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Senza maschera (capitolo V-Epiloghi-parte diciannovesima)




1

 -Pronto…
-Ciao.
-Ciao.
-Come va?.
-Bene… e a te?
-Bene… cosa fai di bello?
-Vado dall’estetista, a restaurarmi: ho preso l’appun-tamento ieri… se queste cose non si fanno quando si ha tempo…
-Sì, perché tu hai bisogno di restauri…
-Se ne ho bisogno non lo so… ma l’appuntamento l’ho preso ed ho quindi intenzione di andarci…
-Allora buon appuntamento…
-Sì, tra l’altro l’estetista è un ragazzo molto simpatico…
-Immagino che in questi giorni non ti troverò…
-Domani no e domenica neanche… comunque ci risentiamo.
-Ciao.
-Ciao.

*.*.*.*

Cara Francesca,

 Tu sei qui, in queste parole che troppo hanno già cercato di dire; queste parole che in fondo credo proprio mi abbiano fatto un cattivo servizio.
Eppure ti ho amato…
So bene che sarebbe inutile tornare indietro perché noi saremmo comunque gli stessi: mi accontenterei però di ripetere gli stessi errori pur di starti vicino ancora un poco e riuscire a raggranellare ancora qualche altro ricordo.
Così ti invio la conclusione di questo racconto poiché so bene che non ci risentiremo.
Difatti io non ho più la forza di chiamare e tu non l’hai mai avuta; non vedo perciò come potresti trovarla ora: l’unico, possibile, inevitabile sbocco, è il silenzio.
Appare chiaro ad entrambi che la nostra storia è finita o più esattamente non è mai iniziata, se non nella mia mente.
Di conseguenza nella mia mente vorrei terminarla, con un ulteriore pizzico di immaginazione.
Considero quello che la vita avrebbe potuto riservarci, se tu avessi accettato i miei sentimenti e in parte li avessi ricambiati, o perlomeno la felicità che avrebbe regalato a me.
Penso ai nostri figli potenziali e a ciò che avremmo insegnato loro: tu la fierezza, ed io il lato oscuro delle cose, perché quello chiaro potesse esplodere in tutta la sua vitalità.
Ma ora non è più tempo di riflessione o di fantasie, le pasticche mi attendono sul tavolo della cucina; il tubetto è aperto e si sono sparse sul piano scuro e levigato: sembrano tante piccole stelle di una notte che non mi interessa rivedere.
A dire la verità però il buio non si può vedere, ci si può soltanto immergere nell’oscurità e nulla più: potrebbe essere quindi tutta una storia, se non fosse per questa terra che gira; ma anche il suo moto in fondo sfugge alla nostra dimensione, come tutte le cose che contano del resto.

2

 Questo sarebbe l’epilogo banale e scontato di una persona mediocre e di un altro secolo; per i tuoi occhi è necessario una conclusione più originale, sono troppo grandi i tuoi occhi e troppo belle le tue labbra perché si contraggano ancora in espressioni di disgusto.
E allora ricomincio a fantasticare – le pasticche in fondo possono aspettare – e ti trovo così tra le mie braccia mentre ascolti una favola inventata per l’occasione… o meglio per l’occasione che non ci sarà mai, se non nell’immaginazione che curiosamente ormai si è fatta memoria…
<<Mille anni fa, ai tempi del gigante Forsebuono, viveva un re che si chiamava Sicuro Disé. E precisamente nel castello d’oro di Fuoridalmondo, ai confini del favoloso reame di Siamotutticontenti.
In quei tempi remoti il popolo del reame di Fuoridalmondo era spesso distratto da tristi pensieri; e così Sicuro Disé ignorava di essere re, del resto i cortigiani non gli avevano insegnato a darsi delle arie.
Secondo i folletti il nostro eroe passava l’intera giornata a pensare di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina. E le fate del Mondosuperiore aggiungono che Sicuro Disé era profondamente infelice.
Ogni sera rivolgeva al buon Dio la stessa preghiera:<<Grazie Signore, anche questa giornata è passata, aiutami ad affrontare quella che verrà, se verrà come credo, perché non so davvero che cosa fare del mio tempo>>.

