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Viviamo nell’amore. Elisabetta della Trinità di Giorgio Pernigotti

Nel ricco epistolario della Beata Elisabetta della Trinità, vorrei cogliere una breve lettera inviata alla sorella Guite e redatta nell’aprile del 1906.

            Elisabetta sente la debolezza, è consapevole che la malattia, sia pure tra alternanze e schiarite, la sta consumando.

            Si preoccupa di salutare, di consolare, di suggerire. Lo ha sempre fatto, non ha mai lesinato esortazioni sia a familiari sia a persone affettivamente più lontane. Lo farà sino all’ultimo giorno del suo cammino in terra.

            Ogni commento al testo sarebbe superfluo e, almeno per chi scrive, troppo ambizioso.

            Solo una notazione.

            Lo snodo, quale espressione della mistica trinitaria di Elisabetta, dell’azione congiunta e ad un tempo distinta delle tre Persone: la protezione del Padre, il sigillo del Figlio, il tocco trasformante dello Spirito.

            Una pagina di elevatissima teologia, espressa con dolcezza e semplicità.

            Leggiamola, teniamola accanto per poterla meditare quando siamo tristi o nella prova, nella malattia, nella gioia, per vivere l’amore in questo anno straordinario di grazia, voluto dal Santo Padre.

            [Aprile, 1906]

Cara sorellina, non so se è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre mio perché sto assai meglio e la santina di Beaune sembra volermi guarire; ma vedi, talvolta mi pare che l’Aquila divina voglia piombare sulla sua piccola preda per trasportarla là dove è lui: nella luce abbagliante!

Ti sei sempre saputa dimenticare per la felicità della tua Elisabetta e sono sicura che se me ne volassi via sapresti rallegrarti del mio primo incontro con la divina bellezza. Quando il velo cadrà, con quale gioia mi inabisserò fin nel segreto del suo volto! È qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù sulla terra; pensa, Guite, poter contemplare nella sua luce gli splendori dell’essere divino, scrutare le profondità del suo mistero, essere fusi con colui che si ama, cantare senza tregua la sua gloria e il suo amore, essere simili a lui perché lo si vede come gli è…

Sarei felice, sorellina, d’andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra! Ti lascio la mia devozione per i Tre (all’amore!).

Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube fra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza, perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai <<la lode della sua gloria>>. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai. Sarò invece <<laudem gloriae>> davanti al trono dell’Agnello e tu <<laudem gloriae>> nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre <<l’uno>> tra di noi. Credi sempre all’amore. Se hai da soffrire, pensa che sei più amata ancora e canta sempre <<grazie>>. È così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo.

Insegna alle piccole a vivere sotto lo sguardo del Maestro. Vorrei che Elisabettina avesse la mia devozione ai Tre. Sarò alla loro prima Comunione, t’aiuterò a prepararle. Tu pregherai per me: ho offeso il mio Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti giorni. Perdono, ti ho dato spesso il cattivo esempio.

Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!”

Alla lettera manca la firma, come in altre. Invero, Elisabetta non usava firmarsi in modo costante ed uniforme, bensì secondo le circostanze e con riguardo ai destinatari.

Oso pensare, in questo contesto, come la mancanza di segno sia a motivo di quell’unione che ha legato e legherà le due sorelle per l’eternità: se la firma è separazione, tra due anime unite da un celeste patto, richiamato (anche) in questo documento, non vi sarebbe stato nulla di più stonato (soprattutto per una premiata pianista)!

Giorgio Pernigotti

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Il Natale del 2034

Il Natale del 2034

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La novità del Natale di quest’anno è che si possono incontrare gli amici, i familiari e anche noi stessi a una diversa età.
Ed infatti siamo seduti su una panchina a guardare il mare, io del 1970, io del 2014 ed io del 2034.
È quasi sera e si vede la lanterna…

