Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

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Sordello quando sa di avere dinanzi Virgilio gli abbraccia le ginocchia e lo onora; si offre poi come guida per i due poeti lungo un sentiero appena in salita fino a dove la costa del monte si apre in una piccola valle, ridente dei mille colori di fiori ed erbe, che la natura ha fatto crescere per la particolare dignità dei penitenti che hanno qui la loro sede.

Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, ed in particolare nella valletta fiorita[1](e ci staremo fino al IX canto), nel tardo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto oltre a Sordello sono i principi negligenti che si pentirono alla fine della vita di aver distolto il pensiero da Dio a causa delle preoccupazioni di governo.

È il quarto ed ultimo gruppo di penitenti[2]; tra di essi ritroviamo nell’ordine: Rodolfo d’Asburgo, Ottacchero di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona, Car­lo I d’Angiò, Pietro o Alfonso III d’Aragona, Arrigo III di Inghil­terra, Guglielmo VII di Monferra­to.

La pena per questi importanti personaggi è quella di restare nella valletta quanto vissero; cantano il Salve regina, e ogni giorno, al tramonto assistono alla tentazione del demonio e alla cacciata di lui da parte degli angeli.

Il tema principale: la condanna dei principi responsabili dell’anarchia europea.

RIASSUNTO

Conclusi i ripetuti abbracci al concittadino, Sordello chiede ai due pellegrini di rivelare i loro nomi.

Virgilio allora si presenta, provocando la stupita ammirazione, la reverenza e la commozione del poeta di Goito, che si inchina.

Dopo aver pronuncia­to parole di elogio, viene a sapere che il poeta latino si trova relegato nel Limbo, in compagnia dei bambini nati senza battesimo e di tutti coloro che non poterono conoscere e quindi praticare le virtù teologali.

Virgilio spiega ancora le ragioni del suo viaggio, e chiede consiglio sulla direzione e sulla strada più breve per salire alla porta del vero e proprio Purgato­rio (vv. 1-39).

Sordello si propone come guida ai due poeti fin dove gli è concesso spingersi, e avvisa che poiché di notte in Purgatorio non si può avanzare verso l’alto, occorre trovare un luogo piacevole ove attendere l’alba[3].

Virgilio chiede a Sordello di guidarli in un luogo piacevole: i tre si avviano allora verso una valletta incassata nella roccia, lussureg­giante di fiori e profumi ed erbe delicate che nessun colore dei pittori può superare. Sul suo verdissimo prato stanno sedute numerose anime che cantano il Salve Regina (vv. 40-84).

Sordello, mentre si avvicinano, indica dall’alto i personaggi che popolano questo luogo, tutti principi negligenti che trascurarono il pensiero di Dio, per le occupazioni del governo: Rodolfo[4], triste che non canta con gli altri, che avrebbe potuto sanare i mali dell’Italia; Ottacaro[5], re di Boemia, che fu più virtuoso del figlio Venceslao II, il quale invece si nutrì di lussuria ed ozio; Filippo III[6], re di Francia, che si batte il petto, e Enrico I di Navarra[7], che sospira, entrambi addolorati per la vita viziosa e turpe del loro congiunto Filippo IV[8], il mal di Francia (vv. 85-111).

L’elenco continua con il robusto Pietro III d’Aragona[9] e con Carlo I d’Angiò[10]; Pietro III fu nobile e valente, ma le sue virtù non si trasmisero ai suoi eredi (Giacomo II[11]  e Federico II[12]). Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto[13] che, morto prematuramente, siede ora accanto a lui.

Da questo episodio, Dante trae lo spunto per dimostrare che la virtù non si eredita dai padri, ma discende da Dio, come una grazia.

Ciò vale anche per il nasuto Carlo I d’Angiò, e per Pietro III d’Aragona che canta al suo fianco: gli  eredi  del primo (Carlo II lo zoppo) opprimono i regni di Napoli e di Provenza.

Tanto Carlo II è minore di Carlo I, quanto ha maggior ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro III d’Aragona) Costanza  (figlia di Manfredi e quindi nipote di Federico II di Svevia) di quanto ne avessero Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie di Carlo I) del loro (in altre parole per D. Pietro III d’aragona fu assai superiore a Carlo I d’Angiò).

Sordello addita ancora Arrigo III d’Inghilterra[14], seduto in disparte, il cui seme darà miglior frutto (D. si riferisce ad Edoardo I che fu principe valente e saggio e morì nel 1237) e poi, posto in luogo più basso, Guglielmo VII[15], alla cui morte seguì una dolorosa guerra civile nelle regione del suo marchesato nel Monferrato e nel Canavese (vv. 112- 136).

