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Viviamo nell’amore. Elisabetta della Trinità di Giorgio Pernigotti

Nel ricco epistolario della Beata Elisabetta della Trinità, vorrei cogliere una breve lettera inviata alla sorella Guite e redatta nell’aprile del 1906.

            Elisabetta sente la debolezza, è consapevole che la malattia, sia pure tra alternanze e schiarite, la sta consumando.

            Si preoccupa di salutare, di consolare, di suggerire. Lo ha sempre fatto, non ha mai lesinato esortazioni sia a familiari sia a persone affettivamente più lontane. Lo farà sino all’ultimo giorno del suo cammino in terra.

            Ogni commento al testo sarebbe superfluo e, almeno per chi scrive, troppo ambizioso.

            Solo una notazione.

            Lo snodo, quale espressione della mistica trinitaria di Elisabetta, dell’azione congiunta e ad un tempo distinta delle tre Persone: la protezione del Padre, il sigillo del Figlio, il tocco trasformante dello Spirito.

            Una pagina di elevatissima teologia, espressa con dolcezza e semplicità.

            Leggiamola, teniamola accanto per poterla meditare quando siamo tristi o nella prova, nella malattia, nella gioia, per vivere l’amore in questo anno straordinario di grazia, voluto dal Santo Padre.

            [Aprile, 1906]

Cara sorellina, non so se è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre mio perché sto assai meglio e la santina di Beaune sembra volermi guarire; ma vedi, talvolta mi pare che l’Aquila divina voglia piombare sulla sua piccola preda per trasportarla là dove è lui: nella luce abbagliante!

Ti sei sempre saputa dimenticare per la felicità della tua Elisabetta e sono sicura che se me ne volassi via sapresti rallegrarti del mio primo incontro con la divina bellezza. Quando il velo cadrà, con quale gioia mi inabisserò fin nel segreto del suo volto! È qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù sulla terra; pensa, Guite, poter contemplare nella sua luce gli splendori dell’essere divino, scrutare le profondità del suo mistero, essere fusi con colui che si ama, cantare senza tregua la sua gloria e il suo amore, essere simili a lui perché lo si vede come gli è…

Sarei felice, sorellina, d’andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra! Ti lascio la mia devozione per i Tre (all’amore!).

Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube fra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza, perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai <<la lode della sua gloria>>. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai. Sarò invece <<laudem gloriae>> davanti al trono dell’Agnello e tu <<laudem gloriae>> nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre <<l’uno>> tra di noi. Credi sempre all’amore. Se hai da soffrire, pensa che sei più amata ancora e canta sempre <<grazie>>. È così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo.

Insegna alle piccole a vivere sotto lo sguardo del Maestro. Vorrei che Elisabettina avesse la mia devozione ai Tre. Sarò alla loro prima Comunione, t’aiuterò a prepararle. Tu pregherai per me: ho offeso il mio Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti giorni. Perdono, ti ho dato spesso il cattivo esempio.

Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!”

Alla lettera manca la firma, come in altre. Invero, Elisabetta non usava firmarsi in modo costante ed uniforme, bensì secondo le circostanze e con riguardo ai destinatari.

Oso pensare, in questo contesto, come la mancanza di segno sia a motivo di quell’unione che ha legato e legherà le due sorelle per l’eternità: se la firma è separazione, tra due anime unite da un celeste patto, richiamato (anche) in questo documento, non vi sarebbe stato nulla di più stonato (soprattutto per una premiata pianista)!

Giorgio Pernigotti

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Il Natale del 2034

Il Natale del 2034

1 (90)

La novità del Natale di quest’anno è che si possono incontrare gli amici, i familiari e anche noi stessi a una diversa età.
Ed infatti siamo seduti su una panchina a guardare il mare, io del 1970, io del 2014 ed io del 2034.
È quasi sera e si vede la lanterna…

Io del 1970
Che bello il presepe! Mi piace la carta verde ed il muschio ingiallito, peccato che non posso più toccare Gesù bambino da quando gli ho rotto una manina. Comunque oggi mangio tutto io! Mangio tutto io!
Io del 2034
Già perché non hai più fatto il presepe?
Io del 2014
Non so, forse perché non c’era nessuno che guardava i miei spettacoli sotto la tovaglia che per me era un tendone da circo.
Io del 2034
Dico sul serio, perché ci hai rinunciato?
Io del 1970
Venite a vedere lo spettacolo?
Io del 2014
E tu? Dipende anche da te?
Io del 2034
Come vedi vivo su questa panchina e qui il presepe non potrei farlo nemmeno se lo volessi. Ci sono le navi che fumano e mi arriva un po’ di calore…
Io del 1970
Non vi capisco, oggi è Natale e non siete contenti?
Io del 2034
Non è che non lo siamo, lo siamo in modo diverso
Io del 1970
Che significa diverso?
Io del 2014
Diverso significa diverso
Io del 2034
Ci sono età in cui si è contenti ed età in cui…
Io del 1970
Tutti sono contenti di festeggiare il Natale!
Io del 2034
Hai ragione, pensa che ci sono luoghi ove si festeggia due e anche tre volte
Io del 1970
Chissà quanti regali allora sotto l’albero!
Io del 2034
Non so se abbiano come tradizione quella di addobbare un albero, ma immagino che i bambini siano soddisfatti
Io del 1970
Ma perché sono qui con voi? Inizia a fare un po’ freddo, che stiamo facendo?
Io del 2034
Al freddo farai presto l’abitudine, non è poi così insopportabile…
Io del 2014
Sei qui perché volevamo ricordare qualcosa di bello e tu ci stai aiutando…
Io del 2034
Eccome, se tu non ci fossi… allora sì che saremmo tristi!
Io del 1970
Ma io non ho tanti ricordi da regalarvi…
Io del 2014
Ma ce li abbiamo noi di te, non ti preoccupare
Io del 2034
E ce li teniamo pure stretti!

