La letteratura in prosa: trattatistica, cronaca storica e di viaggio, novella. (Seconda parte)

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

Il Duecento è un secolo ricco di storiografia latina e volgare soprattutto in relazione alla vita dei Comuni della Toscana; vale la pena di ricordare almeno la Istoria fiorentina di Ricordano Malispini che non ha pregi letterari ma apre la grande stagione storiografica, illustrata di lì a poco dal nome di Dino Compagni e poi da quello di Giovanni Villani.

Sempre legata all’attività borghese e mercantile dei comuni lagunari è Le divisament dou monde (La descrizione del mondo)[1] redatto da Rustichello da Pisa, compagno di prigionia a Genova di Marco Polo, caduto nelle mani dei cittadini della nemica repubblica dopo uno scontro a Curzola nel 1298, durante la battaglia della Meloria.

Rustichello era uno scrittore di avventure cavalleresche ed è probabile che sia venuto da lui, oltre che dalla straordinarietà delle cose in sé, l’alone avventuroso del racconto.

In questo senso si capisce meglio anche l’uso della lingua d’oil, la lingua romanzesca per eccellenza: del resto il libro, diventato presto famosissimo, costituì, si può dire, l’unico vero “romanzo epico” della nostra tradizione letteraria[2].

L’ispiratore di tale opera, Marco Polo, nasce da una famiglia di mercanti a Venezia nel 1254; a diciassette anni intraprende un viaggio in Oriente e in Cina, durato 24 anni, dal 1271 al 1295, e compiuto col padre Niccolò e lo zio Matteo, che precedentemente avevano già fatto un viaggio di 15 anni negli stessi luoghi[3].

I Polo visitarono San Giovanni d’Acri per ottenere una lettera papale per Kublai Khan. Gregorio X, da poco eletto al soglio pontificio, si trovava ancora in Terra Santa. Accolse i mercanti veneziani e affidò loro un’ampolla d’olio del Santo Sepolcro di Gerusalemme, facendoli accompagnare da due frati domenicani, che però, dopo pochi giorni, abbandonarono la spedizione.

I Polo attraversarono  la Persia e raggiunsero lo stretto di Hormuz, dove speravano di trovare una nave che li conducesse in India.

Fallito il loro obiettivo, proseguirono il viaggio via terra fino a raggiungere Kashgar (l’attuale Kashi), città commerciale della Cina occidentale. A Kashgar Marco si ammalò e i veneziani furono costretti ad attendere quasi un anno prima di poter riprendere il viaggio.

Risalendo il fiume Oxus (oggi Amudarja) attraversarono l’Hindukush e le montagne del Pamir, dove Marco fu il primo europeo ad avvistare e a descrivere l’argali, una pecora selvatica detta anche “pecora di Marco Polo”.

Costeggiarono il deserto del Taklimakan fino a raggiungere la regione del lago di Lop Nor, nella provincia cinese del Sinkiang (oggi Xinjiang Uygur). Dopo aver attraversato il deserto di Gobi con una carovana di cammelli, i Polo raggiunsero infine la corte del Khan a Shangdu nel 1275, tre anni e mezzo dopo aver lasciato l’Europa.

Molti dei territori da loro attraversati, in particolare il Pamir e la regione del Gobi, non erano mai stati visitati prima d’allora da europei.

Attratto dalla millenaria civiltà cinese, splendida di leggenda­rio folklore, ma anche molto avanzata tecnicamente, Marco non tardò ad integrarsi in essa, e tanto salì nella considerazione del Khan, ch’ebbe da lui incarichi diplomatici e amministrativi di grande importanza.

Svolse questa attività per diciassette anni. Raggiunse il Tibet, navigò sullo Chang Jiang, sullo Hwang Ho e lungo il corso superiore del Mekong. Fu probabilmente il primo europeo a visitare l’interno della Birmania e raggiunse quasi sicuramentela Siberiae l’arcipelago indonesiano.

Per tre anni, fra il 1282 e il 1285, Marco Polo ricoprì inoltre l’incarico di governatore della città di Yangzhou.

Nel 1292 i Polo, che nel frattempo erano divenuti consiglieri militari dell’imperatore, decisero di partire insieme a Marco perché l’impero si stava sfaldando.

Furono autorizzati a partire nel 1292 con un’ultima missione da compiere: scortare una principessa mongola destinata ad andare in sposa al re di Persia.

Poiché la guerra in corso ai confini occidentali dell’impero mongolo rendeva impossibile il viaggio via terra, i Polo decisero di raggiungerela Persia via mare alla testa di una flotta di quattordici navi e 600 uomini d’equipaggio, che salpò dal porto cinese di Zaitun (l’attuale Quanzhou).

Raggiunta Sumatra, la spedizione attraversò lo stretto di Malacca, fece rotta verso Ceylon, le isole Andamane e Nicobare, fino ad arrivare allo stretto di Hormuz nel 1294.

Soltanto diciotto dei 600 uomini partiti dalla Cina raggiunsero il golfo Persico.

Nel frattempo era morto anche il re dei persiani e la principessa mongola andò in sposa al suo erede.

Marco descrisse tutte le regioni dell’Asia, con scientifica puntualità di geografo e di etnografo, nel libro che molto probabilmente servì di base a Rustichello.

I Polo raggiunsero Venezia nel 1295, ben ventiquattro anni dopo la loro partenza, ricchissimi grazie soprattutto alle pietre preziose che avevano cucito nei loro vestiti.

La Serenissima era allora in guerra con Genova; e Marco fu chiamato alle armi. Partecipò appunto alla battaglia della Meloria e fu fatto prigioniero dai Genovesi.

In carcere e con l’aiuto di Rustichello, Marco realizzò appunto il progetto, già concepito ed in parte compiuto in Oriente, di narrare in un libro la sua singolare vicenda di esploratore.

Il tono avventuroso della stessa non esclude il preciso riferi­mento a cose[4], vicende e personaggi[5] ben reali, nella precisione di un mercante che riferisce le cose che ha visto, sia pure strabi­lianti, a mercanti come lui[6].

La novità del libro sta proprio in questa presenza massiccia, e indubitabilmente reale, del “diverso”, di ciò che non è previsto dagli schemi di una cultura, come quella medievale, fondata sulle astrazioni universalizzanti dell’intellettualismo filosofico e teologico.

È appunto l’osservazione del mondo come è ad aprire le strade alla scienza umanistica e di tutta la nuova cultura.

Il nome di Rustichello è anche legato alla nascita in Italia della prosa narrativa, anche se il suo Meliadus[7], imperniato sulla figura del padre di  Tristano, non è scritto in volgare ma in franco-italiano.

Quanto agli argomenti della prosa di narrazione è evidente che essa sia tutta, o quasi, di derivazione francese[8], come testimo­nia­no i numerosissimi Tristani in varie versioni regionali  (il Tristano Veneto, il Tristano Riccardiano e una sezione della Tavola Rotonda); del resto, il tema di Tristano è comune alla letteratura medievale di tutta Europa.

Non meno numerosi romanzi tratti dal “ciclo classico”, come le Storie di Troia e de Roma in volgare romanesco, o l’Istorietta troiana[9], in buon volgare toscano o ancora I Fatti di Cesare, di anonimo, rielaborano in forma di lettura gradevole, ma priva di approfondimento, Li faits des Romains (I fatti dei Romani), che raccolgono leggende su eroi romani.

Alla stessa materia s’ispira l’opera I conti di antichi cavalieri, anch’essa di anonimo, che invita i governanti ad imitare le azioni esemplari dei grandi uomini, mossi da ideali di giustizia e di buongoverno.

Tra questi vi sono eroi dell’epica classica, come Ettore, e personaggi della storia romana, come Scipione e Cesare, ma anche figure più recenti, quali il Soldano ed Enrico II Plantageneto, primo re d’Inghilterra.

Alla tradizione francese del fabliaux (=favolelli)[10], oltre che a fonti bibliche, si rifà anche la novellistica, che viene ad affiancarsi alla tradizione degli exempla moralistici e alle vite dei santi[11], in una prospettiva di mutamento dei fini e di sempre maggiore interesse per i valori mondani.

Tra romanzo e novella si assiste ad una vera e propria afferma­zione della narrativa pura, sganciata da finalità etico-religioso e volta al mero diletto o all’ammirazione per quelle virtù che costituivano la mira alta della nuova borghesia: valore, generosi­tà­, gentilezza, amore cortese, magnanimità, le antiche qualità nobiliari e cavalleresche intese come sublimazione delle qualità nuove di ingegnosità, furbizia e senso pratico[12].

Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che la novella d’impronta laica non esclude, di per sé, componenti morali, e che la tradizione religiosa non viene mai abbandonata. Al contrario, essa si sviluppa per tutto il Trecento, con motivi e toni specifici.

Dal francese viene tradotto in Toscana il Libro dei sette savi una raccolta di 14 novelle di derivazione indiana, dove il narrato prevale sulle finalità etiche.

Ciò che lo rende degno di nota è la sistemazione delle novelle. Esse, infatti, sono narrate all’interno di una “cornice”, vale a dire di un filo conduttore, che coordina e giustifica il susseguirsi dei vari racconti. Questo espediente letterario, ripreso più tardi da altri, diventerà un elemento essenziale nel Decameron di Giovanni Boccaccio.

Il così detto Novellino[13], o Libro di novelle et di bel parlar gentile secondo un titolo più antico (1281), rappresenta nella Toscana di fine secolo il risultato più alto di questa ricerca della narrazio­ne dilettevole: la raccolta, che secondo un numero chiuso destinato a diventare canonico comprende cento unità narrative[14] (almeno nella versione manoscritta del Cinquecento), si presenta come un vero e proprio serbatoio di motti arguti, di sentenze, di esempi di nobili virtù, di racconti amorosi e avventurosi, di racconti biblici, di favole di Esopo, concentran­do in sé tutta la tematica narrativa diffusa in quel tempo.

Manca una qualsiasi organizzazione generale di vicende e personaggi e non vi è alcun filo conduttore tematico o ideologico.

L’autore (o più autori?), anonimo (fiorentino probabilmente e certo uomo di cultura e di gusto), dichiara nel prologo il fine del suo lavoro: vuole “rallegrare il corpo e sovenire [aiutare] e sostentare”, senza per questo offendere Dio, la religione e la morale e mettere insieme <<alquanti fiori di parlare (motti eleganti e divertenti), di belle cortesie, di belli risposi, di belle valentie, di belli donati e di belli amori>> ossia si propone di dire cose piacevoli in forma piacevole; egli intende proporre ai lettori, perché li ripetano nel rapporto civile, alcuni esempi di cortesia cavalleresca[15].

L’autore trae la sua materia da molte fonti diverse, e non di rado le cita in apertura della novella. I ricordi biblici si accostano a quelli degli scrittori pagani classici, tra i quali Valerio Massimo e Aulo Gellio. Alcune novelle si ispirano invece a testi provenzali e francesi; altre ancora attingono agli exempla medievali in latino e in volgare.

Convivono quindi tra di loro personaggi come il Saladino e il re Giovane, Davide o Salomone, Lancillotto e Tristano, Alessandro Magno e Traiano o anche personaggi più vicini all’autore come Carlo Magno, Carlo d’Angiò o Federico II ( che spicca sugli altri personaggi).

Tutti costoro sono portatori di valori positivi di un mondo aristocratico vagheggiato, ma percepito come inevitabilmente trascorso.

Accanto al recupero dei modi cortesi è presente anche una vivace rappresentazione della realtà contemporanea con le sue città, le sue piazze ed i suoi mercati, dove il racconto perde sovente ogni intento edificante e si concentra su situazioni comiche.

Il linguaggio è semplice, disadorno ed efficace, non per la poca cultura dell’anonimo compilatore ma per consapevole adozione dell’espediente retorico della brevitas: le narrazioni sono brevi, scarne le descrizioni paesaggistiche o d’ambiente, rapidi ma vivaci ed espressivi i dialoghi che si chiudono spesso con un motto che fa da commento alla situazione o la risolve; il risultato di questo stile è spesso incantevole e davvero si può dire che quest’opera inauguri la storia della nostra prosa letteraria d’arte.

Certo l’intendimento principale dell’autore, nello scrivere chiaro e semplice, fu quello di farsi leggere da un pubblico vasto, nella riconversione dei modi della predica popolare a fini non più moralistici ma dilettevoli.


[1] Meglio noto come Il Milione da Emilione (il soprannome della famiglia Polo): questo titolo però riguarda una volgarizzazione in toscano del Trecento.

[2] Il libro subì molte manipolazioni nella tradizione mano­scritta e nelle traduzioni, e c’è voluta molta fatica filologica per riportarlo alla redazione originaria.

 [3] Il padre Niccolò e lo zio Matteo, soci in affari, erano mercanti veneziani con importanti interessi a Costantinopoli (l’attuale Istanbul) e in Crimea. Quando Costantinopoli cadde nelle mani dei genovesi, Niccolò e Matteo andarono alla ricerca di mercati alternativi a nord del mar Caspio. Partiti da Laias in Siria, arrivarono a Buhara (oggi in Uzbechistan), che a quel tempo era una delle città più importanti lungo la via commerciale che conduceva in Cina (detta allora Catai); attraversarono la Persia e si unirono a una carovana persiana diretta alla corte del grande imperatore mongolo Kublai Khan a Shangdu (Shang-tu, la Xanadu del poema di Coleridge Kubla Khan), non lontana da Pechino (allora Cambaluc). La carovana percorsela Via della Seta (il Korassan, il Turkestan) e fece sosta a Samarcanda, attraversò i deserti del Tibet settentrionale e le steppe della Mongolia. I fratelli Polo furono accolti con simpatia alla corte dell’imperatore mongolo che, minacciato dalla pressione degli eserciti musulmani ai confini meridionali del suo impero, li invitò a tornare con cento missionari cristiani, cui avrebbe affidato il compito di convertire il suo popolo al cristianesimo. I Polo impiegarono tre anni per ritornare a Venezia, passando per Buhara,la Persia,la Siria e San Giovanni d’Acri (oggi in Israele), raggiungendo Venezia nel 1269.

[4] Scambi commerciali, monete, rete stradale, mezzi di trasporto, dogane, apparato amministrativo, prodotti della terra.

[5] Famoso è il ritratto del Gran Khan signore dei Tartari o Mongoli.

[6] Questo libro fu addirittura considerato come un manuale della mercatura.

[7] Un romanzo sulle imprese dei cavalieri di re Artù.

[8] Una volgarizzazione di opere francesi.

[9] È una riduzione del colossale romanzo di Benoît de Sainte-Maure (XII secolo), intitolato Le roman de Troie (Il romanzo di Troia), che narra le vicende della guerra tra Achei e Troiani.

[10] Sono composizioni brevi, scherzose, spesso di argomento licenzioso e triviali nel linguaggio. I loro autori sono, in massima parte, trovieri, parola che all’origine indicava coloro che traducevano in lingua d’oïl i testi in lingua d’oc. I fabliaux nascono probabilmente in ambiente aristocratico, come forma di satira contro le classi inferiori, e lasciano una traccia consistente nelle letterature dei secoli successivi, non solo in Francia, ma anche in Italia. Ad esempio, se ne ritrova l’influenza nel Boccaccio, che scrive nel Trecento, e in Matteo Bandello, un autore del Quattrocento.

[11] L’antenato più diretto della novella è l’exemplum. È un racconto breve, a volte brevissimo, che riporta un detto, oppure un episodio, una vicenda, non importa se reali o fantastici. Lo scopo essenziale, se non l’unico, dell’exemplum è quello di sorreggere una teoria, far meglio comprendere una tesi, attraverso un esempio probante. Il carattere dimostrativo degli exempla è il motivo per il quale queste succinte narrazioni non nascono come testi indipendenti, ma accompagnano l’esposizione di argomenti che, per la loro astrattezza o difficoltà, possono essere definiti con più precisione grazie ad una testimonianza concreta. L’exemplum viene usato, infatti, nella trattatistica religiosa, nelle prediche e nell’agiografia. Con il tempo, l’exemplum perde la sua primitiva stringatezza, si amplia e acquista sempre più i contorni di un racconto in piena regola, anche se resta semplice e breve. Già un anonimo senese, nei Dodici conti morali, che descrivono modelli di comportamento esemplari ispirati alla vita dei santi, fa il primo tentativo di conciliare l’intento morale con l’efficacia artistica della narrazione. I suoi racconti sono brevi ma ben congegnati, in modo da rendere avvincente la lettura. Apoco a poco, l’exemplum si estende dall’ambito religioso a quello della vita sociale e civile, pur non rinunciando ai suoi intenti educativi. I temi si arricchiscono e si diversificano con il moltiplicarsi degli interessi della borghesia cittadina, che avverte il bisogno di una letteratura rispondente ai suoi gusti e ai suoi ideali. Questo arricchimento coincide con un cambio di prospettiva: il racconto si libera dai criteri di rigida moralità finora rispettati e si prefigge sempre più chiaramente lo scopo di intrattenere e di divertire il pubblico. A questo punto, si può già parlare della novella come di un genere dalla forma definita, che segue regole precise di composizione e tratta argomenti laici.

