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Tempi duri per la mancata adesione del chiamato alla mediazione

Tempi duri per la mancata adesione del chiamato alla mediazione

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L’avvocato è un mediatore sociale (1962)

Giuseppe Abbamonte

 

ll silenzio costituisce irragionevole rifiuto di mediare: così stabilisce la più recente giurisprudenza inglese che va ad aggiungere un tassello importante ad un consolidato orientamento inaugurato nel 2004 dalla Supreme Court of Judicature Court of Appeal (Civil division)[1].

In base a tale filone giurisprudenziale nel 2011 anche il rifiuto espresso di mediare è stato penalizzato, dato che ha comportato per il vincitore di una causa soltanto il riconoscimento del 50% dei costi processuali sostenuti[2].

La problematica del silenzio e del rifiuto in mediazione è particolarmente viva anche nel nostro paese dal momento che secondo i dati ministeriali tra il 2011 ed il 2012 il 67,3% delle 215.810 domande di mediazione ha visto una mancata adesione del chiamato[3].

Non ci sono dati generali aggiornati successivamente al decreto del fare, ma posso segnalare – il dato è pubblico – che nel 2013 presso l’Organismo dove svolgo servizio su 258 domande presentate ci sono stati 44 adesioni e dunque una percentuale del 17%[4]; la situazione non appare dunque migliorata.

L’orientamento che arriva dall’Inghilterra è interessante perché riguarda una mediazione tendenzialmente volontaria[5]; in un regime di mediazione obbligatoria già da tempo  si prevedono rimedi sanzionatori, perlomeno negli Stati Uniti, paese come sappiamo caposcuola in merito di ADR: quando le Corti americane scelgono di utilizzare una mediazione obbligatoria le sanzioni, per lo più pecuniarie, contro la mancata partecipazione sono indirizzate non solo contro le parti, ma pure contro i loro difensori[6].

Dicevamo che una Corte d’appello civile inglese nel 2013 ha deciso che il silenzio costituisce rifiuto irragionevole oggettivamente; e ciò in base:

a)    alla valorizzare di due passi giurisprudenziali del 2005 e del 2011 dai quali si evince che una parte non può semplicemente limitarsi ad ignorare un invito in mediazione[7],

b)    e al richiamo dell’insegnamento dell’ADR Handbook (2013)[8].

L’ADR Handbook è un manuale frutto di una revisione indipendente – effettuata dal Lord Rupert Jackson[9] su incarico del Ministro della Giustizia e del Master of Rolls[10] – delle norme che disciplinano le spese del contenzioso; in aggiunta sono previste anche raccomandazioni al fine di promuovere l’accesso alla giustizia a costi proporzionati. Il testo viene seguito o dovrebbe esserlo da tutti i giudici e avvocati di Inghilterra nel momento in cui si trovano a dover valutare i costi per decidere in merito ad una procedura alternativa.

In sostanza il passo dell’ADR Handbook (paragraph 11.56) richiamato dalla Corte d’Appello suggerisce al legale a cui sia proposto di impegnarsi in una procedura di ADR, ma che ritenga ragionevolmente di non parteciparvi, almeno in quel dato momento, di tenere alcuni comportamenti per evitare sanzioni processuali:

a) non ignorare l’offerta di impegnarsi in ADR;

b) rispondere tempestivamente per iscritto, indicando con motivazioni chiare ed esaustive perché l’ADR non sia appropriato alla fase, se possibile sulla base degli orientamenti Halsey (vedi nel proseguio di questa nota);

c) comunicare alla controparte ogni sorta di informazioni o di evidenze probatorie che si creda possano essere di ostacolo per il successo di un ADR, insieme alle considerazioni per cui questi impedimenti potrebbero essere superati;

d) non chiudere all’ADR di qualsivoglia tipo, e per sempre, perché potrebbe rivelarsi la pena di perseguire o altro Adr rispetto a quello proposto o quello proposto in un momento differente.

Ma per chiarezza espositiva svisceriamo un poco di più i termini della questione[11] e facciamo un passo indietro.

In seguito ad una decisione della Corte dei diritti dell’uomo[12] che ha riscontrato una lesione nell’art. 6 della Convenzione[13], si sono accesi i riflettori sulla volontarietà della mediazione in primo luogo in Inghilterra.

La Supreme Court of Judicature Court of Appeal (Civil division) nella causa Halsey v Milton Keynes general NHS Trust [2004] 1 WLR 3002[14], che è richiamata dall’ADR Handbook, ha cercato di rispondere a questa domanda: ”Quando la corte dovrebbe imporre la sanzione dei costi al litigante vincitore sulla base del fatto che ha rifiutato di prendere parte ad un ADR? “.

E ha dunque stabilito i seguenti principi che continuano ad essere applicati in oggi[15].

1. La Corte non dovrebbe costringere le parti a mediare anche se fosse in suo potere di farlo.

2. Tuttavia, la Corte può avere necessità di incoraggiare le parti a intraprendere ADR nei casi appropriati, e l’incoraggiamento potrebbe essere robusto.

3. Il potere della Corte di esaminare il comportamento delle parti al momento di decidere se derogare alla regola generale secondo cui la parte soccombente deve sopportare le spese della parte vittoriosa, comprende il potere di privare la parte vittoriosa di alcuni o tutti i suoi costi sulla base del suo rifiuto irragionevole ad accettare un ADR.

4. L’onere di dimostrare che il rifiuto è irragionevole grava sulla parte soccombente.

La Supreme Court of Judicature Court of Appeal (Civil division) nella stessa pronuncia d’Appello ha inoltre fornito un elenco di fattori non tassativi (che sono stati oggetto di applicazione in numerose decisioni successive), in presenza dei quali si può stabilire se il rifiuto sia stato o meno irragionevole.

