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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XVII-XXX Sintesi e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XVII-XXX Sintesi e commento

Inf. 27 Bartolomeo di Fruosino, Dante e Virgil...

Inf. 27 Bartolomeo di Fruosino, Dante e Virgilio con Guido da Montefeltro tra i Falsi consiglieri, 1420 ca. (Photo credit: Wikipedia)

XXVII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella ottava bolgia: sempre tra i consiglieri fraudolenti. Un’altra fiamma interroga Virgilio: Guido da Montefeltro[1] (vv. 1-30).

Dante gli dà notizie sulle condizioni politiche della Romagna (vv. 31-54). Guido gli rivela l’inganno tesogli da Bonifacio VIII, con un’asso­luzione invalida ed illecita, e la storia della sua dannazione: Guido era stato indotto da Bonifacio VIII a dare un consiglio frodolento sul modo di prendere Preneste, sicuro dell’assoluzione datagli dal Papa prima ancora del peccato (vv. 54-111).

Guido racconta a D. che alla sua morte, accadde un breve contrasto tra S. Francesco ed il demonio, per il possesso della sua anima, contrasto vinto dal diavolo per l’invalidità dell’as­soluzione papale precedentemente al peccato, al quale non era seguito il pentimento (vv. 111-136).

XXVIII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella nona bolgia. I poeti, stando sul ponte della nona bolgia, vedono passare i seminatori di discordie, di scandali e gli scismatici[2] (vv. 1-21), mutilati dalla spada di un demonio.

Tra costoro vi è Maometto[3], col ventre squarcia­to, che gli indica il genero Alì [4]che cammina davanti a lui, e manda un monito a fra Dolcino[5] (vv. 22-63), Pier da Medicina[6] (vv. 64-95), Caio Curione[7] (vv. 96-102), Mosca Lamberti[8] (vv. 103-111), Bertrando dal Bornio[9], che porta la testa staccata dal busto e tenuta per le chiome a guisa di lucerna, apparizione tale, che D. avrebbe paura di descriverla, se non avesse coscienza di dire il vero (vv. 112-142).

XXIX Canto

Nell’ottavo cerchio, nella nona bolgia e nella decima dove stanno i falsatori[10] di metalli[11], di persone[12], di moneta[13] e di parola[14] .

D. riconosce tra i seminatori di discordie un suo paren­te: Geri del Bello[15] (vv. 1-39).

I poeti passano poi alla decima bolgia dove i falsatori di metalli o alchimisti sono puniti di lebbra o scabbia (vv. 40-72), e vi trovano Griffolino d’Arezzo[16] e Capocchio di Siena[17].

XXX Canto

Nell’ottavo cerchio, nella decima bolgia, corrono mordendo i compagni di pena i falsificatori della propria persona[18]: Gianni Schicchi[19], un truffatore fiorentino, e Mirra[20] che amò suo padre re di Cipro facendosi credere donna straniera (vv. 1-48).

I falsificatori della moneta sono gravati dalla idropisia[21], come maestro Adamo[22], un falsificatore del fiorino fiorentino che, tormentato dalla sete, maledice quelli che lo hanno indotto a mal fare, i conti di Romena, compiacendosi della pena che uno di loro, Guido, al punto di volerlo cercare, se potesse muoversi, per tutta la bolgia, pur di avere la soddisfazione di vederlo(vv. 49-90).

D. chiede a maestro adamo chi siano i miseri alla sua destra che fumano come la mai bagnate nell’inverno; l’altro risponde che si tratta dei falsario di parola: i bugiardi sono colpiti da febbre violenta[23]; adamo presenta a D. come esempi la moglie di Putifarre[24] e il greco Sinone[25], che entra in diverbio con maestro Adamo per essere stato da quest’ultimo così presentato (vv. 91-129).

Virgilio rimprovera Dante di aver seguito, con attenzione ed interesse, un litigio così volgare (vv. 130-148).