[12] Un’altra importante fonte per lo sviluppo della novella sono i lais. Con questo termine francese si designano quei poemetti accompagnati dalla musica, nei quali prevale il gusto per l’avventura e l’esaltazione dell’eroismo, proiettati spesso su uno sfondo fantastico. A queste componenti si lega di solito un preciso intento morale. I lais infatti descrivono episodi nei quali rifulgono il coraggio, la liberalità, la cortesia, doti che vengono presentate come essenziali all’uomo che voglia agire con dignità e giustizia.

I conti di antichi cavalieri si accostano a questo modello, cui si ispira appunto anche il Libro dei sette savi.

[13] Titolo convenzionale in voga dal Cinquecento.

[14] Generalmente brevi o brevissime, sono novantanove più un prologo.

[15] Il destinatario dell’opera ha un profilo netto: è uomo intelligente, di buone maniere, abbastanza colto e sagace da apprezzare quegli “specchi” (esempi) di vita che gli verranno presentati.

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-ultima parte)

Affresco

Questa sera avremmo dovuto vederci.
Non voglio sapere con chi uscirai: io continuo ad aspettarti nell’anima e tu ci verrai tutte le volte che rimarrai sopra pensiero, perché accadrà per quanto tu voglia apparire euforica e tranquilla.
Metterai quel profumo che non ho capito se sa di te, ed i tuoi capelli saranno ancora più gonfi e meravigliosamente ondulati.
Salirai sulla tua “fuoriserie” e ti chiederai dove stai andando, mentre De Gregori ti angoscerà il cuore.
Io intanto berrò qualcosa per stordirmi. 

*.*.*.*

É andata proprio così: voglio dire che mi sono stordito con una birra che non ubriacherebbe nemmeno un bambino, ma io volevo essere inebetito e credo di essere riuscito a potenziarne gli effetti.
Se tu potessi misurare il mio dolore, scopriresti che va fuori scala; ci deve essere una finalità per questo stato di cose: probabilmente ho bisogno di espiare molte colpe, già quaggiù, l’inferno nell’altra vita evidentemente per me non è abbastanza.
Oppure sono già morto e come ha immaginato qualcuno, un demone ha preso possesso del mio corpo; deve essere però un diavolo sfortunato… perché non gliene va bene una.

5

Con il futuro insomma abbiamo perso anche quei pochi valori che rimanevano, e quel che è peggio, tu sei anche diventata anche un po’ sboccata, cosa che non avrei mai creduto…
Ma comunque…
Questo file è dedicato al tuo volto che dopo un breve saluto si gira dall’altra parte.
Questo file è dedicato alla mia voglia di piangere successiva al saluto.
Questo file è dedicato al tuo volto che non saluta più e resta girato dall’altra parte.
Questo file è dedicato al mio successivo mutismo che ti fa tanto arrabbiare.
Questo file è dedicato alla periferica non pronta e alla linguetta del floppy che grazie a Dio basta sollevare per salvare le parole: non sono molto in vena di tollerare altri rifiuti.
Questo file è dedicato al picchiettio della tua mano già stanca di me appena ti abbraccio.
Questo file è dedicato alle tue scuse per una fuga dopo esserti accertata che ti amo ancora.
Questo file è dedicato alla tua tristezza che non sono mai riuscito ad impedire.
Questo file è dedicato alla tua indifferenza, figlia legittima di un amore finito.
Questo file è dedicato agli sms che ti ho inviato nella fantasia e che si sono dispersi nell’etere immaginario della mia anima.
Questo file è dedicato agli sms che non ti invierò.
Questo file è dedicato alla musica che ti fa pensare ad un altro.
Questo file è dedicato all’altro con i miei migliori auguri.
Questo file è dedicato a se stesso: è una diga mentale di numeri che per una magia a me sconosciuta si tramuta in pensieri ed emozioni.
Al di là ci sei tu ed il mio lutto.

6

Un sogno finito

La melodia
si è spezzata
ed il pifferaio
non è più magico
o forse tu
non sei mai stata
un topo
ma solo una passante
distratta da un attimo
di nostalgia.
A dire il vero
i topi
sono tutti morti
come vuole la fiaba
e pure l’esecutore
li ha seguiti
ipnotizzato
dal suo inganno.
Tu cammini
lontana
nella città
ormai deserta
e la natura
compone sola per te
note infinite.

 

Fine

 

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventitreeesima)

Statuetta di Paestum

Ieri sera sulla superstrada riflettevo su quella mattina in cui mi hai detto: <<Non potremmo fare l’amore senza impegno?>>.
Allora mi era sembrato un tentativo per trattenermi, dato che facevo finta (ma tu non potevi saperlo) di non volerne più sapere di te.
Mi sbagliavo: avrei dovuto capire che volevi semplicemente indicarmi l’unica strada percorribile.
Mi sono cullato nell’illusione che ci fossero altre vie per amarti: la tua tristezza di ogni volta dopo l’amore mi ha fatto pensare che anche tu le ricercassi.
Nei tuoi progetti invece io non sono – e non sono mai stato – nemmeno un’idea: lo capisco tutte le volte in cui mi sputi in faccia che la tua vita fa schifo e che non trovi alcun conforto nel fatto che io straveda per te, anzi, come dici tu, la cosa ti fa ancora incazzare.
Non perché non mi puoi avere (o non mi vuoi?), ma  in quanto rappresento una delle tante cose a cui ti sei abituata a rinunciare.
*.*.*.*
Le pasticche sono ancora nel mio stipetto… per ogni evenienza… non si sa mai…
Eppure ho creduto tu fossi davvero la metà ritrovata, tutte le volte che ci annusavamo e chiudevamo gli occhi in apnea per catturare un po’ del nostro essere reciproco che ci sfuggiva  dopo la fase di inspirazione.
Era irresistibile allora accarezzarci, naso contro naso, nell’attesa di un bacio e semplicemente avvicinare le labbra per mostrare gli incisivi di sotto, magicamente scoperti ed offerti dal e nel desiderio.
Era naturale allora trattenerti la nuca con i polpastrelli e cercare di baciarti, inebriato dal profumo dei tuoi capelli, più a lungo e più nella possibile profondità, mentre liberavi la tensione del labbro inferiore e mi facevi entrare con la lingua in un incavo rilasciato, caldo e morbido; e poi stringerti e far scivolare contemporaneamente le mie labbra sul collo fino alla clavicola, e poi passare a massaggiarti sui bordi elettrici del bacino, là dove i nervi tiravano già verso il pube e tu contraevi il ventre con la velocità scomposta, incontrollabile e possente della centrifuga di una lavatrice.
Una lavatrice, simbolo per qualcuno, della maternità, per me della fulminea necessità di scendere ancora verso la tua intimità.
Già umida nella divincolante attesa…
 

*.*.*.*
Nel cuore ormai ti disegno amore mio, ma non c’è proporzione tra le tue grazie e la mia voglia di descriverti.
In effetti hai il collo più lungo ed è diversa l’attaccatura del seno, le tue spalle non sono poi così rotonde ed il pube non è certo così vicino all’ombelico.
Ma io ti guardavo godere dal basso e la mia lingua avrebbe voluto restringerti per raggiungere ogni poro.
Ed i tuoi seni s’illuminavano impedendo ai miei occhi di andare al di là dei capezzoli.
Avrei voluto aprire nel tuo corpo mille labbra come le tue da cui succhiare il segreto della vita.
Se questa tastiera si trasformasse in una bacchetta magica, tu saresti oro amore mio e le mie parole vile metallo che un alchimista potrebbe trasmutare.
Ma un sogno chiude i miei occhi ed anche i tuoi, il buio comune dura un istante e vola via verso una luce che non posso contenere, né fissare troppo a lungo… arriva al cervello il suo profumo dalle radici increspate della tua anima.
Vorrei baciarle fino all’apice per mordere il fascino… più facile sarebbe contare uno ad uno i  tuoi capelli che mi attirano da lontano: tendere una mano è lo scopo di ogni giorno in cerca di te.
Sei bosco magico che ride del mio cavallo imbizzarrito e smarrito, sei radura insidiosa dai verdi brillanti, di muschio bagnato e compatto che mi circonda a dismisura, sei il movimento della luna che ondeggia lenta tra le stagioni, sei il mare che è sempre azzurro quando si screzia di blu, sei un mi bemolle che si allunga all’infinito sul distorsore della vita, sei la felicità del sole che invita l’alba a cambiare colore, sei l’alba che cattura ed invita a sperare in un nuovo sole, sei il mio passo che si fa più frettoloso per attenderti ancora, sei la gioia di ogni frase che mi accende, arpeggio e melodia, sei la fronte corrucciata di una farfalla senza identità, leggera ape laboriosa rimasta a pensare sullo stesso fiore che si consuma, sei il corpo della terra: friabili i capezzoli si raggrumano verso il cielo.
Ed io li accarezzo con l’impazienza tremante di un vasaio innamorato dell’umida creta.
(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventiduesima)

pace

<<Ti odio…>> questa parola assume spesso dei significati diversi: quando cedi le armi e ci riconciliamo di solito  sostituisce un impronunciabile ti amo.

<<Ti odio quando vuoi farmi pena!>> Ma ho soltanto pena in fondo al cuore, amore mio, pena infinita e senza fine.
<<Ti odio quando fai la lagna!>>
<<Ti amo, ma ti detesto.>> Mi detesto anch’io amore mio, per non riuscire ad essere amato da te come vorrei, per non capire come tu vorresti essere amata o non amata.
<<Vorrei essere con te. In un letto…>> ed io ti attendo nell’anima perché so che il tuo rimarrà soltanto un desiderio, ma essere desiderato è già molto per me, è tutto quel  che ho sempre cercato.
<<Non uscirò né questa sera, né mai!>> I primi tempi della nostra storia, se c‘è stata una storia visto che a tuo giudizio “non stiamo” e quindi non siamo mai stati insieme, mi chiedevi di uscire di frequente ed io di massima rifiutavo. Oggi mi rendo conto benissimo del fatto che ti umiliavo, ma tu continuavi a venirmi a cercare, e consideravi quella serata in cui facevamo l’amore come qualcosa di speciale. Se avessi mantenuto quelle abitudini forse mi cercheresti anche adesso che sono a tua completa disposizione.
<<Forse ci vediamo venerdì, ma poi tanto non esco.>>
<<Io non sono come te… non mi consolo con le parole… io sono pratica.>> Come fai ad essere sicura di come sono io? io che mi sfioro solo al pensiero dei tuoi baci e dei tuoi capelli…
<<Se ti dico che voglio vederti è qualcosa di irrazionale… poi se ti vedo è altra benzina sul fuoco…>>
<<Non essere patetico, se mi vuoi perché non hai altro, è meglio lasciar perdere…>>
<<Lo vedi che non mi ascolti mai? Io posso non abbandonarti, ma tu ed io non siamo in grado di andare d’accordo ed io non lo sopporto!>>
<<Lasciami stare… oggi non è proprio giornata!>> Quasi ogni giorno per te non è giornata.
<<Io non ti parlo più…nessuno può permettersi di alzare la voce con me!!>>
Ora credo davvero che non tornerai indietro ed io nemmeno lo desidero; troppa sofferenza ci vuole per riallacciare il legame che poi è così precario; mi hai preso per stanchezza e spero che questo mio stato duri a lungo tanto da dimenticarti.
<<Non sei patetico, sei di coccio… ti amo da morire, ma non voglio parlarti più.>>
E come fai ad amarmi da morire se non mi parli più? se non abbiamo mai parlato insieme sul serio? che cosa ami da morire di me? non riesco a comprenderlo. Potremmo anche fingere di essere muti, ma sarebbe un insulto per quelli che lo sono veramente. Pensa se fossimo muti davvero? non potresti nemmeno dirmi che mi ami da morire, anche se a dire il vero tu ora me lo hai solo scritto. Ed io che cosa me ne faccio di un messaggio elettronico che enuncia frasi astratte, che non potranno trovare esplicazione alcuna nella mia vita? ma questo è anche un tuo problema.
<<Va bene, è finita… sono stanca di bla, bla, bla>>.
<<Tu non sei niente… anzi sei meno di niente… sei un gran bastardo>>.
<<Degli altri non mi frega niente,  ma te ti odio>>.
<<Mi hai riempito il cervello di fregnacce>>
<<Hai preteso… dico… preteso… che io avessi bisogno di te… e quando ho avuto bisogno di te…  mi hai sempre lasciato nella merda>>.
<<I miei sentimenti sono cazzi miei, tu non sei un amico, non sei un conoscente…non sei niente… non esisti>>
<<Ti odio e ti ammazzerei… ti ammazzerei a schiaffi>>.
<<Se potessi ti sparerei…>>
<<Se io non ti do nulla allora non perdi nulla… non mi scocciare più!>>
<<Sono stufa di vedermi continuamente rinfacciato il tuo amore!>>
<<Basta…ti lascio… sono almeno due o tre giorni che non ti lascio…meglio così sennò ti adagi… a dire  il vero mi sembri già adagiato…>>
<<Mi offende il fatto che tu voglia fare l’amore con me…tu non mi capisci, non mi conosci…ti odio anche umanamente…sei un figlio di puttana!>>
<<Ti amo e non ne conosco la ragione, ma la nostra è davvero una storia sbagliata.>>
<<Ti amo, ma la mia posizione rimane immutata, non voglio avere più niente a che fare con te.>>
<<Ci sono cose insuperabili… mi dispiace… ed io mi attengo alle mie decisioni… devo essere coerente.>>
<<Mi dispiace… a volte mi manchi talmente da non riuscire a trattenermi. Perdonami.>>
<<Le storie che non hanno futuro si tagliano… io non taglio te, ma la storia.>>
<<Hai avuto le tue occasioni… oramai ne riparliamo in un’altra vita…>> ma potrebbe non esserci un’altra vita amore mio.
Risparmio le mie repliche che peraltro sono state inutili, o meglio uno dei modi più tristi per fare lievitare la bolletta.
Quanto mi hanno addolorato queste frasi (per fortuna talvolta contraddittorie o interpretabili anche a mio favore) che vai digitando ormai meccanicamente (forse con la scrittura intelligente?): l’ultima ha davvero un che di tombale, non c’è che dire.
Ho studiato una vita per essere accettato, e mi pare di non aver imparato nemmeno l’ABC; quasi dovessi assorbire un’altra lingua dall’alfabeto ancora misterioso e che in fondo non mi hai mai voluto davvero insegnare.
Perché amore mio sei stata una padrona così esigente, hai preteso così tanto dal mio poco intuito?
L’amore si impara e si costruisce con pazienza e dolore (questa è una diceria messa in giro da tutti quelli che sono stati lasciati…).
Sul fatto che io mi dimostri spesso ottuso siamo comunque d’accordo in due, sennò non ti avrei perduto.
Ma probabilmente non ti ho mai avuto, almeno non nel senso in cui intendevo ed intendo io.

