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Senza maschera (capitolo IV -parte diciassettesima)


Una porta a Cogne
Resto in piedi come una sentinella ad attendere che le luci si spengano nuovamente; poi mi siedo accanto ad un fiore di ragazza, bionda e slanciata, che sulle prime mi guarda come fossi un “portoghese”; vorrei dirle che in effetti quello non sarebbe il mio posto, ma che non sono per questo un abusivo; però non trovo il coraggio e riesco soltanto a deviare lo sguardo mentre il sipario si riapre.
In sesta fila lo spettacolo risulta assai coinvolgente; anche troppo visto che non riesco a trattenere le lacrime, eppure la mia posizione non ha molto in comune con quella del protagonista; di conseguenza il grado di immedesimazione mi preoccupa un poco: probabilmente sono sull’orlo di una crisi di nervi.
In fin dei conti non è un dramma se lei è andata via; qualche bel momento lui l’ha avuto e quindi dispone perlomeno dei ricordi; d’accordo che potrebbe risultare ancora più straziante, però è anche vero, come dice un cantautore, che “non si è soli quando un altro ti ha lasciato, si è soli se qualcuno non è mai venuto” (ma sarà poi così o è solo il testo di una canzone particolarmente ispirata?).
Non mi resta che applaudire alla solitudine che è poi anche la fine di questo spettacolo; ma sbattere le mani contro la realtà non consola, preferisco uscire all’aperto per agguantare un’altra manciata di illusioni.
Fa decisamente fresco. È divertente guardar uscire la gente da un teatro nella stagione invernale; sembrano tante formichine intirizzite, che sognano, tra un sorriso forzato, una parola smozzicata ed uno sbadiglio, il loro piccolo formicaio.
L’ultima ad uscire è proprio la bionda che rimane un istante sulla piazzetta e mi squadra con aria interrogativa; avrà forse timore che io sia il maniaco di turno? Come fare a spiegarle che a mezzanotte e venti sto aspettando un’altra persona, la quale mi è forse più estranea di lei?
Poi viene il turno di un attore, o meglio del protagonista, che ha deciso per una passeggiata nelle vie deserte della città. <<Grazie, niente taxi, vado a piedi…>>.
Vorrei ringraziarlo, ma non trovo il coraggio; mi ha regalato delle emozioni, ma non pare affatto in vena di complimenti.
Forse è stanco e ricerca anche lui un po’ di tregua dalle continue richieste della mente oppure, nella realtà è innamorato senza speranza come il sottoscritto.
Le serrande dell’entrata principale cigolano ponendo fine ad un’altra magica serata, una delle tante per te, probabilmente l’unica per me che non so abituarmi al pensiero d’una prossima gioia.
Chissà da dove uscirai… sono rimasto solo di fronte alle insegne spente ed ho quasi paura che te ne sia andata, lasciandomi alle prese con un pugno di ricordi tanto nitidi quanto malinconici.
Ma d’improvviso noto il tuo musino trafelato comparire al di qua d’una porticina a cui non avevo dato molta importanza; tutto si trasforma, la notte non è più notte ma un tempo senza tempo, se mi dicessi che è Natale o Ferragosto non mi meraviglierei.
<<Che bello lo spettacolo! grazie delle sensazioni che questa sera mi hai fatto provare.>>
<<Son contenta, ti sia piaciuto…>> e non immagini certo che io stia parlando di te.
<<Guarda, se mi proponessero di rivederlo ora… ne sarei proprio contento, anche se dura più di tre ore.>>
<<Ah, se per questo lo rivedrei pure io… ci sono alcuni passaggi che non sono ancora riuscita a mettere a fuoco, spero di poterlo fare nelle prossime serate.>>
<<Sai, questa sera ho capito perché sei così interessata a questo lavoro… ha davvero fascino, piacerebbe anche a me.>>
<Beh, allora quando cercano dei “mascherini” te lo farò sapere!>> Sei proprio infastidita che possa entusiasmarmi della tua vita; questo significa in poche parole che ti sono indifferente, oppure che mi credi un ipocrita; perlomeno rappresenta il rifiuto d’un legame mentale.
<<Non penso che mi prenderebbero… ci vuole il fisico… li ho visti quelli all’entrata.>>
<Allora li hai visti male, non è che siano una bellezza!>> Ma evidentemente bastano perché tu scelga questa pseudo libertà con le sue luci artificiali ed il continuo vociare della gente; è una ebbrezza che ogni sera si rinnova, una droga a cui non sapresti rinunciare; diciamo la verità, quel che conta nella tua vita, come del resto nella mia, è soltanto l’apparenza.
<<Trovo che la conclusione della commedia non sia giusta, è la negazione assoluta del rapporto umano; se mia moglie fosse tornata dopo avermi lasciato non le chiuderei la porta in faccia>>
(Continua)

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