Io del 1970
Che bello il presepe! Mi piace la carta verde ed il muschio ingiallito, peccato che non posso più toccare Gesù bambino da quando gli ho rotto una manina. Comunque oggi mangio tutto io! Mangio tutto io!
Io del 2034
Già perché non hai più fatto il presepe?
Io del 2014
Non so, forse perché non c’era nessuno che guardava i miei spettacoli sotto la tovaglia che per me era un tendone da circo.
Io del 2034
Dico sul serio, perché ci hai rinunciato?
Io del 1970
Venite a vedere lo spettacolo?
Io del 2014
E tu? Dipende anche da te?
Io del 2034
Come vedi vivo su questa panchina e qui il presepe non potrei farlo nemmeno se lo volessi. Ci sono le navi che fumano e mi arriva un po’ di calore…
Io del 1970
Non vi capisco, oggi è Natale e non siete contenti?
Io del 2034
Non è che non lo siamo, lo siamo in modo diverso
Io del 1970
Che significa diverso?
Io del 2014
Diverso significa diverso
Io del 2034
Ci sono età in cui si è contenti ed età in cui…
Io del 1970
Tutti sono contenti di festeggiare il Natale!
Io del 2034
Hai ragione, pensa che ci sono luoghi ove si festeggia due e anche tre volte
Io del 1970
Chissà quanti regali allora sotto l’albero!
Io del 2034
Non so se abbiano come tradizione quella di addobbare un albero, ma immagino che i bambini siano soddisfatti
Io del 1970
Ma perché sono qui con voi? Inizia a fare un po’ freddo, che stiamo facendo?
Io del 2034
Al freddo farai presto l’abitudine, non è poi così insopportabile…
Io del 2014
Sei qui perché volevamo ricordare qualcosa di bello e tu ci stai aiutando…
Io del 2034
Eccome, se tu non ci fossi… allora sì che saremmo tristi!
Io del 1970
Ma io non ho tanti ricordi da regalarvi…
Io del 2014
Ma ce li abbiamo noi di te, non ti preoccupare
Io del 2034
E ce li teniamo pure stretti!

Psicoterapia della violenza tra figli e genitori – Tra segreto e vergogna

Psicoterapia della violenza tra figli e genitori – Tra segreto e vergogna

Psicoterapia della violenza tra figli e genitori – Tra segreto e vergogna

Dottor Roberto Pereira, psichiatra e psicoterapeuta

Convegno internazionale della Scuola Genovese Sistemica

27 settembre 2014

 

I nostri ragazzi amano il lusso, ridono dell’autorità, non si alzano in piedi davanti ad un anziano…”

SOCRATE

 

Una delle forma di violenza di cui si parla meno è quella filo parentale, ossia quella che esercitano i figli nei confronti dei genitori.

Il fenomeno violento assume il significato di una presa di distanza da un determinato modello.

In Spagna sino al 2005 il fenomeno era praticamente ignorato e si applicava semplicemente la legge sulla violenza domestica sia che ci si riferisse ad un adulto o ad un minore.

E quindi si provvedeva ad allontanare il minore violento dai genitori per un certo periodo che poteva andare da sei mesi ad un anno; il problema era che non c’erano centri per minori, ma solo per adulti violenti con le conseguenze che si possono immaginare.

E dunque gli psichiatri e psicoterapeuti hanno fondato dei centri per minori ove durante il periodo di allontanamento portano avanti delle mediazioni di tipo sistemico, ossia con tutte le famiglie.

Per violenza si intende qualsiasi azione od omissione intenzionale che, diretta ad una persona, tende a causarle un danno fisico, psicologico, sessuale, economico.

E dunque non c’è violenza ove non ci sia intenzionalità: spesso anche da noi si dimentica questo particolare.

La violenza non ha confine, si esplica nelle comunità, in politica, nel sociale, neri luoghi di lavoro ed a noi interessa soprattutto quella intrafamiliare.

La violenza può consistere in maltrattamenti fisici, psicologici che lasciano più segni, oppure semplicemente nella trascuratezza, in un abuso sessuale, economico o in forme di vandalismo.

La violenza fisica non è accettata in molti paesi europei; nel Regno Unito è invece ammessa quando non lascia segni fisici. In Spagna ed in Italia non è mai ammessa.

In Spagna accade spesso che un minore citi in giudizio i suoi genitori perché non gli danno la “paghetta” o per vedere ampliato l’orario di rientro. la novità è che prima il fenomeno rimaneva nel privato, oggi il giudice si pronuncia e può accogliere o rigettare le pretese. Accade altresì spesso che i genitori denuncino i loro figli magari dopo svariati maltrattamenti: dal 2000 al 2010 le denunce sono aumentate del 40%. Di norma si considera che sussista violenza laddove vi siano almeno sei manifestazioni di violenza fisica o psichica in un anno.

La connotazione violenta dipende molto dal contesto in cui il comportamento viene espletato: se ad esempio in una partita di rugby i giocatori se le danno di santa ragione il comportamento violento è irrilevante, se invece un’ora dopo la partita scoppia una rissa tra tifosi in un bar allora siamo in presenza di una violenza effettiva. Possiamo vedere poi famiglie in cui la punizione fisica non solo è consentita, ma costituisce una forma di educazione nel loro paese; da noi in Italia o in Spagna non è permesso e dunque queste famiglie non comprendono i nostri usi e si sentono disorientate.

La violenza può avere un basso grado di minaccia quando si traduce in un episodio singolo che porta ad una semplice dissonanza cognitiva, quando ci porta all’attacco o alla fuga, ma può avere un’alto grado di minaccia quando veniamo inondati, paralizzati dalla paura. A livello sociale diventa pericolosa quando è ripetuta, e porta ad un lavaggio del cervello, all’ottundimento e alla sottomissione.