La parte che rifiuta l’ADR  può dire di aver agito in modo ragionevole, ove sussista un motivo  inerente a qualsiasi dei seguenti fattori:

  • La natura della disputa, dal momento che non tutti i casi sono adatti alla mediazione; quando ad esempio vuol essere stabilito un principio da applicare nelle altre dispute, può esserci un rifiuto ragionevole.
  • Il merito della causa, dal momento che una parte che crede ragionevolmente di avere una posizione inoppugnabile può rifiutarsi di mediare, mentre una parte che tiene irragionevolmente questo punto di vista non può essere giustificato.
  • La misura di tutte le alternative al processo che si sono già tentate.
  • costi dell’ADR. In molti casi i costi sono modesti, specie se confrontati con quelli di un lungo processo; ma per i casi di basso valore il costo può essere sproporzionato.
  • L’effetto dannoso che può derivare dal ritardo legato ad un procedimento di ADR, specie quando la data del processo è imminente[16].
  • Se l’ADR non ha ragionevoli possibilità di successo.
  • Se, e quanto robustamente, il procedimento di ADR è stato incoraggiato dalla Corte.

Il Giudice inglese ha comunque assunto che tutti gli avvocati che conducono una lite dovrebbero oggi pensare ordinariamente a considerare con i loro clienti se le loro dispute sono adatte per la mediazione.

Su questa base il 22 aprile del 2005 il Comitato della Law Society’s civil litigation[17] ha emesso un “practice advice” sugli ADR destinato a tutti gli avvocati di Inghilterra.

Dopo la riepilogata pronuncia del 2004 ne è arrivata appunto un’altra, il 23 ottobre 2013  nel caso PGF II SA v OMFS Company 1 Ltd [2013] EWCA Civ 1288[18] con cui si è cercato di rispondere al seguente quesito sollevato per la prima volta: “quale dovrebbe essere la risposta della corte ad una parte che, invitata dal suo avversario a prendere parte a un processo di risoluzione alternativa delle controversie (“ADR” ), declina semplicemente di rispondere all’invito?”[19].

Nei casi precedenti – precisa la sentenza – le Corti avevano, infatti, affrontato tutte ipotesi in cui una parte aveva rifiutato di mediare con motivazioni succinte[20]. Nel caso di specie invece i legali del ricorrente avevano inviato un invito accuratamente formulato per iscritto a partecipare alla mediazione che è stata accolto da parte del convenuto con un assoluto silenzio. L’offerta è stata ripetuta poco più di tre mesi più tardi: gli avvocati del convenuto promisero una risposta esauriente che non diedero mai.

Appare non ozioso descrivere i fatti che hanno dato origine alla controversia e che si possono inquadrare come di seguito.

PGF, proprietaria di un immobile, ne affitta tre piani ad OMFS che li subafitta. Il contratto prevede che OMFS effettui le riparazioni all’interno dei locali che in seguito si ammalorano; così nel 2008 PGF richiama OMFS all’adempimento dei suoi obblighi, ma quest’ultima non adempie e nel 2009 scade il contratto di affitto.

PGF decide di effettuare i lavori in proprio e nel 2010 chiede inutilmente il rimborso; cita dunque a giudizio OFMS per vedersi riconosciuti costi sostenuti (1.900.000 £).

OFMS nega in atti ogni addebito e poco prima dell’udienza PGF manifesta la volontà di accettare una somma inferiore (1.125.000 £).

Nel diritto inglese sussiste la possibilità per le parti di farsi proposte a cui accedono particolari conseguenze nel caso di accettazione e di non accettazione.

Di fronte alla manifesta differenza tra le somme richieste nelle memorie dell’attore e l’offerta il giudice dispone perizia.

L’11 aprile 2011 segue un giro di corrispondenza tra legali.

PGF richiede a OMFS di pagare 1.250.000 £ oltre agli interessi dal 2009 (e dunque innalza le sue pretese).

OMFS a sua volta offre autonomamente a PGF il pagamento di 700.000 £ e di fornire in merito spiegazioni che rimangono però nelle intenzioni.

Successivamente alla sua richiesta di 1.250.000 £ PGF formula proposta di mediazione basandola sulla presunzione che OFMS avrebbe voluto discutere dell’offerta, richiede un incontro preliminare tra i consulenti, offre l’invio di apposito inventario delle valutazioni effettuate, indica numerose date per la mediazione e liste di mediatori, chiede ad OFMS di visionare determinati eventualmente documenti prima della sessione.

OFMS non risponde a tale circostanziata proposta di mediazione.

Nessuna delle offerte intercorse tra le parti peraltro viene accettata.

Nel luglio del 2011 PGF reitera l’offerta di mediazione. Nella missiva il legale precisa quanto segue: Si prega di confermare se il cliente sia disposto a partecipare a una mediazione e, in caso affermativo, si forniscano le date di disponibilità. Se non siete disposti a partecipare ad una mediazione, per favore fateci sapere la ragione“.

Mi attardo sui fatti perché ritengo che potrebbero essere utili anche ai legali nostrani per impostare le loro strategie difensive.

OFMS decide di rispondere ad una delle questioni enunciate da PGF, promette nuove spiegazioni, ma non si esprime sull’invito a mediare.

PGF avanza una una nuova offerta riducendo le sue pretese e a seguito di altre rimostranze del convenuto, il giorno prima dell’udienza (10 giugno 2012) accetta l’offerta di OMFS per 700.000 £.

La disciplina della proposta (PART 36 offer) prevede che l’accettante – nel nostro caso il ricorrente (e chiamante in mediazione) PGF – paghi le spese processuali dal 21 giorno successivo alla proposta sino al momento della notifica dell’avviso di accettazione, a meno che il giudice non disponga diversamente[21]: e dunque erano astrettamente dovute a OFMS le spese dal 2 maggio 2011 (la proprosta era stata avanzata l’11 aprile 2011) al 10 gennaio 2012 (data dell’accettazione).

Ebbene il giudice di primo grado[22] ha ritenuto che la richiesta del convenuto di corrispondere le spese sino alla notifica dell’accettazione, trovasse un limite invalicabile nel suo silenzio sulla domanda di mediazione.

E dunque ha considerato il silenzio come rifiuto irragionevole di mediare e non ha dunque riconosciuto al convenuto alcunché in base alla sentenza Halsey v Milton Keynes[23].

Entrambi hanno interposto appello che è stato permesso perché la questione poteva interessare una vasta platea[24].

OFMS ha sostenuto che il silenzio non equivale a rifiuto irragionevole e che anzi i motivi del rifiuto erano ragionevoli; PGF che il silenzio è comunque equiparabile al rifiuto irragionevole a prescindere dai motivi.

