Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventitreesima parte)

Il Capo III è intitolato “Che non poffano gli Ebrei Acquiftare Beni ftabili”.

Sua Maestà Vittorio Amedeo II non desiderava che gli Ebrei acquistassero beni immobili, sotto pena in contrario della confisca; se per caso ne venissero in possesso perché il loro debitore non fosse solvibile dovevano rivenderli entro un anno a persone capaci di acquisto[1].

Il paragrafo 2 del Capo III stabilisce inoltre che “

Saranno altresì fotto la fteffa pena tenuti ad alienare que’ Beni, che prefentemente poffedono un’anno dopo spirate, che fieno le loro rifpettive condotte[2].

 Abbiamo detto che i rapporti col potere erano regolati da una condotta che era a tempo determinato e dunque questa norma conferma l’idea che gli Ebrei stanziati sul territorio dovessero continuare ad essere considerati stranieri.

Già presso i Romani il divieto di possedere beni stabili dipendeva dal fatto che esclusivamente il cittadino che godesse dei pieni diritti civili e politici poteva appropriarsene.

I popoli delle invasioni barbariche ritenevano poi che solo l’arimano, ossia l’uomo libero (e giammai la donna) poteva possedere beni immobili.

Con l’affermarsi delle grandi Monarchie che si basavano sul feudalesimo e sulla teocrazia, si ritenne che la proprietà fondiaria potesse acquistarsi solo con una investitura data dalla pubblica autorità; la padronanza assoluta del territorio in capo al sovrano era principio del diritto pubblico.

Poi si corresse un poco il tiro per evitare l’arbitrio, e si  considerò in capo al Principe il solo dominio eminente[3], ma esso bastava allo stesso per concedere o negare discrezionalmente agli stranieri la facoltà di possedere terreni od altri beni immobili nel suo territorio.

I sovrani sabaudi peraltro addussero anche una ragione insuperabile per non concedere il possesso di beni immobili ai Giudei: essi restavano stranieri e non potevano diventare cittadini perché non osservavano la religione di Stato che era quella cattolica.

E non potevano avere diritti perché non possedevano beni immobili.

Come appartenenti ad una nazione nomade estranea alla società cristiana,  anche quando  divennero sudditi, ebbero sempre diritti limitati come la plebe o i clientes romani che seppure considerati membri dello Stato non possedevano alcuni diritti[4].

Solo con un editto del 1572 venne concesso agli Ebrei di possedere beni immobili nei domini sabaudi, ma poi questa facoltà venne ristretta ai soli Ebrei di Nizza e poi anche tra loro solo ad alcune famiglie[5].

Si tenga però presente che l’interdizione dall’acquisto dei beni stabili non valeva per la categoria dell’Ebreo di Corte (hofjude) e ciò rientra nella mentalità che appunto conservava al Principe discrezionalità sul concedere o meno beni stabili. Benché l’Ebreo di corte appartenesse per sangue, per convinzione e per confessione al genere ebreo, formava tuttavia una specie a parte e assai distinta.

L’hofjude poteva, infatti, abitare ovunque vi fossero ebrei, comprare case d’abitazioni, vendere merci all’ingrosso e al minuto, formare con altri una Comunione, scegliersi il rabbino, avere Sinagoga e cimitero: tutte facoltà che per gli altri ebrei erano sottoposte a mille ostacoli e inceppate da mille restrizioni. L’hofjude inoltre era dispensato di portare sugli abiti il distintivo imposto agli altri ebrei[6].

Il divieto di acquisto e l’obbligo in ogni caso di rivendita verranno confermati con le leggi e le Costituzioni di Sua maestà del 1770, con le leggi patenti  del 1° marzo 1816[7] e 15 febbraio 1822[8] e con l’art. 28 del Codice civile sardo del 1837.

La ragione ottocentesca del divieto di acquisto risiederà nel fatto che i sovrani temevano il potere economico degli Ebrei, e che in particolare avrebbero potuto acquistare buona parte del territorio determinando uno squilibrio sociale.

