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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

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Siamo sempre nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone al tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua. La guida è ancora Sordello da Goito.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i principi negligen­ti che si pentirono alla fine della vita, ed in particolare: Ugolino Visconti[1] e Corrado Malaspina[2].

La pena è quella di restare nella valletta quanto essi vissero.

La struttura del canto si dipana in cinque momenti che vanno sottolineati:

1) al tramonto, la preghiera di lode dei penitenti a Dio;

 2) l’appari­zione degli angeli a guardia della valle;

3) l’incontro e colloquio con Nino (Ugolino) Visconti;

4) l’arrivo e la cacciata del serpente diabolico;

5) il colloquio con Corrado Malaspina.

I temi importan­ti del canto sono: 1) il tema allegorico, annunciato dallo stesso D. con un’apo­strofe[3] diretta al lettore (vv. 19-21); o lettore, aguzza il tuo intelletto e la tua attenzione per comprendere il vero significa­to della scena che ora descriverò, poiché il velo che nasconde il senso allegorico è molto sottile.

Anche in If, IX, 61-63 (O voi ch’ avete gl’ intelletti sani,/ mirate la dottrina che s’ asconde/sotto il velame de li versi strani) c’è una dichiarazione dell’intento allegori­co del poeta, ma qui l’allegoria percorre tutto il canto, con l’apparizione degli angeli a protezio­ne e guardia della valletta dei principi, a simboleggiare l’inter­vento e l’aiuto divino, l’apparizione del serpente come simbolo della tentazione e del peccato, la sua cacciata da parte degli angeli come simbolo della Grazia di Dio che interviene attiva contro il male; tutta la scena riproduce l’immagine del Paradiso terrestre e la situazione del peccato originale.  A questi, si aggiunge un altro elemento allegorico: le tre stelle che appaiono in cielo, simbolo delle virtù teologali.

2) Il tema degli affetti e tema autobiografico: il secondo grande tema del canto è quello dell’amicizia e degli affetti umani.

Qui si parla dell’amore paterno di Nino Visconti, del suo amore coniugale e del suo pudico dolore per il comportamento della moglie, della cortese amicizia che lo legò a D.; e poi ancora del sentimento di generosità dei Malaspina e della sincera, commossa gratitudi­ne, che spinge D. nell’ultima parte del canto ad una delle più intense lodi mai rivolte ai signori del suo tempo. Il tema degli affetti coinvolgendo D., si fonda qui con il tema autobiografico, ed in particolare con il tema dell’esilio, con le ansie del peregrinare di D. di terra in terra alla ricerca di chi, come la famiglia dei Malaspina, sapesse accoglierlo adeguatamente e con liberalità.

3) Il tema della fisicità di D.: Ancora una volta D. propone lo stupore ed il timore dei penitenti di fronte al fatto che lui si trovi in Purgatorio pur essendo ancora vivo.  Questa volta è lui stesso ad annunciarlo, su richiesta di Nino Visconti: e subito Sordello che non si era accorto di nulla, si stringe a V. e gli rivolge lo sguardo a chiederne una spiegazione, mentre Nino Visconti dapprima indietreggia, ma poi subito chiama un’altra anima ad assistere al miracolo. È un’ennesima occasione, con proprie particolarità, per sottolineare la eccezionalità del viaggio e della grazia concessa a D., e per caratterizzarne il rapporto con le anime.

4) Il tema lirico: l’incipit. L’esordio del canto è il celeberrimo era già l’ora che volge il disio: in due strofe D. coglie le immagini ed sentimenti che più intimamente si ricollegano al momento del tramonto; l’attimo di riflessione, la nostalgia per i luoghi lontani ed amati, la malinconia che addolcisce il cuore, il ricordo degli amici, il suono delle campane che annunciano la fine del giorno.

RIASSUNTO

Mentre D., V. e Sordello osservano nella valletta le anime dei principi negligenti giunge l’ora del tramonto, l’ora che fa rivolgere i desideri dei marinai alla loro casa, e che ricolma di nostalgia il pellegrino.

Uno degli spiriti intona l’inno Te lucis ante[4], cui si unisco­no in coro le altre anime, guardando verso l’alto, come attendendo qualcosa.

Dante richiama qui il lettore a cogliere il significato allegorico di ciò che sta per mettere in versi; ed ecco, dal cielo scendono due angeli che si dispongono in alto ai due estremi della valle; essi sono vestiti di verde (paragonabile a quello delle foglioli­ne novelle), e con in mano due spade infuocate e senza punta, che useranno per cacciare l’imminente venuta del serpente; D. alla loro vista, rimane abbagliato mentre Sordello spiega che entrambe vengono dal grembo della Vergine per cacciare il serpente che verrà di lì a poco; D. non sapendo da che parte il demonio sarebbe venuto si spaventa stringendosi a Virgilio; Sordello annuncia che è il momento di scendere nella valle a parlare con le anime dei grandi della terra (vv. 1-45).