Ci sono donne in Spagna che prendono cognizione di essere state aggredite soltanto quando qualcuno glielo fa notare e dunque sono in condizione di ottundimento permanente.

La violenza è vissuta in altre parole come un modo di convivenza e non come una aggressione.

Di fronte a questa situazione occorre far comprendere che: 1) la violenza va affrontata legalmente 2) va compresa tecnicamente, ossia bisogna far intendere il suo carattere circolare: nella interazione i ruoli di vittima e carnefice si alternano.

In mediazione gli argomenti che spesso sono trattati con figli violenti sono la paghetta e l’orario di rientro in casa.

Spesso si assiste ad una vera e propria tirannia dei figli che è senza legittimazione.

I figli non hanno diritto di esercitare poteri legittimamente in famiglia e allora ricorrono alla violenza che è l’unico modo per esercitare un potere illegittimo.

E’ stato condotto uno studio che è durato quattro anni su un campione di 2700 minori tra i 13 ed i 18 anni e si è scoperto che il 10,8% dei ragazzi fanno violenza psicologica sul padre ed il 12,1% sulla madre; la violenza fisica è esercitata dall’8,3% dei ragazzi sulla madre, e del 6,7% sul padre.

Le ragazze hanno maggiore propensione alla violenza psicologica, i ragazzi a quella fisica.

Quali sono le cause di tutto questo?

L’uso di stupefacenti per quanto diffuso in Spagna per il 58,6% dei giovani è solo una concausa.

Il motivi principali sono i seguenti.

Si è passati da un modulo educativo autoritario ad uno assai permissivo, sia a scuola sia a casa.

Si è prodotta inoltre una grande distanza tra casa e scuola: si è passati da un’alleanza dei genitori con gli insegnanti contro i figli ad una alleanza dei genitori con il figlio contro il professore.

In Spagna ultimamente ci sono stati due casi emblematici: un madre ha picchiato la maestra perché il bambino andava male a scuola ed in un altro caso il padre è venuto a scuola con l’avvocato per chiedere al professore perché limitava l’intervallo del figlio.

I genitori sono convinti che la scuola abbia funzione di educazione e la famiglia di allevamento. Ciò porta a grandi distorsioni dei ruoli.

Viviamo in un società che fa meno figli e dunque il figlio assume un valore superiore che appunto gli dà “il diritto” di essere violento.

La nostra società è più permissiva nei confronti della violenza dei figli rispetto a quella dei padri.

I genitori non hanno compreso che l’educazione è una fenomeno progressivo che non dà necessariamente effetti immediati; il non voler attendere porta a comportamenti violenti che sono ricambiati dai figli.

I genitori sono spesso amici dei figli; in Spagna c’è un detto: “Se sei amico di tuo figlio lo lasci orfano”.

Non bisogna poi dimenticare che all’origine della violenza filiale c’è una sorta di innamoramento del genitore maltrattato; è più facile che sia maltrattato il genitore innamorato rispetto a quello che non lo è.

Favorisce inoltra la violenza l’atteggiamento di alcuni genitori che vorrebbero che i figli facessero quello che desiderano.

La violenza scatta inoltre nei confronti di genitori iperprotettivi.

Il disaccordo o la debolezza dei genitori nella educazione dei figli è portatrice di violenza filiale.

Così lo è la violenza arbitraria del genitore che punisce in un caso e nell’altro no.

Ancora porta alla violenza l’eccessiva intransigenza o l’esagerato atteggiamento critico.

C’è poi un problema di gerarchia: si sviluppa violenza quando i genitori rinunciano al loro ruolo o rifiutano di stabilirne uno o ancora si rifiutano di imporre norme.

Ancora il conflitto intenso tra i genitori e le ripetute squalifiche tra i genitori generano inevitabilmente la triangolazione.

La relazione “passionale” con un figlio genera violenza.

Si è ancora rilevato che i genitori maltrattati di solito a) possiedono una solida formazione culturale (avvocati, medici, ingegneri ecc.) b) in virtù di questa formazione hanno deciso di dare al proprio figlio una educazione “democratica”.

Gli adolescenti maltrattanti in genere non hanno subito una separazione dei genitori.

Infine i genitori maltrattanti che hanno dei genitori che li maltrattavano e che hanno voluto dare ai loro figli una educazione non autoritaria, sono spesso vittime di violenza filiale.