La Corte d’Appello ritiene che il giudice di prime cure, abbia negato il pagamento delle spese invocate da OMS, in applicazione degli orientamenti della Corte sulla disciplina dell’offerta (per il caso Halsey la deroga del criterio della soccombenza può essere totale o parziale) e che abbia richiamato l’attenzione sulla mediazione[25]  perché ci sono elementi che non si possono ignorare.

Dagli studi effettuati dal Centre for Dispute Resolution (“CEDR”), nel 2010 e nel 2012, risulta, infatti, su un campione di 238 mediatori che la mediazione, quando praticata, produce un notevole livello di successo (nel 2012 si parla circa 8000 casi all’anno, il 70% al giorno; nel 2010 il tasso di successo era invece del 75%)[26].

Del resto questo strumento consente costi proporzionali ai benefici ed evita allo Stato di impegnarsi in casi per cui non ci sia effettiva necessità.

Non è un caso che le guide delle Corti richiedano che i rappresentanti legali prendano sempre in considerazione con i loro clienti e le altre parti interessate la possibilità di tentare di risolvere la controversia o le sue questioni particolari tramite ADR, e che essi debbano garantire che i loro clienti siano adeguatamente informati in merito ai mezzi più redditizi di soluzione alla loro disputa.

Vi sono stati poi anche passaggi di precedenti pronunce della Corte d’Appello da cui si ricava che una parte non può semplicemente ignorare una richiesta di partecipare alla mediazione[27].

La Corte poi richiama l’insegnamento dell’ADR Handbook, che abbiamo già enunciato all’inizio di questa nota, e afferma che il manuale in sostanza richiede un impegno costruttivo in ADR.

E conclude sul caso.

Secondo la Corte è venuto il momento di approvare il consiglio dato nel paragrafo 11.56 dell’ADR Handbook, per cui il silenzio a fronte di un invito a partecipare in ADR è, come regola generale, di per sé irragionevole, a prescindere dal fatto che un rifiuto di impegnarsi nel tipo di ADR richiesta,  potesse essere giustificato dalla individuazione di motivi ragionevoli.

Ciò vale come regola generale perché possono presentarsi rari casi in cui un adr sia così inopportuno che sarebbe soltanto una pura forma o casi in cui il silenzio sia dovuto a disguidi amministrativi che però possono essere oggetto di spiegazione da parte di chi li adduce. E dunque la Corte sembra qui lanciare all’avvocato un piccolo salvagente.

Ma poi prosegue. Ci sono ragioni pratiche che inducono a ritenere il silenzio come irragionevole: la prima è che una motivazione asserita magari ad anni di distanza dal comportamento omissivo non è facile da qualificare come genuina.

La seconda è che la mancata motivazione del rifiuto distrugge il vero obiettivo che è quello di incoraggiare le parti ad esaminare e discutere l’opportunità di un ADR, annulla insomma l’impegno in un processo di ADR[28].

Un impegno positivo che nasca con l’invito a partecipare ad ADR può portare a una serie di indicazioni alternative, ciascuna delle quali può comportare un risparmio di tempo e denaro per le parti e per la Corte. Il dibattito tra le aprti sull’Adr ove svisceri la questione di diritto, può anche contribuire a ridurre il successivo tempo del processo, come è successo nel caso Halsey ove il processo ha occupato lo spazio di sole due ore.

E dunque per questi motivi la Corte si sente di confermare il giudizio di prime cure sia in riferimento alla configurazione del silenzio come rifiuto irragionevole, sia in relazione alla sanzione della riduzione delle spese spettanti al convenuto per l’accettazione dell’offerta. E ciò senza chiamare in campo i criteri della decisione Halsey v Milton Keynes: la condotta omissiva tenuta in due occasioni merita di per sé una sanzione[29].

In altre parole per la Corte, lo ribadisco, il silenzio costituisce oggettivamente rifiuto irragionevole.

Vengono poi prese in considerazione in dettaglio le difese dell’appellante.

L’avvocato di OFMS si è difeso affermando che 1) il silenzio aveva significato equivoco, 2) PGF non l’aveva invocato.

In effetti la Corte non si capacita del comportamento di PGF, ma aggiunge che sarebbe perverso “considerare il silenzio a fronte delle ripetute richieste come qualcosa di diverso da un rifiuto, tanto più perché la prima richiesta è stata formulata in termini così dettagliati e chiari che non poteva ragionevolmente essere considerata una semplice tattica”.

L’avvocato di OFMS ha aggiunto che in ogni caso il rifiuto di mediare era ragionevole: 1) datto che PGF non ha accettato nel 2011 l’offerta di OFMS di 700.000 £ e 2) l’offerta di PGF era poi ben superiore; e dunque non c’era alcuna possibilità di successo nella mediazione.

La Corte non ritiene validi questi rilievi, in primo luogo perché l’offerta di 700.000 £ non è stata motivata, in secondo luogo perché l’offerta di Parte 36 è di natura inferiore rispetto a quanto il convenuto teme di dover pagare in giudizio; in terzo luogo perché l’andamento della contrattazione ha dimostrato che la differenza tra le offerte di Parte 36 costituivano nel caso in esame una semplice base per la negoziazione. Inoltre i rispettivi legali ben sapevano che il gap che divideva le parti era destinato a tradursi nel prosieguo in spese processuali[30].

E dunque la Corte aggiunge che questa controversia era particolarmente indicata per la mediazione.

Il legale di OFMS ha dichiarato ancora che la decisione di PGF di accettare l’offerta di 700.000 £ è il derivato di una istruttoria complessa (il processo ha messo in luce che PGF poneva a base delle sue richieste una voce non conteggiabile); e che tale decisione non poteva sortire da una trattativa stragiudiziale.

Replica la Corte che “questa è esattamente il tipo di conoscenza che un mediatore esperto e qualificato, con esperienza nel settore in questione, può portare in una disputa apparentemente complessa”.

In definitiva per la Corte nell’aprile 2011 non solo la controversia era adatta ad essere affrontata in mediazione, ma c’erano anche notevoli possibilità di successo.

