Viviamo nell’amore. Elisabetta della Trinità di Giorgio Pernigotti

Nel ricco epistolario della Beata Elisabetta della Trinità, vorrei cogliere una breve lettera inviata alla sorella Guite e redatta nell’aprile del 1906.

            Elisabetta sente la debolezza, è consapevole che la malattia, sia pure tra alternanze e schiarite, la sta consumando.

            Si preoccupa di salutare, di consolare, di suggerire. Lo ha sempre fatto, non ha mai lesinato esortazioni sia a familiari sia a persone affettivamente più lontane. Lo farà sino all’ultimo giorno del suo cammino in terra.

            Ogni commento al testo sarebbe superfluo e, almeno per chi scrive, troppo ambizioso.

            Solo una notazione.

            Lo snodo, quale espressione della mistica trinitaria di Elisabetta, dell’azione congiunta e ad un tempo distinta delle tre Persone: la protezione del Padre, il sigillo del Figlio, il tocco trasformante dello Spirito.

            Una pagina di elevatissima teologia, espressa con dolcezza e semplicità.

            Leggiamola, teniamola accanto per poterla meditare quando siamo tristi o nella prova, nella malattia, nella gioia, per vivere l’amore in questo anno straordinario di grazia, voluto dal Santo Padre.

            [Aprile, 1906]

Cara sorellina, non so se è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre mio perché sto assai meglio e la santina di Beaune sembra volermi guarire; ma vedi, talvolta mi pare che l’Aquila divina voglia piombare sulla sua piccola preda per trasportarla là dove è lui: nella luce abbagliante!

Ti sei sempre saputa dimenticare per la felicità della tua Elisabetta e sono sicura che se me ne volassi via sapresti rallegrarti del mio primo incontro con la divina bellezza. Quando il velo cadrà, con quale gioia mi inabisserò fin nel segreto del suo volto! È qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù sulla terra; pensa, Guite, poter contemplare nella sua luce gli splendori dell’essere divino, scrutare le profondità del suo mistero, essere fusi con colui che si ama, cantare senza tregua la sua gloria e il suo amore, essere simili a lui perché lo si vede come gli è…

Sarei felice, sorellina, d’andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra! Ti lascio la mia devozione per i Tre (all’amore!).

Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube fra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza, perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai <<la lode della sua gloria>>. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai. Sarò invece <<laudem gloriae>> davanti al trono dell’Agnello e tu <<laudem gloriae>> nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre <<l’uno>> tra di noi. Credi sempre all’amore. Se hai da soffrire, pensa che sei più amata ancora e canta sempre <<grazie>>. È così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo.

Insegna alle piccole a vivere sotto lo sguardo del Maestro. Vorrei che Elisabettina avesse la mia devozione ai Tre. Sarò alla loro prima Comunione, t’aiuterò a prepararle. Tu pregherai per me: ho offeso il mio Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti giorni. Perdono, ti ho dato spesso il cattivo esempio.

Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!”

Alla lettera manca la firma, come in altre. Invero, Elisabetta non usava firmarsi in modo costante ed uniforme, bensì secondo le circostanze e con riguardo ai destinatari.

Oso pensare, in questo contesto, come la mancanza di segno sia a motivo di quell’unione che ha legato e legherà le due sorelle per l’eternità: se la firma è separazione, tra due anime unite da un celeste patto, richiamato (anche) in questo documento, non vi sarebbe stato nulla di più stonato (soprattutto per una premiata pianista)!

Giorgio Pernigotti

Il Natale del 2034

1 (90)

La novità del Natale di quest’anno è che si possono incontrare gli amici, i familiari e anche noi stessi a una diversa età.
Ed infatti siamo seduti su una panchina a guardare il mare, io del 1970, io del 2014 ed io del 2034.
È quasi sera e si vede la lanterna…

Io del 1970
Che bello il presepe! Mi piace la carta verde ed il muschio ingiallito, peccato che non posso più toccare Gesù bambino da quando gli ho rotto una manina. Comunque oggi mangio tutto io! Mangio tutto io!
Io del 2034
Già perché non hai più fatto il presepe?
Io del 2014
Non so, forse perché non c’era nessuno che guardava i miei spettacoli sotto la tovaglia che per me era un tendone da circo.
Io del 2034
Dico sul serio, perché ci hai rinunciato?
Io del 1970
Venite a vedere lo spettacolo?
Io del 2014
E tu? Dipende anche da te?
Io del 2034
Come vedi vivo su questa panchina e qui il presepe non potrei farlo nemmeno se lo volessi. Ci sono le navi che fumano e mi arriva un po’ di calore…
Io del 1970
Non vi capisco, oggi è Natale e non siete contenti?
Io del 2034
Non è che non lo siamo, lo siamo in modo diverso
Io del 1970
Che significa diverso?
Io del 2014
Diverso significa diverso
Io del 2034
Ci sono età in cui si è contenti ed età in cui…
Io del 1970
Tutti sono contenti di festeggiare il Natale!
Io del 2034
Hai ragione, pensa che ci sono luoghi ove si festeggia due e anche tre volte
Io del 1970
Chissà quanti regali allora sotto l’albero!
Io del 2034
Non so se abbiano come tradizione quella di addobbare un albero, ma immagino che i bambini siano soddisfatti
Io del 1970
Ma perché sono qui con voi? Inizia a fare un po’ freddo, che stiamo facendo?
Io del 2034
Al freddo farai presto l’abitudine, non è poi così insopportabile…
Io del 2014
Sei qui perché volevamo ricordare qualcosa di bello e tu ci stai aiutando…
Io del 2034
Eccome, se tu non ci fossi… allora sì che saremmo tristi!
Io del 1970
Ma io non ho tanti ricordi da regalarvi…
Io del 2014
Ma ce li abbiamo noi di te, non ti preoccupare
Io del 2034
E ce li teniamo pure stretti!

Psicoterapia della violenza tra figli e genitori – Tra segreto e vergogna

Psicoterapia della violenza tra figli e genitori – Tra segreto e vergogna

Dottor Roberto Pereira, psichiatra e psicoterapeuta

Convegno internazionale della Scuola Genovese Sistemica

27 settembre 2014

 

I nostri ragazzi amano il lusso, ridono dell’autorità, non si alzano in piedi davanti ad un anziano…”

SOCRATE

 

Una delle forma di violenza di cui si parla meno è quella filo parentale, ossia quella che esercitano i figli nei confronti dei genitori.

Il fenomeno violento assume il significato di una presa di distanza da un determinato modello.

In Spagna sino al 2005 il fenomeno era praticamente ignorato e si applicava semplicemente la legge sulla violenza domestica sia che ci si riferisse ad un adulto o ad un minore.

E quindi si provvedeva ad allontanare il minore violento dai genitori per un certo periodo che poteva andare da sei mesi ad un anno; il problema era che non c’erano centri per minori, ma solo per adulti violenti con le conseguenze che si possono immaginare.

E dunque gli psichiatri e psicoterapeuti hanno fondato dei centri per minori ove durante il periodo di allontanamento portano avanti delle mediazioni di tipo sistemico, ossia con tutte le famiglie.

Per violenza si intende qualsiasi azione od omissione intenzionale che, diretta ad una persona, tende a causarle un danno fisico, psicologico, sessuale, economico.

E dunque non c’è violenza ove non ci sia intenzionalità: spesso anche da noi si dimentica questo particolare.

La violenza non ha confine, si esplica nelle comunità, in politica, nel sociale, neri luoghi di lavoro ed a noi interessa soprattutto quella intrafamiliare.

La violenza può consistere in maltrattamenti fisici, psicologici che lasciano più segni, oppure semplicemente nella trascuratezza, in un abuso sessuale, economico o in forme di vandalismo.

La violenza fisica non è accettata in molti paesi europei; nel Regno Unito è invece ammessa quando non lascia segni fisici. In Spagna ed in Italia non è mai ammessa.

In Spagna accade spesso che un minore citi in giudizio i suoi genitori perché non gli danno la “paghetta” o per vedere ampliato l’orario di rientro. la novità è che prima il fenomeno rimaneva nel privato, oggi il giudice si pronuncia e può accogliere o rigettare le pretese. Accade altresì spesso che i genitori denuncino i loro figli magari dopo svariati maltrattamenti: dal 2000 al 2010 le denunce sono aumentate del 40%. Di norma si considera che sussista violenza laddove vi siano almeno sei manifestazioni di violenza fisica o psichica in un anno.

La connotazione violenta dipende molto dal contesto in cui il comportamento viene espletato: se ad esempio in una partita di rugby i giocatori se le danno di santa ragione il comportamento violento è irrilevante, se invece un’ora dopo la partita scoppia una rissa tra tifosi in un bar allora siamo in presenza di una violenza effettiva. Possiamo vedere poi famiglie in cui la punizione fisica non solo è consentita, ma costituisce una forma di educazione nel loro paese; da noi in Italia o in Spagna non è permesso e dunque queste famiglie non comprendono i nostri usi e si sentono disorientate.

La violenza può avere un basso grado di minaccia quando si traduce in un episodio singolo che porta ad una semplice dissonanza cognitiva, quando ci porta all’attacco o alla fuga, ma può avere un’alto grado di minaccia quando veniamo inondati, paralizzati dalla paura. A livello sociale diventa pericolosa quando è ripetuta, e porta ad un lavaggio del cervello, all’ottundimento e alla sottomissione.

Ci sono donne in Spagna che prendono cognizione di essere state aggredite soltanto quando qualcuno glielo fa notare e dunque sono in condizione di ottundimento permanente.

La violenza è vissuta in altre parole come un modo di convivenza e non come una aggressione.

Di fronte a questa situazione occorre far comprendere che: 1) la violenza va affrontata legalmente 2) va compresa tecnicamente, ossia bisogna far intendere il suo carattere circolare: nella interazione i ruoli di vittima e carnefice si alternano.

In mediazione gli argomenti che spesso sono trattati con figli violenti sono la paghetta e l’orario di rientro in casa.

Spesso si assiste ad una vera e propria tirannia dei figli che è senza legittimazione.

I figli non hanno diritto di esercitare poteri legittimamente in famiglia e allora ricorrono alla violenza che è l’unico modo per esercitare un potere illegittimo.

E’ stato condotto uno studio che è durato quattro anni su un campione di 2700 minori tra i 13 ed i 18 anni e si è scoperto che il 10,8% dei ragazzi fanno violenza psicologica sul padre ed il 12,1% sulla madre; la violenza fisica è esercitata dall’8,3% dei ragazzi sulla madre, e del 6,7% sul padre.

Le ragazze hanno maggiore propensione alla violenza psicologica, i ragazzi a quella fisica.

Quali sono le cause di tutto questo?

L’uso di stupefacenti per quanto diffuso in Spagna per il 58,6% dei giovani è solo una concausa.

Il motivi principali sono i seguenti.

Si è passati da un modulo educativo autoritario ad uno assai permissivo, sia a scuola sia a casa.

Si è prodotta inoltre una grande distanza tra casa e scuola: si è passati da un’alleanza dei genitori con gli insegnanti contro i figli ad una alleanza dei genitori con il figlio contro il professore.

In Spagna ultimamente ci sono stati due casi emblematici: un madre ha picchiato la maestra perché il bambino andava male a scuola ed in un altro caso il padre è venuto a scuola con l’avvocato per chiedere al professore perché limitava l’intervallo del figlio.

I genitori sono convinti che la scuola abbia funzione di educazione e la famiglia di allevamento. Ciò porta a grandi distorsioni dei ruoli.

Viviamo in un società che fa meno figli e dunque il figlio assume un valore superiore che appunto gli dà “il diritto” di essere violento.

La nostra società è più permissiva nei confronti della violenza dei figli rispetto a quella dei padri.

I genitori non hanno compreso che l’educazione è una fenomeno progressivo che non dà necessariamente effetti immediati; il non voler attendere porta a comportamenti violenti che sono ricambiati dai figli.

I genitori sono spesso amici dei figli; in Spagna c’è un detto: “Se sei amico di tuo figlio lo lasci orfano”.

Non bisogna poi dimenticare che all’origine della violenza filiale c’è una sorta di innamoramento del genitore maltrattato; è più facile che sia maltrattato il genitore innamorato rispetto a quello che non lo è.

Favorisce inoltra la violenza l’atteggiamento di alcuni genitori che vorrebbero che i figli facessero quello che desiderano.

La violenza scatta inoltre nei confronti di genitori iperprotettivi.

Il disaccordo o la debolezza dei genitori nella educazione dei figli è portatrice di violenza filiale.

Così lo è la violenza arbitraria del genitore che punisce in un caso e nell’altro no.

Ancora porta alla violenza l’eccessiva intransigenza o l’esagerato atteggiamento critico.

C’è poi un problema di gerarchia: si sviluppa violenza quando i genitori rinunciano al loro ruolo o rifiutano di stabilirne uno o ancora si rifiutano di imporre norme.

Ancora il conflitto intenso tra i genitori e le ripetute squalifiche tra i genitori generano inevitabilmente la triangolazione.

La relazione “passionale” con un figlio genera violenza.

Si è ancora rilevato che i genitori maltrattati di solito a) possiedono una solida formazione culturale (avvocati, medici, ingegneri ecc.) b) in virtù di questa formazione hanno deciso di dare al proprio figlio una educazione “democratica”.

Gli adolescenti maltrattanti in genere non hanno subito una separazione dei genitori.

Infine i genitori maltrattanti che hanno dei genitori che li maltrattavano e che hanno voluto dare ai loro figli una educazione non autoritaria, sono spesso vittime di violenza filiale.

La missionarietà in Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto di Giorgio Pernigotti

http://beativoi.over-blog.com/2014/05/la-missionarieta-in-teresa-di-gesu-bambino-e-del-santo-volto.html

Il mistero della Trinità- Atto Unico- seconda parte

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Un eremita

La paura spesso mi paralizza… non riesco a mescolare un bel niente e tanto meno ad offrire le difficoltà giornaliere…mi devi perdonare, ma sono rimasto quello che ero… c’è in me uno zoccolo duro… sarà una caratteristica della mia personalità che non riesco a modellare o che forse non posso modellare

Abelardo

Forse hai bisogno di tornare in eremitaggio… a trovare la tua grotta, la roccia ed il girasole.

Un eremita

Chissà se ci saranno ancora… perlomeno il girasole ne dubito… ma sì, forse hai ragione, devo uscire dalla realtà di tutti i giorni e tornare a respirare quell’aria che mi ha permesso di non cedere alla morte.

Abelardo

Io resterò qui ad aspettarti, non temere.

Una roccia ed un girasole

Guarda chi c’è… chi l’avrebbe mai detto?

Un eremita

Sono tornato, cari amici… avevo proprio bisogno di rivedervi!

Una roccia

Così incominciamo male… è Abelardo che ti ha chiesto di venire da noi…

Un eremita

In effetti io volevo parlare con lui della Trinità e mi ritrovo qui con voi… strana la vita

Un girasole

Sei felice di essere qui con me e la roccia?

Un eremita

Tante volte ci ho pensato… a raggiungervi… ma poi trovavo sempre qualche cosa d’altro da  fare…

Una roccia

Insomma noi siamo un ripiego… per quando ti annoi…

Un girasole

Che ti importa? I motivi umani sono quello che sono… ma per me, per te… quel che conta è che Chi sai tu lo abbia riportato qui…

Una roccia

Sentiamo di che cosa ha bisogno…

Un eremita

Ho bisogno di rimescolare la mia vita…e di offrire a Dio ciò che non si mescola.

Un girasole

Un po’ come faccio io col sole… che seguo come posso e cerco di catturarne l’energia per sopravvivere

Un eremita

Sì penso debba essere così… trasformare la fatica del vivere in energia

Una roccia

Anche io assorbo il calore del giorno… non si vede ma, sono felice che la notte non mi trovi intirizzita

Un eremita

Anche io voglio diventare un catalizzatore di luce…

Un girasole

Non è difficile… credo basti distendere le foglie ed accogliere il sole…

Un eremita

Ma io non ho foglie che posso aprire…

Una roccia

Ti sembra di non avere foglie… ce le abbiamo tutti… magari non sono verdi come quelle del girasole… ma anche le sue a ben vedere non sono più quelle di tempo…

Un girasole

È vero… le mie foglie sono diventate scure e fanno ormai una gran fatica… ma hanno imparato con me che i cambiamenti non sono un errore.

Un eremita

Amici miei, la verità è che non mi sento bene, al di là delle preoccupazioni della mente è il corpo che mi sta lasciando e me ne dispiace…

Un girasole

È una legge a cui non posso sottrarmi nemmeno io purtroppo, ma mi consola il fatto che qui… accanto alla roccia arriverà un altro girasole che eseguirà al meglio il suo compito

Una roccia

Mi fate intristire, per quanto possa diventare triste, una roccia ovviamente. Come farò senza di voi a svolgere il mio compito… a proteggere la pianura?

Un eremita

Dio non abbandona nessuna delle sue creature, ma se non elimina la paura ci deve essere un motivo… la paura di morire deve avere un ruolo, un significato che ci sfugge.

