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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XXXI-XXXIII Sintesi


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XXXI Canto

 I poeti, percorrendo l’argine interno delle Malebolge lasciano la decima bolgia, e s’accosta­no al pozzo del Cocito (vv. 1-33), intorno al quale, simili a torri, stanno i giganti (vv. 91-111) colpevoli di avere sfidato la divinità[1]: Nembrot[2] (vv. 58-81), Efialte (vv. 91-111)[3], Anteo[4] (vv. 112-129).

Dante è attirato dal gigante più vicino; si tratta di Nembrot, che pronuncia parole aspre e incomprensibili, lui che causò, come Virgilio narra a D., con il suo folle progetto la confusione delle lingue.

Dante e Virgilio procedono poi sulla sinistra un breve tratto, fino ad incontrare un gigante ancora più grande e feroce, con le braccia imprigionate da una catena che gira tutto intorno al busto.

Si tratta di Efialte, responsabile di essere stato fra i più attivi ed aggressivi nella lotta dei giganti contro il loro signore Giove: per aver tanto agitato le braccia contro la somma divinità, ora le ha incatenate.

Dante chiede di poter vedere il gigante Briareo[5], ma Virgilio gli annuncia che presto vedrà Anteo, il quale può parlare e non è incatenato: Briareo invece è troppo discosto, e d’ altra parte è nelle stesse condizioni di Efialte, solo con aspetto più crudele.

In quel momento Efialte improvvisamente si scuote e dimena in modo tale da provocare in Dante il più grande terrore mai provato.

Giunti vicino ad Anteo, Virgilio gli si rivolge con cortesia ricordando le molte vittorie del gigante, e gli chiede di deporli sul fondo del pozzo infernale informandolo di come Dante, tornato sulla terra, potrà rinnovare la sua grande fama.

D. e V. sono quindi deposti da Anteo, su sollecitazione di V., nel fondo del pozzo, in una pianura gelata dove stanno i traditori.

XXXII Canto

Nel nono cerchio nella 1a e 2a zona del Cocito, tra le sedici e le diciotto del 9 aprile 1300, sabato santo.

Il cerchio nono è interamente occupato da un lago ghiacciato, il Cocito appunto, che scende verso il centro; la crosta di ghiaccio è cosi spessa e dura che neppure il crollo di un monte potrebbe minimamente scalfirla.

Il lago è diviso in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca; Dante e Virgilio attraversano in questo canto le prime due.

I dannati sono i traditori dei parenti, della patria, degli amici, dei benefattori, ossia i colpevoli di frode esercitata verso chi si fida; sono immersi più o meno profondamente, a seconda della loro colpa, nel lago ghiacciato diviso, appunto, in quattro zone concentriche: la Caina (traditori dei parenti), Antenora (tradito­ri della patria o della parte), Tolomea (traditori degli amici o degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori).

I dannati sono confitti nel ghiaccio prodotto dal raggelarsi del fiume infernale per il vento freddo causato dalle ali di Lucifero.

Come in vita furono freddi, duri e spietati al punto da tradire persone legate da vincolo di parentcla o di elezione, e che di loro dunque si fidavano, ora sono sprofondati nel ghiaccio durissimo e gelido

Nella Caina e nella Antenora che prendono nome da Caino e da Antenore, leggendario traditore di Troia, i traditori hanno il capo fuori dal ghiaccio e il viso, quelli della Caina, rivolto all’ingiù, quelli dell’Antenora eretto[6].

Nella Caina (vv. 1-39) D. incontra i conti di Mangona[7] (vv. 40-51), che sono i più crudeli tra i traditori dei parenti puniti in questa zona del Cocito; ciò lo vengono a sapere per bocca di Camicione de Pazzi[8], che li informa anche della presenza di Mordret[9], figlio o nipote di re Artù, di Focaccia, cioè il pistoiese Vanni de’ Cancellieri[10], e del nobile fiorentino Sassolo Mascheroni[11]  e Carlino de Pazzi[12] (vv. 52-69).