Ultimo punto su cui la Corte si diffonde, sempre su richiesta del legale di OFMS, è se il giudice di prime cure avesse o meno il potere di privare del tutto OFMS delle spese dovute in base all’offerta PARTE 36, dal momento che OFMS è il vincitore della causa dal momento che PGF ha accettato la sua offerta di 700.000 £.

La Corte assume che seppure una sanzione come quella applicata non possa essere automatica, non ci sono limiti che si possano rinvenire: tutto dipende dalla discrezionalità del giudice, e dunque quest’ultimo ha agito correttamente, anche se una ripartizione delle spese così draconiana forse andrebbe riservata al rifiuto scaturito da comportamenti più gravi, ad esempio nel caso sia stato il giudice ad incoraggiare inutilmente le parti a mediare.

Ma comunque l’ADR HANDBOOK è chiaro:  impone  loro di impegnarsi in presenza di un serio invito a partecipare ad un ADR, anche se hanno motivi che potrebbero giustificare un rifiuto, o l’utilizzo di un altro ADR, o dello stesso ADR, ma in altro momento nella controversia.

Per queste ragioni la Corte ha respinto l’appello principale e quello incidentale.

A prescindere dall’esito della causa possiamo affermare che la Corte d’Appello ha considerato basilare il dibattito e confronto tra le parti e conseguentemente ha stigmatizzato il silenzio dell’avvocato do OFMS a fronte di una domanda di mediazione, in quanto integrante oggettivamente un’ipotesi di rifiuto irragionevole, meritevole di sanzione processuale.

Di talché attualmente i legali inglesi a seguito di una richiesta di mediare non possono che rispondere tempestivamente e sempre formalmente, cercare di appianare le difficoltà che possono sorgere in ADR e, in caso di impossibilità di coltivare una soluzione di ADR, spiegare i motivi in modo chiaro ed esauriente; e comunque non devono considerare mai chiusa la porta ad i mezzi di risoluzione alternativa, ma al contrario devono verificarne ad l’utilizzoad ogni step della controversia.

Questa sentenza è di particolare pregio perché pone sotto la lente di ingrandimento il comportamento dei legali rappresentanti: sono loro del resto che impostano la strategia con il contributo più o meno ampio del cliente.

Non mi meraviglierei dunque se il Comitato della Law Society’s civil litigation emettesse tra qualche mese un altro “practice advice” sugli ADR nel senso indicato dalla sentenza PGF II SA v OMFS  e dall’ADR Handbook.

Ed in Italia? La questione si può evidentemente etichettare sotto la dizione “abuso del sistema giustizia”.

Dal 2007 la giurisprudenza sta cercando di combatterlo[31]. A seguito poi della riformulazione dell’art. 111[32] anche gli articoli 88[33], 89[34] e 96[35] c.p.c. potrebbero avere una funzione di argine contro condotte contrarie al corretto svolgimento del processo, ma a ben vedere gli articoli 88 e 89 c.p.c. reprimono l’abuso nel processo e non del processo.

Solo l’art. 96 c.p.c. potrebbe reprimere l’abuso del processo, ma comunque tutte le norme indicate sanzionano la parte e non il difensore (se si eccettua l’art. 88 c. 2 c.p.c. che comporta la segnalazione al Consiglio dell’Ordine) che è invece, come abbiamo toccato con mano descrivendo il caso inglese, l’artefice delle strategie processuali.

Non vi è inoltre alcun ristoro in queste norme per l’amministrazione della giustizia e l’interesse più in generale dell’ordinamento[36].

Gli Inglesi trovano, lo abbiamo visto bene, un presidio nell’ADR HANDBOOK che in oggi è stato “innalzato” dalla giurisprudenza a misura del comportamento dell’avvocato.

Ma noi che ricette potremmo evidenziare?

Ruolo chiave in generale potrebbe avere una applicazione dell’art. 49 del Codice Deontologico[37]: “L’avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita”.

In sostanza “solo riconoscendo al giudice il potere di sanzionare l’avvocato per la violazione delle norme deontologiche[38] queste ultime possono costituire un valido baluardo contro l’abuso del processo”[39].

Quanto alla mediazione si potrebbe prendere ispirazione dal caso inglese per inserire nelll’art. 8 u.c. del decreto legislativo, 4 marzo 2010 n. 28 una prescrizione ove si affermi semplicemente che “Il silenzio costituisce motivo ingiustificato”.

Se non a ridurre le mancate adesioni, di sicuro potrebbe servire a favorire la cultura delle mediazione e più genericamente quella della negoziazione; potrebbe essere oltre tutto un ottimo allenamento anche in vista dell’introduzione, tanto auspicata dall’avvocatura, della negoziazione assistita.

Sulla necessità di un riscontro del resto conclude anche la migliore dottrina italiana:”Ci si è ancora chiesti se il giustificato motivo possa essere speso dalla parte assente direttamente nel giudizio in corso o se la parte sia comunque onerata della comunicazione del motivo ostativo alla sua partecipazione già in fase di mediazione. Propendiamo per questa seconda soluzione, in linea con quanto sostenuto con l’atteggiamento che la parte dovrebbe tenere nel caso di errata ed unilaterale individuazione del mediatore territorialmente competente[40].

Sarebbe poi auspicabile prevedere espressamente nel codice deontologico una norma simile al paragrafo 11.56 dell’ADR Handook: ma il cuore va forse oltre l’ostacolo.

Avv. Carlo Alberto Calcagno


[1] Cfr. Halsey v Milton Keynes generale NHS Trust [2004] 1 WLR 3002.

[2] V. La decisione Swain Mason e altri e Mills & Reeve (una società) [2012] EWCA Civ 498 in http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2012/498.html ed il commento di JEREMY LEDERMAN in http://www.mondaq.com/x/188012/Arbitration+Dispute+Resolution/Can+You+Refuse+To+Mediate; Vi è anche però una decisione del 2013 (EWCA civ. 234 Colin Write vs. Write ltd. e Turner ltd.) nella quale si ritiene di superare l’orientamento Halsey in presenza di due contendenti che mostrano reciproco risentimento e che non vogliono assolutamente mediare.