La regola inerente la rivendita del bene immobile ipotecato venne posta invece perché i proprietari che ricorrevano all’usuraio sapendo di non poter rimborsare il debito preferivano lasciarli incolti e quindi ne scapitava l’economia e del resto gli Ebrei, non sapendo quanto tempo sarebbero rimasti su un dato territorio, non avevano alcun incentivo a far coltivare beni di possesso precario [9].

Sta di fatto che ancora nel 1848 i Giudei piemontesi non potevano acquistare beni immobili pena per alcuno la nullità[10] del contratto e comunque la confisca[11] trascorso il termine per la rivendita.

Era però loro lecito ricavare dagli immobili l’usufrutto, i diritti di albergamento, avere l’investitura dei diritti enfiteutici, effettuare locazioni[12] perpetue o trentennali, acquistare diritti reali (ipoteca)[13], redigere compromessi di vendita perché esso non trasferisce né il possesso, né il dominio ed acquistare[14] ai pubblici incanti beni immobili in nome e per conto di altri con dichiarazione per persona da nominare.

Agli Ebrei si riconosceva infine il diritto di kasagà in base a cui il padrone di una casa affittata ad un ebreo non era libero di locare ad altri israeliti. Ciò però poteva portare ad abusi ed allora ad un certo punto si ritenne solidalmente responsabile l’università locale ebraica per le pigioni che l’ebreo non avesse voluto corrispondere dopo aver impedito al padrone una successiva locazione[15].

Meno di cent’anni dopo con l’art. 10 del regio decreto 17 novembre 1938, n. 1728[16] Vittorio Emanuele III, ribadirà tristemente lo stesso divieto di acquisto e decreterà che “I cittadini Italiani di razza ebraica non possono… d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila; e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila. per i fabbricati per i quali non esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti eseguiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 ottobre 1936-XIV, n. 1743>>.

Inascoltata fu dunque la invocazione della dottrina ottocentesca che nel 1848 prendeva come modello Pio IX perché aveva emancipato gli Ebrei dalle antiche interdizioni[17] e che si augurava che Carlo Alberto avesse da preparare all’Italia più splendide sorti[18].

Del resto anche l’Inghilterra aveva concesso agli Ebrei in quegli anni di diritti politici e la stessa Prussia era sulla buona strada:  quindi c’era ottimismo.

L’unità della nazione era considerata cosa necessaria poiché solo in “un patto di Concordia che produce l’UGUAGLIANZA avanti la legge tra i cittadini, sta il RISORGIMENTO d’ITALIA[19].


[1] Il paragrafo 1  stabilisce che “Non farà lecito agli Ebrei di far acquifto de‘ Beni ftabili ne’ Noftri Stati, fotto pena della confifcazione di effi, e se in occafione di qualche efecuzione fopra i Beni del Debitore saranno aftretti a prenderne in pagamento, vogliamo, che paffato il termine del rifcatto, fieno tenuti alienarli a Perfone capaci un’anno dopo, fotto la medefima pena”.

[2] Meno rigoroso era il re di Sardegna Carlo Felice con riferimento alla Liguria aveva fissato nelle Regie Patenti del 1816 un termine quinquennale per la restituzione. Cfr. Gazzetta di Genova n. 20 di Sabbato 22 marzo 1822.

[3] Facoltà di far uso e di disporre del territorio, ma non in modo vietato dalla legge.

[4] Non quelli di cittadinanza attiva, né il connubium.

[5] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 100 e ss.

[6] G. LEVI, Op. cit., p. 267.

[7] Che estese a cinque anni il termine per la rivendita dei beni ipotecati

[8] Con cui si dispose che i beni immobili rimasti invenduti al 1824 (ossia acquistati durante il dominio francese) dovevano consegnarsi allo Stato perché li mandasse all’incanto. Le prescrizioni del 1816 e del 1822 invece non si estenderanno alla Liguria perché si trattava di leggi reali e quindi del territorio del solo Piemonte.

In Liguria, infatti, il territorio da occupare era così trascurabile che sarebbe stato sciocco preoccuparsi degli acquisti ebraici.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 82.