E’ stupendo guardarti chiudere gli occhi abbandonata, mentre tento di raggiungerti con un bacio. <<Allora, vai avanti con la favola… che mi interessa… ma che non sia troppo triste per favore… né troppo lunga perché non vorrei dormire tutto il pomeriggio…>>
 <<Dopo questa sentita preghiera il re abbandonava lo sconforto ed apriva il grande frigorifero di corte, rifornito di tante cose appetitose.
Manco a dirlo Sicuro Disé mangiava in fretta ogni cibo succulento che si trovava davanti: formaggio della valle senz’erba, prosciutto di maiale delle ghiande d’oro, cioccolato al latte di balena e alla fine, solo per golosità, torte prelibatissime e dietetiche al cento per cento che preparavano gli gnomi pasticceri dei grandi magazzini del regno.
Tutte le notti all’arrivo del mal di stomaco si pentiva di essere stato così goloso e gli veniva il broncio, ma ormai era tardi per piangere sul latte versato (più che versato, ingoiato) e allora si addormentava di schianto con una pancia tanto piena che rischiava ogni volta di scoppiare.
Sicuro Disé russava come una ciminiera (<<Le ciminiere russano?>> si interrogano i folletti) e sognava di essere re, di combattere mille battaglie e di sconfiggere tanti nemici muscolosi e potenti. Ma erano solo sogni perché ormai era talmente grasso che non riusciva neppure a fare una breve passeggiata nel giardino delle tartarughe Senzazampe, figurarsi se poteva combattere.
Nonostante ciò le fate del Mondosuperiore avevano in serbo un’incredibile sorpresa.
In una dolce mattinata di primavera Sicuro Disé decise (chissà perché…) di avvicinarsi, non senza una po’ di fatica, ad una finestra del castello e vide con grande meraviglia  che una bellissima principessa stava per attraversare lo stretto ponte levatoio della Vitaveloce.
Ella aveva i capelli lunghi lunghi e gli occhi grandi grandi; indossava un vestito rosa morbidissimo, trapuntato con mille stelle azzurre che facevano brillare e profumavano anche il pavimento su cui camminava.
Naturalmente il re dimenticò immediatamente tutti i suoi pro-blemi: s’innamorò perdutamente della straordinaria visitatrice e senza perdere tempo – perché era diventato prezioso ai suoi occhi – volle riceverla nella sala del trono.
Sulle prime Angelica, così si chiamava la bella principessa, si sentì un po’ disorientata da tanto onore, ma era pur sempre di sangue reale e di conseguenza troppo fiera per dare peso alla cosa; così si sedette alla destra del re proprio come se fosse stata a casa sua, o meglio nel reame di suo padre, il re dei Mondiastralichenonesistono. 

 Sicuro Disé non fece molto caso ai modi confidenziali della principessa, preso com’era in un discorso che, secondo le sue previsioni, avrebbe dovuto incantarla. Pronunciò quindi queste strane parole:<<Non sono re, né possiedo un castello, un cavallo, una mucca, una capra o una gallina, non so che cosa fare del mio tempo e sono sempre più grasso>>.
Lei lo guardò con aria interrogativa, vide che in testa portava una corona che aveva certo bisogno di una lucidata, ma che era pur sempre una corona. Osservò che il re non era proprio in forma, così panciuto e ripiegato su se stesso, ma che era pur sempre seduto su di un trono.
<<Quindi>> si disse <<i casi sono due: o questo re è completamente fuori di senno, ipotesi che mi rifiuto di prendere in considerazione, oppure si tratta di un servo che si è travestito da re nell’attesa che il suo signore rientri al castello>>.
Sicuro Disé si era accorto che gli occhi della principessa luccicavano e così aveva creduto che anche Angelica si fosse innamorata di lui.
Ma la principessa dagli occhi grandi era solo e immensamente dispiaciuta e pensava:<<Non posso aver fatto tanta strada per andare sposa ad un servitore, di conseguenza aspetterò nella locanda che il signore ritorni>>.
Detto fatto, Angelica prese congedo dal re, con la scusa di riposarsi dal lungo viaggio sostenuto.  Sicuro Disé avrebbe voluto alloggiarla nel castello con il seguito reale, ma lei rifiutò con garbo.
Il motivo era semplice. La principessa era scossa da un terribile dubbio:<<E se poi il signore tornasse mentre sono a tavola con un servitore, potrebbe mai credere che io sono la sua promessa sposa, o potrebbe pensare che non sono riuscita a distinguere un re da un servo? È decisamente più saggio aspettare alla locanda…>>
Così Angelica prese in affitto l’osteria delle Futurecertezze, un albergo a cinque stelle e un pianeta, al confine del reame di Fuoridalmondo.
<<Presto verranno gli ambasciatori>> si diceva fiduciosa <<per annunciarmi che il re è giunto e che mi attende con impazienza al castello>>.