(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventunesima)

4

Quanto è passato amore mio, forse cent’anni o anche di più… e noi non ci siamo più incontrati, a questo punto le pilloline avranno di certo cambiato colore o si saranno polverizzate nell’atmosfera già avvelenata per conto suo.
Ma sarebbe comunque interessante offrirti ancora un epilogo o forse tre, in omaggio se non altro alla new economy, perché come potrai leggere, se avrai l’avventura di ritrovarti queste righe sotto mano (e che? pensi che non te li manderò in un modo o nell’altro?), le cose non sono poi tanto cambiate… almeno per me.
Oggi, per soffrire, utilizzo il telefonino ed è tutto solo più immediato: gli attacchi di disperazione dipendono però da una pila al litio che dura sempre meno; e, dopo un anno o due, sento come la necessità di comprarne una nuova.
La riproduzione o la ricerca di un vitale dolore e l’istinto di conservazione si combattono ancora dentro di me e spesso si uniscono in un inestricabile e patetico gioco.
Certo tu non ci sei più nel mio cuore, almeno non come un tempo… gli anni mi hanno fatto dimenticare anche come sei, o meglio come eri…(bugia!)
Ma se all’epoca fosse esistito il cellulare  le cose sarebbero andate più o meno così…
…in precedenza possedevi un altro numero.
La cosa strana è che non lo ricordo, chissà per quale meccanismo di rimozione.
E forse col tempo riuscirò a dimenticare anche te.
L’istinto di sopravvivenza reca risorse insospettabili.
Nel frattempo però posso soltanto rammentare che all’epoca erano sorti i primi problemi di gelosia, perché lo facevano squillare in tanti (anche il tuo ragazzo del resto ne era infastidito, per non dire di peggio); forse per questo ne ho rimosso il ricordo, nonostante tu avessi giurato e spergiurato che si trattava di semplici conoscenze… cui peraltro non avresti voluto rinunciare.
Da allora e forse per qualche tempo ti sei data molto da fare perché cambiassi idea sui tuoi rapporti con le persone: la mia opinione contava qualcosa evidentemente, o forse non avevo ancora un’opinione che potesse darti in qualche modo fastidio.
Tu ci pensavi all’amicizia, così dicevi, in modo diverso da me, io la associavo a quelle telefonate e alle frequentazioni successive che immaginavo.
Le donne quando sono innamorate o perlomeno interessate escono infatti con la più grande naturalezza e a tutte le ore del giorno e della notte: quando la storia volge al termine, accampano al contrario mille pretesti legati apparentemente ai più sacrosanti motivi; ma tu sei così desiderabile che certo avrai avuto sempre una buona ragione per non dover cercare delle scuse… di averti in esclusiva insomma ci ho creduto per poco.
O meglio all’inizio non ci volevo credere, poi ci volevo credere, ma sentivo che la realtà era ben diversa.
È possibile comunque che io non ricordi bene nemmeno le mie associazioni mentali o che queste siano iniziate soltanto in un momento successivo.
Da principio mi sentivo a tratti baldanzoso; il tuo interesse per me non poteva che essere l’effetto di un’infatuazione di cui approfittare nel breve tempo in cui me ne avresti dato l’opportunità: eri (e sei) troppo bella e pericolosa…
Mi aspettavo che il sogno svanisse come neve al sole e che non lasciasse traccia, non che si logorasse fino a strapparsi e a strappare anche me, come è di fatto avvenuto.
Tanta sicurezza proveniva anche dal fatto che non volevo soffrire, e non soffrivo perché non volevo desiderarti come oggi ti desidero.
Allora mi limitavo a pensare che avresti potuto essere la donna della mia vita: non avevo ancora riflettuto abbastanza sul fatto che, se ti avessi avuta e perduta, avrei potuto anche uccidermi…bugia…mi sarei ucciso un po’ per tutte le donne di cui mi sono innamorato, tanto che adesso, non lo dico per vantarmi, sono diventato praticamente immortale.
Non so se ci hai fatto caso, ma con la nuova tecnologia, i ruoli si sono invertiti almeno nell’immaginazione e per qualche tempo…
Miracolo del terzo millennio che mi ha reso ardito.. o sarà forse che il tempo corre e diminuiscono anche le opportunità della fantasia?
Meglio quindi forzarle la mano o piuttosto accettare alcuni compromessi che ad un’altra età non riuscivo nemmeno ad immaginare.
In effetti in un primo tempo mi è sembrato addirittura ineccepibile che facessi l’amore con altre persone anche se, in tutta onestà, non ho alcuna prova che questo sia accaduto.
Non la ritenevo una mancanza nei miei confronti, ed alla sera il pensiero che tu uscissi con soggetti non meglio identificati od identificabili non mi turbava.
Ora purtroppo mi feriscono pensieri diversi, specie se ripasso il campionario di sconfortanti sms con cui hai voluto che facesse i conti prima l’etere e poi il mio tastierino…
<<Era meglio se fossimo nati muti, sarebbe stato tutto più facile!>>
<<Noi non andremo mai d’accordo, litigheremo sempre!>>
<<Noi litighiamo sempre.>>
<<Noi non litighiamo soltanto quando stiamo in orizzontale.>>
<<Noi non stiamo insieme>> e questo riesci a dirlo anche mentre sono dentro di te a provare e a farti provare sensazioni molto intense.
<<Noi non staremo mai insieme.>>
<<Io ti amo, ma questo non cambia la situazione…>>
<<Sei un uomo senza né capo né coda.>>
<<Ti credi Napoleone?>>
<<Ma chi ti credi di essere?>>
<<Non ho voglia di risponderti.>>
<<Sei un egocentrico egoista.>>
<<Sei patetico!>>
<<Io non sono nata per soffrire come te…anche se soffro è perché ci sono costretta.>>
<<Quando ti lascio in realtà vuol dire che non ti voglio parlare.>>
<<Sei una lagna, che palle! sempre con questa cosa della morte!>>
(Continua)

Senza maschera (Capitolo V-Epiloghi-parte ventesima)



3


O forse no.
Le pasticche oramai hanno perso le loro proprietà organolettiche.
Io mi sono accorto di aver rivestito con nobili sentimenti soltanto un istinto; tante parole scritte e dette solo per portarti a letto, per un seno che forse non è nemmeno così favoloso come immagino (disse la volpe all’uva…).
Ora mi alzo e passo accanto al telefono, per la prima volta mi ritrovo a non sperare che squilli… dato che l’ho staccato; vado in bagno e comincio a rasarmi con grande cura, come per un appuntamento.
Mi lascio cadere nella vasca, chiudo gli occhi, circonfuso dal calore, e mi prometto che ci saranno altre opportunità.
 

*.*.*.*

Sono passati due anni e di occasioni me ne hai data una soltanto o forse me la sono soltanto inventata: comunque  è andata come è andata, cioè miseramente e come al solito per colpa della mia impazienza  e di qualche parola di troppo.
Ma al pensiero di te mi assale ancora una ventata di emozioni, mi pare quasi di vedere l’ombra del mio desiderio camminare in quel giorno che sai o che vorrei ricordassi.
Ecco cosa rimane dei tuoi capelli morbidi nei miei occhi impazziti, dei seni abbondanti di vitalità segreta solo apparentemente trascurata dalla t-short, del tuo passato totalmente indifferente alla mia voglia di presente.
È stato bello coltivare l’illusione, è stato dolce continuare la speranza che mutasse un accenno o che l’ombra si trasformasse in una piccola vitale promessa…
Tu sei rimasta a lungo nelle immagini di quella strada assolata dove il sudore era emozione, odore acre e forte come il timore di avvicinarti.
Ed io continuo a domandarmi se mi sarebbe bastato il coraggio di prenderti per mano a darti coraggio.
Ma avevo le mani bagnate: credo che non mi avrebbe aiutato nemmeno un ti amo ben detto e meno pauroso della risposta.
Quel che so è di non averlo mai detto, perché questo dolore non aveva e non ha il dono della sintesi e così la pena nel ritrovarmi a sorridere da solo e di me stesso, sulla strada che mi ha portato lontano.
Ma che ricordo la tua fronte corrucciata (oggi forse con qualche ruga…ma che importa…) un po’ per gioco, un po’ di risentimento, le tue labbra mature ed infantili allo stesso tempo, anche nell’indifferenza.
I tuoi occhi così cattivi alle volte e meravigliosamente teneri.
I tuoi occhi con cui giocare senza rimpianto.
I tuoi occhi per cui morire ancora un po’ per giorno.
I tuoi occhi immaginari fuori dalla mia finestra, sulla finestra di ogni casa ove i miei occhi curiosi si posano a vivere la vita degli altri.
I tuoi occhi neri ed è tutto dire.
 

*.*.*.*

Ogni appuntamento è del resto trascorso come in un cinema dove abbiamo assistito ad una proiezione di cui sono stato l’unico interprete; tu hai sempre mantenuto l’atteggiamento del critico che non vede l’ora d’uscire dalla sala per scrivere:”Che bello questo film…” o più spesso, “che delusione, così, proprio non me l’aspettavo!”
Eppure, da regista scrupoloso quale mi ritengo, so bene di averti impresso in ogni piccolo fotogramma; quindi non ho capito la ragione per cui, ogni volta che sono passati i titoli di coda dei nostri rari incontri, io abbia avuto così tanto bisogno di rivederti, quasi non fossi una bambina in carne ed ossa ma il più irresistibile dei miraggi subliminali.
Ma forse tu, al contrario, sei sempre riuscita a sfuggire alla pellicola, quasi la luce non fosse che inchiostro simpatico per la mia fantasia.
Sarà che un film d’amore deve annoverare nel cast almeno due innamorati per dar modo ai presenti di appassionarsi: in effetti non si può pretendere di avvincere per delle ore con le sensazioni di un solo protagonista, uno spettatore che, tra l’altro, non le condivide; al cinema si va per sognare e non solo per ritrovarsi sullo schermo, per quanto oggetto idolatrato; dopo un po’ sopraggiunge una noia mortale.
Probabilmente ho continuato a sbagliare l’ambientazione, la mia anima è troppo angusta per rappresentare un sentimento; talvolta faccio fatica a portar dentro persino la cinepresa e le inquadrature vengono spesso di sbieco, come se l’immagine dovesse sfuggire da un momento all’altro… ed in effetti sfugge.
Ma anche se avessi scelto come ambientazione la spiaggia più lunga ed affascinante del mondo, comunque ti avrei trovato calma e avida di sole, il mio solito, imperturbabile, crogiolo di armonie.
E chi sarebbe, se non un bambino in cerca di sua madre, il fanciullo che corre nell’afa consapevole soltanto della tua unicità; no, non farebbe certo la figura del divo, uno che pronuncia il tuo nome col fiatone e poi s’illude di sussurrare parole che una donna non abbia mai udito.
Ti ho immaginato più volte ad ascoltarmi indulgente proprio come una mamma che ami lo stupore d’un figlio per le cose più naturali; ho visto e rivisto quel sorriso che mi ha confuso e ho pensato e ripensato agli insensati discorsi in cui a volte mi sono e mi sarei lanciato, se tu lo avessi permesso.
Ho preteso sicuramente che t’accorgessi di quel nulla meraviglioso che mi circondava; ma non è accaduto e così non ho potuto aggiungere che non c’erano spiagge, né il mare con i suoi spruzzi e lo sguazzare festoso dei bimbi e nemmeno che già esistevano i baci della gioventù che si vuole bene; né soprattutto che nell’inquadratura c’eri soltanto tu: diversamente, nell’imbarazzo, avresti certamente appoggiato sui gomiti le spalle incantevoli e mi avresti confessato, aggrottando la fronte, un insopprimibile desiderio d’amare.
 

*.*.*.*

Sia come sia, concluso il primo tempo, è apparsa la pubblicità del dopobarba, quella con “l’uomo che non deve chiedere mai”; io sono passato travestito da gelataio triste, con quella lucina rossa che sa tanto di fioche speranze, e ti ho regalato, senza neppure una timida richiesta, la mia vita da sgranocchiare durante il secondo tempo.
La prima scena che ho voluto girare ci ha trovato in un comodo letto matrimoniale; naturalmente tu stavi dormendo ed è stato davvero un gioco puerile descrivere i tuoi sogni, così piani e ordinari, imbevuti d’ambizione e di grinta.
Ma, per chissà quale assurda macchinazione, io non ho pensato alla tua grettezza e ai bizzarri motivi che mi avrebbero condotto a sposare una donna totalmente priva di fantasia; no, queste idee non mi hanno sfiorato assolutamente, piuttosto mi sono ripreso a piangere come un disgraziato e a cercare, con mano insicura, la tua sagoma deliziosa, talmente avviluppata nelle lenzuola da apparire marmorea.
E dopo qualche tentativo sono pure riuscito a svegliarla, quella dolce e amata vocina che, ancora impastata di gloria e tenera indifferenza, ha chiaramente sbottato:<<Uffa, amore… lasciami dormire… domani ho una riunione importante!>>
Allora ho percepito, in tutta la sua poetica drammaticità, quel nulla meraviglioso a circondarmi e ci sono stato soltanto io, ad appoggiare i gomiti sul davanzale, mentre giungevano le prime luci d’una nuova e promettente giornata.
Mi rendo conto soltanto ora che la cosa più saggia sarebbe quella di cambiare il copione che ho scritto per te, anche se, per un regista impegnato come il sottoscritto, questa non è decisione da prendere a cuor leggero: necessitano tempo e riflessione.
Mi chiedo come si possa riconoscere dall’oggi al domani che la nostra storia non farà cassetta, né soddisferà la critica più esigente e che soprattutto non troverà nessun produttore disposto a finanziarla; e dove prenderò il coraggio per ammettere che tu non sarai mai l’attrice che avevo in mente e che io, come attore, farei meglio a darmi all’ippica.
Una soluzione però ci sarebbe: affidare a te la regia e rassegnarmi al ruolo di comparsa che, in fondo, può pure gratificare; e se desideri che io continui a recitare la parte del gelataio triste sul palcoscenico della tua vanità, non avrò poi molto da ribattere… alla fine dei conti sono un professionista.
Forse chiederò in cambio un sorriso o ancor meno: basterà immaginarti accanto, mentre sogni le meschine realtà a cui vorrei partecipare.
Ma ti prego di lasciarmi girare ancora una ripresa, tanto il cinema è finzione e lo capiscono persino gli spettatori che ti stanno così a cuore; si tratta semplicemente di inquadrare una cabina telefonica vuota.
Una cabina telefonica vuota con un telefono che squilla senza che qualcuno si prenda la briga di rispondere; della mia attività di regista voglio conservare almeno questo spezzone perché vedi, oggi rappresenta la mia vita, ma domani chissà… 
(Continua)

Senza maschera (capitolo V-Epiloghi-parte diciannovesima)



1

 -Pronto…
-Ciao.
-Ciao.
-Come va?.
-Bene… e a te?
-Bene… cosa fai di bello?
-Vado dall’estetista, a restaurarmi: ho preso l’appun-tamento ieri… se queste cose non si fanno quando si ha tempo…
-Sì, perché tu hai bisogno di restauri…
-Se ne ho bisogno non lo so… ma l’appuntamento l’ho preso ed ho quindi intenzione di andarci…
-Allora buon appuntamento…
-Sì, tra l’altro l’estetista è un ragazzo molto simpatico…
-Immagino che in questi giorni non ti troverò…
-Domani no e domenica neanche… comunque ci risentiamo.
-Ciao.
-Ciao.

*.*.*.*

Cara Francesca,

 Tu sei qui, in queste parole che troppo hanno già cercato di dire; queste parole che in fondo credo proprio mi abbiano fatto un cattivo servizio.
Eppure ti ho amato…
So bene che sarebbe inutile tornare indietro perché noi saremmo comunque gli stessi: mi accontenterei però di ripetere gli stessi errori pur di starti vicino ancora un poco e riuscire a raggranellare ancora qualche altro ricordo.
Così ti invio la conclusione di questo racconto poiché so bene che non ci risentiremo.
Difatti io non ho più la forza di chiamare e tu non l’hai mai avuta; non vedo perciò come potresti trovarla ora: l’unico, possibile, inevitabile sbocco, è il silenzio.
Appare chiaro ad entrambi che la nostra storia è finita o più esattamente non è mai iniziata, se non nella mia mente.
Di conseguenza nella mia mente vorrei terminarla, con un ulteriore pizzico di immaginazione.
Considero quello che la vita avrebbe potuto riservarci, se tu avessi accettato i miei sentimenti e in parte li avessi ricambiati, o perlomeno la felicità che avrebbe regalato a me.
Penso ai nostri figli potenziali e a ciò che avremmo insegnato loro: tu la fierezza, ed io il lato oscuro delle cose, perché quello chiaro potesse esplodere in tutta la sua vitalità.
Ma ora non è più tempo di riflessione o di fantasie, le pasticche mi attendono sul tavolo della cucina; il tubetto è aperto e si sono sparse sul piano scuro e levigato: sembrano tante piccole stelle di una notte che non mi interessa rivedere.
A dire la verità però il buio non si può vedere, ci si può soltanto immergere nell’oscurità e nulla più: potrebbe essere quindi tutta una storia, se non fosse per questa terra che gira; ma anche il suo moto in fondo sfugge alla nostra dimensione, come tutte le cose che contano del resto.

2

 Questo sarebbe l’epilogo banale e scontato di una persona mediocre e di un altro secolo; per i tuoi occhi è necessario una conclusione più originale, sono troppo grandi i tuoi occhi e troppo belle le tue labbra perché si contraggano ancora in espressioni di disgusto.
E allora ricomincio a fantasticare – le pasticche in fondo possono aspettare – e ti trovo così tra le mie braccia mentre ascolti una favola inventata per l’occasione… o meglio per l’occasione che non ci sarà mai, se non nell’immaginazione che curiosamente ormai si è fatta memoria…
<<Mille anni fa, ai tempi del gigante Forsebuono, viveva un re che si chiamava Sicuro Disé. E precisamente nel castello d’oro di Fuoridalmondo, ai confini del favoloso reame di Siamotutticontenti.
In quei tempi remoti il popolo del reame di Fuoridalmondo era spesso distratto da tristi pensieri; e così Sicuro Disé ignorava di essere re, del resto i cortigiani non gli avevano insegnato a darsi delle arie.
Secondo i folletti il nostro eroe passava l’intera giornata a pensare di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina. E le fate del Mondosuperiore aggiungono che Sicuro Disé era profondamente infelice.
Ogni sera rivolgeva al buon Dio la stessa preghiera:<<Grazie Signore, anche questa giornata è passata, aiutami ad affrontare quella che verrà, se verrà come credo, perché non so davvero che cosa fare del mio tempo>>.