Il mistero della Trinità- Atto Unico- seconda parte

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Un eremita

La paura spesso mi paralizza… non riesco a mescolare un bel niente e tanto meno ad offrire le difficoltà giornaliere…mi devi perdonare, ma sono rimasto quello che ero… c’è in me uno zoccolo duro… sarà una caratteristica della mia personalità che non riesco a modellare o che forse non posso modellare

Abelardo

Forse hai bisogno di tornare in eremitaggio… a trovare la tua grotta, la roccia ed il girasole.

Un eremita

Chissà se ci saranno ancora… perlomeno il girasole ne dubito… ma sì, forse hai ragione, devo uscire dalla realtà di tutti i giorni e tornare a respirare quell’aria che mi ha permesso di non cedere alla morte.

Abelardo

Io resterò qui ad aspettarti, non temere.

Una roccia ed un girasole

Guarda chi c’è… chi l’avrebbe mai detto?

Un eremita

Sono tornato, cari amici… avevo proprio bisogno di rivedervi!

Una roccia

Così incominciamo male… è Abelardo che ti ha chiesto di venire da noi…

Un eremita

In effetti io volevo parlare con lui della Trinità e mi ritrovo qui con voi… strana la vita

Un girasole

Sei felice di essere qui con me e la roccia?

Un eremita

Tante volte ci ho pensato… a raggiungervi… ma poi trovavo sempre qualche cosa d’altro da  fare…

Una roccia

Insomma noi siamo un ripiego… per quando ti annoi…

Un girasole

Che ti importa? I motivi umani sono quello che sono… ma per me, per te… quel che conta è che Chi sai tu lo abbia riportato qui…

Una roccia

Sentiamo di che cosa ha bisogno…

Un eremita

Ho bisogno di rimescolare la mia vita…e di offrire a Dio ciò che non si mescola.

Un girasole

Un po’ come faccio io col sole… che seguo come posso e cerco di catturarne l’energia per sopravvivere

Un eremita

Sì penso debba essere così… trasformare la fatica del vivere in energia

Una roccia

Anche io assorbo il calore del giorno… non si vede ma, sono felice che la notte non mi trovi intirizzita

Un eremita

Anche io voglio diventare un catalizzatore di luce…

Un girasole

Non è difficile… credo basti distendere le foglie ed accogliere il sole…

Un eremita

Ma io non ho foglie che posso aprire…

Una roccia

Ti sembra di non avere foglie… ce le abbiamo tutti… magari non sono verdi come quelle del girasole… ma anche le sue a ben vedere non sono più quelle di tempo…

Un girasole

È vero… le mie foglie sono diventate scure e fanno ormai una gran fatica… ma hanno imparato con me che i cambiamenti non sono un errore.

Un eremita

Amici miei, la verità è che non mi sento bene, al di là delle preoccupazioni della mente è il corpo che mi sta lasciando e me ne dispiace…

Un girasole

È una legge a cui non posso sottrarmi nemmeno io purtroppo, ma mi consola il fatto che qui… accanto alla roccia arriverà un altro girasole che eseguirà al meglio il suo compito

Una roccia

Mi fate intristire, per quanto possa diventare triste, una roccia ovviamente. Come farò senza di voi a svolgere il mio compito… a proteggere la pianura?

Un eremita

Dio non abbandona nessuna delle sue creature, ma se non elimina la paura ci deve essere un motivo… la paura di morire deve avere un ruolo, un significato che ci sfugge.

Un girasole

Io non ci ho mai pensato, in verità, ma la sento dentro di me… questa brutta sensazione di una fine che non si può impedire… anche io vedo che le mie foglie non sono più quelle di un tempo e vorrei tornare indietro.

L’eremita

Forse il significato della paura è proprio quello, ci costringe a guardarci indietro a fare un bilancio insomma… e a desiderare di rivivere un’altra vita.

Una roccia

Io non capisco le cose di cui parlate… per me tornare indietro sarebbe un bel guaio, tornerei nelle viscere della terra, dove tutto è buio e soprattutto in un luogo ove non avevo niente da fare… è anche vero che ho un concetto della vita un po’ diverso dal vostro, per me il futuro non ha un grande significato se non perché vedo che il sole sorge e tramonta… ma potrebbe essere soltanto un’illusione, come lo è l’orizzonte del resto (me lo ha confessato lo scirocco)… per me, a dirla tutta, la vita è un eterno presente. Certo la vivrei con più fatica senza il girasole che mi fa ombra nei giorni estivi… il caldo e l’erba che mi fa il solletico sarebbero intollerabili, ma a tutto ci si abitua.

L’eremita

Ti invidio cara roccia, in questo momento… quanto non puoi nemmeno immaginare, vorrei una vita come la tua, irripetibile nei secoli e nei millenni, con uno scopo che non viene mai meno e che si realizza sempre, che non ti fa mai dubitare d’essere inutile. Io non l’ho mai avuta ed ora che l’esistenza scema invece di pensare che in fondo non è stata granché, mi ritrovo a dolermi che avrei potuto fare di più o comunque diversamente… mi ritrovo ad essere aggrappato ad ogni instante, con la speranza che il successivo sia diverso dal precedente, sia migliore, mi apra scenari impensati ed impensabili, di quelli che si sciolgono in una risata di liberazione.

