Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVIII -XXVII- cenni

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QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

Canto XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

  • Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

­ Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

­ Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

­ L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

­ Esempi di accidia punita gridate da due anime.

­ Dante si addormenta.

 QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

­ Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

­ Risveglio e ripresa del cammino.

  • Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

­ Virgilio spiega a Dante il significiato del sogno.

­ Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.
– Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

­ Papa Adriano V: parla di sé , della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

– Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

­ esempi di povertà e di liberalità.

 ­ Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

­ Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

– Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

­ Apparizione di Stazio[1], che spiega ai poeti la causa del terremoto.

  • Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

­ Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

 

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

­ L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

– Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

­ I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.
– Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

  • I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

­ Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine.

  • D. gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

­ Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del dolce stil novo.

­ Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

­ D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

­ I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

­ Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

– Tra la sesta e la settima cornice.

 ­ Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.
– I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i  lussuriosi avvolti nel fuoco.

­ Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

  • I lussuriosi, divisi in due schiere,  quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita

­ D. colloquia con Guido Guinizzelli.

­ Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

 

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

­ L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio

tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

­ Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

­ Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

­ Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia[2].

– Al suo risveglio si riprende la salita

­ Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

[1] Stazio, Publio Papinio, poeta latino (Napoli ca. 45-ca. 96). È noto come poeta epico per la Tebaide, in 12 libri, sulla guerra dei Sette contro Tebe e la rivalità di Eteocle e Polinice, e per l’incompiuta Achilleide, di cui restano 2 libri, ispirata alla leggenda di Achille a Sciro. Più vicine al gusto dei moderni e più spontanee sono le Selve, 32 poesie d’occasione d’argomento vario, improvvisate, dove sono impiegati, oltre all’esametro, metri e strofe della melica.

Sul rapporto tra Stazio e Commedia riporto il commento del Petrocchi sulla figura di Stazio: ” Assai diverso è il caso di Stazio (rispetto a Catone). Anzitutto va detto che Catone era un auctor indiretto per Dante, mentre la Tebaide e l’Achilleide erano libri sui quali s’era formata la cultura classica dell’Alighieri, come quella di tutta la generazione medievale sua e precedente la sua; le citazioni, le reminiscenze, persino le “traduzioni” dalla Tebaide s’inseriscono in tutto il tessuto inventivo della Commedia. Per le valutazioni critiche complessive che poteva avere un uomo dell’ultimo Medioevo, Stazio era da considerare uno dei massimi poeti latini, forse, per Dante, secondo soltanto a Virgilio, pari o quasi ad Ovidio, e mentre Ovidio poeta d’amore va ripudiato per accettare il messaggio spirituale di Virgilio e dei tempi nuovi, Stazio poteva rimanere nell’interezza dell’opera in quell’epoca conosciuta un auctor completo. E ciò sollecita Dante a tracciare una biografia di lui, che (a parte l’errore sul luogo di nascita, e la confusione col tolosano Lucio Stazio Ursulo pretore del periodo di Nerone) costituisce nel complesso un fatto nuovo nella Commedia, cui nulla toglie ovviamente il fatto che siano ignorate, come lo furono nel Medioevo, le Silvae, e cui molto aggiunge (non già sul piano erudito, ma per la cura con cui Dante intende costruire il suo personaggio) ciò che viene inventato o canonizzato: la circostanza che in vita sia stato preda dei peccati di accidia e di prodigalità, che ha scontato per tutto questo periodo nel Purgatorio e di cui ora s’è liberato, ora che il tuono proclama l’esaltazione della sua anima nel Paradiso, s’aggiunge alla questione tanto discussa sulla presunta conversione di Stazio alla religione cristiana, su suggerimento dell’annuncio dato da Virgilio nella quarta egloga:

quando dicesti: “Secol si rinova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe scende dal ciel nova”

(Purg., XXII, 70-72)

Dov’è la fonte di questa induzione dantesca? Anzitutto è da scorgere nell’analogia con quanto aveva scritto Vincenzo di Beauvais (che Secundiano, Marcelliano e Verriano s’erano convertiti alla religione cristiana sotto l’influsso della quarta egloga), poi nelle numerose allegorie di cui è costellata la Tebaide, nelle frequenti dichiarazioni ammirative per Virgilio, in alcune particolari figure staziane il cui significato morale venne colto anche dai primi commentatori della Commedia (di rilievo le parole con cui Guido da Pisa interpreta quale figura Christi il personaggio mitologico di Teseo, apportatore di pace), nella straordinaria fama che tutto il Medioevo nutrì per Stazio.

Alla luce di questa ammirazione dantesca, Stazio assume una funzione rilevante, di sostegno alla missione di Virgilio, e di apertura verso quella di Beatrice; e l’assolve nella lezione del canto XXV, in cui afferma la conciliabilità tra la ragione umana e la scienza divina (la conciliazione tra Virgilio e Beatrice) discutendo attorno al problema della generazione dell’uomo e alla continuità della vita dell’anima dopo la morte del corpo, che non è definitivo separarsi di anima e corpo, ma un momento della loro eterna simbiosi, in attesa che si ricongiungano all’atto del Giudizio universale, allorché si completerà il lungo periodo in cui l’anima razionale, creata da Dio in quanto “sostanza”, attua di nuovo il contatto con le funzioni sensitive e vegetative (non spente all’atto della morte, ma come sospese o attenuate nell’attesa di riprendere la loro definitiva efficienza). Le fonti del lungo ragionamento che Dante pone sulle labbra di Stazio, sono essenzialmente in Aristotele e in san Tommaso, ma non mancano accenni nella stessa opera di Stazio, insufficienti a spiegare il fenomeno, ma tali da suggerire a Dante l’impressione che il poeta latino si sia posto il problema.

Stazio, inoltre, è personaggio del Purgatorio anche sotto il riguardo della rappresentazione narrativa: c’è in lui quella dolcezza, unita ad affettuosità e a benevolenza, che caratterizza tutte le anime del secondo regno, e che trova il suo punto saliente nel momento in cui, appreso da Dante che l’altra ombra è quella di Virgilio, già s’inchinava ad abbracciar li piedi / al mio dottor sospinto da un moto irrefrenabile di filiale adorazione per il sommo poeta di Roma. E altri tratti, altre parole di Stazio contribuiscono a creare intorno a lui un alone d’umana simpatia, che è il modo con cui Dante si sdebita di quanto la lettura della Tebaide gli sia stata salutare ed essenziale per la sua formazione letteraria, non rinunciando a dipingere, dietro un altro dottore e un antico vate, l’immagine vivida d’un uomo”.

[2] La sorella di Rachele (che rappresenta la vita contemplativa) che, secondo il Tommaseo,  rappresenta la vita attiva necessaria dopo il pentimento per giungere alla vita contemplativa, “passo necessario tra Purgatorio e Cielo, tra la politica e la religione, tra Virgilio e Beatrice. Beatrice muove Virgilio, è mossa da Lucia, Lucia è mossa dalla Vergine. Lucia lo porta al purgatorio: nel sonno gli apparisce Lia, Matelda lo guida a Beatrice, Beatrice alla vergine”.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

TERZA CORNICE: SUPERBI, INVIDIOSI, IRACONDI – QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVII

CUSTODE:  Angelo della pace e della misericordia

 Dante sogna nuovi esempi di ira punita.

Lo distoglie dalle visioni l’angelo del perdono

 Dante e Virgilio salgono verso la quarta cornice.

Colti dalla notte i due poeti si fermano e V. spiega a D. l’ordinamento morale del purgatorio.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

 Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

 Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

Esempi di accidia punita gridate da due anime.

Dante si addormenta.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

 Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

Risveglio e ripresa del cammino.

Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

Virgilio spiega a Dante il significato del sogno.

Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.

Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

Papa Adriano V: parla di sé, della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

Esempi di povertà e di liberalità.

Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Apparizione di Stazio, che spiega ai poeti la causa del terremoto.

Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.

Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine. Gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del Dolce stil novo.

Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

Tra la sesta e la settima cornice.

Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.

I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i lussuriosi avvolti nel fuoco.

Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

I lussuriosi, divisi in due schiere, quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita. D. colloquia con Guido Guinizzelli.

Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia.

Al suo risveglio si riprende la salita

Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

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COMMENTO

Tra le tre e le cinque del pomeriggio dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua, ci troviamo nella terza cornice[1] a cui si accede, come per le altre, attraverso una scala, anche se meno ripida: il luogo è avvolto in un fumo denso, scuro e acre, tanto che si avanza alla cieca.

Il custode è l’Angelo della pace (che già era custode nella precedente cornice accanto all’Angelo della misericordia[2]).

I peccatori puniti nel canto (come in quello precedente del resto) sono gli iracondi che hanno come pena appunto quella di camminare avvolti da un denso fumo, nero e pungente per gli occhi e soffocante per la gola; recitano l’Agnus Dei (la preghiera della messa) e considerano esempi di misericordia e di ira punita, che appaiono loro sotto forma di visioni.

In vita si lasciarono prendere dai fumi dell’ira: ora camminano nel fumo denso e nero e siccome non conobbero misericordia, ora cantano l’Agnus Dei, implorando pace.

I personaggi descritti nel canto sono Marco Lombardo[3] e Gherardo da Camino[4]

Il tema generale principale concerne la teoria del libero arbitrio, per cui le cause della corruzione sono imputabili agli uomini e in particolare alla scomparsa dei due “soli” (le due guide: il Papa e l’Imperatore).

ELEMENTI PRINCIPALI IN PARTICOLARE:

1) Il discorso di Marco Lombardo. Si tratta di uno dei brani più importanti di tutta la Commedia per la comprensione del pensiero e dell’ispirazione dantesca. Qui il tema teologico, quello morale e quello politico si incrociano, a dimostrazione di come essi stiano necessariamente uniti in una visione globale della realtà umana come era quella di D.; d’altra parte il discorso di Marco Lombardo vuole rispondere ad una domanda di fondamentale importanza: quale è la causa del male nel mondo? Da notare è anche la posizione di rilievo data a questo incontro, che è collocato proprio nella parte centrale del poema.

