Annunci

La letteratura in prosa: trattatistica, cronaca storica e di viaggio, novella. (Seconda parte)

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

Il Duecento è un secolo ricco di storiografia latina e volgare soprattutto in relazione alla vita dei Comuni della Toscana; vale la pena di ricordare almeno la Istoria fiorentina di Ricordano Malispini che non ha pregi letterari ma apre la grande stagione storiografica, illustrata di lì a poco dal nome di Dino Compagni e poi da quello di Giovanni Villani.

Sempre legata all’attività borghese e mercantile dei comuni lagunari è Le divisament dou monde (La descrizione del mondo)[1] redatto da Rustichello da Pisa, compagno di prigionia a Genova di Marco Polo, caduto nelle mani dei cittadini della nemica repubblica dopo uno scontro a Curzola nel 1298, durante la battaglia della Meloria.

Rustichello era uno scrittore di avventure cavalleresche ed è probabile che sia venuto da lui, oltre che dalla straordinarietà delle cose in sé, l’alone avventuroso del racconto.

In questo senso si capisce meglio anche l’uso della lingua d’oil, la lingua romanzesca per eccellenza: del resto il libro, diventato presto famosissimo, costituì, si può dire, l’unico vero “romanzo epico” della nostra tradizione letteraria[2].

L’ispiratore di tale opera, Marco Polo, nasce da una famiglia di mercanti a Venezia nel 1254; a diciassette anni intraprende un viaggio in Oriente e in Cina, durato 24 anni, dal 1271 al 1295, e compiuto col padre Niccolò e lo zio Matteo, che precedentemente avevano già fatto un viaggio di 15 anni negli stessi luoghi[3].

I Polo visitarono San Giovanni d’Acri per ottenere una lettera papale per Kublai Khan. Gregorio X, da poco eletto al soglio pontificio, si trovava ancora in Terra Santa. Accolse i mercanti veneziani e affidò loro un’ampolla d’olio del Santo Sepolcro di Gerusalemme, facendoli accompagnare da due frati domenicani, che però, dopo pochi giorni, abbandonarono la spedizione.

I Polo attraversarono  la Persia e raggiunsero lo stretto di Hormuz, dove speravano di trovare una nave che li conducesse in India.

Fallito il loro obiettivo, proseguirono il viaggio via terra fino a raggiungere Kashgar (l’attuale Kashi), città commerciale della Cina occidentale. A Kashgar Marco si ammalò e i veneziani furono costretti ad attendere quasi un anno prima di poter riprendere il viaggio.

Risalendo il fiume Oxus (oggi Amudarja) attraversarono l’Hindukush e le montagne del Pamir, dove Marco fu il primo europeo ad avvistare e a descrivere l’argali, una pecora selvatica detta anche “pecora di Marco Polo”.

Costeggiarono il deserto del Taklimakan fino a raggiungere la regione del lago di Lop Nor, nella provincia cinese del Sinkiang (oggi Xinjiang Uygur). Dopo aver attraversato il deserto di Gobi con una carovana di cammelli, i Polo raggiunsero infine la corte del Khan a Shangdu nel 1275, tre anni e mezzo dopo aver lasciato l’Europa.

Molti dei territori da loro attraversati, in particolare il Pamir e la regione del Gobi, non erano mai stati visitati prima d’allora da europei.

Attratto dalla millenaria civiltà cinese, splendida di leggenda­rio folklore, ma anche molto avanzata tecnicamente, Marco non tardò ad integrarsi in essa, e tanto salì nella considerazione del Khan, ch’ebbe da lui incarichi diplomatici e amministrativi di grande importanza.

Svolse questa attività per diciassette anni. Raggiunse il Tibet, navigò sullo Chang Jiang, sullo Hwang Ho e lungo il corso superiore del Mekong. Fu probabilmente il primo europeo a visitare l’interno della Birmania e raggiunse quasi sicuramentela Siberiae l’arcipelago indonesiano.

Per tre anni, fra il 1282 e il 1285, Marco Polo ricoprì inoltre l’incarico di governatore della città di Yangzhou.

Nel 1292 i Polo, che nel frattempo erano divenuti consiglieri militari dell’imperatore, decisero di partire insieme a Marco perché l’impero si stava sfaldando.

Furono autorizzati a partire nel 1292 con un’ultima missione da compiere: scortare una principessa mongola destinata ad andare in sposa al re di Persia.

Poiché la guerra in corso ai confini occidentali dell’impero mongolo rendeva impossibile il viaggio via terra, i Polo decisero di raggiungerela Persia via mare alla testa di una flotta di quattordici navi e 600 uomini d’equipaggio, che salpò dal porto cinese di Zaitun (l’attuale Quanzhou).

Raggiunta Sumatra, la spedizione attraversò lo stretto di Malacca, fece rotta verso Ceylon, le isole Andamane e Nicobare, fino ad arrivare allo stretto di Hormuz nel 1294.

Soltanto diciotto dei 600 uomini partiti dalla Cina raggiunsero il golfo Persico.

Nel frattempo era morto anche il re dei persiani e la principessa mongola andò in sposa al suo erede.

Marco descrisse tutte le regioni dell’Asia, con scientifica puntualità di geografo e di etnografo, nel libro che molto probabilmente servì di base a Rustichello.

I Polo raggiunsero Venezia nel 1295, ben ventiquattro anni dopo la loro partenza, ricchissimi grazie soprattutto alle pietre preziose che avevano cucito nei loro vestiti.

La Serenissima era allora in guerra con Genova; e Marco fu chiamato alle armi. Partecipò appunto alla battaglia della Meloria e fu fatto prigioniero dai Genovesi.

In carcere e con l’aiuto di Rustichello, Marco realizzò appunto il progetto, già concepito ed in parte compiuto in Oriente, di narrare in un libro la sua singolare vicenda di esploratore.

Il tono avventuroso della stessa non esclude il preciso riferi­mento a cose[4], vicende e personaggi[5] ben reali, nella precisione di un mercante che riferisce le cose che ha visto, sia pure strabi­lianti, a mercanti come lui[6].

La novità del libro sta proprio in questa presenza massiccia, e indubitabilmente reale, del “diverso”, di ciò che non è previsto dagli schemi di una cultura, come quella medievale, fondata sulle astrazioni universalizzanti dell’intellettualismo filosofico e teologico.

È appunto l’osservazione del mondo come è ad aprire le strade alla scienza umanistica e di tutta la nuova cultura.

Il nome di Rustichello è anche legato alla nascita in Italia della prosa narrativa, anche se il suo Meliadus[7], imperniato sulla figura del padre di  Tristano, non è scritto in volgare ma in franco-italiano.

Quanto agli argomenti della prosa di narrazione è evidente che essa sia tutta, o quasi, di derivazione francese[8], come testimo­nia­no i numerosissimi Tristani in varie versioni regionali  (il Tristano Veneto, il Tristano Riccardiano e una sezione della Tavola Rotonda); del resto, il tema di Tristano è comune alla letteratura medievale di tutta Europa.

Non meno numerosi romanzi tratti dal “ciclo classico”, come le Storie di Troia e de Roma in volgare romanesco, o l’Istorietta troiana[9], in buon volgare toscano o ancora I Fatti di Cesare, di anonimo, rielaborano in forma di lettura gradevole, ma priva di approfondimento, Li faits des Romains (I fatti dei Romani), che raccolgono leggende su eroi romani.

Alla stessa materia s’ispira l’opera I conti di antichi cavalieri, anch’essa di anonimo, che invita i governanti ad imitare le azioni esemplari dei grandi uomini, mossi da ideali di giustizia e di buongoverno.

Tra questi vi sono eroi dell’epica classica, come Ettore, e personaggi della storia romana, come Scipione e Cesare, ma anche figure più recenti, quali il Soldano ed Enrico II Plantageneto, primo re d’Inghilterra.

Alla tradizione francese del fabliaux (=favolelli)[10], oltre che a fonti bibliche, si rifà anche la novellistica, che viene ad affiancarsi alla tradizione degli exempla moralistici e alle vite dei santi[11], in una prospettiva di mutamento dei fini e di sempre maggiore interesse per i valori mondani.

Tra romanzo e novella si assiste ad una vera e propria afferma­zione della narrativa pura, sganciata da finalità etico-religioso e volta al mero diletto o all’ammirazione per quelle virtù che costituivano la mira alta della nuova borghesia: valore, generosi­tà­, gentilezza, amore cortese, magnanimità, le antiche qualità nobiliari e cavalleresche intese come sublimazione delle qualità nuove di ingegnosità, furbizia e senso pratico[12].

Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che la novella d’impronta laica non esclude, di per sé, componenti morali, e che la tradizione religiosa non viene mai abbandonata. Al contrario, essa si sviluppa per tutto il Trecento, con motivi e toni specifici.

Dal francese viene tradotto in Toscana il Libro dei sette savi una raccolta di 14 novelle di derivazione indiana, dove il narrato prevale sulle finalità etiche.

Ciò che lo rende degno di nota è la sistemazione delle novelle. Esse, infatti, sono narrate all’interno di una “cornice”, vale a dire di un filo conduttore, che coordina e giustifica il susseguirsi dei vari racconti. Questo espediente letterario, ripreso più tardi da altri, diventerà un elemento essenziale nel Decameron di Giovanni Boccaccio.