(Continua)

Il mistero della Trinità- Atto Unico- Prima parte

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di Carlo Alberto Calcagno

Personaggi

Abelardo

Un eremita

L’eremita è tornato alla chiesetta: sono passati quasi due anni ed ha sentito il bisogno di confessarsi ancora. Abelardo lo attende come un padre amorevole.

Abelardo
Sei tornato? Mi fa piacere…
Un eremita
Sì, sentivo nostalgia…non ti ascolto da un paio d’anni e mi manchi
Abelardo
Ma io ascoltavo te… soltanto che stavo in silenzio nel tuo cuore
Un eremita
Sono contento di non averti perduto!
Abelardo
Che sciocchezza… non puoi perdermi, io sono il tuo confessore, ogni uomo ne ha uno che aspetta nell’ombra della coscienza
Un eremita
Ma allora tu non esisti davvero?
Abelardo
Esisto quanto esisti tu… ma può anche darsi che siamo semplicemente personaggi di un sogno di Dio… chi lo può sapere?
Un eremita
Il sogno di Dio sarà infinito come Lui… almeno lo spero…
Abelardo
Che dirti… a me basta partecipare e occuparmi delle creature che mi sono state affidate.
Un eremita
Anche nei sogni per fortuna ci sono i ruoli e le responsabilità…così non mi sento solo…
Abelardo
La solitudine è un mondo che non sai mai che cosa ti riservi…bisogna essere curiosi e pazienti…qualcosa primo o poi accade e le sorprese non mancano…
Un eremita
Io so solo che penso alle cose più strane…
Abelardo
Se il tuo cervello può concepirle… non sono poi così strane… hai voglia di raccontarmele?
Un eremita
Sono qui apposta e non vedo l’ora di parlartene. Stavo pensando alla Trinità… e al fatto che siamo stati fatti a somiglianza di Dio
Abelardo
E che cosa ci trovi di strano in questi pensieri? Mi pare una fortuna solo poterne discutere…
Un eremita
Ma io penso che anche l’uomo sia trino come Dio… proprio perché gli assomiglia… ci deve essere una corrispondenza…
Abelardo
Dipende da che lato guardi la cosa
Un eremita
Che cosa vuoi dire?
Abelardo
Che bisogna vedere se ti poni dal punto di vista tuo o da quello di Dio…
Un eremita
Io non posso che mettermi dal mio… non posso certo sapere che cosa pensi Dio…
Abelardo
Questo è da vedersi, ma comunque… quale è alla fine la prospettiva che conta?
Un eremita
Di certo la Sua… ma purtroppo non è qui a spiegarcela e dunque se vuoi ragioniamo tra di noi…
Abelardo
Sei sicuro che Dio non sia qui tra noi ora? E dove dovrebbe essere se non qui con le Sue creature? È Lui che ti suscita certe domande e certi paragoni… È lui che si accontenta delle nostre parole e sorride come un Padre, d’amore per la nostra ingenuità di figli.
Un eremita
Un giusto richiamo all’umiltà… e poi hai ragione… la mia mente sa le cose prima di me… prima che io me le rappresenti, insomma… si potrebbe dire che c’è qualcosa di più grande di me qui dentro… che poi mi illude di fare, di scegliere…
Abelardo
Per fortuna abbiamo una guida che non tradisce… anche se io non sono poi così sicuro che esista un dentro ed un fuori… la nostra identità non ha involucri che possano trattenerla… e poi è al contempo nostra e non lo è… lo spirito di Dio non trova barriere e non ha direzioni.
Un eremita
Mi perdo sempre ad ascoltarti… ed ogni cosa che vorrei dire mi appare poi puerile…
Abelardo
Stavamo parlando della Trinità… sono curioso di conoscere il tuo pensiero
Un eremita
Il punto è che la mia costruzione è qualcosa di statico… e poi riflettendoci non vedo a che serva… anche se fosse sensata non porterebbe alcun progresso
Abelardo
Noi non sappiamo dove vanno a finire le idee… parlo di quelle che esprimiamo, ma anche di quelle che rimangono dentro di noi… Dio le raccoglie, ma dove le metta e che cosa ci faccia è un mistero insondabile….una tua idea potrebbe servire per costruire una cattedrale o per concimare uno splendido fiore… chi lo sa… ogni pensiero ha una sua energia che può essere trasformata… non da noi ovviamente, ma a Lui nulla è impossibile…
Un eremita
Mi affascina sempre quello che dici… forse perché non riesco a seguirti fino in fondo, ma lo sento vero…
Abelardo
Chiudi gli occhi e respira… troverai il senso della vita, non c’è nulla da capire, solo da sperimentare… la vita è un continuo esperimento di un uomo che resterà sempre un apprendista del Signore… non ti preoccupare… mescola e rimescola le tue emozioni, i segnali che il corpo ti manda, le giornate così spesse a volte che non voglio adattarsi, e offri ciò che non si amalgama perché sia materia più duttile un domani…
(Continua)