E’ stupendo guardarti chiudere gli occhi abbandonata, mentre tento di raggiungerti con un bacio. <<Allora, vai avanti con la favola… che mi interessa… ma che non sia troppo triste per favore… né troppo lunga perché non vorrei dormire tutto il pomeriggio…>>
 <<Dopo questa sentita preghiera il re abbandonava lo sconforto ed apriva il grande frigorifero di corte, rifornito di tante cose appetitose.
Manco a dirlo Sicuro Disé mangiava in fretta ogni cibo succulento che si trovava davanti: formaggio della valle senz’erba, prosciutto di maiale delle ghiande d’oro, cioccolato al latte di balena e alla fine, solo per golosità, torte prelibatissime e dietetiche al cento per cento che preparavano gli gnomi pasticceri dei grandi magazzini del regno.
Tutte le notti all’arrivo del mal di stomaco si pentiva di essere stato così goloso e gli veniva il broncio, ma ormai era tardi per piangere sul latte versato (più che versato, ingoiato) e allora si addormentava di schianto con una pancia tanto piena che rischiava ogni volta di scoppiare.
Sicuro Disé russava come una ciminiera (<<Le ciminiere russano?>> si interrogano i folletti) e sognava di essere re, di combattere mille battaglie e di sconfiggere tanti nemici muscolosi e potenti. Ma erano solo sogni perché ormai era talmente grasso che non riusciva neppure a fare una breve passeggiata nel giardino delle tartarughe Senzazampe, figurarsi se poteva combattere.
Nonostante ciò le fate del Mondosuperiore avevano in serbo un’incredibile sorpresa.
In una dolce mattinata di primavera Sicuro Disé decise (chissà perché…) di avvicinarsi, non senza una po’ di fatica, ad una finestra del castello e vide con grande meraviglia  che una bellissima principessa stava per attraversare lo stretto ponte levatoio della Vitaveloce.
Ella aveva i capelli lunghi lunghi e gli occhi grandi grandi; indossava un vestito rosa morbidissimo, trapuntato con mille stelle azzurre che facevano brillare e profumavano anche il pavimento su cui camminava.
Naturalmente il re dimenticò immediatamente tutti i suoi pro-blemi: s’innamorò perdutamente della straordinaria visitatrice e senza perdere tempo – perché era diventato prezioso ai suoi occhi – volle riceverla nella sala del trono.
Sulle prime Angelica, così si chiamava la bella principessa, si sentì un po’ disorientata da tanto onore, ma era pur sempre di sangue reale e di conseguenza troppo fiera per dare peso alla cosa; così si sedette alla destra del re proprio come se fosse stata a casa sua, o meglio nel reame di suo padre, il re dei Mondiastralichenonesistono. 

 Sicuro Disé non fece molto caso ai modi confidenziali della principessa, preso com’era in un discorso che, secondo le sue previsioni, avrebbe dovuto incantarla. Pronunciò quindi queste strane parole:<<Non sono re, né possiedo un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo e sono sempre più grasso>>.
Lei lo guardò con aria interrogativa, vide che in testa portava una corona che aveva certo bisogno di una lucidata, ma che era pur sempre una corona. Osservò che il re non era proprio in forma, così panciuto e ripiegato su se stesso, ma che era pur sempre seduto su di un trono.
<<Quindi>> si disse <<i casi sono due: o questo re è completamente fuori di senno, ipotesi che mi rifiuto di prendere in considerazione, oppure si tratta di un servo che si è travestito da re nell’attesa che il suo signore rientri al castello>>.
Sicuro Disé si era accorto che gli occhi della principessa luccicavano e così aveva creduto che anche Angelica si fosse innamorata di lui.
Ma la principessa dagli occhi grandi era solo e immensamente dispiaciuta e pensava:<<Non posso aver fatto tanta strada per andare sposa ad un servitore, di conseguenza aspetterò nella locanda che il signore ritorni>>.
Detto fatto, Angelica prese congedo dal re, con la scusa di riposarsi dal lungo viaggio sostenuto.  Sicuro Disé avrebbe voluto alloggiarla nel castello con il seguito reale, ma lei rifiutò con garbo.
Il motivo era semplice. La principessa era scossa da un terribile dubbio:<<E se poi il signore tornasse mentre sono a tavola con un servitore, potrebbe mai credere che io sono la sua promessa sposa, o potrebbe pensare che non sono riuscita a distinguere un re da un servo? È decisamente più saggio aspettare alla locanda…>>
Così Angelica prese in affitto l’osteria delle Futurecertezze, un albergo a cinque stelle e un pianeta, al confine del reame di Fuoridalmondo.
<<Presto verranno gli ambasciatori>> si diceva fiduciosa <<per annunciarmi che il re è giunto e che mi attende con impazienza al castello>>.

<<Senti un po’… questa storia mi sembra un tantino autobiografica… e come favola decisamente monotona oltre che impegnativa… e poi non ho più voglia di dormire…>>
<<E cosa hai voglia di fare…>>
<<Niente di quello che immagini.>>
Quando fingi di offenderti sei ancora più desiderabile, con quelle smorfie da bambina seriosa che un tempo mi mettevano in una terribile soggezione; ora invece so che è soltanto un bel gioco.<<Allora io continuo la favola?>>
<<Sì, sì continua che sono proprio curiosa di sapere come va a finire…>>
<<Tu però non interrompermi più, diversamente perdo il filo e non ricordo a che punto sono rimasto.>>
<<Va bene, va bene ma spicciati perché non voglio star qui tutto il pomeriggio!>>
<<La favola dice che nell’attesa del re la principessa non stava certo in ozio, aveva tanti affari da sbrigare: al mattino si dedicava alle letture, perché era una fanciulla istruita.
I folletti ricordano che il suo libro preferito si intitolava Diventarericcainunminuto, ma le fate del Mondosuperiore non sono d’accordo e affermano che sfogliasse soprattutto e con piacere Esistoquandovadointv, un libro finto che aveva solo una copertina molto colorata. Tutti però sono concordi, anche le rane dello stagno secco, sul fatto che Angelica avesse tanti sogni e che fino a mezzogiorno era quasi sempre felice e sorridente.
Però nel pomeriggio la principessa cambiava completamente umore perché si dedicava alle faccende di suo padre,  il re dei Mondiastralichenonesistono.
Naturalmente questi era un sovrano assai importante e quindi pretendeva che la sua regale figlia diventasse una grande dama. Così la bambina Angelica non aveva un pomeriggio libero: i maggiordomi di corte la accompagnavano a scuola di danza dei cavallucci marini, alle lezioni di yoga cibernetico delle Winx, a quelle di cinese e mongolo del nord che potrebbe diventare presto la lingua dei Siamotutticontenti, e da ragazzina si era pure iscritta all’università di Senonmiparcheggiononsonoallamoda dove frequentava le famose lezioni del professore Lavorarestancamasenonlavoromiaddormento.
La notte era invece destinata alla mondanità: ogni sera però Angelica sceglieva un accompagnatore diverso, poiché uscire due volte con lo stesso principe l’an¬noiava mortalmente. Così era arrivata sul ponte levatoio con il cuore libero e leggero, mentre i suoi innumerevoli pretendenti si struggevano d’amore per lei e speravano a breve in un suo ritorno.
Anche Sicuro Disé in gioventù avrebbe voluto movimentare un po’ la sua vita, ma la regina madre Sonoserenasenzadubbio aveva paura che si ammalasse e così non si era quasi mai mosso di casa, o per meglio dire di castello.
In verità una volta era andato alla spiaggia di Comesonoinforma, ma aveva rischiato di affogare perché non sapeva nuotare; quel giorno prese pure un’insolazione perché non aveva comprato la crema solare delle affascinanti lucertole Abbronzatedallalampada.
Un’altra volta Sicuro Disé  tentò di giocare a pallone con i terribili furetti, colpì la palla di testa e svenne mentre le fate del Mondosuperiore si coprivano gli occhi per il dispiacere.
Passò poi un secolo e Sicuro Disé si prese un brutto raffreddore: la regina lo rimproverò perché tanti anni prima aveva osato giocare al pallone; certamente questa imprudenza aveva provocato quella spiacevole malattia.
Anche il re come la principessa Angelica cercò di farsi un’istruzione, ma il primo giorno di università mangiò del formaggio avariato e gli venne la febbre per un anno intero (ma come già sappiamo rimase comunque goloso).
A quest’epoca non si spaventava tanto facilmente e anche se un poco malaticcio, si appassionò alla costruzione delle città: voleva diventare un famoso disegnatore di strade, cosa che gli sarebbe pure servita se avesse saputo di avere un regno, ma il famoso professore Costruiscotuttoio morì inseguito dai batteri del Mondosconosciuto e con lui finirono anche i sogni di Sicuro Disé.
E iniziarono gli incubi. Il re volle trovare ad ogni costo un lavoro e pure una moglie che gli piacesse almeno un poco. Non si sa bene perché gli vennero queste idee, forse perché non sapeva di essere re, ma i furetti non ne sono sicuri.
Di certo non si era mai visto prima che un re volesse lavorare, tantomeno nel reame di Fuoridelmondo: qui sgobbano solo gli gnomi, ma per ingordigia di denaro, non perché ne abbiano davvero necessità. Ed i sudditi servono il sovrano: anche questo è un modo serio di occupare il tempo, ma non si guadagna nulla.
Né era mai capitato nel reame di Fuoridelmondo che un re si fosse sposato per sua volontà: il matrimonio ai tempi lontani di Sicuro Disé era preparato con larghissimo anticipo dalla corte che pensava solo alle ricchezze della futura regina; che i promessi sposi si piacessero almeno un po’ non  interessava poi a nessuno, pare neppure a loro; o meglio importava forse alle fate del Mondosuperiore, ma  perché sono spiriti inguaribilmente romantici.
Sicuro Disé era così insistente che addirittura il giorno del Gufotriste la regina madre Sonoserenasenzadubbio chiamò a raccolta ogni servitore di corte compresi i giardinieri del Desertosecco. Pensarono che dovesse trattarsi di un’occasione importante: non era mai accaduto che a castello si facesse una riunione il 30 di febbraio; era risaputo che in quella data non uscissero dalle tane nemmeno gli Orchi delle Forestenere.
La regina madre ordinò che si scrivesse un editto col prezioso inchiostro dei Topiselezionatori e che la fine pergamena venisse consegnata al Gatto e alla Volpe che erano furbissimi e assai fidati.
Sonoserenasenzadubbio  desiderava che il suo volere andasse – con la dovuta calma – un po’ in giro per il reame, almeno fino al giorno del Gufoallegro che, come tutti sanno, giunge ogni venti anni, se giunge.
I folletti giurano che anche da lontano si potesse leggere questa frase:<<Il re Sicuro Disé vorrebbe lavorare, ma solo per finta e quindi  senza essere pagato >>.
I sudditi in verità non sapevano leggere, ma il Gatto e la Volpe si misero d’impegno con le chiacchiere e così davanti al portone del castello si formò una lunghissima processione di mendicanti che cercavano consigli gratuiti oppure che chiedevano denaro o ancora che facevano tutte e due le cose.
Sicuro Disé li ricevette nella sala del trono con tanto entusiasmo. Ma lavorare gratis lo stancava mortalmente.
Il giorno degli Allocchi si fece avanti tra la folla la Nanabaffuta. Povera donna aveva le gambe storte e contorte e una pancia quasi pari a quella del re che era ben più alto. Veniva dal paese degli Assetati, un reame vicino a quello di Fuoridalmondo. Gli abitanti di questo luogo fantastico erano perennemente ubriachi. Per la gran sete avevano prosciugato i ruscelli, i fiumi e i laghi e quindi si erano ridotti a bere vino e birra (il latte provocava loro un’intollerabile acidità di stomaco).
La Nanabaffuta non si reggeva molto bene in piedi, ma trovò comunque la forza di presentarsi:<<Io sono la principessa Nanabaffuta trasformata in donna per il bacio di un principe astemio (prima ero una coppa di spumante). Posso proporti di arrivare alle stelle e di diventare re o imperatore se mi seguirai nel reame degli Assetati>>.
Sicuro Disé rimase folgorato da tali e illuminanti propositi e in un battere di ciglio lasciò la corte – che tanto non sapeva di possedere – per correre verso il reame degli Assetati (si fa per dire “correre” visto il peso del re e le gambe malferme della Nanabaffuta).
Comunque sia l’entusiasmo durò poco. La Nanabaffuta non era una vera principessa, ma solo una convinta partecipante al concorso di Lacchédell’anno. Superfluo aggiungere che arrivò ultima e venne pure esiliata con un cappello da Asino nel paese degli Affamati. Sicuro Disé non poté che tornare a casa con la coda tra le gambe. <<Meglio fare il pensatore>>si disse<<che lavorare senza paga in un paese straniero>>.
Il termine “pensatore” gli piaceva di più rispetto alla parola “fannullone”, ma sapeva benissimo che in barba alle sottigliezze linguistiche non aveva più voglia di fare niente.
Ma torniamo alla nostra principessa Angelica. Un giorno arrivarono all’osteria delle Futurecertezze gli ambasciatori di Sicuro Disé e la pregarono di recarsi al castello con tutto il seguito; dapprima la principessa rifiutò l’offerta: le era stato, infatti, insegnato che una dama del suo rango dovesse farsi desiderare; ma in seguito ad una nuova ambasciata decise di pre¬sen¬tarsi con tutta la calma e la faccia tosta di cui disponeva, una settimana dopo il giorno pattuito>>.
 <<Ed è così che sarei io? a me non pare.>>
<<E chi ti ha detto che sto parlando di te? mi sembri un pochino egocentrica.>>
<<Non la voglio più ascoltare questa fiaba… mi sono davvero scocciata!>>
<<Dai, non ti arrabbiare, sono stato cattivo, lo ammetto… e va bene, come vuoi, resterai per sempre senza conoscere il finale.>>
<<No, dai, racconta ma veniamo velocemente al dunque!>>
<< Il re naturalmente era molto triste poiché, tanto per movimentare le solite riflessioni, cercava di spiegarsi gli strani comportamenti della principessa e ripeteva tra sé: <<Sarà perché non sono re né ho un reame, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera che la mia bella fanciulla è tornata sui suoi passi? Ahimè, perché in aggiunta alla mia miseranda condizione doveva succedermi di cadere innamorato?>>
Dunque da qualche tempo aggiungeva alle sue orazioni serali pure quest’ultima considerazione; cosicché lo stesso buon Dio stava perdendo la pazienza oltre che la speranza di trovare a Sicuro Disé un’identità che fosse di suo gradimento o di cui, perlomeno, il re potesse essere consapevole.
La principessa, dal canto suo, salì al castello nella più assoluta convinzione di trovare il re finalmente ritornato dalla battaglia; entrò nella sala del trono, a occhi socchiusi, per pregustare quella che sarebbe dovuta essere di lì a poco una meravigliosa realtà: l’incontro col suo signore, un fusto palestrato alto due metri, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e soprattutto con lo sguardo fascinoso e glaciale.
E’ superfluo descrivere la delusione di Angelica quando, aperti gli occhi, si ritrovò davanti il medesimo individuo sempre più grasso e ripiegato su se stesso e che tra l’altro non aveva nemmeno uno dei requisiti minimi da lei tanto immaginati.
<<Mia signora sono contento che siate venuta a trovarmi>> incominciò a dire il re <<ma come mai siete così giù di morale? Sarà forse perché non sono re, né possiedo un reame, un castello, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera? questo è vero purtroppo, però potrebbe supplire il mio amore… sì perché io vi amo dal più profondo del mio cuore…>>
Il re si aspettava di essere ricambiato con le parole rosse di un eterno amore, ma la poverina incominciò a correre come una pazza e guadagnò l’uscita in un baleno.
Giunta sul ponte levatoio della Vitaveloce Angelica perse una scarpetta e ruppe il tacco dell’altra, così inciampò rovinosamente e cadde nel fossato dove vivevano i terribili coccodrilli reali>>.
 <<No, non puoi concludere così… sei uno scemo… e poi non mi hai detto che fine ha fatto il re!>>
<<Nessuna fine, ha continuato semplicemente a domandarsi:”Perché non sono re, non ho un reame, un castello una castellana, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera”>>.
<<Non ci credo… è una fine idiota che tra l’altro non rispetta neanche la fiaba come genere letterario… Puoi fare di meglio… mi sembri un narratore di fiabe assai improvvisato!>>
<<Non ti sapevo così istruita… se proprio ci tieni allora continuo e così mi dici se ho rispettato la tradizione… non sia mai>>.
<<Ecco bravo vai avanti!>>
<<Ma i coccodrilli avevano appena mangiato e stavano digerendo: quindi non la degnarono di uno sguardo; si sa che questi feroci animali quando digeriscono hanno gli occhi pieni di lacrime.
Così Angelica, per quanto bagnata, poté risalire sul ponte levatoio con una certa facilità: le stelle del suo vestito però non luccicavano più ed il rosa era diventato grigio; i capelli sembravano quelli della regina madre dopo una tempesta tropicale e gli occhi grandi grandi erano diventati piccoli e tristi.
Sicuro Disé che nel frattempo era stato trasportato sul ponte levatoio non la riconobbe, e anzi la scambiò per la Nanabaffuta e impietosito le fece l’elemosina.
Angelica si offese molto e disse con un filo di voce al re:<<Come è possibile? Vostra maestà non mi ha riconosciuto?>>
<<A dire il vero pensavo che fossi la Nanabaffuta ritornata dal paese degli Affamati>> rispose il re che non era certo un campione di delicatezza.
<<Ma vedo che c’è una scarpetta qui sul ponte levatoio: concedimi il tuo piedino e vedrai che se la calzerai non te ne pentirai>>.
Angelica non aveva alcuna intenzione di indossare la scarpetta, e anzi voleva tornare in tutta fretta nel reame dei Mondiastralichenonesistono. Là c’erano bellissimi principi che attendevano e che, a guardare meglio, avrebbero potuto anche renderla felice.
Così disse al re:<<Maestà sono davvero lusingata per il suo regale invito, ma devo tornare al più presto nel mio regno perché mio padre, il re dei Mondiastralichenonesistono, si è ammalato gravemente insieme a tutta la corte>>.
Di solito Angelica non raccontava le bugie e quindi le crebbe il naso a dismisura con grande dispiacere delle fate del Mondosuperiore. La principessa diventò rossa e rossa e per scusarsi aggiunse:<<Un giorno tornerò in questo reame e mi piacerebbe… mi piacerebbe che nell’attesa Vostra Maestà facesse un po’ di sport; anzi al proposito avrei da consigliare la famosa palestra Chidigiunadimagriscedisicuro>>.
Dice la fiaba che i furetti erano molto contrariati per quest’altra bugia condita con un crudele consiglio e quindi inventarono il proverbio “Moglie e buoi dei paesi tuoi”.
Ma Sicuro Disé fu colto semplicemente da stupore e non seppe che rispondere, né si accorse che Angelica era stata poco sincera: il re aveva, infatti, gli occhi foderati da un delizioso prosciutto di cinghiale che aveva ingoiato a colazione.
Così, partita la principessa, a Sicuro Disé non rimase che cadere nelle meditazioni che ci vengono suggerite dagli gnomi: il re era molto triste perché aveva confuso la Nanabaffuta con una principessa e la principessa Angelica con la Nanabaffuta; le uscite dal reame erano state poi disastrose e non aveva neppure imparato a lavorare gratis, cosa che invece riusciva benissimo persino ai sudditi del reame.
Il bilancio non era insomma di conforto, ma rimaneva però il caro pensiero di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina.
Questa occupazione non lo tradiva mai e in fondo lo aiutava ad ammazzare il tempo e poi c’era sempre il fornitissimo frigorifero di corte e i successivi pentimenti che lo facevano sentire vivo.
Ma le fate del Mondosuperiore sussurrano che in realtà Sicuro Disé pensasse alla promessa della principessa. Fatto sta che si iscrisse in palestra e il frigorifero reale rimase per sempre sigillato. Così tutti vissero felici e contenti nell’attesa del ritorno della principessa>
>.
Che meravigliosa sensazione mi regala il poter chiudere con un bacio ogni possibilità di replica ed iniziare a massaggiare quelle parti del tuo golfino che mi piacciono tanto.
Ma non voglio spingere la fantasia più in là di questa immagine: salvo il file e spengo il calcolatore. Del resto tu non sei una bambolina così sciocca e capricciosa: l’immaginazione è andata al di là del consentito.