[1] Proprio al di sotto della porta del Purgatorio.

[2]  La prima schiera incontrata è stata quella degli scomuni­cati (sulla spiaggia); la seconda quella dei pigri e la terza quella dei morti per violenza.

 [3] Coloro che devono trascorrere un certo periodo di tempo nell’Antipurgatorio, non hanno una sede fissa ma possono muoversi tutto intorno alla costa del monte e salire verso la porta del Purgatorio; ma in tutto il colle si può procedere solo fino a che il sole non tramonta, poi bisogna arrestarsi fino all’alba, o muoversi in tondo e verso il basso, poiché senza la luce non si può vedere il cammino verso l’alto; così senza la luce della Grazia il cristiano non può avanzare sulla giusta strada della purificazione e del bene.

[4] Imperatore della casata Asburgo, nato nel 1218 e morto nel 1291. Già rimproverato nel canto VI da D. per aver trascurato gli interessi e le vicende dell’Italia.

[5] Eletto re di Boemia nel 1253, e morto nel 1278. Combatté fieramente contro Rodolfo imperatore.

[6] Re di Francia, nato nel 1245 e morto nel 1285, detto l’Ardito, ed in questo canto chiamato Nasetto per il suo piccolis­simo naso. Morì fuggendo dall’esercito di Pietro III d’Aragona, umiliando così la casata di Francia, che aveva per simbolo il giglio. Fu padre di Filippo IV il Bello che D. chiama il mal di Francia.

[7] Re di Navarra, morto nel 1274, suocero di Filippo il Bello, in quanto padre della di lui moglie Giovanna.

[8] Re di Francia (1285-1314), figlio appunto di Filippo III l’Ardito e d’Isabella d’Aragona. In politica estera pose fine (1291) all’impresa iniziata dal padre contro l’Aragona per aiutare gli Angioini di Napoli. L’episodio più spettacolare del suo regno riguarda le relazioni con la Santa Sede. Un primo conflitto scoppiò nel 1296, a causa delle decime cui il sovrano voleva sottoporre il clero francese. Il papa Bonifacio VIII rispose vietando ai chierici di fornire sussidi ai laici senza l’espressa autorizzazione della Chiesa romana. Il re allora, per colpire le finanze del papato, proibì ogni uscita d’oro e d’argento del regno (17 agosto 1296). Dopo aver protestato (bolla Ineffabilis amoris, 20 settembre 1296), il papa cedette (1297). Quando nel 1301 il re fece arrestare il vescovo di Pamiers, il papa reagì con la bolla Ausculta, fili e convocò un concilio per prendere le decisioni necessarie. F. a sua volta riunì un’assemblea di baroni, prelati e rappresentanti delle città (10 aprile 1302), che proibì ai vescovi di partecipare al concilio. A questo punto il papa, dopo aver richiamato i tradizionali princìpi della supremazia pontificia, e anzi averli esasperati, nella bolla Unam Sanctam (novembre 1302), si decise a scomunicare il sovrano quando, ad Anagni, fu assalito da Guglielmo di Nogaret e da uomini assoldati dai Colonna (7 settembre 1303). Liberato dalla popolazione locale, morì a Roma un mese dopo.

[9] Re di Aragona, detto il Grande, nato nel 1236 e morto nel 1285. Di lui si tramandano le grandi virtù politiche e guerriere.

[10] Nato nel 1220, morto nel 1285, fu re di Francia e partecipò attivamente alle lotte politiche italiane tra guelfi e ghibellini. Nonostante sia rappresentato qui tra le anime salvate, D. ha spesso parole di aspro rimprovero e di condanna verso di lui, come verso molti della sua famiglia.

[11] Giacomo II, re di Sicilia dal 1285 al 1296 e alla morte del fratello Alfonso III (1291), divenuto re d’Aragona.

[12] Federico II,  re di Sicilia, dal 1296 al 1337.

[13] Nel giovanetto che siede dietro a Pietro III d’Aragona si è visto uno dei suoi figli, probabilmente il piccolo Pietro, morto prima del grande padre senza poter salire al trono. Altri preferi­scono vedere in lui il figlio Alfonso III, nato nel 1265 e morto nel 1291, che per sei anni ereditò effettivamente il trono paterno.

