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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI – riassunto e commento

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COMMENTO

Tra le tre e le cinque del pomeriggio dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua, ci troviamo nella terza cornice[1] a cui si accede, come per le altre, attraverso una scala, anche se meno ripida: il luogo è avvolto in un fumo denso, scuro e acre, tanto che si avanza alla cieca.

Il custode è l’Angelo della pace (che già era custode nella precedente cornice accanto all’Angelo della misericordia[2]).

I peccatori puniti nel canto (come in quello precedente del resto) sono gli iracondi che hanno come pena appunto quella di camminare avvolti da un denso fumo, nero e pungente per gli occhi e soffocante per la gola; recitano l’Agnus Dei (la preghiera della messa) e considerano esempi di misericordia e di ira punita, che appaiono loro sotto forma di visioni.

In vita si lasciarono prendere dai fumi dell’ira: ora camminano nel fumo denso e nero e siccome non conobbero misericordia, ora cantano l’Agnus Dei, implorando pace.

I personaggi descritti nel canto sono Marco Lombardo[3] e Gherardo da Camino[4]

Il tema generale principale concerne la teoria del libero arbitrio, per cui le cause della corruzione sono imputabili agli uomini e in particolare alla scomparsa dei due “soli” (le due guide: il Papa e l’Imperatore).

ELEMENTI PRINCIPALI IN PARTICOLARE:

1) Il discorso di Marco Lombardo. Si tratta di uno dei brani più importanti di tutta la Commedia per la comprensione del pensiero e dell’ispirazione dantesca. Qui il tema teologico, quello morale e quello politico si incrociano, a dimostrazione di come essi stiano necessariamente uniti in una visione globale della realtà umana come era quella di D.; d’altra parte il discorso di Marco Lombardo vuole rispondere ad una domanda di fondamentale importanza: quale è la causa del male nel mondo? Da notare è anche la posizione di rilievo data a questo incontro, che è collocato proprio nella parte centrale del poema.

Questi sono i momenti e i concetti principali in cui si articola:

  1. il male del mondo è da ricercare nell’uomo, che riceve sì il primo movimento delle sue azioni dalle influenze celesti, ma poi può decidere le proprie azioni e scelte grazie al dono più alto che Dio gli ha dato, cioè il libero arbitrio;
  2. l’anima nasce dall’amore infinito di Dio e tende naturalmente alle varie forme dell’amore, ma non sa ben distinguere fra i veri piaceri e quelli fallaci;
  3. per aiutare l’uomo a trovare la strada del vero amore, tanto in cielo quanto in terra, furono fatte le leggi e creati i due poteri, temporale e spirituale;
  4. da qui prende il via la celeberrima teoria dei due soli, teoria politica tipicamente medievale cui è da riferire l’intero pensiero dantesco, e ad essa si collega la consueta polemica con l’abdica­zione dell’imperatore ai suoi doveri e con l’arrogante corruzione pontificia, in termini molto simili a quelli del canto VI (nella valletta dei Principi);
  5. la nostalgia per i tempi antichi in cui la nobiltà e cortesia ancora vivevano nelle terre dell’Italia settentrionale, mentre oggi vi è solo la malvagità, e sono pochi coloro che ancora conservano le virtù degli avi.

Si tratta della tipica visione mitizzata del passato di cui c’è già un esempio nel canto XIV con la rievocazione (affidata a Guido del Duca) degli uomini nobili antichi di Romagna e ci sarà un altro esempio anche nel Paradiso (canto XVI) con Cacciaguida che rievocherà le antiche famiglie della Firenze sobria e pudica.

6. La celebrazione del <<buon Gherardo>>. Al termine di un discorso tanto significativo, Marco Lombardo cita come unici esempi di sopravvissuta virtù i tre vecchi Corrado da Palazzo[5], Gherardo da Camino e Guido da Castello[6]; già solo questo è sufficiente a fare risaltare in modo fuori dal consueto la dignità di questi tre vivi virtuosi in un mondo in cui tutto è corruzione. Ma poi D. insiste sulla figura di Gherardo, giocando sull’impossibilità di scambiarlo per un altro, e proiettandone quindi la figura in un’aura quasi di santità che fanno del nobiluomo trevigiano uno dei personaggi per antonomasia dell’opera, pur essendo appena citato.

RIASSUNTO

Il fumo che avvolge i due poeti nella terza cornice è così denso e scuro da far pensare al buio infernale o ad una notte senza stelle, ed è talmente acre che D. non riesce a tenere gli occhi aperti ( e riconosce implicitamente questo peccato come uno dei più legati alla sua persona), ed è costretto ad appoggiarsi alla spalla offertagli da Virgilio.

Nell’oscurità si sentono voci che implorano pace e misericordia, cantando in perfetta concordia l’Agnus Dei. Su richiesta del discepolo, V. gli spiega che a cantare sono le anime dei penitenti che scontano qui il peccato d’ira (vv. 1-24). vanno sciogliendo il nodo dell’ira.