Il così detto Novellino[13], o Libro di novelle et di bel parlar gentile secondo un titolo più antico (1281), rappresenta nella Toscana di fine secolo il risultato più alto di questa ricerca della narrazio­ne dilettevole: la raccolta, che secondo un numero chiuso destinato a diventare canonico comprende cento unità narrative[14] (almeno nella versione manoscritta del Cinquecento), si presenta come un vero e proprio serbatoio di motti arguti, di sentenze, di esempi di nobili virtù, di racconti amorosi e avventurosi, di racconti biblici, di favole di Esopo, concentran­do in sé tutta la tematica narrativa diffusa in quel tempo.

Manca una qualsiasi organizzazione generale di vicende e personaggi e non vi è alcun filo conduttore tematico o ideologico.

L’autore (o più autori?), anonimo (fiorentino probabilmente e certo uomo di cultura e di gusto), dichiara nel prologo il fine del suo lavoro: vuole “rallegrare il corpo e sovenire [aiutare] e sostentare”, senza per questo offendere Dio, la religione e la morale e mettere insieme <<alquanti fiori di parlare (motti eleganti e divertenti), di belle cortesie, di belli risposi, di belle valentie, di belli donati e di belli amori>> ossia si propone di dire cose piacevoli in forma piacevole; egli intende proporre ai lettori, perché li ripetano nel rapporto civile, alcuni esempi di cortesia cavalleresca[15].

L’autore trae la sua materia da molte fonti diverse, e non di rado le cita in apertura della novella. I ricordi biblici si accostano a quelli degli scrittori pagani classici, tra i quali Valerio Massimo e Aulo Gellio. Alcune novelle si ispirano invece a testi provenzali e francesi; altre ancora attingono agli exempla medievali in latino e in volgare.

Convivono quindi tra di loro personaggi come il Saladino e il re Giovane, Davide o Salomone, Lancillotto e Tristano, Alessandro Magno e Traiano o anche personaggi più vicini all’autore come Carlo Magno, Carlo d’Angiò o Federico II ( che spicca sugli altri personaggi).

Tutti costoro sono portatori di valori positivi di un mondo aristocratico vagheggiato, ma percepito come inevitabilmente trascorso.

Accanto al recupero dei modi cortesi è presente anche una vivace rappresentazione della realtà contemporanea con le sue città, le sue piazze ed i suoi mercati, dove il racconto perde sovente ogni intento edificante e si concentra su situazioni comiche.

Il linguaggio è semplice, disadorno ed efficace, non per la poca cultura dell’anonimo compilatore ma per consapevole adozione dell’espediente retorico della brevitas: le narrazioni sono brevi, scarne le descrizioni paesaggistiche o d’ambiente, rapidi ma vivaci ed espressivi i dialoghi che si chiudono spesso con un motto che fa da commento alla situazione o la risolve; il risultato di questo stile è spesso incantevole e davvero si può dire che quest’opera inauguri la storia della nostra prosa letteraria d’arte.

Certo l’intendimento principale dell’autore, nello scrivere chiaro e semplice, fu quello di farsi leggere da un pubblico vasto, nella riconversione dei modi della predica popolare a fini non più moralistici ma dilettevoli.


[1] Meglio noto come Il Milione da Emilione (il soprannome della famiglia Polo): questo titolo però riguarda una volgarizzazione in toscano del Trecento.

[2] Il libro subì molte manipolazioni nella tradizione mano­scritta e nelle traduzioni, e c’è voluta molta fatica filologica per riportarlo alla redazione originaria.

 [3] Il padre Niccolò e lo zio Matteo, soci in affari, erano mercanti veneziani con importanti interessi a Costantinopoli (l’attuale Istanbul) e in Crimea. Quando Costantinopoli cadde nelle mani dei genovesi, Niccolò e Matteo andarono alla ricerca di mercati alternativi a nord del mar Caspio. Partiti da Laias in Siria, arrivarono a Buhara (oggi in Uzbechistan), che a quel tempo era una delle città più importanti lungo la via commerciale che conduceva in Cina (detta allora Catai); attraversarono la Persia e si unirono a una carovana persiana diretta alla corte del grande imperatore mongolo Kublai Khan a Shangdu (Shang-tu, la Xanadu del poema di Coleridge Kubla Khan), non lontana da Pechino (allora Cambaluc). La carovana percorsela Via della Seta (il Korassan, il Turkestan) e fece sosta a Samarcanda, attraversò i deserti del Tibet settentrionale e le steppe della Mongolia. I fratelli Polo furono accolti con simpatia alla corte dell’imperatore mongolo che, minacciato dalla pressione degli eserciti musulmani ai confini meridionali del suo impero, li invitò a tornare con cento missionari cristiani, cui avrebbe affidato il compito di convertire il suo popolo al cristianesimo. I Polo impiegarono tre anni per ritornare a Venezia, passando per Buhara,la Persia,la Siria e San Giovanni d’Acri (oggi in Israele), raggiungendo Venezia nel 1269.

[4] Scambi commerciali, monete, rete stradale, mezzi di trasporto, dogane, apparato amministrativo, prodotti della terra.

[5] Famoso è il ritratto del Gran Khan signore dei Tartari o Mongoli.

[6] Questo libro fu addirittura considerato come un manuale della mercatura.

[7] Un romanzo sulle imprese dei cavalieri di re Artù.

[8] Una volgarizzazione di opere francesi.

[9] È una riduzione del colossale romanzo di Benoît de Sainte-Maure (XII secolo), intitolato Le roman de Troie (Il romanzo di Troia), che narra le vicende della guerra tra Achei e Troiani.

[10] Sono composizioni brevi, scherzose, spesso di argomento licenzioso e triviali nel linguaggio. I loro autori sono, in massima parte, trovieri, parola che all’origine indicava coloro che traducevano in lingua d’oïl i testi in lingua d’oc. I fabliaux nascono probabilmente in ambiente aristocratico, come forma di satira contro le classi inferiori, e lasciano una traccia consistente nelle letterature dei secoli successivi, non solo in Francia, ma anche in Italia. Ad esempio, se ne ritrova l’influenza nel Boccaccio, che scrive nel Trecento, e in Matteo Bandello, un autore del Quattrocento.

[11] L’antenato più diretto della novella è l’exemplum. È un racconto breve, a volte brevissimo, che riporta un detto, oppure un episodio, una vicenda, non importa se reali o fantastici. Lo scopo essenziale, se non l’unico, dell’exemplum è quello di sorreggere una teoria, far meglio comprendere una tesi, attraverso un esempio probante. Il carattere dimostrativo degli exempla è il motivo per il quale queste succinte narrazioni non nascono come testi indipendenti, ma accompagnano l’esposizione di argomenti che, per la loro astrattezza o difficoltà, possono essere definiti con più precisione grazie ad una testimonianza concreta. L’exemplum viene usato, infatti, nella trattatistica religiosa, nelle prediche e nell’agiografia. Con il tempo, l’exemplum perde la sua primitiva stringatezza, si amplia e acquista sempre più i contorni di un racconto in piena regola, anche se resta semplice e breve. Già un anonimo senese, nei Dodici conti morali, che descrivono modelli di comportamento esemplari ispirati alla vita dei santi, fa il primo tentativo di conciliare l’intento morale con l’efficacia artistica della narrazione. I suoi racconti sono brevi ma ben congegnati, in modo da rendere avvincente la lettura. Apoco a poco, l’exemplum si estende dall’ambito religioso a quello della vita sociale e civile, pur non rinunciando ai suoi intenti educativi. I temi si arricchiscono e si diversificano con il moltiplicarsi degli interessi della borghesia cittadina, che avverte il bisogno di una letteratura rispondente ai suoi gusti e ai suoi ideali. Questo arricchimento coincide con un cambio di prospettiva: il racconto si libera dai criteri di rigida moralità finora rispettati e si prefigge sempre più chiaramente lo scopo di intrattenere e di divertire il pubblico. A questo punto, si può già parlare della novella come di un genere dalla forma definita, che segue regole precise di composizione e tratta argomenti laici.

[12] Un’altra importante fonte per lo sviluppo della novella sono i lais. Con questo termine francese si designano quei poemetti accompagnati dalla musica, nei quali prevale il gusto per l’avventura e l’esaltazione dell’eroismo, proiettati spesso su uno sfondo fantastico. A queste componenti si lega di solito un preciso intento morale. I lais infatti descrivono episodi nei quali rifulgono il coraggio, la liberalità, la cortesia, doti che vengono presentate come essenziali all’uomo che voglia agire con dignità e giustizia.

I conti di antichi cavalieri si accostano a questo modello, cui si ispira appunto anche il Libro dei sette savi.

[13] Titolo convenzionale in voga dal Cinquecento.

[14] Generalmente brevi o brevissime, sono novantanove più un prologo.

[15] Il destinatario dell’opera ha un profilo netto: è uomo intelligente, di buone maniere, abbastanza colto e sagace da apprezzare quegli “specchi” (esempi) di vita che gli verranno presentati.

Annunci

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-ultima parte)

Affresco

Questa sera avremmo dovuto vederci.
Non voglio sapere con chi uscirai: io continuo ad aspettarti nell’anima e tu ci verrai tutte le volte che rimarrai sopra pensiero, perché accadrà per quanto tu voglia apparire euforica e tranquilla.
Metterai quel profumo che non ho capito se sa di te, ed i tuoi capelli saranno ancora più gonfi e meravigliosamente ondulati.
Salirai sulla tua “fuoriserie” e ti chiederai dove stai andando, mentre De Gregori ti angoscerà il cuore.
Io intanto berrò qualcosa per stordirmi. 