[14] Re di Inghilterra, nato nel 1207 e morto nel 1272, con fama di uomo semplice e buono. Figlio di Giovanni Senzaterra, lottò a lungo contro la casata di Francia per difendere i possedimenti inglesi sul continente. Fu padre di Edoardo I, che ebbe fama di saggio legislatore.

[15] Marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, detto Spadalunga. Fu vicario imperiale, e a capo dei ghibellini lottò con molte città guelfe. Qui D. fa riferimento all’episodio di quando egli si recò ad Alessandria per sedare una sommossa, ma fu catturato e messo in una gabbia di ferro, nel 1290, dove rimase per due anni fino alla morte; in conseguenza di ciò il figlio Giovanni I scatenò una sanguinosa guerra che dilaniò il Monferrato ed il Canavese.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI – Riassunto e commento

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Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone nel primo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i negligenti che morirono di morte violenta e si pentirono solo al momento di questo evento.

I poeti incontrano alcuni personaggi di minore importanza rispetto a quelli di cui si è discusso nel precedente canto: Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati, Federigo Novello, Gano detto Farinata degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier della Broccia, Sordello.

La pena è sempre quella di girare affannosamente intorno al monte cantando il Miserere.

Il tema principale: la condanna dell’anarchia politica e la riaffermazione della necessità dell’impero universale, ma anche la questione teologica, con il tema della preghiera. Il tema politico si estenderà anche al canto successi­vo[1].

I poeti incontrano diverse anime che si affollano intorno a D. per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere; così come il vincitore di una partita a dadi (dado in ebraico si dice zarah e in arabo zahr)[2], mentre il perdente si esercita ancora, deve fare l’elemosina a quanti lo circondano per evitare che lo pressino, anche D. deve promettere preghiere per non farsi pressare dalla folla di anime negligenti che gliene richiedono[3] (vv. 1-12).

Qui D. incontra Benincasa da Laterina[4] che ricevette la morte dal feroce Ghino di Tacco[5], e Guccio dei Tarlati[6], un ghibel­li­no, che annegò nell’Arno inseguendo i Bostoli[7] di Arezzo (oppure morì inseguito nella battaglia di Campaldino o nello scontro di Bibbiena) (vv. 13-15).

In questo luogo pregava a mani tese Federigo Novello[8] e Gano (Farina­ta) degli Scornigiani a causa del quale divenne grande suo padre Marzucco (vv. 16-18)[9].

D. vede poi Orso degli Alberti[10] con l’anima divisa dal suo corpo per odio ed invidia e, come diceva lui, non per un suo tradimen­to e infine nota Pier della Broccia[11] per la cui anima procuri di pregare Maria di Brabante (la regina di Francia che lo accusò ingiustamente), al fine di evitare di essere lei posta nella schiera dei falsi accusatori ( nell’Inf. XXX, tra i falsari della parola) (vv. 19-24).

D. riesce a liberarsi dalle anime che pregavano soltanto perché altri pregassero per loro, in modo da affrettare la loro santifi­cazione[12] e si rivolge[13] a V. chiedendo perché in un passo del­l’E­nei­de (Aen, VI, 376) il Mantovano nega che la preghiera degli insepolti[14] possa avere effetto sugli dei[15], dal momento che le anime dei negligenti pregano solo perché i vivi possano mutare il giudizio divino abbreviando le loro pene; sarebbe vana la loro speranza o D. non ha inteso il testo virgiliano? (vv. 26-33).

V. replica che il suo passo non è difficile da interpretare e che la speranza delle anime negligenti non è vana; se si guarda con la mente libera da errori[16], si capirà che non viene sminuito il giudizio divino se la carità umana riesce a compiere in un istante ciò che a Dio è dovuto dalle anime espianti[17].

Nell’Eneide V. non poteva utilizzare una tale dottrina perché nel I secolo a.C. la preghiera era disgiunta da Dio (cioè non gradita a Lui), in quanto nasceva dal cuore dei pagani[18] (vv. 34-42).

Tuttavia D. non può cercare di risolvere un problema così alto con la sola ragione, se non lo aiuterà colei (che qui rappresenta la teologia) che sta tra l’intel­letto e la luce; cioè Beatrice che lo attende, ridente e felice, in alto nel Paradiso terrestre[19] (vv. 43-48).

