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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – XVII – cenni

TERZA CORNICE: SUPERBI, INVIDIOSI, IRACONDI – QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVII

CUSTODE:  Angelo della pace e della misericordia

 Dante sogna nuovi esempi di ira punita.

Lo distoglie dalle visioni l’angelo del perdono

 Dante e Virgilio salgono verso la quarta cornice.

Colti dalla notte i due poeti si fermano e V. spiega a D. l’ordinamento morale del purgatorio.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI

CANTO XVIII

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine

 Gli accidiosi devono correre continuamente per la cornice.

 Virgilio spiega a Dante la natura dell’amore e cosa sia il libero arbitrio.

Gli accidiosi: passano correndo e gridano esempi di alacrità

L’abate di San Zeno: condanna la nomina a quella carica di un rappresentante degli Scaligeri.

Esempi di accidia punita gridate da due anime.

Dante si addormenta.

QUARTA CORNICE: ACCIDIOSI-QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XIX

CUSTODE:  Angelo della sollecitudine e Angelo della giustizia

 Sogno di Dante: la femmina balba, simbolo della vanità dei beni terreni.

Risveglio e ripresa del cammino.

Appare l’angelo della sollecitudine che rade il quarto P.

Virgilio spiega a Dante il significato del sogno.

Arrivo alla quinta cornice degli avari e prodighi.

Gli avari e prodighi stanno bocconi per terra, in dimensione animale, con le mani e i piedi legati

Papa Adriano V: parla di sé, della sua conversione, della vanità dei beni terreni e dei tristi effetti dell’avarizia.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI

CANTO XX

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Gli avari e prodighi: D. impreca contro l’avarizia

Esempi di povertà e di liberalità.

Ugo Capeto: pronuncia una fiera invettiva contro la casata di Francia. Spiega poi che le anime cantano di giorno esempi di liberalità e di notte esempi di avarizia punita.

Il terremoto e il Gloria intonato da tutte le anime del Purgatorio.

Cessato il canto i due poeti riprendono il cammino

CANTO XXI

CUSTODE:  Angelo  della giustizia

Apparizione di Stazio, che spiega ai poeti la causa del terremoto.

Dante dichiara che la sua guida è Virgilio.

Stazio allora manifesta la sua somma ammirazione per il mantovano.

QUINTA CORNICE: AVARI E PRODIGHI- SESTA CORNICE: GOLOSI

CANTO XXII

CUSTODE:  Angelo  della giustizia e Angelo dell’astinenza

L’Angelo della giustizia cancella quinta P dal corpo di D. che sale più facilmente alla sesta cornice.

Stazio spiega il suo peccato di prodigalità e precisa che il suo pentimento avvenne per merito di Virgilio, così come fui merito di Virgilio la sua conversione (anche letterariamente nella Tebaide Stazio porta ai limiti estremi ogni aspetto dello stile Virgiliano).

I tre poeti arrivano alla sesta cornice dei golosi.

Vedono l’albero della vita (carico di frutti odorosi): una voce che esce dalla scorza grida esempi di temperanza.

CANTO XXIII

 CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

I golosi soffrono la fame e la sete e sono paurosamente dimagriti.

Forese Donati colloquia con Dante e gli spiega la condizione di quella cornice. Forese loda la moglie Nella e condanna la scostumatezza delle donne fiorentine. Gli parla di sé e dei suoi compagni.

CANTO XXIV

CUSTODE:  Angelo dell’astinenza

Forese parla di sua sorella Piccarda specificando che si trova in Paradiso. Mostra a D. alcune anime di golosi tra cui Bonagiunta Orbicciani: Dante gli spiega la poetica del Dolce stil novo.

Predizione di Forese della morte di Corso Donati.

D. vede l’albero della scienza del bene e del male: un albero carico di frutti tra le cui fronde una voce grida esempi di golosità punita

I tre poeti giungono al passo del perdono dove l’angelo dell’astinenza cancella un’altra P. dalla fronte di D.

Salita verso la settima cornice dei lussuriosi.

SESTA CORNICE: GOLOSI – SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXV

CUSTODE:  Angelo della castità

Tra la sesta e la settima cornice.

Stazio spiega la generazione del corpo umano, la creazione dell’anima, la sua infusione nel corpo, la sua vitalità dopo la morte del corpo e la formazione delle ombre.

I tre poeti giungono alla settima cornice dove stanno i lussuriosi avvolti nel fuoco.

Le anime cantano esempi di castità.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI

CANTO XXVI

CUSTODE:  Angelo della castità

I lussuriosi, divisi in due schiere, quando si incontrano si abbracciano e si baciano, gridando poi esempi di lussuria punita. D. colloquia con Guido Guinizzelli.

Incontro di D. con Arnaldo Daniello: si raccomanda nelle preghiere a D.

SETTIMA CORNICE: LUSSURIOSI- PARADISO TERRESTRE

CANTO XXVII

CUSTODE:  Angelo della castità  e Angelo della Carità

L’angelo della castità invita i poeti a passare attraverso la fiamma e Virgilio tranquillizza  Dante che decide di entrare mentre V. gli parla di Beatrice.

Un angelo li invita a salire prima che annotti per la scala che conduce al Paradiso terrestre.

Dante, Virgilio e Stazio si coricano sui gradini della scala a causa della notte.

Sogno profetico di Dante: nel sogno D. vede una bella donna che coglie fiori e dice di essere Lia.

Al suo risveglio si riprende la salita

Virgilio si congeda da Dante: afferma che il volere del poeta è ormai libero dal peccato e quindi il suo compito è finito

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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XI-XV – Cenni

PRIMA CORNICE: SUPERBI

CANTO X

Riassunto: D. e V. salgono per una stretta e tortuosa via alla prima cornice, dove ammirano insigni esempi di umiltà[1] scolpiti nel marmo candidissimo.

I due Poeti vedono da lontano le anime dei superbi, che avanzano lentamente gravati da enormi e pesanti massi.

CANTO XI

Riassunto: Le anime avanzano curve recitando la parafrasi del Padre nostro[2]. Incontro con Olberto Aldobrandeschi[3], che condanna la superbia dei nobili. Colloquio con Oderisi[4], che mostra la vanità della gloria umana. Infine Provenzan Salvani[5] che racconta il suo atto di umiltà sulla terra[6] e accenna all’esilio di D.

CANTO XII

Riassunto: D. su aiuto di Virgilio, contempla gli esempi di superbia punita[7], di cui è scolpito il ripiano sul quale cammina­no. Appare l’angelo dell’umiltà, che rade la prima P dalla fronte del poeta e avvia i due pellegrini alla scala che conduce alla seconda cornice. Salendo lungo il ripido declivio, D. si sente più leggero di prima e V. gliene spiega il motivo[8]. D. si tocca la fronte e scopre che una P. è stata cancellata: V. sorride per l’ingenuità del suo discepolo.

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI

CANTO XIII

Riassunto: I due Poeti giungono alla seconda cornice, dove stanno gli invidiosi. Non vedono anime, ma odono risuonare nell’aria esempi di carità[9]. D. guardando innanzi si accorge che gli invidiosi stanno immobili, seduti lungo la parete, coperti di cilicio del colore della pietra, con le palpebre cucite (come si usa fare agli sparvieri per addomesticarli): si sorreggono a vicenda recitando le litanie dei santi, ascoltando voci cortesi che recitano esempi di carità e voci spaventose che recitano esempi di invidia punita. Incontro con Sapia[10], che ricorda la sua colpa e deride la vanità dei Senesi.

CANTO XIV

Riassunto: Due altri spiriti chiedono a D. di dove egli sia. Il poeta accenna con una perifrasi alla Valle d’Arno. Guido del Duca[11] allora pronuncia una fiera invettiva contro gli abitanti della Toscana e dice che il suo compagno è Rinieri da Calboli[12]. Descrive poi le dolorose condizioni della sua Romagna. I due Poeti riprendo­no il cammino e odono voci che gridano esempi di invidia punita (ad es. le parole di Caino “Chiunque mi incontrerà, mi ucciderà”).

SECONDA CORNICE: INVIDIOSI -TERZA CORNICE: IRACONDI

CANTO XV

Riassunto: mentre i due Poeti sono volti ad occidente, vengono investiti da una luce intensissima: è l’Angelo della misericordia, che toglie a D. un’altra P. ed avvia i due pellegrini alla cornice superiore.

Mentre salgono, Virgilio chiarisce un dubbio di D. circa le parole di Guido del Duca ma D. non è soddisfatto della spiega­zione che gli sembra un paradosso. Sulla terza cornice D. è rapito da visioni estatiche[13], che gli presentano esempi di mansuetudine. Dopo tali visioni i due Poeti sono avvolti da una nera nube di fumo.

[1] L’Annuncia­zione; David danzante per riconoscenza a Dio; la regina Micol (figlia di Saul, fu data in sposa a David; derise l’entusiasmo del marito davanti all’arca dell’Alleanza e in punizione di questo fu da Dio resa sterile); l’imperatore Traiano ed una vedova che ottiene giustizia.

[2] Lodano e ringraziano Dio, uno e trino, offrendogli la propria volontà, quindi invocano la grazia necessaria alla redenzione ed il perdono dei peccati e Lo pregano di liberare gli uomini dalle tentazioni.