[10] Secondo questa dottrina non poteva però essere invocata dalle parti contrattuali, ma solo dal Fisco perché vi era una lesione di un principio di ordine pubblico. Tuttavia né nelle Regie Costituzioni, né nella normativa successiva vi è qualche riferimento alla nullità.

[11] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 15. Peraltro il principio era così radicato anche negli altri paesi che ancora nel 1836 gli Ebrei dimoranti in Svizzera che avessero voluto acquistare un terreno in Basilea avevano come unica scelta quella di diventare cittadini francesi.

[12] Si aggiunge però che siccome i Cristiani non potevano abitare nel ghetto dovevano locare gli immobili di cui eventualmente fossero proprietari in esso agli Ebrei stessi.

[13] Dai beni stabili andavano distinti i diritti stabili che erano di libera appropriazione per gli Ebrei, così si potevano ottenere le piazze dei farmacisti o dei causidici. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 107. In Modena era invece possibile acquistare i siti per i cimiteri e filatoi per lavorare la seta. Tit. IX par. XVII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[14] Per la dottrina, ma non per la giurisprudenza.

[15] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 121 e ss.

[16] In Gazz. Uff., 29 novembre, n. 264). – Provvedimenti per la difesa della razza Italiana. Il decreto verrà abrogato dall’articolo 1 del R.D.L. 20 gennaio 1944, n. 25.

[17] Il papa aveva stabilito che potessero vivere nei rioni contigui al ghetto e che potessero anche far parte della Guardia cittadina.

[18] “Ora l’astro di Carlo Alberto e di Pio IX è sull’orizzonte”. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 170.

[19] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 167.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventesima parte)

3. La condizione degli Ebrei nelle Leggi e Costituzioni del 1729 di Sua Maestà Vittorio Amedeo II

Nel 1723 venne messa a punto una compilazione di Costituzioni ma fu ravvisata imperfetta, ed un’altra se ne promulgò nel 1729, ovvero quella che si commenterà qui di seguito.

Le Costituzioni sono divise in sei libri; il primo riguarda  l’osservanza del culto cattolico e le soggezioni imposte agli Ebrei ed è propriamente oggetto del presente contributo; il secondo attiene alla giurisdizione dei magistrati supremi e dei tribunali inferiori; il terzo riguarda il procedimento da tenersi nelle cause civili; il quarto le leggi penali ed il procedimento in materia criminale; il quinto investe varie materie speciali, come le successioni, i fidecommessi, le tutele , le subastazioni[1] e le gride per le vendite dei beni, le enfiteusi, le prescrizioni, il privilegio per l’ampliamento delle fabbriche ed il passaggio delle acque, le transazioni, la celebrazione e la conservazione degli atti notarili; il sesto investe in ultimo la giurisdizione camerale, i feudi, i diritti regali, i privilegi fiscali e la legge d’Ubena[2].

Queste Costituzioni all’epoca non potevano considerarsi leggi generali; ma costituivano eccezione al sistema del diritto romano, che formava la base della legislazione del paese.

All’epoca si osservavano ancora come leggi particolari gli statuti locali approvati dal sovrano, e le decisioni dei magistrati.

Si vietava invece severamente agli avvocati di citare nelle loro allegazioni i pareri della dottrina[3].

Le disposizioni che commenteremo rimasero in vigore per secoli a partire almeno dal 1430[4], senza contare il fatto che sono per la maggior parte di derivazione romanistica: alcune verranno sostituite con discipline di analogo tenore da quelle codicistiche civili e penali emanate per il Regno di Sardegna tra il 1837, il 1839 ed il 1859 e transiteranno poi nella codificazione post-unitaria: la differenza più marcata tra le Costituzioni e le norme codicistiche risiede forse nel fatto che queste ultime non si riferivano ad una determinata etnia, ma regolavano solo una fattispecie a prescindere da chi la ponesse in essere: e ciò perché nell’Ottocento gli Ebrei divengono sudditi di Sua Maestà e nel 1848 con lo Statuto Albertino ottengono la pienezza dei diritti civili e politici.

Alcune disposizioni delle Costituzioni al contrario verranno specificamente e tristemente riprese dalle leggi razziali in epoca fascista, proprio con riferimento agli Ebrei: si pensi alle disposizioni sul divieto di famulato e sulla proprietà dei beni stabili.

