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Dante Alighieri – Questio florulenta ac perutilis de duobus elementis aquae et terrae ed Epistole

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Forse  Dante si recò a Mantova[1] nel 1319 e qui nacque, come ci racconta il poeta stesso[2], una grossa disputa, la quale egli volle poi tratta­re e definire in una conferenza nella chiesa di S. Elena a Verona il 20/01/1320[3].

Tale questione concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra)[4].

Dante affronta l’argomento anche per rispondere alle critiche ricevute per la sua cosmografia dell’Inferno[5] ed è per la negativa: la terra è in ogni punto più alta dell’acqua, che pure è elemento più nobile, per l’attrazione esercitata dalle stelle; porta a soste­gno delle sue considerazioni Aristotele, Tolomeo e Alfergano[6] oltreché ad esperienze di carattere fisico che hanno per il poeta la maggior importanza.

La scienza di Dante tuttavia non supera quella del suo tempo nonostante porti qualche buona ragione (ad es. l’illusione dei naviganti in alto mare di vedere la terra più bassa): l’opera tuttavia ha un valore storico perché fa il punto sullo stato delle conoscenze del secolo.

Interessa anche la dichiarazione del poeta di essere vissuto fin dalla puerizia nell’amore della verità e la condanna delle indagini volte a cose che trascendono il nostro intelletto.

Il valore letterario è invece discutibile:  il latino utilizzato è piano e dimesso, seppure l’architettura del trattato sia armonica[7].

 L’attribuzione a Dante è per alcuno[8] incerta perché la concezione dell’Inferno è contrastante ed inoltre i commentatori antichi hanno ignorato quest’opera che è stata ritrovata solo nel XVI secolo.

Però c’è anche da rilevare che D. parlò della questione al clero di Verona (ne è testimone il figlio Pietro) e che l’Inferno e la Questio divergerebbero solo perché il primo è frutto di invenzione fantastica.

 Dell’Alighieri si sono conservate poche epistole ma quelle di cui disponiamo sono di grande importanza: dirette ad uomini pubblici importanti, dibattono temi politici e sociali di grande attualità e ci consegnano degli spaccati assai preziosi del secolo XIV.

 Nel marzo del 1304 D. scrive una lettera al Cardinale Niccolò di Prato a nome dei Bianchi fuoriusciti, perché il vescovo di Ostia e legato pontificio, riporti la pace in Firenze.

 In altra epistola si conduole con Guido e con Oberto da Romena della morte del loro zio Alessandro (estate del 1304); è dubbio che appartenga a Dante perché questo Alessandro troverà posto nell’In­ferno.

 Un’epistola anteriore al 1306 è diretta a Cino da Pistoia e ha ad oggetto la risposta ad una questione – posta da Cino con un sonetto – se l’anima possa passare dall’amore per una persona all’amore per un’altra con la stessa facoltà.

D. risponde affermativamente con il sonetto “Io sono stato con amore insieme” e spiega meglio nella lettera che la potenza dell’anima non si esaurisce in un atto e quando questo è compiuto essa passa ad un altro.

 Altre tre epistole, dallo stile polemico e personale (contra­ria­mente a quanto richiesto dall’epistolografia latina) sono scritte in occasione della discesa di Arrigo VII: una ai Principi di Italia: ai re d’Italia, ai signori dei feudi, ai senatori romani, perché accolgano l’Imperatore voluto da Dio (1310), un’altra <<agli scelleratissimi fiorentini di dentro>> perché non resistano alla calata di Arrigo VII (1311); la terza all’Impera­tore stesso, in uno stile solenne tanto quanto il destinatario cui tale epistola è rivolta (1311).

 Ancora nel 1311 Dante indirizza un’epistola al marchese Moroello Malaspina di Giovagallo: in essa confida all’amico che appena allontanato dalla Curia (quella del Marchese o di Arrigo VII) giunse sulle acque dell’Arno dove vide una donna che lo infiammò di una passione terribile (anche in questo caso forse si tratta di un’allegoria).

 Della primavera del 1311 sono anche tre biglietti di ringrazia­mento scritti da Dante in nome della contessa Gherardesca di Battifolle (figlia del conte Ugolino) e destinati all’imperatri­ce Margherita (moglie di Arrigo VII).

 Altra epistola è diretta ai cardinali convenuti in conclave dopo la morte di Clemente V nel 1314, perché si accordino ad eleggere un papa più degno (Clemente V aveva ingannato Arrigo VII) e soprattut­to eleggano un pontefice italiano in modo che la sede di Pietro sia riportata a Roma.

 Del 1315 è invece un’epistola destinata ad un amico fiorentino (di valore inferiore rispetto a quelle scritte in occasione della calata di Arrigo VII) che il poeta non vuole nominare: D. scrive in occa­sione dell’amnistia concessa da Firenze, affermando di non volerne fruire poiché egli è sempre stato innocente e quindi non ha intenzione di piegarsi ad inutili umiliazioni, ma preferisce seguire la ragione che appunto gli impedisce il ritorno.

 L’ultima epistola è diretta al signore di Verona Cangrande della Scala (Par., XVII, 76 e ss.) ma sull’autenticità i dantisti sono quanto mai discordi; per contraccambiare i favori ricevuti l’autore di questa lettera offre a Cangrande il Paradiso, con parole che fanno presumere che fosse già ultimato.

 D. ci spiega che un’opera dottrinale (così definisce la sua) va indagata su sei punti: soggetto, autore, forma, fine, titolo del libro, il genere di filosofia; che la sua opera ha due sensi quello letterale e quello allegorico (il morale l’anagogico sono qui da ricomprendere nell’allegorico); c’è quindi un chiaro riferimento al Convivio.

 Il poeta  passa poi a spiegare i sei punti: il soggetto di tutta l’opera nel senso letterale è <<lo stato delle anime dopo la morte, semplicemente preso; nell’allegorico, l’uomo che meritando o demeritando per la libertà dell’arbitrio, sia soggetto alla giustizia del premio o della pena>>.

 Il fine dell’opera per il poeta è quello di rimuovere i viventi in questa vita presente dallo stato di miseria e condurli allo stato di felici­tà.

 Il genere di filosofia è quello morale, perché l’opera è composta non con un intento speculativo ma pratico e se vi si trattano questioni speculative ciò è sempre in vista dell’opera­re.

 Il titolo di Commedia è giustificato in quanto l’opera ha principio aspro e fine felice ed è scritta in stile dimesso ed in lingua volgare <<nella quale anche le donnicciole conversano>>, all’opposto della tragedia che ha principio mirabile e quieto e fine orribile e stile sublime.

 Ma, indipendentemente dal fatto che non è sicuro che il titolo di Commedia sia stato dato da Dante al suo poema, quel che è certo è che lo stile illustre e difficile del Paradiso mal si conciliano con la definizione sovraesposta.

 Premesse queste cose l’autore passa all’esposizione letterale della cantica, cominciando dal prologo, cioè dai primi 36 versi del canto I. Parla diffusamente dei primi 12 versi. Poi opera un’af­frettata divisione dell’invocazione e d’improvviso si interrompe protestando che  la povertà lo incalza così da costringerlo ad abbandonare queste ed altre cose utili allo stato.

In un rapido ultimo paragrafo poi traccia le linee generali della cantica fino alla visione di Dio.


[1] Purtroppo però della disputa mantovana o della conferenza veronese non abbiamo notizia sicura in nessun documento storico e in nessun commentatore e biografo di Dante, ad eccezione di un cenno nel commento di Pietro Alighieri alla Commedia. Sfortunatamente non possediamo neppure un codice manoscritto della Quaestio, che però conosciamo perché nel secolo XVI Benedetto Moncetti, Priore degli Agostiniani di Padova, scoprì l’autografo e la pubblicò a Venezia nel 1508 in 14 facciate di testo. Tuttavia tale autografo andò perduto ed abbiamo notizia soltanto una successiva ristampa del 1576.

[2] L’accenno al fatto di Verona è contenuto nella seconda egloga di Dante a Giovanni del Virgilio, scritta dopo il 20 gennaio 1320.

[3] Mantova e Verona erano città culturalmente vivaci per la presenza di dotti ingegni e scuole di scienze fisiche.

[4] Il problema dei reciproci rapporti tra l’acqua e la terra abitata si era imposto alla attenzione della cultura medioevale quando questa si accolse l’aristotelismo e la visione cosmologica che poneva la terra al centro dell’universo e postulava la concentricità delle quattro sfere (terra, acqua, aria, fuoco) ove, nell’ordine, la sfera precedente è tutta circondata dalla seguente, e quindi la terra doveva risultare conglobata e sommersa dall’acqua, il che appariva in contrasto, oltre che con l’esperienza, anche con la separazione delle acque affermata dal Genesi.

[5] La narrazione dell’emersione della terra nell’emisfero boreale causato dalla caduta di Lucifero [Inf., XXXIV) aveva attirato gravi critiche, per cui Dante vuol dimostrare qui che è anche  in grado di darne spiegazione razionale e scientifica. Mentre la visione teologica spiega l’emersione in termini di repulsione,  quella scientifica la precisa in termini di attrazione.

[6] Al Farghani (nato a Baghdad, visse IX sec. e morì nell’861 in Egitto), astrofisico e astronomo revisore del sistema tolemaico, fu al servizio del califfo di Baghdad tra l’813 e l’833. I suoi studi sulla cosmologia tolemaica sono esposti nell’opera nota come “Compendio sulla scienza degli astri” e tradotta in latino con il titolo di “Rudimenta astronomica” da Gherardo da Cremona. Essa contiene considerazioni interpretative sulle eclissi di Sole e di Luna, che nel sistema geocentrico richiedevano spiegazioni meccaniche diverse da quelle attuali (la previsione delle eclissi forniva quindi un ulteriore meccanismo di verifica della validità della cosmologia di Tolomeo).

Inoltre Alfergano (latinizzazione del nome Al Farghani) fissa le dimensioni degli astri e le loro distanze fornendo una descrizione quantitativa dell’universo che lo stesso Dante Alighieri accetterà come modello dell’universo, come si evince inoltre dalle citazioni presenti nel “Convivio” e dai riferimenti astronomici nella Divina Commedia.

[7] E si dipani secondo l’ordine tipico delle Summae scolastiche: alla tesi avversarie Dante oppone la solutio auctoris, per ribattere poi uno ad uno gli argomenti contrari; all’interno delle varie sezioni, l’argomentazione segue i princìpi ed i moduli scolastici e gli abituali  schemi sillogistici.

[8] I primi dubbi li avanzò Giuseppe Pelli nel 1758, seguito dal Tiraboschi, dal Foscolo ed altri. Si giunse perfino ad attribuirla bizzarramente a un Dante III, umanista veronese del 1500. Il primo che fondò l’opinione negativa su argomenti seri fu il Bartoli, seguito da Lodrini, Passerini, Ricci, Scartazzini e Luzio—Renier. La tesi dell’autenticità fu validamente sostenuta da Angelitti, Moore, Russo, Toynbee, Biagi e più recentemente da Mazzoni, mentre la tesi negativa trovava ancora agguerriti sostenitori in Boffito e in Nardi (v. Pio Gaja, Introduzione QUESTIO DE AQUA ET TERRA DE FORMA ET SITU DUORUM ELEMENTORUM AQUE VIDELICET ET TERRE di Dante Alighieri, su http://www.classicitaliani.it).