(Continua)

Senza maschera (capitolo IV -parte diciottesima)

Genova notturna
<<Per me è invece la conclusione più logica>> ribatti tu prontamente.
 <<No, nella realtà se uno ama una donna se la tiene ben stretta e se questa va via e poi ritorna non ci sono valutazioni morali che tengano, non c’è dignità che valga la fine di un rapporto, senza contare che se lei è tornata magari si è pentita, il pentimento per te non ha alcun valore? l’autore della commedia ha cercato secondo me soltanto una conclusione ad effetto!>>
Sono tutto infervorato e a te non importa controbattere, forse stai pensando come fare a scaricarmi definitivamente o sei talmente stanca che non hai voglia di pensare; o più facilmente tutte e due le cose.
Hai capito che non sto chiaccherando a caso, ma che ho un’idea ben precisa: quella per cui tu saresti autorizzata a far quello che ti parrebbe a condizione che volessi dividere la vita con me.
Alle donne non piace un uomo che accetti le abitudini senza colpo ferire e conceda senza combattere certe opportunità; è il solito, vecchio discorso del rapporto sadomasochistico che si deve naturalmente e necessariamente instaurare perché due persone possano stare insieme più o meno felicemente.
Che squallore e che monotonia! Perché la poca gioia debba sempre scaturire dalla sofferenza o da una pseudo indifferenza, io non riesco a capirlo e soprattutto a digerirlo; ma è forse uno dei segreti della vita, una legge non scritta a cui si deve necessariamente sottostare.
Siamo già arrivati; i soliti tornanti e fra poco scenderai, molto probabilmente per l’ultima volta… s’intende dalla mia macchina.
<<Il terzo atto mi ha davvero coinvolto, sapessi quanto l’ho cucito addosso… quel monologo del protagonista… pensa che mi sono messo anche a piangere.>>
<<Mi dispiace, non ti ho certo invitato per farti andare in crisi…>>
<<Oh, ma io non vado mica in crisi: la malinconia è per me qualcosa di creativo, di catartico…>>
<<Creativo o no, non possiamo andare avanti così, io mi devo decidere… in un senso o nell’altro…>>
<<Se è per questo non devi avere fretta, sono anni che aspetto cosa vuoi che sia un giorno in più o in meno… l’unica cosa che ti chiedo è di affrontare il discorso guardandomi negli occhi e non per telefono.>>
<<Carino… comunque non posso continuare a mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi…>>
<<Fai pure… tanto ho intenzione di andare avanti e ti scoverò dovunque ti nasconderai!>>
L’ho quasi gridato con patetica aria di sfida; mi guardi con un’espressione sorpresa, come per dire “ma non l’hai ancora capito, povero sciocco… tu non conti per me… chi è che vuoi scovare? fammi il piacere”; è un’espressione che sul tuo volto non avevo mai visto: mi fanno paura quegli occhi spalancati e le labbra che non sanno se aprirsi in una fragorosa risata o se serrarsi in uno stupito  ripensamento.
<<E così hai già deciso? non ti interesso vero?>>
<<Non ho detto questo.>>
<<Io lo so… non ti interesso.>>
<<Come farai a saperlo… se non lo so neppure io?>>
E voi come fareste a saperlo; dico a voi, che state leggendo queste righe sofferte e nello stesso tempo banali (la vita e le emozioni sono tali del resto…), come fareste a saperlo?
Non credo si possano conoscere le cose a priori a meno di non essere dei maghi; i rapporti vanno sperimentati, sempre che non si possa evitare di scegliere in base all’aspetto fisico; ma allora perché non essere franchi? La ragione è che di fronte a noi stessi non si vuol ammettere l’istinto che ci porta a cercare sempre il meglio, ossia la qualità della specie.
Di conseguenza, per salvare la faccia, non si può che tirare in ballo la coerenza, il non volere fare il male e tante altre bugie di cui magari giorno per giorno riusciamo pure a convincerci.
Con che coraggio rivendichiamo la nostra superiorità sugli animali che si cercano con l’olfatto; almeno loro sono sinceri dal principio, non c’è spazio per i fraintesi… la natura è matematica e soprattutto non guarda in faccia nessuno.
O forse Qualcun altro, sotto sotto, decide anche per noi, donandoci la palpabile euforia di scegliere quando i giochi sono già fatti…
<<Tu non potresti mai essere un vero amico per me…>>
<<Perché? Una persona innamorata, proprio in virtù del suo sentimento, è la più indicata a dare consigli e amicizia…>>
<<Vedi, se io fossi innamorata, non verrei certo a dirtelo…>>
<<Beh, su questo devo darti ragione… ciò nonostante ritengo che potrei aiutarti anche in questo campo.>> Messaggio ricevuto: le stai provando proprio tutte per dissuadermi, ma perché non lo dici chiaro quel che pensi e la facciamo finita.
<<Quando ci rivediamo?>>
<<Domani sono all’università, venerdì so che ho un appuntamento però non mi ricordo…>>
<<Ti chiamo venerdì?>>
<<Fai come vuoi… ciao.>>
<<Ciao.>>
Il mare è così vitreo sotto la luna: nemmeno i profili scuri delle condutture del metano, riescono a scalfirne la poesia; e le luci del promontorio ne sono i pallidi riflessi, un po’ come i sogni paragonati alla realtà.
Io sto scendendo verso la città come al solito carico di domande smaccanti e senza un brandello di risposta; ma in fin dei conti non importa, ho trascorso una bella serata anche se i tuoi capelli sono rimasti al loro posto e le tue labbra non sono più che un’illusione; anche se il domani ricomincerà da te.
(Continua)

Senza maschera (capitolo IV -parte diciassettesima)

Una porta a Cogne
Resto in piedi come una sentinella ad attendere che le luci si spengano nuovamente; poi mi siedo accanto ad un fiore di ragazza, bionda e slanciata, che sulle prime mi guarda come fossi un “portoghese”; vorrei dirle che in effetti quello non sarebbe il mio posto, ma che non sono per questo un abusivo; però non trovo il coraggio e riesco soltanto a deviare lo sguardo mentre il sipario si riapre.
In sesta fila lo spettacolo risulta assai coinvolgente; anche troppo visto che non riesco a trattenere le lacrime, eppure la mia posizione non ha molto in comune con quella del protagonista; di conseguenza il grado di immedesimazione mi preoccupa un poco: probabilmente sono sull’orlo di una crisi di nervi.
In fin dei conti non è un dramma se lei è andata via; qualche bel momento lui l’ha avuto e quindi dispone perlomeno dei ricordi; d’accordo che potrebbe risultare ancora più straziante, però è anche vero, come dice un cantautore, che “non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto” (ma sarà poi così o è solo il testo di una canzone particolarmente ispirata?).
Non mi resta che applaudire alla solitudine che è poi anche la fine di questo spettacolo; ma sbattere le mani contro la realtà non consola, preferisco uscire all’aperto per agguantare un’altra manciata di illusioni.
Fa decisamente fresco. È divertente guardar uscire la gente da un teatro nella stagione invernale; sembrano tante formichine intirizzite, che sognano, tra un sorriso forzato, una parola smozzicata ed uno sbadiglio, il loro piccolo formicaio.
L’ultima ad uscire è proprio la bionda che rimane un istante sulla piazzetta e mi squadra con aria interrogativa; avrà forse timore che io sia il maniaco di turno? Come fare a spiegarle che a mezzanotte e venti sto aspettando un’altra persona, la quale mi è forse più estranea di lei?
Poi viene il turno di un attore, o meglio del protagonista, che ha deciso per una passeggiata nelle vie deserte della città. <<Grazie, niente taxi, vado a piedi…>>.
Vorrei ringraziarlo, ma non trovo il coraggio; mi ha regalato delle emozioni, ma non pare affatto in vena di complimenti.
Forse è stanco e ricerca anche lui un po’ di tregua dalle continue richieste della mente oppure, nella realtà è innamorato senza speranza come il sottoscritto.
Le serrande dell’entrata principale cigolano ponendo fine ad un’altra magica serata, una delle tante per te, probabilmente l’unica per me che non so abituarmi al pensiero d’una prossima gioia.
Chissà da dove uscirai… sono rimasto solo di fronte alle insegne spente ed ho quasi paura che te ne sia andata, lasciandomi alle prese con un pugno di ricordi tanto nitidi quanto malinconici.
Ma d’improvviso noto il tuo musino trafelato comparire al di qua d’una porticina a cui non avevo dato molta importanza; tutto si trasforma, la notte non è più notte ma un tempo senza tempo, se mi dicessi che è Natale o Ferragosto non mi meraviglierei.
<<Che bello lo spettacolo! grazie delle sensazioni che questa sera mi hai fatto provare.>>
<<Son contenta, ti sia piaciuto…>> e non immagini certo che io stia parlando di te.
<<Guarda, se mi proponessero di rivederlo ora… ne sarei proprio contento, anche se dura più di tre ore.>>
<<Ah, se per questo lo rivedrei pure io… ci sono alcuni passaggi che non sono ancora riuscita a mettere a fuoco, spero di poterlo fare nelle prossime serate.>>
<<Sai, questa sera ho capito perché sei così interessata a questo lavoro… ha davvero fascino, piacerebbe anche a me.>>
<Beh, allora quando cercano dei “mascherini” te lo farò sapere!>> Sei proprio infastidita che possa entusiasmarmi della tua vita; questo significa in poche parole che ti sono indifferente, oppure che mi credi un ipocrita; perlomeno rappresenta il rifiuto d’un legame mentale.
<<Non penso che mi prenderebbero… ci vuole il fisico… li ho visti quelli all’entrata.>>
<Allora li hai visti male, non è che siano una bellezza!>> Ma evidentemente bastano perché tu scelga questa pseudo libertà con le sue luci artificiali ed il continuo vociare della gente; è una ebbrezza che ogni sera si rinnova, una droga a cui non sapresti rinunciare; diciamo la verità, quel che conta nella tua vita, come del resto nella mia, è soltanto l’apparenza.
<<Trovo che la conclusione della commedia non sia giusta, è la negazione assoluta del rapporto umano; se mia moglie fosse tornata dopo avermi lasciato non le chiuderei la porta in faccia>>
(Continua)

Senza maschera (capitolo IV -parte sedicesima)