[1] Guido da Montefeltro (1222-1298), definito dal Villani (Cron., VII, 80) « il più sagace e il più sottile uomo di guerra ch’al suo tempo fosse in Italia », fu uno dei più ardenti sostenitori del partito ghibellino, sia con le armi che con le astuzie. Nel 1268 fu vicario in Roma di Re Corradino : nel 1274 fu capitano generale di Forlì ghibellina, e nel 1275 capitano generale di tutti i ghibellini di Romagna. In tale qualità combattè fieramente i guelfi per parecchi anni, infliggendo loro memorabili sconfitte: come al Ponte di San Procolo (1275) e a Reversano (1275), contro l’esercito guelfo bolognese, comandato da Malatesta da Verrucchio, e a Forlì (1282), contro un esercito angioino-pontificio, comandato dal francese Giovanni d’Appia e inviato dal pontefice Martino IV, d’accordo con Carlo d’Angiò, per pacificare la Romagna, ceduta alla Chiesa da Rodolfo d’ Asburgo nel 1276. In quest’occasione fu scomunicato, ma continuò a resistere fino a quando le soverchianti forze pontificie, condotte da Guido di Montfort (Inf. XII, 119), e la volontà dei forlivesi, orrnai stanchi della guerra, non lo costrinsero a venire a patti col Papa ed a subire la pena del confino. Nel 1289 ruppe il confino per recarsi a Pisa, che,  dopo la catastrofe del conte Ugolino, lo aveva eletto podestà e capitano generale nella guerra che si combatteva contro Firenze, ed ottenne parecchi successi, per quanto non riuscisse ad impedire la resa del castello di Caprona. Nel 1292,  conclusasi la pace tra Pisa e Firenze se ne tornò in Romagna, ottenendo nel suo passaggio attraverso la Toscana, onorevoli accoglienze da parte dei fiorentini e dei loro alleati : e in Romagna prese ancora viva parte alle lotte del paese impadronendosi di Urbino, che difese contro Malatestino, podestà di cesena. nel 1294 fu assolto dalla scomunica da papa Celestino V, e nel 1296 partecipò con gli altri signori di Romagna alle trattative con cui Bonifacio VIII cercò di pacificare  questa regione: ma poco dopo entrò nell’ordine francescano, morendo ad Assisi nel 1298. Dante, che nel Convivio (IV, XXVIII, 8) ha per questa figura di capo ghibellino parole di alta ammirazione (“lo nobilissimo nostro latino Guido montefeltrano”), sembra che lo abbia condannato tra i consiglieri fraudolenti non tanto per la sua astuzia, quanto – come vedremo – per colpire il vero responsabile della sua dannazione, Bonifacio VIII.

[2] I seminatori di discordie, di scandali e gli scismatici vagano nella bolgia orrendamente mutilati, con il volto o il corpo squarciato dalla spada di un demone: una volta compiuto il giro della bolgia, le ferite così richiuse vengono riaperte dalla lama del diavolo.Ogni tipo di mutilazione o ferita ha riferimento preciso con il genere di scisma o discordia provocato in vita

[3] Maometto (560-633). Fondatore della religione mussulmana, fu considerato uno scismatico nel Medioevo perché si pensava fosse un cardinale romano, che deluso per la mancata elezione a pontefice avesse fondato una propria setta creando in tal modo un vero e proprio scisma.

[4] Alì (597-661). Genero di Maometto, tra i suoi primi seguaci, si ribellò poi a lui, fondando la setta dello Sciismo.

[5] Fra Dolcino. Predicatore di una dottrina che, unendo agli ideali di Gerardo Segarelli e della sua comunità degli “apostolici” alcuni principi simili a quelli propugnati dai catari e dai valdesi, vagheggiava una confraternita ideale di cristiani uniti dall’esperienza privilegiata della comunicazione con lo Spirito e liberi dall’obbedienza a qualsiasi autorità ecclesiastica. La comunità, forte di circa 4000 fedeli in Trentino e in Valsesia, fu colpita dalla crociata bandita dal papa Clemente V ; Dolcino fu giustiziato nel 1307.

[6] Pier da Medicina. Personaggio incerto, lo si identifica con un Piero dei Biancucci dei signori di Medicina, città dell’Emilia, o con il nipote di lui. I commentatori antichi parlano di lui come di un gran seminatore di discordie, da cui trasse cospicui vantaggi.

[7] Caio Curione. Vissuto nel I sec. a.C., tribuno della plebe, tradì Pompeo a favore di Cesare. Secondo Lucano, fu proprio Curione a spingere Cesare, incerto, a passare il Rubicone e mettersi in guerra con il senato romano.

[8] Mosca de’ Lamberti. Vissuto a cavallo tra il l 100 e il 1200, fiorentino, gli si attribuivano grosse responsabilità nell’inizio delle lotte tra le famiglie di Firenze. Mentre la famiglia degli Amidei si era riunita per vendicare l’offesa di Buondelmonte, che non aveva mantenuto una promessa di matrimonio, Mosca li consigliò con la famosa frase: «cosa fatta capo ha», cioè cosa fatta non può disfarsi, occorre uccidere il traditore senza esitare e senza pensare alle conseguenze. Da qui una lunga serie di vendette e lotte civili.