[3] Cfr. V. BONSIGNORE, La mediazione civile commerciale dopo il d.lgs. 28/2010 dal vivo i risultati di una ricerca qualitativa sui casi del servizio di conciliazione della Camera arbitrale di Milano, 7 febbraio 2014, p. 15.

[5] Anche se i nuovi orientamenti delle Corti portano verso l’obbligatorietà. Cfr. sul punto ad esempio H.  WALLER, Towards Mandatory Mediation in England?, in The Student Journal of Law. http://www.sjol.co.uk/issue-5/towards-mandatory-mediation-in-england

[6] V. ad esempio il punto 9 delle linee guida della mediazione in appello nel circuito federale (in vigore dal 6 dicembre 2013): “Any party, counsel or outside mediator who fails to materially comply with any of the provisions of this document, including failing to cooperate with the Circuit Executive or the Office of General Counsel, may be subject to appropriate sanction by the court”. http://www.cafc.uscourts.gov/mediation/guidelines.html; cfr. D. PETERS, Court-Annexed Mediation: “In most states — including Florida — participants are usually required to attend court-ordered mediation. Otherwise, they can be sanctioned for failing to attend without good cause and made to pay mediator and attorney fees or other costs.”  http://usinfo.org/enus/government/branches/peters.html

[7] Rolf v De Guerin [2011] EWCA Civ 78 http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2011/78.html; Burchell v Bullard [2005] EWCA Civ 358 in http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2005/358.html

[9] Dal 2009 Lord Justice d’Appeal.

[10] Il Master of Rolls è il capo della sezione civile della Corte d’Appello ed è il giudice più  anziano in Inghilterra e Galles dopo il Lord Chief Justice che è il capo del potere giudiziario e presidente dei Tribunali di Inghilterra e Galles

[11] Cfr. sul tema BEN REES, United Kingdom: Silence Is Not Golden: The Price Of Ignoring ADR Requests, 17 gennaio 2014 in http://www.mondaq.com/x/286446/Arbitration+Dispute+Resolution/Silence+is+Not+Golden+The+Price+of+Ignoring+ADR+Requests; JEREMY LEDERMAN, United Kingdom: Mediation Update – Refusal To Mediate, 3 febbraio 2014 in http://www.mondaq.com/x/290570/Arbitration+Dispute+Resolution/Mediation+update+Refusal+to+mediate&email_access=on ;LISA KINGSTON, United Kingdom: Mediation Update: Remain Silent At Your Peril, 4 febbraio 2014 in http://www.mondaq.com/x/290776/Mediation+Update+Remain+Silent+At+Your&email_access=on;  Cfr. CARLO ALBERTO CALCAGNO, Mediazione obbligatoria?, in http://mediaresenzaconfini.org/2012/11/03/mediazione-obbligatoria/

[12] Deweer contro Belgio (1980) 2  439 EHRR. http://www.bailii.org/eu/cases/ECHR/1980/1.html

[13] ARTICOLO 6

Diritto a un equo processo

1. Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti  e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti. La sentenza deve essere resa pubblicamente, ma l’accesso alla sala d’udienza può essere vietato alla stampa e al pubblico durante tutto o parte del processo nell’interesse della morale, dell’ordine pubblico o della sicurezza nazionale in una società democratica, quando lo esigono gli interessi dei minori o la protezione della vita privata delle parti  in causa, o, nella misura giudicata strettamente necessaria dal tribunale, quando in circostanze speciali la pubblicità possa portare pregiudizio agli interessi della giustizia. (omissis)

[15] Dobbiamo però sottolineare che ci sono state anche delle decisioni di senso contrario:

McMillan Williams v Range (2004) con la quale sono stati sanzionati sia attore sia il convenuto che si erano rifiutati di mediare.

Dunnett v Railtrack (2002) con cui non è stato riconosciuto al vincitore il pagamento delle spese perché aveva rifiutato categoricamente di mediare.

Cable & Wireless v IBM United Kingdom Ltd (2002) in merito ad una clausola di mediazione riconosciuta come vincolante.

[16] Ricordiamo però che in Inghilterra il vero e proprio trial dura solitamente una giornata.

[19] This appeal raises, for the first time as a matter of principle, the following question: what should be the response of the court to a party which, when invited by its opponent to take part in a process of alternative dispute resolution (“ADR”), simply declines to respond to the invitation in any way?

[20] Cosa che accade spesso purtroppo anche in Italia specie quando son coinvolte persone giuridiche.

[21] Part 36 (B) the claimant will be entitled to the costs of the proceedings up to the date of serving notice of acceptance unless the court orders otherwise.

[22] Queen’s Bench Division in the Technology and Construction Court.

[23] Il potere della Corte di esaminare il comportamento delle parti al momento di decidere se derogare alla regola generale secondo cui la parte soccombente deve sopportare le spese della parte vittoriosa comprende il potere di privare la parte vittoriosa di alcuni o tutti i suoi costi sulla base del suo rifiuto irragionevole ad accettare un ADR.

[24] In Inghiterra la possibilità di appello è concessa dal giudice.

[25] In adesione con la giurisprudenza ed il Governo britannico.

[26] Da noi il Ministero precisa che quando l’aderente è comparso (sempre nel periodo 2011-2012) la percentuale di accordo raggiunto è stata del 52%.

[27] Rolf v De Guerin [2011] EWCA Civ 78 http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2011/78.html; Burchell v Bullard [2005] EWCA Civ 358 in http://www.bailii.org/ew/cases/EWCA/Civ/2005/358.html

[28] La discussione serve proprio a verificare se l’adr è compatibile con le esigenze e le parti le quali potrebbero concludere ad esempio che  la mediazione è meno conveniente di una valutazione neutrale.

[29]  40.     The foregoing analysis is enough, on the face of the correspondence between the parties, to justify a conclusion that the defendant’s silence in face of two requests to mediate was itself unreasonable conduct of litigation sufficient to warrant a costs sanction, without the need for the detailed point by point analysis of the Halsey guidelines, carried out both before the judge and on this appeal, on the basis of the allegation that silence amounted to a deemed refusal But the sanction imposed by the judge followed his determination that there had indeed been a refusal, and that it had been unreasonable. On those two points I find myself in full agreement with the judge’s analysis, at paragraphs 42 to 46 of his judgment, subject to one small point to which I refer below. (omissis)

[30] Da ciò si deduce che, almeno in Inghilterra, quando apparirà chiaro ai legali che il divario tra le posizioni, affrontabile in mediazione, sia pari all’aggravio delle spese processuali, non avrà più senso decidere di non mediare e di affrontare comunque il giudizio, perché il rifiuto di mediare verrà considerato irragionevole.