Un girasole

Io non ci ho mai pensato, in verità, ma la sento dentro di me… questa brutta sensazione di una fine che non si può impedire… anche io vedo che le mie foglie non sono più quelle di un tempo e vorrei tornare indietro.

L’eremita

Forse il significato della paura è proprio quello, ci costringe a guardarci indietro a fare un bilancio insomma… e a desiderare di rivivere un’altra vita.

Una roccia

Io non capisco le cose di cui parlate… per me tornare indietro sarebbe un bel guaio, tornerei nelle viscere della terra, dove tutto è buio e soprattutto in un luogo ove non avevo niente da fare… è anche vero che ho un concetto della vita un po’ diverso dal vostro, per me il futuro non ha un grande significato se non perché vedo che il sole sorge e tramonta… ma potrebbe essere soltanto un’illusione, come lo è l’orizzonte del resto (me lo ha confessato lo scirocco)… per me, a dirla tutta, la vita è un eterno presente. Certo la vivrei con più fatica senza il girasole che mi fa ombra nei giorni estivi… il caldo e l’erba che mi fa il solletico sarebbero intollerabili, ma a tutto ci si abitua.

L’eremita

Ti invidio cara roccia, in questo momento… quanto non puoi nemmeno immaginare, vorrei una vita come la tua, irripetibile nei secoli e nei millenni, con uno scopo che non viene mai meno e che si realizza sempre, che non ti fa mai dubitare d’essere inutile. Io non l’ho mai avuta ed ora che l’esistenza scema invece di pensare che in fondo non è stata granché, mi ritrovo a dolermi che avrei potuto fare di più o comunque diversamente… mi ritrovo ad essere aggrappato ad ogni instante, con la speranza che il successivo sia diverso dal precedente, sia migliore, mi apra scenari impensati ed impensabili, di quelli che si sciolgono in una risata di liberazione.

(Continua)

Il mistero della Trinità- Atto Unico- Prima parte

1 (15)

di Carlo Alberto Calcagno

Personaggi

Abelardo

Un eremita

L’eremita è tornato alla chiesetta: sono passati quasi due anni ed ha sentito il bisogno di confessarsi ancora. Abelardo lo attende come un padre amorevole.

Abelardo
Sei tornato? Mi fa piacere…
Un eremita
Sì, sentivo nostalgia…non ti ascolto da un paio d’anni e mi manchi
Abelardo
Ma io ascoltavo te… soltanto che stavo in silenzio nel tuo cuore
Un eremita
Sono contento di non averti perduto!
Abelardo
Che sciocchezza… non puoi perdermi, io sono il tuo confessore, ogni uomo ne ha uno che aspetta nell’ombra della coscienza
Un eremita
Ma allora tu non esisti davvero?
Abelardo
Esisto quanto esisti tu… ma può anche darsi che siamo semplicemente personaggi di un sogno di Dio… chi lo può sapere?
Un eremita
Il sogno di Dio sarà infinito come Lui… almeno lo spero…
Abelardo
Che dirti… a me basta partecipare e occuparmi delle creature che mi sono state affidate.
Un eremita
Anche nei sogni per fortuna ci sono i ruoli e le responsabilità…così non mi sento solo…
Abelardo
La solitudine è un mondo che non sai mai che cosa ti riservi…bisogna essere curiosi e pazienti…qualcosa primo o poi accade e le sorprese non mancano…
Un eremita
Io so solo che penso alle cose più strane…
Abelardo
Se il tuo cervello può concepirle… non sono poi così strane… hai voglia di raccontarmele?
Un eremita
Sono qui apposta e non vedo l’ora di parlartene. Stavo pensando alla Trinità… e al fatto che siamo stati fatti a somiglianza di Dio
Abelardo
E che cosa ci trovi di strano in questi pensieri? Mi pare una fortuna solo poterne discutere…
Un eremita
Ma io penso che anche l’uomo sia trino come Dio… proprio perché gli assomiglia… ci deve essere una corrispondenza…
Abelardo
Dipende da che lato guardi la cosa
Un eremita
Che cosa vuoi dire?
Abelardo
Che bisogna vedere se ti poni dal punto di vista tuo o da quello di Dio…
Un eremita
Io non posso che mettermi dal mio… non posso certo sapere che cosa pensi Dio…
Abelardo
Questo è da vedersi, ma comunque… quale è alla fine la prospettiva che conta?
Un eremita
Di certo la Sua… ma purtroppo non è qui a spiegarcela e dunque se vuoi ragioniamo tra di noi…
Abelardo
Sei sicuro che Dio non sia qui tra noi ora? E dove dovrebbe essere se non qui con le Sue creature? È Lui che ti suscita certe domande e certi paragoni… È lui che si accontenta delle nostre parole e sorride come un Padre, d’amore per la nostra ingenuità di figli.
Un eremita
Un giusto richiamo all’umiltà… e poi hai ragione… la mia mente sa le cose prima di me… prima che io me le rappresenti, insomma… si potrebbe dire che c’è qualcosa di più grande di me qui dentro… che poi mi illude di fare, di scegliere…
Abelardo
Per fortuna abbiamo una guida che non tradisce… anche se io non sono poi così sicuro che esista un dentro ed un fuori… la nostra identità non ha involucri che possano trattenerla… e poi è al contempo nostra e non lo è… lo spirito di Dio non trova barriere e non ha direzioni.
Un eremita
Mi perdo sempre ad ascoltarti… ed ogni cosa che vorrei dire mi appare poi puerile…
Abelardo
Stavamo parlando della Trinità… sono curioso di conoscere il tuo pensiero
Un eremita
Il punto è che la mia costruzione è qualcosa di statico… e poi riflettendoci non vedo a che serva… anche se fosse sensata non porterebbe alcun progresso
Abelardo
Noi non sappiamo dove vanno a finire le idee… parlo di quelle che esprimiamo, ma anche di quelle che rimangono dentro di noi… Dio le raccoglie, ma dove le metta e che cosa ci faccia è un mistero insondabile….una tua idea potrebbe servire per costruire una cattedrale o per concimare uno splendido fiore… chi lo sa… ogni pensiero ha una sua energia che può essere trasformata… non da noi ovviamente, ma a Lui nulla è impossibile…
Un eremita
Mi affascina sempre quello che dici… forse perché non riesco a seguirti fino in fondo, ma lo sento vero…
Abelardo
Chiudi gli occhi e respira… troverai il senso della vita, non c’è nulla da capire, solo da sperimentare… la vita è un continuo esperimento di un uomo che resterà sempre un apprendista del Signore… non ti preoccupare… mescola e rimescola le tue emozioni, i segnali che il corpo ti manda, le giornate così spesse a volte che non voglio adattarsi, e offri ciò che non si amalgama perché sia materia più duttile un domani…
(Continua)

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI Sintesi e commento

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XXVI Canto

IN BREVE

– Nell’ottavo cerchio e nella settima e ottava bolgia. Dante inveisce di sdegno per aver trovato tra i ladri cinque fiorentini (vv. 1-12).

 I poeti passano all’ottava bolgia, dove sono arsi entro lingue di fuoco a due punte, i consiglieri fraudolenti (vv. 13-48), e incontrano quivi Ulisse e Diomede (vv. 49-84).

 Per desiderio di Dante, Ulisse narra, su richiesta di Virgilio, la sua ultima navigazione, oltre le colonne d’Ercole, in cui incontrò con i suoi compagni la morte.

Partito da Circe, dopo lunghe peregrinazioni, gli affetti famigliari non valsero a spegnere il suo desiderio di conoscere il modo e i vizi ed il valore degli uomini.

Messosi, già vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l’alto mare aperto, naviga il Mediterraneo tra le coste della Spagna e dell’Africa, fino allo stretto di Gibilterra ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini le colonne d’Ercole.

Esortati con una <<orazion piccola>> i compagni  a <<seguir virtute e conoscenza>> e ad affrontare i rischi del <<folle volo>>, Ulisse prosegue l’audace navigazione nello sconfinato Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza.

La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella montagna è il Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare.

Da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave affondandola nel mare  v. 85-142).

*.*.*

Il canto si apre a mezzogiorno circa del 9 aprile 1300, sabato santo, nel cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII) ed in particolare nell’8a bolgia. Attraverso un percorso roccioso e arduo ci si  affaccia al fossato il cui fondo risplende di fiammelle.

DANNATI

Sono i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che, facendo cattivo uso del proprio ingegno, se ne servono per vincere con l’astuzia in politica.

PENA E CONTRAPPASSO

I dannati sono avvolti in fiamme appuntite come lingue, nascosti dallo stesso fuoco che li arde, e faticano nel parlare.

In vita con i loro consigli e le loro astuzie accesero disgrazie, liti e sventure, così ora ardono nelle fiamme appuntite, come le loro lingue acute ma pericolose, che tanto abili in terra a parlare ora riescono a fatica e con dolore a buttare fuori la voce.

PERSONAGGI

Ulisse. Eroe omerico, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, simbolo dell’astuzia e della sete di conoscenza.

In Omero, ma soprattutto in Ovidio e Stazio, alle sue imprese si associa sovente il compagno Diomede.

Dante ne ricorda tre episodi che avrebbero determinato la sua condanna: l’inganno del cavallo di Troia, l’impresa con cui riuscì a convincere Achille a partecipare alla guerra di Troia e quindi a lasciare l’amata Deidamia, il furto della statua di Pallade Atena dal tempio di quella città, che si credeva proteggesse i Troiani.

Diomede. Nella mitologia greca, re di Argo e figlio di Tideo, uno dei guerrieri conosciuti come Epigoni, i figli dei Sette contro Tebe, che distrussero la città di Tebe.

Diomede fu uno dei principali eroi greci della guerra di Troia: uccise numerosi guerrieri troiani e, con l’assistenza della dea Atena, ferì Afrodite dea dell’amore, e Ares dio della guerra, entrambi sostenitori dei troiani.

Quando Diomede tornò dalla guerra e scoprì che la sua sposa gli era stata infedele, abbandonò il suo regno e si recò in Italia, dove fondò numerose città in Apulia (l’attuale Puglia).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Il canto di Ulisse. Dante colloca Ulisse come figura centrale del canto, e lo costruisce in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio stesso e da altri scrittori latini.

Cosi Ulisse assurge a simbolo dell’abuso dell’ingegno contro e oltre le regole morali o religiose, e si fa eroe tragico nell’ultima impresa narrata con buon agio dopo aver liquidato i motivi (cfr. vv. 53-63) della sua condanna come consigliere fraudolento.

È quindi l’ansia, il desiderio di conoscenza non illuminato dalla Grazia che porta l’eroe alla catastrofe inevitabile, proprio perché spinto da un anelito di verità che si può solo intravedere (come la montagna indistinta del Paradiso terrestre in lontananza), ma che non è dato senza rivelazione.

Proprio in questa luce va visto il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato del privilegio dell’alto ingegno, dono divino, che non va sprecato né usato senza il sostegno della virtù.

Intorno alla figura centrale di Ulisse gravita dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione.

2) Invettiva a Firenze. Come l’episodio di Vanni Fucci si chiudeva con l’invettiva a Pistoia, l’incontro con i ladri fiorentini si chiude con una amara e dolente apostrofe contro Firenze.

È l’ennesima condanna della città, ma cosi diretta e in prima persona, messa in apertura di canto, sembra assorbire in sé le precedenti invettive e amare considerazioni sulla propria patria.

3) La commozione di Dante. L’ardente preghiera rivolta da Dante al maestro per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede è piena di fervore, e tradisce un’ansia che sfiora il patetico (vedi che del desio ver’ lei mi piego!), la quale si giustifica da un lato con la grande reverenza che il poeta prova nei confronti di un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante, dall’altro con l’occasione unica che gli si offre: quella di far raccontare la fine dell’eroe come monito ed esempio per coloro che fidano eccessivamente nella ragione e nell’ingegno umano.

4) Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un’immagine lirica e quasi serena, nel clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi, dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive.

Anche la pena dei dannati non è visibile, si consuma senza stravolgimenti carnali, a sottolineare che qui il rapporto tra Dante e i penitenti del canto nuovamente si umanizza, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che caratterizzano le altre bolge.

RIASSUNTO E PARAFRASI

Invettiva di Dante contro Firenze (vv. 1 – l 2)

Dante ha incontrato nella bolgia dei ladri cinque fiorentini e questo gli fa pronunciare una amara e sarcastica invettiva contro Firenze che può essere fiera. poiché il suo nome si diffonde non solo per mare e per terra, ma anche nell’Inferno. Ma si avvicinano per la città le sventure che Prato e altri paesi agognano per lei, ed il Poeta si augura, pur con grande dolore, che avvengano al più presto.

L’8a bolgia: i consiglieri fraudolenti (vv. 13-42)

I due poeti proseguono il cammino: aiutandosi con le mani, ripercorrono la stessa strada da cui erano scesi e si arrampicano a fatica tra le rocce (borni= dal francese borne) del ponte che avevano fatto da scalini.

Dante, ripensando a ciò che vide nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti che male si servirono del proprio ingegno, cerca di tenere a freno la propria intelligenza che gli è stata donata dalle stelle e dalla grazia di Dio, affinché sia sempre guidata dalla virtù[1].

Egli vede risplendere il fondo dell’ottava bolgia di tantissime fiammelle quante sono le lucciole che il contadino vede nelle sere d’estate dall’alto della collina giù nella valle.

E come la fiamma del carro impedì ad Eliseo, che si vendicò con gli orsi[2], di vedere Elia rapito al cielo[3], cosi nel fondo della bolgia, le fiammelle nascondono alla vista lo spirito che vi è condannato.

Ulisse e Diomede (vv. 43-75)

Dante, sporgendosi dal ponte, si accorge che all’interno delle fiamme si nasconde un peccatore, ma vorrebbe sapere chi vi sia dentro ad una fiamma che, diversamente dalle altre, è divisa in due punte come la fiamma che sorse dalla pira su cui furono bruciati Eteocle ed il fratello Polinice[4].

Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, che insieme sono puniti da Dio, cosi come insieme da vivi ne affrontarono l’ira: motivi della loro condanna sono l’inganno del cavallo di legno che portò alla caduta di Troia, l’inganno per il quale Achille fu strappato all’amata Deidamia[5], e il furto del Palladio[6].

Dante esprime a Virgilio di avere grande desiderio di parlare con i due dannati e gliene chiede il permesso; ma Virgilio gli consiglia di lasciare che sia egli stesso a rivolgere le domande ai due spiriti poiché, essendo Greci, forse non gradirebbero di rispondere ad un uomo appartenente ad un’altra civiltà.

Ulisse narra la propria fìne (vv. 76-142)

Non appena la fiamma è più vicina e sembra il momento più idoneo, Virgilio si rivolge ai due spiriti prigionieri, pregandoli in nome dei versi che egli dedicò loro nell’Eneide, di fermarsi e di voler narrare la propria fine.

La punta più grande della fiamma in cui è imprigionato lo spirito di Ulisse, comincia allora ad agitarsi come mossa dal vento; poi muovendosi qua e là come fosse una lingua, inizia a parlare.

Quando egli lasciò Circe, la figlia del sole[7], che lo aveva trattenuto più di un anno presso Gaeta, né l’affetto per il figlio né l’amore filiale verso il padre, né l’amore per la sposa Penelope, poterono vincere la sete di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli esseri umani.

Perciò si avventurò in mare, con un’unica nave e con pochi fedeli compagni[8].

Navigando percorsero le coste europee fino alla Spagna e le coste africane fino al Marocco, costeggiarono la Sardegna e le altre isole del mar Mediterraneo e, ormai vecchi e deboli, giunsero allo Stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le due montagne[9] per ammonire i naviganti a non avanzare oltre e infine oltre le Colonne d’Ercole superarono le città di Siviglia e di Ceuta[10].

Giunti a questo punto egli esortò i compagni a seguirlo nell’esplorazione dell’altro emisfero, rammentando loro che l’essere umano è stato creato per seguire la virtù e apprendere la scienza; queste parole rincuorarono i compagni al punto che non avrebbe più potuto trattenerli dal proseguire il viaggio; perciò, voltata la poppa della nave ad oriente, continuarono la navigazione sempre avanzando verso sinistra, verso il polo antartico.

Già le stelle del polo australe illuminavano il cielo, mentre quelle del polo boreale scomparivano, quando, dopo cinque mesi di viaggio, apparve sull’acqua una montagna tanto alta quanto mai egli ne vide.

La vista di questa montagna li rallegrò, ma presto la gioia si tramutò in pianto, poiché dalla nuova terra si levò un turbine che colpì la parte anteriore della nave, facendola girare tre volte su se stessa e poi inabissandola nel profondo del mare.


[1] Ciò perché nell’esilio Dante era divenuto un uomo di corte, un negoziatore di politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere.

[2] Nel Libro IV dei Re (II, 23,-24), si legge che Eliseo, avviandosi verso la città di Betel, maledisse due fanciulli, che lo beffeggiavano, per cui due orsi, usciti da un bosco, ne divorarono un gran numero (e precisamente quarantadue).