Questi sono i momenti e i concetti principali in cui si articola:

  1. il male del mondo è da ricercare nell’uomo, che riceve sì il primo movimento delle sue azioni dalle influenze celesti, ma poi può decidere le proprie azioni e scelte grazie al dono più alto che Dio gli ha dato, cioè il libero arbitrio;
  2. l’anima nasce dall’amore infinito di Dio e tende naturalmente alle varie forme dell’amore, ma non sa ben distinguere fra i veri piaceri e quelli fallaci;
  3. per aiutare l’uomo a trovare la strada del vero amore, tanto in cielo quanto in terra, furono fatte le leggi e creati i due poteri, temporale e spirituale;
  4. da qui prende il via la celeberrima teoria dei due soli, teoria politica tipicamente medievale cui è da riferire l’intero pensiero dantesco, e ad essa si collega la consueta polemica con l’abdica­zione dell’imperatore ai suoi doveri e con l’arrogante corruzione pontificia, in termini molto simili a quelli del canto VI (nella valletta dei Principi);
  5. la nostalgia per i tempi antichi in cui la nobiltà e cortesia ancora vivevano nelle terre dell’Italia settentrionale, mentre oggi vi è solo la malvagità, e sono pochi coloro che ancora conservano le virtù degli avi.

Si tratta della tipica visione mitizzata del passato di cui c’è già un esempio nel canto XIV con la rievocazione (affidata a Guido del Duca) degli uomini nobili antichi di Romagna e ci sarà un altro esempio anche nel Paradiso (canto XVI) con Cacciaguida che rievocherà le antiche famiglie della Firenze sobria e pudica.

6. La celebrazione del <<buon Gherardo>>. Al termine di un discorso tanto significativo, Marco Lombardo cita come unici esempi di sopravvissuta virtù i tre vecchi Corrado da Palazzo[5], Gherardo da Camino e Guido da Castello[6]; già solo questo è sufficiente a fare risaltare in modo fuori dal consueto la dignità di questi tre vivi virtuosi in un mondo in cui tutto è corruzione. Ma poi D. insiste sulla figura di Gherardo, giocando sull’impossibilità di scambiarlo per un altro, e proiettandone quindi la figura in un’aura quasi di santità che fanno del nobiluomo trevigiano uno dei personaggi per antonomasia dell’opera, pur essendo appena citato.

RIASSUNTO

Il fumo che avvolge i due poeti nella terza cornice è così denso e scuro da far pensare al buio infernale o ad una notte senza stelle, ed è talmente acre che D. non riesce a tenere gli occhi aperti ( e riconosce implicitamente questo peccato come uno dei più legati alla sua persona), ed è costretto ad appoggiarsi alla spalla offertagli da Virgilio.

Nell’oscurità si sentono voci che implorano pace e misericordia, cantando in perfetta concordia l’Agnus Dei. Su richiesta del discepolo, V. gli spiega che a cantare sono le anime dei penitenti che scontano qui il peccato d’ira (vv. 1-24). vanno sciogliendo il nodo dell’ira.

Una delle anime avendo sentito la domanda di D. ed essendo quindi nel dubbio se D. sia vivo o meno, lo apostrofa per sapere chi sia: V. esorta D. a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione verso il passo del perdono.

D. risponde come ha richiesto Virgilio e narra all’anima brevemente il suo viaggio dall’Inferno al Purgatorio, poi chiede a sua volta all’anima di presentarsi.

L’altro allora gli risponde di essere Marco Lombardo, esperto del mondo e amante della virtù, che nessuno ora vuole seguire; gli conferma che la via percorsa è esatta, e lo prega di ricordarlo nelle sue preghiere quando sarà in Paradiso.

D. promette di pregare per lui e poi gli espone un dubbio che già prima si era presentato alla sua mente: qual è la causa del male e della corruzione che appesta il mondo, come già Guido Del Duca e ora lo stesso Marco hanno lamentato? È da attribuire alle influenze celesti o all’uomo stesso? (vv. 25-63)

Dopo aver tratto un profondo respiro, Marco Lombardo si lamenta della cecità del mondo, che fa risalire ogni cosa ai cieli. se tutto avvenisse per influenza celeste, sarebbe distrutto il libero arbitrio, né ci sarebbe una giustizia che premia il bene e castiga il male.

I cieli imprimono all’uomo inclinazioni iniziali: quindi tocca a lui distinguere e scegliere, con l’aiuto della libera volontà che, se ben allineata, vincerà qualunque battaglia con le inclinazioni disordinate dei cieli.

È vero che gli uomini sono sottoposti a Dio, ma sono liberi: Dio ha creato in loro la mente, che i cieli non possono dominare. Perciò, se il mondo devia dal bene, la causa e solo degli uomini (vv. 64-84).

Marco continua nella sua esposizione: l’anima, creata da Dio, che è felicità assoluta, tende naturalmente a ciò che le dà gioia; questa inclinazione, tuttavia, va guidata: perciò è necessario costituire delle leggi ed avere un sovrano che le faccia rispetta­re.

Ma se le leggi ci sono, ora non c’è chi sappia applicarle: il cattivo esempio del papa trascina con sé l’umanità tutta.

Roma, cioè la cristianità, ordinò il mondo a pace e concordia, e questo perché era solita avere due soli, due sovrani dipendenti unicamente da Dio, e l’uno era preposto alla felicità terrena, l’altro a quella celeste.

Ora però i due soli si sono spenti a vicenda: l’autorità spirituale si è unita a quella temporale, perdendo d’efficacia e contravvenendo alla volontà divina (vv. 85-114)

A conferma del suo discorso, Marco ricorda la corruzione della Lombardia, dove in passato, prima delle lotte tra Federico II e la Chiesa, albergavano cortesia e valore.

Solo più tre vecchi virtuosi ancora vi si trovano, suonando a rimprovero per le generazioni presenti, ma si trovano così a disagio che desiderano di ricongiungersi al più presto a Dio.

Tra questi è il buon Gherardo, sulla cui figura D. insiste per sottolinearne le virtù. Ma ora Marco Lombardo non può più seguirli, poiché il chiarore che trapela annuncia la fine della nuvola di fumo da cui egli non può uscire; quindi troncato il discorso, Marco torna indietro (115-145).

[1] Sono puniti nelle prime tre cornici coloro che ebbero amore per il male (superbi, invidiosi, iracondi).

[2] Nei canti X-XI-XII il custode è stato l’Angelo dell’umil­tà; nei canti XIII-XIV l’Angelo della misericordia; nel canto XV appunto gli Angeli della misericordia e della pace; nel canto XVI l’Angelo della pace.

[3] Uomo di corte vissuto nella metà del secolo XIII. Famoso per le sue doti di rettitudine e nobiltà d’animo, altero e pungente con i potenti, viaggiò di corte in corte nell’Italia settentrionale (e fu chiamato lombardo più per questo che non per la nascita di cui non si hanno notizie sicure). Per D. è il portavoce ideale della sua concezione etico-politico e religiosa.

[4] Capitano generale di Treviso dal 1283 al 1306 (e in precedenza di Belluno e di Feltre), uomo retto e valoroso, per cui è qui chiamato il buon Gherardo. Padre della scostumata Gaia e di Rizzardo, ricordato per la sua morte violenta nel canto IX del Paradiso. Fu in ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e probabilmente ebbe un ruolo nella morte di Jacopo del Cassero. D. sembra ignorare tutto ciò o comunque non ne tiene conto, come non tiene contro del suo guelfismo di parte nera. Fu protettore di letterarti ed artisti (già lodato da D. nel Convivio) e pare che sia stato conosciuto da D. personalmente.

[5] Fu vicario di Carlo I d’Angiò, podestà di Firenze nel 1276 e capitano di parte guelfa nel 1277; fu poi podestà di Brescia e di Piacenza. I commentatori antichi esaltano le sue doti di liberalità e le sue virtù cavalleresche.

[6] Forse ghibellino ed esule in Verona, dove D. può averlo conosciu­to; D. ne parla anche nel Convivio (IV, XVI, 6).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

PRIMA CORNICE: SUPERBI

CANTO X

Riassunto: D. e V. salgono per una stretta e tortuosa via alla prima cornice, dove ammirano insigni esempi di umiltà[1] scolpiti nel marmo candidissimo.

I due Poeti vedono da lontano le anime dei superbi, che avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

CANTO XI

Riassunto: Le anime avanzano curve recitando la parafrasi del Padre nostro[2]. Incontro con Olberto Aldobrandeschi[3], che condanna la superbia dei nobili. Colloquio con Oderisi[4], che mostra la vanità della gloria umana. Infine Provenzan Salvani[5] che racconta il suo atto di umiltà sulla terra[6] e accenna all’esilio di D.

CANTO XII

Riassunto: D. su aiuto di Virgilio, contempla gli esempi di superbia punita[7], di cui è scolpito il ripiano sul quale cammina­no. Appare l’angelo dell’umiltà, che rade la prima P dalla fronte del poeta e avvia i due pellegrini alla scala che conduce alla seconda cornice. Salendo lungo il ripido declivio, D. si sente più leggero di prima e V. gliene spiega il motivo[8]. D. si tocca la fronte e scopre che una P. è stata cancellata: V. sorride per l’ingenuità del suo discepolo.

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI

CANTO XIII

Riassunto: I due Poeti giungono alla seconda cornice, dove stanno gli invidiosi. Non vedono anime, ma odono risuonare nell’aria esempi di carità[9]. D. guardando innanzi si accorge che gli invidiosi stanno immobili, seduti lungo la parete, coperti di cilicio del colore della pietra, con le palpebre cucite (come si usa fare agli sparvieri per addomesticarli): si sorreggono a vicenda recitando le litanie dei santi, ascoltando voci cortesi che recitano esempi di carità e voci spaventose che recitano esempi di invidia punita. Incontro con Sapia[10], che ricorda la sua colpa e deride la vanità dei Senesi.

CANTO XIV

Riassunto: Due altri spiriti chiedono a D. di dove egli sia. Il poeta accenna con una perifrasi alla Valle d’Arno. Guido del Duca[11] allora pronuncia una fiera invettiva contro gli abitanti della Toscana e dice che il suo compagno è Rinieri da Calboli[12]. Descrive poi le dolorose condizioni della sua Romagna. I due Poeti riprendo­no il cammino e odono voci che gridano esempi di invidia punita (ad es. le parole di Caino “Chiunque mi incontrerà, mi ucciderà”).

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI -TERZA CORNICE: IRACONDI

CANTO XV

Riassunto: mentre i due Poeti sono volti ad occidente, vengono investiti da una luce intensissima: è l’Angelo della misericordia, che toglie a D. un’altra P. ed avvia i due pellegrini alla cornice superiore.

Mentre salgono, Virgilio chiarisce un dubbio di D. circa le parole di Guido del Duca ma D. non è soddisfatto della spiega­zione che gli sembra un paradosso. Sulla terza cornice D. è rapito da visioni estatiche[13], che gli presentano esempi di mansuetudine. Dopo tali visioni i due Poeti sono avvolti da una nera nube di fumo.