[3] Conte di Santa Flora nel Grossetano, ghibelino, che morì combattendo contro i guelfi.

[4] Famoso miniatore, amico di D. a Bologna.

 [5] Senese, ghibellino, che propose di distruggere Firenze al concilio di Empoli e morì sconfitto proprio dai Fiorentini.

[6] Elemosinare per un amico in prigione che gli valse il condono del periodo da trascorrere nell’Antipurga­torio.

[7] Lucifero che precipita dal cielo; Briareo (Gigante con cento braccia e cinquanta teste) trafitto dal dardo divino di Giove per aver aiutato i Titani; Apollo Pallade e Marte insieme al padre Giove che guardano la disfatta dei Giganti, la distruzione della superba Troia ecc.

[8] Quando le sette P saranno cancellate D. non proverà più fatica alcuna, ma il salire sarà piacere.

[9] I P. odono tre voci: la prima grida le parole di Maria alle nozze di Cana; la seconda ricorda il sacrificio di Pilade in luogo dell’ami­co Oreste; la terza grida le parole di Cristo agli apostoli: “Amate i vostri nemici”.

[10] Gentildonna senese (zia di Provenzan Salvani) di parte guelfa che odiava i ghibellini a tal punto da augurare la sconfitta ai concittadini di quella parte, poi avvenuta ad opera dei Fiorentini a Colle Val d’Elsa (1269).

[11] Visse tra il 1170 ed il 1250. Fu giudice e podestà in diversi Comuni della Romagna ed ebbe fama di uomo giusto e ospitale.

[12] Partecipò attivamente alle lotte che si svolsero in Romagna nel XIII secolo. Fu podestà di Parma e di molte città dell’Italia centrale.

[13] Ad es. la Vergine al Tempio quando cerca Gesù tra i Dottori.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII – Riassunto e commento

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Siamo sempre nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone al tramonto del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua. La guida è ancora Sordello da Goito.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i principi negligen­ti che si pentirono alla fine della vita, ed in particolare: Ugolino Visconti[1] e Corrado Malaspina[2].

La pena è quella di restare nella valletta quanto essi vissero.

La struttura del canto si dipana in cinque momenti che vanno sottolineati:

1) al tramonto, la preghiera di lode dei penitenti a Dio;

 2) l’appari­zione degli angeli a guardia della valle;

3) l’incontro e colloquio con Nino (Ugolino) Visconti;

4) l’arrivo e la cacciata del serpente diabolico;

5) il colloquio con Corrado Malaspina.

I temi importan­ti del canto sono: 1) il tema allegorico, annunciato dallo stesso D. con un’apo­strofe[3] diretta al lettore (vv. 19-21); o lettore, aguzza il tuo intelletto e la tua attenzione per comprendere il vero significa­to della scena che ora descriverò, poiché il velo che nasconde il senso allegorico è molto sottile.

Anche in If, IX, 61-63 (O voi ch’ avete gl’ intelletti sani,/ mirate la dottrina che s’ asconde/sotto il velame de li versi strani) c’è una dichiarazione dell’intento allegori­co del poeta, ma qui l’allegoria percorre tutto il canto, con l’apparizione degli angeli a protezio­ne e guardia della valletta dei principi, a simboleggiare l’inter­vento e l’aiuto divino, l’apparizione del serpente come simbolo della tentazione e del peccato, la sua cacciata da parte degli angeli come simbolo della Grazia di Dio che interviene attiva contro il male; tutta la scena riproduce l’immagine del Paradiso terrestre e la situazione del peccato originale.  A questi, si aggiunge un altro elemento allegorico: le tre stelle che appaiono in cielo, simbolo delle virtù teologali.

2) Il tema degli affetti e tema autobiografico: il secondo grande tema del canto è quello dell’amicizia e degli affetti umani.

Qui si parla dell’amore paterno di Nino Visconti, del suo amore coniugale e del suo pudico dolore per il comportamento della moglie, della cortese amicizia che lo legò a D.; e poi ancora del sentimento di generosità dei Malaspina e della sincera, commossa gratitudi­ne, che spinge D. nell’ultima parte del canto ad una delle più intense lodi mai rivolte ai signori del suo tempo. Il tema degli affetti coinvolgendo D., si fonda qui con il tema autobiografico, ed in particolare con il tema dell’esilio, con le ansie del peregrinare di D. di terra in terra alla ricerca di chi, come la famiglia dei Malaspina, sapesse accoglierlo adeguatamente e con liberalità.

3) Il tema della fisicità di D.: Ancora una volta D. propone lo stupore ed il timore dei penitenti di fronte al fatto che lui si trovi in Purgatorio pur essendo ancora vivo.  Questa volta è lui stesso ad annunciarlo, su richiesta di Nino Visconti: e subito Sordello che non si era accorto di nulla, si stringe a V. e gli rivolge lo sguardo a chiederne una spiegazione, mentre Nino Visconti dapprima indietreggia, ma poi subito chiama un’altra anima ad assistere al miracolo. È un’ennesima occasione, con proprie particolarità, per sottolineare la eccezionalità del viaggio e della grazia concessa a D., e per caratterizzarne il rapporto con le anime.

4) Il tema lirico: l’incipit. L’esordio del canto è il celeberrimo era già l’ora che volge il disio: in due strofe D. coglie le immagini ed sentimenti che più intimamente si ricollegano al momento del tramonto; l’attimo di riflessione, la nostalgia per i luoghi lontani ed amati, la malinconia che addolcisce il cuore, il ricordo degli amici, il suono delle campane che annunciano la fine del giorno.

RIASSUNTO

Mentre D., V. e Sordello osservano nella valletta le anime dei principi negligenti giunge l’ora del tramonto, l’ora che fa rivolgere i desideri dei marinai alla loro casa, e che ricolma di nostalgia il pellegrino.

Uno degli spiriti intona l’inno Te lucis ante[4], cui si unisco­no in coro le altre anime, guardando verso l’alto, come attendendo qualcosa.

Dante richiama qui il lettore a cogliere il significato allegorico di ciò che sta per mettere in versi; ed ecco, dal cielo scendono due angeli che si dispongono in alto ai due estremi della valle; essi sono vestiti di verde (paragonabile a quello delle foglioli­ne novelle), e con in mano due spade infuocate e senza punta, che useranno per cacciare l’imminente venuta del serpente; D. alla loro vista, rimane abbagliato mentre Sordello spiega che entrambe vengono dal grembo della Vergine per cacciare il serpente che verrà di lì a poco; D. non sapendo da che parte il demonio sarebbe venuto si spaventa stringendosi a Virgilio; Sordello annuncia che è il momento di scendere nella valle a parlare con le anime dei grandi della terra (vv. 1-45).

I tre poeti scendono nella valletta, e D., nonostante l’oscurità, vi riconosce con gioia il nobile amico Nino Visconti, giudice di Gallura, il quale gli chiede quando fosse giunto in Purgatorio dalle lontane acque del Tevere.

 Alla risposta di D., saputo che egli è ancora vivo, tanto Nino quanto Sordello hanno un moto di meraviglia; subito dopo Nino chiama l’anima di Corrado Malaspina affinché venga ad ammirare questo miracolo della Grazia divina.

Poi, Nino chiede all’amico di ricordarlo alla figlia (novenne) Giovanna affinché preghi per lui, poiché da altri non può attendersi amore, in particolare dalla moglie che non l’ama più, e che con suo danno ha rinunciato alla vedovanza (alle bianche bende vedovili) per risposarsi con Galeazzo Visconti (l’amore delle donne infatti dura poco se non è alimentato dalla presenza e dal contatto con l’amato): ma quando sulla sua tomba verrà messo lo stemma di quella famiglia (la vipera), esso non le farà tanto onore quanto gliene avrebbe fatto quello (il gallo) del casato di Nino[5] (vv. 46-84).

Alzando avidamente gli occhi al cielo, D. vede ora  tre stelle straordina­riamente splendenti, simbolo delle tre virtù teologali, che hanno sostituito, come spiega Virgilio, i quattro astri (le virtù cardinali) visti all’alba in questo emisfero antartico.

All’improvviso, all’imboccatura della valletta, sopraggiunge insidioso il serpente della tentazione che si lecca strisciando, ma contro di lui subito si avventano gli angeli, anche se D. non sa come si siano mossi, mettendo il demonio in fuga.

Quindi, i due ministri celesti tornano nelle loro posizioni di custodia della valle (o forse in Paradiso) (vv. 85-108)

Riprende il colloquio tra le anime, e Corrado Malaspina, che non aveva mai smesso di guardare D. durante l’assalto degli angeli, gli augura di avere tanta volontà (cera) da corrispondere alla volontà divina (lucerna); chiede poi a D. notizie della sua Val di Magra, di cui fu nobile signore, anche se non fu il capostipite della famiglia.

La domanda è occasione a Dante per intessere un alto elogio della famiglia di Corrado, da cui si irradia ovunque la fama di liberali­tà e di virtù.

Corrado gli profetizza allora che nel giro di pochi anni D. potrà sperimentare direttamente e personalmente la loro generosità e cortesia: e sarà quando, esule, sarà dai Malaspina accolto ed ospitato (109-139).