D. sollecita V. a velocizzare il passo[20] perché non è più stanco come prima.

V. risponde, moderando la fretta di D., che prosegui­ranno finché farà giorno ma che il fatto è ben diverso da come lui lo immagina perché prima di arrivare in cima dovranno trascorrere due giorni, dovrà cioè rivedere quel sole che ora non illumina la zona dove stanno salendo, per cui D., restando all’om­bra, non interrompe i suoi raggi[21] (vv. 49-57).

I due poeti scorgono in disparte, in atteggiamento assorto e disdegnoso[22], un’anima italiana (lombarda) che senza alcun gesto o parola guarda verso di loro. Gli si avvicinano per conoscere un cammino più agevole, ma quello non risponde alla richiesta di V. e chiede loro chi siano.

Non appena V. inizia a presentarsi nominando Mantova come città di origine, l’ombra si lancia commossa verso di lui, dichiarandosi anch’ella mantovana e dicendo di essere Sordello da Goito[23] Le anime si abbracciano fraternamente (vv. 58-75).

D., vedendo tanto amore per la propria patria, prorompe in una amara e aspra apostrofe contro l’Italia, nave senza nocchiero, non signora delle genti ma luogo di corruzio­ne, lacerata da lotte intestine (vv. 76-78).

L’anima di Sordello fu così pronta a far festa ad un suo concittadino solo in virtù della concittadinanza ed invece in Italia oggi gli abitanti si fanno guerra e si dilaniano i viventi che appartengono alla stessa città. Non c’è un luogo dalla costa alle zone più interne che possa godere della pace (vv. 79-87).

Dante continua la sua appassionata polemica politica chiedendosi a che cosa siano servite le leggi di Giustiniano (che G. abbia messo a posto il freno) se manca qualcuno che le applichi (la sella è vuota), cioè un imperatore.

L’invettiva si rivolge poi alla Chiesa, che ostacola il potere temporale dell’imperatore per indebite brame di ricchezza[24].

L’apostrofe si fa quindi diretta contro l’imperatore Alberto d’Asburgo[25], la cui politica trascura completamente l’Italia, dove in ogni città c’è guerra (tra Montecchi[26]  e Cappelletti[27]) a tal punto che pare che Dio abbia distolto lo sguardo da lei: su di lui e sul padre Rodolfo D. richiama la giusta punizione di Dio (vv. 88-126).

L’invettiva si chiude con la sarcastica apostrofe a Firenze, dove per avido desiderio tutti i cittadini cercano di impadronirsi delle cariche pubbliche senza che ci sia il minimo senso della giustizia, cambiando continuamente le leggi, trasformando la città in un malato che si agita di continuo nel tentativo vano di alleviare il dolore (vv. 127-151).

[1] I canti sesti della Commedia sono tradizionalmente considerati come <<canti politici>>, in un disegno di analogie e riferimenti in cui oggetto della polemica dantesca è prima Firenze, con la figura di Ciacco nell’Inferno, l’Italia con Sordello, nel Purgatorio, e infine l’Impero e i destini del mondo, con Costantino nel Paradiso. Nel Purgatorio, prendendo spunto dalla nobile figura di Sordello elevato a simbolo dell’amor patrio, l’argomento è trattato nella forma dell’invettiva, con l’apostrofe (figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata) diretta alla serva Italia dilaniata ovunque da lotte interne; ma da qui prende lo spunto anche l’aspra polemica con Papato e Impero, i due massimi poteri universali, e l’amaro sarcasmo con cui si rivolge all’amata e odiata Firenze nella chiusa del canto.

[2] L’esordio del canto, con la descrizione realistica di un gioco da strada e del comportamento psicologico e fisico dei partecipanti, rievoca vivacemente il mondo cittadino medievale.

[3] D. non vede negativamente la richiesta di preci che del resto è disposto ad esaudire, ma l’insistenza nel chiedere di queste anime; aveva infatti appena finito di esaltare la discrezione di Pia e questa scena è collocata a ridosso dell’incontro con Sordello che, addirittura, lascia che i due pellegrini si allontanino senza parlare..

[4] Fu podestà di Bologna nel 1285 e noto giureconsulto che emise per dovere del suo ufficio di giudice diverse condanne a morte nei confronti dei famigliari del senese Ghino di Tacco.

[5]Nobile senese della famiglia della Fratta che cacciato da Siena divenne famoso ladro in Maremma; per vendicarsi di Benincasa, si presentò un giorno a Roma in un processo, in cui il suo avversario sedeva tra i giudici. Nel tribunale stesso lo uccise e lo decapitò, senza che nessuno dei presenti osasse intervenire. Ghino si riconciliò poi con Bonifacio VIII (a cui aveva sottratto il castello di Radicofani) che gli fece ottenere anche il perdono di Siena. Venne assassinato ad Asinalonga ed è un personaggio del Decamerone..