<<Senti un po’… questa storia mi sembra un tantino autobiografica… e come favola decisamente monotona oltre che impegnativa… e poi non ho più voglia di dormire…>>
<<E cosa hai voglia di fare…>>
<<Niente di quello che immagini.>>
Quando fingi di offenderti sei ancora più desiderabile, con quelle smorfie da bambina seriosa che un tempo mi mettevano in una terribile soggezione; ora invece so che è soltanto un bel gioco.<<Allora io continuo la favola?>>
<<Sì, sì continua che sono proprio curiosa di sapere come va a finire…>>
<<Tu però non interrompermi più, diversamente perdo il filo e non ricordo a che punto sono rimasto.>>
<<Va bene, va bene ma spicciati perché non voglio star qui tutto il pomeriggio!>>
<<La favola dice che nell’attesa del re la principessa non stava certo in ozio, aveva tanti affari da sbrigare: al mattino si dedicava alle letture, perché era una fanciulla istruita.
I folletti ricordano che il suo libro preferito si intitolava Diventarericcainunminuto, ma le fate del Mondosuperiore non sono d’accordo e affermano che sfogliasse soprattutto e con piacere Esistoquandovadointv, un libro finto che aveva solo una copertina molto colorata. Tutti però sono concordi, anche le rane dello stagno secco, sul fatto che Angelica avesse tanti sogni e che fino a mezzogiorno era quasi sempre felice e sorridente.
Però nel pomeriggio la principessa cambiava completamente umore perché si dedicava alle faccende di suo padre,  il re dei Mondiastralichenonesistono.
Naturalmente questi era un sovrano assai importante e quindi pretendeva che la sua regale figlia diventasse una grande dama. Così la bambina Angelica non aveva un pomeriggio libero: i maggiordomi di corte la accompagnavano a scuola di danza dei cavallucci marini, alle lezioni di yoga cibernetico delle Winx, a quelle di cinese e mongolo del nord che potrebbe diventare presto la lingua dei Siamotutticontenti, e da ragazzina si era pure iscritta all’università di Senonmiparcheggiononsonoallamoda dove frequentava le famose lezioni del professore Lavorarestancamasenonlavoromiaddormento.
La notte era invece destinata alla mondanità: ogni sera però Angelica sceglieva un accompagnatore diverso, poiché uscire due volte con lo stesso principe l’an¬noiava mortalmente. Così era arrivata sul ponte levatoio con il cuore libero e leggero, mentre i suoi innumerevoli pretendenti si struggevano d’amore per lei e speravano a breve in un suo ritorno.
Anche Sicuro Disé in gioventù avrebbe voluto movimentare un po’ la sua vita, ma la regina madre Sonoserenasenzadubbio aveva paura che si ammalasse e così non si era quasi mai mosso di casa, o per meglio dire di castello.
In verità una volta era andato alla spiaggia di Comesonoinforma, ma aveva rischiato di affogare perché non sapeva nuotare; quel giorno prese pure un’insolazione perché non aveva comprato la crema solare delle affascinanti lucertole Abbronzatedallalampada.
Un’altra volta Sicuro Disé  tentò di giocare a pallone con i terribili furetti, colpì la palla di testa e svenne mentre le fate del Mondosuperiore si coprivano gli occhi per il dispiacere.
Passò poi un secolo e Sicuro Disé si prese un brutto raffreddore: la regina lo rimproverò perché tanti anni prima aveva osato giocare al pallone; certamente questa imprudenza aveva provocato quella spiacevole malattia.
Anche il re come la principessa Angelica cercò di farsi un’istruzione, ma il primo giorno di università mangiò del formaggio avariato e gli venne la febbre per un anno intero (ma come già sappiamo rimase comunque goloso).
A quest’epoca non si spaventava tanto facilmente e anche se un poco malaticcio, si appassionò alla costruzione delle città: voleva diventare un famoso disegnatore di strade, cosa che gli sarebbe pure servita se avesse saputo di avere un regno, ma il famoso professore Costruiscotuttoio morì inseguito dai batteri del Mondosconosciuto e con lui finirono anche i sogni di Sicuro Disé.