[1]  Figlio di Giovanni Visconti da Pisa e di una figlia del Conte Ugolino della Gherardesca, visse nella seconda metà del Duecento. Prima governatore in Sardegna, poi nel 1285 signore di Pisa insieme col conte Ugolino. Cacciato in esilio dai ghibellini che prevalsero nella città, lottò a lungo ma inutilmente a capo dei fuoriusciti guelfi per rientrarvi. Morì in Sardegna nel 1296. Conobbe D. nelle sue numerose visite a Firenze come capo dei guelfi pisani, e strinse intensa amicizia con lui.

[2] Vissuto nel secolo XIII, morto nel 1294, fu marchese di Villafranca in Lunigiana. D. lo chiama il giovane per distinguerlo dal nonno Corrado Malaspina, l’antico, fondatore di uno dei due rami della famiglia (dell’altro fu capostipite Obizzo).

[3] Figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata.

[4] Sono le prime parole dell’inno, attribuito a Sant’Ambrogio, che la chiesa canta all’ora di compieta per invocare l’aiuto divino contro le tentazioni della notte. L’inno suona così: << Prima che termini la luce, ti preghiamo o Creatore, affinché con la Tua clemenza Tu sia la nostra tutela e custodia. Si allontanino i sogni e i fantasmi notturni, e Tu soggioga il nostro nemico affinché non insozzi i nostri corpi>>.

[5] Beatrice d’Este infatti rimasta vedova di Nino Visconti nel 1296, ritornò con la figlia Giovanna, presso i suoi a Ferrara. Si risposò in seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano, e le nozze furono solennemente celebrate a Modena nel 1300 (o forse nel 1299). Cacciato poi dai Visconti nel 1302 dalla fazione dei Torriani, Beatrice seguì il marito in esilio e nelle tristi vicende che lo portarono in Toscana, semplice soldato di Castruccio Castracani. Quivi Galeazzo morì nel 1328; Beatrice, vedova una seconda volta, poté ritornare in buona fortuna, quando suo figlio Azzo riebbe la signoria di Milano.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canti XXXI-XXXIII Sintesi

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XXXI Canto

 I poeti, percorrendo l’argine interno delle Malebolge lasciano la decima bolgia, e s’accosta­no al pozzo del Cocito (vv. 1-33), intorno al quale, simili a torri, stanno i giganti (vv. 91-111) colpevoli di avere sfidato la divinità[1]: Nembrot[2] (vv. 58-81), Efialte (vv. 91-111)[3], Anteo[4] (vv. 112-129).

Dante è attirato dal gigante più vicino; si tratta di Nembrot, che pronuncia parole aspre e incomprensibili, lui che causò, come Virgilio narra a D., con il suo folle progetto la confusione delle lingue.

Dante e Virgilio procedono poi sulla sinistra un breve tratto, fino ad incontrare un gigante ancora più grande e feroce, con le braccia imprigionate da una catena che gira tutto intorno al busto.

Si tratta di Efialte, responsabile di essere stato fra i più attivi ed aggressivi nella lotta dei giganti contro il loro signore Giove: per aver tanto agitato le braccia contro la somma divinità, ora le ha incatenate.

Dante chiede di poter vedere il gigante Briareo[5], ma Virgilio gli annuncia che presto vedrà Anteo, il quale può parlare e non è incatenato: Briareo invece è troppo discosto, e d’ altra parte è nelle stesse condizioni di Efialte, solo con aspetto più crudele.

In quel momento Efialte improvvisamente si scuote e dimena in modo tale da provocare in Dante il più grande terrore mai provato.

Giunti vicino ad Anteo, Virgilio gli si rivolge con cortesia ricordando le molte vittorie del gigante, e gli chiede di deporli sul fondo del pozzo infernale informandolo di come Dante, tornato sulla terra, potrà rinnovare la sua grande fama.

D. e V. sono quindi deposti da Anteo, su sollecitazione di V., nel fondo del pozzo, in una pianura gelata dove stanno i traditori.

XXXII Canto

Nel nono cerchio nella 1a e 2a zona del Cocito, tra le sedici e le diciotto del 9 aprile 1300, sabato santo.

Il cerchio nono è interamente occupato da un lago ghiacciato, il Cocito appunto, che scende verso il centro; la crosta di ghiaccio è cosi spessa e dura che neppure il crollo di un monte potrebbe minimamente scalfirla.

Il lago è diviso in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea, Giudecca; Dante e Virgilio attraversano in questo canto le prime due.

I dannati sono i traditori dei parenti, della patria, degli amici, dei benefattori, ossia i colpevoli di frode esercitata verso chi si fida; sono immersi più o meno profondamente, a seconda della loro colpa, nel lago ghiacciato diviso, appunto, in quattro zone concentriche: la Caina (traditori dei parenti), Antenora (tradito­ri della patria o della parte), Tolomea (traditori degli amici o degli ospiti), Giudecca (traditori dei benefattori).

I dannati sono confitti nel ghiaccio prodotto dal raggelarsi del fiume infernale per il vento freddo causato dalle ali di Lucifero.

Come in vita furono freddi, duri e spietati al punto da tradire persone legate da vincolo di parentcla o di elezione, e che di loro dunque si fidavano, ora sono sprofondati nel ghiaccio durissimo e gelido

Nella Caina e nella Antenora che prendono nome da Caino e da Antenore, leggendario traditore di Troia, i traditori hanno il capo fuori dal ghiaccio e il viso, quelli della Caina, rivolto all’ingiù, quelli dell’Antenora eretto[6].

Nella Caina (vv. 1-39) D. incontra i conti di Mangona[7] (vv. 40-51), che sono i più crudeli tra i traditori dei parenti puniti in questa zona del Cocito; ciò lo vengono a sapere per bocca di Camicione de Pazzi[8], che li informa anche della presenza di Mordret[9], figlio o nipote di re Artù, di Focaccia, cioè il pistoiese Vanni de’ Cancellieri[10], e del nobile fiorentino Sassolo Mascheroni[11]  e Carlino de Pazzi[12] (vv. 52-69).

Nella Antenora, verso il centro del lago, dove sono i traditori politici  o della patria D. incontra Bocca degli Abati, traditore dei Guelfi nella battaglia di Montaperti[13], a cui il poeta strappa i capelli per fargli dire chi sia e poi altri traditori [14](vv. 70-123).

D. poi scorge con racca­priccio due ghiacciati in una buca, l’uno dei quali rode bestial­mente il teschio dell’altro. D. chiede chi sia il “roditore” e quali siano le ragioni, se giuste, di tanto odio che D. promette di far conoscere al mondo (vv. 124-139).

Canto XXXIII

 Nel cerchio nono, nella seconda e nella terza zona (la Tolomea), l’unica zona in cui le anime possono cadere prima della morte fisica, sostituite sulla terra, nel corpo che vive ancora, da un demone.

I due ghiacciati (v. Canto XXXIV in fine) nella buca sono l’uno il conte Ugolino della Gherarde­sca[15], qui condannato per aver tradito prima la parte ghibellina e poi la parte guelfa, e l’altro l’arcivescovo Ruggieri[16], colpevole di aver tradito il conte fingendosigli politicamente amico.

Il conte Ugolino, indotto dalle parole di D., rivela piangendo la crudeltà della morte a cui, per causa dell’Arcivescovo Ruggeri, fu sottoposto insieme con quattro figli (propriamente, due figli, Gaddo e Uguccione, e due nipoti, Anselmuccio e Nino detto il Brigata).

 Rinchiusi nella torre della fame, in Pisa, nel 1289, una notte, dopo molti mesi, sono tutti atterriti dallo stesso sogno profetico: una fantastica caccia sul monte S. Giuliano, guidata dal Ruggieri e da altre famiglie pisane, contro i lupi e lupicini, raggiunti e straziati <<da cagne magre, studiose e conte>>.

 Il presagio della triste fine è confermato dal sentir inchiodare l’uscio di sotto della orribile torre, nell’ora in cui soleva esser portato il cibo; essi sono condannati a morire di fame.

La tragedia si svolge tutta nel silenzio e nell’ombra; l’impetrare, muto, del padre l’aspetto dei visi scarni e sofferenti, l’atto del conte di mordersi le mani per il dolore, interpretato come un tentativo di sfamarsi dai figli, che a lui offrono le loro misere carni, la morte di Gaddo, implorante aiuto, e poi degli altri tre a uno a uno tra il quinto giorno ed il sesto, il brancolare del padre già cieco sopra ciascuno e il chiamarli a lungo disperatamen­te per due giorni, infine la morte per fame del conte, tutto questo è rappresentato da D. con inuguagliabile potenza drammatica (vv. 1-78).

E tale è lo sdegno di D. contro Pisa, rea di aver fatto morire di tal morte anche gli innocenti figli del conte, che egli pronuncia contro di essa una tremenda invettiva, augurando che tutti i Pisani affoghino nelle acque dell’Arno (vv. 79-90).