[3] Nel Libro IV dei Re (II, l 1-12) si legge che il profeta Elia, rapito in cielo su di un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, fu sottratto alla vista di Eliseo.

[4] Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, scacciarono il padre dalla citta e furono da lui maledetti: il padre predisse infatti loro odio eterno. Dapprima decisero di regnare su Tebe un anno per ciascuno, ma presto sorse tra di loro un conflitto che sfociò nella guerra di Tebe e nella morte di tutti e due. I corpi dei fratelli furono bruciati sullo stesso rogo, quasi a significare l’odio imperituro fra i due (Stazio,Theb. XII, 429 sgg.).

[5] Si tratta dell’astuzia con cui scopersero Achille, travestito da fanciulla, presso il re Licomede in Sciro, inducendolo a partecipare alla guerra di Troia, per cui l’innamorata Deidamia, fig1ia del medesimo re, morì di dolore (Stazio, Achill. I, 537 s99.)

[6] L’oracolo aveva predetto che dalla statua di Minerva  sarebbe dipesa la salvezza dei Troiani (En. II, 162 e ss.).

[7] Circe. Nella mitologia greca, maga figlia del Sole e della ninfa marina Perseide. Viveva nell’isola di Eea, vicino alla costa occidentale italiana. Con pozioni e incantesimi Circe trasformava gli uomini in animali, ma le sue vittime non perdevano il raziocinio ed erano dunque consapevoli dell’accaduto. Durante i suoi vagabondaggi, Ulisse capitò sull’isola con i suoi compagni, che furono trasformati in porci. Andando in cerca di aiuto per i suoi uomini, Ulisse incontrò il dio Ermes, dal quale ricevette un’erba che lo rese immune dagli incantesimi della maga. La costrinse dunque a restituire sembianze umane ai suoi compagni, e Circe, sorpresa dal fatto che qualcuno potesse resistere alle sue formule magiche, si innamorò di lui. Ulisse rimase appunto sull’isola per un anno, e quando decise di partire Circe gli spiegò come trovare nel mondo sotterraneo lo spirito del veggente tebano Tiresia, affinché gli indicasse la via più sicura per il ritorno in patria.

[8] D. si Basò forse su un passo di Cicerone (De officiis, III, 26), ove si legge che ad Ulisse non piacque <<regnare e vivere in Itaca, oziosamente con i genitori, con la moglie, col figlio>>, ed immaginò quindi che l’eroe, nel suo fortunoso viaggio di ritorno, non rivedesse la sua patria.

[9] Mentre si recava all’isola di Eritea per catturare i buoi del mostro a tre teste Gerione, sua decima impresa, Eracle pose, in ricordo del suo passaggio, appunto due grandi rocce, le cosiddette “colonne d’Ercole”, sui promontori Colpe e Avila che segnano lo stretto che separa il Mediterraneo dall’oceano Atlantico, l’odierno stretto di Gibilterra.

[10] Ceuta, citta del Marocco, situata di fronte a Gibilterra

Sessanta anni trascorsi inutilmente?

Nel 1948 Theodor Reik, seguace e stretto collaboratore di Freud, scriveva in un famoso lavoro (Listening with the Third Ear: The inner experience of a psychoanalyst. New York: Grove Press), le seguenti considerazioni.

I dati psichici non sono uniformi. Abbiamo ovviamente al primo posto una grossa porzione a cui ricorriamo consciamente attraverso l’udito, la vista, il tatto e l’olfatto. Un ulteriore porzione è costituita da ciò che osserviamo inconsciamente. Si può affermare che questa seconda porzione è più estesa della prima e che ad essa deve essere attribuita, in termini di comprensione psicologica, un’importanza maggiore di quanta ne venga attribuita a ciò che udiamo, vediamo ecc… consciamente. Naturalmente ricorriamo ad essa anche attraverso ai sensi che conosciamo, ma, parlando in maniera descrittiva, si tratta del preconscio o dell’inconscio. Percepiamo delle caratteristiche somatiche, di portamento e motorie degli altri che aiutano a creare l’impressione che ci facciamo senza che noi li osserviamo o ce ne occupiamo. Ricordiamo i particolari del vestito di un’altra persona e i dettagli del suo portamento senza richiamarli alla mente; una quantità di piccoli particolari; una sfumatura legata all’olfatto; una sensazione tattile mentre ci stringe la mano, troppo lieve per essere osservata; calore, viscidità, ruvidezza o levigatezza della pelle; modo in cui una persona lancia un’occhiata od osserva – di tutto ciò non siamo consapevoli consciamente, eppure tutto ciò influenza le nostre opinioni. Movimenti minimi accompagnano tutti i processi del pensiero; le contrazioni muscolari percepibili in un volto o nelle mani, nonché i movimenti degli occhi, ci parlano come fossero parole. Non vi è affatto scarsa capacità di comunicazione in uno sguardo, nel portamento di una persona, in un movimento del corpo, in un particolare modo di respirare. Segnali di gesti ed impulsi nascosti vengono inviati silenziosamente alla regione dei discorsi, dei gesti e dei movimenti quotidini (p. 135).
Benché non si abbia consciamente alcuna idea delle intenzioni e degli impulsi nascosti di un’altra persona, inconsciamente possiamo reagire ad essi con la stessa sensibilità di un sismografo in presenza di una lieve vibrazioni sotterranea (p. 480).
Ci viene in mente il punto di vista di Freud secondo il quale gli uomini non sono fatti per mantenere dei segreti. “L’auto-tradimento sprizza fuori da tutti i nostri pori.”… Tale affermazione richiede un seguito, seguito che può essere facilmente intuito considerando che noi reagiamo all’inconscio con tutti i nostri organi e con i nostri vari strumenti di ricezione e comprensione. L’auto-tradimento altrui viene assorbito da tutti i nostri pori (pp. 142-143).

Queste considerazioni sono state confermate e sono avvalorate oggi anche dalle neuroscienze.

Mi incuriosisce molto il fatto che Theodor Reik subì una causa giudiziaria che lo vide coinvolto per il presunto esercizio abusivo della professione medica, dato che praticava la psicoanalisi, ma era laureato in filosofia.
In sua difesa intervenne lo stesso Freud nel 1926 (Il problema dell’analisi condotta da non medici) che contribuì a scagionarlo, e a dimostrare la legittimità dell’utilizzo della psicoanalisi anche da parte dei non medici.

Dal 1926 non sembra che sia cambiato molto perché chi desidera avere approfondire il linguaggio dell’inconscio subisce facilmente persecuzioni di ogni tipo. E ciò vale anche per i mediatori che si avvicinano alle scienze psicologiche.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventisettesima parte)

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Il Capo VI del Libro I  delle Costituzioni si intitola “Della pena per gli Ebrei, che beftemmiano Dio, ed i Santi” ed è composto da un solo paragrafo che così recita: “Se alcun’ Ebreo di qualfivoglia seffo foffe così temerario, ed ardito, che prorompeffe infamemente in qualche beftemmia, o maldicenza contro ‘l Salvator noftro, o la di lui Santiffima Madre, o contro veruno dei Santi, o le loro Sagrofante Immagini, farà punito con la pena della morte”.

La pena qui prevista è più dura di quelle corporali previste dagli Statuti di Amedeo VIII.

La pena per un cristiano bestemmiatore poteva invece andare da un anno di carcere ad un tempo proporzionato alla gravità dell’atto. La morte era disposta solo per chi calpestasse, macchiasse o corrompesse l’Immagine di Dio della Vergine e dei Santi[1].

Di qui anche il divieto di dipingere o rappresentare immagini rimandanti al culto in luoghi ove si potessero calpestarle[2].

L’art. 162 del Codice penale sardo del 1839 mitigherà la prescrizione per i bestemmiatori e stabilirà il carcere o la reclusione o i lavori forzati, a secondo della gravità degli atti.

Era, infatti, entrata nell’opinione del tempo che la terra non potesse arrogarsi il diritto di vendicare gli interessi del Cielo e che quindi fosse considerata come semplice offesa ai diritti della società[3].

Il Capo VII attiene alla libertà di movimento nei giorni della Passione di Cristo e si intitola “Che ne’ giorni della paffione di Crifto gli Ebrei debbano ftare rinchiufi”.

Gli Ebrei non potevano uscire dal ghetto nella settimana santa dal mercoledì al sabato e dovevano dimorare nelle loro case o botteghe tenendo chiuse le porte e finestre[4].

Durante questi giorni non potevano nemmeno danzare o suonare[5].

Queste norme erano dettate a protezione degli Ebrei. La legislazione piemontese si mostra qui per fortuna contraria ad esempio a quella francese.

A Tolosa ad esempio gli Ebrei il venerdì santo dovevano mandare un loro rappresentante alla porta della Cattedrale a ricevere uno schiaffo da chiunque entrasse[6].

Forse il primo che impose il principio del divieto di uscita è Childeberto, re di Parigi, con un’ordinanza del 554 e.V. in cui si vietava di festeggiare con ebbrezza, canti e scurrilità, le notte delle domeniche e delle feste, compresa Pasqua e Natale.

Le disposizioni in commento verranno meno solo nel 1816 quando il Ministero dell’Interno autorizzerà l’uscita purché non nell’ora in cui si celebrino le Sacre funzioni[7].

Anche nel Ducato di Modena c’era in materia una disciplina piuttosto rigida ed articolata, seppure probabilmente dettata dallo stesso spirito di protezione: ”Nel tempo della settimana santa dal mezzogiorno del giovedì fino al mezzodì del sabbato non sarà lecito ad alcuno ebreo, o ebrea uscire dal ghetto, o trattenersi alle finestre, che abbiano prospetto fuori di esso sotto la suddetta pena di scudi venticinque per ogni volta, che contravverranno. Sarà però permesso al loro deputato portarsi accompagnato dal macellajo cristiano ai macelli nelle solite forme, e per gli usi consueti; come altresì ai suddetti ebrei in casi di urgente necessità l’andare a chiamare medici, chirurghi, o altri, sempre però  con la scorta, o compagnia di persona, che dovrà essere loro accordata dal suddetto segretario di Stato, a cui dovranno ricercarla i massari dell’Università con attestare dell’esposta necessità.

XIV. In caso poi che alcuno venisse a morte nel giovedì, o venerdì della settimana santa sarà loro lecito di accompagnare il cadavere ala sepoltura in numero di dieci di loro; e per ovviare ad ogni inconveniente, dovranno in tal caso essere scortati da guardie, che a richiesta de’ massari dovranno loro essere accordate dal Nostro Governo, che presterà loro ogni assistenza per la loro sicurezza, come dovranno fare con la dovuta proporzione i governatori, i Giusdicenti delle altre città, e luoghi dello Stato, e massime di quelli, ove non è formato il ghetto per la loro abitazione[8].

(Continua)


[1] Lib. IV Tit. XXXIV, Capo 1, paragrafi 1-4. Così sarebbe stato punito un tempo chi a Roma durante recenti disordini ha osato mutilare una sacra effige della Vergine.

[2] Lib. I, Tit. VI, paragrafi 1-3.

[3] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 63.

[4] Il paragrafo 1 del capitolo VII risale al 1430 e stabilisce che “Non farà lecito agli Ebrei d’ufcire in pubblico fuori del loro Ghetto in tempo della Paffione di Crifto, cioè dall’ora nona del mercoledì fin dopo il fuono della Campana del Sabbato Santo, obbligandole a dimorare nelle loro Cafe, e Botteghe a Porte, e Fineftre, che riguardano le Contrade, chiufe, fotto pena di carcere per tre giorni continui col digiuno in pane ed acqua”.

[5] Il paragrafo 2 specifica:  “Non potranno gli Ebrei ne’ giorni fopradetti efercitare nelle loro cafe fuoni, o balli fotto pena della pubblica fufstigazione”.

[6] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 48.

[7] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 62.

[8] Tit. IX par. XIII e XIV del Codice estense del 26 aprile 1771.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventiseiesima parte)

Il paragrafo 10 del titolo V disciplina ancora la sorte dei pegni non riscattati.

 “Spirato, che fia il termine ftabilito per il rifcatto de’ Pegni, potranno i Banchieri fuddetti devenire[1] all’Incanto de’ medefimi, e per ciò efeguire, fi porteranno fopra le Piazze in que’ giorni, e tempi, che fono per la vendita de’ Pegni Giudiziarj ftabiliti, ed ivi fi procederà all’incanto, e deliberamento[2] di effi nella forma per gli altri prefcritta[3].

Queste disposizioni verranno abolite, ma solo per essere sostituite da altra analoga ed ingombrante disciplina dettata dal Codice penale sardo nel 1839[4] e ribadita nel 1859 (art. 611 C.p.), per poi approdare nel Codice penale del regno d’Italia all’art. 641 c.p.[5]

Il prestito concesso dagli Ebrei era così diffuso che nel 1789 a seguito di Viglietto Regio la prefettura di Acqui vietò a loro di comparire in pubblico nei giorni festivi per evitare che il popolo fosse distolto dall’andare in Chiesa[6].

Mentre le leggi ecclesiastiche proibivano a chiunque di prestare a mutuo con interessi[7], i Principi (e solo i Principi) vendevano agli Ebrei il diritto di fare il commercio di banca coi loro sudditi (v. il già citato paragrafo 9 del capitolo V) e di esercitare nei loro Stati il commercio delle monete.

In sostanza i Principi a corto di denaro imponevano agli Ebrei, al principio di ogni condotta, enormi tributi e per compenso gli permettevano di esigere gravosi interessi. Quando il popolo si lamentava i Principi provvedevano a confiscare i loro beni e li cacciavano dal territorio e quindi l’alto rischio per esercitare l’arte feneratizia doveva essere compensato da un lucro sempre più elevato.

Più l’usura era odiata, più era pericolosa da esercitarsi; più era pericolosa e più era cara[8].

Prima del 1603 i Savoia consentivano un interesse del 33 per cento e da questa data il limite consentito si attestò al 18 per cento[9].

Solo nell’Ottocento il Codice civile prima (art. 1936) ed il Codice penale (art. 516-517) imposero agli Ebrei il rispetto del tasso legale[10].

Le Regie Costituzioni vietano all’Ebreo di essere sensale di prestiti o di altri contratti da cui derivasse un prestito: la pena era la nullità del contratto e la perdita del denaro in capo ai Cristiani mutuanti[11].

Già Carlo V[12] aveva in una sua legge condannato “i cessionari dell’iniquità degli Ebrei”, a perdere i loro crediti.

Questa prescrizione legata e alla presunzione di pravità dell’Ebreo, ma anche al fatto che i Cristiani non potevano esercitare l’arte feneratizia[13], verrà meno solo nell’Ottocento quando l’usura verrà vietata a tutti.

Gli Ebrei  a partire dagli anni ‘40 poterono dunque far da mediatori di prestiti tra Cristiani o tra Cristiani ed Ebrei senza essere per ciò solo soggetti ad una pena[14].

(Continua)


[1] Addivenire.

[2] Aggiudicazione.

[3] Il paragrafo 11 del capitolo V dispone la disciplina che reggerà la registrazione dei pegni che non fossero stai comprati all’incanto: ”Dei Pegni, che refteranno ai banchieri, per non effere comparfo alcun ‘Offerente, fe ne darà da effi una nota ai predetti Segretarj, efprimendovi con chiarezza la qualità del Pegno, la Stima, che è ftata fatta dall’Efperto, la quantità loro dovuta tra Intereffe, e Capitale, e fe avanza o no fomma veruna, e mancando di ciò fare, incorreranno per ciafcuna volta nella pena fovr’efpreffa”.

[4] Art. 690. “I gioiellieri, orefici, oriuolai e qualsivoglia persona che attende alla compra e vendita di gioie, ori e argenti, gli ottonai, stagnaiuoli, calderai, rigattieri, ferrivecchi dovranno fare al Segretario del Giudice locale e in difetto a quello del Comune ed in assenza di questo al Sindaco o ad altra autorità a ciò destinata, una distinta e circostanziata consegna di tutta le cose che compreranno o riceveranno in pegno, pagamento o permuta, oppure per vendere, esprimendone la quantità, qualità ed altri connotati ed il prezzo per cui avranno quelle avute, indicando altresì il nome, cognome, patria e condizione delle persone che gliele avranno vendute o rimesse. Tale consegna debb’essere fatta entro 24 ore dopo che avrà avuto luogo la vendita o la rimessione. In caso di trasgressione le persone suddette sono punite con multa estensibile a lire 100 e se fossero recidive col carcere per mesi tre e colla sospensione dall’esercizio della loro professione. Saranno però eccettuate dall’obbligo della consegna le robe che saranno comprate nei fondachi e negozii aperti>>.

[5] Discipline simili le rinveniamo nel Codice penale austriaco, nel Regolamento punitivo della Toscana, nel Codice estense ed in quello di Parma.

[6] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 54.

[7] I fedeli che ricorressero al prestito erano passibili di scomunica. Però già il concilio Laterano I aveva vietato solo le usure troppo esagerate e quindi la Chiesa stessa arrivò a legittimare le usure moderate. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 79.

[8] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 80.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 79 nota 2.

[10] V. Sentenza del Regio Consolato di Torino 24 gennaio 1845.

