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Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VII – Riassunto e commento

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Sordello quando sa di avere dinanzi Virgilio gli abbraccia le ginocchia e lo onora; si offre poi come guida per i due poeti lungo un sentiero appena in salita fino a dove la costa del monte si apre in una piccola valle, ridente dei mille colori di fiori ed erbe, che la natura ha fatto crescere per la particolare dignità dei penitenti che hanno qui la loro sede.

Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, ed in particolare nella valletta fiorita[1](e ci staremo fino al IX canto), nel tardo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto oltre a Sordello sono i principi negligenti che si pentirono alla fine della vita di aver distolto il pensiero da Dio a causa delle preoccupazioni di governo.

È il quarto ed ultimo gruppo di penitenti[2]; tra di essi ritroviamo nell’ordine: Rodolfo d’Asburgo, Ottacchero di Boemia, Filippo III di Francia, Enrico I di Navarra, Pietro III d’Aragona, Car­lo I d’Angiò, Pietro o Alfonso III d’Aragona, Arrigo III di Inghil­terra, Guglielmo VII di Monferra­to.

La pena per questi importanti personaggi è quella di restare nella valletta quanto vissero; cantano il Salve regina, e ogni giorno, al tramonto assistono alla tentazione del demonio e alla cacciata di lui da parte degli angeli.

Il tema principale: la condanna dei principi responsabili dell’anarchia europea.

RIASSUNTO

Conclusi i ripetuti abbracci al concittadino, Sordello chiede ai due pellegrini di rivelare i loro nomi.

Virgilio allora si presenta, provocando la stupita ammirazione, la reverenza e la commozione del poeta di Goito, che si inchina.

Dopo aver pronuncia­to parole di elogio, viene a sapere che il poeta latino si trova relegato nel Limbo, in compagnia dei bambini nati senza battesimo e di tutti coloro che non poterono conoscere e quindi praticare le virtù teologali.

Virgilio spiega ancora le ragioni del suo viaggio, e chiede consiglio sulla direzione e sulla strada più breve per salire alla porta del vero e proprio Purgato­rio (vv. 1-39).

Sordello si propone come guida ai due poeti fin dove gli è concesso spingersi, e avvisa che poiché di notte in Purgatorio non si può avanzare verso l’alto, occorre trovare un luogo piacevole ove attendere l’alba[3].

Virgilio chiede a Sordello di guidarli in un luogo piacevole: i tre si avviano allora verso una valletta incassata nella roccia, lussureg­giante di fiori e profumi ed erbe delicate che nessun colore dei pittori può superare. Sul suo verdissimo prato stanno sedute numerose anime che cantano il Salve Regina (vv. 40-84).

Sordello, mentre si avvicinano, indica dall’alto i personaggi che popolano questo luogo, tutti principi negligenti che trascurarono il pensiero di Dio, per le occupazioni del governo: Rodolfo[4], triste che non canta con gli altri, che avrebbe potuto sanare i mali dell’Italia; Ottacaro[5], re di Boemia, che fu più virtuoso del figlio Venceslao II, il quale invece si nutrì di lussuria ed ozio; Filippo III[6], re di Francia, che si batte il petto, e Enrico I di Navarra[7], che sospira, entrambi addolorati per la vita viziosa e turpe del loro congiunto Filippo IV[8], il mal di Francia (vv. 85-111).

L’elenco continua con il robusto Pietro III d’Aragona[9] e con Carlo I d’Angiò[10]; Pietro III fu nobile e valente, ma le sue virtù non si trasmisero ai suoi eredi (Giacomo II[11]  e Federico II[12]). Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto[13] che, morto prematuramente, siede ora accanto a lui.

Da questo episodio, Dante trae lo spunto per dimostrare che la virtù non si eredita dai padri, ma discende da Dio, come una grazia.

Ciò vale anche per il nasuto Carlo I d’Angiò, e per Pietro III d’Aragona che canta al suo fianco: gli  eredi  del primo (Carlo II lo zoppo) opprimono i regni di Napoli e di Provenza.

Tanto Carlo II è minore di Carlo I, quanto ha maggior ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro III d’Aragona) Costanza  (figlia di Manfredi e quindi nipote di Federico II di Svevia) di quanto ne avessero Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie di Carlo I) del loro (in altre parole per D. Pietro III d’aragona fu assai superiore a Carlo I d’Angiò).

Sordello addita ancora Arrigo III d’Inghilterra[14], seduto in disparte, il cui seme darà miglior frutto (D. si riferisce ad Edoardo I che fu principe valente e saggio e morì nel 1237) e poi, posto in luogo più basso, Guglielmo VII[15], alla cui morte seguì una dolorosa guerra civile nelle regione del suo marchesato nel Monferrato e nel Canavese (vv. 112- 136).

[1] Proprio al di sotto della porta del Purgatorio.

[2]  La prima schiera incontrata è stata quella degli scomuni­cati (sulla spiaggia); la seconda quella dei pigri e la terza quella dei morti per violenza.