Il Titolo VIII Capo I delle Leggi e costituzioni del 1729 è intitolato “Della segregazione degli Ebrei dai Cristiani”.

Gli Ebrei dovevano abitare obbligatoriamente in un ghetto che però non si trovava in tutte le città, ma solo in quelle ove gli Ebrei fossero tollerati; gli Ebrei che si trovassero in altri luoghi avrebbero dovuto recarsi entro un anno dalla pubblicazione delle Costituzioni, nei ghetti delle città ove erano appunto tollerati[5]. La norma era già presente negli Statuti Sabaudi del 1430.

La parola ghetto deriva dalla parola ebraica ghuoter che suona in italiano chiostro, o forse dai termini ghuazara o ghurororet che si possono tradurre con il vocabolo congrega.

La consuetudine già romana di assegnare case separate ai Giudei venne adottata anche nello Stato pontificio dal pontefice Paolo IV[6] in Roma ove una zona chiamata propriamente ghetto, ossia una strada separata, ma contigua alla città presso il Teatro di Marcello, venne istituita dal Pontefice il 26 luglio 1556 e Pio V provvide poi nel 1566 all’assegnazione delle case che stavano in quel perimetro[7]: la disposizione fu ripetuta da tutti i Papi sino a Pio IX che nel 1847 riaperse le porte di Roma agli Israeliti.

Regole simili si trovavano nella legislazione di Modena[8] ed in quella Toscana.

La ratio della segregazione stava nel fatto che si voleva evitare che i Cristiani abitando con gli Ebrei venissero a contaminarsi dei loro errori[9].

Durante la notte gli Ebrei dovevano restare dentro al ghetto pena una multa ovvero otto giorni di carcere[10], salvo il caso di incendio[11] sopravvenuto.

A Modena erano invece più “liberali” perché l’uscita era consentita in occasione di pubblici, o privati spettacoli, urgenze di traffico, e altri casi di necessità”[12].

Gli Israeliti dovevano inoltre tenere le porte chiuse e sotto la stessa pena non potevano far entrare o ricevere Cristiani[13].

A Modena addirittura nessun Ebreo poteva avere porta o finestra da cui si potesse uscire dal ghetto, a meno che la stessa apertura non fosse custodita con chiave da portinaio cristiano.

Le finestre che avessero il prospetto fuori dal ghetto dovevano avere la ferrata oppure essere alte da terra almeno sette od otto braccia.

Ogni Università ebraica doveva predisporre un’abitazione vicina al ghetto ove potesse risiedere il portinaio cristiano che doveva chiudere  i portoni pubblici al tramontar del sole e ad certi orari sigillare tutte le porte particolari[14].

Quanto alla ricezione di cristiani invece essa si riteneva possibile in Modena se fossero stati “medici, chirurghi, o levatrici in caso di bisogno, o altri assistenti in casa di malattia…”[15]

Nessun ebreo in Piemonte poteva abitare fuori del ghetto o prendervi bottega, pena una multa anche in capo all’affittuario[16]: il divieto non varrà però durante le pubbliche fiere e nei dieci giorni precedenti e successive ad esse[17].

Illustre dottrina annoterà nel 1834 che le regole sull’abitazione e sulle attività economiche erano insufficienti perché non si vietava agli Ebrei di dimorare o di aprire bottega nelle campagne[18].

Questa triste condizione muterà in parte solo in seguito. Le regie patenti del 24 maggio 1743 stabiliranno tuttavia che si potessero affittare terreni per porvi filature e locare stanze fuori dal ghetto per riporvi granaglie[19].

Un regolamento napoleonico stabilirà poi che un Ebreo debba avere “un negozio stabile ed aperto o che altrimenti non eserciti una professione”, pena il bando o la chiusura in una casa di lavoro a spese della Università ebraica sino a che egli non abbia imparato un mestiere che gli consenta di mantenersi[20].