Nella Antenora, verso il centro del lago, dove sono i traditori politici  o della patria D. incontra Bocca degli Abati, traditore dei Guelfi nella battaglia di Montaperti[13], a cui il poeta strappa i capelli per fargli dire chi sia e poi altri traditori [14](vv. 70-123).

D. poi scorge con racca­priccio due ghiacciati in una buca, l’uno dei quali rode bestial­mente il teschio dell’altro. D. chiede chi sia il “roditore” e quali siano le ragioni, se giuste, di tanto odio che D. promette di far conoscere al mondo (vv. 124-139).

Canto XXXIII

 Nel cerchio nono, nella seconda e nella terza zona (la Tolomea), l’unica zona in cui le anime possono cadere prima della morte fisica, sostituite sulla terra, nel corpo che vive ancora, da un demone.

I due ghiacciati (v. Canto XXXIV in fine) nella buca sono l’uno il conte Ugolino della Gherarde­sca[15], qui condannato per aver tradito prima la parte ghibellina e poi la parte guelfa, e l’altro l’arcivescovo Ruggieri[16], colpevole di aver tradito il conte fingendosigli politicamente amico.

Il conte Ugolino, indotto dalle parole di D., rivela piangendo la crudeltà della morte a cui, per causa dell’Arcivescovo Ruggeri, fu sottoposto insieme con quattro figli (propriamente, due figli, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Anselmuccio e Nino detto il Brigata).

 Rinchiusi nella torre della fame, in Pisa, nel 1289, una notte, dopo molti mesi, sono tutti atterriti dallo stesso sogno profetico: una fantastica caccia sul monte S. Giuliano, guidata dal Ruggieri e da altre famiglie pisane, contro i lupi e lupicini, raggiunti e straziati <<da cagne magre, studiose e conte>>.

 Il presagio della triste fine è confermato dal sentir inchiodare l’uscio di sotto della orribile torre, nell’ora in cui soleva esser portato il cibo; essi sono condannati a morire di fame.

La tragedia si svolge tutta nel silenzio e nell’ombra; l’impetrare, muto, del padre l’aspetto dei visi scarni e sofferenti, l’atto del conte di mordersi le mani per il dolore, interpretato come un tentativo di sfamarsi dai figli, che a lui offrono le loro misere carni, la morte di Gaddo, implorante aiuto, e poi degli altri tre a uno a uno tra il quinto giorno ed il sesto, il brancolare del padre già cieco sopra ciascuno e il chiamarli a lungo disperatamen­te per due giorni, infine la morte per fame del conte, tutto questo è rappresentato da D. con inuguagliabile potenza drammatica (vv. 1-78).

E tale è lo sdegno di D. contro Pisa, rea di aver fatto morire di tal morte anche gli innocenti figli del conte, che egli pronuncia contro di essa una tremenda invettiva, augurando che tutti i Pisani affoghino nelle acque dell’Arno (vv. 79-90).

I poeti passano poi nella terza zona, detta Tolomea[17], dove si trovano, come già detto, i traditori degli amici e degli ospiti. I dannati stanno supini col solo viso fuori dalla ghiaccia, volto in modo tale che le lacrime si ghiaccino nell’orbita degli occhi ed essi possano sentire più dolore: l’anima loro può piombare nell’inferno, come già accennato, appena compiuto il tradimento, mentre il corpo vive ancora sulla terra, occupato da un demonio, come spiega a D. il frate gaudente Alberigo[18] e come accade al genovese Branca d’Oria[19].

D. prorompe in una invettiva contro i Genovesi, tanto corrotti che uno di loro è già all’Inferno prima ancora che il suo corpo muoia.


[1]  Essi hanno la parte inferiore dell’im­menso corpo addossata alla parete del pozzo, e i piedi piantati sul fondo. Tentarono di elevarsi al cielo, usando la propria forza: ora sono sprofondati e incatenati, impotenti e inermi, alle pareti del pozzo.

