Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto X – Sintesi

Painting by Andrea del Castagno depicting Fari...
Painting by Andrea del Castagno depicting Farinata degli Uberti. Villa Carducci, Florence. (Photo credit: Wikipedia)

L’azione si svolge circa alle due antelucane del 9 aprile 1300, sabato santo.

Siamo nel cerchio VI: una valle di campagna buia, illuminata da tombe scoperchiate e incandescenti per le fiamme che le circondano.

I dannati puniti in questo canto sono gli eresiarchi. Sono coloro che seguirono dottrine diverse da quelle della Chiesa cattolica romana.

In questo scorcio del cerchio, Dante incontra gli epicurei, eretici che negavano l’immortalità dell’anima[1].

PENA E CONTRAPPASSO

Gli eresiarchi giacciono dentro tombe infuocate, col coperchio sollevato; sono raggruppati secondo il tipo di eresia, ogni capo con i propri seguaci, e le tombe sono più o meno arroventate secondo la gravità della colpa.

Come in vita furono abbagliati da una luce fallace, ora sono costretti nelle tombe di fuoco.

Da notare il riferimento realistico: nel Medioevo, infatti, gli eretici erano puniti con il rogo.

PERSONAGGI

1) Farinata, Manente degli Uberti. Farinata è appunto appellativo di Manente degli Uberti, di antica famiglia fiorentina di parte ghibellina, che Ciacco, come già sappiamo, cita fra gli uomini degni del tempo passato (Inf. VI, 79), i Fiorentini “ch’a ben far puoser li ‘ngegni“.

Farinata visse a Firenze nei primi decenni del XIII secolo, mentre la città era tormentata da continue discordie.

Già nel 1239 era a capo della sua consorteria di parte ghibellina, e svolse una parte di primo piano nella cacciata dei guelfi nel 1248.

Quando, in seguito alla morte di Federico II, i guelfi rientrarono in città, si riaccesero i contrasti, e questa volta furono i ghibellini ad essere costretti all’esilio.

Farinata si stabilì a Siena e, riconosciuto come il più autorevole capo di parte ghibellina, riorganizzò le forze della sua parte.

Con l’appoggio degli armati di Manfredi, figlio di Federico II, Farinata fu uno dei principali artefici della vittoria di Montaperti, il 4 settembre 1260 e, nello stesso tempo, riuscì a salvare Firenze dalla distruzione decretata dai Ghibellini.

Nel congresso di Empoli, seguito subito alla battaglia, infatti fu l’unico tra i vincitori ad opporsi al progetto di distruggere Firenze.

A Firenze Farinata morì nel 1264, due anni prima della battaglia di Benevento che segnò, insieme, il tramonto della potenza sveva in Italia ed il definitivo rientro dei guelfi a Firenze.

Gli Uberti furono nuovamente esiliati, ma la vendetta non risparmiò neppure i morti.

Nel 1283 Farinata e sua moglie Adaleta furono accusati di eresia: le loro ossa, sepolte nella chiesa di S. Reparata, furono riesumate ed i loro beni furono confiscati agli eredi: l’impressione su Dante, appena diciottenne, dovette essere fortissima ed incancellabile anche a causa della grande personalità di Farinata.

Gli studiosi sono discordi nel valutare la fondatezza dell’accusa di eresia. Certo è che gli eretici contestavano la supremazia religiosa della chiesa di Roma, mentre i Ghibellini ne contestavano l’ingerenza politica: la convergenza di finalità causò spesso una certa confusione, sicuramente alimentata dalla propaganda guelfa.

2) Cavalcante de’ Cavalcanti. Gentiluomo fiorentino del XIII secolo, padre del celebre poeta Guido Cavalcanti, amico di Dante.

Cavalcante fu di parte guelfa e quindi avversario politico di Farinata, accanto al quale Dante lo destina a rimanere per l’eternità.

Al secondo, definitivo, ritorno dei Bianchi in Firenze, nel 1267, per rendere più stabile la pace in città si strinsero legami di parentela fra le famiglie di opposte fazioni: il figlio di Cavalcante, fu così fidanzato alla figlia di Farinata, Beatrice.

Cavalcante era un epicureo, e ciò, fra il 1200 e il 1300, significava che non credeva nell’immortalità dell’anima e quindi nel magistero della chiesa: era, in sostanza, un pensatore laico.