[11] Il paragrafo 12 vieta alcune condotte di interposizione da parte degli Ebrei. “Proibiamo agli Ebrei di preftar’ il loro Nome, o d’effere Mediatori di Preftiti, o altri Contratti fra Criftiani, e Criftiani, o fra criftiani, ed Ebrei, ne’ quali il Criftiano riceva il Pegno, ed efiga intereffe, o vi partecipi, fotto pena, oltre la nullità del Contratto, della perdita della fomma rifpetto ai Criftiani, che imprefteranno ‘l danaro, ed altretanta per gli Ebrei, che ne faranno mediatori”.

[12] 1500-1558.

[13] Il Libro IV Tit. XXXIV, posto al paragrafo 1 il divieto generale di attività usuraria,  al paragrafo 2, risalente al 1430, però specifica che “Il frutto permesso agli Ebrei ne’ loro privilegj  per il denaro, che daranno ad imprestito, solamente si intenderà per que’ Banchieri Ebrei riconosciuti come tali dal Consolato[13], e per i soli danari loro proprj, e non per quelli, che ricevessero da’ Cristiani con patto tacito, o espresso di negoziali in comune”. Il paragrafo 1 prevedeva la confisca dei beni anche nel caso in cui si scopra dopo la morte che il defunto era usuraio.

I Cristiani per aggirare questa norma cedevano agli Ebrei le loro azioni contro i creditori. Questa pratica verrà meno soltanto nel 1837 quando l’art. 1694 del Codice civile stabilirà il perfezionamento della cessione del credito soltanto con il documento che individuava il prezzo convenuto e lo stesso possesso del credito ceduto si trasferiva con tale documento. Al paragrafo 2 si vieta in generale il prestito dai Cristiani agli Ebrei. “Verificandosi, che alcun Cristiano imprestasse, o in qualsivoglia modo dasse danari ad Ebrei per avere parte certa, o incerta in quell’utile, che ad essi è permesso, s’avranno gli uni, e gli altri per Usuraj, e si procederà contro di essi nel modo sopraprescritto”.

[14] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 84.

Hybris e Dike nella Genesi come nel pensiero greco

Tutte le grandi letterature antiche hanno visto alla loro origine dei racconti mitici, attraverso i cui simboli l’uomo ha tentato di dare risposta alle sue infinite domande di carattere esistenziale.

Prendiamo in mano un brano della Genesi che ha il grosso difetto di essere molto conosciuto, a tal punto che quando lo si legge non gli si dedica tutta l’attenzione necessaria.

Genesi 3, 1-14

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “E’ vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “ Dei frutti dell’albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto : Non lo dovete toccare e non lo dovete mangiare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che qualora voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito che era con lei ed anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e scoprirono di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.  Rispose:”Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai  posta accanto mi ha dato dell’albero ed io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “ Che hai fatto?” . Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannato ed io ho mangiato”. Allora il Signore disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai”.

 Si tratta di un racconto mitico, di un brano che dietro alle facili movenze del racconto, con l’utilizzo di tecniche codificate e note agli uditori, esprime un pensiero teologico e filosofico tale da costituire la ricchezza del popolo che lo custodisce.

La Genesi presuppone come domanda Qual è l’origine del mondo? E subito dopo da tale quesito ne scaturisce un altro: perché, se tutto viene dalle mani di Dio che lo ha giudicato “buono”, c’è tanta disarmonia, sofferenza e morte? Genesi 1 e 2 ci descrive Adamo come una sorta di re nell’Eden, è sovrano nel mezzo del giardino in cui Dio lo ha collocato. Ma tutta questa onnipotenza ha un limite: Adamo è un uomo che deve render conto a Dio del suo operato; deve muoversi entro i confini che Dio ha tracciato per lui; (si pensi alla vicenda di Edipo) non può decider da sé ciò che è buono e ciò che è male per sé. Può solo liberamente e responsabilmente (si pensi ancora ad Edipo)  lasciarsi attirare, orientarsi al bene che un Altro (Dio) gli ha posto dinanzi come scopo del suo esistere. Accettare questa realtà significa per Adamo riconoscere il suo stato di creatura, la sua limitatezza, la sua non onnipotenza (e qui viene in mente la vicenda di Prometeo). Proprio in questo trova terreno fertile la tentazione: “Sarete come Dio”. Il desiderio di non dipendere; l’aspirazione di poter decidere in proprio la bontà del proprio agire (ancora un pensiero a Prometeo) , l’orgoglio di dominare l’universo; l’autocompiacimento di potersi definire come il numero uno (si ricordi Serse nei Persiani di Eschilo). Ma gli rode dover ammettere che le cause del suo esistere non dimorano dentro di lui: tanta onnipotenza si infrange contro la necessità di dover chiedere a Dio il proprio senso e il proprio fine. Adamo, numero uno del creato, ritiene di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio. Il comando di Dio : “Non ne dovete mangiare” non viene letto come un atto di amore, come una premura di Dio nei confronti della sua creatura che non ha le forze per reggere il peso dell’universo, bensì come un timore da parte di Dio di perdere il suo primato nell’universo. Ed Adamo gioca male le sue carte: dal momento che su un unico universo non possono esserci due signori, decide di fare “un colpo di stato” e diventa così arbitro della situazione (si veda ancora Prometeo).

I serpente dice: “Qualora ne mangiaste diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male”.

L’uomo, collocatosi al posto di Dio, scopre che la signoria non è semplicemente un primato di onore, ma il fondamento dell’autorità, del valore delle cose, della piena conoscenza della realtà, dei suoi perché, del suo fine e dei percorsi per i quali ogni esistenza si realizza con pienezza. L’uomo si scopre così nudo, piccolo e in preda allo sconquasso per ciò che ha voluto provocare. Adamo scopre così quanto fosse meglio per lui obbedire (agire per mezzo di DIKE) piuttosto che voler usurpare il posto non suo (agire con HYBRIS), ma ormai è troppo tardi. Non gli rimane che celare la propria fragilità agli occhi di Dio prima nascondendosi e poi sarà lo stesso Dio a confezionargli degli abiti, una maschera che gli consenta di velarsi un poco. Un poco…

Ma soffermiamo un attimo la nostra attenzione su un particolare: in realtà ogni bimbo nasce nudo dal corpo nudo di sua madre, poi viene raccolto, lavato e lì finisce la sua nudità. Stupisce davvero come lo zelo umano possa battere la premura di Dio! Dio creatore si preoccupa per Adamo ed Eva di produrre per loro un ambiente favorevole, di dare un compagno l’uno all’altra, ma non cuce loro vestiti. La Bibbia sottolinea questa istrazione” divina: “erano nudi” e subito aggiunge “e non ne provavano vergogna” (l’aiskyne e l’aidos omerici!). Il vestito, che pure è qualcosa di esterno ha a che fare con qualcosa di profondamente intimo: la vergogna. Ci si muove sempre in ambito mitologico, dove le singole parole sono simboli che riportano a concetti universali.

Che cos’è la vergogna? (si pensi all’atteggiamento dell’Aiace di Sofocle) Nella Bibbia la vergogna è indicata come uno stato di disagio e di umiliazione che diviene motivo di profonda amarezza: le cause possono essere molteplici, ma tutte producono confusione, imbarazzo e bisogno di non apparire.

Adamo ha fatto così una scoperta imprevista: il limite umano è sopportabile solo sotto lo sguardo di Dio. Eliminato Dio, la nostra limitatezza si fa insopportabile. Più ci si allontana da Dio e più si sente il bisogno di coprirsi, di chiudersi in sé stessi, di mascherarsi e nascondersi a se stessi e agli altri. L’uomo avverte il suo nulla e desidera nasconderlo.

Giulia Del Giudice

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (venticinquesima parte)

Il Capo V è intitolato “Delle cofe proibite a comprarfi, a negoziarfi dagli Ebrei”.

I ceti dominanti nell’antichità utilizzavano gli schiavi per le operazioni di bassa manovalanza, allo stesso modo decisero che le arti che danno lustro alle persone fossero solo a loro riservate.

Così gli Ebrei furono esclusi dalle Corporazioni di arti e mestieri che pur costituendo nei Municipi un corpo autonomo con propri magistrati erano comunque compenetrate dal Cristianesimo tanto che erano una specie di confraternita mercantile.

Gli stessi Ebrei costituivano una corporazione a parte che però viveva dei diritti al lavoro che i Principi decidevano di concedere.

Il diritto al lavoro era, infatti, un diritto feudale e signorile, o dei re o delle altre corporazioni.

A Venezia nel XV secolo agli Israeliti fu proibito insegnare suono, canto, danza, dottrina e gioco e non poterono nemmeno stampare libri (1566).

Fu interdetto agli Ebrei la laurea in giurisprudenza anche perché sarebbe stato inutile visto che le magistrature non erano accessibili e che come giureconsulti non avrebbero avuto alcun credito, essendo tagliati fuori dalla pratica forense; ma era vietato loro pure il conseguimento della laurea in medicina ed i malati che si fossero rivolti ad un medico ebreo sarebbero stati puniti per aver utilizzato un mezzo illecito di guarigione[1].

In Lombardia era possibile agli Ebrei la pratica dell’avvocatura, ma non quella della farmacia[2].

In Toscana accadeva l’esatto contrario: gli Ebrei potevano dedicarsi alla farmacia[3] e conseguire una laurea in legge, ma non potevano patrocinare.

Nel Ducato di Genova gli Ebrei potevano studiare e praticare da avvocati, medici, farmacisti e sensali.

Nel Ducato di Modena c’era una multa di venticinque scudi per gli Ebrei che tenessero scuole o insegnassero scienze ai Cristiani ed inoltre i Giudei non potevano leggere, fare conti, cantare, suonare, ballare e cose simili senza la licenza del Principe[4].

In Germania, perlomeno nel 1848, si erano fatti passi avanti ancora più evidenti dato che non solo gli Ebrei furono ammessi alle pubbliche scuole ma vennero anche abilitati all’insegnamento e ciò comportò che venissero considerati tra i primi cittadini[5].

Negli Stati Sardi nel 1648 si permise agli Ebrei di addottorarsi in medicina e chirurgia col consenso dell’Arcivescovo di Torino e nelle lauree minori oltre che all’accademia di Belle Arti. Si permise inoltre ai fanciulli lo studio negli Istituti tecnici perché destinati al commercio.

La storia del rapporto tra gli Ebrei e la medicina fu assai variegata a seconda dei luoghi: sotto il dominio islamico assunsero grande rilievo i lavori dei medici ebrei, tanto che gli Israeliti furono considerati a buon diritto gli intermediari della scienza medica tra Oriente ed Occidente.

In Europa i medici nel Medioevo erano soprattutto monaci, ma nell’XI secolo si interdì loro lo studio della medicina e quindi aumentarono i medici ebrei.

I Concili e l’interpretazione di grandi giuristi (ad es. BARTOLO da Sassoferrato) non permettevano in Italia ai medici ebrei di praticare la medicina sui Cristiani, ma diversi Papi[6] avevano medici israeliti[7] e non vi fu principe da Carlo Magno a Carlo V che non avesse medici ebrei[8].

Con le regie Patenti del 1816 si concesse ai Giudei non solo l’esercizio della mercatura, ma di qualunque arte e mestiere a condizione che ne osservassero le regole; il 14 agosto 1844  vennero abrogate anche le corporazioni di arti e mestieri e quindi gli ebrei ne ebbero indiretto giovamento[9].

Sicuramente dal 1829 gli Ebrei poterono svolgere la professione di librai e stampatori e tenere scuole di danza, musica e ballo.

Tuttavia si riteneva ancora nel 1848 che gli Ebrei fossero sudditi, ma non cittadini e quindi che non potessero svolgere le professioni connesse con i diritti politici che presupponevano la fede cattolica: non il soldato, il magistrato, il notaio, le alte cariche del Governo, il professore o l’istitutore, l’avvocato patrocinante[10], il procuratore legale[11].

Nel campo commerciale la convinzione comune era che un ebreo non potesse possedere la buona fede necessaria al traffico, che mancasse di fede ai patti e di moderazione nei guadagni e che si vendicasse duramente contro chi fosse considerato oppressore nelle contrattazioni[12].

La presunzione in capo agli Ebrei di pravità determinava dunque una certa regolazione dei rapporti commerciali. Ancora in una decisione senatoria del 2 dicembre 1729 si stimavano gli Ebrei pravi e tristi.

Il Re franco Clotario adottò la soluzione radicale del Concilio V di Parigi per cui nessun ebreo poteva intentare giudizio contro un Cristiano[13].

Napoleone stesso riprenderà la legislazione di Clotario e imporrà ai contadini di fare con gli Ebrei solo contratti d’immediata esecuzione e per l’effetto farà considerare non valevole in giudizio qualsiasi titolo di credito contro la gente di campagna[14].

Inoltre preciserà che debbano essere messe a carico della università ebraiche “oltre le multe pecuniarie tutte le spese di processo, custodia, manutenzione ed indennizzazione per delitti di fraude e d’inganno che da’ suoi membri ed amministrati si commettano[15].

Già Riccardo Cuor di Leone[16] stabilì che ogni loro contratto si facesse in pubblico, in presenza di testimoni, e se ne stendessero tre copie: una per il rappresentante del fisco, l’altra per un probo-viro, la terza per l’Ebreo creditore: tale sistema era deputato a far sì che l’Ebreo non potesse alterare il contenuto della scrittura.

Lo stesso Statuto di Genova del 1752 stabilisce che il contratto venga registrato in apposito libro oppure che intervenga un sensale cristiano[17].

Il Codice estense del 1771 prevede che “Ne’ libri de’ loro negozii non dovranno gli ebrei scrivere in lingua ebraica, ma bensì in lingua comune, che possa essere intesa da ognuno sotto la suddetta pena di scudi venticinque in caso di contravvenzione”.

Le Costituzioni ordinano agli Ebrei di tenere un libro in cui i contratti di vendita o di prestito fossero registrati[18] e di darne nota ogni mese alla segreteria del Tribunale di loro residenza[19]  che dovrà provvedere a registrare ogni mese le operazioni in un libro  “darà intiera fede tanto in giudizio, che fuori”[20]; vietano inoltre agli Ebrei di ricever o comperar o permutare cose di sorta dai minori[21].

Già il senatoconsulto Macedoniano[22] concesse il rimedio pretoreo dell’exceptio ai filii familias (i sottoposti all’autorità e al potere del pater familias) attraverso il quale essi potevano annullare le pretese dei creditori che avevano prestato loro denaro a mutuo senza il consenso del pater.

Fu in sostanza proibito dare in prestito danari ai figli di famiglia e ad altri discendenti soggetti al patrio diritto sotto pena di perderli e colla privazione al mutuante di ogni azione per ripeterli ancorché divenuto il figlio di famiglia di pieno suo diritto, o per l’emancipazione, o per la morte del padre, essendo una tale eccezione perpetua per esser nullo dal suo principio il contratto.

Il Senatoconsulto vietava però solo il prestito in contanti, non già in altra specie come grano, vino, olio ed altre cose, che consistono in peso e misura.

Giovava al padre e al fideiussore. Il figlio di famiglia non poteva rinunciare al beneficio di questo Senatoconsulto, perché non tutelava tanto il figlio, ma era stato emesso anche in odio dei creditori ed usurai per favorire il rinunciante ma pure il genitore e la pubblica utilità.

La morte del pater era ininfluente e così il conseguimento da parte del figlio di una qualche dignità.

Diversa però era l’ipotesi in cui il debito fosse stato contratto dopo aver conseguito una dignità che scioglieva dal patrio diritto.

Il soldato generalmente poi non poteva godere di tale beneficio. E così per il figlio che abitando separatamente dal padre esercitasse un’attività economica indipendente, oppure se sciolto dal vincolo paterno, avesse riconosciuto il suo debito, si fosse nuovamente obbligato, avesse pagata parte del debito ovvero dato un pegno.

Il Senatoconsulto non valeva ancora se il figlio di famiglia pur avendo contrattato all’insaputa del padre, avesse ottenuto da lui ratifica dell’affare tacita od espressa; del pari se l’affare fosse stato trattato col consenso paterno; se infine il figlio avesse ricevuto denari che il padre avrebbe dovuto somministrare per esempio inerente a libri per gli studi, per gli alimenti, vestiario, ed altro necessario.

La prescrizione che viene ripresa dalle Costituzioni verrà sostituita nel Codice sardo del 1837 dalla disciplina degli articoli 1919-1925 che ha tenore analogo al senatoconsulto Macedoniano[23].

Le Costituzioni  vietano poi agli Ebrei di contrattare, permutare, impegnare o trafficare oggetti che siano stati utilizzati per il culto divino[24] o di acquistare e vendere beni da persone sconosciute o sospette[25]. Queste disposizioni vennero sostituite dall’art. 688 C.p. del 1839.

Gli si impone nel caso di smarrimento di pagare il pegno secondo il valore indicato dal compratore[26], di non poterlo trasferire, salvo che nel caso di guerra o di peste e manifestando comunque il tutto in anticipo e con una pubblica grida[27].