[2] Nembrot. Primo re di Babilonia, rappresentato nella Bibbia come cacciatore,  qui reca un corno al collo. Nella tradizione medievale è raffigurato appunto come gigante, ideatore della torre di Babele, costruita per raggiungere il cielo. Dio lo punì con la confusione delle lingue.

[3] Fialte, o Efialte. Figlio di Nettuno e lfimedia. Tentò la scalata per raggiungere il cielo insieme al gemello Oto, sovrapponendo i monti Ossa e Pelio all’Olimpo.

[4] Anteo. Figlio di Nettuno e della Terra; non prese parte alla lotta contro gli dei, essendo nato più tardi. Abitava nel deserto libico; combatte contro Ercole che lo vinse e l’uccise.

[5] Briareo. Gigante centimane, alleato di Zeus, che partecipò alla lotta contro i Titani  (i sei figli di Urano e Gea: Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto, Crono).

[6]  La Caina prende il nome da Caino, assassino del fratello Abele. È sede, come già accennato, dei traditori dei parenti: immersi fino al collo, tengono il viso piegato verso il basso perché le lacrime che sgorgano dagli occhi non gelino. L’Antenora prende il nome da Antenore, eroe troiano che consigliò di restituire Elena per rappacificarsi con i Greci; di qui derivò la leggenda secondo cui fu lui a consegnare la statua di Pallade ai nemici ed apri lo sportello del cavallo di legno. È  sede dei traditori della patria e del partito: immersi fino al capo, sono costretti a tenerea appunto la testa diritta.

[7] Alessandro e Napoleone degli Alberti. Vissuti nella seconda metà del 1200, figli del conte Alberto di Mangona, che lasciò loro una cospicua eredità di terre e possedimenti. Da questo testamento nacquero lotte violente, acuite dagli odi di partito, essendo Alessandro guelfo e Napoleone ghibellino. Rappacificati per opera del cardinale Latino, i fratelli ripresero le violente contese fino ad uccidersi a vicenda, intorno al 1285.

[8] Camicione de’ Pazzi Di Valdarno, uccise un suo parente per entrare in possesso dei suoi beni.

[9] Mordret. Personaggio del romanzo di Lancillotto, figlio o nipote di re Artù, avendo tentato di impossessarsi a tradimento del suo regno, fu trapassato con un colpo di lancia dal re.

[10] Vanni de’ Cancellieri. Detto Focaccia, pistoiese di parte bianca, avrebbe ucciso a tradimento il cugino Sassolo Mascheroni.

[11] Sassolo Mascheroni. Della famiglia dei Toschi da Firenze, uccise un cugino per impadronirsi dell’eredità.

[12]  Carlino de’ Pazzi. Di Valdarno, nel 1302 tradì i Bianchi, consegnando ai Neri il castello di Piantavigne dove erano rifugiati gli esuli politici, mentre egli otteneva in cambio il rimpatrio e un compenso in denaro. Deve ancora raggiungere la zona dei traditori, ma andrà più in basso, nell’Antenora, dove sono puniti i traditori politici .

[13] Bocca degli Abati. Fiorentino, si dice che avesse tradito i guelfi nella battaglia di Montaperti nel 1260, tagliando di netto la mano di colui che reggeva il vessillo del Comune di Firenze; in tal modo i guelfi, scoraggiati, furono sconfitti in breve tempo.

[14] Si tratta di:

1) Buoso da Duera. Signore di Cremona, avendo ricevuto da Manfredi l’incarico di organizzare la resistenza in Lombardia contro le truppe di Carlo d’ Angiò, si fece corrompere dai Francesi e li lasciò passare senza combattere.

2) Tesauro dei Beccaria. Pavese, abate di V allombrosa e legato pontificio in Toscana. Fu decapitato in Firenze per aver tradito i guelfi, favorendo il rientro in città dei ghibellini, cacciati nel 1258.