I poeti passano poi nella terza zona, detta Tolomea[17], dove si trovano, come già detto, i traditori degli amici e degli ospiti. I dannati stanno supini col solo viso fuori dalla ghiaccia, volto in modo tale che le lacrime si ghiaccino nell’orbita degli occhi ed essi possano sentire più dolore: l’anima loro può piombare nell’inferno, come già accennato, appena compiuto il tradimento, mentre il corpo vive ancora sulla terra, occupato da un demonio, come spiega a D. il frate gaudente Alberigo[18] e come accade al genovese Branca d’Oria[19].

D. prorompe in una invettiva contro i Genovesi, tanto corrotti che uno di loro è già all’Inferno prima ancora che il suo corpo muoia.


[1]  Essi hanno la parte inferiore dell’im­menso corpo addossata alla parete del pozzo, e i piedi piantati sul fondo. Tentarono di elevarsi al cielo, usando la propria forza: ora sono sprofondati e incatenati, impotenti e inermi, alle pareti del pozzo.

[2] Nembrot. Primo re di Babilonia, rappresentato nella Bibbia come cacciatore,  qui reca un corno al collo. Nella tradizione medievale è raffigurato appunto come gigante, ideatore della torre di Babele, costruita per raggiungere il cielo. Dio lo punì con la confusione delle lingue.

[3] Fialte, o Efialte. Figlio di Nettuno e lfimedia. Tentò la scalata per raggiungere il cielo insieme al gemello Oto, sovrapponendo i monti Ossa e Pelio all’Olimpo.

[4] Anteo. Figlio di Nettuno e della Terra; non prese parte alla lotta contro gli dei, essendo nato più tardi. Abitava nel deserto libico; combatte contro Ercole che lo vinse e l’uccise.

[5] Briareo. Gigante centimane, alleato di Zeus, che partecipò alla lotta contro i Titani  (i sei figli di Urano e Gea: Oceano, Ceo, Iperione, Crio, Giapeto, Crono).

[6]  La Caina prende il nome da Caino, assassino del fratello Abele. È sede, come già accennato, dei traditori dei parenti: immersi fino al collo, tengono il viso piegato verso il basso perché le lacrime che sgorgano dagli occhi non gelino. L’Antenora prende il nome da Antenore, eroe troiano che consigliò di restituire Elena per rappacificarsi con i Greci; di qui derivò la leggenda secondo cui fu lui a consegnare la statua di Pallade ai nemici ed apri lo sportello del cavallo di legno. È  sede dei traditori della patria e del partito: immersi fino al capo, sono costretti a tenerea appunto la testa diritta.

[7] Alessandro e Napoleone degli Alberti. Vissuti nella seconda metà del 1200, figli del conte Alberto di Mangona, che lasciò loro una cospicua eredità di terre e possedimenti. Da questo testamento nacquero lotte violente, acuite dagli odi di partito, essendo Alessandro guelfo e Napoleone ghibellino. Rappacificati per opera del cardinale Latino, i fratelli ripresero le violente contese fino ad uccidersi a vicenda, intorno al 1285.

[8] Camicione de’ Pazzi Di Valdarno, uccise un suo parente per entrare in possesso dei suoi beni.

[9] Mordret. Personaggio del romanzo di Lancillotto, figlio o nipote di re Artù, avendo tentato di impossessarsi a tradimento del suo regno, fu trapassato con un colpo di lancia dal re.

[10] Vanni de’ Cancellieri. Detto Focaccia, pistoiese di parte bianca, avrebbe ucciso a tradimento il cugino Sassolo Mascheroni.

[11] Sassolo Mascheroni. Della famiglia dei Toschi da Firenze, uccise un cugino per impadronirsi dell’eredità.

[12]  Carlino de’ Pazzi. Di Valdarno, nel 1302 tradì i Bianchi, consegnando ai Neri il castello di Piantavigne dove erano rifugiati gli esuli politici, mentre egli otteneva in cambio il rimpatrio e un compenso in denaro. Deve ancora raggiungere la zona dei traditori, ma andrà più in basso, nell’Antenora, dove sono puniti i traditori politici .

[13] Bocca degli Abati. Fiorentino, si dice che avesse tradito i guelfi nella battaglia di Montaperti nel 1260, tagliando di netto la mano di colui che reggeva il vessillo del Comune di Firenze; in tal modo i guelfi, scoraggiati, furono sconfitti in breve tempo.

[14] Si tratta di:

1) Buoso da Duera. Signore di Cremona, avendo ricevuto da Manfredi l’incarico di organizzare la resistenza in Lombardia contro le truppe di Carlo d’ Angiò, si fece corrompere dai Francesi e li lasciò passare senza combattere.

2) Tesauro dei Beccaria. Pavese, abate di V allombrosa e legato pontificio in Toscana. Fu decapitato in Firenze per aver tradito i guelfi, favorendo il rientro in città dei ghibellini, cacciati nel 1258.

3) Gianni dei Soldanieri. Fiorentino di parte ghibellina; nella sommossa del 1266 tradi i suoi e, fattosi capopopolo, cercò di impadronirsi del governo della città a danno dei ghibellini.

4) Ganellone, o Gano di Maganza. Tipico traditore nei poemi cavallereschi; fu colui che, tradendo Orlando, provocò la rotta di Roncisvalle dell’ esercito cristiano.

5) Tebaldello de’ Zambrasi. Di Faenza, nel 1280 per vendicarsi contro i Lambertazzi, ghibellini bolognesi rifugiatisi a Faenza, consegnò la propria città ai Geremei, guelfi di Bologna. Mori nel 1282 nella battaglia di Forli.

[15] Ugolino della Gherardesca. Conte di Donoratico, nato nella prima metà del 1200 da antica e nobilissima famiglia, aveva vasti possedimenti intorno a Pisa, nel Maremmano e in Sardegna. Mentre Pisa, di parte ghibellina, era in lotta con Genova e con le vicine città toscane guelfe, Ugolino nel 1275 congiurò con il genero Giovanni Visconti per instaurare il partito guelfo in città. Il tentativo non riuscì ed egli fu esiliato con i suoi, ma, riammesso di lì a poco, acquistò presto potere e prestigio presso i concittadini. Condusse la battaglia della Meloria ( 1284) in cui i Pisani dovettero cedere ai Genovesi. Divenuto podestà di Pisa, per spezzare l’alleanza tra Genova, Firenze e Lucca, stretta a danno del proprio Comune, si diede a concedere terre e castelli ai nemici, isolandoli così tra loro. Appena Pisa fu fuori pericolo, associò a se il nipote Ugolino Visconti, trasformando il Comune in Signoria. Ma nel giugno 1288 i ghibellini, con l’aiuto delle potenti famiglie dei Gualandi, dei Lanfranchi e dei Sismondi e sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, gli tolsero il potere; Ugolino fu rinchiuso in una torre della città – detta poi « della Fame» – con i due figli Gaddo e Uccione e i due nipoti Nino e Anselmuccio. I cinque morirono d’inedia nel febbraio del 1289. Dante lo colloca tra i traditori politici per essere passato dai ghibellini ai guelfi, più che per l’ azione diplomatica intentata contro Lucca, Pisa e Firenze.

[16] Ruggieri degli Ubaldini. Arcidiacono di Bologna, nel 1271 divenne arcivescovo di Ravenna e nel 1278 di Pisa. Tradi il conte Ugolino di cui si era finto seguace e, avendolo fatto morire di fame, ora è divorato da lui.

    [17] Che prende il nome Tolomea. Prende il nome da Tolomeo, re d’Egitto che tradi l’amico Pompeo, oppure dal Tolomeo governatore di Gerico che uccise a tradimento il suocero Simone Maccabeo e i suoi figli durante un banchetto cui erano stati invitati.

[18] Alberigo dei Manfredi. Vissuto nella seconda metà del 1200, faentino, frate gaudente di parte guelfa. In lite con alcuni suoi parenti, nel maggio del 1285 li invitò a banchetto per rappacificarsi con loro, e al momento della frutta li fece uccidere. Dante si stupisce di vederlo già nell’lnferno, perche frate Alberigo era ancora vivo nel 1300.

[19] Branca d’Oria. Nobile genovese, coevo di Dante, vivo ancora quando il poeta immagina di incontrare la sua anima nella Tolomea. Per impadronirsi della signoria di Logudoro in Sardegna, uccise il suocero Michele Zanche (di cui Dante ha dato notizia tra i barattieri, cfr. XXll, 88), dopo averlo invitato a pranzo.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XXI Sintesi

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IN BREVE

Nell’ottavo cerchio (frode di chi non si fida). Nella quinta bolgia  compaiono i barattieri, colpevoli di essersi valsi delle cariche pubbliche a loro privato vantaggio; sono immersi nella pece bollente, sotto la guardia dei diavoli (vv. 1-21); un Anziano di Lucca giunge in quel momento e viene beffato e dilaniato (vv. 22-57). – I demoni minaccia­no i poeti (vv. 58-105), ma poi ricevono dal loro capo Malacoda dieci diavoli per guida, a capo dei quali è posto Barbariccia, perché questi mostri al poeta (così spiega Malacoda) dove si trovi il ponte che sovrasta la bolgia seguente, in quanto che quello su cui son venuti sin qui, nella bolgia seguente è rotto.

È una bugia inventata da Malacoda per beffarsi dei due poeti, giacché tutti i ponti che sovrastano la bolgia seguente caddero per il terremoto seguito alla morte di Cristo (vv. 105-139).