*.*.*.*

É andata proprio così: voglio dire che mi sono stordito con una birra che non ubriacherebbe nemmeno un bambino, ma io volevo essere inebetito e credo di essere riuscito a potenziarne gli effetti.
Se tu potessi misurare il mio dolore, scopriresti che va fuori scala; ci deve essere una finalità per questo stato di cose: probabilmente ho bisogno di espiare molte colpe, già quaggiù, l’inferno nell’altra vita evidentemente per me non è abbastanza.
Oppure sono già morto e come ha immaginato qualcuno, un demone ha preso possesso del mio corpo; deve essere però un diavolo sfortunato… perché non gliene va bene una.

5

Con il futuro insomma abbiamo perso anche quei pochi valori che rimanevano, e quel che è peggio, tu sei anche diventata anche un po’ sboccata, cosa che non avrei mai creduto…
Ma comunque…
Questo file è dedicato al tuo volto che dopo un breve saluto si gira dall’altra parte.
Questo file è dedicato alla mia voglia di piangere successiva al saluto.
Questo file è dedicato al tuo volto che non saluta più e resta girato dall’altra parte.
Questo file è dedicato al mio successivo mutismo che ti fa tanto arrabbiare.
Questo file è dedicato alla periferica non pronta e alla linguetta del floppy che grazie a Dio basta sollevare per salvare le parole: non sono molto in vena di tollerare altri rifiuti.
Questo file è dedicato al picchiettio della tua mano già stanca di me appena ti abbraccio.
Questo file è dedicato alle tue scuse per una fuga dopo esserti accertata che ti amo ancora.
Questo file è dedicato alla tua tristezza che non sono mai riuscito ad impedire.
Questo file è dedicato alla tua indifferenza, figlia legittima di un amore finito.
Questo file è dedicato agli sms che ti ho inviato nella fantasia e che si sono dispersi nell’etere immaginario della mia anima.
Questo file è dedicato agli sms che non ti invierò.
Questo file è dedicato alla musica che ti fa pensare ad un altro.
Questo file è dedicato all’altro con i miei migliori auguri.
Questo file è dedicato a se stesso: è una diga mentale di numeri che per una magia a me sconosciuta si tramuta in pensieri ed emozioni.
Al di là ci sei tu ed il mio lutto.

6

Un sogno finito

La melodia
si è spezzata
ed il pifferaio
non è più magico
o forse tu
non sei mai stata
un topo
ma solo una passante
distratta da un attimo
di nostalgia.
A dire il vero
i topi
sono tutti morti
come vuole la fiaba
e pure l’esecutore
li ha seguiti
ipnotizzato
dal suo inganno.
Tu cammini
lontana
nella città
ormai deserta
e la natura
compone sola per te
note infinite.

 

Fine

 

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventitreeesima)

Statuetta di Paestum

Ieri sera sulla superstrada riflettevo su quella mattina in cui mi hai detto: <<Non potremmo fare l’amore senza impegno?>>.
Allora mi era sembrato un tentativo per trattenermi, dato che facevo finta (ma tu non potevi saperlo) di non volerne più sapere di te.
Mi sbagliavo: avrei dovuto capire che volevi semplicemente indicarmi l’unica strada percorribile.
Mi sono cullato nell’illusione che ci fossero altre vie per amarti: la tua tristezza di ogni volta dopo l’amore mi ha fatto pensare che anche tu le ricercassi.
Nei tuoi progetti invece io non sono – e non sono mai stato – nemmeno un’idea: lo capisco tutte le volte in cui mi sputi in faccia che la tua vita fa schifo e che non trovi alcun conforto nel fatto che io straveda per te, anzi, come dici tu, la cosa ti fa ancora incazzare.
Non perché non mi puoi avere (o non mi vuoi?), ma  in quanto rappresento una delle tante cose a cui ti sei abituata a rinunciare.
*.*.*.*
Le pasticche sono ancora nel mio stipetto… per ogni evenienza… non si sa mai…
Eppure ho creduto tu fossi davvero la metà ritrovata, tutte le volte che ci annusavamo e chiudevamo gli occhi in apnea per catturare un po’ del nostro essere reciproco che ci sfuggiva  dopo la fase di inspirazione.
Era irresistibile allora accarezzarci, naso contro naso, nell’attesa di un bacio e semplicemente avvicinare le labbra per mostrare gli incisivi di sotto, magicamente scoperti ed offerti dal e nel desiderio.
Era naturale allora trattenerti la nuca con i polpastrelli e cercare di baciarti, inebriato dal profumo dei tuoi capelli, più a lungo e più nella possibile profondità, mentre liberavi la tensione del labbro inferiore e mi facevi entrare con la lingua in un incavo rilasciato, caldo e morbido; e poi stringerti e far scivolare contemporaneamente le mie labbra sul collo fino alla clavicola, e poi passare a massaggiarti sui bordi elettrici del bacino, là dove i nervi tiravano già verso il pube e tu contraevi il ventre con la velocità scomposta, incontrollabile e possente della centrifuga di una lavatrice.
Una lavatrice, simbolo per qualcuno, della maternità, per me della fulminea necessità di scendere ancora verso la tua intimità.
Già umida nella divincolante attesa…
 

*.*.*.*
Nel cuore ormai ti disegno amore mio, ma non c’è proporzione tra le tue grazie e la mia voglia di descriverti.
In effetti hai il collo più lungo ed è diversa l’attaccatura del seno, le tue spalle non sono poi così rotonde ed il pube non è certo così vicino all’ombelico.
Ma io ti guardavo godere dal basso e la mia lingua avrebbe voluto restringerti per raggiungere ogni poro.
Ed i tuoi seni s’illuminavano impedendo ai miei occhi di andare al di là dei capezzoli.
Avrei voluto aprire nel tuo corpo mille labbra come le tue da cui succhiare il segreto della vita.
Se questa tastiera si trasformasse in una bacchetta magica, tu saresti oro amore mio e le mie parole vile metallo che un alchimista potrebbe trasmutare.
Ma un sogno chiude i miei occhi ed anche i tuoi, il buio comune dura un istante e vola via verso una luce che non posso contenere, né fissare troppo a lungo… arriva al cervello il suo profumo dalle radici increspate della tua anima.
Vorrei baciarle fino all’apice per mordere il fascino… più facile sarebbe contare uno ad uno i  tuoi capelli che mi attirano da lontano: tendere una mano è lo scopo di ogni giorno in cerca di te.
Sei bosco magico che ride del mio cavallo imbizzarrito e smarrito, sei radura insidiosa dai verdi brillanti, di muschio bagnato e compatto che mi circonda a dismisura, sei il movimento della luna che ondeggia lenta tra le stagioni, sei il mare che è sempre azzurro quando si screzia di blu, sei un mi bemolle che si allunga all’infinito sul distorsore della vita, sei la felicità del sole che invita l’alba a cambiare colore, sei l’alba che cattura ed invita a sperare in un nuovo sole, sei il mio passo che si fa più frettoloso per attenderti ancora, sei la gioia di ogni frase che mi accende, arpeggio e melodia, sei la fronte corrucciata di una farfalla senza identità, leggera ape laboriosa rimasta a pensare sullo stesso fiore che si consuma, sei il corpo della terra: friabili i capezzoli si raggrumano verso il cielo.
Ed io li accarezzo con l’impazienza tremante di un vasaio innamorato dell’umida creta.
(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventiduesima)

pace

<<Ti odio…>> questa parola assume spesso dei significati diversi: quando cedi le armi e ci riconciliamo di solito  sostituisce un impronunciabile ti amo.