E iniziarono gli incubi. Il re volle trovare ad ogni costo un lavoro e pure una moglie che gli piacesse almeno un poco. Non si sa bene perché gli vennero queste idee, forse perché non sapeva di essere re, ma i furetti non ne sono sicuri.
Di certo non si era mai visto prima che un re volesse lavorare, tantomeno nel reame di Fuoridelmondo: qui sgobbano solo gli gnomi, ma per ingordigia di denaro, non perché ne abbiano davvero necessità. Ed i sudditi servono il sovrano: anche questo è un modo serio di occupare il tempo, ma non si guadagna nulla.
Né era mai capitato nel reame di Fuoridelmondo che un re si fosse sposato per sua volontà: il matrimonio ai tempi lontani di Sicuro Disé era preparato con larghissimo anticipo dalla corte che pensava solo alle ricchezze della futura regina; che i promessi sposi si piacessero almeno un po’ non  interessava poi a nessuno, pare neppure a loro; o meglio importava forse alle fate del Mondosuperiore, ma  perché sono spiriti inguaribilmente romantici.
Sicuro Disé era così insistente che addirittura il giorno del Gufotriste la regina madre Sonoserenasenzadubbio chiamò a raccolta ogni servitore di corte compresi i giardinieri del Desertosecco. Pensarono che dovesse trattarsi di un’occasione importante: non era mai accaduto che a castello si facesse una riunione il 30 di febbraio; era risaputo che in quella data non uscissero dalle tane nemmeno gli Orchi delle Forestenere.
La regina madre ordinò che si scrivesse un editto col prezioso inchiostro dei Topiselezionatori e che la fine pergamena venisse consegnata al Gatto e alla Volpe che erano furbissimi e assai fidati.
Sonoserenasenzadubbio  desiderava che il suo volere andasse – con la dovuta calma – un po’ in giro per il reame, almeno fino al giorno del Gufoallegro che, come tutti sanno, giunge ogni venti anni, se giunge.
I folletti giurano che anche da lontano si potesse leggere questa frase:<<Il re Sicuro Disé vorrebbe lavorare, ma solo per finta e quindi  senza essere pagato >>.
I sudditi in verità non sapevano leggere, ma il Gatto e la Volpe si misero d’impegno con le chiacchiere e così davanti al portone del castello si formò una lunghissima processione di mendicanti che cercavano consigli gratuiti oppure che chiedevano denaro o ancora che facevano tutte e due le cose.
Sicuro Disé li ricevette nella sala del trono con tanto entusiasmo. Ma lavorare gratis lo stancava mortalmente.
Il giorno degli Allocchi si fece avanti tra la folla la Nanabaffuta. Povera donna aveva le gambe storte e contorte e una pancia quasi pari a quella del re che era ben più alto. Veniva dal paese degli Assetati, un reame vicino a quello di Fuoridalmondo. Gli abitanti di questo luogo fantastico erano perennemente ubriachi. Per la gran sete avevano prosciugato i ruscelli, i fiumi e i laghi e quindi si erano ridotti a bere vino e birra (il latte provocava loro un’intollerabile acidità di stomaco).
La Nanabaffuta non si reggeva molto bene in piedi, ma trovò comunque la forza di presentarsi:<<Io sono la principessa Nanabaffuta trasformata in donna per il bacio di un principe astemio (prima ero una coppa di spumante). Posso proporti di arrivare alle stelle e di diventare re o imperatore se mi seguirai nel reame degli Assetati>>.
Sicuro Disé rimase folgorato da tali e illuminanti propositi e in un battere di ciglio lasciò la corte – che tanto non sapeva di possedere – per correre verso il reame degli Assetati (si fa per dire “correre” visto il peso del re e le gambe malferme della Nanabaffuta).
Comunque sia l’entusiasmo durò poco. La Nanabaffuta non era una vera principessa, ma solo una convinta partecipante al concorso di Lacchédell’anno. Superfluo aggiungere che arrivò ultima e venne pure esiliata con un cappello da Asino nel paese degli Affamati. Sicuro Disé non poté che tornare a casa con la coda tra le gambe. <<Meglio fare il pensatore>>si disse<<che lavorare senza paga in un paese straniero>>.