3) Federico II. L’ultimo degli imperatori Svevi (1194-1250), re di Napoli e di Sicilia. Ammirato da Dante, protettore delle arti e della poesia. Fu accusato di eresia. Salimbene ci riferisce che fosse epicureo e che quindi cercasse e facesse cercare dai suoi dotti, nelle Sacre Scritture, ciò che potesse dimostrare che non vi è altra vita dopo la morte.

<<Il Cardinale>>. Ottaviano degli Ubaldini, vescovo di Bologna e poi cardinale dal 1245. Pur combattendo contro Manfredi e Federico II, a favore del pontefice fu fautore dei ghibellini, morì nel 1273. È considerato un epicureo perché i commentatori antichi riferiscono di lui un caratteristico motto: <<Io posso dire, se è anima, che l’ho perduta per parte ghibellina>>.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) La figura di Farinata. Farinata degli Uberti è il personaggio che domina il canto e non solo metaforicamente: già la sua rappresentazione fisica, con quell’ergersi dalla cintola in su e l’espressione accigliata e sdegnosa, dicono di lui come di figura importante e degna.

Benché ghibellino irriducibile, avversario fiero di Dante, questi non può fare a meno di rilevarne la statura morale e politica, che espresse nell’amor patrio e nell’atteggiamento magnanimo, e che culminò nella difesa strenua di Firenze al convegno di Empoli.

Ma Farinata non è solo l’appassionato politico, è anche l’uomo che ha meditato gravemente sui destini suoi e della sua città, che è colpito da quanto Dante gli va raccontando, che mormora quasi a giustificarsi che quanto ha fatto a Montaperti non è stato senza una causa.

Farinata rappresenta insomma la figura dell’uomo politico integro, fedele ad una causa da generazioni, la cui azione e comunque dettata da necessità, e che opera in direzione del bene e della grandezza della propria patria.

2) La profezia di Farinata. «Non passeranno cinquanta mesi, che tu saprai quanto è difficile ritornare in patria»: così dice Farinata a Dante (cfr. vv. 79-81). La profezia si riferisce all’esilio di Dante; nel momento del dialogo con Farinata siamo nell’aprile del 1300, Dante sarà esiliato nel 1302 e fino al 1304 parteciperà ai tentativi dei Bianchi per tornare in Firenze: si tratta per l’appunto di quattro anni e due mesi.

Le parole di Farinata colpiscono profondamente Dante, più di quanto avessero fatto quelle di Ciacco (cfr. c. VI), per la gravità oggettiva delle sventure che preannunciano.

Altre profezie sul suo destino egli sentirà da altri dannati e anime salve, fino al definitivo svelamento del suo futuro, cui già allude qui Virgilio, nel momento del suo incontro con l’avo Cacciaguida in Paradiso.

3) Tema politico. Il canto ripercorre le tappe della storia politica di Firenze, così fortemente legata alla storia delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, tra Bianchi e Neri, cui appartenevano le grandi famiglie come gli Uberti.

L’antagonismo tra Farinata e Dante e dunque un antagonismo di casato: si manifesta fin dalla cacciata dei guelfi da Firenze nel 1248, e nella successiva vittoria dei Ghibellini a Montaperti nel 1260 (“per due fiate dispersi”), quando Dante non era neppure nato.

E se la famiglia degli Alighieri non aveva in realtà il peso politico che rivestivano gli Uberti, poco importa: Dante è qui partecipe, nella finzione poetica, di quelle vicende che lo vedranno protagonista appassionato e poi, nell’esilio, sempre più staccato e amareggiato osservatore.

4) II dolore paterno di Cavalcante. Cavalcante Cavalcanti si stacca decisamente e volutamente dal personaggio Farinata, per il modo tutto personale di patire la stessa pena.

Personaggio minore, si solleva solo fino al mento, in ginocchio, mentre l’altro si erge con tutto il busto, imponente, vive come raffigurazione dell’amore paterno, angosciato per la sorte del figlio, al punto da equivocare le parole di Dante e crederlo morto.

Il suo episodio, inserito con taglio cinematografico all’interno del dialogo tra Dante e Farinata, illumina per contrasto anche l’altra scena.

Farinata interpella Dante avendone riconosciuto la parlata toscana, chiedendogli chi furono i suoi avi; Cavalcante lo riconosce subito ed e preso unicamente dalla preoccupazione di non vedere accanto a lui l’amato figlio, grande poeta e grande amico di Dante.