L’art. 5 delle Regie Patenti 1° marzo 1816 disposero che “È agli Ebrei permesso di uscire per lo esercizio della mercatura e delle arti o dei mestieri, dai rispettivi ghetti, anche di notte tempo, con che però debbano rientrarvi prima delle ore nove di sera ed abbiano a munirsi perciò di una carta di pemissione[21] dell’Ufficio di Vicariato… da spedirsi loro gratuitamente[22].

(Continua)


[1] I procedimenti di vendita all’asta.

[2] Essa prevedeva, derogando alle leggi generali, che si potesse disporre per testamento dei propri beni a favore degli stranieri e che succedessero i viciniori di sangue in caso di successione ab intestato.

[3] V. F. SCLOPIS, Storia della legislazione italiana, volume secondo, op. cit., p 450.

[4] Si consideri che le prime norme in tutto rispettose del popolo ebreo giungeranno in Italia solo con la  Legge 8 marzo 1989, n. 101 (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., 23 marzo, n. 69). – Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.

[5] Il paragrafo 1 stabilisce che “Nelle città, nelle quali sono tollerati gli Ebrei, si stabilirà un Ghetto separato, e chiuso per l’abitazione di essi, e quelle famiglie, che si trovano sparse negli altri luoghi, dovranno un anno dopo la pubblicazione delle presenti andar’ ad abitare nelle dette Città, proibendo loro d’introdursi senza nostra licenza in quelle, nelle quali non sono per anco stati ammessi”.

[6] A dire la verità la Chiesa stabilì che i Giudei dovevano essere rinchiusi nel Ghetto in due concili del 694 tenuti in Toledo (il XVII ed il XVIII); per la precisione si dichiarò che gli Ebrei dovevano essere ridotti in schiavitù, rinchiusi nei ghetti, spogliati di ogni privilegio, soggetti alla confisca di ogni bene e messi nella condizione di non poterne più acquistare.  JEWS, Dissertazione sopra il commercio, usure, e condotta degli Ebrei nello Stato pontificio, op. cit. p. 6.

[7] V. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 38.

[8] V. il Titolo IX  del Codice estense del 26 aprile 1771.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 119.

[10] A Modena la multa era di 25 scudi (Tit. IX par. II del Codice estense del 26 aprile 1771).

[11] Il paragrafo 2 delle Leggi e costituzioni del 1729 parimenti presente nel 1430 recita: “Non usciranno dal Ghetto dal cadere sino al sorgere del Sole, se per avventura non si svegliasse in esso, o nelle di lui vicinanze qualche improviso incendio, o che altra simile giusta causa non li costringesse ad uscire, sotto pena di lire venticinque per ogni uno, e per ciascuna volta, e non avendo da pagarle, di giorni otto di Carcere”.

[12] Tit. IX par. VII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[13] Il paragrafo 3 inasprisce la segregazione: “Nel predetto tempo, che resta ad essi proibito il poter uscire dal Ghetto. Dovranno tenerne le Porte chiuse, e non ardiranno introdurvi, o ricevere alcun Uomo, o Donna Cristiana, sotto la pena sudetta”.

[14] Tit. IX par. V-VI del Codice estense del 26 aprile 1771.

[15] Tit. IX par. VIII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[16] Il paragrafo 4 è attribuito a Rex Vitt. Amed.:Non potrà verun Ebreo prendere Casa, o Bottega fuori del Ghetto, né verun Cristiano potrà loro affittare, o subaffittarne, sotto pena per gli uni, e per gli altri di Scudi dieci d’oro”.

[17] Il paragrafo 5 pone dunque un’eccezione al paragrfo 4: “Ne’ luoghi però, ne’ quali si faranno le pubbliche Fiere, potranno i Padroni delle Case dare, e gli Ebrei prender’ in affitto Case, e Botteghe fuori del Ghetto senza incorso di pena alcuna per il tempo che dureranno esse Fiere, a anche per dieci giorni prima, che comincino, e dopo che saranno quelle terminate”.

[18] F. GAMBINI, Della Cittadinanza giudaica, op. cit. p. 87.

[19] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 91.

[20] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 56-57.

[21] Che ricorda tristemente l’attuale permesso di soggiorno per gli extracomunitari.

[22] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 120.