[31] Cfr. Cassazione, s.u., 15 novembre 2007 n. 2376 nella quale si parla di abuso del processo quando il ricorso allo strumento processuale sia superfluo o addirittura inutile. Sul tema cfr. amplius G. ROMUALDI, Dall’abuso del processo all’abuso del sistema giustizia, Giappichelli Editore, Torino, 2013.

[32] Art. 111 Cost.

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

(omissis)

[33] Art. 88 C.p.c. Le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio con lealtà e probità. In caso di mancanza dei difensori a tale dovere, il giudice deve riferirne alle autorità che esercitano il potere disciplinare su di essi.

[34] Art. 89 C.p.c. Negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive. Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

[35] Art. 96 C.p.c. Se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza.

Il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale, o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza. La liquidazione dei danni è fatta a norma del comma precedente.

In ogni caso, quando pronuncia sulle spese ai sensi dell’articolo 91, il giudice, anche d’ufficio, può altresì condannare la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma equitativamente determinata.

[36] G. ROMUALDI, op. cit., p. 36 ed in particolare pp. 55 e ss.

[37] G. ROMUALDI, op. cit., p. 81.

[38] V. Trib. Cagliari 19 giugno del 2008, n. 2247.

[39] G. ROMUALDI, op. cit., p. 95.

[40] G. FANELLI, “Interferenze” ancor più qualificate tra mediazione e processi dopo il c.d. «decreto del fare» e la legge n. 98/2013, 27/01/14. In http://www.judicium.it/saggi_leggi.php?id=544; Contra M. BOVE, La mancata comparizione innanzi al mediatore, 10/7/10. In http://www.judicium.it/saggi_leggi.php?id=105

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Affidare la vita ad un click?

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La comunicazione elettronica è mutata grandemente negli ultimi anni.

È una forma di energia in fondo e può accadere che l’energia da una qualità superiore degradi col tempo verso una inferiore[1].

Negli anni ’80 e ’90 l’esigenza degli utenti della rete appariva quella di scambiare informazioni. Oggi sembra che la sua soddisfazione comporti troppa fatica o che non ci sia il tempo necessario per soddisfarla.

Siamo sostanzialmente diventati dei “rapinatori” di informazioni, il più delle volte solo visive, ma questa operazioni può rivelarsi a doppio taglio.

Quando ad esempio si frequenta un social network, può accadere di non andare più in là del cliccare su “mi piace”.

Chi guarda il “mi piace” sa che esso è associato ad un nome e ad una foto che conduce alla pagina di chi  ha espresso la preferenza.

In questa pagina c’è spesso qualche indizio sulla vita personale, di solito altre foto.

Le foto suscitano in noi determinati commenti ed emozioni, ma il più delle volte non ci sarà alcun altro rapporto con la persona ritratta.

Insomma concentriamo buona parte della nostra vita su di una serie di immagini, immagini di persone per lo più  ignare della nostra presenza, della nostra stessa esistenza.

Qualsiasi manuale sulla comunicazione ci spiega che gli uomini comunicano tra di loro col linguaggio del corpo, con la parola, col tono della voce, col contesto della comunicazione ed in ultimo col silenzio.

Si può imparare che il linguaggio del corpo serve a difendersi o a mettere in guardia ed in ultima analisi a sopravvivere e che la parola nasce invece dall’esigenza di essere riconosciuti ed accettati[2], che di fronte ad una richiesta di riconoscimento noi possiamo reagire sostanzialmente in tre modi: con una a) conferma: riconosciamo l’altro; con una b) disconferma: ci comportiamo cioè come se non esistesse, oppure con il c) rifiuto.

E la disconferma è considerata giustamente dall’esperto di comunicazione un grande pericolo.

Si studia inoltre che la comunicazione ha molti nemici tra cui quelle frasi che gli studiosi definiscono “killer” e che minano anche il processo di creatività; posso citarne alcune: “Ci sono cose più importanti, non c’è tempo, i tempi non sono ancora maturi, le vie del Signore sono imperscrutabili, il nostro successo ci dà ragione, non l’abbiamo mai fatto, qualsiasi persona di buon senso sa che, so come andrà a finire  ecc…”[3].

Gli studiosi ci insegnano che esistono modi anche sottili per squalificare la comunicazione[4]: contraddirsi, cambiare argomento o sfiorarlo, dire frasi incoerenti o incomplete, ricorrere a uno stile oscuro o usare manierismi, fraintendere, dare interpretazioni letterali delle metafore ed interpretazioni metaforiche della lettera; e ci avvertono che tutto ciò porta verso una disconferma del nostro interlocutore.

In pratica tutte le volte che intercaliamo un  “uhm, voglio dire, ah poi…, non direi, mah…, dal mio punto di vista” comunichiamo a chi ci sta davanti che non vogliamo avere a che fare con lui, sino nei casi più gravi in cui agiamo come se non ci fosse.

In rete questi concetti vanno perlomeno rivisti.

Nella comunicazione telematica non esiste linguaggio del corpo e siccome siamo animali  ne sentiamo l’esigenza: spesso dunque usiamo le faccine, gli emoticon anonimi che indicano gli stati d’animo.

Non sappiamo però, quando li riceviamo, se questi emoticon corrispondano effettivamente all’emozione del nostro interlocutore; spesso gli emoticon quasi sostituiscono le parole come se ci fosse un tentativo di tornare ai pittogrammi, agli ideogrammi, di ripescare in fondo un minimo di autenticità, dato che la parola è spesso una mera convenzione che va colorata della relazione per avere un senso compiuto.

Ma quando gli emoticon sono prevalenti, può accadere che il messaggio da decodificare sia un insieme di emozioni contraddittorie e talvolta fasulle.