*.*.*.*

Sono le sette antemeridiane del 9 aprile l 300, sabato santo. Il LUOGO è costituito dal cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII). Siamo in particolare nella 5a bolgia. Il fosso è particolarmente scuro perche sul fondo bolle una pece nera che ingromma le coste. I Custodi: Malebranche, i diavoli guardiani e aguzzini dei dannati. I DANNATI sono i barattieri, coloro che fanno traffici dei pubblici uffici. PENA E CONTRAPPASSO: i dannati sono costretti a rimanere completamente immersi nel lago di pece bollente. Se ne escono fuori, vengono uncinati e straziati dai diavoli. In vita furono sleali e infidi, praticarono arti vischiose e nere; ora bollono nella pece vischiosa e nera e sono preda di diavoli altrettanto bugiardi e infidi.

 PERSONAGGI

Malebranche. Sono i diavoli, armati di uncini, custodi della bolgia: il nome, inventato da Dante come quello di Malebolge, fa riferimento agli artigli (branche) di cui sono forniti. Sono rappresentati secondo l’iconografia diffusa nel Medioevo. I loro nomi: Malacoda (loro capo), Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante, Scarmiglione. Tra questi, solo Alichino e Farfarello sono nomi tradizionali di diavoli (il secondo lo ritroveremo anche in un famoso dialogo del “Le operette Morali”).

L’anzian di Santa Zita. Si tratta di un magistrato, uno dei reggitori di Lucca, città in cui si venerava la santa.

Guido da Pisa e il Buti lo identificano in Martino Bottaio, morto nella notte tra il venerdì e il sabato santo del 1300. Ma più che sull’anonimo personaggio, Dante riversa la propria ironia su tutta la borghesia lucchese, dedita a speculazioni e traffici illeciti, e per di più di parte nera: nel 1309 da Lucca furono banditi tutti gli esuli bianchi fiorentini, rifugiatisi in quella città.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) La commedia dei diavoli. La struttura del canto è vivace, ricca di apparizioni improvvise, colpi di scena, rappresentazioni sarcastiche: il primo atto, insomma, della commedia dei diavoli, che si protrarrà fino al canto XXIII. Su tutto scorre lo sguardo polemico di Dante, che, padrone dei suoi personaggi, ne ritrae crudeltà e bassezze: di fronte al peccato vile dell’inganno per denaro, la pena è abbietta, la condanna si fa più feroce nello scherno e nella grossolanità dell’invenzione. Da notare:

a) in apertura di canto (v. 2), Dante ricorda che di comedìa si tratta, quasi a introdurre, con un avvertimento, la vivacità e grossolanità di toni e il linguaggio popolare, cinico, triviale, dell’episodio;

b) al suo apparire la bolgia è paragonata all’arsenale di Venezia nel fervore dei lavori invernali. La scena è movimentata e, allargando il termine di paragone cui è riferita – l’arsenale in piena attività di uomini e di gesti è suggerito solo dalla pece ribollente sul fondo della bolgia – serve ad imprimere ritmo e brillantezza a tutto il canto;

c) il linguaggio triviale e sarcastico dei diavoli: nei dannati, allo strazio fisico si aggiunge lo strazio delle parole;

d) l’inganno di Malacoda: untuoso e ingannevole, il capo dei Malebranche blandisce Virgilio e gli offre una scorta, indicandogli un passaggio che in realtà non esiste.

2) La paura di Dante. Come davanti alle porte di Dite, la ragione umana, incarnata da Virgilio, soccombe alla menzogna, mentre la paura di Dante finisce per essere più ragionevole della sicurezza del suo maestro e diventerà elemento risolutivo della situazione drammatica (cfr. c. XXIII: riesce a convincere Virgilio ad accedere alla sesta bolgia e quindi a salvarsi dai diavoli che li incalzano).

RIASSUNTO

La 5a bolgia. I barattieri (vv. 1-21) Così parlando di vari argomenti, Dante e Vìrgilìo gìungono sulla sommìtà del ponte che separa la quarta dalla quìnta bolgia: guardando in basso, si accorgono che è più buia delle altre. Come in inverno, arrestata la navigazione, nell’arsenale dei Venezianì, sì fa bollìre la pece per riparare le navi danneggìate, così nella quìnta bolgìa, non a causa del fuoco, ma per volontà divina, bolle una densa pece vischìosa che bagna tutta la riva. In essa sono immersi i barattieri, nascosti però alla vista di Dante a causa del ribollire della pece. I diavoli. Un barattiere: l’anziano di Santa Zita (vv. 22-57)

Mentre Dante fissa scrutando il mare di pece, Virgilìo lo esorta a guardare verso un determinato punto.

Il poeta subito si volta a guardare come chi ansiosamente ha fretta di vedere ciò che gli conviene fuggire e vede un diavolo nero che viene correndo sullo scoglio: è fìero nell’aspetto. con le ali aperte e velocissimo nel movimento.

Sulle spalle porta un peccatore tenendolo per le caviglie e, mentre corre, grida ai suoi compagni diavoli, chiamandoli Malebranche, di sprofondare nella pece quel dannato, un anziano di Santa Zita: aggiunge che egli tornerà nella città di Lucca, dove tutti sono barattieri, eccetto Bonturo Dati (un ricco mercante di Lucca  che sopravvisse a Dante), per prendere altre anime.

Pronunciate queste parole, scaraventa il dannato dall’alto del ponte e subito se ne riparte più veloce di un mastino che, liberato dalla catena, insegua un ladro.

Intanto il dannato, dopo essere sprofondato nella pece, torna a galla con la schiena curva, ma i diavoli che stanno sotto il ponte, si fanno beffe di lui dicendo che lì non si adora il Santo Volto come a Lucca. e non si nuota come nel Serchio (il fiume nei pressi di Lucca).

Poi gli consigliano di non tentare di uscire dalla pece se non vuole essere trafitto dai loro rampini e intanto lo uncinano e lo spingono sotto come gli sguatteri immergono la carne nelle pentole perché non venga a galla.

Virgilio a colloquio con i diavoli: Malacoda. Paura di Dante (58-105)

Virgilio invita Dante a nascondersi dietro uno scoglio, mentre egli andrà a parlare con i diavoli; non deve preoccuparsi per lui, poiché egli sa come comportarsi in tali situazioni, avendo avuto già occasione di trovarcisi.

Detto questo, supera il ponte, ma non appena giunge sulla riva tra la 5a e la 6a bolgia, i demoni gli corrono incontro con quel furore e quell’accanimento con cui i cani si avventano contro il mendicante che chiede l’elemosina.

Subito Virgilio li arresta, dicendo loro di non colpirlo prima che abbia parlato con uno di essi: i diavoli sono tutti d’accordo nel mandare a colloquio Malacoda che, uscito dalla schiera dei compagni, si avvicina a Virgilio domandandogli il motivo della sua venuta in quel luogo.

Il Maestro risponde che egli accompagna Dante in questo viaggio per volere divino; a queste parole Malacoda abbandona il rampino dicendo ai compagni di non arrecare alcun danno ai due poeti.

Virgilio, ormai rassicurato, esorta Dante ad uscire dal nascondiglio e a recarsi accanto a lui: ma i diavoli, alla vista di Dante, si fanno tutti avanti, cosicché egli crede che non vogliano mantenere fede alla parola data, come accadde quando i fanti pisani, nonostante si fossero arresi al nemico, uscendo dal castello di Caprona, temettero di essere assaliti.

Perciò Dante si fa più vicino al maestro e non distoglie gli occhi dai demoni che, eccitati, vorrebbero colpire Dante con i loro rampini, ma vengono trattenuti da Malacoda.

L’inganno di Malacoda. Il drappello dei diavoli (106-139)

Rivolgendosi ai poeti, Malacoda li avverte che, per arrivare alla 6a bolgia, non si può proseguire attraverso il ponte che è crollato da 1266 anni, cioè dalla morte di Gesù Cristo[1]: se vogliono proseguire il viaggio, devono seguire l’argine fino a quando incontreranno un altro ponte: lungo il cammino saranno accompagnati da un drappello di diavoli che intanto controlleranno che nessuno esca dalla pece.

Essi sono: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicane, e a capo di essi, Barbariccia.

Dante, intimorito dall’aspetto minaccioso della scorta di demoni, preferirebbe proseguire da solo il cammino. ma Virgilio lo rassicura e ad uno sconcio segnale del capo Barbariccia, la compagnia si mette in cammino.


[1] I due poeti si accorgeranno dell’inganno di Malacoda solo dopo essere stati nella bolgia degli ipocriti (canto XXIII). lnfatti anche tutti i ponti successivi sono crollati a causa della morte di Cristo.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIV e XV– Sintesi

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Canto XIV

Sempre nel 7° cerchio. Nel 3°girone[1] incontrano i violenti contro Dio, natura ed arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai), puniti in una landa arenosa su cui piovono dilatate falde di fuoco[2]; essi inutilmente si affannano ad allontanare le fiamme (vv. 1-42).