<<Ti odio quando vuoi farmi pena!>> Ma ho soltanto pena in fondo al cuore, amore mio, pena infinita e senza fine.
<<Ti odio quando fai la lagna!>>
<<Ti amo, ma ti detesto.>> Mi detesto anch’io amore mio, per non riuscire ad essere amato da te come vorrei, per non capire come tu vorresti essere amata o non amata.
<<Vorrei essere con te. In un letto…>> ed io ti attendo nell’anima perché so che il tuo rimarrà soltanto un desiderio, ma essere desiderato è già molto per me, è tutto quel  che ho sempre cercato.
<<Non uscirò né questa sera, né mai!>> I primi tempi della nostra storia, se c‘è stata una storia visto che a tuo giudizio “non stiamo” e quindi non siamo mai stati insieme, mi chiedevi di uscire di frequente ed io di massima rifiutavo. Oggi mi rendo conto benissimo del fatto che ti umiliavo, ma tu continuavi a venirmi a cercare, e consideravi quella serata in cui facevamo l’amore come qualcosa di speciale. Se avessi mantenuto quelle abitudini forse mi cercheresti anche adesso che sono a tua completa disposizione.
<<Forse ci vediamo venerdì, ma poi tanto non esco.>>
<<Io non sono come te… non mi consolo con le parole… io sono pratica.>> Come fai ad essere sicura di come sono io? io che mi sfioro solo al pensiero dei tuoi baci e dei tuoi capelli…
<<Se ti dico che voglio vederti è qualcosa di irrazionale… poi se ti vedo è altra benzina sul fuoco…>>
<<Non essere patetico, se mi vuoi perché non hai altro, è meglio lasciar perdere…>>
<<Lo vedi che non mi ascolti mai? Io posso non abbandonarti, ma tu ed io non siamo in grado di andare d’accordo ed io non lo sopporto!>>
<<Lasciami stare… oggi non è proprio giornata!>> Quasi ogni giorno per te non è giornata.
<<Io non ti parlo più…nessuno può permettersi di alzare la voce con me!!>>
Ora credo davvero che non tornerai indietro ed io nemmeno lo desidero; troppa sofferenza ci vuole per riallacciare il legame che poi è così precario; mi hai preso per stanchezza e spero che questo mio stato duri a lungo tanto da dimenticarti.
<<Non sei patetico, sei di coccio… ti amo da morire, ma non voglio parlarti più.>>
E come fai ad amarmi da morire se non mi parli più? se non abbiamo mai parlato insieme sul serio? che cosa ami da morire di me? non riesco a comprenderlo. Potremmo anche fingere di essere muti, ma sarebbe un insulto per quelli che lo sono veramente. Pensa se fossimo muti davvero? non potresti nemmeno dirmi che mi ami da morire, anche se a dire il vero tu ora me lo hai solo scritto. Ed io che cosa me ne faccio di un messaggio elettronico che enuncia frasi astratte, che non potranno trovare esplicazione alcuna nella mia vita? ma questo è anche un tuo problema.
<<Va bene, è finita… sono stanca di bla, bla, bla>>.
<<Tu non sei niente… anzi sei meno di niente… sei un gran bastardo>>.
<<Degli altri non mi frega niente,  ma te ti odio>>.
<<Mi hai riempito il cervello di fregnacce>>
<<Hai preteso… dico… preteso… che io avessi bisogno di te… e quando ho avuto bisogno di te…  mi hai sempre lasciato nella merda>>.
<<I miei sentimenti sono cazzi miei, tu non sei un amico, non sei un conoscente…non sei niente… non esisti>>
<<Ti odio e ti ammazzerei… ti ammazzerei a schiaffi>>.
<<Se potessi ti sparerei…>>
<<Se io non ti do nulla allora non perdi nulla… non mi scocciare più!>>
<<Sono stufa di vedermi continuamente rinfacciato il tuo amore!>>
<<Basta…ti lascio… sono almeno due o tre giorni che non ti lascio…meglio così sennò ti adagi… a dire  il vero mi sembri già adagiato…>>
<<Mi offende il fatto che tu voglia fare l’amore con me…tu non mi capisci, non mi conosci…ti odio anche umanamente…sei un figlio di puttana!>>
<<Ti amo e non ne conosco la ragione, ma la nostra è davvero una storia sbagliata.>>
<<Ti amo, ma la mia posizione rimane immutata, non voglio avere più niente a che fare con te.>>
<<Ci sono cose insuperabili… mi dispiace… ed io mi attengo alle mie decisioni… devo essere coerente.>>
<<Mi dispiace… a volte mi manchi talmente da non riuscire a trattenermi. Perdonami.>>
<<Le storie che non hanno futuro si tagliano… io non taglio te, ma la storia.>>
<<Hai avuto le tue occasioni… oramai ne riparliamo in un’altra vita…>> ma potrebbe non esserci un’altra vita amore mio.
Risparmio le mie repliche che peraltro sono state inutili, o meglio uno dei modi più tristi per fare lievitare la bolletta.
Quanto mi hanno addolorato queste frasi (per fortuna talvolta contraddittorie o interpretabili anche a mio favore) che vai digitando ormai meccanicamente (forse con la scrittura intelligente?): l’ultima ha davvero un che di tombale, non c’è che dire.
Ho studiato una vita per essere accettato, e mi pare di non aver imparato nemmeno l’ABC; quasi dovessi assorbire un’altra lingua dall’alfabeto ancora misterioso e che in fondo non mi hai mai voluto davvero insegnare.
Perché amore mio sei stata una padrona così esigente, hai preteso così tanto dal mio poco intuito?
L’amore si impara e si costruisce con pazienza e dolore (questa è una diceria messa in giro da tutti quelli che sono stati lasciati…).
Sul fatto che io mi dimostri spesso ottuso siamo comunque d’accordo in due, sennò non ti avrei perduto.
Ma probabilmente non ti ho mai avuto, almeno non nel senso in cui intendevo ed intendo io.

(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventunesima)

4

Quanto è passato amore mio, forse cent’anni o anche di più… e noi non ci siamo più incontrati, a questo punto le pilloline avranno di certo cambiato colore o si saranno polverizzate nell’atmosfera già avvelenata per conto suo.
Ma sarebbe comunque interessante offrirti ancora un epilogo o forse tre, in omaggio se non altro alla new economy, perché come potrai leggere, se avrai l’avventura di ritrovarti queste righe sotto mano (e che? pensi che non te li manderò in un modo o nell’altro?), le cose non sono poi tanto cambiate… almeno per me.
Oggi, per soffrire, utilizzo il telefonino ed è tutto solo più immediato: gli attacchi di disperazione dipendono però da una pila al litio che dura sempre meno; e, dopo un anno o due, sento come la necessità di comprarne una nuova.
La riproduzione o la ricerca di un vitale dolore e l’istinto di conservazione si combattono ancora dentro di me e spesso si uniscono in un inestricabile e patetico gioco.
Certo tu non ci sei più nel mio cuore, almeno non come un tempo… gli anni mi hanno fatto dimenticare anche come sei, o meglio come eri…(bugia!)
Ma se all’epoca fosse esistito il cellulare  le cose sarebbero andate più o meno così…
…in precedenza possedevi un altro numero.
La cosa strana è che non lo ricordo, chissà per quale meccanismo di rimozione.
E forse col tempo riuscirò a dimenticare anche te.
L’istinto di sopravvivenza reca risorse insospettabili.
Nel frattempo però posso soltanto rammentare che all’epoca erano sorti i primi problemi di gelosia, perché lo facevano squillare in tanti (anche il tuo ragazzo del resto ne era infastidito, per non dire di peggio); forse per questo ne ho rimosso il ricordo, nonostante tu avessi giurato e spergiurato che si trattava di semplici conoscenze… cui peraltro non avresti voluto rinunciare.
Da allora e forse per qualche tempo ti sei data molto da fare perché cambiassi idea sui tuoi rapporti con le persone: la mia opinione contava qualcosa evidentemente, o forse non avevo ancora un’opinione che potesse darti in qualche modo fastidio.
Tu ci pensavi all’amicizia, così dicevi, in modo diverso da me, io la associavo a quelle telefonate e alle frequentazioni successive che immaginavo.
Le donne quando sono innamorate o perlomeno interessate escono infatti con la più grande naturalezza e a tutte le ore del giorno e della notte: quando la storia volge al termine, accampano al contrario mille pretesti legati apparentemente ai più sacrosanti motivi; ma tu sei così desiderabile che certo avrai avuto sempre una buona ragione per non dover cercare delle scuse… di averti in esclusiva insomma ci ho creduto per poco.
O meglio all’inizio non ci volevo credere, poi ci volevo credere, ma sentivo che la realtà era ben diversa.
È possibile comunque che io non ricordi bene nemmeno le mie associazioni mentali o che queste siano iniziate soltanto in un momento successivo.
Da principio mi sentivo a tratti baldanzoso; il tuo interesse per me non poteva che essere l’effetto di un’infatuazione di cui approfittare nel breve tempo in cui me ne avresti dato l’opportunità: eri (e sei) troppo bella e pericolosa…
Mi aspettavo che il sogno svanisse come neve al sole e che non lasciasse traccia, non che si logorasse fino a strapparsi e a strappare anche me, come è di fatto avvenuto.
Tanta sicurezza proveniva anche dal fatto che non volevo soffrire, e non soffrivo perché non volevo desiderarti come oggi ti desidero.
Allora mi limitavo a pensare che avresti potuto essere la donna della mia vita: non avevo ancora riflettuto abbastanza sul fatto che, se ti avessi avuta e perduta, avrei potuto anche uccidermi…bugia…mi sarei ucciso un po’ per tutte le donne di cui mi sono innamorato, tanto che adesso, non lo dico per vantarmi, sono diventato praticamente immortale.
Non so se ci hai fatto caso, ma con la nuova tecnologia, i ruoli si sono invertiti almeno nell’immaginazione e per qualche tempo…
Miracolo del terzo millennio che mi ha reso ardito.. o sarà forse che il tempo corre e diminuiscono anche le opportunità della fantasia?
Meglio quindi forzarle la mano o piuttosto accettare alcuni compromessi che ad un’altra età non riuscivo nemmeno ad immaginare.
In effetti in un primo tempo mi è sembrato addirittura ineccepibile che facessi l’amore con altre persone anche se, in tutta onestà, non ho alcuna prova che questo sia accaduto.
Non la ritenevo una mancanza nei miei confronti, ed alla sera il pensiero che tu uscissi con soggetti non meglio identificati od identificabili non mi turbava.
Ora purtroppo mi feriscono pensieri diversi, specie se ripasso il campionario di sconfortanti sms con cui hai voluto che facesse i conti prima l’etere e poi il mio tastierino…
<<Era meglio se fossimo nati muti, sarebbe stato tutto più facile!>>
<<Noi non andremo mai d’accordo, litigheremo sempre!>>
<<Noi litighiamo sempre.>>
<<Noi non litighiamo soltanto quando stiamo in orizzontale.>>
<<Noi non stiamo insieme>> e questo riesci a dirlo anche mentre sono dentro di te a provare e a farti provare sensazioni molto intense.
<<Noi non staremo mai insieme.>>
<<Io ti amo, ma questo non cambia la situazione…>>
<<Sei un uomo senza né capo né coda.>>
<<Ti credi Napoleone?>>
<<Ma chi ti credi di essere?>>
<<Non ho voglia di risponderti.>>
<<Sei un egocentrico egoista.>>
<<Sei patetico!>>
<<Io non sono nata per soffrire come te…anche se soffro è perché ci sono costretta.>>
<<Quando ti lascio in realtà vuol dire che non ti voglio parlare.>>
<<Sei una lagna, che palle! sempre con questa cosa della morte!>>
(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventesima)



3


O forse no.
Le pasticche oramai hanno perso le loro proprietà organolettiche.
Io mi sono accorto di aver rivestito con nobili sentimenti soltanto un istinto; tante parole scritte e dette solo per portarti a letto, per un seno che forse non è nemmeno così favoloso come immagino (disse la volpe all’uva…).
Ora mi alzo e passo accanto al telefono, per la prima volta mi ritrovo a non sperare che squilli… dato che l’ho staccato; vado in bagno e comincio a rasarmi con grande cura, come per un appuntamento.
Mi lascio cadere nella vasca, chiudo gli occhi, circonfuso dal calore, e mi prometto che ci saranno altre opportunità.
 