Non a tutti gli Ebrei era poi concesso di tenere banchi di prestito con pegno, ma solo ad alcuni con autorizzazione regia, sebbene tutti gli Ebrei potessero esercitare il mestiere dell’usura[28].

(Continua)


[1] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 89 e ss.

[2] E ciò perché la piazza di farmacista era considerata bene immobile.

[3] Forse perché la laurea era in fisica, medicina, chirurgia e farmacia e quindi chi diventava fisico diventava anche medico e farmacista. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 72.

[4] Tit. IX par. XV del Codice estense del 26 aprile 1771.

[5] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 68-69.

[6] Tra gli altri Bonifacio IX, Giulio III, Giulio II, Leone X, Innocenzo VII, Giovanni XXII, Benedetto XIII, Paolo III, Pio IV.

[7] Altri invece gli furono nemici: Eugenio IV, Niccolo V e Calisto III.

[8]  Si ricordano qui Ferdinando I di Napoli, Galeazzo Maria Sforza e Guglielmo Gonzaga di Mantova. Cfr. G. LEVI, op. cit., p. 199 e ss. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 14.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 91.

[10] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 70. La laurea in legge era preclusa ancora nel 1848.

[11] Perché gli Ebrei erano considerati infami per diritto canonico e quindi non potrebbero diventare nobili come è successo ad alcuni procuratori. Tuttavia era possibile esercitare davanti al Tribunale mercantile perché permesso dall’art. 670 del cod. di commercio. J.  SESSA, Tractatus de Judaeis, op. cit.

[12] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 54.

[13] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 86.

[14] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 87.

[15] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 88.

[16] 1157-1199.

[17] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 53.

[18] Il paragrafo 4 stabilisce che “Dovranno gli Ebrei notar’ in un Libro i Contratti di Compra, Pegno, ed altri, che faranno co’ Criftiani, defcrivendo il nome, e cognome delle Perfone, con fpecificazione delle cofe contrattate,  fotto la pena, che fopra”.

[19] Al paragrafo 5 era sancito un altro obbligo che riprende analoga norma emanata da Carlo Emanuele I il 19 ottobre del 1620. “Di mefe in mefe fotto la fteffa pena dovranno dare la nota al Segretario del Tribunale, ove dimoreranno, delle fuddette Compere, e de’ Pegni, efprimendo chiaramente tutte le circostanze, fopra le quali avranno convenuto”.

[20] Il paragrafo 6 dispone per la precisione che “I fuddetti Segretarj faranno tenuti di ricevere dette Confegne ogni volta che loro fi prefenteranno, e quelle fedelmente regiftreranno, fotto la pena di Scudi venticinque d’oro, in un Libro a ciò deftinato che dovrà  da effi di mefe in mefe fosfriversi, ed al quale fi darà intiera fede tanto in giudizio, che fuori”. La giurisprudenza ci mise un po’ ad adattarsi a questa disposizione tanto che nel 1729 una sentenza stabilì che i libri dei mercanti ebrei fanno fede in giudizio “provata la buona riputazione del mercante”. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 159.

[21] Il paragrafo 3 prevede che “Sarà ad effi interamente proibito di comprare, permutare, o pigliare Pegni dalle Perfone Minori, o da Figliuoli di famiglia, che non vivano feparatamente dal Padre, sotto la detta pena di Scudi venti cinque d’oro”.

[22] L. 4. Cod. “Derivò questo Senato Consulto da un tal Macedone infame usurajo il quale soleva somministrare denaro a figli di famiglia, e giungendo il tempo della restituzione, né avendo modo di farla insidiavano la vita, e macchinavano la morte dei Genitori per succedere nei loro beni, e cosi pagare. Teofilo lo deduce da un tal Macedone quale essendosi caricato di grandissimi debiti sulla speranza di pagarli cessato di vivere il Padre, ma questi menando una lunga vita, e non avendo il figlio come sbarazzarsi dai debiti contratti uccise il Padre”.  P. VERMIGLIOLI, Elementi ossiano Istituzioni civili di Giustiniano imperatore, volume primo, edizione seconda, Francesco Baduel, Perugia, 1830, p. 175-178.

[23]1919. Il mutuo fatto ad un figlio di famiglia, benché maggiore, senza partecipazione e consenso del padre od altro ascendente alla cui podestà sia soggetto, è nullo, quantunque l’obbligazione siasi palliata sotto l’apparenza di un altro contratto, o siasi in altro modo fatta frode alla presente legge”.

[24] Il paragrafo 1 è risalente ad Amedeo VIII. “Non farà permesso a verun’ Ebreo di contrattare a titolo di Vendita, permuta, o pegno, nè in altro modo trafficare Mobili di veruna sorta, ori, o argenti, che abbiano fervito al culto Divino, o delle Chiefe, fotto pena di Scudi venti cinque d’oro, e del doppio valore della roba contrattata, oltre alla reftituzione da farfi gratis delle robe, che aveffero ricevute in pegno, permutato, o contrattato”.

[25] Il paragrafo 2 attribuito a Rex Vitt. Amed. riguarda anche i beni extra commercium. “Non ardiranno gi Ebrei, sotto pena del Furto[25], di comprare Vafi, o Arredi d’oro, o d’argento, o Gemme, o Veftimenta, o qualunque altra sorta di robe, che ad effi fi vendano, o si diano per vendere da Perfone tanto non conofciute, che fofpette, o quando convenir anno d’un prezzo affai minore di quello, che comunemente fi venderebbero”.

[26] Il paragrafo 7 già vigente dal 15 dicembre 1603, inerisce il caso di smarrimento del pegno. “Occorrendo, che gli Ebrei perdeffero qualche Pegno, dovranno pagarlo fecondo il di lui valore, e non potendofi fufficientemente verificare per altre prove, fi ftarà al giuramento del Padrone di effo”.

[27] Il paragrafo 8 del capitolo V disciplina gli spostamenti dei beni pignorati. “Non potranno portar’ i Pegni a loro confegnati fuori dei Stati noftri, e fe per accidente di Guerra, o di pefte (che Dio non voglia) foffero neceffitati di trasferirfi dall’una all’altra terra delle noftre Città, e Terre, sarà permeffo ai medefimi di feco trafportarli, manifeftando però otto giorni avanti la partenza con pubblica Grida quefta loro rifoluzione, acciocchè, fe alcuno de’ Proprietarj voleffe rifcoterli, abbia il tempo di farlo”.

[28] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 84. Il paragrafo 9 disciplina in particolare l’attività dei banchieri come già da Carlo Emanuele I il 19 ottobre del 1620. “I Banchieri Ebrei, a’ quali  è da Noi conceffo di poter preftare danari fopra il Pegno, dovranno fotto la fteffa pena dare il rifcontro a quelli, che vorranno far’ i Pegni con un Bullettino, in cui farà notato in lingua volgare il Giorno, Mefe, ed Anno, col Nome, e Cognome di chi gli avrà impegnati, e vi fi defcriverà diftintamente la cofa, che farà rimeffa in Pegno, la fua vera qualità, e quantità, il pefo, o numero, o la mifura rifpettivamente di effa”.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventiquattresima parte)

Il capo IV delle Costituzioni titola “Del segno da portarfi  dagli Ebrei”.

Questo Capo era destinato ad impedire che Ebrei e Cristiani avessero tra di loro rapporti.

Il paragrafo 1 delle Costituzioni che riprende analoga norma emanata da Carlo Emanuele I il 15 dicembre del 1603[1] prevede che “Tutti gli Ebrei, ed Ebree, toftoché faranno giunti all’età di anni quattordici, dovranno portare fcopertamente tra’ il petto, e braccio deftro un fegno di color giallo dorato di feta, o di lana, e di lunghezza un terzo di rafo, talmente ché poffano manifeftamente diftinguerli da’ Criftiani, fotto pena di lire venticinque per ciafcuno, e per ogni volta, che contravverranno”.

Il paragrafo 2 pone un eccezione al precedente. “Saranno però difpenfati dall’obbligo di portar il detto Segno in tempo, che fi ritroveranno per viaggio, finchè non ritornino alla loro abitazione”.

Abbiamo visto che le origini dei segni distintivi sono romanistiche, ma trovarono nuovo vigore a seguito di alcune vicende avvenute in Oriente[2].

Nell’831 e.V. il califfo Ali al Wathek divenne nemico degli Ebrei, a causa delle fraudolente pratiche di cui furono riconosciuti colpevoli nella gestione delle finanze, durante il regno del suo predecessore, e in seguito al loro rifiuto di ricevere il Corano come vera ed autentica rivelazione.

Tutto ciò determinò che fossero pesantemente tassati e obbligati a pagare grandi somme all’erario.

Il califfo Motavel, che gli successe nell’845 e.V. fu ancora più severo: li costrinse ad indossare cinture di cuoio a titolo di distinzione, comandò loro di andare solo su asini e muli con staffe di ferro, e li privò di tutti i loro onori, titoli e uffici.

Il suo editto si diffuse in tutti i luoghi soggetti al dominio turco e di qui all’Europa[3].

Le leggi venete del XIV secolo richiesero un segno distintivo perché gli Ebrei potessero essere riconosciuti ed espulsi dalle adunanze dei Cristiani.

Nel Regno pontificio Innocenzo III richiese agli Ebrei di portare un qualche segno distintivo[4]; nel 1464 dovevano indossare un mantello rosso: ne erano esentati soltanto i medici[5].

Carlo V prescrisse agli uomini di indossare un cappello giallo e un pezzo di tela gialla alle donne[6].

Le Costituzioni di Sua Maestà del 1770 imporranno identicamente a quelle del 1729 di portare scopertamente tra il petto ed il braccio destro un segno di color giallo dorato di seta di seta o di lana, e di lunghezza un terzo di raso.

Nel Codice estense del 1771[7] viene comandato, con poche esenzioni, ai maggiori di dodici anni di portare nel cappello un nastro rosso alto un dito.

A Venezia sin dal 1396 gli Ebrei dovevano portare sul petto una “O” gialla grande come un pane che successivamente si mutò in una berretta gialla, poi in un cappello rosso ed infine in una tela nera cerata[8].

E l’elenco potrebbe purtroppo continuare.

Il Capo IV verrà abolito in Piemonte solo nel 1816 e così accadrà anche per lo Statuto Genovese e nelle Leggi toscane, ma restrizioni simili erano ancora in vigore nel Ducato di Modena nel 1848.

(Continua)


[1] Il paragrafo 1 verrà abolito solo con la legge 1 marzo 1816.

[2] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 48.

[3] W. F. MAVOR, Universal history, ancient and modern: from the earliest records of time, to the general peace of 1801, Volume 13, The history of dispersion of the Jews, Hopkins and Seimour, New York, 1804, p. 28.

[4] G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 14.

[5] Per concessione del pontefice Paolo II. Cfr. G. LEVI, op. cit., p. 204.

[6] Simile a quello delle meretrici che però era di colore bianco.

[7] Tit. IX par. XV del Codice estense del 26 aprile 1771.

[8] Annali di Statistica Serie Terza volume 9, Tipografia dei fratelli Bencini, 1884, p. 170.

Il principe fannullone e la principessa Angelica

Mille anni fa, ai tempi del gigante Forsebuono, viveva un principe che si chiamava Sicurodisé.

E precisamente nel castello d’oro di Fuoridalmondo, ai confini del favoloso reame di Siamotutticontenti.

In quei tempi remoti il popolo del reame di Fuoridalmondo era spesso distratto da tristi pensieri; e così Sicurodisé ignorava di essere principe, del resto i cortigiani non gli avevano insegnato a darsi delle arie.

Secondo i folletti il nostro principe passava l’intera giornata a pensare di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina. E le fate del Mondosuperiore aggiungono che Sicurodisé era anche profondamente infelice.

Ogni sera rivolgeva al buon Dio la stessa orazione: «Grazie Signore, anche questa giornata è passata, aiutami ad affrontare quella che verrà, se verrà come credo, perché non so davvero che cosa fare del mio tempo».

Dopo questa sentita preghiera il principe abbandonava lo sconforto ed apriva il grande frigorifero di corte, rifornito di tante cose appetitose.

Manco a dirlo Sicurodisé mangiava in fretta ogni cibo succulento che si trovava  davanti: formaggio della valle senz’erba, prosciutto di maiale delle ghiande d’oro, cioccolato al latte di balena e alla fine, solo per golosità, torte prelibatissime e dietetiche al cento per cento che preparavano gli gnomi pasticceri dei grandi magazzini del regno.

Tutte le notti all’arrivo del mal di stomaco si pentiva di essere stato così goloso e gli veniva il broncio, ma ormai era tardi per piangere sul latte versato (più che versato, ingoiato) e allora si addormentava di schianto con una pancia tanto piena che rischiava ogni volta di scoppiare.

Sicurodisé russava come una ciminiera («Le ciminiere russano?» si interrogano i folletti) e sognava di essere re, di combattere mille battaglie e di sconfiggere tanti nemici muscolosi e potenti. Ma erano solo sogni perché ormai era talmente grasso che non riusciva neppure a fare una breve passeggiata nel giardino delle tartarughe Senzazampe, figurarsi se poteva combattere.

 Nonostante ciò le fate del Mondosuperiore avevano in serbo un’incredibile sorpresa.

In una dolce mattinata di primavera Sicurodisé decise (chissà perché…) di avvicinarsi, non senza una po’ di fatica, ad una finestra del castello e vide con grande meraviglia che una bellissima principessa stava per attraversare lo stretto ponte levatoio della Vitaveloce.

Ella aveva i capelli lunghi lunghi e gli occhi grandi grandi; indossava un vestito rosa morbidissimo, trapuntato con mille stelle azzurre che facevano brillare e profumavano anche il pavimento su cui camminava. Naturalmente il principe dimenticò immediatamente tutti i suoi problemi: s’innamorò perdutamente della straordinaria visitatrice e senza perdere tempo – perché era diventato prezioso ai suoi occhi – volle riceverla nella sala del trono.

Sulle prime Angelica, così si chiamava la bella principessa, si sentì un po’ disorientata da tanto onore, ma era pur sempre di sangue reale e di conseguenza troppo fiera per dare peso alla cosa; così si sedette alla destra di  Sicurodisé proprio come se fosse stata a casa sua, o meglio nel reame di suo padre, il re dei Mondiastralichenonesistono.

Sicurodisé non fece molto caso ai modi confidenziali della principessa, preso com’era in un discorso che, secondo le sue previsioni, avrebbe dovuto incantarla. Pronunciò quindi queste strane parole: «Non sono re, né possiedo un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo e sono sempre più grasso».

Lei lo guardò con aria interrogativa, vide che in testa portava una corona che aveva certo bisogno di una lucidata, ma che era pur sempre una corona. Osservò che il principe non era proprio in forma, così panciuto e ripiegato su se stesso, ma che era pur sempre seduto su di un trono.

«Quindi» si disse «i casi sono due: o questo re è completamente fuori di senno, ipotesi che mi rifiuto di prendere in considerazione, oppure si tratta di un servo che si è travestito da re nell’attesa che il suo signore rientri al castello».

Sicurodisé si era accorto che gli occhi della principessa luccicavano e così aveva creduto che anche Angelica si fosse innamorata di lui.

Ma la principessa dagli occhi grandi era solo e immensamente dispiaciuta e pensava: «Non posso aver fatto tanta strada per andare sposa ad un servitore, di conseguenza aspetterò nella locanda che il signore ritorni».

Detto fatto, Angelica prese congedo da Sicuro, con la scusa di riposarsi dal lungo viaggio sostenuto.  Il principe avrebbe voluto alloggiarla nel castello con il seguito reale, ma lei rifiutò con garbo.

Il motivo era semplice. La principessa era scossa da un terribile dubbio: «E se poi il signore tornasse mentre sono a tavola con un servitore, potrebbe mai credere che io sono la sua promessa sposa, o potrebbe pensare che non sono riuscita a distinguere un re da un servo? È decisamente più saggio aspettare alla locanda».

Così Angelica prese in affitto l’osteria delle Futurecertezze, un albergo a cinque  stelle e un pianeta, al confine del reame di Fuoridalmondo.

«Presto verranno gli ambasciatori» si diceva fiduciosa «per annunciarmi che il re è giunto e che mi attende con impazienza al castello».

E nell’attesa la principessa non stava certo in ozio, aveva tanti affari da sbrigare: al mattino si dedicava alle letture, perché era una fanciulla istruita.

I folletti ricordano che il suo libro preferito si intitolava Diventarericcainunminuto, ma le fate del Mondosuperiore non sono d’accordo e affermano che sfogliasse soprattutto e con piacere Esistoquandovadointv, un libro finto che aveva solo una copertina molto colorata. Tutti però sono concordi, anche le rane dello stagno secco, sul fatto che Angelica avesse tanti sogni e che fino a mezzogiorno era quasi sempre felice e sorridente.