Tra i bestem­miatori (che si trovano distesi) incontrano Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che continua anche dopo morto ad imprecare contro Giove (a cui non basterebbero tutti i fulmini di Vulcano e dei Ciclopi per procurarsi una sufficiente vendetta[3]) ostentando una rabbia orgogliosa; V. lo rimprovera aspramente e considera adeguata la sua pena (vv. 43-75).

Mentre Dante e Virgilio attraversano la landa incontrano un fiumicello dove si spengono le fiamme e V. spiega l’origine dei fiumi infernali, che si formano dalle lacrime della statua del Veglio di Creta, simbolo dell’umanità  e della sua corruzione (vv. 76-142).

Nella sua ideazione, Dante si ispira al passo biblico di Daniele (11, 31-48) dove si narra di una statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui Daniele spiega il significato. L’allegoria del Veglio è stata variamente interpretata; tra le principali versioni, la prima che riportiamo è la più completa e suffragata:

a) storia dell’umanità, durante le varie età dell’oro, dell’argento, del rame, del ferro. Le ferite sono i dolori e le colpe degli uomini che, incanalandosi nelle lacrime, tornano all’Inferno, regno di tutti i mali. Dalla testa, in oro, non sgorgano lacrime perché l’umanità dell’età dell’oro era esente da vizi e da colpe. I due piedi rappresentano i due tipi di potere: il piede in terracotta simboleggia il potere spirituale corrotto, quello in ferro, il potere temporale diminuito di prestigio. La statua è posta al centro del mondo allora conosciuto: volge le spalle all’Egitto, perché l’umanità proviene da Oriente e guarda verso Roma, sede del papato e dell’Impero.

b) natura umana, corrotta dal peccato originale. I metalli di cui è composta simboleggiano le diverse facoltà dell’uomo: il libero arbitrio (oro), la ragione (argento), la volontà (rame), l’ira e la cupidigia (ferro).

c) monarchia imperiale: le diverse parti della statua rappresentano le diverse forme di governo, dall’oro della monarchia universale alla terracotta della democrazia.

XV Canto

IN BREVE

Sempre nel 7° cerchio. Tra i sodomiti Dante ricono­sce Brunetto Latini; Dante esprime la sua riconoscenza per i savi consigli e si duole di vederlo tra i dannati.

Brunetto esorta Dante a tenersi lontano dai corrotti costumi dei Fiorentini e gli predice l’onore di essere odiato tanto dai Guelfi Neri che dai Bianchi (cosa che accade nel 1304) (vv. 1-99).

Dante risponde che la sua coscienza è così pura che può sopportare le avversità della sorte; chiede poi a Brunetto se vi sono altri compagni nelle sue stesse condizioni; Brunetto ne nomina alcuni e poi fugge dopo aver raccomandato a Dante il suo Tesoro (vv. 100-124).

*.*.*.*

Il canto XV ed i due canti seguenti, in cui Firenze e i Fiorentini, occupano tutta la scena, corrispondono armonicamente ai canti XV, XVI e XVII del Paradiso, in cui Firenze ed i Fiorentini sono presenti nella figura e nei discorsi dell’avo Cacciaguida, in modo che Firenze viene a formare come il nucleo centrale della prima e della terza cantica.

È l’alba del 9 aprile del 1300, sabato santo, nel cerchio VII, 3° girone. Si tratta, come già sappiamo, di una landa di sabbia rovente, su cui cade, incessante e lenta, una pioggia di larghe falde di fuoco.

I dannati puniti in questo girone sono i violenti contro Dio nella natura ed in particolare i sodomiti.

La pena e il contrappasso sono i seguenti: i dannati sono costretti a girare incessantemente sulla sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. Possono ripararsi con le mani dalle falde infuocate, ma chi si ferma è costretto ad esporsi alla pioggia per cent’anni senza riparo.

Agitati in vita da passioni contro natura, non possono stare fermi e sono distrutti dal fuoco.

PERSONAGGl

Brunetto Latini (1220-1294). Notaio, guelfo, esule dopo Montaperti, fece ritorno a Firenze dopo la sconfitta di Manfredi e del partito ghibellino a Benevento.

Occupò cariche politiche, e fu uno dei priori della città. Autore di note opere come il Tesoro, trattato di didattica, e il Tesoretto, riduzione in volgare e in poesia del primo.

Considerato maestro di Dante, più come consigliere e guida che nel senso stretto del termine.

Prisciano da Cesarea. Grammatico latino, vissuto nella prima metà del VI secolo, autore di primaria importanza nella cultura medievale.

Francesco d’Accorso (1225-1294). Insegnò nella scuola giuridica di Bologna, quindi ad Oxford su esplicita richiesta del re d’Inghilterra Edoardo I.

Andrea de’ Mozzi. Vescovo di Firenze fino al 1295, quando in conseguenze dello scandalo per il suo comportamento fu trasferito a Vicenza, dove morì nel 1296. Non è citato esplicitamente da Dante, ma lo si è potuto identificare quasi con certezza dai commenti antichi.

ELEMENTI PRINCIPALI

 1) La figura di Brunetto Latini. Dante tace della sua colpa, è stupito di vederlo lì, ha molta reverenza e umana comprensione per lui. Virgilio sparisce dalla scena del canto, quasi a voler lasciare soli i due Fiorentini. Letterato l’uno, letterato l’altro in un rapporto di maestro-allievo determinato dall’età e basato sulla reciproca stima; anche Dante sarà maestro per altri.

Nel dialogo fra Dante e Brunetto, sono da rilevare:

a) la profezia sul destino di Dante, che segue quelle di altri importanti personaggi, quali Ciacco e Farinata;

b) insistenza sul tema della fortuna, già ampiamente e direttamente trattato, come abbiamo visto,  nel canto VII;

c) centralità di Firenze: Dante mette in bocca a Brunetto un nuovo giudizio sulla sua amata e odiata città;

d) tema della memoria, tanto nella rievocazione di affetti e luoghi comuni, quanto nell’affermazione del ricordo eterno che si lascia nelle proprie opere.

2) La costruzione del canto. Da notare la scansione ritmica del canto, rigorosamente costruita sulla alternanza del dialogo.

3) Tema estetico-retorico. L’esordio del canto, con l’accurata descrizione fisico-psicologica dell’incontro e del riconoscimento fra Dante e Brunetto, è caratterizzato da due similitudini molto vivide ed efficaci:

a) lo sguardo come di chi guarda sotto nuova luna;

b) l’aguzzare delle ciglia come fa il sarto che infila la cruna dell’ago.

RIASSUNTO E PARAFRASI

(V. 1-21) I sodomiti.

Si trovano ora su un argine del Flegetonte, dal quale esce un fumo così denso da proteggere l’acqua e gli stessi argini dalla pioggia di fuoco.

Gli argini del fiume sono simili a quelli che i Fiamminghi hanno costruito tra Wissant e Bruges per frenare le acque del mare, o quelli che i Padovani hanno edificato lungo il Brenta a difesa delle loro ville e dei loro castelli.

Camminando, i due poeti si sono tanto allontanati dalla foresta, da non riuscire più a scorgerla, quand’ecco incontrano una schiera di anime che avanza lungo l’argine e osserva i due viandanti come si fa la sera al chiaro della luna nuova, aguzzando le ciglia come fa il vecchio sarto per infilare la cruna dell’ago.

Brunetto Latini. Predizione sul futuro di Dante (vv. 22- 99)

 Dante è riconosciuto da una delle anime che lo afferra per un lembo della veste e pronuncia parole di meraviglia.

A sua volta, il poeta, fissando gli occhi nel volto arso dal fuoco di lui, riconosce Brunetto Latini, che lo prega di trattenersi un poco, mentre i suoi compagni proseguono il cammino.

Dante acconsente e anzi si dice disposto a fermarsi, Virgilio è d’accordo; ma il dannato gli spiega che, se uno di loro si soffermasse anche un solo momento,  per cent’anni dovrebbe rimanere in balia delle fiamme senza potersi difendere: egli lo seguirà e più tardi raggiungerà la schiera dei dannati.

Dante procede accanto a lui, tenendo il capo chino in segno di rispetto, ma senza scendere dall’argine, per timore delle fiamme.

Brunetto per prima cosa, desidera sapere come mai si trovi all’Inferno anzitempo e chi sia la persona che lo accompagna

Il Poeta risponde raccontando del suo smarrimento in una valle, dove incontrò Virgilio che si offrì di accompagnarlo nel viaggio, permettendogli di ritornare sulla retta via e Brunetto gli dice che, se seguirà la sua stella, senz’altro giungerà a “glorioso porto” ed egli stesso gli avrebbe dato conforto in tale impresa se non fosse morto tanto presto.

Inoltre Brunetto predice che “l’ingrato popolo maligno” di Firenze gli diverrà nemico a causa del suo retto agire e questo è giusto, perché non conviene che il dolce fico fruttifichi proprio dove dà i suoi frutti l’aspro sorbo: da tempo i Fiorentini sono considerati una razza cieca, avara, invidiosa e superba[4]; è bene che Dante si tenga lontano dai loro costumi. Sia i Bianchi che i Neri desidereranno sfogare su di lui la loro sete di odio, ma invano, poiché l’erba sarà lontana dal caprone che vorrebbe mangiarla.

Si sfoghino dunque tra di loro e non tocchino i discendenti della santa stirpe[5] romana, che rimase accanto ai Fiesolani al momento della fondazione di Firenze.

Dante, con commozione e affètto, dice che mai potrà dimenticare la cara e buona immagine paterna di Brunetto che gli insegnò come l’uomo possa acquistare fama eterna e aggiunge che se potesse vedere esaudito il suo desiderio, il caro maestro vivrebbe ancora.

Inoltre si rammenta della profezia che ha appena udito e chiederà chiarimenti, in merito ad essa e alle precedenti profezie di Farinata e di Ciacco, a Beatrice: si dichiara pronto ad affrontare qualsiasi avversità, purché la coscienza non debba rimproverargli nulla; la Fortuna potrà girare la sua ruota come il contadino gira la sua zappa.

A questo punto Virgilio si volta indietro a guardare Dante dicendo che, chi rammenta bene le parole udite, ascolta con profitto.

Altri sodomiti: Prisciano, Francesco d’ Accorso, Andrea dei Mozzi (vv. 100-124)

Proseguendo il cammino con Brunetto, Dante domanda chi siano i suoi compagni più famosi ed egli risponde che ne nominerà solo alcuni, poiché occorrerebbe troppo tempo per parlare di tutti: tutti comunque furono uomini letterati e di chiesa, colpevoli del medesimo peccato.

Tra di essi vi sono il grammatico Prisciano e Francesco d’Accorso, famoso giurista bolognese, e Andrea dei Mozzi, vescovo fiorentino trasferito da Papa Bonifacio VIII da Firenze a Vicenza, dove mori.

Brunetto vorrebbe parlare ancora, ma vede avvicinarsi un gruppo di dannati del quale egli non può far parte, perciò si congeda da Dante, raccomandandogli la sua opera il ” Tesoro”, grazie al quale il suo nome è ancora vivo.

Poi si volta e si allontana per raggiungere il proprio gruppo, correndo come il vincitore del drago verde durante la corsa del Palio di Verona[6].


[1]Il terzo girone rappresenta la società medievale, teocratica e feudale: per questo i bestemmiatori sono in minor numero, rispetto agli usurai, rappresentati soprattutto dalle grande famiglie gentilizie, ed ai sodomiti, uomini di lettere e giuristi.

[2] Nel medioevo i bestemmiatori e gli usurai venivano puniti col rogo, mentre Sodoma fu distrutta dal fuoco.

[3] Secondo il mito, salito sulle mura della città, sfidò Giove a difenderle, e questi, infuriatosi, lo fulminò. Simbolo della superbia umana che si oppone al divino, è punito più dalla sua stessa rabbia, furiosa, senza rimedio, che dalla pena fisica cui  soggiace.

[4]Si tratta di un popolo cieco, secondo una tradizione che si riferiva ad un inganno di Totila, il quale, per prendere Firenze, fece credere ai fiorentini di voler essere loro amico, per poter entrare nella città e distruggerla (G. Villani, Cron., 11, 1); o secondo una tradizione che si riferiva ad un altro inganno dei pisani, i quali donarono ai fiorentini, come premio per aver custodito la loro città durante la spedizione delle Baleari, due colonne di porfido guaste dal fuoco, e perciò coperte con un panno scarlatto (G. Villani, Cron., 1V 31).E si tratta inoltre di popolo avaro, invidioso e superbo, secondo un giudizio già manifestato da Ciacco (Inf. VI, 74).

[5] Dante si vantava di essere discendente degli antichi romani, rimasti con i fiesolani al momento della fondazione della città.

[6] Dante si riferisce alla corsa del Palio di Verona, che si teneva nella prima domenica di Quaresima.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIII– Sintesi

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IN BREVE

(Ancora nel 7° cerchio) I poeti entrano nell’orri­da selva dei suicidi che non conservano aspetto umano ma sono rinchiusi nei tronchi degli alberi, le cui foglie sono straziate dalle arpie (vv. 1-22).

Dante sente dei gemiti senza capire da dove provengono e su consiglio di Virgilio spezza il ramoscello di un pruno, dal quale escono parole e sangue.

Chi parla è il cancelliere di Federico II, Pier delle Vigne, che esalta il suo signore, si difende dall’accusa di infedeltà, prega il poeta di riabilitarlo.

Spiega come le anime si chiudano nei tronchi e aggiunge che dopo il giudizio universale, i dannati riprenderanno il loro corpo che rimarrà appeso alle piante (vv. 22-108).

D. e V. vedono due cagne infernali che straziano due sperperatori delle loro sostanze: Lano da Siena e Jacopo da Sant’Andrea; quest’ultimo si appiatta dietro ad un cespuglio che  riveste l’anima di un anonimo suicida fiorentino (vv. 109-151).

*.*.*

Il tempo in cui si svolge l’azione è l’alba del 9 aprile 1300, sabato santo.

Il luogo è costituito dal cerchio VII, 2° girone: la selva dei suicidi.

È un bosco pauroso, fitto di alberi che non hanno fronde verdi, ma scure; tronchi e rami, di colore cupo, sono orribilmente contorti e irti di spine avvelenate. Il silenzio della selva è interrotto dai lamenti delle Arpie che fanno i loro nidi sugli alberi strani.

Le custodi del canto sono le Arpie.

I dannati puniti sono violenti contro se stessi: suicidi (nella persona) scialacquatori (nelle cose).

PENA E CONTRAPPASSO

I suicidi sono tramutati in piante secche, contorte e nodose.

Disprezzarono se stessi e il proprio corpo, straziandolo, ora sono relegati ad una forma di vita inferiore e sono straziati dalle Arpie.

Si perpetua in eterno la scissione avvenuta al momento del suicidio: l’ anima non potrà mai più riunirsi al corpo.

Gli scialacquatori sono inseguiti da cagne fameliche che azzannano e lacerano i loro corpi.

Come furono dilapidatori in vita, ora le loro membra vengono dilacerate e sparse dalle cagne; quindi si ricompongono per la ripresa eterna della caccia.

PERSONAGGI

Arpie. Figlie di Taumante e di Elettra, sono esseri mostruosi con volto di donna e corpo di uccello. Nell’Eneide (III, 209 sgg.) cacciarono i Troiani dalle Strofadi e predissero loro travagli e sventure.

Dante prende spunto da Virgilio, rappresentandole quali esseri lugubri, dalle ali larghe, il ventre ricoperto di piume, che si cibano delle piante selvatiche in cui sono trasformati i dannati, facendo così strazio di loro.

Pier della Vigna. Nato a Capua alla fine del XII secolo, da famiglia umile, fu giurista e letterato. Studiò non senza difficoltà a Bologna e entrato alla corte di Federico II di Svevia come notaio, si conquistò i favori dell’imperatore, fino a diventarne il più fido consigliere.

Sospettato di alto tradimento, ingiustamente secondo Dante, nel 1248 fu imprigionato e accecato.

Morì suicida nel 1249 a Pisa o forse nel castello di San Miniato.

Fu famoso anche per le sue epistole latine, considerate a lungo quale perfetto modello di arte rettorica; e per alcune canzoni e sonetti in volgare, secondo la maniera della scuola Siciliana (v. in letteratura italiana).

A Dante fu certamente simpatico per la lotta accanita che ebbe a combattere per il potere laico contro le pretese ecclesiastiche.

Lano da Siena. Forse Ercolano dei Maconi, fu grande scialacquatore e appartenne, secondo Boccaccio, alla brigata spendereccia di cui parla Dante nel XXIX dell’Inferno. Morì nella battaglia svoltasi tra Senesi e Aretini alla Pieve del Toppo nel 1287.

Giacomo da Sant’ Andrea, presso Padova. Figlio di Oderico da Monselice, fu al seguito di Federico II nel 1237.

Morì due anni dopo, ucciso forse da Ezzelino III. Aveva fama di grande scialacquatore.

Il suicida fiorentino. Non se ne conosce l’identità. Alcuni commentatori dicono che si tratti di Lotto degli Agli, altri lo identificano con Rocco dei Mozzi. Numerosi, comunque, secondo le cronache del tempo, furono i casi di suicidio in Firenze nella seconda metà del XIII secolo.

ELEMENTI PRINCIPALI

 

l ) La figura di Pier della Vigna. Protagonista del canto, Pier della Vigna è l’uomo di corte, ma anche il letterato e il poeta fedele al suo signore: Dante lo riabilita alla memoria dei contemporanei, cancellando in lui ogni sospetto di tradimento e presentandolo come personaggio con un alto senso della propria dignità e con una vigile coscienza della propria colpa.

Per quest’ultima caratteristica, per la coscienza di come il male può nascere e svilupparsi nell’anima fino a determinarne la dannazione, Piero può essere avvicinato a Francesca da Rimini (cfr. c. V).

2) Il mondo della corte. Traspare con viva evidenza dalle parole del ministro di Federico II quel mondo curiale che Dante aveva pure ammirato, per quei sentimenti di fedeltà, cortesia, dignità, che ispiravano l’uomo politico.

Ma qui Dante ne prende le distanze sottolineandone invece i confini mondani e i mali che lo caratterizzano: l’invidia, vizio della corte, gli inganni, le calunnie che distrussero Pier della Vigna e che lo portarono al peccato, accecandolo nell’eccessiva, limitata idolatria del proprio glorioso ufficio.