*.*.*.*

Sono passati due anni e di occasioni me ne hai data una soltanto o forse me la sono soltanto inventata: comunque  è andata come è andata, cioè miseramente e come al solito per colpa della mia impazienza  e di qualche parola di troppo.
Ma al pensiero di te mi assale ancora una ventata di emozioni, mi pare quasi di vedere l’ombra del mio desiderio camminare in quel giorno che sai o che vorrei ricordassi.
Ecco cosa rimane dei tuoi capelli morbidi nei miei occhi impazziti, dei seni abbondanti di vitalità segreta solo apparentemente trascurata dalla t-short, del tuo passato totalmente indifferente alla mia voglia di presente.
È stato bello coltivare l’illusione, è stato dolce continuare la speranza che mutasse un accenno o che l’ombra si trasformasse in una piccola vitale promessa…
Tu sei rimasta a lungo nelle immagini di quella strada assolata dove il sudore era emozione, odore acre e forte come il timore di avvicinarti.
Ed io continuo a domandarmi se mi sarebbe bastato il coraggio di prenderti per mano a darti coraggio.
Ma avevo le mani bagnate: credo che non mi avrebbe aiutato nemmeno un ti amo ben detto e meno pauroso della risposta.
Quel che so è di non averlo mai detto, perché questo dolore non aveva e non ha il dono della sintesi e così la pena nel ritrovarmi a sorridere da solo e di me stesso, sulla strada che mi ha portato lontano.
Ma che ricordo la tua fronte corrucciata (oggi forse con qualche ruga…ma che importa…) un po’ per gioco, un po’ di risentimento, le tue labbra mature ed infantili allo stesso tempo, anche nell’indifferenza.
I tuoi occhi così cattivi alle volte e meravigliosamente teneri.
I tuoi occhi con cui giocare senza rimpianto.
I tuoi occhi per cui morire ancora un po’ per giorno.
I tuoi occhi immaginari fuori dalla mia finestra, sulla finestra di ogni casa ove i miei occhi curiosi si posano a vivere la vita degli altri.
I tuoi occhi neri ed è tutto dire.
 

*.*.*.*

Ogni appuntamento è del resto trascorso come in un cinema dove abbiamo assistito ad una proiezione di cui sono stato l’unico interprete; tu hai sempre mantenuto l’atteggiamento del critico che non vede l’ora d’uscire dalla sala per scrivere:”Che bello questo film…” o più spesso, “che delusione, così, proprio non me l’aspettavo!”
Eppure, da regista scrupoloso quale mi ritengo, so bene di averti impresso in ogni piccolo fotogramma; quindi non ho capito la ragione per cui, ogni volta che sono passati i titoli di coda dei nostri rari incontri, io abbia avuto così tanto bisogno di rivederti, quasi non fossi una bambina in carne ed ossa ma il più irresistibile dei miraggi subliminali.
Ma forse tu, al contrario, sei sempre riuscita a sfuggire alla pellicola, quasi la luce non fosse che inchiostro simpatico per la mia fantasia.
Sarà che un film d’amore deve annoverare nel cast almeno due innamorati per dar modo ai presenti di appassionarsi: in effetti non si può pretendere di avvincere per delle ore con le sensazioni di un solo protagonista, uno spettatore che, tra l’altro, non le condivide; al cinema si va per sognare e non solo per ritrovarsi sullo schermo, per quanto oggetto idolatrato; dopo un po’ sopraggiunge una noia mortale.
Probabilmente ho continuato a sbagliare l’ambientazione, la mia anima è troppo angusta per rappresentare un sentimento; talvolta faccio fatica a portar dentro persino la cinepresa e le inquadrature vengono spesso di sbieco, come se l’immagine dovesse sfuggire da un momento all’altro… ed in effetti sfugge.
Ma anche se avessi scelto come ambientazione la spiaggia più lunga ed affascinante del mondo, comunque ti avrei trovato calma e avida di sole, il mio solito, imperturbabile, crogiolo di armonie.
E chi sarebbe, se non un bambino in cerca di sua madre, il fanciullo che corre nell’afa consapevole soltanto della tua unicità; no, non farebbe certo la figura del divo, uno che pronuncia il tuo nome col fiatone e poi s’illude di sussurrare parole che una donna non abbia mai udito.
Ti ho immaginato più volte ad ascoltarmi indulgente proprio come una mamma che ami lo stupore d’un figlio per le cose più naturali; ho visto e rivisto quel sorriso che mi ha confuso e ho pensato e ripensato agli insensati discorsi in cui a volte mi sono e mi sarei lanciato, se tu lo avessi permesso.
Ho preteso sicuramente che t’accorgessi di quel nulla meraviglioso che mi circondava; ma non è accaduto e così non ho potuto aggiungere che non c’erano spiagge, né il mare con i suoi spruzzi e lo sguazzare festoso dei bimbi e nemmeno che già esistevano i baci della gioventù che si vuole bene; né soprattutto che nell’inquadratura c’eri soltanto tu: diversamente, nell’imbarazzo, avresti certamente appoggiato sui gomiti le spalle incantevoli e mi avresti confessato, aggrottando la fronte, un insopprimibile desiderio d’amare.
 

*.*.*.*

Sia come sia, concluso il primo tempo, è apparsa la pubblicità del dopobarba, quella con “l’uomo che non deve chiedere mai”; io sono passato travestito da gelataio triste, con quella lucina rossa che sa tanto di fioche speranze, e ti ho regalato, senza neppure una timida richiesta, la mia vita da sgranocchiare durante il secondo tempo.
La prima scena che ho voluto girare ci ha trovato in un comodo letto matrimoniale; naturalmente tu stavi dormendo ed è stato davvero un gioco puerile descrivere i tuoi sogni, così piani e ordinari, imbevuti d’ambizione e di grinta.
Ma, per chissà quale assurda macchinazione, io non ho pensato alla tua grettezza e ai bizzarri motivi che mi avrebbero condotto a sposare una donna totalmente priva di fantasia; no, queste idee non mi hanno sfiorato assolutamente, piuttosto mi sono ripreso a piangere come un disgraziato e a cercare, con mano insicura, la tua sagoma deliziosa, talmente avviluppata nelle lenzuola da apparire marmorea.
E dopo qualche tentativo sono pure riuscito a svegliarla, quella dolce e amata vocina che, ancora impastata di gloria e tenera indifferenza, ha chiaramente sbottato:<<Uffa, amore… lasciami dormire… domani ho una riunione importante!>>
Allora ho percepito, in tutta la sua poetica drammaticità, quel nulla meraviglioso a circondarmi e ci sono stato soltanto io, ad appoggiare i gomiti sul davanzale, mentre giungevano le prime luci d’una nuova e promettente giornata.
Mi rendo conto soltanto ora che la cosa più saggia sarebbe quella di cambiare il copione che ho scritto per te, anche se, per un regista impegnato come il sottoscritto, questa non è decisione da prendere a cuor leggero: necessitano tempo e riflessione.
Mi chiedo come si possa riconoscere dall’oggi al domani che la nostra storia non farà cassetta, né soddisferà la critica più esigente e che soprattutto non troverà nessun produttore disposto a finanziarla; e dove prenderò il coraggio per ammettere che tu non sarai mai l’attrice che avevo in mente e che io, come attore, farei meglio a darmi all’ippica.
Una soluzione però ci sarebbe: affidare a te la regia e rassegnarmi al ruolo di comparsa che, in fondo, può pure gratificare; e se desideri che io continui a recitare la parte del gelataio triste sul palcoscenico della tua vanità, non avrò poi molto da ribattere… alla fine dei conti sono un professionista.
Forse chiederò in cambio un sorriso o ancor meno: basterà immaginarti accanto, mentre sogni le meschine realtà a cui vorrei partecipare.
Ma ti prego di lasciarmi girare ancora una ripresa, tanto il cinema è finzione e lo capiscono persino gli spettatori che ti stanno così a cuore; si tratta semplicemente di inquadrare una cabina telefonica vuota.
Una cabina telefonica vuota con un telefono che squilla senza che qualcuno si prenda la briga di rispondere; della mia attività di regista voglio conservare almeno questo spezzone perché vedi, oggi rappresenta la mia vita, ma domani chissà… 
(Continua)

Senza maschera (capitolo V-Epiloghi-parte diciannovesima)



1

 -Pronto…
-Ciao.
-Ciao.
-Come va?.
-Bene… e a te?
-Bene… cosa fai di bello?
-Vado dall’estetista, a restaurarmi: ho preso l’appun-tamento ieri… se queste cose non si fanno quando si ha tempo…
-Sì, perché tu hai bisogno di restauri…
-Se ne ho bisogno non lo so… ma l’appuntamento l’ho preso ed ho quindi intenzione di andarci…
-Allora buon appuntamento…
-Sì, tra l’altro l’estetista è un ragazzo molto simpatico…
-Immagino che in questi giorni non ti troverò…
-Domani no e domenica neanche… comunque ci risentiamo.
-Ciao.
-Ciao.