Però nel pomeriggio la principessa cambiava completamente umore perché si dedicava alle faccende di suo padre, il re dei Mondiastralichenonesistono. Naturalmente questi era un sovrano assai importante e quindi pretendeva che la sua regale figlia diventasse una grande dama. Così la bambina Angelica non aveva un pomeriggio libero: i maggiordomi di corte la accompagnavano a scuola di danza dei cavallucci marini, alle lezioni di yoga cibernetico delle Winx, a quelle di cinese e mongolo del nord che potrebbe diventare presto la lingua dei Siamotutticontenti, e da ragazzina si era pure iscritta all’università di Senonmiparcheggiononsonoallamoda dove frequentava le famose lezioni del professore Lavorarestancamasenonlavoromiaddormento.

La notte era invece destinata alla mondanità: ogni sera però Angelica sceglieva un accompagnatore diverso, poiché uscire due volte con lo stesso principe l’annoiava mortalmente. Così era arrivata sul ponte levatoio con il cuore libero e leggero, mentre i suoi innumerevoli pretendenti si struggevano d’amore per lei e speravano a breve in un suo ritorno.

Anche Sicurodisé in gioventù avrebbe voluto movimentare un po’ la sua vita, ma la regina madre Sonoserenasenzadubbio aveva paura che si ammalasse e così non si era quasi mai mosso di casa, o per meglio dire di castello.

In verità una volta era andato alla spiaggia di Comesonoinforma, ma aveva rischiato di affogare perché non sapeva nuotare; quel giorno prese pure un’insolazione perché non aveva comprato la crema solare delle affascinanti lucertole Abbronzatedallalampada.

Un’altra volta Sicurodisé tentò di giocare a pallone con i terribili furetti, colpì la palla di testa e svenne mentre le fate del Mondosuperiore si coprivano gli occhi per il dispiacere.

Passò poi un secolo e Sicurodisé si prese un brutto raffreddore: la regina lo rimproverò perché tanti anni prima aveva osato giocare al pallone; certamente questa imprudenza aveva provocato quella spiacevole malattia.

Anche il principe come la principessa Angelica cercò di farsi un’istruzione, ma il primo giorno di università mangiò del formaggio avariato e gli venne la febbre per un anno intero (ma come già sappiamo rimase comunque goloso).

A quest’epoca non si spaventava tanto facilmente e anche se un poco malaticcio, si appassionò alla costruzione delle città: voleva diventare un famoso disegnatore di strade, cosa che gli sarebbe pure servita se avesse saputo di avere un regno, ma il famoso professore Costruiscotuttoio morì inseguito dai batteri del Mondosconosciuto e con lui finirono anche i sogni di Sicurodisé.

E iniziarono gli incubi. Il principe volle trovare ad ogni costo un lavoro e pure una moglie che gli piacesse almeno un poco. Non si sa bene perché gli vennero queste idee, forse perché non sapeva di essere re, ma i furetti non ne sono sicuri.

Di certo non si era mai visto prima che un principe volesse lavorare, tantomeno nel reame di Fuoridelmondo: qui sgobbano solo gli gnomi, ma per ingordigia di denaro, non perché ne abbiano davvero necessità. Ed i sudditi servono il sovrano: anche questo è un modo serio di occupare il tempo, ma non si guadagna nulla.

Né era mai capitato nel reame di Fuoridelmondo che un principe si fosse sposato per sua volontà: il matrimonio ai tempi lontani di Sicurodisé era preparato con larghissimo anticipo dalla corte che pensava solo alle ricchezze della futura regina; che i promessi sposi si piacessero almeno un po’ non interessava poi a nessuno, pare neppure a loro; o meglio importava forse alle fate del Mondosuperiore, ma perché sono spiriti inguaribilmente romantici.

Sicurodisé era così insistente che addirittura il giorno del Gufotriste la regina madre Sonoserenasenzadubbio chiamò a raccolta ogni servitore di corte compresi i giardinieri del Desertosecco. Pensarono che dovesse trattarsi di un’occasione importante: non era mai accaduto che a castello si facesse una riunione il 30 di febbraio; era risaputo che in quella data non uscissero dalle tane nemmeno gli Orchi delle Forestenere.

La regina madre ordinò che si scrivesse un editto col prezioso inchiostro dei Topiselezionatori e che la fine pergamena venisse consegnata al Gatto e alla Volpe che erano furbissimi e assai fidati.

Sonoserenasenzadubbio desiderava che il suo volere andasse – con la dovuta calma – un po’ in giro per il reame, almeno fino al giorno del Gufoallegro che, come tutti sanno, giunge ogni venti anni, se giunge. I folletti giurano che anche da lontano si potesse leggere questa frase: «Il principe Sicurodisé vorrebbe lavorare, ma solo per finta e quindi senza essere pagato».

I sudditi in verità non sapevano leggere, ma il Gatto e la Volpe si misero d’impegno con le chiacchiere e così davanti al portone del castello si formò una lunghissima processione di mendicanti che cercavano consigli gratuiti oppure che chiedevano denaro o ancora che facevano tutte e due le cose.

Sicurodisé li ricevette nella sala del trono con tanto entusiasmo. Ma lavorare gratis lo stancava mortalmente. Il giorno degli Allocchi si fece avanti tra la folla la Nanabaffuta. Povera donna aveva le gambe storte e contorte e una pancia quasi pari a quella del re che era ben più alto. Veniva dal paese degli Assetati, un reame vicino a quello di Fuoridalmondo. Gli abitanti di questo luogo fantastico erano perennemente ubriachi. Per la gran sete avevano prosciugato i ruscelli, i fiumi e i laghi e quindi si erano ridotti a bere vino e birra (il latte provocava loro un’intollerabile acidità di stomaco).

La Nanabaffuta non si reggeva molto bene in piedi, ma trovò comunque la forza di presentarsi: «Io sono la principessa Nanabaffuta trasformata in donna per il bacio di un principe astemio (prima ero una coppa di spumante). Posso proporti di arrivare alle stelle e di diventare re o imperatore se mi seguirai nel reame degli Assetati».

Sicurodisé rimase folgorato da tali e illuminanti propositi e in un battere di ciglio lasciò la corte – che tanto non sapeva di possedere – per correre verso il reame degli Assetati (si fa per dire “correre” visto il peso del principe  e le gambe malferme della Nanabaffuta).

Comunque sia l’entusiasmo durò poco. La Nanabaffuta non era una vera principessa, ma solo una convinta partecipante al concorso di Lacchédell’anno. Superfluo aggiungere che arrivò ultima e venne pure esiliata con un cappello da Asino nel paese degli Affamati. Sicurodisé non poté che tornare a casa con la coda tra le gambe. «Meglio fare il pensatore» si disse «che lavorare senza paga in un paese straniero».

Il termine “pensatore” gli piaceva di più rispetto alla parola “fannullone”, ma sapeva benissimo che in barba alle sottigliezze linguistiche non aveva più voglia di fare niente.

Ma torniamo alla nostra principessa Angelica. Un giorno arrivarono all’osteria delle Futurecertezze gli ambasciatori di Sicurodisé e la pregarono di recarsi al castello con tutto il seguito; dapprima la principessa rifiutò l’offerta: le era stato, infatti, insegnato che una dama del suo rango dovesse farsi desiderare; ma in seguito ad una nuova ambasciata decise di presentarsi con tutta la tranquillità e la faccia tosta di cui disponeva, una settimana dopo il giorno pattuito.

Il principe naturalmente era molto triste poiché, tanto per movimentare le solite riflessioni, cercava di spiegarsi gli strani comportamenti della principessa e ripeteva tra sé: «Sarà perché non sono re né ho un reame, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera che la mia bella fanciulla è tornata sui suoi passi? Ahimè, perché in aggiunta alla mia miseranda condizione doveva succedermi di cadere innamorato?» Dunque da qualche tempo aggiungeva alle sue orazioni serali pure quest’ultima considerazione; cosicché lo stesso buon Dio stava perdendo la pazienza oltre che la speranza di trovare a Sicurodisé un’identità che fosse di suo gradimento o di cui, perlomeno,  Sicuro potesse essere consapevole.

La principessa, dal canto suo, salì al castello nella più assoluta convinzione di trovare il re finalmente ritornato dalla battaglia; entrò nella sala del trono, a occhi socchiusi, per pregustare quella che sarebbe dovuta essere di lì a poco una meravigliosa realtà: l’incontro col suo signore, un fusto palestrato alto due metri, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e soprattutto con lo sguardo fascinoso e glaciale.

E’ superfluo descrivere la delusione di Angelica quando, aperti gli occhi, si ritrovò davanti il medesimo individuo sempre più grasso e ripiegato su se stesso e che tra l’altro non aveva nemmeno uno dei requisiti minimi da lei tanto immaginati.

«Mia signora sono contento che siate venuta a trovarmi» incominciò a dire il principe «ma come mai siete così giù di morale? Sarà forse perché non sono re, né possiedo un reame, un castello, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera? questo è vero purtroppo, però potrebbe supplire il mio amore… sì perché io vi amo dal più profondo del mio cuore…»

 Sicuro si aspettava di essere ricambiato con le parole rosse di un eterno amore, ma la poverina incominciò a correre come una pazza e guadagnò l’uscita in un baleno. Giunta sul ponte levatoio della Vitaveloce Angelica perse una scarpetta e ruppe il tacco dell’altra, così inciampò rovinosamente e cadde nel fossato dove vivevano i terribili coccodrilli reali.

Ma i coccodrilli avevano appena mangiato e stavano digerendo: quindi non la degnarono di uno sguardo; si sa che questi feroci animali quando digeriscono hanno gli occhi pieni di lacrime.

Così Angelica, per quanto bagnata, poté risalire sul ponte levatoio con una certa facilità: le stelle del suo vestito però non luccicavano più ed il rosa era diventato grigio; i capelli sembravano quelli della regina madre dopo una tempesta tropicale e gli occhi grandi grandi erano diventati piccoli e tristi.

Sicurodisé che nel frattempo era stato trasportato sul ponte levatoio non la riconobbe, e anzi la scambiò per la Nanabaffuta e impietosito le fece l’elemosina. Angelica si offese molto e disse con un filo di voce al principe: «Come è possibile? La vostra maestà non mi ha riconosciuto?»

«A dire il vero pensavo che fossi la Nanabaffuta ritornata dal paese degli Affamati» rispose  Sicuro che non era certo un campione di delicatezza.

«Ma vedo che c’è una scarpetta qui sul ponte levatoio: concedimi il tuo piedino e vedrai che se la calzerai non te ne pentirai».

Angelica non aveva alcuna intenzione di indossare la scarpetta, e anzi voleva tornare in tutta fretta nel reame dei Mondiastralichenonesistono.  Là c’erano bellissimi principi che attendevano e che, a guardare meglio, avrebbero potuto anche renderla felice.

Così disse a Sicuro: «Maestà sono davvero lusingata per il suo regale invito, ma devo tornare al più presto nel mio regno perché mio padre, il re dei Mondiastralichenonesistono, si è ammalato gravemente insieme a tutta la corte». Di solito Angelica non raccontava le bugie e quindi le crebbe il naso a dismisura con grande dispiacere delle fate del Mondosuperiore. La principessa diventò rossa e rossa e per scusarsi aggiunse: «Un giorno tornerò in questo reame e mi piacerebbe… mi piacerebbe che nell’attesa Vostra Maestà facesse un po’ di sport; anzi al proposito avrei da consigliare la famosa palestra Chidigiunadimagriscedisicuro».

Dice la fiaba che i furetti erano molto contrariati per quest’altra bugia condita con un crudele consiglio e quindi inventarono il proverbio “Moglie e buoi dei paesi tuoi”.

Ma Sicurodisé fu colto semplicemente da stupore e non seppe che rispondere, né si accorse che Angelica era stata poco sincera: il principe aveva, infatti, gli occhi foderati da un delizioso prosciutto di cinghiale che aveva ingoiato a colazione.

Così, partita la principessa, a Sicurodisé non rimase che cadere nelle meditazioni che ci vengono suggerite dagli gnomi: il principe era molto triste perché aveva confuso la Nanabaffuta con una principessa e la principessa Angelica con la Nanabaffuta; le uscite dal reame erano state poi disastrose e non aveva neppure imparato a lavorare gratis, cosa che invece riusciva benissimo persino ai sudditi del reame.

Il bilancio non era insomma di conforto, ma rimaneva però il caro pensiero di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina.

Questa occupazione non lo tradiva mai e in fondo lo aiutava ad ammazzare il tempo e poi c’era sempre il fornitissimo frigorifero di corte e i successivi pentimenti che lo facevano sentire vivo. Ma le fate del Mondosuperiore sussurrano che in realtà Sicurodisé pensasse alla promessa della principessa. Fatto sta che si iscrisse in palestra e il frigorifero reale rimase sigillato. Così tutti vissero felici e contenti nell’attesa del ritorno della principessa.

Ma la principessa Angelica non ritornò.

In effetti lo sanno anche le frivole cicale del Pratosempreverde che le principesse ritornano solo nelle favole.

E dunque  Sicurodisé  e tutti gli altri (tutti chi poi?) non vissero poi così felici e contenti.

Il nostro principe continuava come solito a ripetere:  <<Non sono re, né pos­sie­do un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo, sono sempre più grasso ed ora pure disilluso>>.

Il frigorifero era senza lucchetto ormai dal giorno dei Buonipropositi che veniva tutti i giorni e anche nelle notti buie.

Il medico di corte non gli prescriveva nemmeno più le analisi del sangue, perché la regina madre  Sonoserenasenzadubbio era fortemente depressa e si era convinta di avere un figlio di 15 anni e di 60 chilogrammi:  Sicurodisé di anni ne aveva 50 e ne dimostrava 80, pesava 200 chili ad essere ottimisti come lo sono le Fate del Mondosuperiore.

Così non si poteva andare avanti, ma nemmeno indietro in verità perché Sicurodisé ormai usciva dal palazzo solo in portantina ed il falegname del regno doveva fare il doppio lavoro per costruirne sempre di più imponenti.

In compenso i portantini facevano quasi sempre sciopero perché ricevevano lo stipendio solo quando il re digiunava, cosa che non accadeva ormai da mille anni  e dunque Sicurodisé rimaneva lunghe ore ripiegato sul trono sempre più instabile: il poveraccio attendeva che qualcuno passasse sul ponte levatoio e venisse a omaggiarlo.

Si era fatto pure installare un monitor di sessanta pollici  per controllare la posta elettronica e si era ammalato di epicondilite a forza di schiacciare il tasto di ricezione.

Ma arrivavano solo messaggi che lo facevano arrabbiare: c’era chi voleva vendergli una quota della vita eterna, chi un lavoro da un milione di dollari che però lui doveva anticipare, chi le pillole miracolose dei famosi Ciccionisnelli che fanno dimagrire i magri ed ingrassare i grassi e così via.

La tecnologia insomma non faceva per lui, era meglio tornare alle lettere scritte a mano, sì, ma a chi scrivere?

Forse alla principessa Angelica nel reame dei  Mondiastralichenonesistono?

Poteva essere un’idea in fondo, una come tante altre: “Cara principessa Angelica, da quando sei partita sento un grande vuoto che solo il frigorifero mi aiuta a colmare e gli gnomi pasticceri dei grandi magazzini del regno. Le torte sono molto buone in realtà, ma io mi sento un po’ triste e non ne conosco il motivo, forse  perché non sono re, né possiedo un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo, sono sempre più grasso ed ora pure disilluso? Non te lo so dire, ma fatto sta che anche la posta elettronica mi annoia a morte, vogliono sempre spillarmi dei quattrini e come tu ben sai io sono pure disoccupato, oltre che grasso. A proposito in palestra non ci sono proprio andato, ci va un paggetto al posto mio,  ma ora sono venuti tempi di crisi e mi sa che dovrò disdire l’abbonamento. P.s. Quando torni da me?”.

La lettera fu naturalmente scritta col prezioso inchiostro dei Topiselezionatori e venne consegnata al Gatto e alla Volpe che erano sempre  furbissimi, ma non così fidati come prima, visto che Sicurodisé non era riuscito a trovare un impiego nemmeno dopo aver chiesto di lavorare gratis, ma forse era colpa del giorno del Gufoallegro che giunge ogni vent’anni se giunge.

Comunque sia la reale pergamena partì dal reame di Siamotutticontenti e per una serie di combinazioni fortuite raggiunse davvero la principessa Angelica che però, come sanno pure i folletti ciechisenzaorecchie, era troppo indaffarata a postare video su  Pontelevatoio.king e non aveva tempo di leggere le lettere, a dire il vero era pure diventata allergica alla carta e quando doveva annotare qualche cosa di importante preferiva scattare una foto col telefonino reale.

La lettera di Sicurodisé rimase quindi circa un secolo sulla scrivania e gli acarindisturbati fondarono sulla busta  una nuova  e proliferante città, poi avvenne un fatto strano: la  principessa starnutì a 160 chilometri all’ora imprecando contro l’aumento ingiustificato degli I-POD, vide che la lettera era così impolverata che ormai aveva cambiato colore e la buttò nel fuoco.

Dobbiamo dire che lo Spirito del focolare si impietosì e decise apparire in sogno al principe fannullone,  naturalmente al posto della principessa.