Nella comunicazione telematica non esiste poi di solito il paraverbale, cioè non si percepisce il tono e le altri attribuzioni della voce de nostro interlocutore.

Il tono di voce può apparire inutile orpello ad un internauta, ma chi comunica in rete rinuncia sostanzialmente al 93% del suo messaggio[5], perché si affida solo alla parola (e all’emoticon) che in una interazione vale appunto il 7%[6], esattamente quanto il silenzio.

Nella comunicazione su social network sempre più spesso non abbiamo un interlocutore determinato, non sappiamo nemmeno se ci sarà e quando ci sarà un interlocutore.

Non sappiamo dunque a chi chiediamo di essere “confermati”, basta l’idea di una possibile conferma a dare un senso alle nostre ore attaccate al pc, alla nostra giornata.

Buona parte delle volte veniamo “disconfermati” dato che nessuno clicca “mi piace” e dunque è come se una collettività indeterminata dicesse “tu non vali, tu non esisti”; e nella nostra vita quotidiana si creano decine di micro traumi al giorno, inferti non si sa da chi, forse semplicemente dal destino che quel giorno non ha voluto che un nostro messaggio venisse letto ed apprezzato.

Affidiamo in fondo alle onde del mare elettronico un messaggio in una bottiglia: non possiamo pretendere che la nostra mente ed il nostro fisico non ne risenta; il problema è che non ce ne rendiamo conto ed attribuiamo il nostro malessere a tutto fuorché al nostro rapporto con al rete.

 Quando un interlocutore si fa vivo poi il più delle volte non sappiamo nulla di lui, e nonostante ciò ci limitiamo per lo più ad osservare una piccola immagine che può essere vera o falsa.

Il fatto è che al nostro cervello antico[7] non importa assolutamente lo stabilire se ciò che sta vivendo sia vero o falso.

Più propriamente il nostro cervello antico, a cui i messaggi elettronici primariamente si indirizzano, non ha la capacità di distinguere la realtà dalla finzione; esso comunica a livello inconscio e nell’inconscio non esistono categorie, né esiste il tempo.

Trovo stupefacente che i media riescano ad impressionare il cervello antico, perché il cervello antico non utilizza lo stesso linguaggio che è proprio del cervello nuovo[8] e proprio per questo, persino all’interno della nostra calotta cranica, ci sono di base problemi di comunicazione.

Quel che voglio dire è che il cervello nuovo, ossia la corteccia cerebrale, dovrebbe controllare ciò che fanno il cervello medio, forziere delle emozioni, e il cervello antico, sede degli impulsi automatici.

Ma il controllo è spesso inefficace, perché le decisioni più importanti della nostra vita le prende il cervello antico ed per questo che i media lo corteggiano.

Accade poi di frequente che anche il cervello antico sia messo fuori gioco; possiamo pensare ad esempio al caso in cui ci si innamora, magari proprio su un social network, di qualcuno che appunto non conosciamo.

Il cervello nuovo suggerisce che la cosa non è ragionevole, il cervello antico che dovremmo fuggire, ma il cervello medio “non ascolta” alcuno dei due, giunge addirittura a disattivare il cervello antico che fa sopravvivere il nostro organismo e dunque la persona coinvolta può arrivare a non sentire più nemmeno più gli impulsi della fame e a perdere il sonno.

Tutto questo per dire che la rete riesce assai efficacemente a mettersi in comunicazione con la nostra parte inconscia, ma  ciò può anche provocare dei seri danni.

Ora le piccole immagini dell’avatar o quelle presenti nei siti personali sono considerate reali, a prescindere dal fatto che appartengano o meno alla persona che ci conferma con un clic o che clicchiamo.

Ciò dipende probabilmente dal nostro patrimonio genetico.

L’uomo primitivo quando incontrava una donna desiderava possederla ed il più delle volte era quello che faceva, perché in lui l’istinto di procreazione era dominante.

Questo istinto è stato per così dire “inglobato” nel cervello antico di ciascuno di noi, tanto che non il tronco encefalico non sa distinguere tra l’immagine della donna e la donna reale.

L’immagine della donna rappresenta in altre parole una fonte di fertilità irresistibile. In altre parole, se i seni della ritratta sono grandi, il cervello antico li interpreta nel senso che la donna potrebbe avere molti figli e dunque desidera grandemente possederla[9].

Il cervello nuovo interviene sull’errore del cervello antico, sempre in un secondo momento: ”Guarda che quella è un’immagine, non una donna reale”[10].

Ma la società delle immagini si gioca tutto proprio sulla intempestività.

Il cervello vecchio non è poi molto interessato agli eventi ordinari, vuole essere sorpreso.

Siccome per una questione di sicurezza è addetto al controllo dell’organismo, si può catturare la sua attenzione solo con elementi insoliti che non richiedono interventi automatici.

Il principio viene utilizzato anche nella vita reale, per esempio in mediazione: il cervello rettiliano è abituato a difendersi e ad attaccare ma può essere spiazzato dal mediatore se questi in sessione congiunta richieda ai medianti di partire dal presupposto che  entrambi abbiano ragione.

Ecco perché nella pubblicità su internet non si trova “puoi vincere”, ma piuttosto “hai vinto!”.

Ed era proprio necessaria la parolina “spam” sulla nostra posta elettronica per aiutarci a “disattivare” il cervello antico.

Ecco perché nelle campagne elettorali vince chi la spara più grossa, chi sorprende il “cervello antico” che in definitiva decide e decide sempre in base alla propria immediata convenienza.

Ecco perché votare online, affidare la democrazia alla rete,  è come affidarci ciecamente ad una immagine; non c’è soltanto un banale problema di controllo del voto che le tecnologie potrebbero certamente risolvere.

Il cervello antico agisce sempre per la propria sopravvivenza, seguendo il carpe diem, non ha a cuore il benessere della comunità, e spesso fa gravi errori di valutazione.

Il cervello antico è essenzialmente egocentrismo: ecco perché un partito politico che usualmente illustra un programma di governo, riceve meno consensi di un movimento che fa proporre online al cervello antico di ogni soggetto quello che in fondo gli sta più a cuore e lo fidelizza con un  “mi piace” : per un cervello egocentrico non c’è più grande godimento.