[1] L’Annuncia­zione; David danzante per riconoscenza a Dio; la regina Micol (figlia di Saul, fu data in sposa a David; derise l’entusiasmo del marito davanti all’arca dell’Alleanza e in punizione di questo fu da Dio resa sterile); l’imperatore Traiano ed una vedova che ottiene giustizia.

[2] Lodano e ringraziano Dio, uno e trino, offrendogli la propria volontà, quindi invocano la grazia necessaria alla redenzione ed il perdono dei peccati e Lo pregano di liberare gli uomini dalle tentazioni.

[3] Conte di Santa Flora nel Grossetano, ghibelino, che morì combattendo contro i guelfi.

[4] Famoso miniatore, amico di D. a Bologna.

 [5] Senese, ghibellino, che propose di distruggere Firenze al concilio di Empoli e morì sconfitto proprio dai Fiorentini.

[6] Elemosinare per un amico in prigione che gli valse il condono del periodo da trascorrere nell’Antipurga­torio.

[7] Lucifero che precipita dal cielo; Briareo (Gigante con cento braccia e cinquanta teste) trafitto dal dardo divino di Giove per aver aiutato i Titani; Apollo Pallade e Marte insieme al padre Giove che guardano la disfatta dei Giganti, la distruzione della superba Troia ecc.

[8] Quando le sette P saranno cancellate D. non proverà più fatica alcuna, ma il salire sarà piacere.

[9] I P. odono tre voci: la prima grida le parole di Maria alle nozze di Cana; la seconda ricorda il sacrificio di Pilade in luogo dell’ami­co Oreste; la terza grida le parole di Cristo agli apostoli: “Amate i vostri nemici”.

[10] Gentildonna senese (zia di Provenzan Salvani) di parte guelfa che odiava i ghibellini a tal punto da augurare la sconfitta ai concittadini di quella parte, poi avvenuta ad opera dei Fiorentini a Colle Val d’Elsa (1269).

[11] Visse tra il 1170 ed il 1250. Fu giudice e podestà in diversi Comuni della Romagna ed ebbe fama di uomo giusto e ospitale.

[12] Partecipò attivamente alle lotte che si svolsero in Romagna nel XIII secolo. Fu podestà di Parma e di molte città dell’Italia centrale.

[13] Ad es. la Vergine al Tempio quando cerca Gesù tra i Dottori.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto II – Sintesi e commento

ponte vecchio

Siamo sempre sulla spiaggia dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone.

I personaggi descritti nel canto sono due: l’Angelo nocchiero e Casella.

Il tema principale del canto riguarda lo stato d’animo sospeso ed incerto nella ricerca della nuova via verso la salvezza.

La luce del sole[1] è di nuovo protagoni­sta del Canto con due descrizioni (vv. 1-9; vv. 55-57); D. nel Purgatorio vedrà sorgere il sole per ben quattro volte prima di arrivare alla cima: la prima descrizione occupa ben tre terzine ed è molto elaborata; noi dobbiamo gustarla semplice­mente come una raffinatez­za lette­raria[2].

Sono circa le sei del mattino all’epoca dell’equino­zio di primavera (21 marzo), sorge il sole all’orizzon­te del Purgatorio mentre sta tramontando a Gerusalemme.

Tra i due luoghi corrono quindi 12 ore (180° di longitudine); gli altri due punti estremi della terra sono Le colonne d’Ercole (Cadice) ed il fiume Gange che sono equidistanti da Gerusalemme, cioè a 90°da essa.

Già nell’Inferno Virgilio ha spiegato il rapporto tra le tenebre e la luce nei due emisferi (c. XXXIV vv. 112-115; E se’ or sotto l’emisperio giunto/ ch’è opposito a quel che la gran secca/coverchia, e sotto il cui colmo consunto/fu l’uom che nacque e visse senza pecca: e ora sei giunto sotto l’emisfero astrale/ che è opposto a quello che copre la terra emersa, e sotto il cui punto più elevato, Gerusalemme, fu ucciso Gesù Cristo, l’uomo che visse e nacque senza peccato).

Gerusalemme si trova nel centro del nostro emisfero (perché è luogo dell’uma­na redenzione) ed è antipode al Paradiso terrestre (luogo della colpa dei nostri progenitori).

Il poeta spiega che il sole era giunto all’orizzonte[3], il cui cerchio meridiano era allo zenith di Gerusalemme (cioè a Cadice dove è mezzogiorno), mentre la notte, che per la volta celeste segue un cammino opposto al sole (che è nella costellazione dell’Ariete al tempo dell’Equi­nozio di primavera) usciva fuori dal fiume Gange (nella zona delle Indie orienta­li, dove è allo zenit, cioè è mezzanotte) insieme con la costella­zione della Libra che prende la figura dal segno delle Bilance, la quale cessa di accompagnarla (le bilance cadono di mano dalla notte) nell’equi­nozio di autunno, quando diviene più lunga della durata del giorno (cioè entra il sole nella costellazione della bilancia) (vv. 1-6) in altre parole il sole stava tramontando su Gerusalemme e sorgendo nel Purgatorio[4].

Il colore dell’au­rora, prima bianco e poi rosso, con il sorgere del sole è paragonato da D. a quello giallo-arancio delle guance di ex bella donna invecchiata, mentre i due poeti pensano al loro cammino (vv. 7-12)[5].

Ed ecco apparire improvvisamente una luce sul mare: giunge da un angelo nocchiero dal volto rosso[6] e dalle ali bianche[7].

Dopo un attimo di smarrimento Virgilio spiega a D. che si tratta dell’ange­lo di Dio, lo invita a inginocchiarsi ed a pregare (come era già avvenuto con Catone nel primo Canto), aggiunge che da quel momento in poi i ministri di Dio che D. vedrà avranno le sembianze di quell’angelo; V. conclude afferman­do che l’angelo non ha bisogno dei mezzi umani per condurre la navicella affidatagli in quanto gli sono bastanti le sue <<etter­ne penne>>. D. non può sostenere la vista dell’Angelo che si avvicina e china lo sguardo (vv. 13-39).

L’angelo si trova su una piccola barca (<<vasello snelletto e leggero>> perché ripieno di soli spiriti) con le anime dei penitenti[8] che cantano tutti insieme[9] un salmo celebran­te l’u­sci­ta degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto[10] (vv. 40-48).

Dopo un segno di croce dell’angelo[11] le anime discendo­no sulla spiaggia e l’angelo torna indietro (vv. 49-52).

Le anime sembrano smarrite e chiedono ai poeti la strada per salire alla montagna; Virgilio risponde alle anime che anche loro non sono pratici perché in realtà sono forestieri che vengono da una via <<sì aspra e forte>>, cioè dall’Inferno (vv. 53-66; cfr. Inf. I, 5: così è detto della selva oscura).

Appena si rendono conto dal respiro che D. è vivo, le anime si spaventano ed impallidiscono, ma poi si addensano intorno al poeta, come a <<un messaggier che porta ulivo>> cioè ad una persona che porta pace.

Una delle anime addirittura cerca di abbracciarlo e D. a sua volta tenta inutilmente tre volte di ricambiarlo[12] (vv. 67-81).

D. si meraviglia, l’anima sorride e D. la segue; appena l’anima si mette soavememte a parlare D. la riconosce e la prega di fermarsi: è l’amico Casella[13] che conferma a D. il suo amore anche dopo la morte e gli richiede le ragioni del suo viaggio. D. risponde che compie quel cammino in modo tale da tornare un’altra volta, dopo la morte, in Purgatorio; a sua volta D. richiede a Casella perché, nonostante sia morto da tanto tempo, arrivi soltanto ora in Purgatorio (vv. 82-93).

Casella replica di non aver subito alcun torto perché l’angelo nocchiero che fino ad allora gli ha rifiutato il passaggio, mette soltanto in pratica la volontà divina; aggiunge poi che, in ogni caso, da tre mesi possono salire sulla barca tutte le anime che lo desiderano[14].

Perciò Casella che allora volgeva lo sguardo al mare, dove l’acqua del Tevere diventa salata, benevolmente fu accolto dal nocchiero; il che si è verificato perché le anime che non scendo­no nell’Infer­no si raccolgono alle foci del Tevere (vv. 94-105).

Casella, che riporta D. ai ricordi terreni, intona con grande dolcezza e su richiesta del poeta la canzone del Convivio Amor che nella mente mi ragiona[1]; la dolcezza del canto risuona ancora, al tempo della narrazione, nell’anima del poeta (vv. 106-114).

Tutti, compreso Virgilio, dimenticano ogni altra cosa; soprag­giunge allora Catone (<<vecchio onesto>>) che rampogna le anime dell’indugio, le invita a spogliarsi della scorza che non permet­te di vedere Dio, e le fa correre verso il monte come <<colombi adunati a la pastura>> che <<lasciano star l’esca perch’assaliti son da maggior cura>>. D. e Virgilio si comportano velocemente nello stesso modo (vv. 115-133).

COMMENTO

 D. in questo canto recupera la Firenze, domestica e familiare, della sua gioventù; di questa città son parte i maestri e gli amici; il primo degli amici ricordati nel Purgato­rio è Casella.

Incontrerà poi Belacqua (canto IV), il giudice Nino (canto VIII), il Guinizzelli (conto XXVI), Sordello (canto VI) e Stazio (canto XXVI).

In tutti questi episodi vi sono degli elementi comuni: un moto di reciproco affetto ed il ritardo del riconosci­mento. Mentre nei successivi episodi a quello del presente canto il ritardo è giustificabile, non si può dire altrettanto per l’incon­tro con Casella, trattandosi di un amico morto da poco; ma ciò gli serve per porre l’accento sulla soavità della sua voce, da cui appunto, D. lo riconosce.

Altri elementi in comune riguardano il bisogno di stare insieme il più a lungo possibile e la necessità di conoscere l’uno la condizione dell’altro e infine il riprendere per un momento le consuetudini d’un tempo (la musica, appunto, con Casella).

In questo canto D. celebra la potenza della musica (solo qui profana) che per lui sia nel Purgatorio che nel Paradiso, è sempre definita <<dolce>>; ma qui poesia dolce significa anche <<dolce stil novo>>; così come è dolce e soave la voce di Casel­la, dolce e soave è il nuovo stile di cantare l’amore, lo stesso cantare amore suona dolce (come dice D. nella canzone che fa intonare a Casella); e nell’incontro con Guinizzelli D. ci dirà: <<Padre/ mio e de li altri miglior che mai/ rime d’amor usar dolci e leggiadre>>.