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI Sintesi e commento

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XXVI Canto

IN BREVE

– Nell’ottavo cerchio e nella settima e ottava bolgia. Dante inveisce di sdegno per aver trovato tra i ladri cinque fiorentini (vv. 1-12).

 I poeti passano all’ottava bolgia, dove sono arsi entro lingue di fuoco a due punte, i consiglieri fraudolenti (vv. 13-48), e incontrano quivi Ulisse e Diomede (vv. 49-84).

 Per desiderio di Dante, Ulisse narra, su richiesta di Virgilio, la sua ultima navigazione, oltre le colonne d’Ercole, in cui incontrò con i suoi compagni la morte.

Partito da Circe, dopo lunghe peregrinazioni, gli affetti famigliari non valsero a spegnere il suo desiderio di conoscere il modo e i vizi ed il valore degli uomini.

Messosi, già vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l’alto mare aperto, naviga il Mediterraneo tra le coste della Spagna e dell’Africa, fino allo stretto di Gibilterra ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini le colonne d’Ercole.

Esortati con una <<orazion piccola>> i compagni  a <<seguir virtute e conoscenza>> e ad affrontare i rischi del <<folle volo>>, Ulisse prosegue l’audace navigazione nello sconfinato Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza.

La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella montagna è il Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare.

Da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave affondandola nel mare  v. 85-142).

*.*.*

Il canto si apre a mezzogiorno circa del 9 aprile 1300, sabato santo, nel cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII) ed in particolare nell’8a bolgia. Attraverso un percorso roccioso e arduo ci si  affaccia al fossato il cui fondo risplende di fiammelle.

DANNATI

Sono i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che, facendo cattivo uso del proprio ingegno, se ne servono per vincere con l’astuzia in politica.

PENA E CONTRAPPASSO

I dannati sono avvolti in fiamme appuntite come lingue, nascosti dallo stesso fuoco che li arde, e faticano nel parlare.

In vita con i loro consigli e le loro astuzie accesero disgrazie, liti e sventure, così ora ardono nelle fiamme appuntite, come le loro lingue acute ma pericolose, che tanto abili in terra a parlare ora riescono a fatica e con dolore a buttare fuori la voce.

PERSONAGGI

Ulisse. Eroe omerico, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, simbolo dell’astuzia e della sete di conoscenza.

In Omero, ma soprattutto in Ovidio e Stazio, alle sue imprese si associa sovente il compagno Diomede.

Dante ne ricorda tre episodi che avrebbero determinato la sua condanna: l’inganno del cavallo di Troia, l’impresa con cui riuscì a convincere Achille a partecipare alla guerra di Troia e quindi a lasciare l’amata Deidamia, il furto della statua di Pallade Atena dal tempio di quella città, che si credeva proteggesse i Troiani.

Diomede. Nella mitologia greca, re di Argo e figlio di Tideo, uno dei guerrieri conosciuti come Epigoni, i figli dei Sette contro Tebe, che distrussero la città di Tebe.

Diomede fu uno dei principali eroi greci della guerra di Troia: uccise numerosi guerrieri troiani e, con l’assistenza della dea Atena, ferì Afrodite dea dell’amore, e Ares dio della guerra, entrambi sostenitori dei troiani.

Quando Diomede tornò dalla guerra e scoprì che la sua sposa gli era stata infedele, abbandonò il suo regno e si recò in Italia, dove fondò numerose città in Apulia (l’attuale Puglia).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Il canto di Ulisse. Dante colloca Ulisse come figura centrale del canto, e lo costruisce in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio stesso e da altri scrittori latini.

Cosi Ulisse assurge a simbolo dell’abuso dell’ingegno contro e oltre le regole morali o religiose, e si fa eroe tragico nell’ultima impresa narrata con buon agio dopo aver liquidato i motivi (cfr. vv. 53-63) della sua condanna come consigliere fraudolento.

È quindi l’ansia, il desiderio di conoscenza non illuminato dalla Grazia che porta l’eroe alla catastrofe inevitabile, proprio perché spinto da un anelito di verità che si può solo intravedere (come la montagna indistinta del Paradiso terrestre in lontananza), ma che non è dato senza rivelazione.