[6] Signore di Pietramala in territorio Aretino.

[7] Guelfi fuoriusciti da Arezzo.

[8] Figlio di Guido Novello, che per sette anni governò Firenze, come vicario di Manfredi. Ebbe per madre una figlia di federico II. Fu ucciso sembra o dai suoi stessi parenti nel Casentino nel 1289 o dai Bostoli nel 1291.

[9] Gano fu ucciso dal conte Ugolino nel 1287; suo padre uomo politico importante e poi francescano dal 1286 venne conosciuto da D. probabilmente in Santa Croce; è definito grande perché quando il figlio morì fece la predica ai suoi parenti affinché si riconciliassero con il nemico e addirittura volle baciare la mano di colui che uccise Gano.

[10] Figlio del conte Napoleone della famiglia degli Alberti di Mangona, vicino a Firenze, fu ucciso dal cugino Alberto nel 1286, in vendetta della morte del padre. Il padre Napoleone e lo zio Alessandro, sono posti da D. nella Caina, tra i traditori dei parenti..

[11] Pierre de la Brosse, di umile nascita, ebbe fama di chirurgo, e fu favorito sotto i re di Francia Luigi IX e Filippo III l’Ardito. Accusò giustamente la seconda moglie di Filippo, Maria di Brabante, di aver eliminato col veleno, il figliastro Luigi allo scopo di assicurare al proprio figlio Filippo il Bello la successione al trono. Fu impiccato per volere dello stesso Filippo III, per l’accusa (infondata) di tradimento mossagli dalla regina e dai cortigiani: gli si attribuì infatti un’intesa segreta ai danni della Francia, con Alfonso di Castiglia, durante la guerra scoppiata nel 1278 tra Filippo III e Alfonso X.

[12] Questa rassegna di persone uccise è presentata da D. per un duplice scopo: offrire una visione della tragica storia dei suoi tempi, con episodi tratti dalle vicende toscane e della casa di Francia; rafforzare l’idea religiosa di un legame, ancora possibile, con quelle anime – ingiustamente colpite nel loro umano destino – per mezzo della preghiera, quasi riparazione per il male che ricevettero in vita e argomento di carità, al di fuori della vendetta e della dimenticanza, affrettando ad esse la visione di Dio..

[13] Per il Momigliano sarebbe la prima digressione dottrinale del Purgatorio.

[14] Palinuro prega inutilmente la Sibilla cumana per essere traghettato al di là dell’Acheronte.

[15] È questo un tentativo di conciliare le teorie virgiliane con la Scrittura: preoccupazione di D. che considera Virgilio il savio dei savi.

[16] Nel Concilio II di Lione del 1274, fu definito come dogma di fede, il valore e l’efficacia dei suffragi, conforme agli argomenti biblici e alla tradizione dei Padri della Chiesa. Nel IV secolo era stata dichiarata eretica la teoria di Ario, sacerdo­te nativo del Ponto, che ne­gava l’effica­cia dei suffra­gi per i defun­ti. Per suffra­gi si intendono il sacrificio della Messa, le indulgenze, le orazioni, i digiuni, le elemosine, pre­sentate a Dio come domanda e supplica, in virtù della solidarietà soprannaturale, cioè del dogma della comunione dei santi. Nell’età di D. l’eresia di Ario era ripresa dai Catari; D. non poteva permettere che le opinioni di Virgilio assomigliassero a quelle di questa setta eretica. D. non li combatte mai direttamente (anche se nel Paradiso applaudirà San Domenico perché ha combattuto gli Albigesi, appunto una corrente catara) ma era troppo importante in Firenze l’influen­za del catarismo perché egli potesse disinteressarsi del problema.

[17] L’amore umano in definitiva può sostituirsi all’inesorabi­lità del fato pagano.

[18] Nel IV canto (v. 134) D. afferma infatti che le preci per essere efficaci devono <<surger su di cuor che in grazia viva>>; questo accenno ai pagani gli serve cioè per sottolineare che non serve comprare le indulgenze.