Ecomuseo arenzanese
Tra un inutile interrogativo e l’altro sto quasi per appassionarmi alla commedia; che dico, commedia, si tratta piuttosto di una tragedia: una rappresentazione del tradimento assai veritiera. 
 Perché infatti confessare ad un marito innamorato che si ha intenzione di tradirlo o di lasciarlo? Non c’è ragione al mondo… potrebbe star male… decisamente più comodo… nel suo interesse ovviamente… è mentire o ancor meglio, se possibile, tacere e far finta di niente o magari negare l’evidenza.
E’ una trafila comune che vale, con qualche ininfluente modifica, pure per l’innamorato respinto; perché soffermarsi sulle reali ragioni del rifiuto? dire vino al vino e pane al pane sarebbe troppo complicato…
Dimmi la verità, sei contenta di trascinarmi a fondo piano, piano; dove lo trovi un altro sensibile imbecille che riesce pure a scrivere dei racconti; da una parte fai anche vista di non volerli, ma dall’altra… dall’altra, se avessi uno spillo scoppieresti.
Tu mi consideri così, adorando te stessa: beh, come sai allora siamo in due.
Ma io sono talmente solo che non posso fare a meno di volerti bene? Anche.
Sai, la solitudine è un sentimento infinito, contiene tutto l’amore e la speranza che vuoi… anche di più; con la differenza che la mia continua a riempirsi dell’immagine che di te mi sono fatto, mentre la tua è soltanto colma di te o meglio, di un simulacro che gli altri ti han cucito addosso.
Non so davvero, chi tra i due, sia in posizione più conveniente… o meglio lo posso solo intuire: tu sei in vantaggio nel tempo e nello spazio perché io mi ritroverò tra vent’anni a rivedere questo racconto e ci sarai ancora dentro.
E’ finito il primo tempo, si riaccendono le luci e come d’incanto, riprende vita il tuo mondo: chissà per quale motivo mi viene in mente che col buio siamo tutti uguali, burattini e burattinai; non esistono rapporti di forza, nessuno potrebbe immaginare che io sia l’innamorato e tu, l’oggetto impossibile dei miei desideri.
La vita reale però non si gioca di notte, di notte si dorme e nella migliore delle ipotesi si sogna.
Mi guardo intorno e constato di essere probabilmente la sola persona in tutto il teatro a non avere compagnia; un patetico che s’è messo in ghingheri per intrattenere un posto vuoto.
I miei occhi di complessato egocentrico cercano invano di catturare qualche sguardo distratto; poi arrivi tu. <<Ti trovi bene, non è certo un posto dei più felici… hai gradito il primo atto?… gli atti sono tre;>> ed i tuoi capelli sembrano toccare i braccioli della poltrona, con quelle profumate sfumature che svaporano giù dalla guancia, quasi offerta, con un sorriso, alla mia attenzione.
<<Qui sto benissimo, non ti preoccupare… la commedia è molto bella… mi sto proprio divertendo.>>
Certo lo speravo, ma non credevo saresti venuta da me prima della fine dello spettacolo. <<Ora devo andare, ci vediamo dopo>> e mi lasci nuovamente solo: adesso però posso guardare in giro con fare decisamente più baldanzoso.
Mi giro e mi rigiro come fossi il birillo di un giocoliere impazzito, per carpire un’espressione di ammirazione, un lampo di approvazione o un piccolo broncio; qualcosa di tangibile insomma, che dimostri la mia vittoria… di Pirro.
Ma nulla accade: si spengono nuovamente le luci ed inizia il secondo atto. Devo avere qualcosa dentro ad un orecchio, perché continuo a grattarmi in modo indecoroso; l’avevi detto che c’erano le zanzare ed io non volevo crederlo. <<A febbraio, figuriamoci… non è possibile! ti avevo risposto;>> eppure se queste non sono zanzare mi è venuto improvvisamente un attacco d’orticaria.
O forse è il brusio degli attori tra le quinte che vanamente mi suggerisce di dimenticarti e che poi non dovrebbe essere così difficile, dato che tu non sei mai esistita, se non nella mia mente; come sarebbe bello poterlo credere davvero!
Il palcoscenico è però troppo lontano perché possano intuire che io riesco a soffrire soprattutto dell’immaginario; e allora non c’è uscita: che tu esista o meno è un fatto del tutto secondario; per risolvere i miei problemi dovrei eliminare la fantasia, cosa che appare al momento poco praticabile.
Tra l’altro farla finita per amore non denota grande originalità, dicono sia necessaria perlomeno una ragione in sintonia con i tempi; e, del resto, lo stesso protagonista di questa tragedia insegna come sia più dignitoso rinchiudersi nei propri ricordi…
E poi scusa, se mi togliessi di mezzo, dove troveresti un altro in cui credere e da cui fuggire? Perderesti completamente la fiducia negli uomini ed io non voglio assolutamente che accada… tutte storie, troveresti un altro imbecille.
Insomma ogni scusa, anche la più assurda, è buona per continuare a distruggermi… ed ogni sforzo è in fondo inutile,  perché tu da tempo hai deciso che la fiducia si ripone soltanto nella vita: lo capisco dal distacco con cui vai offrendo quei volantini, ora che un altro atto si è concluso.
Immagini patinate che illustrano viaggi da sogno a cui tu non hai nemmeno pensato: ciò che t’importa è forse soltanto di regalare queste illusioni… tanto anche gli altri non le vivranno, ma almeno tu potrai dire di averle… distribuite.
Sei proprio una bellissima vigliacca, non c’è che dire. <<Davanti, in sesta fila, c’è un posto libero… vuoi trasferirti?>>
<<Adesso? sì va bene.>> Ti seguo come un cagnolino scodinzolante che vorrebbe saltare in braccio alla padrona e non muoversi più, perché il vociare intorno lo terrorizza. <<Avevi ragione ci sono le zanzare… mi hanno messo fuori uso un orecchio.>>
<<Non me ne parlare, tra l’altro io ho un sangue che se ci fosse un solo insetto in tutto il teatro verrebbe a succhiarmi!>>
<<Immagino… sai, c’è una battuta nel terzo atto che non è originale del copione, voglio vedere se la dice…>>
<<Figurati se non la dice… vedrai che la dirà… ma tu come fai a sapere che il copione è stato modificato?>>
<<Uhm… da quella persona che hai incontrato lunedì sera>> e ho proprio paura di essermi tradito…
<<Ah… io vado perché non possiamo parlare con il pubblico… tu stai lì buono e vedrai che ti sistemi.>>
<<Allora ci vediamo all’uscita?>>
<<Sì.>>
(Continua)

Senza maschera (capitolo IV -parte quindicesima)

Teatro di Pompei 

Entrare in biglietteria è come capitare ad una festa a cui non sono stato invitato. <<Per cortesia potrebbe favorirmi il biglietto che ha lasciato per me la signorina Brunetti?>>
<<Sì, subito… ecco a lei!>>
<<Grazie.>> E sotto alle luci sfavillanti tanta gente che si trova a proprio agio come se fosse nel bagno di casa sua, gente arrivata… quanti bei vestiti… anch’io sono elegante, ma costretto a notarmi da solo: chi frequenta un certo ambiente tutto il giorno non fa molto caso.
<<Ciao, sei puntualissimo… vediamo che biglietto ti ha dato la strega… venticinquesima fila… non si è certo sprecata!>>
<<Va benissimo così…>> e non ho il coraggio di guardarti; o meglio preferisco esplorare i volti delle altre colleghe, per scoprire magari un guizzo di approvazione o almeno un piccolo indizio del fatto che tu abbia parlato di me; macché, nemmeno l’ombra: sembrano rocce di granito che non so che cosa farebbero pur di ostentare elegante indifferenza; e tu sei cresciuta alla stessa scuola, a quanto pare… ora mi spiego certi comportamenti, dettati sicuramente dall’abitudine a stare sempre sotto i riflettori… di uno spettacolo in fondo non ancora iniziato…
<<Se poi, quando si chiudono le luci, restano liberi dei posti davanti ti chiamo.>> Mi siedo e vai via con la solita fierezza che, devo dire, in platea diviene anche professionalità; mi passi davanti mille volte senza degnarmi d’un solo sguardo, dispensando sorrisi a destra e a manca con un’aria talmente naturale: dietro a te gli spettatori sembrano tanti scolaretti sperduti alla ricerca della maestra o delle boe che ondeggiano in un mare tranquillo ma ignoto.
E così da un settore all’altro, leggiadra come una farfalla che conosca a mena dito i colori ed i segreti del prato: ti muovi in modo incantevole e ad ogni tragitto regali ai miei occhi un dettaglio di più.
Una volta mi soffermo sui seni che solitamente t’illudi o forse mi fai credere di voler nascondere con il cappotto: modellano il tailleur con armonia e libertà, ben divisi, sodi come quelli di una ragazzina e nello stesso tempo imponenti quasi fosse in atto una gravidanza; il sottile rigato del giacchino non ha poi altra ragione, se non quella di esaltarne la pienezza e la sensualità.
Ad un altro passaggio mi colpisce la schiena ove danzano con incredibile leggerezza quei fili neri che le mie carezze desiderano: trame ammirate d’un velo da sposa… la sposa delle illusioni che giungono ogni sera puntualmente, appena si accendono le luci, illusioni da tenere lontane per non rimanere coinvolti e riuscire comunque ad apprezzarne fino in fondo il mistero.
Viene poi il turno dei fianchi, che inclini leggermente nell’atto di rivolgere il palmo della mano per indicare agli spettatori dove prendere posto; rimane impossibile non osservare la lunga gonna blu pieghettata che nel passo regolare si increspa per tornare immediatamente a distendersi: ogni con-trazione rappresenta fedelmente i più minuti aspetti della tua poliedrica femminilità.
Che dire ancora della radiosità del volto, della gioia che sprizza da ogni poro: lo spettacolo sei tu e null’altra emozione questa sera potrà mai superare queste immagini che doni inconsapevolmente.
Si spengono le luci e si apre il sipario, ho tanta voglia di piangere ed ignoro la ragione. Riesco a trovare sollievo in un solo pensiero che è poi l’attesa di un evento, la conclusione di questa serata, con te sulla macchina per le strade della città silenziosa e colma di atmosfere irreali.
Continuo a fissare il palco di proscenio: è un pensiero puerile, ma ti immagino ridere nel buio accanto alla console del tecnico del suono; quando stiamo insieme non sorridi mai e del resto come fare a darti torto, uscire con me il più delle volte fa tristezza anche a me stesso.
Ma io non vorrei soltanto essere brillante o simpatico, quel che mi piacerebbe è ispirarti quei versetti complici che l’oscurità non impedisce di immaginarti  sulle labbra; e poi per chi, magari per un elettricista con gli occhiali che due pulsanti riescono a trasformare in un superuomo: devo farmi furbo! Il problema sta forse nel non darmi sufficiente importanza?
No, non è soltanto questo, sarebbe rimediabile, il mio problema è che ti voglio bene… “Quel mattino capii come stavano le cose. Se vuoi bene a qualcuno, quell’altro ci ride. Mi veniva di ridere, senza averne voglia. Non glielo dissi, ma le dissi che doveva stare attenta…”
E qui Pavese parlava di te, di me, di tutte quelle nullità che in un momento della loro piccola vita divengono ragione di attrattiva per altre nullità; e sono così fiere della propria pochezza che non riescono a concepire pensiero diverso dalla fuga; si tratta di una legge di natura contro cui non si può combattere, dell’unica tra le esperienze per cui non vale neppure il senno di poi, visto che si ripete immancabilmente.
(Continua)

Senza maschera (capitolo IV -parte quattordicesima)


<<Ha telefonato una ragazza… non sono stata a chiederle chi fosse… comunque ha detto che richiama.>>
<<Sarà stata Francesca>> per annunciarmi che oggi non possiamo vederci; oramai non mi aspetto altro, ho capito a sufficienza… speriamo che richiami, sennò le telefono io, facendo finta di niente.
E’ tardi, avrebbe dovuto telefonare da un pezzo, non riesco più ad aspettare; comporre il numero pesa enormemente, ma non ho altra possibilità, le mani e il cuore vanno per conto proprio: è come se non avessi più un cervello…
<<Mi bastava pensare a Lilì per capirlo. A Lilì che con tutti ci stava e pensava soltanto alle scarpe da ballo. Sarebbe stato così facile pigliarla e innamorarla. Sarebbe stato come un gioco. Non entrava nel sangue a nessuno, Lilì…>>
Pavese è morto da più di cinquant’anni, ma le sue parole sono vive più che mai: evidentemente le persone prive di quel non so che, appartengono ad ogni epoca; diversamente come potrebbero esistere i vincenti?
<<Pronto…>>
<<Francesca…>>
<<Ti avevo chiamato prima…>>
<<Ah eri tu?>>
<<… ma tua madre ha detto che eri uscito…>>
<<Sono andato a fare la passeggiata di mezzogiorno… quando è bel tempo vado sempre…>>
<<Ti avrei richiamato io… ma aspettavo che finissi di mangiare.>> Ah… accidenti a me e alla fretta!
<<Senti, volevo chiederti se hai voglia di venire a teatro. Volevo invitarti perché… perché così… tra l’altro danno una delle cose migliori in cartellone quest’anno…>>
<<Puoi scegliere tra stasera e domani sera.>>
Io non passo ancora quarantotto ore in queste condizioni… la scelta è obbligata. <<Stasera, va bene stasera!>>
<<Allora, confermo per questa sera.>>
Di’ la verità, sapevi bene che non avrei resistito, che due giorni di attesa non li avrei tollerati; pagherei non so che cosa per scalfire quella tua insopportabile sicurezza, per avere la forza di dire mi dispiace non posso, né stasera, né domani sera, ho degli impegni, ci risentiamo; insomma, per comportarmi come te, che lo fai sembrare così naturale ed inevitabile.
<<Sai, lunedì sera è venuto a teatro il tuo amico… sì, quello che conosce Strehler; mi ha chiesto:”lei è Francesca?” ed io ho risposto di sì, con lui c’era anche una signora così gentile, ma chi è? sua moglie?>>
<<No, è la sua compagna.>>
<<Uhm… subito ho pensato che fosse un conoscente dei “miei”, dopo si è presentato e sono diventata di tutti i colori… credevo avesse letto il mio nome sulla targhetta invece… tra l’altro quella sera c’era molta confusione,  amici dell’università che non mi aspettavo, anche mia mamma…>>
<<Allora avrà visto la scena?>>
<<Beh, questo non lo so.>>
<<Che veniva a teatro lo sapevo. E della tua presenza l’avevo informato io…>>
<<Beh, questo l’avevo capito.>>
<<Ma che ti avrebbe anche parlato non potevo certo immaginarlo; le mie descrizioni erano comunque troppo precise, perché non ti individuasse… spero la cosa ti abbia fatto piacere.>>
<<Sì, è stato un incontro piacevole. L’hai più rivisto?>>
<<No, in questi giorni, non ho avuto occasione.>> Se fossi Pinocchio il naso si allungherebbe fino a bucare la cornetta; certo che l’ho rivisto, lo sono andato a cercare di proposito il giorno dopo ed era davvero entusiasta.
<<L’ho vista… le ho anche parlato… quella, dietro ne ha cinquantamila!>> Detto così, con un amplio quanto eloquente roteare delle mani ed una espressione del volto tanto soddisfatta da sembrare una mezzaluna.
Se mi avesse frustato, avrei provato meno dolore.
<<Davvero le ha parlato?>>
<<E come no? l’ho individuata al primo colpo… veramen-te… mi ha aiutato un po’ Roberta, io avevo puntato un’altra perché non l’avevo vista; appena me l’ha indicata però non ho avuto dubbi: i capelli lunghi e fluenti e che corpo… bella, bella, poi senza un filo di trucco, un petto meraviglioso, il portamento fiero… di profilo non è bellissima… però di ragazze così non se ne vedono molte…>>.
<<Una su centomila!>> E pur nella tristezza mi sentivo molto orgoglioso della mia scelta.
<<Beh., ora non esageriamo… ne ho avute di meglio. Le ho detto:”Lei è Francesca?” e mi ha risposto:”Sì, come fa a saperlo? l’ha letto sulla targhetta?” “No, guardi, sono miope… ora capisco perché Enrico ha scritto quelle belle poesie per lei… lo sa che le ha incise anche Strehler ?” “Sì, lo so.” “Scrive molto bene Enrico…” “Lo so.” “Domani vado a trovare Strehler…” “Beato lei!” “Vada, vada, signorina, non la voglio distogliere dal suo lavoro, buonasera…” è andata proprio così, anche Roberta ha detto:”Che bella ragazza!”>>
<<Francesca sarà stata contenta…>>
<<Quando le ho parlato di te… le si sono illuminati gli occhi… vedrai, vedrai… son sicuro che non le sei indifferente.>>
<<Speriamo… io non sono per niente ottimista in proposito.>>
<<Sareste una bella coppia… sei un bel ragazzo e non sfigureresti… ma quelle son donne… dovresti avere il mio carattere… non hai abbastanza grinta… ti sei proprio gettato in un’avventura!>>
Considerazioni amare ma vere: basta la tua voce a telefono per capirlo; arrampicarsi sui vetri sarebbe molto più facile che conquistarti con il mio sentimento; quanto darei per essere uno di quelli che ti hanno presa e ti prendono forse ancora, senza amore e senza rimpianto, come una donna qualsiasi. <<Allora, ci vediamo stasera, a che ora?>>
<<Vieni tra le otto e le otto e mezza, perché dopo c’è troppa confusione… mi trovi in sala… se sono in galleria mi fai chiamare.>>
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte tredicesima)