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Dante Alighieri – Monarchia

Basilica di Pompei

Nel momento in cui Dante si costruisce un credo politico un po’ in base alla dolorosa esperienza personale, un po’ seguendo la fede cattolica e la filosofia scolastica, troviamo a contendersi il campo politico-sociale due correnti, quella teocratica[1] e quella imperialista; la prima (che fa capo a Bonifacio VIII e a Giovanni XXII) individua il Papa come vicario di Cristo in terra; da ciò consegue che gli spetti la direzione religiosa e politica dei cristiani perché la politica è subordinata alla religione.

 La seconda afferma che l’Impero è potere universale istituito direttamente da Dio; l’Imperatore è quindi vicario di Dio, supremo difensore della Chiesa, superiore al Papa nell’ambito delle cose temporali.

 Nella Monarchia, opera composta in lingua latina tra il 1312 e il 1313 o forse successivamente alla morte di Arrigo VII[2], Dante tenta di conciliare entrambi le teorie[3]; afferma e dimostra con procedi­mento scolastico-dogmatico che il potere del Papa e quello dell’Imperato­re derivano da Dio, ma che l’uno e l’altro – pur essendo legati da rapporti necessari – sono indipendenti perché perseguono diversi fini.

L’opera, unico trattato non incompiuto, si dispiega su tre libri.

Dante procede dapprima a una definizione generale dell’istituzione monarchica, detta “unicus principatus et super omnes in tempore vel in hiis et super hiis que tempore mensurantur” (cioè “principato unico che sta sopra tutti gli altri nel tempo, ossia domina tutte le questioni di ordine temporale”),  e poi cerca di rispondere a tre interro­ga­tivi:

a) sulla necessità di un impero universale per il benessere dell’umanità;

b) sul diritto del popolo romano ad esprimere tale impero e ad offrirne sede;

c) sulla dipendenza dell’autorità imperiale da Dio o dal Papa.

Nel primo libro D. dimostra innanzitutto la necessità d’avere un unico monarca; scopo dell’uomo è la conoscenza[4] poiché essa lo rende felice; per poter conquista­re tutta la sapienza possibile è necessaria però la monarchia universale; ma questa può attuarsi soltanto se vi concorre tutta l’umanità e ciò è possibile solo a patto che regni la pace universale; a sua volta la pace universa­le può essere garantita soltanto da un’unica autorità.

Tra l’altro la sottomissione delle varie strutture politiche (città, regni ecc.) a un unico monarca è atto indispensabile per realizzare nella società mondana un ordinamento unitario che rispecchi quello celeste.

Un unico imperatore universale, assicurando la pace, assicura anche la massima libertà[5] e quindi il benessere[6] comune, che è elemento imprescindibile perché ogni uomo possa conseguire il suo vero fine.

Dal momento che gli uomini hanno un fine comune – la conoscenza – uno soltanto può essere colui che regola tale finalità; così come Dio è l’unico motore dell’universo l’umanità deve essere regolata nel suo moto da un unico principe.

Solo un monarca universale che tutto possiede può esercitare la giustizia, perché il suo agire non sarà ispirato da cupidigia (che, come afferma Aristotele, è il maggior ostacolo alla giustizia), ma da amore verso gli uomini che a loro volta lo amano perché procura benessere.

Il monarca detterà leggi universali cui si conformeranno le leggi particolari e realizzerà la concordia tra i vari corpi politici, nel senso che entro i principi universali potranno muoversi come crederanno.

La giustezza di questi argomenti (che appartengono ad una serie di undici) è secondo D. confermata dal fatto che il genere umano non fu mai felice quanto lo fu sotto il principato augusteo e dal fatto che Gesù Cristo attese a incarnarsi appunto nel momento in cui  il mondo avesse raggiunto l’unità politica sotto l’impero romano al tempo di Augusto.

Nel secondo libro D. dimostra come la monarchia universale appartenesse di diritto al popolo romano; la storia è attuazione della volontà divina e di conseguenza affermare che ad un popolo spetta di diritto una cosa vuol dire affermare che detto popolo segue la volontà divina.

Ma come è possibile riscontrare nelle cose la volontà divina che è occulta in sé? si deve guardare alle opere di quel popolo.

Il popolo di Roma fu il più nobile perché discendente da Enea sia per le virtù individuali sia per le  collettive espresse; aveva un innato senso del diritto perché trascurò la propria quiete per trava­gliar­si in azioni dirette al bene comune.

Perciò Dio lo predilesse: compì per lui vari miracoli (ad es. l’oca che svegliò i difensori del Campidoglio), gli concesse il dominio del mondo, riconobbe la legittimità della sua potestà perché Cristo nacque sotto Tiberio.

Se il potere di Roma sul mondo intero fosse stato illegittimo, la morte di Cristo, decretata dalla legge romana, non avrebbe potuto redimere il peccato originale dell’intera umanità (il che sarebbe contrario a uno dei più importanti dogmi della Chiesa).

Per queste ultime considerazioni anche Roma è sede provviden­zial­mente designata dell’Impero.

Queste argomentazioni servono anche a confutazione della credenza medioevale secondo la quale Roma avrebbe conquistato il mondo con la violenza: cosa che inizialmente aveva creduto e scritto anche il poeta il quale dimostra invece poi che tutto è stato frutto della Divina Provvidenza[7].

Il dominio del popolo romano finì per D. (III libro) sotto Costantino quando fece la sua famosa donazione (che è in realtà, come dimostrerà Lorenzo Valla nel 1440, un falso) anche se essa non avrebbe valore giuridico in quanto l’imperatore non avrebbe potuto donare l’impero di cui era solo depositario[8], senza andare contro il suo ufficio; ed il papa non avrebbe potuto accettare la sopradetta donazione perché ciò andava contro il Vangelo (“Non vogliate possedere nulla né oro, né argento” Mt. X, 19); tuttalpiù avrebbe potuto dispensare quel che aveva ricevuto a beneficio dei poveri.

 Per D. quindi fu un’usurpazione di diritto e non un diritto acquisito, l’incoronazione di Carlo Magno ad Imperatore da parte di Leone XIII: il Pontefice non gli poteva trasferire ciò che non gli apparteneva.

Per l’idea teocratica (è la reductio ad unum aristotelica) tutta l’umanità e quindi anche l’Imperatore deriverebbero quanto hanno ricevuto da un’unica fonte, il Papa (che non ha misura fuori di sé); per D. invece rivestire il ruolo di Papa o di Imperatore è un puro accidente (essere uomo è la sostanza); tra essi esiste infatti solo un rapporto di autorità; di conseguenza essi vanno ricondotti ad un principio unificatore che è Dio[9].

Da Dio deriva anche la autorità imperiale che esisteva prima di quella papale e a cui appartiene la sfera temporale; al Papa pertiene invece la sfera spirituale (qui si può notare che Dante aderisce alla corrente mistica) che deve perseguire secondo la legge di Dio e con l’aiuto della Teologia.

Papa ed Imperatore devono cooperare tra loro, sono due guide date da Dio per ricondurre l’uomo alla felicità terrena (Impera­tore) e a quella celeste (Papa): giacché l’uomo è stato ordinato a questi due fini.

L’Imperatore è indipendente dal Papa, ma dovrà avere nei suoi confronti reverenza filiale perché il Papa guida le anime alla felicità eterna, di conseguenza anche l’azione dell’Imperatore deve essere illuminata dalla luce della fede[10].

Affermando però che la felicità terrestre è ordinata per la felicità celeste, Dante finisce per concludere che uno solo è il fine ultimo dell’uomo e che una sola è la sua guida; conseguentemente la separazione dantesca a livello teorico non sembra valida; lo rimarrà invece a livello pratico per molti secoli.

Utopistica è anche la concezione della monarchia universale, così come si presentava la realtà del tempo; buona è invece l’idea di una sola entità che dia direttive di carattere generale e soprat­tutto il rispetto di D. per la libertà, la valorizzazione del progresso umano ed il fatto che sia necessaria la pace universale perché possano esistere libertà e progresso.


[1] Per teocrazia (dal greco “governo della divinità”) si intende una forma di governo esercitata dal potere religioso o in nome di esso. La teocrazia si è attuata storicamente in due forme distinte: come governo di una classe di interpreti della volontà divina (profeti, sacerdoti) oppure come governo di un re o di un capo al quale veniva attribuita un’investitura divina. Nel pensiero politico occidentale la dottrina teocratica fu sostenuta dalla patristica nel senso di una supremazia del dovere del cittadino verso Dio rispetto al dovere verso lo Stato, nel caso di contraddizione tra i due poteri. Con l’emergere della potenza politica del papato, da Gregorio Magno fino a Bonifacio VIII, e nella lotta tra papato e Impero, la dottrina teocratica assunse rilevanza nell’appoggiare il diritto del papa di deporre l’imperatore.

[2] C’è tuttavia chi parla del 1307 e chi sostiene che la data di composizione sia il 1317.

[3] Anche perché deve da un lato difendere l’imperatore dai sostenitori del primato pontificio e dall’altro sente la necessità di fronteggiare l’emergere degli stati nazionali come la Francia che tendevano a sottrarsi all’impero.

[4] Il fine della stessa società è quello di consentire all’uomo di tradurre in atto, sia sul piano speculativo sia quello pratico, la sua “potentia sive virtus intellectiva“.

[5] L’uomo può essere libero solo sotto un monarca universa­le che è disinteressato (v. anche il Convivio) e ne tutela la piena libertà; la demago­gia, le oligarchie e le tirannidi al contrario asserviscono l’uomo al loro potere.

[6] D. afferma che ciò che è uno corrisponde necessaria­men­te al bene mentre la molteplicità corrisponde al male; la motiva­zione di tale asserzione è di ordine teologico: l’Uno è il medium, cioè l’inter­posizione, tra l’Ente e il Bene; ne consegue che l’Ente è necessa­riamente uno e che l’Uno è necessariamente Bene.

[7] Dopo aver affermato che il volere divino si manifesta anche nell’esito di alcune prove, come le gare o le competizioni armate (purché condotte nel rispetto di certe condizioni) e che, dunque, quanto si acquista in duello o in combattimento si acquista col diritto, Dante dichiara legittimo il potere romano sugli altri popoli, in quanto tale potere fu conseguito appunto per giudizio divino. Alla meta dell’impero, del resto, la storia romana era giunta attraverso una lunga serie di giusti duelli, a cominciare da quello che aveva contrapposto Turno a Enea.

[8] Per volere di Dio.