[19] Virgilio sa di aver dato una spiegazione incompleta (e lo sa anche D. che in seguito ritornerà sull’argomento) e rimette non alla pura ragione ma alla teologia, la spiegazione dogmatica. Tra l’intelletto e il vero occorre un lume, che dia allo stesso intelletto la forza di conoscere la verità divina, e Beatrice, scienza teologica, sarà questa forza rivelatrice del grande problema. D. ha chiamato Virgilio “luce mia” (v. 29) ma ora Virgilio lo ammonisce che la pienezza della luce è Beatrice.

[20] Il ricordo di Beatrice lo spinge infatti ad aver maggior fretta.

[21] Sono circa le tre del pomeriggio perché il sole sta tra il monte ed i poeti.

[22] E’ stata paragonata alla figura di Farinata; per certi versi se ne distacca perché Farinata è ammirato da D. quale inflessibile capoparte, mentre attraverso l’invettiva cui Sordello dà occasione, D. ci dà una condanna dei partiti politici. Ma le due figure si assomigliano perché hanno una immobilità statuaria, un atteggiamento non indifferente ma distaccato; ambedue vogliono collocare l’interlocutore nella loro sfera di interessi, sapere a che paese o città D. appartiene; ambedue hanno la loro città in cima ai loro pensieri.

[23]  Nato a Goito vicino a Mantova nei primi decenni del secolo XIII fu buon trovatore e raggiunse i suoi maggiori successi poetici intorno alla metà del secolo.

Visse presso numerose corti: a Ferrara presso Azzo d’Este, a Verona presso Riccardo di San Bonifacio; qui si invaghì della moglie di lui Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, con pericolose conse­guenze perché poi la rapì o ne agevolò la fuga.

Trovò cortese ospitalità presso la corte provenzale di Raimondo Berlinghieri IV, dove operò come poeta ma soprattutto come politico, dimostrando abilità ed energia.

Fu presso Carlo I d’Angiò, che accompagnò nella discesa in Italia, ottenendo alcuni castelli in Abruzzo.

Fu poi imprigionato dal re e liberato per la mediazione di Clemente VI. Morì nel 1269 o poco dopo. Nella sua permanenza in Provenza perfezionò la conoscenza della lirica, egli aderiva alla scuola tolesana per quanto riguarda la poesia d’amore, scuola che considerava la donna come una necessaria guida all’elevazione dell’uomo.

Non abbiamo documenti della sua poesia in volgare. D. fu forse attratto dalla sua poesia politica dove si evidenziano fierezza di sentimenti e indipendenza di pensiero, con le quali egli polemizza contro la corruzione e l’ignavia di tanti potenti del tempo. In particolare D. conobbe un poemetto didascalico “Ensegnamen d’onor” (un trattato di cortesia ed etica cavalleresca che contiene fiere invettive contro i potenti che hanno perso le vere doti del signore) e specialmente il “compianto in morte di Ser Blacas” in cui Sordello dà una rassegna politica dei signori d’Europa (Federico II, i re di Francia, di Navarra e di Spagna, i signori di Provenza) cui unisce sarcasmo per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore di Ser Blacas per acquistarne la virtù ed il coraggio. Non sappiamo perché D. lo ha inserito in questo canto, non è un pigro né un “morto per forza”; forse è semplicemente un tardi-pentito (solo nella maturità infatti abbandonerà la spregiudicatezza dell’avventuriero per dedicarsi all’austerità).

[24] D. probabilmente potrebbe far riferimento alternativamente a due brani delle scrittu­re: “date a Cesare quel che è di Cesare” (Matteo XII, 21; Luca XX, 25) ed “il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni XVIII, 36), con diverse conseguenze nell’interpre­tazione; nel primo caso infatti D. si potrebbe riferire agli uomini “devoti” in generale, mentre nel secondo caso soltanto agli uomini di chiesa.

[25] Ucciso dal nipote Giovanni duca di Svevia fu imperatore dal 1298 al 1308, figlio a sua volta di Rodolfo, imperatore dal 1273 al 1791. Per D. l’impero è vacante dalla morte di Federico II (1250) all’incoronazione di Arrigo VII (1308), poiché Alberto d’Asburgo non era sceso in Italia ed aveva addirit­tura permesso a Bonifacio VIII di nominarsi suo vicario, con evidente confusione tra potere spirituale e potere temporale.

[26] Filoimperiali: ghibellini di Verona abbattuti dai San Bonifacio.

[27] Antiimperiali: guelfi di Cremona abbattuti dai Palavicino. Questa famiglia come quella dei Montecchi appartengono a fazioni che con la loro azione condussero alla rovina la Lombardia.