclamato da Bonifacio VIII.

[2] Non perduto, ma smarrito perché Dante spera di ritrovarla.

[3] Il poeta non si è accorto di esser entrato nella selva, perché il suo animo era assonnato ed intorpidito dopo aver abbandonato la virtù. Numerose sono le fonti spirituale e scrittu­rali che identificano il peccato col sonno; si veda ad esempio la lettera ai Romani di San Paolo (XIII, 11): <<hora est iam nos de somno surgere>>.

[4] Personale di Dante dopo la morte di Beatrice e della umanità dopo la confusione tra potere temporale e spirituale.

 [5] Che la metà della vita coincida con il trentacinquesimo anno Dante lo afferma nel Convivio (IV, XXIII, 7-9).

[6] La perifrasi è tratta da Isaia e poiché Isaia è il profeta che per primo parlerà della cattività babilonese e della liberazio­ne, ne consegue che il poema assume da subito un tono profetico.

[7] All’epoca di Dante il sole era uno dei sette pianeti.

[8] Dante ignora che per vincere il peccato e conseguire la vita virtuosa non basta la volontà umana, troppo debole in seguito al peccato originale, ma occorre un aiuto divino.

[9] Il pendio rappresenta il momento di transizione tra la vita peccami­nosa e quella virtuosa ed è deserto perché sono pochi coloro che si ravvedono.

[10] Il passaggio attraverso il quale non lasciò mai persona viva: il peccato è la morte dell’anima, la dannazione eterna.

[11] Si tratta della prima delle 597 similitudini del poema.

[12] Una specie di leopardo o pantera, indicante la lussuria, nell’allegoria morale, e la città di Firenze, volubile, per l’instabilità di governo, nell’allegoria politica (una leonessa era infatti tenuta in gabbia presso il palazzo del Comune di Firenze come simbolo della città); per altri rappresenterebbe l’invidia o ancora l’inconti­nenza, una delle tre categorie dei peccati infernali; per altri infine la frode, perché sono in minor numero i peccatori che cadono in questo peccato.

[13] Il leone rappresenta la superbia come vizio capitale, e la prepotenza della monarchia francese, con particolare riguardo a Filippo IV il Bello, perché questo monarca svolse una politica di prepotenza contro la chiesa (v. trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, scioglimento dell’ordine dei Templari ecc.); ancora si sostiene che essa rappresenti la seconda categoria dei peccati infernali: la matta bestialità o violenza.

[14] L’avarizia per quanto riguarda la degradazione morale, e la Curia romana, nel suo significato politico, perché Papa Bonifacio secondo Dante era pieno di cupidigia per i beni temporali; o ancora la terza categoria dei peccati infernali: la malizia o frode; per altri infine rappresenterebbe l’incontinenza perché è il peccato più diffuso tra gli uomini.

[15] Il poeta riesce quindi ad evitare le lusinghe della lonza, la violenza del leone, ma non il pauroso fascino della lupa che lo risospinge senza tregua verso la selva.

[16] Le tre fiere sono già presenti  in un passo delle lamentazioni di Geremia (V,6) che quindi avrebbe ispirato il poeta: “Il leone della selva  li ha percossi, il lupo vespertino li ha devastati, il leopardo sta in agguato presso le loro città”, passo che è rivolto contro i ricchi di Gerusalemme e in cui – secondo S. Gerolamo – il leone rappresenterebbe Nabucodo­nosor o l’Impero babilonese, il lupo l’impero medo-persiano, il leopardo l’impero macedonico.

 [17] Si tratta di Virgilio che rappresenta la ragione umana che libererà D. dal peccato e lo condurrà sino al Paradiso terrestre (simbolo della felicità naturale); e poiché l’uomo non può realizzarsi se non vivendo in società, Virgilio rappresenta anche l’autorità dell’Im­pero, che deve guidare il genere umano verso la felicità naturale. D. lo sceglie come guida perché nel Medioevo V. aveva fama di sommo scienziato, di profeta di Cristo (la IV ecloga per bocca di Pollione console parla dell’avvento di un fanciullo di natura divina), e di mago; sia perché per le sue idealità politiche (cantore dell’Impero romano) e religiose (cantore del regno dei morti), poteva meglio di ogni altro essere un precursore degli ideali e della poesia dantesca.

[18] Il v. 63 ha dato luogo a molte interpretazioni, perché il silenzio non rende fiochi, e perché D. non poteva accorgersi che V. fosse fioco se non aveva ancora parlato. Forse si dovrebbe intendere: “una figura d’uomo che per lunga abitudine al silenzio sembrava aver perduto ogni efficacia di parola”. Il senso allegorico che qui prevale su quello letterale è invece evidente: Virgilio rappresenta la ragione umana, quando il peccatore comincia a ravvedersi sembra assai fioca e solo quando il peccatore si è ravveduto essa acquista chiarezza e forza.

[19] Cioè dell’Italia settentrionale. La Lombardia vera e propria prenderà questo nome solo cinque secoli dopo Virgilio, con i Longobardi.

 [20] D. fa affermare da Virgilio che nacque “sub Iulio” sia perché le ombre usano la lingua che parlarono in vita, sia perché nel Medioevo le espressioni latine erano di uso comune.

 [21] Visto che V. nasce nel 70 e Cesare muore nel 44; le Bucoliche infatti sono state composte tra il 42 ed il 44 a.C.