Sicurodisé una notte si addormentò dopo aver trangugiato un cosciotto di montone fritto e sognò appunto di ricevere un dispaccio dallo Spirito del focolare che si era travestito da playstation giapponese taroccata e diceva: ”Sono lo Spirito del focolare della principessa Angelica, purtroppo la sua lettera, regale Maestà, è andata perduta, ma non disperi perché l’increscioso incidente è successo per caso, in verità la principessa è allergica alla carta; Ella dovrebbe  avere la pazienza di trovare un metodo di comunicazione più sterile: le consiglierei di riprovare con un social network, magari Pontelevatoiopuntoking”.

Quando si sveglio  il principe convocò subito l’oracolo di corte per sapere se il sogno nascondesse un triste presagio.

Dopo lungo consulto l’oracolo svelò, non senza qualche timore, il complicato enigma: ”Maestà la nostra risposta non piacerà alle sue orecchie regali: per accedere a Pontelevatoiopuntoking  ci vuole la carta di credito”.

Il responso gettò Sicurodisé nello sconforto più assoluto, perché non si era mai visto un principe con la carta di credito:  i reali a quel tempo mica andavano a fare shopping…

“Caro oracolo, ma sei certo di questo responso? Nemmeno Angelica possiede una carta di credito…ne sono sicuro”.

“Certo che non ce l’ha, ma le donne su  Pontelevatoiopuntoking non pagano come in discoteca…” replicò l’oracolo fattosi più baldanzoso.

“Va bene, magari mi iscriveranno a credito, in fondo tra qualche secolo potrei anche diventare re…”pensò il principe fannullone, ormai già sulla pagina dell’iscrizione.

Una scritta sembrava donare una qualche speranza: ”Per iscriverti gratis clicca qui”.

Sicurodisé non se lo fece chiedere due volte e cliccò:  si aprì una pagina con 570 domande.

Pensò che si trattasse di una altro test psicologico: ne aveva appena compilato uno, si vede che andavano di moda. Ma le domande erano assai più complicate.

Ascolti abbastanza o spesso la musica tirolese?” Lo mandò subito in crisi perché non sapeva decidersi sugli avverbi.

Di fronte ai quesiti “Ti piacerebbe fare il giardiniere?” e “Sei appassionato di riviste di modellismo?” si chiese se il mondo stesse cambiando e se anche i nobili dovessero avere certe inclinazioni.

Ma anche “Sei magro o falso magro?” proponeva un dilemma niente male. In assenza di specchi a palazzo optò per il falso magro.

La domanda numero 570 fu quella di svolta, stranamente aveva pure la spiegazione: “Hai la carta di credito? Pigia sì se vuoi conoscere tante belle principesse, pigia no se vuoi rimanere iscritto ”.

A lui interessava solo la principessa Angelica, e dunque cliccò no.

Comparve allora una scritta: “Complimenti, sei iscritto a  Pontelevatoiopuntoking. Digita il numero di carta di credito se vuoi accedere al database, contattare qualcuno o essere contattato”.

Lunga è la strada e stretta la via, viva Sicuro che si mangiò pure sua zia.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventitreesima parte)

Il Capo III è intitolato “Che non poffano gli Ebrei Acquiftare Beni ftabili”.

Sua Maestà Vittorio Amedeo II non desiderava che gli Ebrei acquistassero beni immobili, sotto pena in contrario della confisca; se per caso ne venissero in possesso perché il loro debitore non fosse solvibile dovevano rivenderli entro un anno a persone capaci di acquisto[1].

Il paragrafo 2 del Capo III stabilisce inoltre che “

Saranno altresì fotto la fteffa pena tenuti ad alienare que’ Beni, che prefentemente poffedono un’anno dopo spirate, che fieno le loro rifpettive condotte[2].

 Abbiamo detto che i rapporti col potere erano regolati da una condotta che era a tempo determinato e dunque questa norma conferma l’idea che gli Ebrei stanziati sul territorio dovessero continuare ad essere considerati stranieri.

Già presso i Romani il divieto di possedere beni stabili dipendeva dal fatto che esclusivamente il cittadino che godesse dei pieni diritti civili e politici poteva appropriarsene.

I popoli delle invasioni barbariche ritenevano poi che solo l’arimano, ossia l’uomo libero (e giammai la donna) poteva possedere beni immobili.

Con l’affermarsi delle grandi Monarchie che si basavano sul feudalesimo e sulla teocrazia, si ritenne che la proprietà fondiaria potesse acquistarsi solo con una investitura data dalla pubblica autorità; la padronanza assoluta del territorio in capo al sovrano era principio del diritto pubblico.

Poi si corresse un poco il tiro per evitare l’arbitrio, e si  considerò in capo al Principe il solo dominio eminente[3], ma esso bastava allo stesso per concedere o negare discrezionalmente agli stranieri la facoltà di possedere terreni od altri beni immobili nel suo territorio.

I sovrani sabaudi peraltro addussero anche una ragione insuperabile per non concedere il possesso di beni immobili ai Giudei: essi restavano stranieri e non potevano diventare cittadini perché non osservavano la religione di Stato che era quella cattolica.

E non potevano avere diritti perché non possedevano beni immobili.

Come appartenenti ad una nazione nomade estranea alla società cristiana,  anche quando  divennero sudditi, ebbero sempre diritti limitati come la plebe o i clientes romani che seppure considerati membri dello Stato non possedevano alcuni diritti[4].

Solo con un editto del 1572 venne concesso agli Ebrei di possedere beni immobili nei domini sabaudi, ma poi questa facoltà venne ristretta ai soli Ebrei di Nizza e poi anche tra loro solo ad alcune famiglie[5].

Si tenga però presente che l’interdizione dall’acquisto dei beni stabili non valeva per la categoria dell’Ebreo di Corte (hofjude) e ciò rientra nella mentalità che appunto conservava al Principe discrezionalità sul concedere o meno beni stabili. Benché l’Ebreo di corte appartenesse per sangue, per convinzione e per confessione al genere ebreo, formava tuttavia una specie a parte e assai distinta.

L’hofjude poteva, infatti, abitare ovunque vi fossero ebrei, comprare case d’abitazioni, vendere merci all’ingrosso e al minuto, formare con altri una Comunione, scegliersi il rabbino, avere Sinagoga e cimitero: tutte facoltà che per gli altri ebrei erano sottoposte a mille ostacoli e inceppate da mille restrizioni. L’hofjude inoltre era dispensato di portare sugli abiti il distintivo imposto agli altri ebrei[6].

Il divieto di acquisto e l’obbligo in ogni caso di rivendita verranno confermati con le leggi e le Costituzioni di Sua maestà del 1770, con le leggi patenti  del 1° marzo 1816[7] e 15 febbraio 1822[8] e con l’art. 28 del Codice civile sardo del 1837.

La ragione ottocentesca del divieto di acquisto risiederà nel fatto che i sovrani temevano il potere economico degli Ebrei, e che in particolare avrebbero potuto acquistare buona parte del territorio determinando uno squilibrio sociale.

La regola inerente la rivendita del bene immobile ipotecato venne posta invece perché i proprietari che ricorrevano all’usuraio sapendo di non poter rimborsare il debito preferivano lasciarli incolti e quindi ne scapitava l’economia e del resto gli Ebrei, non sapendo quanto tempo sarebbero rimasti su un dato territorio, non avevano alcun incentivo a far coltivare beni di possesso precario [9].

Sta di fatto che ancora nel 1848 i Giudei piemontesi non potevano acquistare beni immobili pena per alcuno la nullità[10] del contratto e comunque la confisca[11] trascorso il termine per la rivendita.

Era però loro lecito ricavare dagli immobili l’usufrutto, i diritti di albergamento, avere l’investitura dei diritti enfiteutici, effettuare locazioni[12] perpetue o trentennali, acquistare diritti reali (ipoteca)[13], redigere compromessi di vendita perché esso non trasferisce né il possesso, né il dominio ed acquistare[14] ai pubblici incanti beni immobili in nome e per conto di altri con dichiarazione per persona da nominare.

Agli Ebrei si riconosceva infine il diritto di kasagà in base a cui il padrone di una casa affittata ad un ebreo non era libero di locare ad altri israeliti. Ciò però poteva portare ad abusi ed allora ad un certo punto si ritenne solidalmente responsabile l’università locale ebraica per le pigioni che l’ebreo non avesse voluto corrispondere dopo aver impedito al padrone una successiva locazione[15].

Meno di cent’anni dopo con l’art. 10 del regio decreto 17 novembre 1938, n. 1728[16] Vittorio Emanuele III, ribadirà tristemente lo stesso divieto di acquisto e decreterà che “I cittadini Italiani di razza ebraica non possono… d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila; e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 ottobre 1936-XIV, n. 1743>>.

Inascoltata fu dunque la invocazione della dottrina ottocentesca che nel 1848 prendeva come modello Pio IX perché aveva emancipato gli Ebrei dalle antiche interdizioni[17] e che si augurava che Carlo Alberto avesse da preparare all’Italia più splendide sorti[18].

Del resto anche l’Inghilterra aveva concesso agli Ebrei in quegli anni di diritti politici e la stessa Prussia era sulla buona strada:  quindi c’era ottimismo.

L’unità della nazione era considerata cosa necessaria poiché solo in “un patto di Concordia che produce l’UGUAGLIANZA avanti la legge tra i cittadini, sta il RISORGIMENTO d’ITALIA[19].


[1] Il paragrafo 1  stabilisce che “Non farà lecito agli Ebrei di far acquifto de‘ Beni ftabili ne’ Noftri Stati, fotto pena della confifcazione di effi, e se in occafione di qualche efecuzione fopra i Beni del Debitore saranno aftretti a prenderne in pagamento, vogliamo, che paffato il termine del rifcatto, fieno tenuti alienarli a Perfone capaci un’anno dopo, fotto la medefima pena”.

[2] Meno rigoroso era il re di Sardegna Carlo Felice con riferimento alla Liguria aveva fissato nelle Regie Patenti del 1816 un termine quinquennale per la restituzione. Cfr. Gazzetta di Genova n. 20 di Sabbato 22 marzo 1822.

[3] Facoltà di far uso e di disporre del territorio, ma non in modo vietato dalla legge.

[4] Non quelli di cittadinanza attiva, né il connubium.

[5] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 100 e ss.

[6] G. LEVI, Op. cit., p. 267.

[7] Che estese a cinque anni il termine per la rivendita dei beni ipotecati

[8] Con cui si dispose che i beni immobili rimasti invenduti al 1824 (ossia acquistati durante il dominio francese) dovevano consegnarsi allo Stato perché li mandasse all’incanto. Le prescrizioni del 1816 e del 1822 invece non si estenderanno alla Liguria perché si trattava di leggi reali e quindi del territorio del solo Piemonte.

In Liguria, infatti, il territorio da occupare era così trascurabile che sarebbe stato sciocco preoccuparsi degli acquisti ebraici.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 82.

[10] Secondo questa dottrina non poteva però essere invocata dalle parti contrattuali, ma solo dal Fisco perché vi era una lesione di un principio di ordine pubblico. Tuttavia né nelle Regie Costituzioni, né nella normativa successiva vi è qualche riferimento alla nullità.

[11] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 15. Peraltro il principio era così radicato anche negli altri paesi che ancora nel 1836 gli Ebrei dimoranti in Svizzera che avessero voluto acquistare un terreno in Basilea avevano come unica scelta quella di diventare cittadini francesi.

[12] Si aggiunge però che siccome i Cristiani non potevano abitare nel ghetto dovevano locare gli immobili di cui eventualmente fossero proprietari in esso agli Ebrei stessi.

[13] Dai beni stabili andavano distinti i diritti stabili che erano di libera appropriazione per gli Ebrei, così si potevano ottenere le piazze dei farmacisti o dei causidici. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 107. In Modena era invece possibile acquistare i siti per i cimiteri e filatoi per lavorare la seta. Tit. IX par. XVII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[14] Per la dottrina, ma non per la giurisprudenza.

[15] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 121 e ss.

[16] In Gazz. Uff., 29 novembre, n. 264). – Provvedimenti per la difesa della razza Italiana. Il decreto verrà abrogato dall’articolo 1 del R.D.L. 20 gennaio 1944, n. 25.

[17] Il papa aveva stabilito che potessero vivere nei rioni contigui al ghetto e che potessero anche far parte della Guardia cittadina.

[18] “Ora l’astro di Carlo Alberto e di Pio IX è sull’orizzonte”. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 170.

[19] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 167.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventiduesima parte)

La Costituzioni piemontesi prevedevano dunque il divieto di costruire nuove sinagoghe, restando possibile il solo restauro.

Il paragrafo 1 Capo II riprende la regola degli Statuti Sabaudi del 1430: “Non potranno gli Ebrei edificare, né in veruna forma fondare nuove Sinagoghe, o ampliare, quelle, che aveffero, ed in ogni cafo contrario gli Uffiziali Noftri far demolire fubito quanto si foffe ampliato, e nuovamente edificato, permettendo loro nondimeno di riftaurare, e riparare quelle, che si trovano in effere”.

È Teodosio II nel 438 e.V.[1] a stabilire il divieto di costruire nuove sinagoghe o di abbellirle: in caso di trasgressione la sinagoga era trasformata in chiesa e a ciò si sommava un’ammenda di 50 libbre[2].

Anche Giustiniano riprese il principio “…ordiniamo che alcuna giudaica sinagoga non sorga per novella fabbrica: dato il permesso di rifare le antiche che minacciano ruina[3].

Le sinagoghe dovevano apparire in altre parole trasandate, vecchie, repellenti[4], in stridente contrasto con la maestosità e la bellezza delle chiese.

Chi al tempo di Giustiniano avesse costruito nonostante il divieto una sinagoga, avrebbe lavorato in realtà a favore della Chiesa cattolica, venendo adibito il manufatto a chiesa, anziché a sinagoga; e chi non si fosse limitato a riparare una sinagoga preesistente sarebbe stato privato dell’edificio e punito con una multa di 50 libbre[5].

Sino al 423 e.V. per la verità non poteva mutarsi la destinazione delle sinagoghe né in senso pagano, né in senso cristiano e lo stesso Giustiniano poi deciderà di mutare personalmente la destinazione a due sinagoghe.

Il divieto di edificazione nella storia non è stato però così rigido perché con il permesso del Papa o del Re era stata possibile anche la fondazione.

Si provvedeva all’edificazione per gli stessi motivi per cui ciò avvenne nella Palestina giustinianea: se gli Ebrei in un dato luogo erano molti e se soprattutto si potevano permettere l’edificazione.

Dato che si trattava di culto tollerato non si poteva alzare strepitosamente la voce durante il culto.

Il paragrafo 2 del Capo II limita in altre parole le modalità dei loro riti.

Si guarderanno d’alzare ftrepitofamente le voci nell’efercizio de’ loro Riti, ma faranno obbligati ad efercitarli con tuono modefto, e sommeffo”.

Già Gregorio Magno riteneva che fosse lecito occupare le sinagoghe quando l’eco dei canti si sentisse nelle Chiese vicine[6].

La legislazione che regge in casa sabauda a distanza di più di mille e trecento anni  cercava dunque pur sempre di rendere la religione ebraica poco allettante e di spingere i Giudei ad abbracciare non più il culto dell’Imperatore, ma comunque la religione cattolica[7].

Questi principi che vigevano anche a genova domineranno ancora la legislazione dell’Ottocento che richiamava gli usi ed i regolamenti sotto i quali l’osservanza del culto era tollerato[8].

Agli Ebrei in Genova si vietava però di partecipare ai culti cristiani in forza di una Bolla di Clemente XI del 1703, ma in Piemonte non vigeva tale osservanza[9].

Inoltre in osservanza delle prescrizioni del Consiglio di Trento si riteneva che gli Ebrei potessero avere diritto di asilo nelle chiese cattoliche, nei casi in cui era concesso ai Cristiani[10].

(Continua)


[1] Novella 3 del 31 gennaio.

[2] Anche se si poteva ricostruire la sinagoga distrutta (C.TH. XVI. 8. 25 e 27 del 423 e.V.) e rinforzare quella che stava per crollare (con Teodosio II e Valentiniano nel 39. C. I. 9. 18)

[3] C. 1. 9. 18. (19)

[4] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, Giuffré, Milano, 1988, p. 783.

[5] C. 1. 9. 18. (19)

[6] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, Giuffré, Milano, 1988, p. 691.

[7] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, Giuffré, Milano, 1988, p. 40.

[8] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 57.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 61.

[10] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 62.

[11] Il paragrafo 1  stabilisce che “Non farà lecito agli Ebrei di far acquifto de‘ Beni ftabili ne’ Noftri Stati, fotto pena della confifcazione di effi, e se in occafione di qualche efecuzione fopra i Beni del Debitore saranno aftretti a prenderne in pagamento, vogliamo, che paffato il termine del rifcatto, fieno tenuti alienarli a Perfone capaci un’anno dopo, fotto la medefima pena”.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventunesima parte)

Il Capo II è intitolato “Che non poffano gli Ebrei fabbricare nuove Sinagoghe, né alzare la voce nelle loro Uffiziature.”

Ancora nel 1848 si riteneva che il mosaismo fosse un culto tollerato.