<<Voglio dire… gli altri si preoccupavano di non farsi vedere con te… io ho lasciato una ragazza con cui stavo da tre anni per te.>>
 <<Però… anche tu sei un bel tipo!>> Un’espressione di disgusto si è improvvisamente disegnata su quelle labbra che tanto desidero; sembra tu abbia bevuto caffè amaro o qualcosa di peggio.
<<Ancora oggi mi ha telefonato un’amica dei tempi del liceo e mi ha chiesto di andare a sciare con lei… io le ho detto di no sul muso perché non mi interessava, nessuna mi interessa, soltanto tu!>>
<<Che ragazze ci sono oggi! io, di invitare un ragazzo, non lo farei mai!>>
 <<Lei lo ha fatto perché mi conosce, sa che tipo sono. Come vedi le occasioni le avrei, ma non mi importano.>>
<<Ed io sono responsabile anche di questo… potresti vedere altre ragazze… vivere delle storie… non si può andare avanti così, devo prendere una decisione…>>
<<Se è per me posso aspettare, sono due anni che aspetto… cosa vuoi che rappresenti un mese più o un mese meno.>> Parole vuote in cui nemmeno io credo: sono un elastico teso all’inverosimile, non posso più aspettare.
<<Eppure non riesco a capire… qualche anno fa desideravo un uomo con gli occhi azzurri e i capelli biondi… ora mi rendo conto che il principe azzurro non esiste; l’amore si costruisce giorno per giorno, ma non riesco ad andare oltre…>>
<<Oh, i principi azzurri esistono… vedrai che ne incontrerai molti… dici così perché io non ti interesso, ma ci sono persone con più requisiti di me di cui sicuramente potresti innamorarti.>>
<<E dove sono queste persone?>> tagliente, e nonostante l’apparente sfiducia, parti dal presupposto che queste persone esistano. <<In campagna la gente mi incontra sempre da sola, chiedono spesso perché io non abbia il ragazzo, e sbuffano:”Ha studiato” come per dire “Chissà cosa pretende questa qui!”; io rispondo che non voglio qualcosa di speciale: sarebbe sufficiente un ragazzo che mi volesse bene.>>
Hai davvero coraggio a raccontare a me queste cose, sembra quasi ti diverta a girare il coltello nella piaga.
<<Io non ho più ideali, non ho alcuna speranza, ma la mia vita va bene così, ho molti impegni: l’amico per andare ai concerti, quello per andare al cinema…>>
<<Io non vorrei assolutamente alterare il tuo sistema di vita; mi basterebbe sapere che sei mia…>> insomma una cosa da poco… <<e poi qualunque cosa tu facessi andrebbe bene, ti chiederei soltanto un po’ di tempo per me, nient’altro… ti chiedo soltanto di condividere qualche interesse con me.>>
<<Ma non saresti geloso?>>
<<No, mi basterebbe anche qualche momento insieme per fare le mie cose con entusiasmo: quando si è appagati da una storia d’amore basta un niente per dare alla vita un’altra fisionomia.>>
<<Uhm, io sarei gelosissima dell’uomo che amo! non ti darebbe fastidio?>>
<<Magari fossi gelosa di me… vorrebbe dire che mi vuoi bene… ma tu non lo sarai mai…>>
<<Ma non ti faccio mai venire rabbia?>>
<<Sì, ma in fin dei conti quel che mi dispiace veramente è che non vuoi passare qualche momento con me.>>
Hai un sorriso disarmato, non sai più cosa dire perché mi rassegni alla realtà; ma poi ti riprendi. <<No, no… io avrei bisogno di uno schiavetto… ti farei soffrire… finiresti per subire anche le cose più ingiuste… a me vien voglia di chiamare le persone a distanza di mesi…>>
<<Certe cose comunque non le accetterei… se tu vedessi altri ragazzi non l’accetterei!>>
<<Accetteresti, accetteresti anche questo, me lo hai detto prima non ricordi? e ne soffriresti!>>
<<No, se tu vedessi altri… non lo sopporterei!>> ti guardo negli occhi con la poca risolutezza che mi rimane, come un bimbo che stringe i pugnetti dietro la schiena; so che non mi credi, ma probabilmente non ti poni neppure il problema visto che non esiste questione.
<<Non si può andare avanti così… devo prendere una decisione… non voglio farti del male…>>
<<Tu non mi fai del male: sono io che ho scelto di volerti bene, penso a te tutto il giorno, mi addormento con te e mi sveglio tutte le mattine con lo stesso pensiero.>>
<<Ah, andiamo bene!>>
<<No, non devi avere rimorsi…>> e mi rendo conto di averla detta grossa, ma la tua replica è davvero imprevista.
<<Non è questione di avere rimorsi, anche perché se fossero così intollerabili vorrebbe dire che di te non mi importa e allora saprei cosa fare, ma non è giusto che ti accontenti di questa situazione.>>
Saranno un po’ fatti miei, se tollero o meno questa situazione; il discorso è un altro: sei tu a non poterne più e questo è solo un altro modo tanto falso quanto garbato (lo devo ammettere) per farmelo capire.
<<E cosa dovrei volere di più? un bacio? sì, un bacio lo vorrei ma…>>
<<In questo momento… non avrebbe… senso>> <<…non avrebbe… senso>> constatazione quasi simultanea, ma non per questo meno dura da digerire; vorrei non averti mai incontrata per non sperimentare l’impotenza, questa sensazione di inevitabilità…
<<Mi viene in mente il protagonista di una bella commedia che hanno rappresentato a teatro da poco; tutte le sere, prima di addormentarsi fa l’esame di coscienza e si domanda:”Oggi sono stato più merda o più vigliacco… oggi sono stato più merda o più vigliacco…” in questo momento mi sento  un po’ così.>>
Ed io non so proprio come cosa rispondere, non capisco se stai recitando oppure se sei sincera… non so più nulla. <<Quando ti posso chiamare?>>
<<Non so… lunedì vado al cinema… gli altri giorni… i soliti impegni… no, aspetta, sono libera mercoledì.>>
<<Allora per vederci… ti chiamo mercoledì?>>
<<No, non dirlo quando telefoni, non lo voglio sapere, sennò devo tornare a casa dall’università, perché so che chiami…>>
<<Allora ti chiamo mercoledì.>>
<<Uffa, adesso mi sento prenotata come una cosa, un pacco… ma se devo essere cattiva lo voglio essere sino in fondo… prendo il mio omaggio floreale… ciao!>>
Scendi e mi lasci sbigottito a cercare una spiegazione per quest’ultima frase; è del resto un angoscioso ritornello che si ripete malinconicamente ogni volta che finisce un incontro: non mi rimane che attendere mercoledì.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III-parte dodicesima)


<<Vedrai che tutto si sistemerà. Questo lavoro lo farai ancora per poco… una volta che sarai laureata…>>
<<Il mio desiderio è quello di rimanere nell’ambito del teatro, in una posizione di responsabilità.>>
<<Non vedo cosa lo possa impedire. Hai costanza, la fatica non ti spaventa, per non parlare poi della tua moralità. Sono tutti valori che contano e che prima o poi vengono fuori…>> ma che ne so io della tua moralità?
È curioso ma tutte le volte che attraversiamo questo incrocio, discorriamo sempre degli stessi argomenti; sarà forse la conformazione del piano stradale, talmente rettilineo da apparire lanciato verso grandi mete; o più probabilmente, i particolari giochi di luce che si intrufolano nelle aiuole spartitraffico, nei vicoli tra casa e casa, all’interno della stessa automobile, regalando un’atmosfera onirica e distensiva.
Tu guardi distratta la strada ed io sono un lampione fra i tanti che fanno luce per te. <<E’ vero, io cerco di fare tutto da me… non sono mica come certe che sono piene di raccomandazioni… a me piacerebbe tenere aggiornato l’archivio del teatro: l’archivista deve andare in pensione e così vorrei fare la richiesta… anche a casa tengo un archivio… è una cosa che mi è sempre interessata.>>
<<E’ una bella cosa…>> anche se, a dire la verità,  non so nemmeno di che cosa stai parlando.
Accidenti al raffreddore, fra pochi istanti scenderai e un’altra serata sarà conclusa; posteggio rassegnato sulla salita dove si affaccia il tuo portone e come al solito subentrano gli imbarazzanti quesiti, se spegnere o meno il motore, se levarsi o non levarsi la cintura di sicurezza; e sono tanto più pressanti, visto che questa sera stai male e non vorrei dare l’impressione di volerti trattenere.
<<Come va?>>
<<Ora sto meglio, dolori non ne sento più, è rimasto soltanto il raffreddore.>> Come al solito non sappiamo resistere alla discussione e i vetri dell’auto divengono sempre più opachi: alcune persone escono ed entrano dal portone ed hanno un atteggiamento molto curioso, chissà cosa penseranno… è proprio vero che le apparenze ingannano.
<<Tutti i miei vicini questa sera si sono dati convegno fuori dal palazzo!>>
<<Dopo la chiacchierata di domenica speravo che qualcosa fosse cambiato… ma tu, imperterrita, continui a non chiamare. Perché a Natale mi hai chiamato? l’altra volta te l’ho chiesto ma non mi hai risposto.>> Mai far sentire in difetto una donna su ciò che più si desidera…
<<Beh, qualcosa mi sembra d’aver detto…>> lo so quello che hai detto, lo so bene, ma non voglio accettarlo, non riesco a credere che tu sia così inaccessibile.
<<Sì, ma sei stata molto generica.>> Bugia, sei stata anche troppo specifica, è che la verità fa male e nonostante ciò vorrei la ripetessi per vedere, se per caso, muta almeno un accenno, una sfumatura…
<<A Natale ti ho chiamato perché mi avevi offerto la tua amicizia.>>
<<Era un’offerta ipocrita ed interessata!>>
<<Allora diciamo che l’avevi confezionata bene!>> sai che soddisfazione… adesso l’ipocrita sei tu.
<<Diciamo piuttosto che hai avuto un momento di debolezza… di solitudine… può succedere a tutti… non te ne faccio mica una colpa… il fatto è che ai miei sentimenti per te non credi assolutamente, vero?>>
<<Non è vero, tu sei… tu sei tutto quello che ho: non credo ci sia mai stata un’altra persona veramente innamorata di me.>>
<<Se ci credessi soltanto un poco non ti comporteresti così… se fossi innamorata…>>
<<E’ vero, se fossi innamorata, sarei totalmente votata all’uomo che amo!>> Come luccicano appassionati i tuoi occhi mentre protendi le mani verso di me quasi a voler spiegare la illimitatezza del sentimento di cui saresti capace.
<<Ho sempre in mente una frase di quella sera… sì… che se lui si fosse sposato non avrebbe potuto che scegliere te, come madre dei suoi figli…>> peccato che poi ha sposato un’altra… mi dispiace davvero…
<<Beh, intanto diamogli un nome: si chiama Fabio, ci conosciamo fin da piccoli, veniva in campagna dalle mie parti, aveva un’altra ragazza, quella che poi ha sposato… era innamorato di me… sì lo era, sennò non avrebbe fatto certe cose… però mi diceva che non avrebbe mai rotto quel rapporto… e un giorno mi ha comunicato che era finita, mi ha lasciata e si è sposato nonostante non provasse amore per lei… o almeno così mi diceva.>>
<<Se non ama sua moglie non  vedo che problema ci sia…>> e francamente mi sfugge perché dici che ti ha “lasciata” se stava con un’altra, forse sono troppo beghino per capire.
<<C’è! Per me il matrimonio è troppo importante… è sacro!>> Non ti ho mai visto così arrabbiata: la mia superficialità è un boomerang e allora cerco di salvare il salvabile. <<Ma no… io volevo dire dal punto di vista suo… se era un disonesto prima del matrimonio non vedo perché avrebbe dovuto cambiare in seguito.>>
<<Io negli uomini non credo più. Sono ormai abituata a fare la donna di scorta… i ragazzi con cui esco di solito hanno la ragazza e si vergognano a portarmi in certi posti, perché hanno paura di incontrare persone che conoscono… tutti dicono che vengono con me, ma che la loro ragazza non la lascerebbero mai.>>
<<Allora io sarei uno sprovveduto… guarda che  non lo sono, né mi sento come gli altri.>>
<<Non ho mai pensato tu lo fossi. Io penso le cose migliori di te: quest’estate eri un po’ così, ma si trattava di un momento particolare…>> ti mette in imbarazzo aggiungere che ero innamorato di te?
<<Magari posso sembrarlo sprovveduto, ma non lo sono, diciamo che sono uno che sa quello che vuole e tu non sei l’unica ragazza al mondo.>> Mi guardi con aria interrogativa, non con gelosia, ma semplicemente come uno psichiatra guarderebbe un paziente, senza la benché minima partecipazione emotiva.
(Continua)

Senza maschera (capitolo III -parte undicesima)


Non posso nascondere i fiori dietro la schiena perché si vedrebbe la confezione e poi non vorrei ti infastidisse che qualcuno del teatro potesse vedere la scena.
Li lascerò sui sedili davanti, così quando entrerai se non altro ti farò una sorpresa.
Esci come al solito, con passo calmo e deciso, stringendo gli orli del cappotto come tu sola sai fare, con una naturale regalità che esalta le splendide forme su cui si adagiano, leggere, indefinibili, due spatolate di capelli neri lucidissimi.
<<Ciao, come stai?>>
<<Malissimo, durante lo spettacolo ci sono stati dei momenti in cui ho creduto di svenire… un po’ per i dolori e un po’ per il raffreddore.>>
<<Allora ti porto subito a casa?>>
<<Sì, decisamente… non ce la faccio proprio a stare fuori, spero di mettermi al più presto sotto le coperte.>>
Tutto si svolge senza un bacio, né una stretta di mano, all’insegna della più disinvolta freddezza; d’altronde se desideri un rapporto del genere dovrò abituarmi, non c’è altro da fare: mi domando, ma è solo una considerazione accademica, se gli altri ragazzi ti trattano con la medesima formalità e delicatezza e soprattutto se tu li ricambi.
Prima di conoscerti meglio scambiavo la freddezza con la timidezza; in realtà era soltanto una buona scusa per non andare al di là delle apparenze.
Ricordo sempre quell’espressione di altero disgusto, la prima volta che cercai, con malcelata goffaggine, di appoggiare le mie labbra sul tuo delicato visino; sembrava t’avesse morso una tarantola, tanto avevi le arterie del collo irrigidite nel tentativo di indietreggiare… beh, lasciamo perdere.
Ti appoggi alla maniglia, noti i fiori e sorridi: indugi ad aprire la portiera e così devo invitarti ad entrare, <<Sali su, sono per te!>>
E’ così imbarazzante il rumore del cellophane nell’abitacolo ristretto di un’automobile, specie quando non si sa come giustificare il dono ch’esso ricopre.
<<Avevo almeno cinque o sei motivi per regalarti questi fiori… se vuoi te li illustro…>>
<<No, non c’è bisogno.>> T’accorgi immediatamente del tempo che ho impiegato nel preparare il mio discorsetto e delle speranze che vi ripongo; così ti impietosisci, mettendo da parte la paura e i battiti d’un cuore senz’altro alterati.
<<Va bene, su, dimmeli…>>
<<Se vuoi non ne parliamo. Comunque… il primo è che già volevo regalarteli come “Valentino”, non perché tu fossi…>>
<<Oh, da parte tua sarebbero stati pienamente giustificati, non c’è bisogno che me lo spieghi.>>
<<Hai ragione in effetti il mio comportamento non avrebbe…>>
<<…fatto una grinza. >>
Però… sei proprio sicura di quello che provo, tanto che se te lo chiedessero, penso non avresti difficoltà a mettere una mano sul fuoco; converrai con me che sia un atteggiamento alquanto originale: di solito la gente è pronta a giurare sui propri sentimenti e tante volte neppure su quelli…
Mi piacerebbe davvero poterti smentire, ma purtroppo per me, in questo momento non ne sono capace. <<Il secondo motivo è la festa della donna, o meglio ieri era la festa della donna ma non mi hai dato l’opportunità di vederti e così… il terzo motivo è che ti volevo fare un dispetto perché mi hai detto che non la festeggi.>> A dire il vero non ho mai incontrato una donna che ammetta di festeggiarla…
<<Ah, grazie! e il quarto motivo?>>
<Il quarto motivo proprio non lo ricordo.>>
<<Come non lo ricordi?>> Immagino sia un gran divertimento osservarmi in difficoltà; come ci si sente ad avere una persona nelle proprie mani? è una sensazione di potenza o di piacere?
Vorrei fare almeno per un minuto il cambio con te, per capire che cosa si prova, ma so benissimo che questo è un desiderio patetico e meschino; la verità è che sto annaspando come una marionetta a cui siano stati ingarbugliati i fili.
<<Ho un attimo di defaillance…>>
<<Come un attimo di defaillance?>>
<<Sono completamente andato.>>
<<Beh, allora dimmi il quinto motivo.>>
<<Oh, il quinto motivo lo puoi immaginare da te…>> e dovrebbe essere una meravigliosa rivincita non pronunciare le parole “ti amo”; invece mi sento l’ultimo degli sconfitti perché queste due fatidiche, piccole paroline, mi stanno distruggendo la vita, la coscienza, l’incoscienza, la dignità, l’orgoglio.
Le trovo impresse dappertutto: in una giornata di sole, nelle gocce di pioggia, nella musica che ascolto, nei film che guardo, nei libri che leggo; ogni fenomeno vivente, ogni oggetto grida ed irradia un solo nome. <<Sei davvero splendida e non soltanto per me… che c’è? non parli?>>
<<…ho avuto anch’io un attimo di defaillance.>>
Non m’illudo, so che cosa vuoi dire, le tue speranze mi stanno passando davanti; escono dai tuoi occhi a fiotti, come le lacrime, ma non sono stille di pianto; sono ricordi… “Se avesse mantenuto quelle promesse…”; sono attese che ti sembra di toccare con un dito…”Non è possibile che in teatro non s’accorgano di quello che valgo… col tempo… sì, col tempo arriverà anche l’amore che ho sempre cercato… e con esso la felicità, le soddisfazioni professionali e tutto ciò che mi spetta.”
E’ bello sognare ad occhi aperti specie se gli occhi sono belli come i tuoi, con quelle ciglia all’insù che potrebbero catturare anche i miraggi più restii; le muovi spesso, quelle ciglia, talvolta per convincerti di essere nel giusto o anche per disprezzarti, quando sai bene di essere nel torto; quelle ciglia rappresentano spesso il tuo solo interlocutore e sanno risponderti con espressioni di alterigia o di stizza e perché no, anche di dolore.
Cosa pagherei per vederle anche innamorate, seppure per un solo, brevissimo istante.
(Continua)

Senza maschera (II capitolo-decima parte)

Mamma

E’ possibile che io sia davvero come tutti gli altri, pronto solo a pretendere un sentimento che non ho fatto alcunché per coltivare? eppure è così, e non riesco a comportarmi diversamente. <<Mi chiedo perché a Natale mi hai chiamato?… La sera di Natale non è un giorno come gli altri!>>
Ti risenti quasi io non volessi capire. <<Credi che non ci siano altri ragazzi che mi cercano, le mie soddisfazioni, se volessi, me le prenderei! da te volevo  qualcosa di diverso…>>
A parte che il condizionale ti va un po’ stretto… ma che cosa desideravi da me? se non permetti nemmeno che io ti veda o ti senta, se devo elemosinare ogni appuntamento come l’ultimo degli accattoni e quando finalmente ti concedi, si fa per dire, è come se l’incontro fosse già finito?
<<E allora perché adesso non mi chiami?>>
<<Perché io su tutte le cose ci rifletto: da una parte ho voglia di chiamare e dall’altra ho paura d’illuderti, di farti soffrire… così mi blocco.>>
<<Guarda che io soffro di più se non mi chiami: io ti voglio bene a prescindere da quello che pensi tu di me; non m’illudi, sto decisamente più male se non ti sento.>>
<<Un amico una volta mi ha detto che sono proprio stupida… forse è vero, sono soltanto una stupida.>>
<<Sei tutt’altro che stupida… no, non sei stupida>> anche perché se lo fossi io sarei più stupido di te ad essermi innamorato di una stupida, ed è un’ipotesi che mi spiacerebbe prendere in considerazione.
<<Andiamo, è tardi…>>
<<Hai ragione, è buio e fa anche freddo.>>
Immagino che la notte non sia mai scesa più gradita alla nostra timidezza.
<<Quest’estate non eri il solo a stare male, quando sono andata a Lecce sembravo un cadavere, mi avevi sconvolta…>>
<<Avevi i motivi per esserlo: in tre giorni ti ho fatto passare dalla più completa estraneità ad una proposta di matrimonio… però ci credevo davvero!>>.
<<E’ proprio questo il fatto che mi sconvolgeva… gli uomini si dividono solitamente in due categorie: quelli che vengono con te senza dirti niente e sai già cosa cercano… e quelli che dicono:”Sei la donna della mia vita!” e poi vogliono le stesse cose della prima categoria… della tua sincerità invece io non ho mai dubitato… per questo mi terrorizzavi…>>
<<Io ero pienamente convinto.>>
<<Come facevi ad esserlo? è questo che mi sconvolge… voglio dire… non mi conoscevi… e ancora adesso non sai niente di me.>
<<Chi è innamorato non ha bisogno di conoscere, sente e va dietro alle sue emozioni.>>
<<Sarà che io non sono mai stata innamorata…>>
<<E poi io mi fido delle prime impressioni… e difficilmente mi sbaglio…>>
<<Anche in Francia pensavo con rammarico che non t’avevo potuto conoscere, stavo male.>>
<<Pure io ho passato un agosto tremendo… non avevo più voglia di vivere… è stato allucinante.>>
<<A parte che comunque ho delle idee tutte particolari sul matrimonio… mi sposerò solo quando sentirò veramente di amare qualcuno.>>
<<Ah, se per questo sono d’accordo con te… mi sembra giusto>>  ed anche molto triste.
<<Lo so anch’io che persone come te si incontrano forse una sola volta nella vita.>> Sembra quasi tu ripeta, come un automa, le parole di un’altra, senza la benché minima partecipazione… non parliamo poi di convinzione.
Mi fai una rabbia che ti strozzerei: un giorno ti pentirai di avermi svalutato in questo modo! stai tranquilla… ora mi calmo, sono consapevole che non accadrà, è stato solo un residuo dell’orgoglio che ancora mi è rimasto; so bene che sei troppo impegnata ad amare te stessa per avere rimorsi o cose del genere.
<<Cosa perdi a darmi qualche opportunità in più di vederti? non significa ipotecare il futuro: voglio dire, se poi ti innamorerai di me io sarò l’uomo più felice della terra, ma se non dovesse accadere… pace!>> una pace a cui non voglio pensare e di cui entrambi conosciamo l’inevitabilità.
<<Anch’io sarei molto felice se potessi innamorarmi di te… è quello che voglio…>> detto con l’aria di riferirsi all’amore in generale, non certo alla mia persona; aspiri soltanto ad innamorarti… poi di chi, non lo sai nemmeno tu, o forse sì?
<<Capisci non rischi niente a darmi queste opportunità: tanto lo so che se non ti innamori, con me non esci.>>
<<Infatti…>> pronunciato con un certo compiacimento e con tutta la lucida, calma e compiaciuta perfidia di cui una donna può essere capace.
<<Senti, provi fastidio al pensiero che io scriva racconti per te?>>
<<Un po’… so che tutto quello che dico o che faccio verrà registrato, analizzato… sei incredibile… lo fai per prendermi in giro?>>
<<No, non lo faccio per prenderti in giro, è che tutta la settimana sono seduto al mio computer… allora cerco di imprimere questi momenti il più possibile nella mia mente per avere una tua immagine con cui dialogare… anche se tu non ci sei… so di essere soltanto in compagnia di me stesso… ma almeno ho qualcuno, qualcosa da raccontarmi…>>
Credo che tu abbia poco da replicare a una risposta così assurda; forse stai pensando che siano le parole di un ipocrita o di un folle o più semplicemente di un uomo solo; ma non trovi di meglio che chiuderti nel più assoluto silenzio.
E sulle ali del tuo eloquente mutismo arriviamo sotto casa: hai fretta di scendere!
Mi lasci con una frase davvero poco confortante.<<Ci sentiamo in settimana… ma non ti prometto che chiamerò… perché poi non mantengo la promessa.>>

(Continua)

Senza maschera (II capitolo-nona parte)


<<…No, mi dispiace io una volta mi sono fidata e non direi proprio che sia andata a buon fine… adesso con i ragazzi ho un rapporto diverso…>>.
E quale sarebbe questo “rapporto”? si fonda forse sul piacere di vederli letteralmente sbavare… oppure, si basa sull’innocente desiderio di divertirsi un po’, quando prende lo sghiribizzo; tanto, si sa, agli uomini interessa solo una cosa… non è vero?
Ma che ne sai tu di quello che può pensare un uomo mentre ti guarda negli occhi, anche se si tratta di una mezza tacca come me; probabilmente  pensi che tutta la categoria sia formata da imbecilli o da bestie… in ogni caso ricordati che sono bestie furbe, non certo ingenue come il sottoscritto; loro sanno cosa potrebbe significare innamorarsi di te… e allora… allora non possono che comportarsi di conseguenza…
<<Beh, non tutti i ragazzi sono uguali, anche se ne hai trovato uno che ti ha fatto soffrire non è detto che gli altri si comportino nello stesso modo… magari sono peggio… scherzo! ma io non mi darei per vinta se fossi in te…>> mai dato un consiglio più falso ed allo stesso tempo inutile.
<<Un ragazzo una volta mi ha detto che per lui ero irraggiungibile.>>
<<E’ vero anche a me dai la stessa impressione.>> E lo stesso senso di impotenza; può darsi che anche lui ti amasse… quante occasioni sprecate bella mia, e chissà quanti infelici hanno infranto ed infrangeranno le loro speranze contro la tua coerente neutralità, magari anche convinti, come io lo sono, di affermare verità sacrosante come “vedrai che te ne pentirai…” oppure “un giorno resterai sola…”
Ipotesi a dir poco irreali, tentativi patetici di ferirti o di indurti al ripensamento, ma  quali ferite, quali ripensamenti… se hai capelli fragranti e sottili che ti trasportano in qualsiasi luogo reale o irreale dove tu voglia andare?
E che importa se le ali s’inspessiscono, giorno dopo giorno, con microscopiche trame d’egoismo, in fin dei conti sono perfettamente invisibili e il tuo incedere delizioso non ne sente comunque il peso…
<<In effetti già a tredici, quattordici anni, i ragazzi mi venivano dietro perché ero già cresciuta, ed io non consideravo nessuno; ma era solo una difesa, non mi piacevano le mie amiche che ogni anno si spartivano i ragazzi… quest’estate tu vai con questo ed io con quell’altro…>>
<<Immagino.>> Come dovevi essere pulita senza il cinismo degli anni che oggi la mancanza di trucco non riesce a nascondere; forse se t’avessi conosciuta a quel tempo…
<<Poi non mi capivano: voglio dire, anch’io leggo i giornaletti, i fotoromanzi, ma quando uscivo con le mie ami-che, portavo un libro e loro mi guardavano stupite. Così, con questo atteggiamento tutti si sono allontanati da me.>>
E ne hai sofferto vero? Ti sentivi “diversa”, un po’ come mi sentivo io. <<Beh, almeno uno che ti vuol bene c’è…>>
<<Questo lo so…>>
<<Non varrà molto… ma c’è.>>
<<Non è vero che tu vali poco… e poi io faccio i confronti, vedo come ti comporti e come si comportano gli altri… io i confronti li faccio…>>
Sì, hai ragione e io come mi comporto?
Così mi sento dire dagli amici di oggi al tuo riguardo: <<Ricordati che le donne vogliono essere stuprate… se non fisicamente almeno a livello psicologico… le donne vivono con l’uomo un rapporto sadomasochistico… più le fai soffrire e le fotti, più son contente… e poi…  la dignità senza la vita piuttosto che la vita senza dignità! il resto è prostituzione!>>
Forse dovrei cambiare qualcosa…
<<Sono stanca di andare avanti così… solo per prendere… senza dare niente, non ne posso più! non riesco a manifestare le mie emozioni, sembro fredda ed insensibile, ma non lo sono, dentro provo tante sensazioni che non riesco a tirare fuori…>>
Ora mi sconcerti, amore mio, non sai che questo è il più grande atto d’affetto che tu possa regalarmi? Stai confidando a me, al tuo burattino più affezionato (almeno così credo, ma potrei anche sbagliarmi…), la voglia di amare, le tue aspirazioni più segrete… ma allora meriti rispetto e il discorso potrebbe ancora mutare: basta una sola frase, quando è pronunciata con il cuore, a risollevare il morale e le speranze anche dell’innamorato più cinico.
<<Non ti dico questo per torturarti lentamente…  ma perché con te mi sento di parlare.>>
Mi fai sentire d’un tratto ottuso ed egoista: non riesco a comprendere che prima di essere amanti dovremmo essere amici e sorrido.<<Rido di me perché dico certe cose e ne penso delle altre; d’ora in poi non posso più fingere… devo correre il rischio che tu possa spaventarti… io ti voglio bene e non puoi impedirlo… nessuno mi può impedire di provare certi sentimenti per te… capisci nessuno…>> 

(Continua)

Senza maschera (II capitolo-ottava parte)

<<Il tuo racconto non l’ho letto tutto… ho dato uno sguardo soltanto alla parte tra virgolette… per vedere come andava a finire… ieri sera poi mi sono addormentata… stamattina non ho avuto tempo… >>
<<Stai dicendo sul serio o scherzi?>>
<<No, è vero, ho sfogliato solo alcune pagine: e dal momento che ho una visione parziale non ne voglio parlare… me lo sono imposto!>>
Esprimi davvero un’infantile risolutezza con le ciglia inarcate e le mani che stringono insistentemente le bordature del cappotto.
Io mi ritrovo tra i denti un sorriso amaro e forzato.
Peccato che il tramonto abbia portato con sé un velo di foschia, sarà difficile ammirare il panorama anche questa volta; il mare e la spiaggia regalano pur sempre un magnifico colpo d’occhio: pure i lampioni sono decisamente aristocratici nell’affacciare le loro tremule luci su uno dei salotti più belli che io abbia mai visto.
<<Stavo sbagliando strada… parlando, parlando… abbiamo rischiato di ritrovarci al punto di partenza… sono proprio uno sbadato!>>
Ingrano velocemente la retromarcia e pochi attimi dopo imbocchiamo la strada dai famosi tornanti, per fortuna al momento innocui.
Ci fermiamo nuovamente accanto alla magnifica chiesa, con le pareti chiare e le linee essenziali che si impongono sull’acciottolato nero della piazzetta antistante, regalando a chi ha, come noi, la fortuna d’arrivare quassù, una sensazione di euforica padronanza sull’intero paesaggio marino.
Scendiamo e lentamente ci avviamo. <<E qui che volevo arrivare, stavolta non c’è il ghiaccio, ma in compenso la foschia limita molto la visuale: vorrà dire che ci torneremo una terza volta… almeno lo spero… però… nonostante tutto a ponente si riesce a vedere il promontorio… è bello vero?>>
<<Sì… è un peccato che ci sia foschia… sai, la voglia di fare l’attrice mi è passata.>>
<<Lo immagino, sei una donna realista, senza grilli per la testa… io invece vago sulle mie nuvolette…>>
<<Ci fossero più persone come te! conosco un ragazzo che si è laureato in ingegneria con centodieci e lode e gira sempre per il mondo per congressi… ma con lui non riesco a fare un solo discorso.>>
<<Tipico degli ingegneri.>>
<<Figurati che un giorno mi ha detto che doveva andare ad un congresso a Parigi e che non sapeva se avrebbe trovato il tempo di visitare la città… ti sembra possibile?>>
<<Parigi è bellissima… è vero, quelle persone vanno un po’… con il paraocchi, ma sono loro che fanno andare avanti il mondo>> o perlomeno costruiscono i ponti…
<<Questo lo so…>> come ad intendere che se alla fine dei conti proprio dovessi scegliere… non avresti poi soverchi dubbi.
Ed hai ragione perché i falliti come me non interessano di certo; sì, giusto per sottrarsi per un po’ al tran tran quotidiano, posso pure andar bene, sempre che, s’intende, non faccia richieste inopportune; ma per un rapporto serio… suvvia, non scherziamo: i pagliacci stanno al circo o così le scimmiette ammaestrate; è sufficiente un sorriso o una minuscola nocciolina perché si vendano l’anima e riescano pure a scrivere racconti. Se sapessi quanto mi detesto!
<<Queste ville sono bellissime!  mi piacerebbe proprio averne una.>>
<<A chi lo dici!>>
<<Ma no, non dicevo in generale… intendevo… averne una qui… a me le case grandi danno un senso di grande solitudine.>>
Che cosa importa possedere un castello se non hai poi un amore per riempirlo?
 “Sulla riva del fiume desolato/fra le alte erbe le chiesi:/-Dove vai, fanciulla, riparando/la tua lampada con il mantello?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei sollevò per un istante gli occhi/bruni, e fissò il mio volto/nella luce incerta del tramonto./Disse:-Sono venuta al fiume/per far galleggiare/la mia lampada sulla corrente/quando la luce del giorno/piano svanisce ad occidente./Rimasi solo fra le alte erbe/a osservare la timida fiamma/della sua lampada, che inutilmente/galleggiava nella corrente./Nel silenzio della notte, le chiesi:/Fanciulla, le tue luci sono tutte accese,/dove te ne vai con la tua lampada?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei sollevò i suoi occhi bruni/sul mio viso, e per un momento/rimase incerta; e infine disse:/-Sono venuta a dedicare/la mia lampada al cielo./Io rimasi a guardare il suo lume/consumarsi nel vuoto inutilmente./A mezzanotte, nel buio senza luna,/le chiesi:-Fanciulla, che cerchi/portando la lampada stretta al cuore?/La mia casa è buia e solitaria/prestami il tuo lume!/Lei si fermò un istante a pensare,/e fissava il mio volto nel buio./-Ho portato il mio lume, rispose,/-A unirsi alla Festa delle lampade./Io rimasi a guardare/la sua piccola lampada, inutilmente perduta fra i lumi”.
Tagore insegna… non a caso gli hanno dato il premio Nobel… non vuoi sapere che cosa? Beh, te lo dico lo stesso.
Tagore insegna che quando compongo il tuo numero o per chissà quale colpo di fortuna riesco a vederti, a qualsiasi ora del giorno o della notte, trovi sempre una buona scusa per escludermi dal quel tuo mondo che a me sembra così unico e affascinante, anche se in fondo inutile, come del resto il mio. Tagore insegna che a te non interessa l’amore di un uomo solo, ma ricerchi invece l’ossequio della vita e non gradisci nemmeno il suono di queste mie parole, tese a strapparti quel maledetto fascino indifferente dagli occhi.

(Continua)