La letteratura in prosa: trattatistica, cronaca storica e di viaggio, novella. (Prima parte)

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

    In tutte le letterature la prosa nasce dopo la poesia, poiché per la prima è necessario che si siano consolidate le strutture morfologi­che[1] e sintattiche[2].

    A tenere a battesimo la prosa volgare è il latino che presta ad essa il lessico e la dignità costruttiva[3]; il Duecento è un secolo di traduzioni ed è proprio Cicerone[4] il centro di riferimento per chi intende misurarsi con lo stile prosastico.

    La prosa volgare nasce quindi in massima parte colta e ligia alle regole della retorica classica[5].

    Inizialmente infatti essa era riservata ad un livello di comunica­zione spesso privato o di carattere ufficiale.

    Con l’affermarsi però delle nuove istituzioni comunali, che sentivano la necessità di coinvolgere nella gestione pubblica uno strato più ampio di cittadini, con le esigenze della classe borghese mercanti­le in forte espansione che necessitava di strumenti di comunicazio­ne più agili e comprensibili e infine con il sorgere di scuole legate al Comune e non ai centri ecclesiastici, si fa strada  l’esigenza di una lingua scritta più vicina al parlato e fruibile da un pubblico sempre più ampio e soprattutto digiuno di latino.

     I primi esemplari di prosa letteraria volgare si trovano, in qualità di inserti, nel trattato in lingua latina Gemma purpurea (1243) di Guido Faba, che è una raccolta di lettere scritte come modello per servire ai dotti, secondo i precetti della retorica ciceroniana.

     Guido Faba, notaio bolognese e collega[6] nell’Università di Bologna del celebre maestro di retorica Buoncompagno da Signa, adotta ed adatta per la prosa volgare i precetti retorici che quello nel Boncompagnus e nella Rhetorica novissima aveva dato per la prosa latina.

    In Parlamenta et epistole Guido Faba, accomunando ancora latino e volgare sotto la medesima regia dell’ars dictandi (l’arte del comporre lettere in bello stile) e del cursus (la cadenza ritmi­ca)[7], si presenta nettamente come il primo scrittore italiano in prosa volgare[8].

    Non è casuale che Faba fosse notaio, come non lo è che fosse notaio Brunetto Latini: si trattava di una professione che metteva in contatto volgarizzandola la cultura medievale formale, concisa ed astratta con il mondo borghese in dinamica espansione, desidero­so di acculturarsi ma anche legata ai processi concreti del nuovo sviluppo socio-economico[9].

   Al di fuori di Bologna ove abbiamo, come detto, esempi della prosa d’arte in campo giuridico ed epistolare, un altro esempio di volgarizzazione è in Toscana il primo trattato scientifico della letteratura volgare, la Composizione del mondo (1280) – in dialetto aretino – del frate astronomo Restoro D’Arezzo, enciclope­dia in cui si parla delle stelle, dei pianeti e della terra e delle reciproche influenze, oltre che dei regni minerale, vegetale e animale.

– A leggere nel proemio che <<l’omo è creato per conosciare e per sapere e per entèndare e per audire e per vedere le mirabili operazioni di questo mondo>> sembra di trovarsi di fronte all’Ulis­se dantesco o al primo umanista.

– Invece ci troviamo di fronte ad un autore del Duecento che mette a disposizione nel volgare della sua città il suo sapere, ossia il sapere dell’antichità e del Medioevo più remoto, dai tempi di Aristotele, Plinio il Vecchio e Tolomeo a quello di Isidoro di Siviglia[10] e degli scienziati di Bagdad e del Cairo, miscela di cose fantastiche e di raffinatissime nozioni scientifi­che, frutto di fantasie fertili e di pazienti osservazioni celesti, di supersti­zione e di matematica.