Una delle anime avendo sentito la domanda di D. ed essendo quindi nel dubbio se D. sia vivo o meno, lo apostrofa per sapere chi sia: V. esorta D. a parlare e a chiedere se quella è la giusta direzione verso il passo del perdono.

D. risponde come ha richiesto Virgilio e narra all’anima brevemente il suo viaggio dall’Inferno al Purgatorio, poi chiede a sua volta all’anima di presentarsi.

L’altro allora gli risponde di essere Marco Lombardo, esperto del mondo e amante della virtù, che nessuno ora vuole seguire; gli conferma che la via percorsa è esatta, e lo prega di ricordarlo nelle sue preghiere quando sarà in Paradiso.

D. promette di pregare per lui e poi gli espone un dubbio che già prima si era presentato alla sua mente: qual è la causa del male e della corruzione che appesta il mondo, come già Guido Del Duca e ora lo stesso Marco hanno lamentato? È da attribuire alle influenze celesti o all’uomo stesso? (vv. 25-63)

Dopo aver tratto un profondo respiro, Marco Lombardo si lamenta della cecità del mondo, che fa risalire ogni cosa ai cieli. se tutto avvenisse per influenza celeste, sarebbe distrutto il libero arbitrio, né ci sarebbe una giustizia che premia il bene e castiga il male.

I cieli imprimono all’uomo inclinazioni iniziali: quindi tocca a lui distinguere e scegliere, con l’aiuto della libera volontà che, se ben allineata, vincerà qualunque battaglia con le inclinazioni disordinate dei cieli.

È vero che gli uomini sono sottoposti a Dio, ma sono liberi: Dio ha creato in loro la mente, che i cieli non possono dominare. Perciò, se il mondo devia dal bene, la causa e solo degli uomini (vv. 64-84).

Marco continua nella sua esposizione: l’anima, creata da Dio, che è felicità assoluta, tende naturalmente a ciò che le dà gioia; questa inclinazione, tuttavia, va guidata: perciò è necessario costituire delle leggi ed avere un sovrano che le faccia rispetta­re.

Ma se le leggi ci sono, ora non c’è chi sappia applicarle: il cattivo esempio del papa trascina con sé l’umanità tutta.

Roma, cioè la cristianità, ordinò il mondo a pace e concordia, e questo perché era solita avere due soli, due sovrani dipendenti unicamente da Dio, e l’uno era preposto alla felicità terrena, l’altro a quella celeste.

Ora però i due soli si sono spenti a vicenda: l’autorità spirituale si è unita a quella temporale, perdendo d’efficacia e contravvenendo alla volontà divina (vv. 85-114)

A conferma del suo discorso, Marco ricorda la corruzione della Lombardia, dove in passato, prima delle lotte tra Federico II e la Chiesa, albergavano cortesia e valore.

Solo più tre vecchi virtuosi ancora vi si trovano, suonando a rimprovero per le generazioni presenti, ma si trovano così a disagio che desiderano di ricongiungersi al più presto a Dio.

Tra questi è il buon Gherardo, sulla cui figura D. insiste per sottolinearne le virtù. Ma ora Marco Lombardo non può più seguirli, poiché il chiarore che trapela annuncia la fine della nuvola di fumo da cui egli non può uscire; quindi troncato il discorso, Marco torna indietro (115-145).

[1] Sono puniti nelle prime tre cornici coloro che ebbero amore per il male (superbi, invidiosi, iracondi).

[2] Nei canti X-XI-XII il custode è stato l’Angelo dell’umil­tà; nei canti XIII-XIV l’Angelo della misericordia; nel canto XV appunto gli Angeli della misericordia e della pace; nel canto XVI l’Angelo della pace.

[3] Uomo di corte vissuto nella metà del secolo XIII. Famoso per le sue doti di rettitudine e nobiltà d’animo, altero e pungente con i potenti, viaggiò di corte in corte nell’Italia settentrionale (e fu chiamato lombardo più per questo che non per la nascita di cui non si hanno notizie sicure). Per D. è il portavoce ideale della sua concezione etico-politico e religiosa.

[4] Capitano generale di Treviso dal 1283 al 1306 (e in precedenza di Belluno e di Feltre), uomo retto e valoroso, per cui è qui chiamato il buon Gherardo. Padre della scostumata Gaia e di Rizzardo, ricordato per la sua morte violenta nel canto IX del Paradiso. Fu in ottimi rapporti con Azzo VIII d’Este e probabilmente ebbe un ruolo nella morte di Jacopo del Cassero. D. sembra ignorare tutto ciò o comunque non ne tiene conto, come non tiene contro del suo guelfismo di parte nera. Fu protettore di letterarti ed artisti (già lodato da D. nel Convivio) e pare che sia stato conosciuto da D. personalmente.

[5] Fu vicario di Carlo I d’Angiò, podestà di Firenze nel 1276 e capitano di parte guelfa nel 1277; fu poi podestà di Brescia e di Piacenza. I commentatori antichi esaltano le sue doti di liberalità e le sue virtù cavalleresche.

[6] Forse ghibellino ed esule in Verona, dove D. può averlo conosciu­to; D. ne parla anche nel Convivio (IV, XVI, 6).

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