Proprio in questa luce va visto il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato del privilegio dell’alto ingegno, dono divino, che non va sprecato né usato senza il sostegno della virtù.

Intorno alla figura centrale di Ulisse gravita dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione.

2) Invettiva a Firenze. Come l’episodio di Vanni Fucci si chiudeva con l’invettiva a Pistoia, l’incontro con i ladri fiorentini si chiude con una amara e dolente apostrofe contro Firenze.

È l’ennesima condanna della città, ma cosi diretta e in prima persona, messa in apertura di canto, sembra assorbire in sé le precedenti invettive e amare considerazioni sulla propria patria.

3) La commozione di Dante. L’ardente preghiera rivolta da Dante al maestro per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede è piena di fervore, e tradisce un’ansia che sfiora il patetico (vedi che del desio ver’ lei mi piego!), la quale si giustifica da un lato con la grande reverenza che il poeta prova nei confronti di un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante, dall’altro con l’occasione unica che gli si offre: quella di far raccontare la fine dell’eroe come monito ed esempio per coloro che fidano eccessivamente nella ragione e nell’ingegno umano.

4) Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un’immagine lirica e quasi serena, nel clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi, dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive.

Anche la pena dei dannati non è visibile, si consuma senza stravolgimenti carnali, a sottolineare che qui il rapporto tra Dante e i penitenti del canto nuovamente si umanizza, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che caratterizzano le altre bolge.

RIASSUNTO E PARAFRASI

Invettiva di Dante contro Firenze (vv. 1 – l 2)

Dante ha incontrato nella bolgia dei ladri cinque fiorentini e questo gli fa pronunciare una amara e sarcastica invettiva contro Firenze che può essere fiera. poiché il suo nome si diffonde non solo per mare e per terra, ma anche nell’Inferno. Ma si avvicinano per la città le sventure che Prato e altri paesi agognano per lei, ed il Poeta si augura, pur con grande dolore, che avvengano al più presto.

L’8a bolgia: i consiglieri fraudolenti (vv. 13-42)

I due poeti proseguono il cammino: aiutandosi con le mani, ripercorrono la stessa strada da cui erano scesi e si arrampicano a fatica tra le rocce (borni= dal francese borne) del ponte che avevano fatto da scalini.

Dante, ripensando a ciò che vide nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti che male si servirono del proprio ingegno, cerca di tenere a freno la propria intelligenza che gli è stata donata dalle stelle e dalla grazia di Dio, affinché sia sempre guidata dalla virtù[1].

Egli vede risplendere il fondo dell’ottava bolgia di tantissime fiammelle quante sono le lucciole che il contadino vede nelle sere d’estate dall’alto della collina giù nella valle.

E come la fiamma del carro impedì ad Eliseo, che si vendicò con gli orsi[2], di vedere Elia rapito al cielo[3], cosi nel fondo della bolgia, le fiammelle nascondono alla vista lo spirito che vi è condannato.

Ulisse e Diomede (vv. 43-75)

Dante, sporgendosi dal ponte, si accorge che all’interno delle fiamme si nasconde un peccatore, ma vorrebbe sapere chi vi sia dentro ad una fiamma che, diversamente dalle altre, è divisa in due punte come la fiamma che sorse dalla pira su cui furono bruciati Eteocle ed il fratello Polinice[4].

Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, che insieme sono puniti da Dio, cosi come insieme da vivi ne affrontarono l’ira: motivi della loro condanna sono l’inganno del cavallo di legno che portò alla caduta di Troia, l’inganno per il quale Achille fu strappato all’amata Deidamia[5], e il furto del Palladio[6].

Dante esprime a Virgilio di avere grande desiderio di parlare con i due dannati e gliene chiede il permesso; ma Virgilio gli consiglia di lasciare che sia egli stesso a rivolgere le domande ai due spiriti poiché, essendo Greci, forse non gradirebbero di rispondere ad un uomo appartenente ad un’altra civiltà.

Ulisse narra la propria fìne (vv. 76-142)

Non appena la fiamma è più vicina e sembra il momento più idoneo, Virgilio si rivolge ai due spiriti prigionieri, pregandoli in nome dei versi che egli dedicò loro nell’Eneide, di fermarsi e di voler narrare la propria fine.

La punta più grande della fiamma in cui è imprigionato lo spirito di Ulisse, comincia allora ad agitarsi come mossa dal vento; poi muovendosi qua e là come fosse una lingua, inizia a parlare.

Quando egli lasciò Circe, la figlia del sole[7], che lo aveva trattenuto più di un anno presso Gaeta, né l’affetto per il figlio né l’amore filiale verso il padre, né l’amore per la sposa Penelope, poterono vincere la sete di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli esseri umani.