    Restoro ci appare intricato, ingenuo e a tratti buffo ovviamente agli occhi del Duemila nella sua ossessione di spiegare tutto: perché il giorno ha ventiquattrore, perché i giorni della settimana sono sette, perché le dimensioni delle cose sono quelle che sono, perché la destra è la destra, la sinistra la sinistra e non viceversa, perché il movimento delle costellazioni è da oriente ad occidente e non viceversa (perché altrimenti i corpi celesti mostrerebbero sul davanti “le nateche”, parte ignobile, e sul dietro la fronte, parte nobile).

    L’unica cosa nell’universo che non agisce secondo ragione è per Restoro, l’amore, ma a lui va bene così (<<eo lo lodo>>).

     Traduttore di Cicerone fu anche Brunetto Latini, il maggiore dei trattatisti del Duecento, amato e ammirato da Dante (che “lo incontra” nel canto XV dell’Inferno) per i suoi meriti culturali di autentico maestro della nuova cultura laico-borghese.

    Brunetto nacque a Firenze verso il 1220, figlio di un notaio e notaio egli stesso, e partecipò fin da giovane alla vivacissima lotta politica della città schierandosi dalla parte guelfa: fu mandato nel 1260 presso il re di Castiglia Alfonso X il Saggio (che era stato designato “re dei romani”)[11], per ottenere aiuto contro i Ghibellini.

      Fu una missione inutile perché non evitò la battaglia di Montaperti[12] e comportò per Brunetto l’esilio (in un primo tempo a Montpellier)[13] per la sconfitta della sua parte.

      Fermatosi in Francia, esercitò la sua professione a Parigi, dove scrisse la sua opera maggiore, Li livres dou tresor, in lingua d’oil (francese) non tanto per il soggiorno in quella nazione ma perché era la lingua più diffusa, largamente conosciuta anche in Italia.

     Tornato a Firenze dopo la battaglia di Benevento[14], nel 1266,  fu insegnante e partecipò alla vita pubblica: fu  priore nel 1277 e nel 1284 divenne membro del Consiglio del podestà, assieme a Guido Cavalcanti e a Dino Compagni..

      Nel frattempo la sua fama si era estesa ovunque, anche fuori d’Italia, come attestano le traduzioni del Tesoro in catalano e castigliano (oltreché in volgare toscano, in bergamasco e in latino): morì nella sua città nel 1294.

      Il Tesoro è una tipica enciclopedia medievale, in tre libri, il primo dedicato soprattutto alla cosmogonia con incursioni nel territorio della geografia, della zoologia, della botanica, dell’anatomia e della storia; il secondo alla filosofia morale, con la solita elencazione dei vizi e delle virtù; il terzo è dedicato alla retorica e alla politica, con diretti agganci alla situazione contemporanea e con intenti di formazione dell’uomo politico attraverso l’oratoria; in quest’ulti­mo libro si vede come l’arte della retorica è strettamente correlata al buon governo del Comune di Firenze, le cui istituzioni sono contrapposte, in quanto ritenute migliori, a quelle della contemporanea monarchia francese.

     L’opera con la quale Brunetto Latinimanifesta maggiormente l’intenzione di coniugare il pratico esercizio della politica con l’arte del dire e dello scrivere è la Rettorica[15]; chi intende governare deve sapersi esprimere degnamente, non per imporre con l’astuzia i propri convincimenti, bensì essendo l’arte retorica strettamente legata all’etica[16], per il bene della propria città e in nome del buon governo.

      Ricordiamo ancora un’opera di Brunetto: il Tesoretto, poemetto didattico incompiuto dove tratta soprattutto di teologia, filosofia naturale ed etica, ma anche dell’astronomia e della geografia. Il suo insegnamento offre un eccellente studio sulla visione medievale del mondo: Dante sarà fortemente ispirato da quest’opera[17] .

       Offriamo qui in lettura un bel passo di quest’ultima opera. Brunetto descrive il Mediterraneo.

Di questo mar ch’i’ dico 

vidi per uso antico 

nella perfonda Spagna 

partire una rigagna 

di questo nostro mare, 

che cerehia, ciò mi pare, 

quasi lo mondo tutto, 

sì che per suo condotto 

ben pò chi sa dell’arte 

navicar tutte parte, 

e gire in quella guisa 

di Spagna infin a Pisa 

e ‘n Grecia ed in Toscana 

e ‘n terra ciciliana 

e nel Levante dritto 

e in terra d’Igitto. 

Ver’ è che ‘n orïente 

lo mar volta presente 

ver’ lo settantrïone 

per una regïone 

dove lo mar non piglia 

terra che sette miglia; 

poi torna in ampiezza, 

e poi in tale stremezza 

ch’io non credo che passi 

che cinquecento passi.  

Da questo mar si parte 

lo mar che non comparte, 

là ‘v’e la regïone 

di Vinegia e d’Ancone: 

così ogn’altro mare 

che per la terra pare 

di traverso e d’intorno, 

si move e fa ritorno 

in questo mar pisano 

ov’è ‘l mare Occïano.


[1]  La morfologia è lo studio della formazione delle parole e delle loro variazioni grammaticali.

[2]  La sintassi è quella parte della grammatica che studia le relazioni che le parole hanno fra di loro all’interno della frase e stabilisce le norme che regolano tali relazioni.

[3] Per costruzione si intende la disposizione delle parole nella proposizione, e delle proposizioni nel periodo, che ubbidisce al senso, allo stile o agli usi propri di ciascuna lingua.

[4] L’opera di Cicerone comprende 58 orazioni (altre 48 sono andate perdute), che riguardano la sua attività di magistrato e di uomo politico, caratterizzate da una prosa ricca e fluida che unisce chiarezza ed eloquenza. Le più note sono In Catilinam (I-IV) e le Philippicae (I-XIV) contro Antonio. Nelle opere di retorica, quali il De oratore, il Brutus, l’Orator, Cicerone passò in rassegna i diversi stili, il grandioso, il semplice e l’intermedio. Importantissime, perché informano sulla vita privata e pubblica di Cicerone e al tempo stesso forniscono uno spaccato della vita del tempo, sono le oltre 900 Epistole indirizzate agli amici, ai familiari, ai politici e agli intellettuali suoi contemporanei. Con la sua prosa duttile, che sa essere magniloquente senza riuscire oscura, ed è in grado di trattare temi assai diversi – dalle minuzie quotidiane alle questioni etiche, dalle argomentazioni filosofiche alle sottigliezze giuridiche e all’invettiva politica – Cicerone stabilì i canoni della lingua colta ed ebbe appunto un’immensa influenza sugli scrittori dei secoli successivi, fino a Petrarca e alla letteratura del Rinascimento.

[5] I trattatisti latini (Cicerone e Quintiliano) distinsero cinque fasi dell’elaborazione del discorso: inventio (ricerca degli argomenti); dispositio (disposizione degli argomenti), a sua volta suddivisa in exordium (inizio), captatio benevolentiae (finalizzata ad accattivarsi i favori del pubblico o dell’interlocutore), narratio (esposizione degli argomenti), confirmatio (spiegazione dei fatti), peroratio (epilogo); elocutio (elaborazione stilistico-formale); memoria (apprendimento mnemonico del discorso) e actio (cura dell’intonazione e della gestualità). Queste ultime due fasi erano ovviamente riservate ai discorsi da tenere in pubblico.

[6] In quanto professore di retorica ed ars dictandi.

[7] Ossia delle regole proprie della prosa latina.

[8] A un discorso volgare (parlamentum) corrispondono tre esempi di lettere in latino (epistole): una ampia e nel contenuto e ornata nello stile (major), una più sintetica e meno elaborata (minor) e una terza ancor più minima e concisa (minima). Si passa da esempi di lettere ufficiali e pubbliche rivolte principalmente alle istituzioni cittadini o alle autorità ecclesiastiche, a lettere di contenuto più leggero e privato. Più che al contenuto, l’attenzione è rivolta alla forma, che deve non solo abbellire il dettato, ma anche dar forza agli argomenti.

[9] Al proposito gli Statuti di Bologna del 1246 stabilivano che i notai dovessero saper leggere e scrivere sia in latino sia in volgare.

[10] Isidoro di Siviglia (Siviglia 560 ca.-636 ca.), santo, teologo, arcivescovo ed enciclopedista spagnolo, studiò in monastero sotto la vigilanza del fratello, san Leandro, a cui successe come arcivescovo di Siviglia. Con tale carica, Isidoro contribuì a unificare la Chiesa spagnola convertendo i Visigoti, che avevano completato la conquista della Spagna nel V secolo, dall’arianesimo, eresia tra le più controverse nella storia della Chiesa, all’ortodossia cristiana. Presiedette anche numerosi concili importanti, tra cui il quarto concilio nazionale di Toledo (633), che decretò l’unione di Chiesa e Stato, l’istituzione di scuole vescovili in ogni diocesi e l’unificazione della pratica liturgica. La sua opera più importante sono le Etymologiae, nella quale cercò di compendiare tutto il sapere, laico e religioso: composta di venti sezioni, divenne il testo di riferimento adottato dagli studenti nel corso di tutto il Medioevo e per molti secoli successivi. Tra le altre opere di Isidoro si annoverano trattati di teologia, linguistica, scienza, storia e commenti sulle Scritture. Il suo Sententiarum Libri Tres fu il primo manuale di dottrina e pratica cristiana della Chiesa latina.

 

[11] Alfonso X (Toledo 1221 – Siviglia 1284), re di Castiglia e di León (1252-1282), figlio e successore di Ferdinando III. Il suo regno fu segnato da continui scontri con i mori, da numerose guerre civili e da ripetuti e infruttuosi tentativi di ottenere la corona del Sacro romano impero. Venne deposto nel 1282, a seguito di un’insurrezione guidata dal figlio Sancho IV, contrario alla ripartizione del regno fatta dal padre, in favore dei figli del primogenito, Fernando, morto nel 1257. Alfonso morì due anni più tardi in totale abbandono. Poeta e autore di numerose opere storiche (Primera crónica general de España) e di trattati scientifici (Lapidario e Libros del saber de astronomía), stimolò la vita culturale spagnola del XIII secolo; sotto la sua direzione fu avviata la traduzione dell’Antico Testamento in lingua castigliana e, nel 1252, furono realizzate da astronomi arabi una serie di tavole astronomiche tuttora famose con il nome di Tavole Alfonsine. Il sovrano promulgò un codice di leggi intitolato Las siete partidas (Le sette parti), redatto sulla base dell’antico diritto romano.

[12] In cui i guelfi fiorentini erano stati sconfitti dai ghibellini fuoriusciti e dai senesi alleati con i tedeschi di Manfredi, figlio naturale di Federico II.

[13] Insieme al nonno di Dante, Bellincione.

[14] Tale battaglia sancisce la sconfitta di Manfredi ed il definitivo predominio nella città di Firenze dei Guelfi anche se non porta la pace in quanto poi questi si divideranno nella fazione dei Bianchi e dei Neri.

[15] Volgarizzazione del trattato ciceroniano De inventione.

[16] Etica (Greco, ethiká, da ethos, “carattere”, “costume”), insieme di principi o norme che regolano la condotta umana, e per estensione lo studio di tali principi, denominato filosofia morale (dal latino mores, “costumi”). L’etica cerca di rispondere a domande come: “Quando un’azione è giusta?”, “Quando un’azione è sbagliata?” e “Qual è la natura o la norma che decide del bene e del male?”.

[17] E’ utile ai medievalisti avere a disposizione un testo leggibile del Tesoretto. Il poema è breve, tuttavia riassume ammirevolmente molti dei topoi medievali, l’insegnamento per mezzo di personificazioni allegoriche, che trasmettono al poeta discepolo – sostituto del lettore – le idee per quanto concerne  il mondo, i quattro elementi, i quattro umori, le quattro virtù, i sette peccati capitali, la caduta, l’incarnazione, e così via; fonde elementi cristiani e pagani, sacri e profani, soprattutto nel modo giocoso in cui è percepito Amore (Tillyard, pp. 98-102; Lewis, pp. 23-75). La struttura del Tesoretto di Latino, come l’ovidiano De arte honeste amandi di Andrea Cappellano, presentando l’arte e il rimedio d’amore, è quella di una palinodia. E’ stato difficile per i lettori moderni comprendere come leggere tali testi medievali ironici, e il Tesoretto di Latino può essere d’aiuto per decodificare tale genere. Può anche essere utile per decodificare la Vita Nuova e la Commedia di Dante, la House of Fame (La casa della fama) e i Canterbury Tales (I racconti di Canterbury) di Chaucer. Se Eliot e Joyce hanno potuto includere Brunetto Latino nel loro canone, allora certamente i medievalisti e i dantisti avrebbero potuto fare lo stesso, vedendo in Brunetto Latino il maestro di Dante, da lui venerato e diffamato, il cui Tesoretto fu ripetutamente citato e riecheggiato da Dante nella sua Commedia (v. per un approfondimento  “Il tesoretto”, a cura di Julia Bolton Holloway in http://www.florin.ms/Tesorettintroital.html).

Scrivere di Arenzano in una giornata nevosa si addice al paese


Non tanto perché in paese nevichi frequentemente: anzi, succederà una volta all’anno.

Arenzano è un paese dal clima invidiabile: la colonnina di mercurio non scende quasi mai sotto i dieci gradi e se non ci fosse a volte quel vento di mare umido e fastidioso potrebbe fare concorrenza a qualsiasi rinomata località della Sardegna o della Sicilia.

Ma la neve si addice perché Arenzano è inzuppato da un velo, anche quando il sole splende ed i colori della natura urlano una bellezza per cui si può soltanto ringraziare Dio.

Le persone da un po’ di tempo a questa parte sembrano non vedersi, anche quando si salutano con grandi sorrisi… di circostanza.

Quando ero piccolo in Via Bocca ci passava il treno e c’era un passaggio a livello che durava un’eternità, ma nessuno si spazientiva. Nell’attesa il medico condotto scriveva addirittura poesie e la gente scambiava parole davvero cordiali mentre l’aria profumava di pane e di focaccia.

Ricordo che le persone andavano a comprare non perché avessero pressante bisogno di qualche cosa, ma in quanto il negozio – e dico “il negozio” perché gli esercizi commerciali erano pochi e gli Arenzanesi di allora erano abitudinari – costituiva un luogo di ritrovo irrinunciabile, come la Chiesa o le Opere Parrocchiali.

D’altronde i negozianti conoscevano a mena dito la lista della spesa e non mancavano di rifornire ogni sporta senza bisogno nemmeno di una parola: così si discorreva delle nascite, dei bollettini mortuari, del tempo e dei malanni. All’epoca la televisione commerciale non esisteva: i prodotti erano quelli che si trovavano sul banco o nel retrobottega; solo qualche temerario prendeva il treno per la Città.

A nessuno veniva in mente, salvo che fosse ammalato gravemente, di restare in casa per vedere il programma preferito e non solo perché l’offerta era scarsa ed i canali si accendevano solo ad una certa ora. La vita si giocava negli incontri seppure frettolosi, anche in quella parola che si scambiava sulle tasse e sul Governo.

Le tasse ed il Governo erano peraltro una cosa assai lontana e in parte poco conosciuta, se ne sentiva la presenza di solito sotto elezioni quando venivano riasfaltate le strade e l’odore di bitume nuovo si mischiava talvolta alla contentezza per il passaggio della Milano-Sanremo.

La gara ciclistica era il momento più importante dell’anno: tutti si riversavano in strada per dire sostanzialmente “io c’ero”; i ciclisti, in effetti,  non erano che una folata di vento; non si vedevano quasi tanto andavano veloci.

E se si aveva l’avventura di passare con l’automobile si rimaneva bloccati per un mare di tempo, fino a quando non passava anche l’ultimo atleta, sempre applaudito con calore, come il primo. Nessuno osava contravvenire agli ordini impartiti dai vigili con la paletta, nessuno si arrabbiava qualunque fosse l’impegno, o meglio non c’era un altro impegno che li potesse portare altrove: qualcuno al limite si dispiaceva perché non aveva potuto raggiungere la Colletta od il lungomare, punti privilegiati d’osservazione.

All’epoca non esistevano i telefonini – nemmeno i telefoni che si usavano solo a partire dalle scuole superiori e rigorosamente per i soli compiti a casa – ma non c’era pericolo: le madri non si preoccupavano per i figli ed i mariti. Tutti sapevano, erano certi che il ritardo fosse dovuto alla corsa.

E  l’attesa, quasi sempre col bel tempo, veniva ripagata: le discussioni sportive continuavano nei mesi a venire nei pochi bar, o forse nell’unico bar dove si giocava la schedina: non era tanto il dato tecnico che interessava, ma il poter dire di aver visto la maglia di qualche corridore famoso; la cosa curiosa – almeno per i tempi che corrono – è che a nessuno veniva in mente di mettere in dubbio la parola degli altri.

Ma la neve si addice perché Arenzano è inzuppato da un velo. Oggi i vicoli  cambiano faccia da un mese all’altro; chi è costretto a lasciare il paese seppure per poco tempo – perché Arenzano diversamente non si abbandona – non li riconosce più, anche se sono due o tre, almeno i principali. I negozi sempre più sofisticati ed invitanti sono desolatamente vuoti e le commesse non abitano più al piano di sopra. Ci stanno i supermercati per le urgenze e per il latte della domenica.

atterraggio
Quando mia madre mi mandava a comprare lo stracchino mi sembrava di andare in capo al mondo, ma non avevo l’assillo di controllare il borsellino, si poteva pagare con comodo e anche contestare la merce;  il formaggio, a dire il vero, era sempre fresco, perché non c’era un gran scelta – di confezionati esistevano soltanto il Belpaese ed i formaggini Tigre – ma i bottegai erano molto larghi di vedute e comprensivi. E non solo perché tanto potevi tornare soltanto lì: quando indossavano la cuffia bianca diventavano sacerdoti di uno strano culto che si chiamava e si chiama ancora oggi accoglienza.

Le cose sono un po’ cambiate solo con l’introduzione dell’I.C.I., I’I.N.V.I.M. era una imposta troppo lunga per fare paura e ancor più per ingenerare cambiamenti. Strano a dirsi, ma all’epoca gli Arenzanesi non avevano molta immaginazione nell’impiegare i loro guadagni e allora investivano sul mattone; si favoleggia che ogni anno per pagare l’I.C.I. qualcuno dovesse vendersi addirittura un appartamento, ma è soprattutto l’invidia degli altri – nata chissà come e perché – che ha portato le prime crepe in un’economia che era fondata sulla solidarietà.

Altra leggenda riguardava le case sfitte, uno degli argomenti che tenevano banco un po’ dovunque. Ma nessuno ci credeva veramente salvo forse un partito che in un paese vicino aveva parlato addirittura di una possibile requisizione. In verità ho passato la mia gioventù a cambiare casa, da Via Dante alla umbratile Pineta per poi godermi il mare dal terrazzo di Via Marconi e di qui alla Montà per finire alla Rue. La mia famiglia non ha mai avuto problemi a trovare un alloggio e soprattutto ha sempre trovato premura amorevole nei vicini di pianerottolo.

Da tempi remoti, per oscuri motivi, gli abitanti di Terralba sono considerati  “foresti” da quelli che vivono in Via Sauli, ma in fondo è solo goliardia benevola. L’emigrante che negli anni ’70-‘80 cercava lavoro e casa nel paese non ha mai ricevuto rifiuti, né lui né la sua famiglia; con un certo orgoglio si diceva che ad Arenzano di fame non era mai morto nessuno.

Ma la neve si addice perché Arenzano è inzuppato da un velo. Sino a quando sono rimaste le mattonelle rosse c’erano ben poche defezioni sulla passeggiata, anche se il terreno era spesso sconnesso e si rischiavano le storte; ogni volta che si arrivava al Pizzo o al porto, si rimaneva incantati come su una nave in crociera, solo che non c’erano le onde di un mare sconosciuto, ma gli scogli conosciuti uno ad uno e le parole piacevoli che diventavano una cosa sola con i raggi del sole.

Oggi la passeggiata a mare è forse ancora più affascinate e non si rischia più di cadere per terra, ma le persone non sanno più che cosa sia il piacere di una camminata: gli anziani stanno in silenzio, seduti sulle panchine; fingono interesse per le automobili od i rari passanti, ma sono immobili e continuano a stringere i loro bastoni. Come se incombesse qualche minaccia. Sara forse il velo che inzuppa Arenzano?

Malattia

pazzoOggi ho avuto molto da pensare ed ho provato una sensazione di forte disagio.
Ve ne parlo perché mi sembra costruttivo.
Mi sono recato alla commissione medica per il rinnovo della patente e per errore mi è stata prescritta una visita psichiatrica.
Poco male… direte voi… era un errore… non pensarci più.
E invece ci penso: non perché ci sia qualcosa di male in una visita psichiatrica… anzi… può darsi che io ne abbia realmente bisogno… visto le cose che scrivo ultimamente.
Ma il problema è un altro, il problema è che spesso non abbiamo sufficiente attenzione per il prossimo.
Mi perdonino gli psichiatri che mi leggono, per le inesattezze in cui posso incorrere e mi correggano se necessario.
Io ho contatti frequenti con disabili mentali per la mia attività di tutore e mi è capitato di parlare della malattia con disinvoltura, senza curarmi delle eventuali conseguenze.
Oggi ho capito quanto grave sia stato il mio errore, che ci sono sempre delle conseguenze, se anche un presunto sano di mente si può sentire atrocemente  ferito nell’essere trattato come un malato.
E i disabili di media sono molto più sensibili dei non disabili.
E mi sono pure ricordato di quanto sia facile fare confusione tra una malattia ed un’altra e quanto questo determini spesso conseguenze irrimediabili, anche per gli affetti.
Troppo spesso la malattia condiziona la vita del malato sotto tutti gli aspetti…
Non è civile una società che debba costringere i datori di lavoro ad assumere disabili.
O forse non sono civili quei datori di lavoro che assumono disabili solo perché lo impone la legge…
Sono considerazioni pesanti, me ne rendo conto, ma non voglio sottrarmi dallo scrivere ciò che penso.
Assumere un malato non significa soltanto farsi carico della sua malattia, ma donare un’occasione di guarigione o comunque di superamento della malattia ed i frutti di ciò possono essere imprevisti.
Vi propongo al fine un piccolo atto unico:  mi piacerebbe che fosse motivo di riflessione.

 …il padre e la madre la seguivano preoccupati, si erano vestiti come per una cerimonia: eppure non si trattava di una ricorrenza ma di un semplice consulto medico.
Entrarono in una sala d’aspetto ordinaria e asettica; le solite stampe anonime sulla tappezzeria di cattivo gusto, i giornali di qualche mese prima sul tavolino, forse per una sorta di rispetto nei confronti dei pazienti veramente gravi.
<<Cerretti!>>
<<Siamo noi…>>
<<Non vi aspettavo così numerosi… dovrò portare altre sedie nello studio…>>
<<Se preferisce noi restiamo fuori… tanto è nostra figlia che si deve convincere: la nostra opinione l’abbiamo già espressa!>>
<<Sto scherzando naturalmente… faccio strada… potete accomodarvi… dicevate?>>
<<Noi abbiamo paura… come dire… che nostra figlia lo frequenti… niente di personale… d’altronde non lo conosciamo ma…>>
<<Posso darle del “tu”?>>
<<Faccia pure… ci mancherebbe!>>
<<Tu lo ami?>>
<<Beh… non saprei è così poco che stiamo insieme… amare è un termine un po’ grosso… ma scusi è vero che… che ha avuto l’esaurimento nervoso?>>
<<Chi ti ha riferito questa sciocchezza?>>
<<Mi sono informata nel posto dove lavora. Mi hanno detto che è un ragazzo intelligente, ma che due o tre anni fa ha avuto questo esaurimento.>>
<<La gente dovrebbe farsi gli affari propri…>>
<<È comunque una persona con dei problemi… un malato di nervi, no? così hanno detto a nostra figlia e quindi noi preferiremmo…>>
<<Ma perché avete chiesto di incontrarmi dal momento che sapete già tutto?>>
<<Perché è Anna che si deve convincere… possono sempre rimanere amici, no… poi, se è un bravo ragazzo come nostra figlia dice, non siamo contrari che in futuro si frequentino…>>
<<Ma tu lo ami?>>
<<No… non lo so… insomma… vorrei che mi tranquillizzasse… per i figli…>>
<<Ma se non sai nemmeno se lo ami… che cosa ti interessa? voglio dire… mi sembra un po’ prematuro…>>
<<Vorrei solo sapere se quella medicina che prende può essere dannosa…>>
<<No, non lo è. Lo sarebbe se dovesse partorire, perché il sangue alimenta anche il feto, ma non mi risulta che gli uomini partoriscano… almeno per ora… in ogni caso Enrico non ha avuto un esaurimento nervoso… è in cura perché quattro anni fa è svenuto ed ha avuto una crisi comiziale… crisi che peraltro non si è più ripetuta… quindi si può ragionevolmente pensare che per il futuro ci siano ampie garanzie…>>
<<Il guaio è che anche noi abbiamo un parente…>>
<<Se dovessimo risalire alle tare familiari… nel mondo nessuno si sposerebbe più… chi è che non ha qualche problema in famiglia?!>>
<<Sì, ma in questo caso il rischio ci sembra veramente grande!>>
<<A vostro criterio… quello che vi dovevo dire, l’ho detto… il mio paziente è stato molto corretto nei vostri confronti… forse anche al di là di quanto avrebbe dovuto… e in ogni caso, se fossi in te, ripenserei piuttosto ai tuoi sentimenti… di solito quando faccio colloqui di questo genere c’è sempre… come dire… un contrasto tra i miei interlocutori… in questo caso mi sembra invece che siate tutti d’accordo…>>
<<La ringraziamo molto per il tempo che ci ha dedicato…  arrivederci.>>
Alcune strette di mano a suggellare non si sa che cosa e poi l’aria umida della strada, fuori dallo studio e dal problema; era deciso: Anna doveva smetterla con quel rapporto, in un modo o nell’altro.
Io avevo appena finito di lavorare e mi ero precipitato al telefono; sapevo di quell’incontro e non mi facevo soverchie illusioni.
<<Pronto… professore… mi scusi se la disturbo… è venuta la mia ragazza?>>
<<Non solo la ragazza… ma anche i suoi genitori… a proposito… davvero una bella ragazza… lei è pieno di risorse…>>
<<La ringrazio.>>
<<Comunque io li lascerei bollire nel loro brodo…>>
<<Anche lei pensa che…>>
<<Bah… di solito quando vengono a parlarmi c’è sempre un contrasto di interessi… ma in questo caso… per intenderci, non credo che la ragazza provi dei grandi sentimenti…>>
<<Ho capito… e come mi devo comportare?>>
<<Gliel’ho detto… li lasci bollire nel loro brodo… quel che sarà, sarà… non faccia più pressioni… che siano loro a fare la prima mossa…>>
<<Va bene… la ringrazio molto… arrivederci.>>
La sera era fredda ma tersa come ogni sera di novembre che si rispetti e il rosso del semaforo sembrava ancor più nitido del solito; con Anna al fianco, ero tutto sommato contento… il cinema con gli amici e poi chissà…
<<Oggi sono stata dal professore…>>
<<Ah! e cosa ti ha detto?>>
<<Ora sono sicura… ti voglio bene senza riserve…>>
<<Ma… sono venuti anche i tuoi?>>
<<Mi ha accompagnato mia madre… non voleva entrare ma poi ho insistito…>>
<<Come l’ha presa? voglio dire… si è convinta?>>
<<Non ha detto niente… e poi… in ogni caso… sono io che devo decidere…>>
A metà del film Anna si mise a rantolare nel buio, con la faccia riversa all’indietro; un medico mi aiutò a portarla nell’atrio; la distesi  per terra e le sollevai le gambe.
<<Ti sei ripresa>>
<<Sì, quando fa così caldo mi succede… svengo.>>

I tempi sono maturi

tramonto sul sentiero A

1

I tempi sono maturi.
Ma io no.
Ho ancora bisogno di scrivere.
Vorrei che le parole mi entrassero dagli occhi con la luce e poi uscissero dalle mani, come un tramite in perenne vibrazione.
Non una fibra gettata tra le ore cui devo sempre pensare a dare un senso.
Chissà perché poi… e chi l’ha prescritto… che dobbiamo essere noi a dare un senso al tempo e alla vita.
Vorrei che il senso si facesse da sé o non si facesse proprio, transitasse insomma e uscisse via per poterlo vedere da qualche parte.
Guardo le piante che tenaci si attaccano alla vita e mi chiedo che bisogno abbia il vento di offenderle continuamente e talvolta di insterilirle.
Non sono belli i fiori e non è gradevole il loro profumo?
E poi ci sono i frutti, perché impedire di generare alla terra?
Sembra quasi che la natura risponda anch’essa ad una logica di mercato: distruggere perché il prezzo della bellezza diventi carissimo.
Ma la bellezza resiste ed anche il tornado più pericoloso non è in grado di estirparla, se non per il breve tempo del suo passaggio.
Grazie a Dio.
Anche la devastazione ha in fondo il suo miele, perlomeno nella nostra immaginazione che si sforza di ricordare quel che non c’è più.

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