Ma come mai D. fa intonare a Casella una canzone dottrinale che in quanto tale, non andava musicata? forse perché originariamente anche le canzoni dottrinali (cioè da interpretare allegoricamen­te) erano in realtà canzoni d’amore spiritualizzato (D. chiede a Casella infatti di intonare un amoroso canto). Casella probabil­mente quando musicava e componeva per D. non sapeva che il poeta avesse un’intenzione allegorica e comunque l’allegorizzazione è posteriore alla morte di Casella.

Un po’ in tutta la cantica D. cerca di recuperare il dolce stil novo anche se ormai lo vede in maniera diversa e la più perfetta reinterpretazione ce la fornirà con il canto XXXIV: il giovane amore-passione diventa amore-virtù; la reinterpretazione trionfa in Beatrice, creatura terrena e celeste.


[1] Il Purgatorio che è regno dell’attesa e quindi si apre con il mattino, mentre l’Inferno che è il regno delle tenebre principia con la notte, e il Paradiso, regno della luce, inizia col pieno meriggio.

[2]  Molti critici hanno ritenuto che tanta elaborazione non fosse necessaria: in realtà essa nasce dal bisogno di D. di fornire nelle prime due cantiche riferimenti temporali, arric­chendoli in vari modi. D. in particolare usa la mitologia (e Aurora è personi­fi­cata anche nel Canto IX vv. 1-3) per innalzare la materia oppure l’a­stronomia sia per dare valenza universale al suo viaggio sia per concretizza­re il suo canto.

[3] L’orizzonte astronomico di un luogo è determinato dal suo meridiano, cioè dall’arco il cui zenit lo sovrasta perpendico­lar­mente.

[4]  Quando in sostanza a Cadice il sole è allo Zenit (mezzo­giorno) a Gerusalemme sono le sei di sera ed il sole tramonta, mentre nel fiume Gange è mezzanotte e nel Purgatorio sono le sei del mattino ed il sole nasce.

[5] I versi 9-12 richiamano i versi 118-120 del I canto: col che si evince che questo canto è la ripresa e lo sviluppo senti­men­tale e narrativo del precedente.

[6] Come nelle raffigurazioni bizantine.

[7] Angelo che è da contrapporre al Caronte infernale ed è visto dapprima come un piccolo lume rosso che assomiglia a Marte anche per dimensioni e poi, piano, come qualcosa di bianco che si palesa in ali dritte come nelle raffigurazioni iconogra­fi­che del tempo – che servono da vele alla navicella.

[8] Che si raccolgono alle foci del Tevere e che sono desti­nate al purgato­rio: cfr. vv. 100-105.

[9] Da rimarcare è questa unità poiché nell’Inferno al contrario del Purgatorio le voci sono discordanti in quanto i dannati si odiano.

[10] Che va interpre­tato nel senso morale come l’uscita dell’ani­ma dal peccato (v. anche Cv II I 6-7, Ep. XIII 21, Par. XXV, 35-36): così come D. ascende il monte verso la libertà dal peccato, gli Ebrei vanno cantando verso la libertà della terra promessa. Questo salmo nella liturgia cattolica si cantava nell’accompagnamento del defunto al cimitero per indicare la sua liberazione dai vincoli terreni.

[11] Che è solo uno strumento di Dio e quindi non si cura di D. è Virgilio; assomiglia all’angelo mandato in soccorso da Dio per aprire le porte di Dite. In questa occasione ricorda alle anime che stanno per purificarsi l’opera di redenzione e di misericordia.

[12] Cfr. Aen. VI 700-701: si tratta dell’incontro tra Anchise ed Enea. Fuorché nell’apparenza le anime sono inconsistenti, in quanto il loro corpo visibile è aereo (cfr. Purg. XXV 79 e ss.). In sostanza D. fa applicazione in questo passo della seguente teoria: al sopraggiungere della morte la potenza vegetativa e sensitiva dell’anima, poiché il corpo è dissolto, non hanno come manifestarsi nelle membra, e perciò rientrano nella virtù informa­tiva, in quella vita che avevano potenzialmente nel seme umano. Con la morte la stessa virtù informativa rientra in azione e raggia intorno un corpo aereo, un corpo che si ricostituisce, come alla sua origine, con la facoltà vegetativa e sensitiva, capace di provare le medesime sensazioni terrene.

[13] Casella fu musico e cantore fiorentino morto poco prima della primavera del 1300. Anche D. si dilettò di musica sia come suonatore sia come compositore: ce lo rivela Giovanni Boccaccio.

[14] Dall’inizio del Giubileo (l’indulgenza del centesimo anno) bandito da Bonifacio VIII nel Natale del 1299 con la bolla Antiquorum habet, l’angelo accoglie senza difficoltà le anime che usufruendo dell’indulgenza possono essere accolte in Purgatorio. Anche Virgilio (Aen VI) immagina un’attesa delle anime prima di passare l’Acheronte; così D. ideò una specie di pre-purgatorio situato alle foci del Tevere, dove le anime potevano lucrare l’indulgenza giubilare. Si disputava in quel tempo sull’applica­bi­lità delle indulgenze ai defunti. D. seguì la sentenza afferma­tiva di S. Tommaso e S. Bonaventura, convalidando in senso figurativo la stessa e quindi immaginando che le anime si trat­tengano ancora in terra (dove l’acqua di Tevero si insala), dove poteva quindi sicuramente estendersi la giurisdizione ecclesia­stica.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto I – Sintesi e commento

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CANTO I

BREVE RIASSUNTO

L’azione si svolge sulla spiaggia dell’Antipurgatorio di cui è custode Catone che è anche il personaggio descritto nel canto.

Il tema principale del canto: l’ansia di D. della Libertà morale (Catone è il custode di detta libertà).

COMMENTO

Questo primo canto è volutamente contrapposto al primo canto dell’Inferno perché la bellezza del paesaggio che tempera il primo incontro di D. con la fiera, svanisce poi nel secondo incontro; qui invece la serenità del paesaggio si mantiene.

Il paesaggio non è poi come nell’Inferno solo un simbolo, è reale; il canto ha un tono religioso, si compone di riti, ma, attraverso il paesaggio, ci vuol dare anche uno spaccato della nuova condizione psicologica di D. che ha lasciato la tenebra dell’Inferno.

Ma ecco che D. incontra Catone (l’ispirazione è virgiliana, ciceroniana, ma soprattutto lucana), illuminato dalle quattro stelle (virtù cardinali).

Ha raggiunto cioè il massimo di perfe­zio­ne morale conseguibile antecedente­mente alla rivelazione, anche se si è suicidato (in taluni casi Dio ispira il suicidio per essere di esempio agli uomini, diranno Tommaso e Agostino) perché lo ha fatto non per motivi egoistici e personali, seguendo la morale stoica[1].

Catone è un austero sacerdote della liturgica iniziazione di Dante al nuovo clima morale, ministro del primo rito ascetico: un che di mezzo, di non perfettamente saldato tra l’eroe repubblicano e il custode d’un regno cristiano, investito di compiti appena d’un poco inferiori a quelli che saranno assunti, nel corso del vero e proprio Purgatorio, dagli angeli: spia, dunque, prova di quel tentato e non completo sincretismo tra mondo classico e Cristianesimo che fu dell’età di Dante, e del nostro poeta in particolare; esemplare storico di altezza morale, di spregio della vita, di fedeltà inconcussa alla libertà, ma con significazioni spirituali che il personaggio reale, lo stoico, non può tutti contenere o esprimere, e anche con aporie sul piano storico se il custode dell’Antipurgatorio era stato l’avversario di Cesare, cioè di colui che fu per Dante il fondatore dell’Impero, anzi il primo degli imperatori.

Si può dedurre che la funzione di Catone si svolga tutta su di un piano morale, non storico-politico, in quanto primo avvertitore dell’imminenza della Rivelazione: per essersi rifiutato d’interrogare l’oracolo pagano, giacché l’unica voce che va ascoltata è quella della coscienza morale, ove è presente e opera il vero Dio.

L’austerità della scelta di Catone lo pone al di sopra d’ogni condanna, ma anche al di qua d’una vera e propria salvezza (quale sarà quella di Stazio, di Traiano, di Rifeo): egli non può varcare la soglia del Purgatorio, e anzi non può nemmeno muoversi dalle propinquità della spiaggia della montagna: accoglie, non guida; inizia, non reca a soluzione il processo catartico; simboleggia la magnanimità dell’uomo libero, non l’opposizione al compito provvidenziale dell’Impero; precede storicamente la costituzione dell’Impero, e quindi non può essere considerato uno strumento che ne ritarda la nascita e gli effetti voluti da Dio, e all’intelletto dell’esule e libero cittadino fiorentino Dante Alighieri rappresenta il cittadino dell’antica Roma che resta fedele sino all’ultimo al sentimento di patria e non agisce per la divisione degli animi, ma contro le lotte fratricide della guerra civile.

In analogia a quanto trova scritto nella Pharsalia (“Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni“), Dante reinterpreta, reinventa il personaggio storico in forza d’un altissimo principio morale, che lo pone, nel dialogo con Virgilio (Purg., I, 40-108), in uno stato superiore anche al grande poeta di Roma, il quale gli si rivolge con reverenza, con ammirazione, persino con accattivante umiltà: segno che, nonostante la funzione di Virgilio nel viaggio di Dante sia superiore a quella di Catone, la collocazione di questi è superiore a quella d’un malinconico abitante del Limbo, d’uno che è sospeso, mentre Catone guida i primi passi dell’anima cristiana, è ministro d’un culto sacramentale.

Tuttavia (e il dialogo con Virgilio lo comprova) Catone vive in stato di perpetua solitudine: ammonisce, rimbrotta anzi aspramente, inizia la liturgia, ma non gode dei doni che pur elargisce con la sua parola eloquente, con i suoi atti sacerdotali.

Resta un magnanimo senza un futuro, almeno presumibile, il magnanimo, ha scritto il Paratore, “fra tutti i magnanimi della Commedia in una rappresentazione più nuda e più severa di ogni altra sua”, un ideale morale assoluto per Dante, non condannato perché la sua altezza di concezioni è tale che, se tutti i cittadini romani fossero stati come lui, l’umanità avrebbe da sola conquistata quella pace, acquisito quel senso della giustizia, mancando il quale si rese necessaria da parte di Dio l’istituzione della potestà imperiale.

Secondo alcuno rassomiglia anche un po’ a Farinata per la gravezza e la statuarie­tà, imperturba­bi­le e magnanimo come tutti gli stoici ma nello stesso tempo umile; ed è  un po’ patriarca biblico (assomiglia al San Bernardo del Paradiso; nel Convivio lo aveva già avvicinato a San Paolo).