Perciò si avventurò in mare, con un’unica nave e con pochi fedeli compagni[8].

Navigando percorsero le coste europee fino alla Spagna e le coste africane fino al Marocco, costeggiarono la Sardegna e le altre isole del mar Mediterraneo e, ormai vecchi e deboli, giunsero allo Stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le due montagne[9] per ammonire i naviganti a non avanzare oltre e infine oltre le Colonne d’Ercole superarono le città di Siviglia e di Ceuta[10].

Giunti a questo punto egli esortò i compagni a seguirlo nell’esplorazione dell’altro emisfero, rammentando loro che l’essere umano è stato creato per seguire la virtù e apprendere la scienza; queste parole rincuorarono i compagni al punto che non avrebbe più potuto trattenerli dal proseguire il viaggio; perciò, voltata la poppa della nave ad oriente, continuarono la navigazione sempre avanzando verso sinistra, verso il polo antartico.

Già le stelle del polo australe illuminavano il cielo, mentre quelle del polo boreale scomparivano, quando, dopo cinque mesi di viaggio, apparve sull’acqua una montagna tanto alta quanto mai egli ne vide.

La vista di questa montagna li rallegrò, ma presto la gioia si tramutò in pianto, poiché dalla nuova terra si levò un turbine che colpì la parte anteriore della nave, facendola girare tre volte su se stessa e poi inabissandola nel profondo del mare.


[1] Ciò perché nell’esilio Dante era divenuto un uomo di corte, un negoziatore di politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere.

[2] Nel Libro IV dei Re (II, 23,-24), si legge che Eliseo, avviandosi verso la città di Betel, maledisse due fanciulli, che lo beffeggiavano, per cui due orsi, usciti da un bosco, ne divorarono un gran numero (e precisamente quarantadue).

[3] Nel Libro IV dei Re (II, l 1-12) si legge che il profeta Elia, rapito in cielo su di un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, fu sottratto alla vista di Eliseo.

[4] Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, scacciarono il padre dalla citta e furono da lui maledetti: il padre predisse infatti loro odio eterno. Dapprima decisero di regnare su Tebe un anno per ciascuno, ma presto sorse tra di loro un conflitto che sfociò nella guerra di Tebe e nella morte di tutti e due. I corpi dei fratelli furono bruciati sullo stesso rogo, quasi a significare l’odio imperituro fra i due (Stazio,Theb. XII, 429 sgg.).

[5] Si tratta dell’astuzia con cui scopersero Achille, travestito da fanciulla, presso il re Licomede in Sciro, inducendolo a partecipare alla guerra di Troia, per cui l’innamorata Deidamia, fig1ia del medesimo re, morì di dolore (Stazio, Achill. I, 537 s99.)

[6] L’oracolo aveva predetto che dalla statua di Minerva  sarebbe dipesa la salvezza dei Troiani (En. II, 162 e ss.).

[7] Circe. Nella mitologia greca, maga figlia del Sole e della ninfa marina Perseide. Viveva nell’isola di Eea, vicino alla costa occidentale italiana. Con pozioni e incantesimi Circe trasformava gli uomini in animali, ma le sue vittime non perdevano il raziocinio ed erano dunque consapevoli dell’accaduto. Durante i suoi vagabondaggi, Ulisse capitò sull’isola con i suoi compagni, che furono trasformati in porci. Andando in cerca di aiuto per i suoi uomini, Ulisse incontrò il dio Ermes, dal quale ricevette un’erba che lo rese immune dagli incantesimi della maga. La costrinse dunque a restituire sembianze umane ai suoi compagni, e Circe, sorpresa dal fatto che qualcuno potesse resistere alle sue formule magiche, si innamorò di lui. Ulisse rimase appunto sull’isola per un anno, e quando decise di partire Circe gli spiegò come trovare nel mondo sotterraneo lo spirito del veggente tebano Tiresia, affinché gli indicasse la via più sicura per il ritorno in patria.

[8] D. si Basò forse su un passo di Cicerone (De officiis, III, 26), ove si legge che ad Ulisse non piacque <<regnare e vivere in Itaca, oziosamente con i genitori, con la moglie, col figlio>>, ed immaginò quindi che l’eroe, nel suo fortunoso viaggio di ritorno, non rivedesse la sua patria.

[9] Mentre si recava all’isola di Eritea per catturare i buoi del mostro a tre teste Gerione, sua decima impresa, Eracle pose, in ricordo del suo passaggio, appunto due grandi rocce, le cosiddette “colonne d’Ercole”, sui promontori Colpe e Avila che segnano lo stretto che separa il Mediterraneo dall’oceano Atlantico, l’odierno stretto di Gibilterra.

[10] Ceuta, citta del Marocco, situata di fronte a Gibilterra

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