3) Gianni dei Soldanieri. Fiorentino di parte ghibellina; nella sommossa del 1266 tradi i suoi e, fattosi capopopolo, cercò di impadronirsi del governo della città a danno dei ghibellini.

4) Ganellone, o Gano di Maganza. Tipico traditore nei poemi cavallereschi; fu colui che, tradendo Orlando, provocò la rotta di Roncisvalle dell’ esercito cristiano.

5) Tebaldello de’ Zambrasi. Di Faenza, nel 1280 per vendicarsi contro i Lambertazzi, ghibellini bolognesi rifugiatisi a Faenza, consegnò la propria città ai Geremei, guelfi di Bologna. Mori nel 1282 nella battaglia di Forli.

[15] Ugolino della Gherardesca. Conte di Donoratico, nato nella prima metà del 1200 da antica e nobilissima famiglia, aveva vasti possedimenti intorno a Pisa, nel Maremmano e in Sardegna. Mentre Pisa, di parte ghibellina, era in lotta con Genova e con le vicine città toscane guelfe, Ugolino nel 1275 congiurò con il genero Giovanni Visconti per instaurare il partito guelfo in città. Il tentativo non riuscì ed egli fu esiliato con i suoi, ma, riammesso di lì a poco, acquistò presto potere e prestigio presso i concittadini. Condusse la battaglia della Meloria ( 1284) in cui i Pisani dovettero cedere ai Genovesi. Divenuto podestà di Pisa, per spezzare l’alleanza tra Genova, Firenze e Lucca, stretta a danno del proprio Comune, si diede a concedere terre e castelli ai nemici, isolandoli così tra loro. Appena Pisa fu fuori pericolo, associò a se il nipote Ugolino Visconti, trasformando il Comune in Signoria. Ma nel giugno 1288 i ghibellini, con l’aiuto delle potenti famiglie dei Gualandi, dei Lanfranchi e dei Sismondi e sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, gli tolsero il potere; Ugolino fu rinchiuso in una torre della città – detta poi « della Fame» – con i due figli Gaddo e Uccione e i due nipoti Nino e Anselmuccio. I cinque morirono d’inedia nel febbraio del 1289. Dante lo colloca tra i traditori politici per essere passato dai ghibellini ai guelfi, più che per l’ azione diplomatica intentata contro Lucca, Pisa e Firenze.

[16] Ruggieri degli Ubaldini. Arcidiacono di Bologna, nel 1271 divenne arcivescovo di Ravenna e nel 1278 di Pisa. Tradi il conte Ugolino di cui si era finto seguace e, avendolo fatto morire di fame, ora è divorato da lui.

    [17] Che prende il nome Tolomea. Prende il nome da Tolomeo, re d’Egitto che tradi l’amico Pompeo, oppure dal Tolomeo governatore di Gerico che uccise a tradimento il suocero Simone Maccabeo e i suoi figli durante un banchetto cui erano stati invitati.

[18] Alberigo dei Manfredi. Vissuto nella seconda metà del 1200, faentino, frate gaudente di parte guelfa. In lite con alcuni suoi parenti, nel maggio del 1285 li invitò a banchetto per rappacificarsi con loro, e al momento della frutta li fece uccidere. Dante si stupisce di vederlo già nell’lnferno, perche frate Alberigo era ancora vivo nel 1300.

[19] Branca d’Oria. Nobile genovese, coevo di Dante, vivo ancora quando il poeta immagina di incontrare la sua anima nella Tolomea. Per impadronirsi della signoria di Logudoro in Sardegna, uccise il suocero Michele Zanche (di cui Dante ha dato notizia tra i barattieri, cfr. XXll, 88), dopo averlo invitato a pranzo.

Comments

  1. Grazie caro Carlo Alberto. Buona Epifania a Lei e cari. Giorgio

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