La sua dirittura morale, che non lascia spazio al compromesso, si vedrà anche nel secondo canto ove C. rimprovererà D. e V. di essersi abbandonati alle lusinghe della musica di Casella.

C. rappresenta l’uomo che è destinato al soprannaturale e all’eterno: senza la libertà morale ch’egli ha ricercato con amore (vv. Monarchia e Convivio), cioè senza il pieno dominio di sè, non c’è per l’uomo possibili­tà di vita e di salvezza.

C. sa di non essere nato per sé stesso ma per il mondo e partecipa ad una guerra civile (per cui ha già indossato il lutto) senza speranza, per difendere libertà e giustizia (l’osse­quio alle leggi che Cesare aveva calpestato è la più grande forma di libertà).

Proemio al Purgatorio

D. enuncia l’indicazione dell’argomento (vv. 1-6; proposizione) ed invoca le Muse e in particolare Calliope perché accompagnino il suo canto con quel suono con cui vinsero le figlie di Pierio[2] (vv. 7-12).

D. contempla l’alba e le quattro stelle del polo antartico, simbolo delle virtù cardinali (Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza): uscito dalle tenebre infernali, gode della purezza dell’aria serena e guarda con piacere la volta illuminata dalle stelle; dopo aver guardato Venere che copre col suo splen­dore la costellazione dei pesci (nel 1300 V. era vespertina e non mattutina come D. pretende) è colpito dallo splendore di quattro stelle, che non furon viste mai se non da Adamo ed Eva, e com­piange il nostro emisfero perché privo della loro bellezza (vv. 13-27).

Colloquio tra Catone e Virgilio (vv. 28-84)

Catone, esaltato già da D. nel Convivio e nella Monarchia come il più santo degli eroi (il più degno di significare Iddio), è il custode (vv. anche Seneca nel proemio delle Controversiae) della montagna[3].

D. allontanato lo sguardo dalle quattro stelle vede un vecchio dall’aspetto venerando su cui si riflette la luce degli astri.

È Catone che si rivolge a D. e V. con tono sdegnato, credendoli dannati fuggiti dall’Inferno. Virgilio, fatto inginoc­chiare D., spiega a C. le ragioni del viaggio[4] e gli chiede, anche a nome della sua Marzia, il permesso di visitare il regno a lui sottoposto.

Il rito della purificazione (vv. 85-136)

Catone rievoca il suo amore per Marzia, acconsen­te al passaggio e indica il rito della purifica­zione: ordina a Virgilio di lavare il viso di D. per detergerlo dalle tracce dell’Inferno e di cingere i suoi fianchi con uno dei giunchi (che si piegano assecondando la “purificazione”) che nascono verso la spiaggia (vv. 85-108).

Virgilio e Dante, che solo adesso si alza in piedi, eseguono il comando, simbolo di purifica­zio­ne ed umiltà, lungo la spiaggia del Purgatorio: V. bagna il volto di D. e cinge i suoi fianchi con un giunco che appena strappato rinasce (simbolo della rinascita spirituale di D.) (vv.109-136).


[1] L’etica stoica si fonda sul principio che l’uomo è partecipe della ragione universale e portatore di una scintilla del fuoco eterno. La virtù consiste nel vivere con «coerenza» (homologia), scegliendo sempre ciò che è «conveniente» alla propria natura di essere razionale. Nello stato di assenza delle passioni (apatia) quello che poteva apparire come male e dolore si palesa come un punto positivo e necessario del disegno della provvidenza universale.

[2] In questi versi si esprime l’opera nefanda delle religioni errate, che distorsero la “melodia” della Divina Verità, che le muse, ovvero “le Sante”, nella loro vita terrena, portarono al mondo. Ed ecco il canto gracchiante delle “piche” le gazze, il canto della negazione, che condusse gli uomini a rinnegare, lungo i sentieri errati, la vera melodia del Verbo Divino: il “Divin Suono”.
Non è da escludere che, nel concetto dantesco, possa intendersi come espiazione di tale peccato anche quello di rinascere in corpo di gazze.

[3] Marco Porcio Catone (95-46 a.C.) è il simbolo della fedeltà alla libertà morale, mantenuta a costo della vita (Soprannominato l’Uticense, uomo politico romano, pronipote di Catone il Vecchio. Sostenitore di Cicerone contro Catilina, fu il più autorevole rappresentante dell’opposizione del senato al primo triumvirato. Allo scoppiare della guerra civile, si schierò a fianco di Pompeo, seguendolo in Oriente. Dopo Farsalo continuò la guerra in Africa, ma, assediato in Utica, si  uccise per non sopravvivere alla caduta della repubbli­ca); perciò è posto qui dove le anime, attraverso l’espiazione materiale e spirituale, si vanno conquistando la libertà dello spirito.

[4]  È necessario perché D., così vicino alla morte spiritua­le, riacquisti il corretto esercizio del libero arbitrio.

Il Purgatorio, Dante e la Giustizia (di Giorgio Drei)

2 (32)

L’interpretazione del Purgatorio di Le Goff, come affermazione della classe borghese è piuttosto, se rivista nella giusta prospettiva storica e funzionale dell’organizzazione sociale, il tentativo di intercettare e captare una fonte di approvvigionamento ed al contempo la necessità di imbrigliare e controllare un fattore di squilibrio sociale che la borghesia, apparentemente novella entità sociale, rappresentava.
Ma facciamo un passo indietro. I cambiamenti climatici che hanno fatto seguito alla fine dell’ultima glaciazione determinano un cambiamento sostanziale, seppur non radicale, nell’organizzazione sociale. Da una conduzione di vita nomade derivante dalla fruibilità di risorse quali caccia e raccolta si passa gradualmente e con alterne vicende ad una vita stanziale basata sull’agricoltura e l’allevamento.
Con la stanzialità nascono le specializzazioni e le distinzioni di ruolo portano alle distinzioni di caste. Cosa spingesse queste comunità al cambio dello stile di vita è ancora questione dibattuta. Come giustamente osservava Lewis Binford è un controsenso che qualcuno voglia passare da una vita rilassata e di socializzazione in cui bastano due ore al giorno per procurarsi il necessario per vivere ad una vita logorante come quella legata all’agricoltura.
La spiegazione è con tutta probabilità proprio nella errata chiave di lettura. Non fu un passaggio volontario ma una coercizione e chi operò tale cooptazione è facilmente identificabile mediante la logica del “cui prodest”. Da una agricoltura stagionale alternata a caccia e pastorizia si passa ad una forma stabile accompagnandosi con le prime forme di contabilità e gestione dei magazzini. Queste a loro volta portarono ad una transizione dalle “bullae” alle tabulae e con esse alla scrittura.
In parallelo si passa dalla pietra ai metalli ma come ben sappiamo, il vero strumento di potere, più che l’acciaio delle spade, è lo stilo dello scriba. Si distingue una casta sacerdotale da una casta di guerrieri. Ma si dimentica spesso e volentieri che le due caste non sono che l’espressione di una unica casta dominante, a volte divergente ed a volte coincidente. Come durante il medioevo europeo si incontrano vescovi e conti nonché vescovi-conti così già nelle prime comunità della mezzaluna fertile in epoca pre-sumerica si incontra la stessa configurazione sociale.
Il ruolo dei condottieri d’armi è non solo difensivo o di espansione territoriale ma anche di amministrazione ingegneristica del territorio. Competenza specifica dei re è la creazione e manutenzione dei canali irrigui, delle mura di cinta e dei palazzi della casta sacerdotale. La casta sacerdotale facendo tramite con le divinità protettrici della città eleggono, autorizzano e giustificano il potere di controllo e gestione del re. Le derrate raccolte vengono amministrate e distribuite alla classe produttrice dalla casta sacerdotale e così facendo l’anello si chiude in perfetta armonia. Si fa per dire.
Ma già allora esiste una casta che si dedica al commercio che si interdigita e sfugge al controllo di una sola città, gode di privilegi e di indulgenze, paga la protezione e mediante l’introduzione di bullae e lettere di credito termina con i metalli preziosi ad accumulare ricchezze potenzialmente in grado di sovrastare i beni materiali controllati dalla classe guerriera-ecclesiastica.
Esemplare è la vicenda di Sargon, che passò da semplice mescitore di vino del re a ciò che potrebbe essere definito il primo imperatore della storia. Figura emblematica quella di Sargon, che per certi versi ci richiama alla memoria quelle di altri uomini di svolta. Spodestato il regnante per diritto divino lancia una campagna di disinformazione con la quale giustifica se stesso e la sua progenie quale reale ed onesta emanazione del dio Enlil. L’accusa è di alto tradimento a carico dei suoi predecessori, rei di aver accumulato ricchezze in metalli preziosi. Sargon, giunto al governo lancia in parallelo una serie di riforme accompagnata da una indulgenza plenaria. Vi suona familiare?
Si tratta della prima commercializzazione delle indulgenze della storia, seguita da innumerevoli altre e tuttora commemorata ogni 50 anni a Roma. Indulgenza che fu nel XVI secolo causa di una scissione nella casta sacerdotale con notevoli ripercussione nei secoli anche sulle classi produttrici. Quando il sistema tripolare (clero-cavalieri-produttori) si sbilancia a causa di un fattore perturbante introdotto da un convogliatore di risorse quale la ricchezza fittizia catalizzata dal denaro (borghesia-banchieri) si registrano disperati tentativi di controllo da un lato e efficaci meccanismi di corruzione dall’altro.
Dante ci presenta nella sua Commedia un Purgatorio preceduto da un Ante-Purgatorio in cui si trovano personaggi morti in contumacia scomunicati dalla chiesa insieme a nobili troppo persi nella vanagloria per assolvere al loro ruolo di protettori della Chiesa. Il concetto di Purgatorio era appena stato ufficializzato dal Concilio di Trento e veniva incastonato nel più efficace opera di propaganda di quei tempi (e dei secoli a seguire). Ma col senno del poi possiamo dire che non ebbe l’efficacia sperata. La capacità del denaro di solleticare le debolezze umane è di gran lunga maggiore.

Giorgio Drei

Introduzione al Purgatorio

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L’idea di purgatorio è piuttosto recente nella storia del pensiero occidentale.

Infatti il mondo antico aveva immaginato un regno dei morti in cui i rei, relegati nel Tartaro, fossero distinti dai suicidi o dalle anime dei beati che, nei Campi Elisi, attendevano di reincarnarsi in una nuova vita, mentre le anime di coloro che non avessero avuto esequie, si raccoglievano nel vestibolo.