Si considerava tollerato un culto di cui non era lecito l’esercizio in pubblico, ma che si permetteva perché ciò consentiva di evitare maggiori danni.

Così dove non c’erano sinagoghe si permetteva che gli Ebrei potessero raccogliersi in case private[1]: ciò corrispondeva del resto ad un uso antico, visto che sino al III secolo e.V. non esistevano le sinagoghe in quanto edifici.

Ma questo permesso era concesso a patto che non partecipassero alle cerimonie Cristiani o Cristiane.

L’interdetto relativo ai Cristiani affonda le sue ragioni nel Concilio di Antiochia convocato da Costantino nel 341 e.V.

Nacque dall’intento di impedire che la comunità giudaica di Antiochia che era una delle tre comunità ebraiche maggiori del mondo antico, potesse continuare ad attrarre i Cristiani.

All’epoca questi ultimi si rivolgevano al tribunale della sinagoga perché ritenuto più giusto; pronunciavano giuramenti nella sinagoga perché li ritenevano maggiormente vincolanti.

Gli Ebrei erano ritenuti abili medici ed esorcisti. Le cerimonie ebraiche erano accompagnate dalla musica, incenso e cerimonie di grande effetto che avevano presa sui Cristiani i quali sostanzialmente si recavano nella sinagoga come se andassero a teatro.

I Cristiani partecipavano anche ai digiuni ebraici e mangiavano il pane azzimo[2].

Sia il concilio di Antiochia, sia quello di Laodicea impongono la scomunica per chi partecipa a pratiche giudaiche o alle feste degli Ebrei[3].

Siccome poi gli Ebrei dovevano rispettare il sabato, accadeva spesso che i Cristiani accendessero i lumi in questo giorno nella sinagoga o nelle case ebraiche, cosa che la Chiesa non poteva tollerare tanto che li considerò gesti di superstizione[4] che comportavano l’allontanamento dalla Comunione.

Già nel Concilio di Nicea del 325 si era peraltro stabilito il divieto di celebrare la Pasqua con gli Ebrei[5].

In virtù di queste tradizioni e precetti il paragrafo 3 del CAPO II dispone: “Gli Ebrei, che abiteranno in quelle Città, nelle quali non abbiano Sinagoga, potranno recitare nel modo di fopra[6] i loro Uffizi nelle Cafe da effi abitate, ma non avranno libertà di introdurre, sì nelle Sinagoghe, che nelle dette Cafe verun Criftiano, o Criftiana per il tempo, che tali efercizi dureranno, fotto pena di Scudi dieci d’oro”.

Chi però turbasse e impedisse l’esercizio del rito in Piemonte poteva però essere  multato o nei casi più gravi incarcerato (art. 169 Codice penale sardo).

Nemmeno la forza pubblica poteva arrestare gli Ebrei durante il culto o comunque in sinagoga (così stabiliva lo Statuto ligure).

Ma il furto nelle Sinagoghe non poteva godere dell’aggravante per ragione del luogo[7]: questa regola avrebbe fatto storcere il naso ai Romani che consideravano le sinagoghe loca religiosa e dunqueil furtodi oggetti sacriera considerato sacrilego sin dal tempo di Cesare e di Augusto; alcune sinagoghe sino a che non venne riconosciuto alle Chiese dagli imperatori cristiani, mantennero anche il diritto di asilo.

Nel diritto romano giustinianeo invece le Sinagoghe non erano considerate cose sacre, sante o religiose: vigeva il solo divieto di bruciarle e ai soldati di acquartierarsi in esse[8]: la mentalità sabauda era  avvicinabile alla giustinianea perché la religione di stato era quella cattolica; del resto ed in prospettiva storica quelli sulle sinagoghe sono stati insieme agli interventi sulle dignità e sul divieto della leva militare, i primi provvedimenti con cui la dottrina cristiana entra nel diritto romano.

C’è da aggiungere però che i governi in generale quando le casse erano vuote, specie dopo la Rivoluzione francese, non si facevano soverchio scrupolo a requisire sia gli argenti e gli ori non destinati al culto della Chiesa, sia gli argenti presenti nelle Sinagoghe: né è un solare esempio quanto accadde nella Repubblica  Ligure nel 1798[9].

Aggiungiamo qui ancora qualcosa sugli ufficiali del culto per quanto le norme delle Costituzioni non se ne occupino.

I rabbini erano gli ufficiali del culto: quelli delle università maggiori avevano un potere gerarchico sui rabbini delle università minori comprese nel circolo delle maggiori.

Il titolo di rabbino si conferiva da un collegio di professori di teologia rabbinica, dopo opportuna frequentazione universitaria, anche se il rabbino doveva essere nominato ed approvato dal Regio Governo ed essere suddito, salvo eccezioni approvate, di Sua Maestà.

Mentre in Francia, almeno dal 1831, potranno godere anche di pubblica pensione e il pubblico tesoro si farà carico anche delle spese per la scuola rabbinica, non così avveniva in Piemonte che stipendiava solo i ministri dei culti protestanti e quindi le spese del culto venivano sopportate dalla Corporazione israelitica.

Il rabbino era inoltre rimuovibile per giusta causa dall’università israelitica. Nel 1837 diventerà anche ufficiale dello Stato civile. Poteva infliggere la scomunica e ciò, abbiamo detto, si verificava di sicuro se non veniva pagata l’imposta sul reddito presunto.

(Continua)


[1] Il paragrafo 3 riprende analoga norma emanata da Carlo Emanuele I il 15 dicembre del 1603:”Gli Ebrei, che abiteranno in quelle Città, nelle quali non abbiano Sinagoga, potranno recitare nel modo di sopra i loro Uffizi nelle Case da essi abitate, ma non avranno libertà di introdurre, sì nelle Sinagoghe, che nelle dette Case verun Cristiano, o Cristiana per il tempo, che tali esercizi dureranno, sotto pena di Scudi dieci d’oro”.

[2] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 520 e 534.

[3] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 550.

[4] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 535.

[5] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 529.

[6] Ossia senza alzare la voce e recitando in tono modesto e sommesso (v. par. secondo)

[7] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 56-57.

[8] Codex. L. 9. 1.9.4. Imperatori Valentiniano e Valente a Remigio, Maestro di cerimonie.

Devi comandare che chi entra in una Sinagoga ebraica come se si sistemasse per acquartierarsi, si abitui per questa ragione ad entrare in case private, e non in luoghi di culto”.

Data a Trieste il 6 maggio del 365 o 370 o 373. La disposizione è stata ripresa anche nel Codex Theodosianus (7.8.2).

[9] Cfr. A. RONCO, Storia della Repubblica Ligure 1797-1799, Fratelli Frilli editori, 2005, p. 264.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventesima parte)

3. La condizione degli Ebrei nelle Leggi e Costituzioni del 1729 di Sua Maestà Vittorio Amedeo II

Nel 1723 venne messa a punto una compilazione di Costituzioni ma fu ravvisata imperfetta, ed un’altra se ne promulgò nel 1729, ovvero quella che si commenterà qui di seguito.

Le Costituzioni sono divise in sei libri; il primo riguarda  l’osservanza del culto cattolico e le soggezioni imposte agli Ebrei ed è propriamente oggetto del presente contributo; il secondo attiene alla giurisdizione dei magistrati supremi e dei tribunali inferiori; il terzo riguarda il procedimento da tenersi nelle cause civili; il quarto le leggi penali ed il procedimento in materia criminale; il quinto investe varie materie speciali, come le successioni, i fidecommessi, le tutele , le subastazioni[1] e le gride per le vendite dei beni, le enfiteusi, le prescrizioni, il privilegio per l’ampliamento delle fabbriche ed il passaggio delle acque, le transazioni, la celebrazione e la conservazione degli atti notarili; il sesto investe in ultimo la giurisdizione camerale, i feudi, i diritti regali, i privilegi fiscali e la legge d’Ubena[2].

Queste Costituzioni all’epoca non potevano considerarsi leggi generali; ma costituivano eccezione al sistema del diritto romano, che formava la base della legislazione del paese.

All’epoca si osservavano ancora come leggi particolari gli statuti locali approvati dal sovrano, e le decisioni dei magistrati.

Si vietava invece severamente agli avvocati di citare nelle loro allegazioni i pareri della dottrina[3].

Le disposizioni che commenteremo rimasero in vigore per secoli a partire almeno dal 1430[4], senza contare il fatto che sono per la maggior parte di derivazione romanistica: alcune verranno sostituite con discipline di analogo tenore da quelle codicistiche civili e penali emanate per il Regno di Sardegna tra il 1837, il 1839 ed il 1859 e transiteranno poi nella codificazione post-unitaria: la differenza più marcata tra le Costituzioni e le norme codicistiche risiede forse nel fatto che queste ultime non si riferivano ad una determinata etnia, ma regolavano solo una fattispecie a prescindere da chi la ponesse in essere: e ciò perché nell’Ottocento gli Ebrei divengono sudditi di Sua Maestà e nel 1848 con lo Statuto Albertino ottengono la pienezza dei diritti civili e politici.

Alcune disposizioni delle Costituzioni al contrario verranno specificamente e tristemente riprese dalle leggi razziali in epoca fascista, proprio con riferimento agli Ebrei: si pensi alle disposizioni sul divieto di famulato e sulla proprietà dei beni stabili.

Il Titolo VIII Capo I delle Leggi e costituzioni del 1729 è intitolato “Della segregazione degli Ebrei dai Cristiani”.

Gli Ebrei dovevano abitare obbligatoriamente in un ghetto che però non si trovava in tutte le città, ma solo in quelle ove gli Ebrei fossero tollerati; gli Ebrei che si trovassero in altri luoghi avrebbero dovuto recarsi entro un anno dalla pubblicazione delle Costituzioni, nei ghetti delle città ove erano appunto tollerati[5]. La norma era già presente negli Statuti Sabaudi del 1430.

La parola ghetto deriva dalla parola ebraica ghuoter che suona in italiano chiostro, o forse dai termini ghuazara o ghurororet che si possono tradurre con il vocabolo congrega.

La consuetudine già romana di assegnare case separate ai Giudei venne adottata anche nello Stato pontificio dal pontefice Paolo IV[6] in Roma ove una zona chiamata propriamente ghetto, ossia una strada separata, ma contigua alla città presso il Teatro di Marcello, venne istituita dal Pontefice il 26 luglio 1556 e Pio V provvide poi nel 1566 all’assegnazione delle case che stavano in quel perimetro[7]: la disposizione fu ripetuta da tutti i Papi sino a Pio IX che nel 1847 riaperse le porte di Roma agli Israeliti.

Regole simili si trovavano nella legislazione di Modena[8] ed in quella Toscana.

La ratio della segregazione stava nel fatto che si voleva evitare che i Cristiani abitando con gli Ebrei venissero a contaminarsi dei loro errori[9].

Durante la notte gli Ebrei dovevano restare dentro al ghetto pena una multa ovvero otto giorni di carcere[10], salvo il caso di incendio[11] sopravvenuto.

A Modena erano invece più “liberali” perché l’uscita era consentita in occasione di pubblici, o privati spettacoli, urgenze di traffico, e altri casi di necessità”[12].

Gli Israeliti dovevano inoltre tenere le porte chiuse e sotto la stessa pena non potevano far entrare o ricevere Cristiani[13].

A Modena addirittura nessun Ebreo poteva avere porta o finestra da cui si potesse uscire dal ghetto, a meno che la stessa apertura non fosse custodita con chiave da portinaio cristiano.

Le finestre che avessero il prospetto fuori dal ghetto dovevano avere la ferrata oppure essere alte da terra almeno sette od otto braccia.

Ogni Università ebraica doveva predisporre un’abitazione vicina al ghetto ove potesse risiedere il portinaio cristiano che doveva chiudere  i portoni pubblici al tramontar del sole e ad certi orari sigillare tutte le porte particolari[14].

Quanto alla ricezione di cristiani invece essa si riteneva possibile in Modena se fossero stati “medici, chirurghi, o levatrici in caso di bisogno, o altri assistenti in casa di malattia…”[15]

Nessun ebreo in Piemonte poteva abitare fuori del ghetto o prendervi bottega, pena una multa anche in capo all’affittuario[16]: il divieto non varrà però durante le pubbliche fiere e nei dieci giorni precedenti e successive ad esse[17].

Illustre dottrina annoterà nel 1834 che le regole sull’abitazione e sulle attività economiche erano insufficienti perché non si vietava agli Ebrei di dimorare o di aprire bottega nelle campagne[18].

Questa triste condizione muterà in parte solo in seguito. Le regie patenti del 24 maggio 1743 stabiliranno tuttavia che si potessero affittare terreni per porvi filature e locare stanze fuori dal ghetto per riporvi granaglie[19].

Un regolamento napoleonico stabilirà poi che un Ebreo debba avere “un negozio stabile ed aperto o che altrimenti non eserciti una professione”, pena il bando o la chiusura in una casa di lavoro a spese della Università ebraica sino a che egli non abbia imparato un mestiere che gli consenta di mantenersi[20].

L’art. 5 delle Regie Patenti 1° marzo 1816 disposero che “È agli Ebrei permesso di uscire per lo esercizio della mercatura e delle arti o dei mestieri, dai rispettivi ghetti, anche di notte tempo, con che però debbano rientrarvi prima delle ore nove di sera ed abbiano a munirsi perciò di una carta di pemissione[21] dell’Ufficio di Vicariato… da spedirsi loro gratuitamente[22].

(Continua)


[1] I procedimenti di vendita all’asta.

[2] Essa prevedeva, derogando alle leggi generali, che si potesse disporre per testamento dei propri beni a favore degli stranieri e che succedessero i viciniori di sangue in caso di successione ab intestato.

[3] V. F. SCLOPIS, Storia della legislazione italiana, volume secondo, op. cit., p 450.

[4] Si consideri che le prime norme in tutto rispettose del popolo ebreo giungeranno in Italia solo con la  Legge 8 marzo 1989, n. 101 (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., 23 marzo, n. 69). – Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.

[5] Il paragrafo 1 stabilisce che “Nelle città, nelle quali sono tollerati gli Ebrei, si stabilirà un Ghetto separato, e chiuso per l’abitazione di essi, e quelle famiglie, che si trovano sparse negli altri luoghi, dovranno un anno dopo la pubblicazione delle presenti andar’ ad abitare nelle dette Città, proibendo loro d’introdursi senza nostra licenza in quelle, nelle quali non sono per anco stati ammessi”.

[6] A dire la verità la Chiesa stabilì che i Giudei dovevano essere rinchiusi nel Ghetto in due concili del 694 tenuti in Toledo (il XVII ed il XVIII); per la precisione si dichiarò che gli Ebrei dovevano essere ridotti in schiavitù, rinchiusi nei ghetti, spogliati di ogni privilegio, soggetti alla confisca di ogni bene e messi nella condizione di non poterne più acquistare.  JEWS, Dissertazione sopra il commercio, usure, e condotta degli Ebrei nello Stato pontificio, op. cit. p. 6.

[7] V. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 38.

[8] V. il Titolo IX  del Codice estense del 26 aprile 1771.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 119.

[10] A Modena la multa era di 25 scudi (Tit. IX par. II del Codice estense del 26 aprile 1771).

[11] Il paragrafo 2 delle Leggi e costituzioni del 1729 parimenti presente nel 1430 recita: “Non usciranno dal Ghetto dal cadere sino al sorgere del Sole, se per avventura non si svegliasse in esso, o nelle di lui vicinanze qualche improviso incendio, o che altra simile giusta causa non li costringesse ad uscire, sotto pena di lire venticinque per ogni uno, e per ciascuna volta, e non avendo da pagarle, di giorni otto di Carcere”.

[12] Tit. IX par. VII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[13] Il paragrafo 3 inasprisce la segregazione: “Nel predetto tempo, che resta ad essi proibito il poter uscire dal Ghetto. Dovranno tenerne le Porte chiuse, e non ardiranno introdurvi, o ricevere alcun Uomo, o Donna Cristiana, sotto la pena sudetta”.

[14] Tit. IX par. V-VI del Codice estense del 26 aprile 1771.

[15] Tit. IX par. VIII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[16] Il paragrafo 4 è attribuito a Rex Vitt. Amed.:Non potrà verun Ebreo prendere Casa, o Bottega fuori del Ghetto, né verun Cristiano potrà loro affittare, o subaffittarne, sotto pena per gli uni, e per gli altri di Scudi dieci d’oro”.

[17] Il paragrafo 5 pone dunque un’eccezione al paragrfo 4: “Ne’ luoghi però, ne’ quali si faranno le pubbliche Fiere, potranno i Padroni delle Case dare, e gli Ebrei prender’ in affitto Case, e Botteghe fuori del Ghetto senza incorso di pena alcuna per il tempo che dureranno esse Fiere, a anche per dieci giorni prima, che comincino, e dopo che saranno quelle terminate”.

[18] F. GAMBINI, Della Cittadinanza giudaica, op. cit. p. 87.

[19] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 91.

[20] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 56-57.

[21] Che ricorda tristemente l’attuale permesso di soggiorno per gli extracomunitari.

[22] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 120.