*.*.*.*

Cara Francesca,

 Tu sei qui, in queste parole che troppo hanno già cercato di dire; queste parole che in fondo credo proprio mi abbiano fatto un cattivo servizio.
Eppure ti ho amato…
So bene che sarebbe inutile tornare indietro perché noi saremmo comunque gli stessi: mi accontenterei però di ripetere gli stessi errori pur di starti vicino ancora un poco e riuscire a raggranellare ancora qualche altro ricordo.
Così ti invio la conclusione di questo racconto poiché so bene che non ci risentiremo.
Difatti io non ho più la forza di chiamare e tu non l’hai mai avuta; non vedo perciò come potresti trovarla ora: l’unico, possibile, inevitabile sbocco, è il silenzio.
Appare chiaro ad entrambi che la nostra storia è finita o più esattamente non è mai iniziata, se non nella mia mente.
Di conseguenza nella mia mente vorrei terminarla, con un ulteriore pizzico di immaginazione.
Considero quello che la vita avrebbe potuto riservarci, se tu avessi accettato i miei sentimenti e in parte li avessi ricambiati, o perlomeno la felicità che avrebbe regalato a me.
Penso ai nostri figli potenziali e a ciò che avremmo insegnato loro: tu la fierezza, ed io il lato oscuro delle cose, perché quello chiaro potesse esplodere in tutta la sua vitalità.
Ma ora non è più tempo di riflessione o di fantasie, le pasticche mi attendono sul tavolo della cucina; il tubetto è aperto e si sono sparse sul piano scuro e levigato: sembrano tante piccole stelle di una notte che non mi interessa rivedere.
A dire la verità però il buio non si può vedere, ci si può soltanto immergere nell’oscurità e nulla più: potrebbe essere quindi tutta una storia, se non fosse per questa terra che gira; ma anche il suo moto in fondo sfugge alla nostra dimensione, come tutte le cose che contano del resto.

2

 Questo sarebbe l’epilogo banale e scontato di una persona mediocre e di un altro secolo; per i tuoi occhi è necessario una conclusione più originale, sono troppo grandi i tuoi occhi e troppo belle le tue labbra perché si contraggano ancora in espressioni di disgusto.
E allora ricomincio a fantasticare – le pasticche in fondo possono aspettare – e ti trovo così tra le mie braccia mentre ascolti una favola inventata per l’occasione… o meglio per l’occasione che non ci sarà mai, se non nell’immaginazione che curiosamente ormai si è fatta memoria…
<<Mille anni fa, ai tempi del gigante Forsebuono, viveva un re che si chiamava Sicuro Disé. E precisamente nel castello d’oro di Fuoridalmondo, ai confini del favoloso reame di Siamotutticontenti.
In quei tempi remoti il popolo del reame di Fuoridalmondo era spesso distratto da tristi pensieri; e così Sicuro Disé ignorava di essere re, del resto i cortigiani non gli avevano insegnato a darsi delle arie.
Secondo i folletti il nostro eroe passava l’intera giornata a pensare di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina. E le fate del Mondosuperiore aggiungono che Sicuro Disé era profondamente infelice.
Ogni sera rivolgeva al buon Dio la stessa preghiera:<<Grazie Signore, anche questa giornata è passata, aiutami ad affrontare quella che verrà, se verrà come credo, perché non so davvero che cosa fare del mio tempo>>.

E’ stupendo guardarti chiudere gli occhi abbandonata, mentre tento di raggiungerti con un bacio. <<Allora, vai avanti con la favola… che mi interessa… ma che non sia troppo triste per favore… né troppo lunga perché non vorrei dormire tutto il pomeriggio…>>
 <<Dopo questa sentita preghiera il re abbandonava lo sconforto ed apriva il grande frigorifero di corte, rifornito di tante cose appetitose.
Manco a dirlo Sicuro Disé mangiava in fretta ogni cibo succulento che si trovava davanti: formaggio della valle senz’erba, prosciutto di maiale delle ghiande d’oro, cioccolato al latte di balena e alla fine, solo per golosità, torte prelibatissime e dietetiche al cento per cento che preparavano gli gnomi pasticceri dei grandi magazzini del regno.
Tutte le notti all’arrivo del mal di stomaco si pentiva di essere stato così goloso e gli veniva il broncio, ma ormai era tardi per piangere sul latte versato (più che versato, ingoiato) e allora si addormentava di schianto con una pancia tanto piena che rischiava ogni volta di scoppiare.
Sicuro Disé russava come una ciminiera (<<Le ciminiere russano?>> si interrogano i folletti) e sognava di essere re, di combattere mille battaglie e di sconfiggere tanti nemici muscolosi e potenti. Ma erano solo sogni perché ormai era talmente grasso che non riusciva neppure a fare una breve passeggiata nel giardino delle tartarughe Senzazampe, figurarsi se poteva combattere.
Nonostante ciò le fate del Mondosuperiore avevano in serbo un’incredibile sorpresa.
In una dolce mattinata di primavera Sicuro Disé decise (chissà perché…) di avvicinarsi, non senza una po’ di fatica, ad una finestra del castello e vide con grande meraviglia  che una bellissima principessa stava per attraversare lo stretto ponte levatoio della Vitaveloce.
Ella aveva i capelli lunghi lunghi e gli occhi grandi grandi; indossava un vestito rosa morbidissimo, trapuntato con mille stelle azzurre che facevano brillare e profumavano anche il pavimento su cui camminava.
Naturalmente il re dimenticò immediatamente tutti i suoi pro-blemi: s’innamorò perdutamente della straordinaria visitatrice e senza perdere tempo – perché era diventato prezioso ai suoi occhi – volle riceverla nella sala del trono.
Sulle prime Angelica, così si chiamava la bella principessa, si sentì un po’ disorientata da tanto onore, ma era pur sempre di sangue reale e di conseguenza troppo fiera per dare peso alla cosa; così si sedette alla destra del re proprio come se fosse stata a casa sua, o meglio nel reame di suo padre, il re dei Mondiastralichenonesistono. 

 Sicuro Disé non fece molto caso ai modi confidenziali della principessa, preso com’era in un discorso che, secondo le sue previsioni, avrebbe dovuto incantarla. Pronunciò quindi queste strane parole:<<Non sono re, né possiedo un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo e sono sempre più grasso>>.
Lei lo guardò con aria interrogativa, vide che in testa portava una corona che aveva certo bisogno di una lucidata, ma che era pur sempre una corona. Osservò che il re non era proprio in forma, così panciuto e ripiegato su se stesso, ma che era pur sempre seduto su di un trono.
<<Quindi>> si disse <<i casi sono due: o questo re è completamente fuori di senno, ipotesi che mi rifiuto di prendere in considerazione, oppure si tratta di un servo che si è travestito da re nell’attesa che il suo signore rientri al castello>>.
Sicuro Disé si era accorto che gli occhi della principessa luccicavano e così aveva creduto che anche Angelica si fosse innamorata di lui.
Ma la principessa dagli occhi grandi era solo e immensamente dispiaciuta e pensava:<<Non posso aver fatto tanta strada per andare sposa ad un servitore, di conseguenza aspetterò nella locanda che il signore ritorni>>.
Detto fatto, Angelica prese congedo dal re, con la scusa di riposarsi dal lungo viaggio sostenuto.  Sicuro Disé avrebbe voluto alloggiarla nel castello con il seguito reale, ma lei rifiutò con garbo.
Il motivo era semplice. La principessa era scossa da un terribile dubbio:<<E se poi il signore tornasse mentre sono a tavola con un servitore, potrebbe mai credere che io sono la sua promessa sposa, o potrebbe pensare che non sono riuscita a distinguere un re da un servo? È decisamente più saggio aspettare alla locanda…>>
Così Angelica prese in affitto l’osteria delle Futurecertezze, un albergo a cinque stelle e un pianeta, al confine del reame di Fuoridalmondo.
<<Presto verranno gli ambasciatori>> si diceva fiduciosa <<per annunciarmi che il re è giunto e che mi attende con impazienza al castello>>.