Il VI libro dell’Eneide virgiliana ci offre un quadro esauriente dell’oltremondo pagano.

L’idea di un focum purgatorium compare nei primi secoli dell’era cristiana: il filosofo Beda il Venerabile (672-735) per primo immagina un luogo di purgazione.

Il concetto si definisce dopo il XII secolo, grazie ai contributi di san Bernardo di Chiaravalle, Pier Lombardo (Sentenze, 1155-1157), papa Innocenzo III, Tommaso di Chobhan (Somma dei confessori, 1215 ca), il monaco cistercense H (Purgatorio di san Patrizio, XII sec.), Guglielmo d’Alvernia (1180-1249).

Nel XIII secolo grandi teologi come sant’Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura da Bagnoregio sanciscono la credenza di un luogo dove le anime, non più vagabonde, possano purificarsi dei peccati e ascendere ai cieli perfettamente riconciliate con Dio.

Il Concilio di Lione del 1274 ne costituisce la registrazione ufficiale della Chiesa, mentre proprio il giubileo del 1300, indetto da papa Bonifacio VIII, diffonde presso tutta la comunità cristiana la conoscenza del valore dei suffragi.

Storicamente possiamo collegare la nascita dell’idea di purgatorio, come nota lo studioso Jacques Le Goff (La nascita del Purgatorio, Torino, 1982), all’affermazione della borghesia come classe sociale intermedia fra i potenti (chierici e cavalieri) e la massa dei contadini e della plebe: essa, infatti, introduce nella mentalità occidentale una nuova prospettiva che sfuma il divario fra nobili e plebe, mediando fra coloro che alla ricchezza assommano il potere e quanti si vedano negate entrambi.

Dante non pone il Purgatorio sotto terra come aveva fatto Virgilio ma lo descrive all’aria aperta, certamente per creare anche paesisti­camente la differenza con l’Inferno.

Immagina quindi un isola nell’oceano della sfera australe e su questa isola un monte altissimo (simmetrico alla voragine dell’Inferno) con la punta smussata.

La caduta di Lucifero ha infatti causato il ritrarsi delle terre che sono sbucate nell’emisfero australe, generando il monte dell’espiazione che sorge circondato dal mare.

Il purgatorio finirà con il giudizio universale, quando il mondo terreno, scomparendo, non genererà più peccatori.

Il monte è circondato da una spiaggia che corrisponde al   vestibolo infernale.

Dalle foci del Tevere l’Angelo nocchiero trasporta le anime che sono destinate all’espiazione e alla redenzione sino a detta spiaggia che, insieme alla prima parte del monte, costituisce l’Anti­purgatorio (sotto la sorveglianza di Catone Uticense, simbolo del desiderio umano di libertà dal peccato) dove stanno:

a)     coloro che si pentirono quando non avevano più la possibilità di continuare a peccare[1] e pertanto devono attendere un tempo più o meno lungo per essere ammessi ad espiare (invenzione dantesca);

b)    gli scomunicati;

c)    i principi giusti, ma negligenti nelle cure religiose.

La seconda parte del monte divisa in sette cornici (per ogni vizio capitale o peccato mortale) costituisce il vero e proprio Purgato­rio a cui si accede attraverso la porta del Purgatorio, custodita dall’Angelo confessore. Egli apre una pesante porta con due chiavi, secondo un rito che configura la confessione: tutto l’itinerario di Dante costellato infatti di riti, preghiere, gesti di espiazione che sottolineano i momenti più importanti della liturgia cristiana e il procedimento spirituale che conduce alla coscienza di sé.

Come i dannati sono divisi nelle tre categorie degli incontinenti, violenti e fraudolenti, così i peccati degli espianti sono originati da tre cause fondamentali, che corrispondono (vv. Pg XVII) alla mancanza di amore verso il prossimo (vizi di superbia[2] nella prima cornice, di invidia[3] nella seconda, iracondia[4] nella terza), alla mancanza di amore verso Dio (accidia[5] nella quarta cornice), al troppo amore per i beni terreni (avari e prodighi[6] nella quinta cornice, golosi[7] nella sesta, lussuriosi[8] nella settima).

Ogni cornice è custodita da uno o più angeli: essi impersonano la pace (XVII), la misericordia (XVII), la sollecitudine (XVIII-XIX), la giustizia (XIX-XX-XXI-XXII), l’astinenza (XXII-XXIII-XIV), la castità (XXV-XXVI-XVII), la carità (XXVII).

Ognuno angelo cancella una delle sette P, incise sulla fronte di Dante dall’angelo guardiano della porta del purgatorio.

Nell’ambito di ogni cornice, uno o più personaggi incontrano Dante e discorrono con lui.

Fra i molti troviamo un papa, Adriano V, e due re, Ugo Capeto e Manfredi. Ma ci sono maestri di poesia, il Guinizelli e Arnaldo Daniello; amici e poeti, da Casella a Bonaggiunta, da Belacqua a Forese Donati.

Ovunque Dante raccoglie preghiere, notizie, o profezie: ma per una terra distaccata, e a un tempo presente come ineliminabile oggetto di passioni, di riflessioni, di speranze.

Gli espianti, a differenza dei dannati che restano fissati per l’eternità al luogo in cui devono pagare la loro colpa, percorrono tutte le cornici purgatoriali, fermandosi in ciascuna a seconda dell’intensità delle colpe.

L’espiazione implica, oltre alla pena fisica che risponde alla legge del contrappasso, anche momenti di riflessione e di pentimento: perciò le anime sentono voci o vedono scene che ricordano episodi di virtù premiata o di colpa punita.

In particolare in ogni cornice sono offerti con diverse modalità (tramite recitazione e grida e canti, o tramite sculture,  visioni) esempi di virtù e vizi.

In cima al monte, in una pianura è situato il paradiso terre­stre, perfettamen­te antipode di Gerusalemme[9].

Il paradiso terrestre,  è una foresta spessa e viva: corrisponde all’Eden biblico.

Qui vissero Adamo ed Eva prima del peccato originale; qui sarebbero vissuti gli uomini nelle generazioni e nel tempo, se non fosse stato consumato il peccato originale.

Qui si svolge una grande processione allegorica, e qui Beatrice scende, rimprovera Dante, e infine lo conforta e conduce con sé.

Qui, dopo che si è allontanata l’ultima visione drammatica, quella della Chiesa schiava del re di Francia, Dante, già purificato dal fiume Lete, può essere immerso da Matelda nel fiume della virtuosa ricordanza, l’Eunoè; e qui trovarsi, alla fine, “puro e disposto a salire alle stelle”.

Guide di Dante nel Purgatorio sono: Virgilio e, dalla quinta cornice, Stazio, ma il primo dilegua all’apparire di Beatrice, sul Paradiso terrestre. Cosi la ragione umana cede alla Verità rivelata.

Il viaggio attraverso il P. dura tre giorni: dal 10 aprile 1300, notte inoltrata, al 13 aprile mercoledì.

*.*.*.*

Il Purgatorio si distingue dall’Inferno anche per come i peccati, non valutati solo astrattamente, vengono considerati: nel secondo la distinzione tra di essi è capillare e si rifà a testi aristo­te­lici e giuridici; nel primo D. si rifà ai testi della Chiesa, seppure filtrati dalla dottrina tomistica; i dannati scontano infatti specifiche responsabilità (<<attuali>>) di cui non si sono pentiti.

Le anime purganti invece hanno cancellato con il pentimento e l’assoluzione il loro peccato (che quindi non necessita di tante descrizioni) e scontano qui soltanto la loro inclinazione al peccato.

Mentre il dannato sconta poi nell’inferno la sua colpa più grave, i penitenti espiano  nelle varie cornici tutte le loro impurità.

Il Purgatorio è ancora il regno di D., dove il poeta sa di dover tornare; mentre le anime dell’Inferno sono troppo basse per lui e quelle del Paradiso troppo alte.

Nel Purgatorio, in altre parole, Dante è tra i suoi pari, vede sé stesso, peccatore avviato alla salvezza.

Salvezza che è una conquista personale, un superamento faticoso del peccato che abbisogna di tempo, del tempo umano.

Ecco perché c’è nel Purgatorio non l’eternità delle altre due cantiche ma il recupero della dimensione temporale: gli espianti oscillano cioè tra il rimorso delle colpe passate e la certezza della salvezza; vivono di speranza che non è riservata ai dannati, né per opposte ragioni ai beati: quindi c’è sicuramente meno drammaticità rispetto all’Infer­no e maggiore abbandono al sogno, alle visioni, agli smemoramenti.

Il poeta recupera nel P. anche il paesaggio terrestre, il ricordo della sua giovinezza in Firenze, degli amici, di Beatri­ce.

I suoi sentimenti nei confronti dei purganti (che sono meno numerosi dei dannati) sono soltanto di dolore e reverenza, addirittura talvolta non parla del loro peccato (ad es. di Casella nel II canto o di Sordello nel IV), o non lo considera tale (ad es. Stazio), oppure se ne dichiara partecipe (ad es. con Forese nei canti XXII e XXIV); le anime stesse sono mansuete perché sono state perdonate da Dio ed hanno a loro volta perdona­to i fratelli.

Quanto alla lingua la cifra stilistica del Purgatorio è una “medietà” che, senza implicare uniformità, accosta il linguaggio a quello d’uso quotidiano: in tal modo evidenzia la misura, il senso del limite, l’autocoscienza illuminata che sono fondamentali per un vero rinnovamento nelle anime espianti. Così, anche se non mancano spunti di registro comico o termini” forti” (assai più frequenti nell’Inferno) come il «bordello» italiano del Canto VI o la «femmina balba» del Canto XIX o la «puttana sciolta» del XXXII, per lo più le espressioni propendono per una misura vagamente impregnata di elegia o di nostalgia.

Solo in taluni punti di eccezionale solennità il registro elevato compare a sottolineare un’ardita metafora astronomica (Canto II) o a proporre quei “neologismi danteschi” che appariranno frequenti in Paradiso.


 [1] In Pg XI 89-90 Oderisi da Gubbio dice:<< Di tal superbia qui si paga il fio: e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccare, mi volsi a Dio>>; v. anche in Pg XXIII 79-84 quanto afferma Forese Donati.

[2] I superbi avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

[3] Gli invidiosi  recano il cilicio e hanno gli occhi cuciti.

[4] Gi iracondi sono avvolti da un denso e acre fumo poiché il loro amore peccò per troppo di vigore.