3) La selva dei suicidi. L’ambientazione suggestiva della selva con i suoi rami contorti e foschi – a rappresentare la contorta psicologia di quei dannati – e, di rimando, la sospensione e lo smarrimento che la stranezza del paesaggio provoca in Dante ben si accordano con la particolarità della condizione e del destino dei suicidi:

a) le loro anime sono imprigionate in una forma di vita inferiore: essi sono al contempo uomini e vegetali;

b) a differenza degli altri dannati dell’Inferno, dopo il giudizio universale non si riuniranno al corpo, che hanno disprezzato. Il corpo penzolerà dai rami; l’immagine è ancora più suggestiva, se si pensa che il suicida tipico è l’impiccato.

4) L’episodio degli scialacquatori. Le anime di Lano e di Giacomo braccate dalle cagne furiose irrompono all’improvviso in una scena statica: Dante sottolinea così la violenza della pena e della condanna che egli sancisce per gli scialacquatori.

Lo scempio che di loro si fa coinvolge anche gli altri dannati: è la prima volta che i peccatori si straziano così, fisicamente, tra di loro.

5) Il suicida fiorentino. L’anonimo suicida conterraneo di Dante rappresenta simbolicamente la città di Firenze, che perpetua il proprio suicidio nelle guerre civili di cui è teatro. È anche occasione per note di cronaca e per ricordare le leggendarie origini della città.

6) Il linguaggio del canto. Il linguaggio di tutto il canto è teso, stilisticamente ricercato, elaborato ad arte, prima per creare un clima di sospensione e inquietudine, poi per farsi linguaggio colto in un personaggio di corte, in un letterato, infine per esprimere la violenza di un’incursione.

Da notare, almeno:

a) la descrizione della selva che avviene tutta per antitesi [1](non fronda verde, ma di color fosco/, ecc.);

b) l’uso di vocaboli secchi, duri e aspri (tosco/fosco/bronchi/tronchi/schiante/scerpi, ecc.);

c) il v. 25: Cred’io ch’ei credette ch ‘io credessi, per cui si è parlato di barocco medievale, ma anche di una specie di <<correlativo oggettivo>> [2] della condizione di intricatezza e scissione dei suicidi nello stato d’animo di Dante personaggio, che, smarrito, non riesce più a comunicare direttamente col maestro Virgilio;

d) l’ esordio di Piero (vv. 55-57) in un linguaggio tutto erudito e retorico.

RIASSUNTO DEL TESTO

Il bosco dei suicidi. Le Arpie (vv. 1-21)

 

Il centauro Nesso non ha ancora attraversato il Flegetonte, che i due poeti si inoltrano in un bosco: le fronde degli alberi non sono verdi, ma di colore cupo, i rami non sono lisci e diritti, ma nodosi e contorti, non vi sono frutti, ma sterpi con spine velenose: le fiere selvagge, che evitano i luoghi coltivati tra Cecina e Corneto, nella Maremma toscana, non hanno come tane sterpaglie cosi folte e aspre.

In questo bosco infernale hanno i nidi le Arpie, che cacciarono i Troiani dalle isole Strofadi, profetizzando loro tristi sciagure.

Questi mostri hanno larghe ali, visi e colli umani, zampe con artigli, un gran ventre pennuto e dall’alto degli alberi emettono strani lamenti.

Virgilio spiega a Dante che si trovano nel secondo girone del VII cerchio e lo invita a guardarsi attorno attentamente: vedrà infatti cose incredibili a dirsi.

 

Il ramo spezzato (vv. 22-54)

 

Dante, sentendo levarsi da ogni parte tristi lamenti e non vedendo alcuna persona, si arresta smarrito.

Virgilio, pensando che egli creda che tali voci provengano da persone nascoste dietro gli alberi, lo invita a spezzare qualche ramo per rendersi conto di come stanno in realtà le cose.

Dante, allungando la mano, spezza un rametto da un grosso cespuglio spinoso, ma il tronco si macchia di sangue e, rimprovera il poeta di aver strappato, senza alcuna pietà, il ramo della pianta al cui interno è racchiusa l’anima di un dannato (“uomini fummo e ora siam fatti sterpi”).

Come un ramo verde quando viene bruciato da uno dei capi, lascia uscire gemendo gocce di umore e stride per l’aria che ne esce, cosi dal ramo spezzato, escono insieme gocce di sangue e parole, per cui Dante, spaventato, lo lascia cadere a terra.

Interviene a questo punto Virgilio in difesa del suo discepolo, dicendo all’anima che D. non avrebbe spezzato il ramo, se avesse saputo ciò che sarebbe successo e aggiunge di averlo spinto egli stesso a fare quel gesto, affinché potesse credere all’episodio di Polidoro.

Anzi, invita l’anima nascosta nel cespuglio a rivelarsi in modo che Dante, tornato nel mondo, possa far rivivere la sua memoria.

 

Pier della Vigna (vv. 55-78)

 

Il tronco, allettato da tale promessa, si rivela per colui che tenne le chiavi del cuore di Federico II: egli è infatti Pier della Vigna, segretario dell’imperatore.

Afferma, inoltre, di aver sempre tenuto fede al proprio incarico, fino a perdere per esso il sonno e la salute.

Ma l’invidia, rovina di tutti gli esseri umani, e in particolare delle corti, infiammò contro di lui gli animi di tutti i cortigiani che seppero mettergli contro l’imperatore Federico II.

In tal modo Pier della Vigna, sdegnato verso i calunniatori, credette col suicidio di sfuggire all’invidia e all’ira, compiendo un atto ingiusto verso sé stesso, innocente.

In nome delle radici del suo tronco, giura di non aver mai ingannato il suo signore, uomo degno di tanto amore e chiede a Dante, di riabilitare la sua memoria, quando tornerà nel mondo.

 

I suicidi: la loro pena e la loro sorte dopo il Giudizio Universale (vv. 79-108)

 

Virgilio invita Dante a porre qualche domanda a Pier della Vigna, ma il poeta è tanto commosso che non riesce a parlare e chiede al maestro di interrogarlo in sua vece.

Allora Virgilio domanda come facciano le anime dei suicidi a entrare nei rami nodosi e se mai alcuna ne sia uscita.

Pier della Vigna risponde in breve che, quando l’anima si stacca dal corpo, viene mandata da Minosse nel VII cerchio dove germoglia diventando prima un virgulto, poi una pianta silvestre, delle cui foglie si nutrono le Arpie, provocando ad essa grande sofferenza.

Il giorno del Giudizio Universale, come tutte le altre anime dei suicidi, esse andranno a riprendere il corpo, ma non potranno rivestirsene, poiché non è giusto riavere ciò che con violenza si è tolto a se stessi; i corpi saranno trascinati fino alla foresta e poi appesi all’albero in cui è racchiusa la loro anima.

 

Gli scialacquatori: Lano da Siena e Giacomo da S. Andrea (vv. 109-129)

 

I due poeti sono ancora rivolti al tronco, credendo che egli voglia ancora parlare, quando sono sorpresi da un rumore, simile a quello che si sente durante la caccia al cinghiale in un bosco.

Ecco che, dalla sinistra, giungono correndo due dannati nudi e graffiati, che nella fretta della fuga spezzano i grovigli dei rami.

Il primo dei due, Lano da Siena, invoca la morte di venirlo a salvare, mentre il secondo, Giacomo da S. Andrea, gli ricorda la battaglia della Pieve del Toppo, dove il primo morì, non essendo riuscito a correre così velocemente come ora, e si nasconde dietro un cespuglio.

Una moltitudine di nere cagne insegue i due fuggitivi, e si butta su quello che era nascosto e lo dilania, sbranandolo.

I1 suicida fiorentino (vv. 130-151)

Virgilio prende Dante per mano e lo porta vicino al cespuglio che piange a causa dei rami straziati per colpa di Giacomo da S. Andrea.

Il maestro gli domanda chi sia ed egli prega i due poeti di raccogliere ai piedi del tronco i rami spezzati e poi si palesa per un cittadino di Firenze, città che mutò il suo primo patrono Marte, con San Giovanni Battista, per cui Marte la perseguiterà sempre, e se non fosse che, sul ponte d’ Arno, rimane qualche segno di lui, i cittadini che ricostruirono la città dopo il passaggio di Attila[3], avrebbero fatto una fatica inutile.

Infine Lotto degli Agli (o forse Rocco dei Mozzi)[4] conferma ai due poeti di essersi impiccato in casa propria.

 


[1] Figura retorica che consiste nell’accostare parole o espressioni aventi significati contrari, perché dal loro contrasto risalti meglio ciò che si vuol dire.

[2] Fonemi correlativi sono quelli aventi in comune tutti i caratteri, tranne uno (p.e. la c dura e la g dura, che sono entrambe consonanti occlusive velari, ma l’una è sorda e l’altra è sonora). Per correlativo oggettivo si intende fenomeno correlativo che dà luogo a più proposizioni oggettive.

[3] Dante confonde Attila con il re longobardo Totila che durante la guerra greco-gotica (535-553) aveva assediato la città.

[4] Che si è impiccato perché come giudice aveva pronunciato una sentenza iniqua.

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