Il termine “pensatore” gli piaceva di più rispetto alla parola “fannullone”, ma sapeva benissimo che in barba alle sottigliezze linguistiche non aveva più voglia di fare niente.
Ma torniamo alla nostra principessa Angelica. Un giorno arrivarono all’osteria delle Futurecertezze gli ambasciatori di Sicuro Disé e la pregarono di recarsi al castello con tutto il seguito; dapprima la principessa rifiutò l’offerta: le era stato, infatti, insegnato che una dama del suo rango dovesse farsi desiderare; ma in seguito ad una nuova ambasciata decise di pre¬sen¬tarsi con tutta la calma e la faccia tosta di cui disponeva, una settimana dopo il giorno pattuito>>.
 <<Ed è così che sarei io? a me non pare.>>
<<E chi ti ha detto che sto parlando di te? mi sembri un pochino egocentrica.>>
<<Non la voglio più ascoltare questa fiaba… mi sono davvero scocciata!>>
<<Dai, non ti arrabbiare, sono stato cattivo, lo ammetto… e va bene, come vuoi, resterai per sempre senza conoscere il finale.>>
<<No, dai, racconta ma veniamo velocemente al dunque!>>
<< Il re naturalmente era molto triste poiché, tanto per movimentare le solite riflessioni, cercava di spiegarsi gli strani comportamenti della principessa e ripeteva tra sé: <<Sarà perché non sono re né ho un reame, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera che la mia bella fanciulla è tornata sui suoi passi? Ahimè, perché in aggiunta alla mia miseranda condizione doveva succedermi di cadere innamorato?>>
Dunque da qualche tempo aggiungeva alle sue orazioni serali pure quest’ultima considerazione; cosicché lo stesso buon Dio stava perdendo la pazienza oltre che la speranza di trovare a Sicuro Disé un’identità che fosse di suo gradimento o di cui, perlomeno, il re potesse essere consapevole.
La principessa, dal canto suo, salì al castello nella più assoluta convinzione di trovare il re finalmente ritornato dalla battaglia; entrò nella sala del trono, a occhi socchiusi, per pregustare quella che sarebbe dovuta essere di lì a poco una meravigliosa realtà: l’incontro col suo signore, un fusto palestrato alto due metri, con gli occhi azzurri, i capelli biondi e soprattutto con lo sguardo fascinoso e glaciale.
E’ superfluo descrivere la delusione di Angelica quando, aperti gli occhi, si ritrovò davanti il medesimo individuo sempre più grasso e ripiegato su se stesso e che tra l’altro non aveva nemmeno uno dei requisiti minimi da lei tanto immaginati.
<<Mia signora sono contento che siate venuta a trovarmi>> incominciò a dire il re <<ma come mai siete così giù di morale? Sarà forse perché non sono re, né possiedo un reame, un castello, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera? questo è vero purtroppo, però potrebbe supplire il mio amore… sì perché io vi amo dal più profondo del mio cuore…>>
Il re si aspettava di essere ricambiato con le parole rosse di un eterno amore, ma la poverina incominciò a correre come una pazza e guadagnò l’uscita in un baleno.
Giunta sul ponte levatoio della Vitaveloce Angelica perse una scarpetta e ruppe il tacco dell’altra, così inciampò rovinosamente e cadde nel fossato dove vivevano i terribili coccodrilli reali>>.
 <<No, non puoi concludere così… sei uno scemo… e poi non mi hai detto che fine ha fatto il re!>>
<<Nessuna fine, ha continuato semplicemente a domandarsi:”Perché non sono re, non ho un reame, un castello una castellana, un cavallo, una mucca, una pecora, una gallina eccetera, eccetera”>>.
<<Non ci credo… è una fine idiota che tra l’altro non rispetta neanche la fiaba come genere letterario… Puoi fare di meglio… mi sembri un narratore di fiabe assai improvvisato!>>
<<Non ti sapevo così istruita… se proprio ci tieni allora continuo e così mi dici se ho rispettato la tradizione… non sia mai>>.
<<Ecco bravo vai avanti!>>