Quando si riceve un “mi piace” su internet spesso si rilegge il proprio messaggio e ci si rallegra per il suo contenuto, quasi che non fosse stato scritto da noi: ”Non pensavo di essere così arguto… che bello, vediamo se riesco a superare me stesso”.

Il che ci getta in un circolo vizioso, ci fa diventare in fondo degli automi che ripetono un mantra che in un certo senso è stato originato da noi stessi.

Il cervello antico ama le cose concrete, le cose che si vedono: un “mi piace” è una cosa che si vede.

Non vincono i contenuti imposti dagli altri, a meno che non abbiano un immediato ed evidente ritorno; più facile che risultino vincenti quelli che noi riteniamo di aver imposto .

Ecco perché qualcuno in questi giorni ha esternato la  massima convinzione nel ritenere che in caso di nuove elezioni sarebbero aumentati i consensi.

A voglia a contrastare questi meccanismi nella vita reale, ed il messaggio può risultare ancor meno efficace se lo si affida a figure come il cerchio, ma qui il discorso si complica e ci porterebbe troppo lontano.

Non è un caso che quel movimento abbia nel proprio programma di portare a tutti l’accesso gratuito alla rete: qualcun altro aveva pensato in passato a qualcosa di simile e con i medesimi effetti.

La comunicazione via internet si nutre infine proprio delle frasi killer, della comunicazione tramite disqualificazione.

C’è chi addirittura la usa ad arte e lancia messaggi vaghi o  privi di qualsiasi senso; al contrario della vita reale, in rete essi alimentano la creatività, la fantasia.

Non è raro trovare conversazioni iniziate con un “boh” oppure “Oggi mi sembra proprio…”, “Chi lo sa perché…”.

E sotto a questi “capolavori” della interazione per un incredibile miracolo il nostro cervello vecchio trova innumerevoli “mi piace” o frasi di chi crede di aver capito il messaggio e si arrabbia pure se qualcuno prova a contraddirlo: il cervello antico ama alla follia il contrasto.

E tutto ciò perché si mette in moto? Perché è la foto quella che veicola la nostra risposta.

Se lo stesso soggetto provasse ad iniziare la conversazione con le medesime parole, ma senza avatar o con un avatar anonimo, probabilmente non otterrebbe gli stessi risultati.

Possiamo stupirci della cosa e pure condannarla, ma il cervello vecchio è legato alle immagini: la parte più reattiva del cervello antico è quella visiva;  si parla tra gli studiosi[11] di effetto alone, che si ha quando una singola caratteristica di una persona domina la percezione che gli altri hanno di lei, anche riguardo ad altri aspetti.

Così alle persone di bella presenza si attribuiscono automaticamente altre caratteristiche come il talento, la gentilezza, l’onestà e l’intelligenza e ciò a prescindere da quello che dicono. E ciò accade anche online a prescindere da quello che digitano.

Vogliamo davvero che la nostra vita e le scelta del nostro futuro siano legate ad un “mi piace” cliccato sulla rete?


[1] E. BONCINELLI, Il cervello, la mente e l’anima, Le straordinarie scoperte sulla intelligenza umana, Oscar Mondadori, 2011, p. 9.

[2] “È uno solo il principio su cui si basa la vita associata degli uomini, anche se sono due le forme in cui si manifesta: il desiderio che ogni uomo ha che gli altri lo confermino per quello che è, o magari per quello che può divenire; e la capacità (che è innata nell’uomo) di poter confermare i suoi simili come essi desiderano” (MARTIN BUBER).

[3] Cfr per altri esempi Le frasi killer in  http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/04/video/video_psicologo_funny-1147032/1/

[4] P. WATZLAWICK – J. HELMICH BEAVIN – D. D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana, Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1971.

[5] Il 55% della comunicazione è legata al linguaggio del corpo ed il 38% al tono della voce.

[6]  Il concetto è di Albert Mehrabian, uno psicologo statunitense di origine armena, attualmente docente presso la UCLA, è famoso per le sue pubblicazioni sull’importanza degli elementi non verbali nella comunicazione faccia a faccia. Lo studio che è molto famoso si trova in A. MEHRABIAN – M. WIENER, DECODING OF INCONSISTENT COMMUNICATIONS, in Journal of Personality and Social Psychology, Vol 6(1), May 1967, 109-114. Bisogna però aggiungere che secondo diversi studiosi di PNL, il verbale sarebbe da Mehrabian sottostimato.

[7] Dal punto di vista evolutivo siamo connessi con i rettili e coi mammiferi inferiori (strutture primitive del c.)

Il cervello è come se fosse formato da tre cervelli l’uno dentro l’altro (MACLEAN) e quindi si sviluppa in modo concentrico:

a)  rettiliano o cervello antico (tronco encefalico) (cervello automatico)

b)  paleomammaliano o cervello medio (sistema limbico) (cervello emozionale)

c) neomammaliano  o cervello nuovo (corteccia) (cervello razionale).

[8] I cervelli seppure collegati comunicano tra di loro con difficoltà perché solo il neomammaliano è capace di coscienza e di comunicazione verbale. Cfr. L. COZOLINO, Il Cervello Sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Raffaello Cortina Edizioni, 2008.

[9] Anche nella vita reale del resto gli studiosi hanno stabilito che un uomo ci mette 8,2 secondi ad innamorarsi di I una donna. Cfr. M. PACORI, Il linguaggio del corpo in amore, Sperling & Kupfer, 2011, p. 249.

[10] Cfr. Amplius M. ROBINSON – G. WILSON, Is There a Problem with Porn?, 26 august 2007, inhttp://www.reuniting.info/taxonomy/term/173

[11] Cfr. P. RENVOISE – C. MORIN, Neuromarketing. Il nervo della vendita – Vendere all’Old Brain per un successo istantaneo, Lettere Edizioni, 2007.

Un rettilineo infinito

Ero ed ora sono

per sempre esisto

in fondo all’ultima

curva un rettilineo

ancora infinito

gelato od infuocato

che sia poco importa

se posso proiettarci

questo mio silenzio

che esce dagli occhi.

Dio mi ritroverà

piccola luce

curiosa dell’eternità.

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