<<Senti un po’… questa storia mi sembra un tantino autobiografica… e come favola decisamente monotona oltre che impegnativa… e poi non ho più voglia di dormire…>>
<<E cosa hai voglia di fare…>>
<<Niente di quello che immagini.>>
Quando fingi di offenderti sei ancora più desiderabile, con quelle smorfie da bambina seriosa che un tempo mi mettevano in una terribile soggezione; ora invece so che è soltanto un bel gioco.<<Allora io continuo la favola?>>
<<Sì, sì continua che sono proprio curiosa di sapere come va a finire…>>
<<Tu però non interrompermi più, diversamente perdo il filo e non ricordo a che punto sono rimasto.>>
<<Va bene, va bene ma spicciati perché non voglio star qui tutto il pomeriggio!>>
<<La favola dice che nell’attesa del re la principessa non stava certo in ozio, aveva tanti affari da sbrigare: al mattino si dedicava alle letture, perché era una fanciulla istruita.
I folletti ricordano che il suo libro preferito si intitolava Diventarericcainunminuto, ma le fate del Mondosuperiore non sono d’accordo e affermano che sfogliasse soprattutto e con piacere Esistoquandovadointv, un libro finto che aveva solo una copertina molto colorata. Tutti però sono concordi, anche le rane dello stagno secco, sul fatto che Angelica avesse tanti sogni e che fino a mezzogiorno era quasi sempre felice e sorridente.
Però nel pomeriggio la principessa cambiava completamente umore perché si dedicava alle faccende di suo padre,  il re dei Mondiastralichenonesistono.
Naturalmente questi era un sovrano assai importante e quindi pretendeva che la sua regale figlia diventasse una grande dama. Così la bambina Angelica non aveva un pomeriggio libero: i maggiordomi di corte la accompagnavano a scuola di danza dei cavallucci marini, alle lezioni di yoga cibernetico delle Winx, a quelle di cinese e mongolo del nord che potrebbe diventare presto la lingua dei Siamotutticontenti, e da ragazzina si era pure iscritta all’università di Senonmiparcheggiononsonoallamoda dove frequentava le famose lezioni del professore Lavorarestancamasenonlavoromiaddormento.
La notte era invece destinata alla mondanità: ogni sera però Angelica sceglieva un accompagnatore diverso, poiché uscire due volte con lo stesso principe l’an¬noiava mortalmente. Così era arrivata sul ponte levatoio con il cuore libero e leggero, mentre i suoi innumerevoli pretendenti si struggevano d’amore per lei e speravano a breve in un suo ritorno.
Anche Sicuro Disé in gioventù avrebbe voluto movimentare un po’ la sua vita, ma la regina madre Sonoserenasenzadubbio aveva paura che si ammalasse e così non si era quasi mai mosso di casa, o per meglio dire di castello.
In verità una volta era andato alla spiaggia di Comesonoinforma, ma aveva rischiato di affogare perché non sapeva nuotare; quel giorno prese pure un’insolazione perché non aveva comprato la crema solare delle affascinanti lucertole Abbronzatedallalampada.
Un’altra volta Sicuro Disé  tentò di giocare a pallone con i terribili furetti, colpì la palla di testa e svenne mentre le fate del Mondosuperiore si coprivano gli occhi per il dispiacere.
Passò poi un secolo e Sicuro Disé si prese un brutto raffreddore: la regina lo rimproverò perché tanti anni prima aveva osato giocare al pallone; certamente questa imprudenza aveva provocato quella spiacevole malattia.
Anche il re come la principessa Angelica cercò di farsi un’istruzione, ma il primo giorno di università mangiò del formaggio avariato e gli venne la febbre per un anno intero (ma come già sappiamo rimase comunque goloso).
A quest’epoca non si spaventava tanto facilmente e anche se un poco malaticcio, si appassionò alla costruzione delle città: voleva diventare un famoso disegnatore di strade, cosa che gli sarebbe pure servita se avesse saputo di avere un regno, ma il famoso professore Costruiscotuttoio morì inseguito dai batteri del Mondosconosciuto e con lui finirono anche i sogni di Sicuro Disé.
E iniziarono gli incubi. Il re volle trovare ad ogni costo un lavoro e pure una moglie che gli piacesse almeno un poco. Non si sa bene perché gli vennero queste idee, forse perché non sapeva di essere re, ma i furetti non ne sono sicuri.
Di certo non si era mai visto prima che un re volesse lavorare, tantomeno nel reame di Fuoridelmondo: qui sgobbano solo gli gnomi, ma per ingordigia di denaro, non perché ne abbiano davvero necessità. Ed i sudditi servono il sovrano: anche questo è un modo serio di occupare il tempo, ma non si guadagna nulla.
Né era mai capitato nel reame di Fuoridelmondo che un re si fosse sposato per sua volontà: il matrimonio ai tempi lontani di Sicuro Disé era preparato con larghissimo anticipo dalla corte che pensava solo alle ricchezze della futura regina; che i promessi sposi si piacessero almeno un po’ non  interessava poi a nessuno, pare neppure a loro; o meglio importava forse alle fate del Mondosuperiore, ma  perché sono spiriti inguaribilmente romantici.
Sicuro Disé era così insistente che addirittura il giorno del Gufotriste la regina madre Sonoserenasenzadubbio chiamò a raccolta ogni servitore di corte compresi i giardinieri del Desertosecco. Pensarono che dovesse trattarsi di un’occasione importante: non era mai accaduto che a castello si facesse una riunione il 30 di febbraio; era risaputo che in quella data non uscissero dalle tane nemmeno gli Orchi delle Forestenere.
La regina madre ordinò che si scrivesse un editto col prezioso inchiostro dei Topiselezionatori e che la fine pergamena venisse consegnata al Gatto e alla Volpe che erano furbissimi e assai fidati.
Sonoserenasenzadubbio  desiderava che il suo volere andasse – con la dovuta calma – un po’ in giro per il reame, almeno fino al giorno del Gufoallegro che, come tutti sanno, giunge ogni venti anni, se giunge.
I folletti giurano che anche da lontano si potesse leggere questa frase:<<Il re Sicuro Disé vorrebbe lavorare, ma solo per finta e quindi  senza essere pagato >>.
I sudditi in verità non sapevano leggere, ma il Gatto e la Volpe si misero d’impegno con le chiacchiere e così davanti al portone del castello si formò una lunghissima processione di mendicanti che cercavano consigli gratuiti oppure che chiedevano denaro o ancora che facevano tutte e due le cose.
Sicuro Disé li ricevette nella sala del trono con tanto entusiasmo. Ma lavorare gratis lo stancava mortalmente.
Il giorno degli Allocchi si fece avanti tra la folla la Nanabaffuta. Povera donna aveva le gambe storte e contorte e una pancia quasi pari a quella del re che era ben più alto. Veniva dal paese degli Assetati, un reame vicino a quello di Fuoridalmondo. Gli abitanti di questo luogo fantastico erano perennemente ubriachi. Per la gran sete avevano prosciugato i ruscelli, i fiumi e i laghi e quindi si erano ridotti a bere vino e birra (il latte provocava loro un’intollerabile acidità di stomaco).
La Nanabaffuta non si reggeva molto bene in piedi, ma trovò comunque la forza di presentarsi:<<Io sono la principessa Nanabaffuta trasformata in donna per il bacio di un principe astemio (prima ero una coppa di spumante). Posso proporti di arrivare alle stelle e di diventare re o imperatore se mi seguirai nel reame degli Assetati>>.
Sicuro Disé rimase folgorato da tali e illuminanti propositi e in un battere di ciglio lasciò la corte – che tanto non sapeva di possedere – per correre verso il reame degli Assetati (si fa per dire “correre” visto il peso del re e le gambe malferme della Nanabaffuta).
Comunque sia l’entusiasmo durò poco. La Nanabaffuta non era una vera principessa, ma solo una convinta partecipante al concorso di Lacchédell’anno. Superfluo aggiungere che arrivò ultima e venne pure esiliata con un cappello da Asino nel paese degli Affamati. Sicuro Disé non poté che tornare a casa con la coda tra le gambe. <<Meglio fare il pensatore>>si disse<<che lavorare senza paga in un paese straniero>>.
Il termine “pensatore” gli piaceva di più rispetto alla parola “fannullone”, ma sapeva benissimo che in barba alle sottigliezze linguistiche non aveva più voglia di fare niente.
Ma torniamo alla nostra principessa Angelica. Un giorno arrivarono all’osteria delle Futurecertezze gli ambasciatori di Sicuro Disé e la pregarono di recarsi al castello con tutto il seguito; dapprima la principessa rifiutò l’offerta: le era stato, infatti, insegnato che una dama del suo rango dovesse farsi desiderare; ma in seguito ad una nuova ambasciata decise di pre¬sen¬tarsi con tutta la calma e la faccia tosta di cui disponeva, una settimana dopo il giorno pattuito>>.
 <<Ed è così che sarei io? a me non pare.>>
<<E chi ti ha detto che sto parlando di te? mi sembri un pochino egocentrica.>>
<<Non la voglio più ascoltare questa fiaba… mi sono davvero scocciata!>>
<<Dai, non ti arrabbiare, sono stato cattivo, lo ammetto… e va bene, come vuoi, resterai per sempre senza conoscere il finale.>>
<<No, dai, racconta ma veniamo velocemente al dunque!>>
<< Il re naturalmente era molto triste poiché, tanto per movimentare le solite riflessioni, cercava di spiegarsi gli strani comportamenti della principessa e ripeteva tra sé: <<Sarà perché non sono re né ho un reame, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera che la mia bella fanciulla è tornata sui suoi passi? Ahimè, perché in aggiunta alla mia miseranda condizione doveva succedermi di cadere innamorato?>>
Dunque da qualche tempo aggiungeva alle sue orazioni serali pure quest’ultima considerazione; cosicché lo stesso buon Dio stava perdendo la pazienza oltre che la speranza di trovare a Sicuro Disé un’identità che fosse di suo gradimento o di cui, perlomeno, il re potesse essere consapevole.
La principessa, dal canto suo, salì al castello nella più assoluta convinzione di trovare il re finalmente ritornato dalla battaglia; entrò nella sala del trono, a occhi socchiusi, per pregustare quella che sarebbe dovuta essere di lì a poco una meravigliosa realtà: l’incontro col suo signore, un fusto palestrato alto due metri, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e soprattutto con lo sguardo fascinoso e glaciale.
E’ superfluo descrivere la delusione di Angelica quando, aperti gli occhi, si ritrovò davanti il medesimo individuo sempre più grasso e ripiegato su se stesso e che tra l’altro non aveva nemmeno uno dei requisiti minimi da lei tanto immaginati.
<<Mia signora sono contento che siate venuta a trovarmi>> incominciò a dire il re <<ma come mai siete così giù di morale? Sarà forse perché non sono re, né possiedo un reame, un castello, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera? questo è vero purtroppo, però potrebbe supplire il mio amore… sì perché io vi amo dal più profondo del mio cuore…>>
Il re si aspettava di essere ricambiato con le parole rosse di un eterno amore, ma la poverina incominciò a correre come una pazza e guadagnò l’uscita in un baleno.
Giunta sul ponte levatoio della Vitaveloce Angelica perse una scarpetta e ruppe il tacco dell’altra, così inciampò rovinosamente e cadde nel fossato dove vivevano i terribili coccodrilli reali>>.
 <<No, non puoi concludere così… sei uno scemo… e poi non mi hai detto che fine ha fatto il re!>>
<<Nessuna fine, ha continuato semplicemente a domandarsi:”Perché non sono re, non ho un reame, un castello una castellana, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera”>>.
<<Non ci credo… è una fine idiota che tra l’altro non rispetta neanche la fiaba come genere letterario… Puoi fare di meglio… mi sembri un narratore di fiabe assai improvvisato!>>
<<Non ti sapevo così istruita… se proprio ci tieni allora continuo e così mi dici se ho rispettato la tradizione… non sia mai>>.
<<Ecco bravo vai avanti!>>
<<Ma i coccodrilli avevano appena mangiato e stavano digerendo: quindi non la degnarono di uno sguardo; si sa che questi feroci animali quando digeriscono hanno gli occhi pieni di lacrime.
Così Angelica, per quanto bagnata, poté risalire sul ponte levatoio con una certa facilità: le stelle del suo vestito però non luccicavano più ed il rosa era diventato grigio; i capelli sembravano quelli della regina madre dopo una tempesta tropicale e gli occhi grandi grandi erano diventati piccoli e tristi.
Sicuro Disé che nel frattempo era stato trasportato sul ponte levatoio non la riconobbe, e anzi la scambiò per la Nanabaffuta e impietosito le fece l’elemosina.
Angelica si offese molto e disse con un filo di voce al re:<<Come è possibile? Vostra maestà non mi ha riconosciuto?>>
<<A dire il vero pensavo che fossi la Nanabaffuta ritornata dal paese degli Affamati>> rispose il re che non era certo un campione di delicatezza.
<<Ma vedo che c’è una scarpetta qui sul ponte levatoio: concedimi il tuo piedino e vedrai che se la calzerai non te ne pentirai>>.
Angelica non aveva alcuna intenzione di indossare la scarpetta, e anzi voleva tornare in tutta fretta nel reame dei Mondiastralichenonesistono. Là c’erano bellissimi principi che attendevano e che, a guardare meglio, avrebbero potuto anche renderla felice.
Così disse al re:<<Maestà sono davvero lusingata per il suo regale invito, ma devo tornare al più presto nel mio regno perché mio padre, il re dei Mondiastralichenonesistono, si è ammalato gravemente insieme a tutta la corte>>.
Di solito Angelica non raccontava le bugie e quindi le crebbe il naso a dismisura con grande dispiacere delle fate del Mondosuperiore. La principessa diventò rossa e rossa e per scusarsi aggiunse:<<Un giorno tornerò in questo reame e mi piacerebbe… mi piacerebbe che nell’attesa Vostra Maestà facesse un po’ di sport; anzi al proposito avrei da consigliare la famosa palestra Chidigiunadimagriscedisicuro>>.
Dice la fiaba che i furetti erano molto contrariati per quest’altra bugia condita con un crudele consiglio e quindi inventarono il proverbio “Moglie e buoi dei paesi tuoi”.
Ma Sicuro Disé fu colto semplicemente da stupore e non seppe che rispondere, né si accorse che Angelica era stata poco sincera: il re aveva, infatti, gli occhi foderati da un delizioso prosciutto di cinghiale che aveva ingoiato a colazione.
Così, partita la principessa, a Sicuro Disé non rimase che cadere nelle meditazioni che ci vengono suggerite dagli gnomi: il re era molto triste perché aveva confuso la Nanabaffuta con una principessa e la principessa Angelica con la Nanabaffuta; le uscite dal reame erano state poi disastrose e non aveva neppure imparato a lavorare gratis, cosa che invece riusciva benissimo persino ai sudditi del reame.
Il bilancio non era insomma di conforto, ma rimaneva però il caro pensiero di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina.
Questa occupazione non lo tradiva mai e in fondo lo aiutava ad ammazzare il tempo e poi c’era sempre il fornitissimo frigorifero di corte e i successivi pentimenti che lo facevano sentire vivo.
Ma le fate del Mondosuperiore sussurrano che in realtà Sicuro Disé pensasse alla promessa della principessa. Fatto sta che si iscrisse in palestra e il frigorifero reale rimase per sempre sigillato. Così tutti vissero felici e contenti nell’attesa del ritorno della principessa>
>.
Che meravigliosa sensazione mi regala il poter chiudere con un bacio ogni possibilità di replica ed iniziare a massaggiare quelle parti del tuo golfino che mi piacciono tanto.
Ma non voglio spingere la fantasia più in là di questa immagine: salvo il file e spengo il calcolatore. Del resto tu non sei una bambolina così sciocca e capricciosa: l’immaginazione è andata al di là del consentito.