Farinata, del resto, riprende il dialogo come se non l’avesse neppure sentito, intento a riflettere su quanto Dante gli ha appena detto. L’angoscia è di entrambi, diverso e il modo di sentirla.

5) La preveggenza dei dannati. Il colloquio con Cavalcanti è funzionale anche a innescare la questione dottrinaria sulla preveggenza dei dannati, che viene poi trattata da Farinata.

Egli rivela a Dante che tale preveggenza è simile alla vista dei presbiti, che vedono bene da lontano, ma non da vicino.

Sanno cioè, i dannati, riconoscere bene gli avvenimenti nel futuro, ma quando quelli si avvicinano non li conoscono più, fino ad essere come ciechi rispetto al presente (ed infatti Cavalcante non sa se suo figlio sia vivo o meno).

Tale conoscenza del futuro durerà fino al giudizio universale, quando, non esistendo più il mondo, non vi saranno più categorie temporali, così che il chiudersi delle tombe sugli eretici coinciderà con la loro totale e definitiva cecità.

RIASSUNTO

1-21 Dante e Virgilio proseguono il viaggio per un angusto sentiero posto tra le mura della città di Dite e le tombe arroventate in cui sono puniti gli eretici.

Il discepolo chiede di potersi intrattenere con le anime che giacciono nei sepolcri incustoditi e dal coperchio sollevato.

Virgilio, intuendo l’inespresso desiderio del poeta – che sarà presto soddisfatto – di poter conferire con Farinata, ricorda a Dante che le tombe in cui sono puniti i negatori dell’immortalità dell’anima (epicurei) saranno serrate il giorno del giudizio universale.

22-51 Un dannato interrompe il dialogo tra i due pellegrini: il linguaggio usato da Dante gli rende manifesta la presenza di un concittadino. Il poeta, intimorito, si volge a Virgilio, ma questi lo rassicura, invitandolo a parlare degnamente: il peccatore è Farinata degli Uberti che chiede a Dante da quale casata discenda; il poeta replica di appartenere alla famiglia degli Alaghieri.

Farinata afferma di averli cacciati da Firenze due volte (1248-1260) e D. replica che essi sono tornati (1251-1266[2]) mentre gli Uberti sono rimasti esuli (dal 1258)[3].

52-72 Un’ombra si leva ginocchioni da un sepolcro: è Cavalcante Cavalcanti che cerca inutilmente con lo sguardo il figlio Guido, degno, secondo il padre, di affiancare Dante per altezza d’ingegno; il poeta ne spiega l’assenza perché il viaggio è dovuto alla Grazia divina, sdegnata da Guido, non a meriti poetici.

D. si lascia sfuggire “Guido vostro ebbe” per cui Cavalcante fraintende le parole di Dante deducendone la morte del figlio e si lascia ricadere supino per sempre nell’arca.

73-120 Farinata, impassibile, riprende il filo del discorso interrotto da Cavalcante dolendosi dell’esilio imposto ai suoi e afferma che prima di 50 giorni anche Dante saprà che cosa vuol dire l’esilio.

Chiede poi perché i Fiorenti­ni non facciano tornare in patria gli Uberti e Dante spiega che il motivo è da ritrovarsi nel perdurare del ricordo della batta­glia di Montaperti (1260), dove Farinata ed i Ghibellini avevano trionfato.

Farinata replica che non solo gli Uberti hanno parte­cipato a quella battaglia e che comunque fu proprio lui che nel Concilio di Empoli si oppose alla decisione dei Ghibellini di radere al suolo Firenze (la proposta venne dal senese ghibellino Provenzan Salvani che D. incontrerà nella prima cornice del purgatorio: v. canto XI).

Un ultimo dubbio assilla Dante: quale sia la condizione dei dannati che paiono prevedere il futuro ma non conoscere il presente. Tale condizione, spiega Farinata, analoga a quella dei presbiti (vedono le cose lontane ma non le vicine)[4], cesserà nel giorno del giudizio finale, quando la luce di Dio non illuminerà più il futuro, ma tutto sara presente, oscuro e morto.

Dante comprende allora perché Cavalcante sia rientra­to nella tomba[5] e prega Farinata di far presente al Cavalcanti che suo figlio è ancora in vita (morirà quattro mesi dopo).

Già richiamato da Virgilio, il poeta viene a sapere della presenza tra gli epicurei, di Federico II e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini.

