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Senza maschera (capitolo IV -parte quindicesima)


Teatro di Pompei 

Entrare in biglietteria è come capitare ad una festa a cui non sono stato invitato. <<Per cortesia potrebbe favorirmi il biglietto che ha lasciato per me la signorina Brunetti?>>
<<Sì, subito… ecco a lei!>>
<<Grazie.>> E sotto alle luci sfavillanti tanta gente che si trova a proprio agio come se fosse nel bagno di casa sua, gente arrivata… quanti bei vestiti… anch’io sono elegante, ma costretto a notarmi da solo: chi frequenta un certo ambiente tutto il giorno non fa molto caso.
<<Ciao, sei puntualissimo… vediamo che biglietto ti ha dato la strega… venticinquesima fila… non si è certo sprecata!>>
<<Va benissimo così…>> e non ho il coraggio di guardarti; o meglio preferisco esplorare i volti delle altre colleghe, per scoprire magari un guizzo di approvazione o almeno un piccolo indizio del fatto che tu abbia parlato di me; macché, nemmeno l’ombra: sembrano rocce di granito che non so che cosa farebbero pur di ostentare elegante indifferenza; e tu sei cresciuta alla stessa scuola, a quanto pare… ora mi spiego certi comportamenti, dettati sicuramente dall’abitudine a stare sempre sotto i riflettori… di uno spettacolo in fondo non ancora iniziato…
<<Se poi, quando si chiudono le luci, restano liberi dei posti davanti ti chiamo.>> Mi siedo e vai via con la solita fierezza che, devo dire, in platea diviene anche professionalità; mi passi davanti mille volte senza degnarmi d’un solo sguardo, dispensando sorrisi a destra e a manca con un’aria talmente naturale: dietro a te gli spettatori sembrano tanti scolaretti sperduti alla ricerca della maestra o delle boe che ondeggiano in un mare tranquillo ma ignoto.
E così da un settore all’altro, leggiadra come una farfalla che conosca a mena dito i colori ed i segreti del prato: ti muovi in modo incantevole e ad ogni tragitto regali ai miei occhi un dettaglio di più.
Una volta mi soffermo sui seni che solitamente t’illudi o forse mi fai credere di voler nascondere con il cappotto: modellano il tailleur con armonia e libertà, ben divisi, sodi come quelli di una ragazzina e nello stesso tempo imponenti quasi fosse in atto una gravidanza; il sottile rigato del giacchino non ha poi altra ragione, se non quella di esaltarne la pienezza e la sensualità.
Ad un altro passaggio mi colpisce la schiena ove danzano con incredibile leggerezza quei fili neri che le mie carezze desiderano: trame ammirate d’un velo da sposa… la sposa delle illusioni che giungono ogni sera puntualmente, appena si accendono le luci, illusioni da tenere lontane per non rimanere coinvolti e riuscire comunque ad apprezzarne fino in fondo il mistero.
Viene poi il turno dei fianchi, che inclini leggermente nell’atto di rivolgere il palmo della mano per indicare agli spettatori dove prendere posto; rimane impossibile non osservare la lunga gonna blu pieghettata che nel passo regolare si increspa per tornare immediatamente a distendersi: ogni con-trazione rappresenta fedelmente i più minuti aspetti della tua poliedrica femminilità.
Che dire ancora della radiosità del volto, della gioia che sprizza da ogni poro: lo spettacolo sei tu e null’altra emozione questa sera potrà mai superare queste immagini che doni inconsapevolmente.
Si spengono le luci e si apre il sipario, ho tanta voglia di piangere ed ignoro la ragione. Riesco a trovare sollievo in un solo pensiero che è poi l’attesa di un evento, la conclusione di questa serata, con te sulla macchina per le strade della città silenziosa e colma di atmosfere irreali.
Continuo a fissare il palco di proscenio: è un pensiero puerile, ma ti immagino ridere nel buio accanto alla console del tecnico del suono; quando stiamo insieme non sorridi mai e del resto come fare a darti torto, uscire con me il più delle volte fa tristezza anche a me stesso.
Ma io non vorrei soltanto essere brillante o simpatico, quel che mi piacerebbe è ispirarti quei versetti complici che l’oscurità non impedisce di immaginarti  sulle labbra; e poi per chi, magari per un elettricista con gli occhiali che due pulsanti riescono a trasformare in un superuomo: devo farmi furbo! Il problema sta forse nel non darmi sufficiente importanza?
No, non è soltanto questo, sarebbe rimediabile, il mio problema è che ti voglio bene… “Quel mattino capii come stavano le cose. Se vuoi bene a qualcuno, quell’altro ci ride. Mi veniva di ridere, senza averne voglia. Non glielo dissi, ma le dissi che doveva stare attenta…”
E qui Pavese parlava di te, di me, di tutte quelle nullità che in un momento della loro piccola vita divengono ragione di attrattiva per altre nullità; e sono così fiere della propria pochezza che non riescono a concepire pensiero diverso dalla fuga; si tratta di una legge di natura contro cui non si può combattere, dell’unica tra le esperienze per cui non vale neppure il senno di poi, visto che si ripete immancabilmente.
(Continua)

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