[9] Bertran de Born (Bertran dal Bornio). Poeta provenzale e feudatario di Perigord. Suddito di Enrico II d’lnghilterra, si dice abbia istigato il figlio Enrico III, detto il Re giovane, a ribellarsi contro il padre.

[10] I falsari sono affetti e sfigurati da malattie ripugnanti, diverse a seconda del loro peccato: gli alchimisti sono puniti con la lebbra, i falsari della persona con la rabbia, i falsari di moneta sono affetti da idropisia e quelli di parola da febbre. Come in vita sfigurarono in vari modi la verità, cosi ora sono sfigurati e oppressi da malattie schifose. In questo canto Dante raffigura la pena degli alchimisti, affetti da lebbra e scabbia. I dannati addossati l’uno all’altro si grattano furiosamente; la loro pena è conseguenza diretta del loro peccato, ossia del manipolare metalli, specie piombo, che causa avvelenamento.

[11] Ossia gli Alchimisti, coloro che cercarono di trasformare i metalli meno pregiati in oro.

[12] Coloro che si fingono altri per trarne vantaggio.

[13] Coloro che coniano monete false.

[14] I calunniatori, spergiuri bugiardi.

[15] Geri del Bello. Cugino di Alighiero II,  padre di Dante.  Seminatore di discordie, pare che fini ucciso da un tale Brodaio dei Sacchetti. Si mostra adirato con Dante perché ma fino al 1300 nessuno della famiglia lo aveva ancora vendicato.

[16] Griffolino d’Arezzo. Alchimista, morto prima del 1272, arso come eretico per accusa di Albero o Alberto da Siena, confidente dell’allora vescovo di Siena. Si racconta che Griffolino promise per scherzo ad Alberto di insegnargli l’arte del volare; questi però gli credette e, visto che l’altro non poteva accontentarlo, s’infuriò talmente da mandarlo a morte.

[17] Capocchio da Siena. Conosciuto personalmente da Dante, aveva la specialità di imitare perfettamente le persone. Si diede all’alchimia e fu arso per questo nel 1293.

[18] I falsari di persona, afflitti da una rabbia feroce che li fa correre come maiali impazziti fuori dal recinto. La rabbia ricorda la bramosia e l’ avidità che li ha condotti in vita a fingersi altri, e la loro furia è la pazzia che stravolge l’identità, come in vita cambiarono la propria.

[19] Gianni Schicchi dei Cavalcanti. Fiorentino contemporaneo. Abile nel truccarsi ed imitare gli altri, si sostituì a Buoso Donati sul letto di morte, dettando cosi al notaio un testamento con il quale assegnò a se stesso la migliore cavalla dell’armento di Buoso.

[20] Mirra. Mitica figlia di Ciniro, re di Cipro. Innamoratasi del padre si finse un’altra donna per potersi unire a lui. Ciniro, accortosi dell’inganno, voleva ucciderla, ma Mirra riusci a sfuggirgli, rifugiandosi in Arabia, dove fu tramutata nella pianta che porta il suo nome.

[21] Malattia del corpo che dimagrisce o si gonfia quando si forma un liquido in certi organi: fa venire una voglia smisurata di bere. I falsari di moneta hanno il ventre gonfio di cattivi umori, come i metalli vili che introducevano nelle monete d’ oro.

[22] Maestro Adamo. Vissuto nel 1200, dottore, di patria incerta. Giunse nel Casentino dove fu ospite dei conti di Romena, i fratelli Guido II, Alessandro e Aghilulfo II. Su loro incarico si mise a coniare fiorini falsi, mescolando tre carati di rame e ventuno d’oro. Arrestato a Firenze mentre spendeva tali monete, fu arso vivo nel 1281.

[23] Sono tormentati dalla febbre che li fa delirare falsando i sensi, come in vita confusero parole false e parole vere.

[24] Moglie di Putifarre. Personaggio biblico di cui non viene fatto il nome; invaghitasi dell’ ebreo Giuseppe e da lui respinta, lo accusò falsamente di averle usato violenza.

[25] Sinone. Personaggio dell’ Eneide: è il greco rimasto a Troia quando tutti gli altri finsero di togliere l’ assedio. Conquistata la fiducia del re Priamo, Sinone lo convinse ad introdurre il cavallo di legno dentro le mura  della città, assicurando che si trattava di un segno di buon augurio.

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