 [9] Per D. ogni autorità discende da Dio. L’autorità non è altro che il palesarsi della virtù che nasce dall’essere inserito nell’ordine naturale stabilito da Dio. Nella mente del Creatore ogni realtà, in armonia con tutto il resto, tende alla soddisfa­zio­ne di un fine. Essa toglie autorità direttamente da Dio, che l’ha creata predisposta a ciò. E se è vero che alcuni elementi hanno maggior pregio di altri, è altresì vero che ogni cosa riposa sul consenso divino. Ne discende che nulla dipende da altro se non indirettamente, secondo un ordine voluto da Dio. Così la Luna deve il suo splendore al Sole che l’illumina, ma – ciò nonostante – non deve a questo la sua essenza; anche il corpo è sottoposto all’ani­ma, nel senso che questa – in un uomo che segua la via della virtù – guida quello, ma le leggi del corpo, la sua essenza, il suo sussistere, sono indipendenti dall’anima, perché emanano diretta­mente dalla mente di Dio. In altre parole il potere spirituale e potere temporale derivano entrambi direttamente da Dio, come due astri che brillano ciascuno di luce propria, completamente autonomi l’uno dall’altro. Quello imperiale è preposto al raggiungimento della felicità terrena, mentre quello papale alla felicità spirituale.  Non è quindi giusto affermare, come facevano alcuni, che l’autorità papale è simile al sole, in quanto deriva direttamente da Dio, e quella imperiale simile alla luna, che deriva la sua luce non da Dio, ma dal papa. Dante passa poi ad esaminare la seconda argomentazione dei suoi avversari, i quali pretendono che la primogenitura di Levi rispetto a Giuda, simboli l’uno del potere spirituale l’altro di quello temporale, stia a rappresentare la superiorità del papa sull’imperatore, interpretazione contestata dal poeta in base al fatto che precedenza di nascita non significa precedenza nell’autorità. Ugualmente non decisivi sembrano gli altri argomenti prodotti a favore del primato del pontefice. Se è vero, infatti, che il re degli Ebrei Saul fu prima eletto e poi deposto dal sommo sacerdote Samuele, è vero altresì che questi non fu vicario di Dio, ma semplice procuratore, provvisto di un’autorità limitata e circoscritta nel tempo. Considerato, d’altra parte, che non tutto ciò che è dovuto a Cristo è dovuto al suo vicario (il quale non può avere un potere equivalente a quello di colui che lo ha investito), ai fini della dimostrazione che si intende svolgere appare irrilevante il rimando dei sostenitori della supremazia della Chiesa al dono, fatto dai Magi a Cristo, di oro e incenso, attributi tradizionali dell’autorità regia e di quella spirituale. Riferito, poi, al solo ufficio spirituale il potere simboleggiato dalle due chiavi attribuite a san Pietro è contestato che le due spade che il primo apostolo disse a Cristo di avere presso di sé nel giardino del Getsemani rappresentino i due poteri.

[10] Quest’ultima conclusione è inserita da D. poiché temeva la reazione del Papa ad un trattato che minasse le basi di ogni pretesa teocratica; ma la sostanza dei concetti non viene intac­cata: difatti il libro incontrò subito l’ostilità degli ambienti ecclesiastici e pochi anni dopo la morte di D. venne bruciato sul rogo, finendo poi nell’indice dei libri proibiti, dove rimase addirittura fino al 1881.

Dante Alighieri: De Vulgari Eloquentia (Trattato sull’arte del dire in volgare)

Trittico

La Vita nuova ed il Convivio hanno in parte sollevato alcuni problemi[1]; per D. è giusto ritornarvi dal momento che sono di alto interesse dottrinale; per il dibattito di approfondimento è necessario utilizzare competenze specifiche e rivolgersi ad un pubblico molto ristretto; quindi il latino torna ad essere il linguaggio d’uso e l’opera è pertanto rivolta agli uomini dotti.

 Quest’opera, divisa in due libri, ma originariamente concepita in quattro, è stata iniziata anteriormente al Convivio nel 1302, venne interrotta nel 1304 e rimase incompiuta a partire dal 1305.

 In essa D. vuol celebrare una forma di volgare itali­co[2] nobilissimo e perfetto in sé, degno di essere posto a confronto con il latino e di competere con la lingua d’oc e d’oil (cioè con il provenzale ed il francese).

 Nella sua esposizione D. opera in primo luogo  un’analisi storica della lingua a partire da Adamo.

 Il linguaggio è un dono di Dio fatto al primo uomo, nel quale fu posta la facoltà di organizzare la parola, così come fu posto il tuono nelle nubi, lo strepito nelle acque.

Tuttavia è anche opera umana (essendo espressione di razionali­tà e di passione umana) e quindi è soggetto a mutamenti relativi al tempo ed al luogo.

Originariamente l’umanità dovette esprimersi in una lingua unica, formatasi intorno alla parola El (= Dio); a seguito della confusione originata dalla costruzione e distruzione della torre di Babele[3], tale lingua unica si frammentò in varie lingue; se ne diffusero tre in Europa: il greco, il tedesco e la lingua (non più ricostrui­bile, ma accertata dalle molte derivazio­ni) da cui sarebbero scaturite – nell’Europa sud-occidentale – il francese, il provenzale e la lingua del sì (cioè l’italiano).

A loro volta queste lingue nella forma parlata (locutio vulgaris) furono instabili e corruttibili.

Il latino invece non è una lingua naturale ma convenzionale (locutio artificialis), creata dai dotti per avere uno strumento costante ed universale al fine di comunicare il pensiero, in altre parole per unificare le espressioni: quindi la sua caratteristica fu di essere stabile e costruita da regole.

Tra le lingue di derivazione “naturale” la lingua del sì è per D. la più importante perché si avvicina a quella che D. definisce “comune lingua grammatica” (il linguaggio universale: il latino) e perché l’hanno usato grandi poeti come Cino da Pistoia e Dante stesso, più dolci e sottili di quelli che hanno poetato nella lingua d’oc e nella lingua d’oil.

Dopo queste parole introduttive il poeta si restringe a parlare del volgare italiano e confronta le varie parlate nel suo seno; ne conta quattordici; afferma ad esempio che il romanesco è la parlata peggiore; si sofferma poi sul siciliano dei nobili (non su quello popolaresco) in omaggio alla scuola sveva, riconosce il volgare illustre nel linguaggio di Cino (non in quello dei vecchi rimato­ri toscani, troppo dialettale); definisce quella bolognese la parlata più bella, ma non la migliore (tanto che il Guinizzelli se ne è allontanato).

 In conclusione il volgare illustre non esiste in alcuna città ma è l’unione delle parti più nobili delle singole parlate; è chiaro che Dante ha in mente non una parlata ma una forma d’arte.

 Il volgare di cui il poeta discorre negli ultimi tre capitoli del I libro deve poter svolger un compito politico, morale e spirituale e nello stesso tempo essere un linguaggio universale; pertanto secondo D. ha quattro caratteristiche:

a) è illustre (perfetto e sublime): è “qualcosa che diffonde luce e che investito dalla luce  risplende chiaro su tutti”; è investito da un magistero come lo sono i grandi uomini (Numa Pompilio, Seneca) che per questo si dicono illustri; ha un potere sulla volontà degli uomini che li determina “a volere e a disvolere”; solleva in alto chi lo usa anche se in esilio (come il poeta); in altre parole, determina una crescita interiore,  rende glorioso chi l’usa come linguaggio famigliare ed esprime con chiarezza tutti gli argomenti;  b) è cardinale: perché è il cardine su cui girano gli altri dialetti che sono, a seconda, fuori o dentro del suo ambito; strappa “i cespugli spinosi” dagli altri dialetti, ossia opera una selezione stilistica;

 c) è aulico: degno di una reggia nobiliare, sede del potere politico, se in Italia ce ne fosse una; il volgare in quanto universale e cioè di tutti non può che vivere nella casa comune degli uomini; tutte le regge parlano il volgare illustre;

d) è curiale: serve alla curia, cioè al senato – sede della cultura – se questo esistesse nei Comuni italiani; in Italia invece della curia ci sono gli intellettuali: cioè tanti uomini che utilizzano la curialità, cioè la ragione come norma del loro agire. In altre parole il volgare, in quanto curiale, deve essere una lingua con regole fisse come la lingua grammatica: solo così potrà definirsi universale.

Nel secondo libro[4] premesso che tratterà da chi, per quale oggetto, come, dove, quando,  e verso chi si deve usare questo volgare, D. aggiunge che esso può utilizzarsi sia per la prosa che per la poesia; in tal’ultimo caso deve essere usato solo dai poeti forniti di ingegno e scienza e deve riguardare soltanto argomenti nobili e degnissimi: la prodezza delle armi (Bertran de Born, Arnaut Daniel, Giraut de Borneil poetarono degnamente di questo argomento in provenzale), l’amore (in Italia abbiamo Cino da Pistoia) e la rettitudine (“l’amico suo ” cioè Dante).

In altre parole D. precisa che una lingua non si esprime mai allo stesso grado, essa riflettendo di necessità, il livello di colui che la parla.

Certamente un volgare illustre sarà parlato da un uomo illustre, che D. individua in coloro che esercitano il loro parlare in attività nobili.

 Il metro più adatto al volgare illustre è la canzone; D. insegna quali versi siano da adoperare e come; ma per non proce­dere a caso nella composizione, dal momento che la lingua deve adeguarsi alla materia che tratta[5], si devono distinguere tre livelli a cui corrispondono tre generi di stili: il tragico (stile elevato) costruito da gravità di pensiero, magnificenza di versi, elevatezza della costruzione ed eccellenza di vocaboli; il comico (stile mediocre) e l’elegiaco (stile umile) che sono stili inferiori.

Lo stile tragico è perfettamente realizzato nella poesia, soprattutto nella canzone[6]: D. insegna dapprima quali versi si devono usare e come; quindi mostra esempi che dimostrino un costrutto nobile e sostenuto ed afferma che per acquistarlo bisogna studiare i grandi poeti latini.

Infine D. tratta della scelta dei vocaboli: essi devono essere nobili, eleganti, vigorosi, ed armoniosi insieme.

Distinti poi i vari sensi della parola canzone (cantio) – melodia e canto; poesia in genere adatta alla musica – e data la definizio­ne della canzone per eccellenza (<<unione in stile tragico di stanze uguali, senza ripresa, d’ispirazione unita­ria>>), D. passa a parlare della stanza, del suo rapporto con la musica, della disposizione e qualità delle rime, del numero dei versi di essa. Qui il trattato si interrompe (cap. XIV del II libro).

Tre volte ci sono dei rimandi ad un quarto libro, dove egli avrebbe trattato del volgare mediocre ed umile.

La maggiore importanza del De vulgari eloquentia consiste nel fatto che essa rivela quanta consapevolezza e quanto studio D. ponesse nella ricerca dei mezzi espressivi.


[1] Nel capitolo XXV del primo trattato della Vita Nova D. aveva parlato delle diversità tra poeti latini e volgari, si era soffermato sul linguaggio poetico, il quale, a differenza di quello in prosa, si nutre di immagini e di modi della retorica. Il Convivio a sua volta si chiude con una decisa difesa della lingua volgare, che, secondo Dante, può esprimere ogni sentimento e si presta anche a trattare materie scientifiche e filosofiche.