121-136 Farinata è ormai ricaduto nel sepolcro, ma la sua profezia ha sconvolto Dante, che viene rincuorato dal maestro: la verità sul futuro della sua vita gli sarà svelata da Beatrice, in Paradiso (sarà invece Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso a narrare a D. il viaggio della sua vita). Quindi entrambi s’incamminano per un sentiero che conduce ad una valle dal puzzo orribile.


[1]  Epicuro pensò un’anima costituita da atomi sottili e corporea. La dissoluzione del corpo con la morte conduce alla dissoluzione dell’anima, che non può esistere indipendentemente dal corpo: la vita nell’aldilà non è dunque possibile. Poiché la morte significa estinzione totale, essa non ha significato per i vivi o i morti, giacché: “Se ci siamo, non c’è la morte; e quando c’è la morte, non ci siamo più noi“.

[2] Dopo la battaglia di Benevento.

[3] Nell’incontro con Farinata emergono soprattutto due temi, cari alla meditazione dantesca: 1. La disputa politica e la conseguente accusa di eresia 2. Il tema della famiglia: la pena per i propri discendenti esiliati, il dilemma se le colpe dei padri debbano ricadere sui figli. E’ lo stesso dilemma di Dante nelle varie occasioni in cui avrebbe potuto far ritorno a Firenze e liberare così dall’esilio i suoi figli maschi.

[4] Questa norma applicata qui per la prima volta come contrap­passo della colpa di questi peccatori, sarà estesa in seguito a tutti i dannati, diventando norma generale.

[5]  Fino a questo punto aveva creduto che i dannati cono­scesse­ro oltre al futuro anche il presente: v. il dialogo con Ciacco.

Dante Alighieri – le opere in breve

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di D...
Domenico di Michelino, La Divina Commedia di Dante (Dante and the Divine Comedy). 1465 fresco, in the dome of the church of Santa Maria del Fiore in Florence (Florence’s cathedral). Dante Alighieri is shown holding a copy of his epic poem The Divine Comedy. He is pointing to a procession of sin. (Photo credit: Wikipedia)

Affronteremo ora i tratti essenziali di nove opere del grande poeta  partendo da un breve schema e premesso che la produzione letteraria di Dante appartiene per la maggior parte agli anni dell’esilio.

In lingua  volgare Dante scrive:

– Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)

– Vita nova (1290-1294)

– Rime (1283-1307)

– Convivio (1303-1304)

– Divina Commedia (?)

In lingua latina sono invece:

– De Vulgari Eloquentia (1304-1305)

– Monarchia (?)

– Quaestio de aqua et terra

– Egloghe

– Epistole

Tra le prime opere troviamo dunque il Fiore e il Detto d’Amore.

Si tratta di due poemetti, diversi sia per forma metrica sia per contenuto, che sono stati tramandati insieme da un unico manoscritto privi dell’indicazione dell’autore e del titolo.

Solo nel secolo scorso i due testi furono separati e pubblicati dai loro primi editori con i due titoli distinti con cui ancora oggi vengono designati.

Dopo svariate attribuzioni, in una edizione critica (1984) Gianfranco Contini ha definito le due opere «attribuibili» a Dante per i numerosi elementi stilistico-formali che le accostano alle rime e alla Commedia.

Per il registro comico intensamente realistico, addirittura con punte di violenza verbale talvolta stupefacenti, apparterebbero alla produzione con ogni probabilità. alla fase pre-stilnovistica.

Sia il Fiore sia il Detto d’Amore traducono in parte il poema allegorico in francese antico Roman de la rose[1],composto nel secolo XIII la cui diffusione è databile tra il 1237 ed il 1280.

La composizione dei due poemetti è perciò ascrivibile a un periodo compreso entro il decennio 1285-1295: vi compaiono infatti alcuni aspetti della vita politica di quel periodo di tempo, fra cui la lotta fra borghesi e magnati a Firenze, e le persecuzioni religiose, subite da alcuni gruppi ereticali e dai filosofi averroisti.

Il Fioree formato da una «corona» di 232 sonetti, i cui personaggi allegorici (ripresi dalla trama del Roman de la rose), come la Rosa, la Vecchia Falsembiante, raffigurano la conquista dell’unione carnale con la donna (fuori d’allegoria, per «fiore » si intende, come già abbiamo accennato, il sesso della donna).

Assai vigorosa è anche la polemica contro gli ordini religiosi francescano e domenicano, responsabili per Dante della morte del filosofo averroista fiammingo Sigieri di Brabante (considerato invece, dal futuro autore della Commedia, degno del paradiso) che era venuto a tenzone con San Tommaso.