[5] Gli accidiosi sono colpevoli di amore difettoso per mancanza di vigore e sono quindi  costretti a correre affannosamente in atto di ansiosa sollecitudine.

[6] Stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati.

[7] I golosi sono ridotti ad estrema magrezza dall’insaziata fame e dall’insaziata sete.

[8]  Sono avvolti dalle fiamme, siano essi lussuriosi carnali, siano essi sodomiti.

[9] Il Purgatorio sarebbe così diviso in dieci zone: spiag­gia, Antipurgatorio, sette gironi e Paradiso terrestre; così come l’Inferno (vestibolo + nove cerchi) e il Paradiso (dieci cieli).

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto III – Sintesi

Sistina, Giudizio Universale di Michelangelo – Immagine dettaglio Caronte.

COMMENTO

Il canto si apre alla sera dell’8 aprile 1300, venerdì santo; i due poeti dopo aver attraversato la porta dell’Inferno giungono nell’Antinferno o vestibolo: uno spazio cupo, su cui incombe un’aria “senza stelle e senza tempo tinta”; tale spazio confina con le rive del fiume Acheronte dalle acque nere; il custode del luogo è Caronte; i dannati che i due poeti incontrano sono gli ignavi, cioè coloro che non fecero né scelsero mai, per viltà, né il bene né il male; essi corrono nudi dietro un’insegna e sono punti da vespe e mosconi. Il sangue che riga il loro volto, mischiato alle lacrime, viene raccolto a terra da vermi ripugnanti, cui fa cibo.

Il contrappasso consiste in questo: in vita queste anime non seppero sceglie­re, evitarono gli stimoli di ogni genere, furono avari di passione (sangue e lacrime); ora sono invece costretti ad inseguire un vessillo (a fare una scelta) e sono appunto pungolati da insetti fastidiosi.

I personaggi del canto sono:

1) Colui che fece il gran rifiuto. Probabilmente Pietro da Morrone, eremita; diventando papa con il nome di Celestino V[1] nel 1294, abdicò dopo pochi mesi, aprendo la strada al pontificato di Bonifacio VIII, principale responsabile, secondo Dante, della rovina di Firenze e sua personale. Secondo altri potrebbe trattarsi di Ponzio Pilato, o di Esaù[2], o di Giano della Bella[3], tutti personaggi che vennero meno a precise responsa­bilità pubbliche.

2) Caronte: personaggio mitologi­co[4], demonizzato da Dante: è il traghettatore infernale, colui che trasporta le anime dannate dalla riva del vestibolo all’Inferno vero e proprio attraverso l’Acheronte. La sua figura si ispira a quella virgiliana del IV canto dell’Eneide.

ELEMENTI PRINCIPALI DEL CANTO

1) Tema estetico-morale: la descrizione del luogo e della pena dei dannati – cupo, senza tempo e risonante di grida e lamenti l’uno, ripugnante e carica d’angoscia l’altra – si collega immediatamente al giudizio morale di Dante che Dante ha degli ignavi: disprezzati perché non si schierarono con nessuno, uomini vili agli occhi del poeta, confinati in quel luogo scuro ed opaco perché dimenticati sia da Dio, sia dai diavoli, non meritano nemmeno l’attenzione dei visitatori.

Dante non ne cita per nome nemmeno uno, e Virgilio conclude la sua spiegazione con uno sdegnoso “non ragioniam di loro, ma guarda e passa“.

2) Caronte. la figura di Caronte è da Dante ricalcata sulle orme di quella virgiliana; il nocchiero infernale è un vecchio canuto, bianco per antico pelo, con gli occhi di fuoco, che avanza sulle acque dell’Acheronte minacciando le anime che viene a raccogliere.

Caronte è la prima delle figure mitologiche <<reinventate>> da Dante quali demoni e custodi dei luoghi infernali, con una tecnica che, partendo dagli esempi classici, le trasfigura con particolari esteriori e con caratteristiche morali del tutto originali.

Nel disegno generale dell’opera Caronte corrisponde a Catone, custode del Purgatorio, e a S. Bernardo, intermediario nell’Empire­o, tra D. e Dio (cfr. Pd. XXXI e ss.), sia nella rappresentazione simbolica sia in quella fisica.

3) Tema figurativo-teologico. La Porta dell’Inferno reca un’iscri­zione terribile nella sua inesorabile condanna: <<Attraverso di me si entra nel dolore della città infernale tra le anime perdute per sempre alla Grazia. La Giustizia  divina mi ha creato, quel Dio uno che crea per l’eternità, e io duro in eterno. Lasciate perciò ogni speranza di salvezza, voi che entrate>>. Sono parole oscure, perché scritte in caratteri neri e perché cariche di minacce tremende che incutono paura e sgomento.

Poste ex abrupto all’inizio del canto, creano uno stacco con l’atmosfera lirica del precedente passo, e la ripresa di una forte suggestione drammatica.

4) la formula virgiliana. A Caronte, restio a trasportare i due visitatori, Virgilio risponde con una formula che ripeterà di fronte a Minosse e a Pluto: “Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole”.

Il viaggio di Dante è voluto da Dio e verrà portato a termine, qualunque siano gli ostacoli ed il volere altrui.

Alla volontà divina si uniforma così la volontà dei dannati e di qualunque altro personaggio infernale, come evidenzia anche il comportamento di coloro che, giunti sulle rive dell’Acheronte, corrono incontro alla loro dannazione.

La formula virgiliana sintetizza così, perentoriamente, il dominio della legge divina, e mette a tacere qualunque opposizione.

5) Le similitudini.

I) vv. 28-30: Il rumore di mani battute, mescolato alle alte grida e ai suoni disumani dei dannati, provoca un tumulto simile a quello della sabbia sollevata a mulinello dalla furia del turbine.

II) vv. 112-116. Le anime radunate sulla riva dell’Acheronte rispondono alla fretta di Caronte gettandosi una dietro l’altra sulla barca, come fanno le foglie[5] cadendo d’autunno fino a che i rami sono completamente spogli.

6) La profezia di Caronte. Nelle parole che Caronte rivolge a D. si legge il primo accenno profetico al destino del poeta. Egli infatti seguirà la via delle anime destinate alla salvezza, quelle che si raccolgono alla foce del Tevere per essere trasportate dal vasello snelletto e leggero (cfr. Pg. II, 41), la lieve imbarcazione guidata dall’angelo nocchiero fino all’isola del Purgatorio.

RIASSUNTO

I poeti sono davanti alle porte dell’Inferno su cui sono scritte le parole di eterna condanna. D. è preso da sgomento nel leggerle; Virgilio lo esorta ad abbandonare qualsiasi esitazione e ad armarsi di coraggio. Quindi, presolo per mano, lo introduce in quel regno sconosciuto ai vivi (vv. 1-21).

Un gran tumulto di grida, pianti e lamenti disumani, imprecazioni e gesti di disperazione colpisce subito Dante, muovendolo alle lacrime (vv. 22-24).

Preso dall’orrore, egli chiede  al suo maestro chi è quella gente che par nel suo duol sì vinta: si tratta degli ignavi, coloro che vissero senza infamia e senza lode (vv. 25-36).

Insieme agli angeli rimasti neutrali nello scontro tra Dio e Lucifero, sono cacciati sia dal Paradiso, sia dall’Inferno, relegati nell’Antinferno, in una condizione così spregevole, da invidiare ogni altra sorte, persino quella dei dannati (vv. 37-48).

Il mondo non vuole ricordarli, i cieli li ignorano: quindi Virgilio stesso invita Dante a non prenderli in considerazione (vv. 49-51).

Dante li vede correre in gran moltitudine dietro un’insegna, nudi e punti da vespe e mosconi; il loro sangue mescolato alle lacrime, viene raccolto a terra da vermi schifosi. Dante ne riconosce uno tra tutti: colui che fece il gran rifiuto (vv. 52-69).

Guardando più avanti, D. scorge altri dannati sulla riva di un fiume e chiede a Virgilio chi siano quelle anime, che sembrano così pronte a essere traghettate (vv. 70-75).

Ma il maestro gli consiglia di attendere: quando saranno sulla riva dell’Acheronte, vedrà da sé (vv. 76-81).

Raggiunto il fiume, ecco venire, remando sulle acque un vecchio minaccioso: è Caronte, che urla in direzione delle anime l’immedia­ta partenza per il regno delle tenebre (vv. 82-87).

Alla vista di D. ancora in vita, gli grida di allontanarsi di lì, perché altri lo traghetterà; Virgilio lo acqueta, dicendogli che quel viaggio è voluto da Dio (vv. 88-96).

Alle crude minacce di Caronte, le anime dei dannati si lasciano andare alla paura e alla disperazione; bestemmiando si radunano tutte alla riva, e ad una ad una si gettano nella barca, spronate dal remo del nocchiero infernale (vv. 97-111).

Quindi vengono trasportate sull’altra sponda, mentre nuovi dannati si ammassano su questa riva. Virgilio rincuora D.: quelle anime morte nel peccato, convergono sull’Acheronte da ogni luogo, sospinte dalla giustizia divina che le rende timorose e al tempo stesso desiderose della condanna; se dunque Caronte non l’ha voluto nella sua barca, le sue parole sono una involontaria profezia di salvezza (vv. 112-129).

A questo punto un terremoto accompagnato da un fulmine accecante, fa tremare la terra così violentemente che D. ne è terrorizzato e, persi i sensi, cade a terra, come l’uomo quando è vinto dal sonno; è il momento di varcare il fiume infernale (vv. 130-136).


[1] Divenne monaco benedettino all’età di 17 anni. Preferendo la vita solitaria, si ritirò sulle montagne abruzzesi, dove attirò parecchi fedeli che formarono il primo nucleo del suo ordine eremitico, poi soprannominato dei celestini, un ramo dei benedettini che in Francia venne abolito per ordine di papa Pio VI, ma in Italia sopravvisse fino all’inizio del XIX secolo. Celestino viveva come un eremita quando fu eletto papa il 5 luglio 1294, favorito dalla sua fama di santità; fu una scelta di compromesso dopo due anni di inutili votazioni per i cardinali che dovevano scegliere il successore di Niccolò IV. Ingenuo e inesperto dell’amministrazione, Celestino permise a Carlo II di Napoli di manovrare la politica della Chiesa, e, consapevole della propria inadeguatezza a governare, si dimise volontariamente dall’incarico il 13 dicembre dello stesso anno. Per evitare lo scisma di quanti erano favorevoli a Celestino, Bonifacio VIII, suo successore, lo imprigionò nel castello di Fumone fino alla morte. Venne canonizzato nel 1313.