[2] Non quello che si parla ma quello che si apprende con lo studio.

 [3] Distruzione provocata da Dio come castigo per i discen­denti di Noè che insuperbiti avevano appunto costruito tale torre.

[4] Si tratta di una ricerca più particolare di quello che occorre perché una lingua possieda i predetti quattro requisiti.

[5] Uno stile elevato diventa ridicolo se usato per questioni di poco conto, almeno quanto appare rozzo e sconveniente  uno stile umile quando si trattino argomenti eccelsi.

[6] Questa, infatti, è una composizione d’alto contenuto e di stile impeccabile, come dimostrano la sua struttura: strofe compiute e ben articolate, che perciò si chiamano più propriamen­te stanze, e versi nobili a partire dall’endecasillabo, ch’è il più importante, il più musicale, e quindi anche il più usato nella canzone.

Dante Alighieri – Vita Nova

Si tratta di un’operetta autobiografica in cui Dante tocca il vertice dello stil novo[1], composta tra il 1283 ed il 1292 e raccolta nel 1293-94; il suo tema è la vita giovanile del poeta ma soprattutto la vita spiritualmente rinnovata dall’amore per Beatrice.

Non sappiamo molto di quest’ultima ma abbiamo tre testimonianze sulla sua storicità, da parte di Bambaglioli Graziolo (1323), di Pietro (figlio di Dante), e di Boccaccio; inoltre vi sono alcuni particolari assai realistici presenti sia in quest’opera che nella Divina Commedia.

Forse Beatrice fu figlia di Folco Portinari e andò sposa a Simone De Bardi prima del 1288; morì l’8 giugno del 1290.

Dante ne fornisce una visione incorporea e indeterminata: ciò rientrava nei canoni del dolce stil novo ove l’amore veniva celebrato come un sentimento che si nutre solo di sé stesso, di adorazione umile e muta.

Ma la donna-angelo assume qui un signi­fi­cato più vasto e profondo, quello della Salvezza (concetto questo già in parte presente in Guinizzelli: v. il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare e che D. esprimerà magistralmente nella canzone Donne che avete intelletto d’amore) e della Grazia, sigillate dalla stessa morte di Beatrice, secondo un disegno provvidenziale.

Beatrice è colei che è beata e che dona beatitudi­ne, è davvero “donna della salute”, portatrice della salvezza.

In altre parole la dimensione descritta da D. non è soltanto emotiva e formale, ma compiutamente religiosa: la poesia iniziale (nel capitolo III: A ciascun alma presa e gentil core), cavalcantiana, esprime un amore visto come pena e dissidio, ma in seguito esso dispande beatitudine e appunto salvezza.

Il libro, diviso in 42 capitoli, dispone cronologicamente 25 sonetti, 4 canzoni una stanza ed una ballata[2][3] più alcuni com­men­ti in prosa delle liriche, che verranno composti ed inseri­ti soltanto nel 1293-94; sono queste prose, decisamente più mature delle poesie, a dare all’opera un tono tra il mistico e l’allucina­to (si descrivono spesso sogni, visioni ed incubi)[4].

Come nella Commedia D. è sia autore che protagonista dell’opera che, allo stesso modo, costituisce un exemplum di rinnovamento della vita morale

La trama si impernia soprattutto su due incontri che il poeta ebbe con Beatrice a nove e a diciotto[5] anni (quando se ne innamorò perdutamente) e soprattutto su un saluto che da Beatrice ricevette nel secondo incontro[6].

Vi sono poi citati vari altri avvenimenti, dal momento che siamo in presenza di una raccolta di poesie di diverso periodo ed occasione: la finzione del poeta di amare una donna diversa da Beatrice (donna-schermo) per evitare che altri possa conoscere il segreto del suo amore; la morte di un’amica di Beatrice; la sostituzione della prima donna schermo che si allontana da Firenze con una seconda[7] e quindi, in relazione alle chiacchiere della gente sulla presunta “infedeltà”, la negazione del saluto da parte dell’of­fesa Beatri­ce[8]; una visione di Amore che convince D. a parlare apertamente del suo amore a B. e la burla (il gabbo) della stessa e di altre donne per l’improvviso smarrimento del poeta che trema ad una festa nuziale di fronte alla donna amata [9]; il colloquio con alcune donne[10] circa la natura dell’a­mo­re di Dante[11] ed il proposito di utilizzare solo Beatrice come oggetto delle sue rime[12], dal momento che il saluto, unico oggetto del suo amore, è venuto meno[13].

Da quest’ultimo proposito nascono le nuove rime iniziate con le canzoni di lode “Donne che avete intelletto d’amore” e “Amor e ‘l cor gentil sono una cosa” e proseguite con alcuni sonetti che sono capolavori del dolce stil novo e di tutta la poesia italia­na: “Ne li occhi porta la mia donna Amore“, “Tanto gentile e tanto onesta pare“, “Vede perfettamente onne salute[14].

Tra il primo ed il secondo dei sonetti sopra citati è narrata la storia della morte del padre di Beatrice; segue poi la descri­zione del delirio di Dante (di nove giorni) in cui il poeta vede la morte di Beatrice (cantata nella canzone “Donna pietosa e di novella etate“), mentre viene portata in cielo dagli angeli e tutta la natura si copre di segni luttuosi (con evidente riferi­mento alla morte di Cristo ed ai suoi effetti di sacrificio redentivo).

In queste poesie Beatrice è ormai considerata una creatura angelica; grande è il dolore di Dante per la morte (già prefigu­rata nel capitolo III e nel capitolo XXII) che poi effettivamente avviene (capitolo XXVIII) e che viene immortalata nella canzone “Li occhi dolenti per pietà del cuore” (capitolo XXXI).

Trascorso però un anno dalla morte di Beatrice una donna gentile (la filosofia) da una finestra muove segni di pietà e quindi D., seppure riluttante, se ne innamora; a questa passione sono dedicati quattro sonetti  (Videro li occhi miei; Color d’amore; L’amaro lagrimar; Gentil pensiero).

Beatrice appare in sogno a D. che piange per il rimorso della temporanea infedeltà (altro sonetto: Lasso per forza di molti sospiri).

Nel penultimo sonetto (Deh peregrini che pensosi andate) Dante invita alcuni pellegrini diretti a Roma a piangere anch’essi Beatrice.

Nell’ultimo sonetto (Oltre la spera che più larga gira), dopo una visione in cui contempla Beatrice oltre il primo empireo, il poeta afferma che non parlerà più di lei finché non sarà in grado di dire quello che non fu detto da alcuno (è palese il richiamo alla Commedia); in altre parole D., anche se non sa ancora che scriverà la Commedia, si rende conto che quella che sta descrivendo è ancora una donna reale e che i mezzi stilnovi­stici sono insufficienti a dire di più, ad esprime­re la funzione redentiva di Beatrice; egli si ripropone quindi di cantarla in modo nuovo e straordinario ed allora tronca il libello.


[1] La stagione poetica che si consuma negli ultimi decenni del Duecento tra Bologna e Firenze è definita <<dolce stilnovo>>: è un primo punto d’arrivo della lirica italiana.

È Bologna, città all’avanguardia negli studi a dare l’avvio a questo movimento poetico con l’opera di Guido Guinizzelli, ma sarà Firenze, tra il 1280 ed il 1310, ad imporsi come nuova capitale della poesia italiana: fiorentini sono i due principali esponenti della nuova scuola, Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, i quali insieme a Cino da Pistoia, non furono comunque estranei all’in­fluenza dell’ambiente bolognese.

Il dolce stil novo è nuovo perché sceglie come tematica quella amorosa, tralasciando i temi politici e morali tipici di Guitto­ne, anche se l’impostazione è certamente filosofica.

Guido Guinizzelli (1230 o 40-1276), un giudice bolognese di parte ghibellina – che nel 1270 fu pure podestà di Castelfranco Emilia, ma quando nel 1274 la parte guelfa ebbe la meglio, dovette andare in esilio, rifugiandosi con la moglie e il figlio a Monselice, dove morì pochi anni dopo – ne è l’iniziato­re (o il precursore secondo alcuni) perché è il primo a formulare poeticamente un’organica teoria dell’amore.

Nella poesia guinizzelliana sono compresi entrambi i filoni che saranno ripresi e approfonditi dai fiorentini: il tema della lode ad una donna ineffabile, ammirata esteticamente in un trionfo di luce (tema che viene ripreso da D. che accentua la spiritualiz­zazione), il tema dell’amore visto come passione tormentosa dei sensi che provoca angoscia e morte (tema ripreso dal Cavalcan­ti).

L’idea fondamentale da cui parte il Guinizzelli è quella dell’identità di amore e cuore gentile, per cui l’amore può nascere solo nel cuore di una persona gentile il cui sguardo sia così puro da poter riflettere la luce che proviene dagli occhi della donna, così come gli angeli riflettono la luce di Dio.

La donna angelicata ha in sé tanta virtù da mettere nel cuore gentile la volontà di sottomettersi a lei, realizzando così l’unione spirituale beneficante. Al contrario un cuore vile non può sentire quest’amore.

Quando il poeta morirà e Dio gli farà notare di aver riservato l’onore a Lui dovuto ad una donna, il poeta risponderà che tale donna aveva sembianze d’angelo e amare lei era come amare una creatura del paradiso.

Mentre nella poesia trovadorica il rapporto tra la donna ed il poeta è, come abbiamo già visto, di vassallaggio, di ordine sociale, in quella stilnovistica il rapporto di lontananza tra l’amante e l’amata è di ordine morale, religioso, per cui la donna è vista come incarnazio­ne della virtù (la donna-angelo) e il distacco è quantitativo e non qualitativo, per cui il poeta ottiene attraverso l’amore di elevarsi spiritualmente.

La figura femminile insomma si fa portatrice dei valori di nobiltà e purezza, che innalzano l’amante devoto, cosicché l’amore profano, benché caduco ed effimero, assurge a principio di virtù e non di perdizione.

Nel dolce stil novo il problema è infatti quello di conciliare l’amore per Dio e l’amore per la creatura: la donna è chiamata a mediare questo contrasto facendosi tramite tra i due livelli; quando la passione per essa rimane legata all’anima sensitiva, la donna può essere solo uno strumento per esaurire le forze del vitali del poeta.

Il dolce stilnovo è “dolce”: i poeti che vi aderiscono hanno tutti la preoccupa­zione di rinnovare l’espressione attraverso una selezione accurata del lessico e della sintassi poetica; vengono abbandonate le oscure sperimentazioni stilistiche di Guittone; essi devono essere dolci perché tale dolcezza, ossia una più facile cantabilità del verso, corrisponde ad una aristocrazia del sentire, ad una maggiore elevatezza della lode della donna.

Anche la lingua usata è nuova, dal momento che viene privilegiato il fiorentino illustre, depurato sia dai municipalismi plebei, sia dai provenzalismi e sicilianismi, sentiti ormai come ingombran­ti ed usurati.

[2] In cui si discosta dalla lirica di Guittone (che ricompa­rirà nel De Vulgari Eloquentia) per abbracciare la poesia di Guido Guinizzelli.

[3] In essi D. non rievoca la sua vicenda amorosa in quanto tale, ma ciò che questa riverbera nella sua anima, a partire dal 1274, allorché bambino di nove anni, vede per la prima volta la gentilis­sima Beatrice.

[4] Nella composizione della Vita nuova Dante poté rifarsi a un autorevole modello di prosimetro. il testo tardo-latino De consolatione philosophiae di Severino Boezio, un dialogo fra l’autore e la Filosofia, personificata, che con i suoi consigli di sapienza allevia al primo il dolore provocato dalla prigionia. Un ruolo altrettanto importante nella composizione dell’opera dantesca hanno senza dubbio giocato i generi provenzali delle «vidas» (cioè, le biografie idealizzate o romanzate dei trovatori) e delle «razos» (le esposizioni dei motivi ispiratori e le analisi tematiche e retoriche che i provenzali elaboravano sulle loro stesse poesie).

[5] I numeri sono multipli di tre, simbolo della Trinità divina.

[6] D. ode il saluto di Beatrice e fugge turbato, dalla presenza degli uomini, si raccoglie inebriato nella solitudine di una camera; qui lo coglie un “soave sonno”, e nel sonno una visione che è quasi un compendio del suo amore. Amore gli appare con involta nelle braccia Beatrice in un drappo sanguigno; il dio costringe la giovane a mangiare il cuore del poeta. Ma passa poco tempo e Amore prorompe in  un pianto e sparisce con la donna verso il cielo.

[7] Donne a cui apparentemente il poeta dedica il suo amore.

[8] Saluto che D. non riottiene nemmeno scrivendo una ballata in cui dichiara la sua fedeltà a lei sin dalla puerizia.

 [9] Da ciò nascono due sonetti ove D.confessa come la passio­ne lo porti là dove spera di vedere la sua donna e lo getti  nel più profondo sconforto quando la vede.

 [10] Che hanno nella storia funzione di intermediarie.

[11] Irrealizzabile in quanto non può più sostenere lo sguardo di Beatrice.

[12]A seguito della convinzione del poeta di dover amare Beatrice disinteressatamente, senza aspettarsi una ricompensa.

[13] In questo senso la Vita nova è la storia di un progressi­vo distacco dei due protagonisti, così che la morte di Beatrice, preparata da tutta una serie di indizi, diventa in un certo senso indispensabile affermazione dell’affetto interiorizzato di D.: è la vicenda dell’io che interessa, non un rapporto obiettivo.

[14] Queste poesie serviranno poi  sia  a D. per il Purgatorio e per il Paradiso, sia a Petrarca per il suo Canzoniere.

Dante Alighieri – le opere in breve

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di D...

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di Dante (Dante and the Divine Comedy). 1465 fresco, in the dome of the church of Santa Maria del Fiore in Florence (Florence’s cathedral). Dante Alighieri is shown holding a copy of his epic poem The Divine Comedy. He is pointing to a procession of sin. (Photo credit: Wikipedia)

Affronteremo ora i tratti essenziali di nove opere del grande poeta  partendo da un breve schema e premesso che la produzione letteraria di Dante appartiene per la maggior parte agli anni dell’esilio.

In lingua  volgare Dante scrive:

– Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)

– Vita nova (1290-1294)

– Rime (1283-1307)

– Convivio (1303-1304)

– Divina Commedia (?)

In lingua latina sono invece:

– De Vulgari Eloquentia (1304-1305)

– Monarchia (?)

– Quaestio de aqua et terra

– Egloghe

– Epistole

Tra le prime opere troviamo dunque il Fiore e il Detto d’Amore.

Si tratta di due poemetti, diversi sia per forma metrica sia per contenuto, che sono stati tramandati insieme da un unico manoscritto privi dell’indicazione dell’autore e del titolo.

Solo nel secolo scorso i due testi furono separati e pubblicati dai loro primi editori con i due titoli distinti con cui ancora oggi vengono designati.

Dopo svariate attribuzioni, in una edizione critica (1984) Gianfranco Contini ha definito le due opere «attribuibili» a Dante per i numerosi elementi stilistico-formali che le accostano alle rime e alla Commedia.

Per il registro comico intensamente realistico, addirittura con punte di violenza verbale talvolta stupefacenti, apparterebbero alla produzione con ogni probabilità. alla fase pre-stilnovistica.

Sia il Fiore sia il Detto d’Amore traducono in parte il poema allegorico in francese antico Roman de la rose[1],composto nel secolo XIII la cui diffusione è databile tra il 1237 ed il 1280.

La composizione dei due poemetti è perciò ascrivibile a un periodo compreso entro il decennio 1285-1295: vi compaiono infatti alcuni aspetti della vita politica di quel periodo di tempo, fra cui la lotta fra borghesi e magnati a Firenze, e le persecuzioni religiose, subite da alcuni gruppi ereticali e dai filosofi averroisti.

Il Fioree formato da una «corona» di 232 sonetti, i cui personaggi allegorici (ripresi dalla trama del Roman de la rose), come la Rosa, la Vecchia Falsembiante, raffigurano la conquista dell’unione carnale con la donna (fuori d’allegoria, per «fiore » si intende, come già abbiamo accennato, il sesso della donna).

Assai vigorosa è anche la polemica contro gli ordini religiosi francescano e domenicano, responsabili per Dante della morte del filosofo averroista fiammingo Sigieri di Brabante (considerato invece, dal futuro autore della Commedia, degno del paradiso) che era venuto a tenzone con San Tommaso.

Il testo è di non facile leggibilità, dovuta soprattutto all’affastellarsi di francesismi che danno luogo a una sorta di «franco-toscano».

Il Detto d’Amore è composto da 480 settenari in rima baciata, ed offre una sintesi delle caratteristiche e delle regole comportamentali dell’amor cortese; in esso si avverte la forte influenza della cultura provenzale, come già sappiamo il modello più diffuso prima che Dante elaborasse la sua originale versione stilnovistica dell’amor cortese.

La Vita Nova è composta di liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei; nel “libello” (come lo chiama Dante)  le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, in chiave stilnovistica: Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio.

Le Rime comprendono 54 liriche autentiche e 26 di attribuzione più incerta, composte da Dante durante tutto l’arco della sua vita e ordinate dopo la sua morte. I temi sono diversi e spaziano dal fantasioso e sognante (“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io“), al musicale (“Per una ghirlandetta“), dal passionale (“Così nel mio parlar“), al solenne (“Tre donne intorno al cor“).

La diversità di temi, stile e periodo di composizione permette di seguire l’evoluzione del pensiero e della poetica di Dante.

Il Convivio è un’esposizione enciclopedica del sapere medioevale, scritta in volgare e non in latino perché, nell’intenzione del poeta, doveva rivolgersi ad un vasto pubblico: misto di prosa e di versi, non fu completata e dei 15 trattati progettati solo 4 ne furono composti.

La Divina Commedia, iniziata in  esilio forse nel 1304, è il racconto in prima persona di un viaggio compiuto da Dante all’età di trentacinque anni nei tre regni dell’oltretomba cristiano.

Le due guide principali del poeta in questo viaggio sono Virgilio (Inferno – Purgatorio) e Beatrice (Paradiso).

Il poema si compone di tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciascuna cantica comprende trentatré canti, a cui si deve aggiungere il primo canto dell’Inferno (che quindi ne ha trentaquattro), che funge da introduzione a tutta l’opera. I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata.

Quest’opera rappresenta una summa di cultura, di valori etici ed estetici del Medio Evo.

Attraverso una visione metaforica di un viaggio nell’oltretomba, il poeta esprime con una sapiente e ricca regia compositiva motivi politici, storici, teologici e personali (vedi la sua posizione nei confronti dell’amata e criticata Firenze).

In questo viaggio verso la perfezione divina, Dante assume il compito di raccontare la sua esperienza al mondo con la speranza che questo ne tragga insegnamento.

Rimase invece incompiuta una grandiosa opera in latino, il De vulgari eloquentia, un trattato intorno all’origine e all’essenza del nostro linguaggio. Dante indica come modello ideale di lingua letteraria, o volgare illustre, una lingua che prenda i suoi termini da ogni dialetto, nessuno dei quali adatto di per sé all’uso letterario.

Nel De Monarchia Dante espone le sue convinzioni politiche sulla necessità di un impero universale, unico garante di giustizia e libertà.

Affronta inoltre un problema molto dibattuto ai suoi tempi, cioè quello del rapporto tra le due supreme autorità: il papa e l’imperatore, le due grandi guide dell’umanità; essi per il poeta hanno ricevuto direttamente da Dio la loro autorità e la devono esercitare in due sfere distinte, quella spirituale e quella temporale, per il conseguimento della felicità celeste e terrena.

Questo trattato tuttavia ai tempi di Dante non incontrò l’approvazione della chiesa e a nulla servì che nelle parti conclusive il poeta indicasse comunque una supremazia spirituale del papa sull’imperatore; nel 1329 fu fatta addirittura bruciare ed in epoca più tarda fu inserita nell’indice dei libri proibiti..

Importanti in lingua latina anche le Epistole, soprattutto le tre scritte per la venuta di Arrigo VII. Meno interessante il trattatello scientifico Quaestio de aqua et terra: nel 1319 mentre Dante si trovava a Mantova, come ci racconta il poeta stesso, partecipò ad una grossa disputa che concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra).

Interessanti sono in conclusione anche due Ecloghe sempre in latino dal tono malinconico e speranzoso indirizzate a Giovanni del Virgilio, umanista bolognese che lo aveva invitato nella sua città per ricevere l’alloro poetico.


[1]  Fra i testi più fortunati della lingua d’oil troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese. Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi composti nel 1237) e Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280). La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa. La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre. Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado indulgono nel sensualismo più audace; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.

Cenni sulla vita di Dante Alighieri

All’interno della scuola stilnovista il personaggio di maggior spicco insieme a Guido Cavalcanti è sicuramente Dante Alighieri.

Il sommo poeta nasce a Firenze tra il 21 maggio ed il 20 giugno del 1265[1]; appartiene alla piccola nobiltà fiorentina ed è figlio di Alighiero di Bellinciona (commerciante di parte guelfa: forse cambiavalute)[2] e di Donna Bella degli Abati.

Perde la madre a cinque o sei anni[3]  e viene allevato dalla seconda moglie di Alighiero, monna Lapa di Chiarissimo Cialuffi, che gli dà anche un fratellastro Francesco[4] ed una sorellastra Gaetana o Tana.

A nove anni probabilmente si invaghisce di Beatrice che amerà pienamente soltanto verso i diciotto anni.

Nel 1277, appena dodicenne, viene destinato sposo a Gemma Donati che effettivamente prese in moglie dopo il 1283[5] quando morì suo padre, Alighiero.

Dal matrimonio con Gemma nacquero quattro figli: Pietro, Jacopo, Antonia[6] e forse Giovanni.

 Sempre nel 1283 D. inizia forse le sue Rime che concluderà con tutta probabilità nel 1307.

 Niente sappiamo sui suoi primi studi: forse fu autodidatta[7].

Secondo alcuno ebbe la possibilità di dedicarsi agli studi presso i frati francescani di Santa Croce, dove apprese le arti del Trivio (grammatica, logica, retorica) oltre alla pratica delle armi e all’addestramento negli altri esercizi cavallereschi

A diciotto anni  Dante diviene amico di Guido Cavalcanti che divenne in qualche modo suo maestro insieme a Brunetto Latini (Inf. XV v. 82-87).

Dalle sue opere si ricava che conosceva la poesia provenzale, quella siciliana[8], la latina[9] e la lirica volgare italiana nei testi della Scuola siciliana e di Guittone D’Arezzo (che in seguito criticò); imparò probabilmente a disegnare, a dipingere e a leggere la musica.

Nel 1287 forse si recò a Bologna alla celebre università (dove approfondì probabilmente gli studi giuridici), ma non risulta che abbia conseguito alcun titolo accademico.

 Morta Beatrice l’8 giugno del 1290 D. si gettò nello studio della filosofia (lo afferma chiaramente nel Convivio che tale studio durò trenta mesi) e approfondì lo studio dei filosofi pagani come Severino Boezio (De conso­latione philosophiae) e Cicerone (De amicitia e De Officiis), suo autore preferito.

In tre anni di studio intensissimo (v. una certa interpretazione delle cosiddette rime petrose) coltiva la filosofia aristotelica[10]: in Santa Maria Novella approfondisce la corrente tomistica, insegnata dai frati domenicani, e quella mistica di Bonaventura impartita dai France­scani in Santa Croce[11].

Beatrice sulla vetta del purgatorio rimprove­rerà a Dante questi anni di traviamento filosofico-religioso.

Giova ricordare che dopo il 1280 la popolazio­ne di Firenze si divide in due classi: i Magnati, cioè i nobili, e le Arti, cioè i borghesi, che sono divise in dodici categorie e si distinguono in Arti maggiori di calimala, della lana, della seta, dei giudici e notai, dei medici e speziali, dei banchieri-cambiavalute, dei pellicciai (cioè il popolo grasso), e Arti minori, che ricomprendono il popolo minuto: beccai, calzolai, maestri di pietra e legnami, fabbri, rigattieri.

L’11 giugno del 1289  D. combatte come “feditore”[12] a Campaldino[13] contro gli Aretini ed i Ghibellini di Toscana ed è sicuramente presente alla resa del castello di Caprona[14], ove combatterono Fiorentini contro Pisani.

 Dopo la battaglia di Campaldino i Guelfi[15], specie in relazione a dissensi sulla politica estera, si dividono a loro volta in due fazioni che si combattono tra loro una volta tornati in Firenze e che fanno capo a Vieri dei Cerchi (partito dei Bianchi)[16] e a Corso Donati (partito dei Neri)[17].

 Dante appartiene politicamente ai Cerchi (Bianchi), meno abili ma anche meno facinorosi.

 La sua fazione è, infatti, perdente: le Arti sono governate dalla alta borghesia, cioè, dal popolo grasso (i Neri).

Nel 1293 gli Ordinamenti di Giano della Bella[18] stabilirono che le cariche pubbliche potessero venire occupate solo da cittadini iscritti alle Arti, e con ciò si escludevano implicitamente i nobili, che per orgoglio di casta si astenevano dalle attività produttive e affaristiche e non volevano quindi iscriversi a nessuna Arte.

Nel momento in cui D. si avvia sulla scena politica, gli Ordinamenti, che erano nati per favorire la parte popolare (cfr. l’istituzione del gonfalone di giustizia), finiscono per favorire anche quei nobili che accettino di iscriversi alla Arti: cosa che è incentivata dal fatto che, tra il 1293 ed il 1295, popolo grasso e nobiltà si alleano.

Dopo aver onorato nel 1294 Carlo Martello[19] che gli promise protezione ed aver ultimato la composizione della Vita Nuova, iniziata nel 1290,  D., nonostante appartenesse alla piccola nobiltà bianca (e quindi dovesse sentirsi ostile, come ad es. il Cavalcanti, agli Ordinamenti), si iscrive all’ordine degli Speziali, onde ricoprire alti uffici comunali.

Ciò consente al poeta di rivestire vari ruoli a livello politico: farà parte del Consiglio del Capitano del Popolo dal 1295 al 1296; sarà tra i Savi che eleggono il Priore di Firenze; rivestirà la carica di ambasciatore presso il Comune di San Gimignano per trattare affari della lega guelfa nel 1300, anno in cui rivestirà (dal 15 giugno al 15 luglio) anche la carica di Priore[20]; farà parte del Consiglio dei Cento (1301) ove parlerà a sfavore della continuazione della guerra a fianco di Bonifacio VIII contro gli Aldobrandeschi.

Sul finire del 1200 Bonifacio VIII invia il cardinale Matteo di Acquasparta a Firenze, ufficialmente per far da paciere tra le fazioni (bianca e nera) in lotta, ma in realtà per approfittare della debolezza della città ed estendere su di essa la sua ingerenza.

Nel 1300 scoppiano dei violenti tumulti: i Magnati (i nobili) cercano di attentare addirittura ai Priori e gli stessi (tra cui troviamo anche Dante) esiliano i capi fazione, Corso Donati[21] (per i Neri) e Guido Cavalcanti, bianco e come già detto, amico e maestro di Dante.

Non avendo il cardinale Matteo di Acquasparta ottenuto alcunché lascia Firenze nell’agosto lanciando l’interdetto; Dante si reca a Roma per supplicare il Papa di levare l’interdetto.

Nel 1301 sta per giungere in Firenze il principe francese Carlo di Valois richiesto da Bonifacio VIII ufficialmente per pacificare la città ma in realtà per occuparla.

Dante è a Roma ed il Papa lo trattiene, forse con l’inganno: comunque sia il poeta non rientrerà più in Firenze.

Nel novembre del 1301 il principe Carlo di Valois entra in Firenze: i Neri, con Corso Donati rientrato in Firenze, si abbandonano a saccheggi ed uccisioni, l’8 novembre eleggono Podestà Cante Gabrielli, per processare e condannare i capi Bianchi e prendono il governo.

Nel 1302 il padre di Petrarca e Dante[22] vengono esiliati dal predetto Gabrielli[23]; in quest’anno troviamo D. a difendere la fortezza di Serravalle Pistoiese e poi a Forlì nel 1303; nel frattempo il poeta cerca anche di rientrare in Firenze con la forza ed i Guelfi nell’occasione decidono – Dante dissenziente – di appoggiarsi ai Ghibellini ma il tentativo non va a buon fine[24].

In condizione di mendicante D. si rifugia a Verona da Bartolomeo della Scala (1303).

 Gherardo da Camino lo ospita a Treviso tra il 1304 ed il 1306. Sempre nel 1304 il Poeta divenne per oscure ragioni inviso sia ai Bianchi che ai Neri.

 Nel 1306 lo troviamo a Sarzana come procuratore del marchese Francesco Malaspina per firmare un trattato con il vescovo di Luni.

 Nel 1307 e nel 1311 viene ospitato a più riprese nel Casentino dal conte Guido da Battifolle.

 Nel 1308 si reca a Lucca[25] e forse è a Parigi tra il 1309 ed il 1310.

 Nel 1310 quando Arrigo VII di Lussemburgo scende in Italia Dante spera non solo di rientrare in Patria ma che l’autorità imperiale restauri l’ordine; a questo proposito invia una lettera ai principi di Italia perché accolgano onorevolmente il “redentore mandato da Dio”.

Per tutta risposta Firenze si schiera contro Arrigo VII e quindi Dante scrive una dura missiva contro i Fiorentini ed un’altra lettera al monarca lussemburghe­se (che è a Brescia) perché muova guerra contro Firenze (a questo punto Dante viene totalmente escluso dalla possibilità di rientrare in Firenze).

Nel  1312 Arrigo cinge la corona imperiale, assedia Firenze ma muore a Buonconvento il 23 maggio del 1313: i sogni di Dante svaniscono.

Il poeta si reca quindi, sempre nel 1313, a Verona alla corte di Cangrande della Scala di cui esalta valore e generosità (XVII Par. v. 76 e ss.).

Nel 1315 Firenze concede un’amnistia a condizione che gli esuli paghino una multa e si offrano come pubblici peccatori al santo della città in una pubblica processione; Dante si rifiuta: viene confermata quindi la condanna a morte e la confisca dei beni; detti provvedimenti sono estesi anche ai figli del poeta.

Tra il 1319 ed il 1321 il poeta si reca con i figli a Ravenna da Guido da Polenta; qui compone il Paradiso.

Tornato da un’ambasceria a Venezia muore, per un attacco di malaria,  il 13 settembre del 1321 e viene sepolto nella chiesa di S. Francesco.

Nel 1483 Bernardo Bembo, pretore della Repubblica di Venezia gli fa costruire un mausoleo dove D. è tuttora sepolto.


 [1] Non sappiamo nulla di preciso sulla sua nascita se non quello che D. stesso scrive; L’anno lo ricaviamo nel modo seguen­te: nel prologo dell’Inferno afferma che nel 1300 (anno del Giubileo) era a metà della sua vita; nel Convivio D. dice che “lo punto sommo dell’arco della vita” è “ne li perfetti naturati” trentacinque anni, metà esatta dell’esistenza umana, la cui durata secondo le scritture, è di anni settanta; di conseguenza D. non può che essere nato nel 1265. Per quanto riguarda il mese, nel XXII canto del Paradiso (VIII cielo) D. afferma di aver respirato per la prima volta l’aria di Toscana quando il sole era entrato nella costella­zione dei Gemelli.

 [2] A parte il popolo romano (che fondò Firenze; Conv. I, III, 4) cui D. si sentiva di appartenere, il più antico antenato della sua casata fu per D. Cacciaguida vissuto nel 1100, fatto cavalie­re da Corrado III e morto, martire per la fede, in Terrasanta nella crociata del 1148. Quegli aveva sposato una donna di “val di Pado”(forse di Ferrara), Alighiera, da cui derivò il nome della famiglia. Da questa unione era nato Alighiero I (che D. pone tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio), da Alighiero I nacque Bellincione, uomo politico di parte guelfa esiliato dopo la battaglia di Montaperti del 1260, e da Bellincione Alighiero II, appunto padre di Dante. Alighiero II svolgeva un’attività disonorevole per un nobile ed inoltre non rivestiva un ruolo importante dal punto di vista politico poiché, nonstante fosse guelfo, poteva risiedere in Firenze nonostante il governo della città fosse ghibellino (il primo governo guelfo instauratosi in Firenze ad opera del Popolo grasso, verso la metà del secolo, resse fino al 1260, quando i ghibellini fuorusciti, alleandosi con Siena e con Manfredi, riportarono la vittoria di Montaperti e ripresero momentaneamente il dominio in Firenze; solo nel 1266 in Firenze riuscirà ad imporsi nuovamente il dominio guelfo).

 [3] Alcuni sostengono tra i 5 e gli 8 anni, cioè tra il 1270 ed il 1273.

 [4] Più esperto di D. nel mondo degli affari lo aiuterà negli anni dell’esilio.

[5] Forse nel 1285.

[6]  che divenne forse Suor Beatrice del monastero di S. Stefano degli Ulivi a Ravenna.

[7] Le sue prime composizioni secondo il Contini sarebbero da ritrovarsi in due poemetti: Il Fiore e Detto d’amore, composti forse tra il 1285 ed il 1295.

[8] D. affermò che <<siciliana>> va definita ogni manifesta­zione poetica che precede la poesia sua e dei suoi amici (Guido Cavalcan­ti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni…) da lui definite, come già sappiamo, <<Dolce stil novo>>, di cui riconosce iniziatore Guido Guinizzel­li, definendolo <<…padre/ mio e de li altri miei miglior che mai/ rime d’amor usar dolce e leggiadre>> (Pg. XXVI).

[9] Approfondì certamente Virgilio (che cita come suo maestro più di duecento volte), Orazio, Ovidio, Stazio, Seneca, Giovena­le, Terenzio, (indirettamente) Plauto, Boezio, Claudiano, Persio.

[10] Di cui conobbe anche la interpretazione averroistica.

[11]  Approfondisce soprattutto Sant’Agostino, i padri della Chiesa ed i Mistici (ad es. Bernardo di Chiaravalle).

[12]  Cavaliere con armi leggere che aveva il compito di attaccare per primo il nemico.

[13] Ricordata nel canto XXII dell’Inf. ai vv. 4-5. Per assicurarsi libertà di movimento nei suoi commerci, Firenze dovette garantirsi il controllo dei passi appenninici, verso il Nord, e delle strade che la mettevano in contatto col mare e con 1’ltalia centro-meridionale. Perciò essa lottò contro Siena, e la batté a Colle Val d’Elsa nel 1269, e contro Arezzo, che sconfisse appunto a Campaldino nel 1289.

[14] Lo ricorda in Inf. XXI (vv. 94-96). Insieme a Pistoia, Pisa, che rappresenta l’ambìto “sbocco al mare”, deve subire l’egemonia economico-politica di Firenze nel 1293.

[15] Nel 1215 Buondelmonte dei Buondelmonti, rotto il fidanza­men­to con una figlia di Lambertuccio Amidei, viene ucciso il giorno di Pasqua mentre attraversa il ponte Vecchio sull’Arno. Autori dell’omicidio sono gli Amidei alleatisi per l’occasione con gli Uberti. In seguito a tale omicidio la città di Firenze si divide in due fazioni: i Guelfi che facevano capo alla famiglia Buondelmonti e i Ghibellini he invece parteggiavano per gli Amidei e gli Uberti.

[16]  Egli favorisce i Bianca al Governo di Pistoia e parteggia per il popolo minuto, per il popolo colto e per la piccola nobiltà avversa agli Ordinamenti di Giano della Bella del 1293.

[17] Il Donati rappresenta il popolo grasso insieme ai nobili potenti e si allea ben presto con Bonifacio VIII appoggiandone la politica teocratica e le continue ingerenze nella città di Firenze. I Neri  sono fautori di una politica estera decisamente aggressiva, che miri a stabilire il predominio di Firenze in Toscana e su buona parte dell’Italia centrale.

[18] Giano della Bella (Seconda metà del secolo XIII), politico fiorentino di famiglia aristocratica. Nella lotta politica all’interno del Comune di Firenze, si schierò con la fazione popolare. Ottenuta la carica pubblica di “priore” fu, secondo le cronache del tempo, tra gli estensori della riforma istituzionale detta appunto degli Ordinamenti di giustizia (1293), che escluse i magnati dalle cariche governative. Poco più tardi, però, la classe dei magnati strinse un’alleanza con il cosiddetto “popolo grasso” e Giano, trovatosi privo di sostegno, fu costretto a lasciare la città; nel 1295 si ritirò in esilio in Francia, dove morì.

[19]  Figlio di Carlo d’Angiò che nel 1263 era venuto in Italia chiamato dal pontefice ed aveva sconfitto Manfredi di Svevia a sua volta figlio di Federico II.

[20] Dopo la carica di podestà la carica di priore era la più prestigiosa del Comune. I Priori si dicevano a Firenze i rappresentanti elettivi delle Arti. I priori che governano Firenze, però, non sono eletti dal popolo e non rappresentano il popolo ma solo una minoranza di mercanti e di magnati.  Il Comune – a Firenze come altrove – è in ogni sua fase un regìme sostanzialmente oligarchico, fondato sul privilegio di questa o di quella classe.

[21] Che era parente di Dante, tramite la moglie Gemma.

[22]  Il 27 gennaio 1302 per le imputazioni di guadagni illeciti, di frode e di opposizione al pontefice. D. viene condannato a pagare una multa, a due anni di confino, al divieto a vita di partecipare al governo della città; non avendo pagato il 10 marzo fu condannato alla confisca dei beni e alla morte sul rogo se fosse stato catturato dall’autorità.

[23] Iniziano gli anni errabondi di Dante che però sono molto fecondi dal punto di vista letterario: comporrà il Convivio, il de Vulgari Eloquentia, la Monarchia e la Commedia.

[24] I fuorusciti bianchi vengono infatti sopraffatti sanguinosamente, il 29 luglio del 1304, alla Lastra alla Loggia.

[25] Tutte queste notizie sull’esilio si ricavano dalle lettere e dai trattati che riportano la firma del poeta.

La letteratura in prosa: trattatistica, cronaca storica e di viaggio, novella. (Prima parte)

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

    In tutte le letterature la prosa nasce dopo la poesia, poiché per la prima è necessario che si siano consolidate le strutture morfologi­che[1] e sintattiche[2].

    A tenere a battesimo la prosa volgare è il latino che presta ad essa il lessico e la dignità costruttiva[3]; il Duecento è un secolo di traduzioni ed è proprio Cicerone[4] il centro di riferimento per chi intende misurarsi con lo stile prosastico.

    La prosa volgare nasce quindi in massima parte colta e ligia alle regole della retorica classica[5].

    Inizialmente infatti essa era riservata ad un livello di comunica­zione spesso privato o di carattere ufficiale.

    Con l’affermarsi però delle nuove istituzioni comunali, che sentivano la necessità di coinvolgere nella gestione pubblica uno strato più ampio di cittadini, con le esigenze della classe borghese mercanti­le in forte espansione che necessitava di strumenti di comunicazio­ne più agili e comprensibili e infine con il sorgere di scuole legate al Comune e non ai centri ecclesiastici, si fa strada  l’esigenza di una lingua scritta più vicina al parlato e fruibile da un pubblico sempre più ampio e soprattutto digiuno di latino.

     I primi esemplari di prosa letteraria volgare si trovano, in qualità di inserti, nel trattato in lingua latina Gemma purpurea (1243) di Guido Faba, che è una raccolta di lettere scritte come modello per servire ai dotti, secondo i precetti della retorica ciceroniana.

     Guido Faba, notaio bolognese e collega[6] nell’Università di Bologna del celebre maestro di retorica Buoncompagno da Signa, adotta ed adatta per la prosa volgare i precetti retorici che quello nel Boncompagnus e nella Rhetorica novissima aveva dato per la prosa latina.

    In Parlamenta et epistole Guido Faba, accomunando ancora latino e volgare sotto la medesima regia dell’ars dictandi (l’arte del comporre lettere in bello stile) e del cursus (la cadenza ritmi­ca)[7], si presenta nettamente come il primo scrittore italiano in prosa volgare[8].

    Non è casuale che Faba fosse notaio, come non lo è che fosse notaio Brunetto Latini: si trattava di una professione che metteva in contatto volgarizzandola la cultura medievale formale, concisa ed astratta con il mondo borghese in dinamica espansione, desidero­so di acculturarsi ma anche legata ai processi concreti del nuovo sviluppo socio-economico[9].

   Al di fuori di Bologna ove abbiamo, come detto, esempi della prosa d’arte in campo giuridico ed epistolare, un altro esempio di volgarizzazione è in Toscana il primo trattato scientifico della letteratura volgare, la Composizione del mondo (1280) – in dialetto aretino – del frate astronomo Restoro D’Arezzo, enciclope­dia in cui si parla delle stelle, dei pianeti e della terra e delle reciproche influenze, oltre che dei regni minerale, vegetale e animale.

– A leggere nel proemio che <<l’omo è creato per conosciare e per sapere e per entèndare e per audire e per vedere le mirabili operazioni di questo mondo>> sembra di trovarsi di fronte all’Ulis­se dantesco o al primo umanista.

– Invece ci troviamo di fronte ad un autore del Duecento che mette a disposizione nel volgare della sua città il suo sapere, ossia il sapere dell’antichità e del Medioevo più remoto, dai tempi di Aristotele, Plinio il Vecchio e Tolomeo a quello di Isidoro di Siviglia[10] e degli scienziati di Bagdad e del Cairo, miscela di cose fantastiche e di raffinatissime nozioni scientifi­che, frutto di fantasie fertili e di pazienti osservazioni celesti, di supersti­zione e di matematica.

    Restoro ci appare intricato, ingenuo e a tratti buffo ovviamente agli occhi del Duemila nella sua ossessione di spiegare tutto: perché il giorno ha ventiquattrore, perché i giorni della settimana sono sette, perché le dimensioni delle cose sono quelle che sono, perché la destra è la destra, la sinistra la sinistra e non viceversa, perché il movimento delle costellazioni è da oriente ad occidente e non viceversa (perché altrimenti i corpi celesti mostrerebbero sul davanti “le nateche”, parte ignobile, e sul dietro la fronte, parte nobile).

    L’unica cosa nell’universo che non agisce secondo ragione è per Restoro, l’amore, ma a lui va bene così (<<eo lo lodo>>).

     Traduttore di Cicerone fu anche Brunetto Latini, il maggiore dei trattatisti del Duecento, amato e ammirato da Dante (che “lo incontra” nel canto XV dell’Inferno) per i suoi meriti culturali di autentico maestro della nuova cultura laico-borghese.

    Brunetto nacque a Firenze verso il 1220, figlio di un notaio e notaio egli stesso, e partecipò fin da giovane alla vivacissima lotta politica della città schierandosi dalla parte guelfa: fu mandato nel 1260 presso il re di Castiglia Alfonso X il Saggio (che era stato designato “re dei romani”)[11], per ottenere aiuto contro i Ghibellini.

      Fu una missione inutile perché non evitò la battaglia di Montaperti[12] e comportò per Brunetto l’esilio (in un primo tempo a Montpellier)[13] per la sconfitta della sua parte.

      Fermatosi in Francia, esercitò la sua professione a Parigi, dove scrisse la sua opera maggiore, Li livres dou tresor, in lingua d’oil (francese) non tanto per il soggiorno in quella nazione ma perché era la lingua più diffusa, largamente conosciuta anche in Italia.

     Tornato a Firenze dopo la battaglia di Benevento[14], nel 1266,  fu insegnante e partecipò alla vita pubblica: fu  priore nel 1277 e nel 1284 divenne membro del Consiglio del podestà, assieme a Guido Cavalcanti e a Dino Compagni..

      Nel frattempo la sua fama si era estesa ovunque, anche fuori d’Italia, come attestano le traduzioni del Tesoro in catalano e castigliano (oltreché in volgare toscano, in bergamasco e in latino): morì nella sua città nel 1294.

      Il Tesoro è una tipica enciclopedia medievale, in tre libri, il primo dedicato soprattutto alla cosmogonia con incursioni nel territorio della geografia, della zoologia, della botanica, dell’anatomia e della storia; il secondo alla filosofia morale, con la solita elencazione dei vizi e delle virtù; il terzo è dedicato alla retorica e alla politica, con diretti agganci alla situazione contemporanea e con intenti di formazione dell’uomo politico attraverso l’oratoria; in quest’ulti­mo libro si vede come l’arte della retorica è strettamente correlata al buon governo del Comune di Firenze, le cui istituzioni sono contrapposte, in quanto ritenute migliori, a quelle della contemporanea monarchia francese.

     L’opera con la quale Brunetto Latinimanifesta maggiormente l’intenzione di coniugare il pratico esercizio della politica con l’arte del dire e dello scrivere è la Rettorica[15]; chi intende governare deve sapersi esprimere degnamente, non per imporre con l’astuzia i propri convincimenti, bensì essendo l’arte retorica strettamente legata all’etica[16], per il bene della propria città e in nome del buon governo.

      Ricordiamo ancora un’opera di Brunetto: il Tesoretto, poemetto didattico incompiuto dove tratta soprattutto di teologia, filosofia naturale ed etica, ma anche dell’astronomia e della geografia. Il suo insegnamento offre un eccellente studio sulla visione medievale del mondo: Dante sarà fortemente ispirato da quest’opera[17] .

       Offriamo qui in lettura un bel passo di quest’ultima opera. Brunetto descrive il Mediterraneo.

Di questo mar ch’i’ dico 

vidi per uso antico 

nella perfonda Spagna 

partire una rigagna 

di questo nostro mare, 

che cerehia, ciò mi pare, 

quasi lo mondo tutto, 

sì che per suo condotto 

ben pò chi sa dell’arte 

navicar tutte parte, 

e gire in quella guisa 

di Spagna infin a Pisa 

e ‘n Grecia ed in Toscana 

e ‘n terra ciciliana 

e nel Levante dritto 

e in terra d’Igitto. 

Ver’ è che ‘n orïente 

lo mar volta presente 

ver’ lo settantrïone 

per una regïone 

dove lo mar non piglia 

terra che sette miglia; 

poi torna in ampiezza, 

e poi in tale stremezza 

ch’io non credo che passi 

che cinquecento passi.  

Da questo mar si parte 

lo mar che non comparte, 

là ‘v’e la regïone 

di Vinegia e d’Ancone: 

così ogn’altro mare 

che per la terra pare 

di traverso e d’intorno, 

si move e fa ritorno 

in questo mar pisano 

ov’è ‘l mare Occïano.


[1]  La morfologia è lo studio della formazione delle parole e delle loro variazioni grammaticali.

[2]  La sintassi è quella parte della grammatica che studia le relazioni che le parole hanno fra di loro all’interno della frase e stabilisce le norme che regolano tali relazioni.

[3] Per costruzione si intende la disposizione delle parole nella proposizione, e delle proposizioni nel periodo, che ubbidisce al senso, allo stile o agli usi propri di ciascuna lingua.

[4] L’opera di Cicerone comprende 58 orazioni (altre 48 sono andate perdute), che riguardano la sua attività di magistrato e di uomo politico, caratterizzate da una prosa ricca e fluida che unisce chiarezza ed eloquenza. Le più note sono In Catilinam (I-IV) e le Philippicae (I-XIV) contro Antonio. Nelle opere di retorica, quali il De oratore, il Brutus, l’Orator, Cicerone passò in rassegna i diversi stili, il grandioso, il semplice e l’intermedio. Importantissime, perché informano sulla vita privata e pubblica di Cicerone e al tempo stesso forniscono uno spaccato della vita del tempo, sono le oltre 900 Epistole indirizzate agli amici, ai familiari, ai politici e agli intellettuali suoi contemporanei. Con la sua prosa duttile, che sa essere magniloquente senza riuscire oscura, ed è in grado di trattare temi assai diversi – dalle minuzie quotidiane alle questioni etiche, dalle argomentazioni filosofiche alle sottigliezze giuridiche e all’invettiva politica – Cicerone stabilì i canoni della lingua colta ed ebbe appunto un’immensa influenza sugli scrittori dei secoli successivi, fino a Petrarca e alla letteratura del Rinascimento.

[5] I trattatisti latini (Cicerone e Quintiliano) distinsero cinque fasi dell’elaborazione del discorso: inventio (ricerca degli argomenti); dispositio (disposizione degli argomenti), a sua volta suddivisa in exordium (inizio), captatio benevolentiae (finalizzata ad accattivarsi i favori del pubblico o dell’interlocutore), narratio (esposizione degli argomenti), confirmatio (spiegazione dei fatti), peroratio (epilogo); elocutio (elaborazione stilistico-formale); memoria (apprendimento mnemonico del discorso) e actio (cura dell’intonazione e della gestualità). Queste ultime due fasi erano ovviamente riservate ai discorsi da tenere in pubblico.

[6] In quanto professore di retorica ed ars dictandi.

[7] Ossia delle regole proprie della prosa latina.

[8] A un discorso volgare (parlamentum) corrispondono tre esempi di lettere in latino (epistole): una ampia e nel contenuto e ornata nello stile (major), una più sintetica e meno elaborata (minor) e una terza ancor più minima e concisa (minima). Si passa da esempi di lettere ufficiali e pubbliche rivolte principalmente alle istituzioni cittadini o alle autorità ecclesiastiche, a lettere di contenuto più leggero e privato. Più che al contenuto, l’attenzione è rivolta alla forma, che deve non solo abbellire il dettato, ma anche dar forza agli argomenti.

[9] Al proposito gli Statuti di Bologna del 1246 stabilivano che i notai dovessero saper leggere e scrivere sia in latino sia in volgare.

[10] Isidoro di Siviglia (Siviglia 560 ca.-636 ca.), santo, teologo, arcivescovo ed enciclopedista spagnolo, studiò in monastero sotto la vigilanza del fratello, san Leandro, a cui successe come arcivescovo di Siviglia. Con tale carica, Isidoro contribuì a unificare la Chiesa spagnola convertendo i Visigoti, che avevano completato la conquista della Spagna nel V secolo, dall’arianesimo, eresia tra le più controverse nella storia della Chiesa, all’ortodossia cristiana. Presiedette anche numerosi concili importanti, tra cui il quarto concilio nazionale di Toledo (633), che decretò l’unione di Chiesa e Stato, l’istituzione di scuole vescovili in ogni diocesi e l’unificazione della pratica liturgica. La sua opera più importante sono le Etymologiae, nella quale cercò di compendiare tutto il sapere, laico e religioso: composta di venti sezioni, divenne il testo di riferimento adottato dagli studenti nel corso di tutto il Medioevo e per molti secoli successivi. Tra le altre opere di Isidoro si annoverano trattati di teologia, linguistica, scienza, storia e commenti sulle Scritture. Il suo Sententiarum Libri Tres fu il primo manuale di dottrina e pratica cristiana della Chiesa latina.

 

[11] Alfonso X (Toledo 1221 – Siviglia 1284), re di Castiglia e di León (1252-1282), figlio e successore di Ferdinando III. Il suo regno fu segnato da continui scontri con i mori, da numerose guerre civili e da ripetuti e infruttuosi tentativi di ottenere la corona del Sacro romano impero. Venne deposto nel 1282, a seguito di un’insurrezione guidata dal figlio Sancho IV, contrario alla ripartizione del regno fatta dal padre, in favore dei figli del primogenito, Fernando, morto nel 1257. Alfonso morì due anni più tardi in totale abbandono. Poeta e autore di numerose opere storiche (Primera crónica general de España) e di trattati scientifici (Lapidario e Libros del saber de astronomía), stimolò la vita culturale spagnola del XIII secolo; sotto la sua direzione fu avviata la traduzione dell’Antico Testamento in lingua castigliana e, nel 1252, furono realizzate da astronomi arabi una serie di tavole astronomiche tuttora famose con il nome di Tavole Alfonsine. Il sovrano promulgò un codice di leggi intitolato Las siete partidas (Le sette parti), redatto sulla base dell’antico diritto romano.

[12] In cui i guelfi fiorentini erano stati sconfitti dai ghibellini fuoriusciti e dai senesi alleati con i tedeschi di Manfredi, figlio naturale di Federico II.

[13] Insieme al nonno di Dante, Bellincione.

[14] Tale battaglia sancisce la sconfitta di Manfredi ed il definitivo predominio nella città di Firenze dei Guelfi anche se non porta la pace in quanto poi questi si divideranno nella fazione dei Bianchi e dei Neri.

[15] Volgarizzazione del trattato ciceroniano De inventione.

[16] Etica (Greco, ethiká, da ethos, “carattere”, “costume”), insieme di principi o norme che regolano la condotta umana, e per estensione lo studio di tali principi, denominato filosofia morale (dal latino mores, “costumi”). L’etica cerca di rispondere a domande come: “Quando un’azione è giusta?”, “Quando un’azione è sbagliata?” e “Qual è la natura o la norma che decide del bene e del male?”.

[17] E’ utile ai medievalisti avere a disposizione un testo leggibile del Tesoretto. Il poema è breve, tuttavia riassume ammirevolmente molti dei topoi medievali, l’insegnamento per mezzo di personificazioni allegoriche, che trasmettono al poeta discepolo – sostituto del lettore – le idee per quanto concerne  il mondo, i quattro elementi, i quattro umori, le quattro virtù, i sette peccati capitali, la caduta, l’incarnazione, e così via; fonde elementi cristiani e pagani, sacri e profani, soprattutto nel modo giocoso in cui è percepito Amore (Tillyard, pp. 98-102; Lewis, pp. 23-75). La struttura del Tesoretto di Latino, come l’ovidiano De arte honeste amandi di Andrea Cappellano, presentando l’arte e il rimedio d’amore, è quella di una palinodia. E’ stato difficile per i lettori moderni comprendere come leggere tali testi medievali ironici, e il Tesoretto di Latino può essere d’aiuto per decodificare tale genere. Può anche essere utile per decodificare la Vita Nuova e la Commedia di Dante, la House of Fame (La casa della fama) e i Canterbury Tales (I racconti di Canterbury) di Chaucer. Se Eliot e Joyce hanno potuto includere Brunetto Latino nel loro canone, allora certamente i medievalisti e i dantisti avrebbero potuto fare lo stesso, vedendo in Brunetto Latino il maestro di Dante, da lui venerato e diffamato, il cui Tesoretto fu ripetutamente citato e riecheggiato da Dante nella sua Commedia (v. per un approfondimento  “Il tesoretto”, a cura di Julia Bolton Holloway in http://www.florin.ms/Tesorettintroital.html).

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