Il testo è di non facile leggibilità, dovuta soprattutto all’affastellarsi di francesismi che danno luogo a una sorta di «franco-toscano».

Il Detto d’Amore è composto da 480 settenari in rima baciata, ed offre una sintesi delle caratteristiche e delle regole comportamentali dell’amor cortese; in esso si avverte la forte influenza della cultura provenzale, come già sappiamo il modello più diffuso prima che Dante elaborasse la sua originale versione stilnovistica dell’amor cortese.

La Vita Nova è composta di liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei; nel “libello” (come lo chiama Dante)  le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, in chiave stilnovistica: Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio.

Le Rime comprendono 54 liriche autentiche e 26 di attribuzione più incerta, composte da Dante durante tutto l’arco della sua vita e ordinate dopo la sua morte. I temi sono diversi e spaziano dal fantasioso e sognante (“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io“), al musicale (“Per una ghirlandetta“), dal passionale (“Così nel mio parlar“), al solenne (“Tre donne intorno al cor“).

La diversità di temi, stile e periodo di composizione permette di seguire l’evoluzione del pensiero e della poetica di Dante.

Il Convivio è un’esposizione enciclopedica del sapere medioevale, scritta in volgare e non in latino perché, nell’intenzione del poeta, doveva rivolgersi ad un vasto pubblico: misto di prosa e di versi, non fu completata e dei 15 trattati progettati solo 4 ne furono composti.

La Divina Commedia, iniziata in  esilio forse nel 1304, è il racconto in prima persona di un viaggio compiuto da Dante all’età di trentacinque anni nei tre regni dell’oltretomba cristiano.

Le due guide principali del poeta in questo viaggio sono Virgilio (Inferno – Purgatorio) e Beatrice (Paradiso).

Il poema si compone di tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciascuna cantica comprende trentatré canti, a cui si deve aggiungere il primo canto dell’Inferno (che quindi ne ha trentaquattro), che funge da introduzione a tutta l’opera. I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata.

Quest’opera rappresenta una summa di cultura, di valori etici ed estetici del Medio Evo.

Attraverso una visione metaforica di un viaggio nell’oltretomba, il poeta esprime con una sapiente e ricca regia compositiva motivi politici, storici, teologici e personali (vedi la sua posizione nei confronti dell’amata e criticata Firenze).

In questo viaggio verso la perfezione divina, Dante assume il compito di raccontare la sua esperienza al mondo con la speranza che questo ne tragga insegnamento.

Rimase invece incompiuta una grandiosa opera in latino, il De vulgari eloquentia, un trattato intorno all’origine e all’essenza del nostro linguaggio. Dante indica come modello ideale di lingua letteraria, o volgare illustre, una lingua che prenda i suoi termini da ogni dialetto, nessuno dei quali adatto di per sé all’uso letterario.

Nel De Monarchia Dante espone le sue convinzioni politiche sulla necessità di un impero universale, unico garante di giustizia e libertà.

Affronta inoltre un problema molto dibattuto ai suoi tempi, cioè quello del rapporto tra le due supreme autorità: il papa e l’imperatore, le due grandi guide dell’umanità; essi per il poeta hanno ricevuto direttamente da Dio la loro autorità e la devono esercitare in due sfere distinte, quella spirituale e quella temporale, per il conseguimento della felicità celeste e terrena.

Questo trattato tuttavia ai tempi di Dante non incontrò l’approvazione della chiesa e a nulla servì che nelle parti conclusive il poeta indicasse comunque una supremazia spirituale del papa sull’imperatore; nel 1329 fu fatta addirittura bruciare ed in epoca più tarda fu inserita nell’indice dei libri proibiti..

Importanti in lingua latina anche le Epistole, soprattutto le tre scritte per la venuta di Arrigo VII. Meno interessante il trattatello scientifico Quaestio de aqua et terra: nel 1319 mentre Dante si trovava a Mantova, come ci racconta il poeta stesso, partecipò ad una grossa disputa che concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra).

Interessanti sono in conclusione anche due Ecloghe sempre in latino dal tono malinconico e speranzoso indirizzate a Giovanni del Virgilio, umanista bolognese che lo aveva invitato nella sua città per ricevere l’alloro poetico.


[1]  Fra i testi più fortunati della lingua d’oil troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese. Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi composti nel 1237) e Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280). La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa. La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre. Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado indulgono nel sensualismo più audace; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.