[22] V. indica proprio nel primo canto dell’Eneide Enea come il più giusto (Aen. I 544-545).

[23] Quella di Virgilio è un’esortazione a D. perché si liberi degli orrori del peccato.

[24]  D. sa di trovarsi di fronte a Virgilio e allora dimentica per un momento il pericolo, per manifestare la sua sorpresa ed ammirazione.

[25] In Inf. XX, 114 D. affermerà di conoscere l’Eneide tutta a memoria. Più incerta è la conoscenza di Dante delle Georgiche.

[26] Nel De Vulgari Eloquentia D. aveva distinto tre tipi di stile: quello tragico, alto e solenne proprio dell’epica e della grande lirica (D. chiamerà l’Eneide <<tragedia>>), quello comico o stile mediocre (perciò il titolo del poema <<commedia>> o <<come­dia) e quello elegiaco o stile umile. Il bello stile che ha fatto grande D. è lo stile nobile ed elevato con cui lo stesso ha composto le canzoni morali e allegori­che, anterior­mente al 1300. Anche nel Purgatorio (XXI, 95) per bocca di Stazio D. non perde l’occasione di lodare l’Eneide.

[27] Secondo alcuni si fa qui riferimento alle persone, secondo altri ai vizi.

 [28] Secondo le interpretazioni più accreditate potrebbe essere: 1) un imperatore o un rappresentante della corona imperiale: perché D. afferma nella Monarchia che l’imperatore possedendo tutto non ha più cupidigie e quindi naturale nemico della lupa; in tal caso potrebbe essere a) Arrigo VII di Lussemburgo che si è trovato all’improvviso imperatore e a cui D. alluderà anche alla fine del Purgatorio (XXXIII, 37 e ss.) e nel Paradiso (XXX, 133 e ss.); b) Uguccione della Faggiuola, che morto Arrigo VII, fu uno dei più potenti capi ghibellini in Italia e sconfisse i Guelfi di Firenze nella battaglia di Montecatini (1315); c) Can Grande della Scala, che dopo la cacciata di Uguccione della Faggiuola da Pisa e da Lucca, divenne a sua volta un potente capo ghibellino, ed ebbe il titolo di Vicario imperiale in Italia (1318) e che per la corri­spondenza del nome (cane-veltro), per l’estensione dei suoi domini (tra Feltre nel Bellunese e Montefeltro nelle Marche), e per l’elogio che ne fa D. nel c. XXVII del Paradiso, si avvicina in più punti ai dati della profezia dantesca.

2) Un pontefice riformatore o una figura mistica: a) Benedetto XI (1303-1304) che fu uomo santo nato a Treviso, cioè sulla linea d’aria che congiunge Feltre nel Bellunese a Montefeltro nelle Marche; fu questo Pontefice ad inviare a Firenze nel 1304 il cardinale Niccolò da Prato, allo scopo di rappacificare i Neri coi Bianchi esuli; ma il tentativo fallì e il cardinale si allontanò da Firenze lanciando un interdetto; b) Gesù Cristo che deve venire a giudicare i vivi e i morti: poco plausibile perché la figura di Cristo ne verrebbe rimpicciolita e perché Cristo deve venire solo alla fine dei tempi; c) lo Spirito Santo: in base alla dottrina di Gioacchino da Fiore sulla terza era.

3) Il veltro e D. medesimo e l’opera sua, perché le cose che D. voleva dire all’umanità erano tali da far morire la lupa; poco plausibile perché D. è già venuto e perché nè D. né il suo poema sono nati “tra feltro e feltro”.

4) Il veltro è una persona indeterminata: e l’interpretazione degli antichi commentatori e forse la più accettabile.

[29] È una lega di argento e stagno ma qui significa metallo in genere e più propriamente ricchezze, denaro.

[30] Il feltro è un panno di lana non tessuta ma battuta, con cui si facevano indumenti di poco prezzo, per cui l’espressione potrebbe significare che il Veltro sarà di umili natali; ma altri intendono come si è visto, che il riferimento sia geografico.

[31] Più propriamente quindi l’Italia laziale.

[32] Che l’aveva fatta uscire per tentare l’uomo e privarlo in tal modo di quella felicità che godeva nel Paradiso terrestre.

 [33] Poiché la lupa domina nel mondo.

[34] V. in altre parole propone a D. di abbandonare la vita attiva e di abbracciare la vita contemplativa.

[35] Sulla “seconda morte” ci sono diverse interpretazioni: per alcuni si tratterebbe della morte dell’anima dopo quella del corpo, per altri che si fondano sulle Sacre Scritture (Apocal. XX, 14) e sul Cantico di S. Francesco (<<Beati quilli che trovarà ne le sue santissime voluntati, – ca la morte non li poterà far male>>) si farebbe qui riferimento alla morte come <<dannazione>> e in tal caso i dannati imprecherebbero alla loro dannazione.

[36] Veramente nel Purgatorio le uniche anime che si purificano col fuoco sono i lussuriosi.

[37] Si tratta di Beatrice che come vedremo rappresenta la Grazia santificante, e, in genere, tutti quei mezzi che Dio pone a disposizione dell’uomo, per rendere possibile la sua salvezza (Verità rivelata, Teologia, Autorità ecclesiastica ecc.).

[38] Per altri si intende quella del Paradiso.

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