<<Ma i coccodrilli avevano appena mangiato e stavano digerendo: quindi non la degnarono di uno sguardo; si sa che questi feroci animali quando digeriscono hanno gli occhi pieni di lacrime.
Così Angelica, per quanto bagnata, poté risalire sul ponte levatoio con una certa facilità: le stelle del suo vestito però non luccicavano più ed il rosa era diventato grigio; i capelli sembravano quelli della regina madre dopo una tempesta tropicale e gli occhi grandi grandi erano diventati piccoli e tristi.
Sicuro Disé che nel frattempo era stato trasportato sul ponte levatoio non la riconobbe, e anzi la scambiò per la Nanabaffuta e impietosito le fece l’elemosina.
Angelica si offese molto e disse con un filo di voce al re:<<Come è possibile? Vostra maestà non mi ha riconosciuto?>>
<<A dire il vero pensavo che fossi la Nanabaffuta ritornata dal paese degli Affamati>> rispose il re che non era certo un campione di delicatezza.
<<Ma vedo che c’è una scarpetta qui sul ponte levatoio: concedimi il tuo piedino e vedrai che se la calzerai non te ne pentirai>>.
Angelica non aveva alcuna intenzione di indossare la scarpetta, e anzi voleva tornare in tutta fretta nel reame dei Mondiastralichenonesistono. Là c’erano bellissimi principi che attendevano e che, a guardare meglio, avrebbero potuto anche renderla felice.
Così disse al re:<<Maestà sono davvero lusingata per il suo regale invito, ma devo tornare al più presto nel mio regno perché mio padre, il re dei Mondiastralichenonesistono, si è ammalato gravemente insieme a tutta la corte>>.
Di solito Angelica non raccontava le bugie e quindi le crebbe il naso a dismisura con grande dispiacere delle fate del Mondosuperiore. La principessa diventò rossa e rossa e per scusarsi aggiunse:<<Un giorno tornerò in questo reame e mi piacerebbe… mi piacerebbe che nell’attesa Vostra Maestà facesse un po’ di sport; anzi al proposito avrei da consigliare la famosa palestra Chidigiunadimagriscedisicuro>>.
Dice la fiaba che i furetti erano molto contrariati per quest’altra bugia condita con un crudele consiglio e quindi inventarono il proverbio “Moglie e buoi dei paesi tuoi”.
Ma Sicuro Disé fu colto semplicemente da stupore e non seppe che rispondere, né si accorse che Angelica era stata poco sincera: il re aveva, infatti, gli occhi foderati da un delizioso prosciutto di cinghiale che aveva ingoiato a colazione.
Così, partita la principessa, a Sicuro Disé non rimase che cadere nelle meditazioni che ci vengono suggerite dagli gnomi: il re era molto triste perché aveva confuso la Nanabaffuta con una principessa e la principessa Angelica con la Nanabaffuta; le uscite dal reame erano state poi disastrose e non aveva neppure imparato a lavorare gratis, cosa che invece riusciva benissimo persino ai sudditi del reame.
Il bilancio non era insomma di conforto, ma rimaneva però il caro pensiero di non essere re, di non possedere un reame, un castello, una castellana, un cavallo, una mucca, una capra e una gallina.
Questa occupazione non lo tradiva mai e in fondo lo aiutava ad ammazzare il tempo e poi c’era sempre il fornitissimo frigorifero di corte e i successivi pentimenti che lo facevano sentire vivo.
Ma le fate del Mondosuperiore sussurrano che in realtà Sicuro Disé pensasse alla promessa della principessa. Fatto sta che si iscrisse in palestra e il frigorifero reale rimase per sempre sigillato. Così tutti vissero felici e contenti nell’attesa del ritorno della principessa>
>.
Che meravigliosa sensazione mi regala il poter chiudere con un bacio ogni possibilità di replica ed iniziare a massaggiare quelle parti del tuo golfino che mi piacciono tanto.
Ma non voglio spingere la fantasia più in là di questa immagine: salvo il file e spengo il calcolatore. Del resto tu non sei una bambolina così sciocca e capricciosa: l’immaginazione è andata al di là del consentito.

(Continua)

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