[2] Esaù (In ebraico, “peloso”), nel libro della Genesi dell’Antico Testamento, figlio di Isacco e Rebecca e fratello maggiore di Giacobbe. In quanto figlio maggiore, Esaù aveva diritto di primogenitura su Giacobbe, ma la vendette al fratello per un piatto di minestra di lenticchie o di stufato (Genesi 25:21-34). Nonostante ciò, tentò di ottenere la benedizione patriarcale dell’ormai morente Isacco, ma Giacobbe lo ingannò ed Esaù ottenne solo una benedizione secondaria; quindi, furioso, decise di uccidere il fratello, che fuggì. Al suo ritorno, i due fratelli si riconciliarono. La figura di Esaù in questo episodio rappresenta il simbolo della nazione di Edom, come indicato in Genesi 36:8.

[3] Giano della Bella (Seconda metà del secolo XIII), politico fiorentino di famiglia aristocratica. Nella lotta politica all’interno del Comune di Firenze, si schierò con la fazione popolare. Ottenuta la carica pubblica di “priore” fu, secondo le cronache del tempo, tra gli estensori della riforma istituzionale detta Ordinamenti di giustizia (1293), che escluse i magnati dalle cariche governative. Poco più tardi, però, la classe dei magnati strinse un’alleanza con il cosiddetto “popolo grasso” e Giano, trovatosi privo di sostegno, fu costretto a lasciare la città; nel 1295 si ritirò in esilio in Francia, dove morì.

[4] Nella mitologia greca, Caronte era figlio della Notte e di Erebo, quest’ultimo personificazione delle tenebre sotterranee attraversate dalle anime dei defunti per raggiungere la dimora di Ade, dio dell’oltretomba. Caronte era il vecchio barcaiolo che trasportava le anime dei morti sullo Stige fino ai cancelli degli Inferi (anche presso gli Etruschi). Accettava sulla sua barca soltanto le anime di coloro che avevano ricevuto la sepoltura e che gli pagavano un obolo consistente in una moneta che veniva posta sotto la lingua del cadavere al momento del rito funebre. Gli altri erano condannati ad attendere un secolo al di là dello Stige.

[5] La foglia nella antichità poteva indicare una cosa di nessun valore (ad es. in Apuleio, Metamorfosi, 1,8; 2,23), o una situazione di grande precarietà (come in Palladio, Historia Lausiaca, 27,2, dove coloro che sono senza governo cadono come le foglie). Non si può a questo proposito trascurare l’ampio e famoso topos per cui l’uomo è come la foglia: se infatti la sua prima attestazione (Omero, Iliade, 6,145 ss.) confronta semplicemente il cadere delle foglie con l’avvicendarsi delle generazioni e se la maggior parte delle riprese successive (tra cui Virgilio, Eneide, 6,309) accostano due moltitudini, in altri passi l’uomo è paragonato alle foglie per la sua natura caduca ed effimera (in particolare in Mimnermo, fr. 2 G.-P., in un carme elegiaco attribuito a Simonide [85 Bergk4], in una parodia aristofanea [Uccelli, 685 ss.] e nella citazione omerica di Marco Aurelio, Pensieri, 10,34 [cf. G. Cortassa, Il filosofo, i libri, la memoria, Torino 1989, 10-14]).

Dante Alighieri – le opere in breve

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di D...
Domenico di Michelino, La Divina Commedia di Dante (Dante and the Divine Comedy). 1465 fresco, in the dome of the church of Santa Maria del Fiore in Florence (Florence’s cathedral). Dante Alighieri is shown holding a copy of his epic poem The Divine Comedy. He is pointing to a procession of sin. (Photo credit: Wikipedia)

Affronteremo ora i tratti essenziali di nove opere del grande poeta  partendo da un breve schema e premesso che la produzione letteraria di Dante appartiene per la maggior parte agli anni dell’esilio.

In lingua  volgare Dante scrive:

– Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)

– Vita nova (1290-1294)

– Rime (1283-1307)

– Convivio (1303-1304)

– Divina Commedia (?)

In lingua latina sono invece:

– De Vulgari Eloquentia (1304-1305)

– Monarchia (?)

– Quaestio de aqua et terra

– Egloghe

– Epistole

Tra le prime opere troviamo dunque il Fiore e il Detto d’Amore.

Si tratta di due poemetti, diversi sia per forma metrica sia per contenuto, che sono stati tramandati insieme da un unico manoscritto privi dell’indicazione dell’autore e del titolo.

Solo nel secolo scorso i due testi furono separati e pubblicati dai loro primi editori con i due titoli distinti con cui ancora oggi vengono designati.

Dopo svariate attribuzioni, in una edizione critica (1984) Gianfranco Contini ha definito le due opere «attribuibili» a Dante per i numerosi elementi stilistico-formali che le accostano alle rime e alla Commedia.

Per il registro comico intensamente realistico, addirittura con punte di violenza verbale talvolta stupefacenti, apparterebbero alla produzione con ogni probabilità. alla fase pre-stilnovistica.

Sia il Fiore sia il Detto d’Amore traducono in parte il poema allegorico in francese antico Roman de la rose[1],composto nel secolo XIII la cui diffusione è databile tra il 1237 ed il 1280.

La composizione dei due poemetti è perciò ascrivibile a un periodo compreso entro il decennio 1285-1295: vi compaiono infatti alcuni aspetti della vita politica di quel periodo di tempo, fra cui la lotta fra borghesi e magnati a Firenze, e le persecuzioni religiose, subite da alcuni gruppi ereticali e dai filosofi averroisti.

Il Fioree formato da una «corona» di 232 sonetti, i cui personaggi allegorici (ripresi dalla trama del Roman de la rose), come la Rosa, la Vecchia Falsembiante, raffigurano la conquista dell’unione carnale con la donna (fuori d’allegoria, per «fiore » si intende, come già abbiamo accennato, il sesso della donna).

Assai vigorosa è anche la polemica contro gli ordini religiosi francescano e domenicano, responsabili per Dante della morte del filosofo averroista fiammingo Sigieri di Brabante (considerato invece, dal futuro autore della Commedia, degno del paradiso) che era venuto a tenzone con San Tommaso.

Il testo è di non facile leggibilità, dovuta soprattutto all’affastellarsi di francesismi che danno luogo a una sorta di «franco-toscano».

Il Detto d’Amore è composto da 480 settenari in rima baciata, ed offre una sintesi delle caratteristiche e delle regole comportamentali dell’amor cortese; in esso si avverte la forte influenza della cultura provenzale, come già sappiamo il modello più diffuso prima che Dante elaborasse la sua originale versione stilnovistica dell’amor cortese.

La Vita Nova è composta di liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei; nel “libello” (come lo chiama Dante)  le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, in chiave stilnovistica: Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio.

Le Rime comprendono 54 liriche autentiche e 26 di attribuzione più incerta, composte da Dante durante tutto l’arco della sua vita e ordinate dopo la sua morte. I temi sono diversi e spaziano dal fantasioso e sognante (“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io“), al musicale (“Per una ghirlandetta“), dal passionale (“Così nel mio parlar“), al solenne (“Tre donne intorno al cor“).

La diversità di temi, stile e periodo di composizione permette di seguire l’evoluzione del pensiero e della poetica di Dante.

Il Convivio è un’esposizione enciclopedica del sapere medioevale, scritta in volgare e non in latino perché, nell’intenzione del poeta, doveva rivolgersi ad un vasto pubblico: misto di prosa e di versi, non fu completata e dei 15 trattati progettati solo 4 ne furono composti.

La Divina Commedia, iniziata in  esilio forse nel 1304, è il racconto in prima persona di un viaggio compiuto da Dante all’età di trentacinque anni nei tre regni dell’oltretomba cristiano.

Le due guide principali del poeta in questo viaggio sono Virgilio (Inferno – Purgatorio) e Beatrice (Paradiso).

Il poema si compone di tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciascuna cantica comprende trentatré canti, a cui si deve aggiungere il primo canto dell’Inferno (che quindi ne ha trentaquattro), che funge da introduzione a tutta l’opera. I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata.

Quest’opera rappresenta una summa di cultura, di valori etici ed estetici del Medio Evo.

Attraverso una visione metaforica di un viaggio nell’oltretomba, il poeta esprime con una sapiente e ricca regia compositiva motivi politici, storici, teologici e personali (vedi la sua posizione nei confronti dell’amata e criticata Firenze).

In questo viaggio verso la perfezione divina, Dante assume il compito di raccontare la sua esperienza al mondo con la speranza che questo ne tragga insegnamento.

Rimase invece incompiuta una grandiosa opera in latino, il De vulgari eloquentia, un trattato intorno all’origine e all’essenza del nostro linguaggio. Dante indica come modello ideale di lingua letteraria, o volgare illustre, una lingua che prenda i suoi termini da ogni dialetto, nessuno dei quali adatto di per sé all’uso letterario.

Nel De Monarchia Dante espone le sue convinzioni politiche sulla necessità di un impero universale, unico garante di giustizia e libertà.

Affronta inoltre un problema molto dibattuto ai suoi tempi, cioè quello del rapporto tra le due supreme autorità: il papa e l’imperatore, le due grandi guide dell’umanità; essi per il poeta hanno ricevuto direttamente da Dio la loro autorità e la devono esercitare in due sfere distinte, quella spirituale e quella temporale, per il conseguimento della felicità celeste e terrena.

Questo trattato tuttavia ai tempi di Dante non incontrò l’approvazione della chiesa e a nulla servì che nelle parti conclusive il poeta indicasse comunque una supremazia spirituale del papa sull’imperatore; nel 1329 fu fatta addirittura bruciare ed in epoca più tarda fu inserita nell’indice dei libri proibiti..

Importanti in lingua latina anche le Epistole, soprattutto le tre scritte per la venuta di Arrigo VII. Meno interessante il trattatello scientifico Quaestio de aqua et terra: nel 1319 mentre Dante si trovava a Mantova, come ci racconta il poeta stesso, partecipò ad una grossa disputa che concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra).

Interessanti sono in conclusione anche due Ecloghe sempre in latino dal tono malinconico e speranzoso indirizzate a Giovanni del Virgilio, umanista bolognese che lo aveva invitato nella sua città per ricevere l’alloro poetico.


[1]  Fra i testi più fortunati della lingua d’oil troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese. Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi composti nel 1237) e Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280). La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa. La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre. Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado indulgono nel sensualismo più audace; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.