 [3] Coloro che devono trascorrere un certo periodo di tempo nell’Antipurgatorio, non hanno una sede fissa ma possono muoversi tutto intorno alla costa del monte e salire verso la porta del Purgatorio; ma in tutto il colle si può procedere solo fino a che il sole non tramonta, poi bisogna arrestarsi fino all’alba, o muoversi in tondo e verso il basso, poiché senza la luce non si può vedere il cammino verso l’alto; così senza la luce della Grazia il cristiano non può avanzare sulla giusta strada della purificazione e del bene.

[4] Imperatore della casata Asburgo, nato nel 1218 e morto nel 1291. Già rimproverato nel canto VI da D. per aver trascurato gli interessi e le vicende dell’Italia.

[5] Eletto re di Boemia nel 1253, e morto nel 1278. Combatté fieramente contro Rodolfo imperatore.

[6] Re di Francia, nato nel 1245 e morto nel 1285, detto l’Ardito, ed in questo canto chiamato Nasetto per il suo piccolis­simo naso. Morì fuggendo dall’esercito di Pietro III d’Aragona, umiliando così la casata di Francia, che aveva per simbolo il giglio. Fu padre di Filippo IV il Bello che D. chiama il mal di Francia.

[7] Re di Navarra, morto nel 1274, suocero di Filippo il Bello, in quanto padre della di lui moglie Giovanna.

[8] Re di Francia (1285-1314), figlio appunto di Filippo III l’Ardito e d’Isabella d’Aragona. In politica estera pose fine (1291) all’impresa iniziata dal padre contro l’Aragona per aiutare gli Angioini di Napoli. L’episodio più spettacolare del suo regno riguarda le relazioni con la Santa Sede. Un primo conflitto scoppiò nel 1296, a causa delle decime cui il sovrano voleva sottoporre il clero francese. Il papa Bonifacio VIII rispose vietando ai chierici di fornire sussidi ai laici senza l’espressa autorizzazione della Chiesa romana. Il re allora, per colpire le finanze del papato, proibì ogni uscita d’oro e d’argento del regno (17 agosto 1296). Dopo aver protestato (bolla Ineffabilis amoris, 20 settembre 1296), il papa cedette (1297). Quando nel 1301 il re fece arrestare il vescovo di Pamiers, il papa reagì con la bolla Ausculta, fili e convocò un concilio per prendere le decisioni necessarie. F. a sua volta riunì un’assemblea di baroni, prelati e rappresentanti delle città (10 aprile 1302), che proibì ai vescovi di partecipare al concilio. A questo punto il papa, dopo aver richiamato i tradizionali princìpi della supremazia pontificia, e anzi averli esasperati, nella bolla Unam Sanctam (novembre 1302), si decise a scomunicare il sovrano quando, ad Anagni, fu assalito da Guglielmo di Nogaret e da uomini assoldati dai Colonna (7 settembre 1303). Liberato dalla popolazione locale, morì a Roma un mese dopo.

[9] Re di Aragona, detto il Grande, nato nel 1236 e morto nel 1285. Di lui si tramandano le grandi virtù politiche e guerriere.

[10] Nato nel 1220, morto nel 1285, fu re di Francia e partecipò attivamente alle lotte politiche italiane tra guelfi e ghibellini. Nonostante sia rappresentato qui tra le anime salvate, D. ha spesso parole di aspro rimprovero e di condanna verso di lui, come verso molti della sua famiglia.

[11] Giacomo II, re di Sicilia dal 1285 al 1296 e alla morte del fratello Alfonso III (1291), divenuto re d’Aragona.

[12] Federico II,  re di Sicilia, dal 1296 al 1337.

[13] Nel giovanetto che siede dietro a Pietro III d’Aragona si è visto uno dei suoi figli, probabilmente il piccolo Pietro, morto prima del grande padre senza poter salire al trono. Altri preferi­scono vedere in lui il figlio Alfonso III, nato nel 1265 e morto nel 1291, che per sei anni ereditò effettivamente il trono paterno.

[14] Re di Inghilterra, nato nel 1207 e morto nel 1272, con fama di uomo semplice e buono. Figlio di Giovanni Senzaterra, lottò a lungo contro la casata di Francia per difendere i possedimenti inglesi sul continente. Fu padre di Edoardo I, che ebbe fama di saggio legislatore.

[15] Marchese di Monferrato dal 1254 al 1292, detto Spadalunga. Fu vicario imperiale, e a capo dei ghibellini lottò con molte città guelfe. Qui D. fa riferimento all’episodio di quando egli si recò ad Alessandria per sedare una sommossa, ma fu catturato e messo in una gabbia di ferro, nel 1290, dove rimase per due anni fino alla morte; in conseguenza di ciò il figlio Giovanni I scatenò una sanguinosa guerra che dilaniò il Monferrato ed il Canavese.

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