(Continua)

Italianostoria

Materiali per lo studio della Lingua e Letteratura Italiana, della Storia, delle Arti

INMEDIAR

Istituto Nazionale per la Mediazione e l'Arbitrato - Organismo di Mediazione iscritto al n° 223 del registro tenuto presso il Ministero della Giustizia

Via senza forma

Amor omnia vincit

agores_sblog

le parole cadono come foglie

Riccardo Franchini

Bere e Mangiare partendo da Lucca

telefilmallnews

non solo le solite serie tv

Briciolanellatte Weblog

Navigare con attenzione, il blog si sbriciola facilmente

Dott.ssa Ilaria Rizzo

PSICOLOGA - PSICOTERAPEUTA

Gio. ✎

Avete presente quegli scomodi abiti vittoriani? Quelli con la gonna che strascica un po' per terra, gonfiata sul di dietro dalla tournure? Quelli con i corsetti strettissimi e i colletti alti che solleticano il collo? Ecco. Io non vorrei indossare altro.

Vincenzo Dei Leoni

… un tipo strano che scrive … adesso anche in italiano, ci provo … non lo imparato, scrivo come penso, per ciò scusate per eventuali errori … soltanto per scrivere … togliere il peso … oscurare un foglio, farlo diventare nero … Cosa scrivo??? Ca**ate come questo …

Versi Vagabondi

poetry, poesia, blog, love, versi, amore

Marino Cavestro

avvocato mediatore

ANDREA GRUCCIA

Per informazioni - Andreagruccia@libero.it

beativoi.over-blog.com

Un mondo piccolo piccolo, ma comunque un mondo

Carlo Galli

Parole, Pensieri, Emozioni.

Racconti della Controra

Rebecca Lena Stories

Theworldbehindmywall

In dreams, there is truth.

giacomoroma

In questo nostro Paese c'è rimasta soltanto la Speranza; Quando anche quest'ultima labile fiammella cederà al soffio della rassegnazione, allora chi detiene il Potere avrà avuto tutto ciò che desiderava!

Aoife o Doherty

"Fashions fade style is eternal"

PATHOS ANTINOMIA

TEATRO CULTURA ARTE STORIA MUSICA ... e quant'altro ...

farefuorilamedusa

romanzo a puntate di Ben Apfel

quando la fine può essere un inizio

perché niente è più costante del cambiamento

Psicologia per Famiglia

Miglioriamo le relazioni in famiglia, nella coppia, con i figli.

centoceanidistorie

Cento pensieri che provano a prendere forma attraverso una scrittura giovane e ignorante, affamata solo di sfogo.

ognitanto|racconto

alberto|bobo|murru

vtornike

A topnotch WordPress.com site

Dale la Guardia

It's up to us on how to make the most of it.

proficiscorestvivo

A blog about travel and food - If you don't know where you're going, any road will take you there.

postnarrativacarrascosaproject.wordpress.com/

Postnarrativa.org è un Blog di scrittura onde far crescere limoni e raccogliere baionette, Blog sotto cura presso CarrascosaProject

Parole a passo d'uomo

Poesie e riflessioni sugli uomini del mio spazio e del mio tempo | di Cristiano Camaur

Italia, io ci sono.

Diamo il giusto peso alla nostra Cultura!

tuttacronaca

un occhio a quello che accade

poesiaoggi

POETICHE VARIE, RIFLESSIONI ED EVENTUALI ...

Iridediluce (Dott.ssa Fiorella Corbi)

L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Paolo Brogelli Photography

La poesia nella natura

TheCoevas official blog

Strumentisti di Parole/Musicians of words

valeriu dg barbu

©valeriu barbu

Il mio giornale di bordo

Il Vincitore è l'uomo che non ha rinunciato ai propri sogni.

Ombreflessuose

L'innocenza non ha ombre

existence !

blog de philosophie imprévisible, dir. Jean-Paul Galibert

mediaresenzaconfini

ADR a 360 gradi Conciliazione, mediazione , arbitrato, valutazione neutrale, medarb e chi ne ha più ne metta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: