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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI – Riassunto e commento

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Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone nel primo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i negligenti che morirono di morte violenta e si pentirono solo al momento di questo evento.

I poeti incontrano alcuni personaggi di minore importanza rispetto a quelli di cui si è discusso nel precedente canto: Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati, Federigo Novello, Gano detto Farinata degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier della Broccia, Sordello.

La pena è sempre quella di girare affannosamente intorno al monte cantando il Miserere.

Il tema principale: la condanna dell’anarchia politica e la riaffermazione della necessità dell’impero universale, ma anche la questione teologica, con il tema della preghiera. Il tema politico si estenderà anche al canto successi­vo[1].

I poeti incontrano diverse anime che si affollano intorno a D. per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere; così come il vincitore di una partita a dadi (dado in ebraico si dice zarah e in arabo zahr)[2], mentre il perdente si esercita ancora, deve fare l’elemosina a quanti lo circondano per evitare che lo pressino, anche D. deve promettere preghiere per non farsi pressare dalla folla di anime negligenti che gliene richiedono[3] (vv. 1-12).

Qui D. incontra Benincasa da Laterina[4] che ricevette la morte dal feroce Ghino di Tacco[5], e Guccio dei Tarlati[6], un ghibel­li­no, che annegò nell’Arno inseguendo i Bostoli[7] di Arezzo (oppure morì inseguito nella battaglia di Campaldino o nello scontro di Bibbiena) (vv. 13-15).

In questo luogo pregava a mani tese Federigo Novello[8] e Gano (Farina­ta) degli Scornigiani a causa del quale divenne grande suo padre Marzucco (vv. 16-18)[9].

D. vede poi Orso degli Alberti[10] con l’anima divisa dal suo corpo per odio ed invidia e, come diceva lui, non per un suo tradimen­to e infine nota Pier della Broccia[11] per la cui anima procuri di pregare Maria di Brabante (la regina di Francia che lo accusò ingiustamente), al fine di evitare di essere lei posta nella schiera dei falsi accusatori ( nell’Inf. XXX, tra i falsari della parola) (vv. 19-24).

D. riesce a liberarsi dalle anime che pregavano soltanto perché altri pregassero per loro, in modo da affrettare la loro santifi­cazione[12] e si rivolge[13] a V. chiedendo perché in un passo del­l’E­nei­de (Aen, VI, 376) il Mantovano nega che la preghiera degli insepolti[14] possa avere effetto sugli dei[15], dal momento che le anime dei negligenti pregano solo perché i vivi possano mutare il giudizio divino abbreviando le loro pene; sarebbe vana la loro speranza o D. non ha inteso il testo virgiliano? (vv. 26-33).

V. replica che il suo passo non è difficile da interpretare e che la speranza delle anime negligenti non è vana; se si guarda con la mente libera da errori[16], si capirà che non viene sminuito il giudizio divino se la carità umana riesce a compiere in un istante ciò che a Dio è dovuto dalle anime espianti[17].

Nell’Eneide V. non poteva utilizzare una tale dottrina perché nel I secolo a.C. la preghiera era disgiunta da Dio (cioè non gradita a Lui), in quanto nasceva dal cuore dei pagani[18] (vv. 34-42).

Tuttavia D. non può cercare di risolvere un problema così alto con la sola ragione, se non lo aiuterà colei (che qui rappresenta la teologia) che sta tra l’intel­letto e la luce; cioè Beatrice che lo attende, ridente e felice, in alto nel Paradiso terrestre[19] (vv. 43-48).

D. sollecita V. a velocizzare il passo[20] perché non è più stanco come prima.

V. risponde, moderando la fretta di D., che prosegui­ranno finché farà giorno ma che il fatto è ben diverso da come lui lo immagina perché prima di arrivare in cima dovranno trascorrere due giorni, dovrà cioè rivedere quel sole che ora non illumina la zona dove stanno salendo, per cui D., restando all’om­bra, non interrompe i suoi raggi[21] (vv. 49-57).

I due poeti scorgono in disparte, in atteggiamento assorto e disdegnoso[22], un’anima italiana (lombarda) che senza alcun gesto o parola guarda verso di loro. Gli si avvicinano per conoscere un cammino più agevole, ma quello non risponde alla richiesta di V. e chiede loro chi siano.

Non appena V. inizia a presentarsi nominando Mantova come città di origine, l’ombra si lancia commossa verso di lui, dichiarandosi anch’ella mantovana e dicendo di essere Sordello da Goito[23] Le anime si abbracciano fraternamente (vv. 58-75).

D., vedendo tanto amore per la propria patria, prorompe in una amara e aspra apostrofe contro l’Italia, nave senza nocchiero, non signora delle genti ma luogo di corruzio­ne, lacerata da lotte intestine (vv. 76-78).

L’anima di Sordello fu così pronta a far festa ad un suo concittadino solo in virtù della concittadinanza ed invece in Italia oggi gli abitanti si fanno guerra e si dilaniano i viventi che appartengono alla stessa città. Non c’è un luogo dalla costa alle zone più interne che possa godere della pace (vv. 79-87).

Dante continua la sua appassionata polemica politica chiedendosi a che cosa siano servite le leggi di Giustiniano (che G. abbia messo a posto il freno) se manca qualcuno che le applichi (la sella è vuota), cioè un imperatore.

L’invettiva si rivolge poi alla Chiesa, che ostacola il potere temporale dell’imperatore per indebite brame di ricchezza[24].

L’apostrofe si fa quindi diretta contro l’imperatore Alberto d’Asburgo[25], la cui politica trascura completamente l’Italia, dove in ogni città c’è guerra (tra Montecchi[26]  e Cappelletti[27]) a tal punto che pare che Dio abbia distolto lo sguardo da lei: su di lui e sul padre Rodolfo D. richiama la giusta punizione di Dio (vv. 88-126).

L’invettiva si chiude con la sarcastica apostrofe a Firenze, dove per avido desiderio tutti i cittadini cercano di impadronirsi delle cariche pubbliche senza che ci sia il minimo senso della giustizia, cambiando continuamente le leggi, trasformando la città in un malato che si agita di continuo nel tentativo vano di alleviare il dolore (vv. 127-151).

[1] I canti sesti della Commedia sono tradizionalmente considerati come <<canti politici>>, in un disegno di analogie e riferimenti in cui oggetto della polemica dantesca è prima Firenze, con la figura di Ciacco nell’Inferno, l’Italia con Sordello, nel Purgatorio, e infine l’Impero e i destini del mondo, con Costantino nel Paradiso. Nel Purgatorio, prendendo spunto dalla nobile figura di Sordello elevato a simbolo dell’amor patrio, l’argomento è trattato nella forma dell’invettiva, con l’apostrofe (figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata) diretta alla serva Italia dilaniata ovunque da lotte interne; ma da qui prende lo spunto anche l’aspra polemica con Papato e Impero, i due massimi poteri universali, e l’amaro sarcasmo con cui si rivolge all’amata e odiata Firenze nella chiusa del canto.

[2] L’esordio del canto, con la descrizione realistica di un gioco da strada e del comportamento psicologico e fisico dei partecipanti, rievoca vivacemente il mondo cittadino medievale.

[3] D. non vede negativamente la richiesta di preci che del resto è disposto ad esaudire, ma l’insistenza nel chiedere di queste anime; aveva infatti appena finito di esaltare la discrezione di Pia e questa scena è collocata a ridosso dell’incontro con Sordello che, addirittura, lascia che i due pellegrini si allontanino senza parlare..

[4] Fu podestà di Bologna nel 1285 e noto giureconsulto che emise per dovere del suo ufficio di giudice diverse condanne a morte nei confronti dei famigliari del senese Ghino di Tacco.

[5]Nobile senese della famiglia della Fratta che cacciato da Siena divenne famoso ladro in Maremma; per vendicarsi di Benincasa, si presentò un giorno a Roma in un processo, in cui il suo avversario sedeva tra i giudici. Nel tribunale stesso lo uccise e lo decapitò, senza che nessuno dei presenti osasse intervenire. Ghino si riconciliò poi con Bonifacio VIII (a cui aveva sottratto il castello di Radicofani) che gli fece ottenere anche il perdono di Siena. Venne assassinato ad Asinalonga ed è un personaggio del Decamerone..

[6] Signore di Pietramala in territorio Aretino.

[7] Guelfi fuoriusciti da Arezzo.

[8] Figlio di Guido Novello, che per sette anni governò Firenze, come vicario di Manfredi. Ebbe per madre una figlia di federico II. Fu ucciso sembra o dai suoi stessi parenti nel Casentino nel 1289 o dai Bostoli nel 1291.

[9] Gano fu ucciso dal conte Ugolino nel 1287; suo padre uomo politico importante e poi francescano dal 1286 venne conosciuto da D. probabilmente in Santa Croce; è definito grande perché quando il figlio morì fece la predica ai suoi parenti affinché si riconciliassero con il nemico e addirittura volle baciare la mano di colui che uccise Gano.

[10] Figlio del conte Napoleone della famiglia degli Alberti di Mangona, vicino a Firenze, fu ucciso dal cugino Alberto nel 1286, in vendetta della morte del padre. Il padre Napoleone e lo zio Alessandro, sono posti da D. nella Caina, tra i traditori dei parenti..

[11] Pierre de la Brosse, di umile nascita, ebbe fama di chirurgo, e fu favorito sotto i re di Francia Luigi IX e Filippo III l’Ardito. Accusò giustamente la seconda moglie di Filippo, Maria di Brabante, di aver eliminato col veleno, il figliastro Luigi allo scopo di assicurare al proprio figlio Filippo il Bello la successione al trono. Fu impiccato per volere dello stesso Filippo III, per l’accusa (infondata) di tradimento mossagli dalla regina e dai cortigiani: gli si attribuì infatti un’intesa segreta ai danni della Francia, con Alfonso di Castiglia, durante la guerra scoppiata nel 1278 tra Filippo III e Alfonso X.

[12] Questa rassegna di persone uccise è presentata da D. per un duplice scopo: offrire una visione della tragica storia dei suoi tempi, con episodi tratti dalle vicende toscane e della casa di Francia; rafforzare l’idea religiosa di un legame, ancora possibile, con quelle anime – ingiustamente colpite nel loro umano destino – per mezzo della preghiera, quasi riparazione per il male che ricevettero in vita e argomento di carità, al di fuori della vendetta e della dimenticanza, affrettando ad esse la visione di Dio..

[13] Per il Momigliano sarebbe la prima digressione dottrinale del Purgatorio.

[14] Palinuro prega inutilmente la Sibilla cumana per essere traghettato al di là dell’Acheronte.

[15] È questo un tentativo di conciliare le teorie virgiliane con la Scrittura: preoccupazione di D. che considera Virgilio il savio dei savi.

[16] Nel Concilio II di Lione del 1274, fu definito come dogma di fede, il valore e l’efficacia dei suffragi, conforme agli argomenti biblici e alla tradizione dei Padri della Chiesa. Nel IV secolo era stata dichiarata eretica la teoria di Ario, sacerdo­te nativo del Ponto, che ne­gava l’effica­cia dei suffra­gi per i defun­ti. Per suffra­gi si intendono il sacrificio della Messa, le indulgenze, le orazioni, i digiuni, le elemosine, pre­sentate a Dio come domanda e supplica, in virtù della solidarietà soprannaturale, cioè del dogma della comunione dei santi. Nell’età di D. l’eresia di Ario era ripresa dai Catari; D. non poteva permettere che le opinioni di Virgilio assomigliassero a quelle di questa setta eretica. D. non li combatte mai direttamente (anche se nel Paradiso applaudirà San Domenico perché ha combattuto gli Albigesi, appunto una corrente catara) ma era troppo importante in Firenze l’influen­za del catarismo perché egli potesse disinteressarsi del problema.

[17] L’amore umano in definitiva può sostituirsi all’inesorabi­lità del fato pagano.

[18] Nel IV canto (v. 134) D. afferma infatti che le preci per essere efficaci devono <<surger su di cuor che in grazia viva>>; questo accenno ai pagani gli serve cioè per sottolineare che non serve comprare le indulgenze.

[19] Virgilio sa di aver dato una spiegazione incompleta (e lo sa anche D. che in seguito ritornerà sull’argomento) e rimette non alla pura ragione ma alla teologia, la spiegazione dogmatica. Tra l’intelletto e il vero occorre un lume, che dia allo stesso intelletto la forza di conoscere la verità divina, e Beatrice, scienza teologica, sarà questa forza rivelatrice del grande problema. D. ha chiamato Virgilio “luce mia” (v. 29) ma ora Virgilio lo ammonisce che la pienezza della luce è Beatrice.

[20] Il ricordo di Beatrice lo spinge infatti ad aver maggior fretta.

[21] Sono circa le tre del pomeriggio perché il sole sta tra il monte ed i poeti.

[22] E’ stata paragonata alla figura di Farinata; per certi versi se ne distacca perché Farinata è ammirato da D. quale inflessibile capoparte, mentre attraverso l’invettiva cui Sordello dà occasione, D. ci dà una condanna dei partiti politici. Ma le due figure si assomigliano perché hanno una immobilità statuaria, un atteggiamento non indifferente ma distaccato; ambedue vogliono collocare l’interlocutore nella loro sfera di interessi, sapere a che paese o città D. appartiene; ambedue hanno la loro città in cima ai loro pensieri.

[23]  Nato a Goito vicino a Mantova nei primi decenni del secolo XIII fu buon trovatore e raggiunse i suoi maggiori successi poetici intorno alla metà del secolo.

Visse presso numerose corti: a Ferrara presso Azzo d’Este, a Verona presso Riccardo di San Bonifacio; qui si invaghì della moglie di lui Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, con pericolose conse­guenze perché poi la rapì o ne agevolò la fuga.

Trovò cortese ospitalità presso la corte provenzale di Raimondo Berlinghieri IV, dove operò come poeta ma soprattutto come politico, dimostrando abilità ed energia.

Fu presso Carlo I d’Angiò, che accompagnò nella discesa in Italia, ottenendo alcuni castelli in Abruzzo.

Fu poi imprigionato dal re e liberato per la mediazione di Clemente VI. Morì nel 1269 o poco dopo. Nella sua permanenza in Provenza perfezionò la conoscenza della lirica, egli aderiva alla scuola tolesana per quanto riguarda la poesia d’amore, scuola che considerava la donna come una necessaria guida all’elevazione dell’uomo.

Non abbiamo documenti della sua poesia in volgare. D. fu forse attratto dalla sua poesia politica dove si evidenziano fierezza di sentimenti e indipendenza di pensiero, con le quali egli polemizza contro la corruzione e l’ignavia di tanti potenti del tempo. In particolare D. conobbe un poemetto didascalico “Ensegnamen d’onor” (un trattato di cortesia ed etica cavalleresca che contiene fiere invettive contro i potenti che hanno perso le vere doti del signore) e specialmente il “compianto in morte di Ser Blacas” in cui Sordello dà una rassegna politica dei signori d’Europa (Federico II, i re di Francia, di Navarra e di Spagna, i signori di Provenza) cui unisce sarcasmo per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore di Ser Blacas per acquistarne la virtù ed il coraggio. Non sappiamo perché D. lo ha inserito in questo canto, non è un pigro né un “morto per forza”; forse è semplicemente un tardi-pentito (solo nella maturità infatti abbandonerà la spregiudicatezza dell’avventuriero per dedicarsi all’austerità).

[24] D. probabilmente potrebbe far riferimento alternativamente a due brani delle scrittu­re: “date a Cesare quel che è di Cesare” (Matteo XII, 21; Luca XX, 25) ed “il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni XVIII, 36), con diverse conseguenze nell’interpre­tazione; nel primo caso infatti D. si potrebbe riferire agli uomini “devoti” in generale, mentre nel secondo caso soltanto agli uomini di chiesa.

[25] Ucciso dal nipote Giovanni duca di Svevia fu imperatore dal 1298 al 1308, figlio a sua volta di Rodolfo, imperatore dal 1273 al 1791. Per D. l’impero è vacante dalla morte di Federico II (1250) all’incoronazione di Arrigo VII (1308), poiché Alberto d’Asburgo non era sceso in Italia ed aveva addirit­tura permesso a Bonifacio VIII di nominarsi suo vicario, con evidente confusione tra potere spirituale e potere temporale.

[26] Filoimperiali: ghibellini di Verona abbattuti dai San Bonifacio.

[27] Antiimperiali: guelfi di Cremona abbattuti dai Palavicino. Questa famiglia come quella dei Montecchi appartengono a fazioni che con la loro azione condussero alla rovina la Lombardia.

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