I tre poeti scendono nella valletta, e D., nonostante l’oscurità, vi riconosce con gioia il nobile amico Nino Visconti, giudice di Gallura, il quale gli chiede quando fosse giunto in Purgatorio dalle lontane acque del Tevere.

 Alla risposta di D., saputo che egli è ancora vivo, tanto Nino quanto Sordello hanno un moto di meraviglia; subito dopo Nino chiama l’anima di Corrado Malaspina affinché venga ad ammirare questo miracolo della Grazia divina.

Poi, Nino chiede all’amico di ricordarlo alla figlia (novenne) Giovanna affinché preghi per lui, poiché da altri non può attendersi amore, in particolare dalla moglie che non l’ama più, e che con suo danno ha rinunciato alla vedovanza (alle bianche bende vedovili) per risposarsi con Galeazzo Visconti (l’amore delle donne infatti dura poco se non è alimentato dalla presenza e dal contatto con l’amato): ma quando sulla sua tomba verrà messo lo stemma di quella famiglia (la vipera), esso non le farà tanto onore quanto gliene avrebbe fatto quello (il gallo) del casato di Nino[5] (vv. 46-84).

Alzando avidamente gli occhi al cielo, D. vede ora  tre stelle straordina­riamente splendenti, simbolo delle tre virtù teologali, che hanno sostituito, come spiega Virgilio, i quattro astri (le virtù cardinali) visti all’alba in questo emisfero antartico.

All’improvviso, all’imboccatura della valletta, sopraggiunge insidioso il serpente della tentazione che si lecca strisciando, ma contro di lui subito si avventano gli angeli, anche se D. non sa come si siano mossi, mettendo il demonio in fuga.

Quindi, i due ministri celesti tornano nelle loro posizioni di custodia della valle (o forse in Paradiso) (vv. 85-108)

Riprende il colloquio tra le anime, e Corrado Malaspina, che non aveva mai smesso di guardare D. durante l’assalto degli angeli, gli augura di avere tanta volontà (cera) da corrispondere alla volontà divina (lucerna); chiede poi a D. notizie della sua Val di Magra, di cui fu nobile signore, anche se non fu il capostipite della famiglia.

La domanda è occasione a Dante per intessere un alto elogio della famiglia di Corrado, da cui si irradia ovunque la fama di liberali­tà e di virtù.

Corrado gli profetizza allora che nel giro di pochi anni D. potrà sperimentare direttamente e personalmente la loro generosità e cortesia: e sarà quando, esule, sarà dai Malaspina accolto ed ospitato (109-139).

[1]  Figlio di Giovanni Visconti da Pisa e di una figlia del Conte Ugolino della Gherardesca, visse nella seconda metà del Duecento. Prima governatore in Sardegna, poi nel 1285 signore di Pisa insieme col conte Ugolino. Cacciato in esilio dai ghibellini che prevalsero nella città, lottò a lungo ma inutilmente a capo dei fuoriusciti guelfi per rientrarvi. Morì in Sardegna nel 1296. Conobbe D. nelle sue numerose visite a Firenze come capo dei guelfi pisani, e strinse intensa amicizia con lui.

[2] Vissuto nel secolo XIII, morto nel 1294, fu marchese di Villafranca in Lunigiana. D. lo chiama il giovane per distinguerlo dal nonno Corrado Malaspina, l’antico, fondatore di uno dei due rami della famiglia (dell’altro fu capostipite Obizzo).

[3] Figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata.

[4] Sono le prime parole dell’inno, attribuito a Sant’Ambrogio, che la chiesa canta all’ora di compieta per invocare l’aiuto divino contro le tentazioni della notte. L’inno suona così: << Prima che termini la luce, ti preghiamo o Creatore, affinché con la Tua clemenza Tu sia la nostra tutela e custodia. Si allontanino i sogni e i fantasmi notturni, e Tu soggioga il nostro nemico affinché non insozzi i nostri corpi>>.

[5] Beatrice d’Este infatti rimasta vedova di Nino Visconti nel 1296, ritornò con la figlia Giovanna, presso i suoi a Ferrara. Si risposò in seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano, e le nozze furono solennemente celebrate a Modena nel 1300 (o forse nel 1299). Cacciato poi dai Visconti nel 1302 dalla fazione dei Torriani, Beatrice seguì il marito in esilio e nelle tristi vicende che lo portarono in Toscana, semplice soldato di Castruccio Castracani. Quivi Galeazzo morì nel 1328; Beatrice, vedova una seconda volta, poté ritornare in buona fortuna, quando suo figlio Azzo riebbe la signoria di Milano.

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