Viviamo nell’amore. Elisabetta della Trinità di Giorgio Pernigotti

Nel ricco epistolario della Beata Elisabetta della Trinità, vorrei cogliere una breve lettera inviata alla sorella Guite e redatta nell’aprile del 1906.

            Elisabetta sente la debolezza, è consapevole che la malattia, sia pure tra alternanze e schiarite, la sta consumando.

            Si preoccupa di salutare, di consolare, di suggerire. Lo ha sempre fatto, non ha mai lesinato esortazioni sia a familiari sia a persone affettivamente più lontane. Lo farà sino all’ultimo giorno del suo cammino in terra.

            Ogni commento al testo sarebbe superfluo e, almeno per chi scrive, troppo ambizioso.

            Solo una notazione.

            Lo snodo, quale espressione della mistica trinitaria di Elisabetta, dell’azione congiunta e ad un tempo distinta delle tre Persone: la protezione del Padre, il sigillo del Figlio, il tocco trasformante dello Spirito.

            Una pagina di elevatissima teologia, espressa con dolcezza e semplicità.

            Leggiamola, teniamola accanto per poterla meditare quando siamo tristi o nella prova, nella malattia, nella gioia, per vivere l’amore in questo anno straordinario di grazia, voluto dal Santo Padre.

            [Aprile, 1906]

Cara sorellina, non so se è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre mio perché sto assai meglio e la santina di Beaune sembra volermi guarire; ma vedi, talvolta mi pare che l’Aquila divina voglia piombare sulla sua piccola preda per trasportarla là dove è lui: nella luce abbagliante!

Ti sei sempre saputa dimenticare per la felicità della tua Elisabetta e sono sicura che se me ne volassi via sapresti rallegrarti del mio primo incontro con la divina bellezza. Quando il velo cadrà, con quale gioia mi inabisserò fin nel segreto del suo volto! È qui che passerò la mia eternità. Nel seno di questa Trinità che già fu la mia dimora quaggiù sulla terra; pensa, Guite, poter contemplare nella sua luce gli splendori dell’essere divino, scrutare le profondità del suo mistero, essere fusi con colui che si ama, cantare senza tregua la sua gloria e il suo amore, essere simili a lui perché lo si vede come gli è…

Sarei felice, sorellina, d’andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra! Ti lascio la mia devozione per i Tre (all’amore!).

Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube fra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza, perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai <<la lode della sua gloria>>. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai. Sarò invece <<laudem gloriae>> davanti al trono dell’Agnello e tu <<laudem gloriae>> nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre <<l’uno>> tra di noi. Credi sempre all’amore. Se hai da soffrire, pensa che sei più amata ancora e canta sempre <<grazie>>. È così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo.

Insegna alle piccole a vivere sotto lo sguardo del Maestro. Vorrei che Elisabettina avesse la mia devozione ai Tre. Sarò alla loro prima Comunione, t’aiuterò a prepararle. Tu pregherai per me: ho offeso il mio Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti giorni. Perdono, ti ho dato spesso il cattivo esempio.

Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!”

Alla lettera manca la firma, come in altre. Invero, Elisabetta non usava firmarsi in modo costante ed uniforme, bensì secondo le circostanze e con riguardo ai destinatari.

Oso pensare, in questo contesto, come la mancanza di segno sia a motivo di quell’unione che ha legato e legherà le due sorelle per l’eternità: se la firma è separazione, tra due anime unite da un celeste patto, richiamato (anche) in questo documento, non vi sarebbe stato nulla di più stonato (soprattutto per una premiata pianista)!

Giorgio Pernigotti

IL CIELO SULLA TERRA (di Giorgio Pernigotti)

8 (24)

… Sarei felice, sorellina, d’andare lassù per essere il tuo angelo. Come sarei gelosa della bellezza della tua anima già tanto amata sulla terra! Ti lascio la mia devozione per i Tre  (all’amore!). Vivi al di dentro con essi. Il Padre ti coprirà della sua ombra, mettendo come una nube fra te e le cose della terra, per conservarti tutta sua, ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima come in un cristallo l’immagine della sua propria bellezza, perché tu sia pura della sua purezza, luminosa della sua luce. Lo Spirito Santo ti trasformerà in una lira misteriosa che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai <la lode della sua gloria>. È quello che io avevo sognato di essere sulla terra. Tu mi sostituirai. Sarò invece <laudem gloriae> davanti al trono dell’Agnello e tu <laudem gloriae> nel centro della tua anima. Questo, sorellina, sarà sempre <l’uno> tra di noi. Credi sempre all’amore. Se hai da soffrire, pensa che sei più  amata ancora e canta sempre <grazie>. E così geloso della bellezza della tua anima! Non guarda che a questo. Insegna alle piccole a vivere sotto lo sguardo del Maestro. Vorrei che Elizabettina avesse la mia devozione ai Tre. Sarò alla loro prima Comunione, t’aiuterò a prepararle. Tu pregherai per me: ho offeso il mio Maestro più che tu non creda, ma soprattutto digli grazie per me, un Gloria tutti i giorni. Perdono, ti ho dato spesso il cattivo esempio. Addio, quanto ti amo, sorellina! Forse andrò presto a perdermi nel focolare dell’amore. In cielo o in terra, che importa? Viviamo nell’amore e per glorificare l’amore!” (L 228, aprile 1906 – senza firma).

Nel cuore del Carmelo, quasi contemporanea di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto, pulsa la spiritualità della Beata Elisabetta della Trinità. Muore, come Teresa, giovanissima, dopo un’agonia di circa nove mesi, nel 1906: ha solo 26 anni.

Ho scelto uno dei tanti brani, tratto dagli scritti che ci ha donato: lettere, poesie, biglietti, un diario, dagli stili più vari.

È il contenuto, quasi integrale, di una lettera scritta alla sorella Margherita nel 1906, una delle tante del carteggio tra Elisabetta e Guite.

Più di altre, esprime il tema dominante dell’esperienza spirituale di Elisabetta.

Come altre, esprime la sua profonda umanità e la consapevolezza del significato  dell’amore trinitario, già conosciuto, sia pure in modo velato, nell’intimo dell’anima.

È consapevole, Elisabetta, di essere al termine della propria vita terrena e desidera consegnare alla sorella una sorta di testamento, qualche consiglio e ammonimento,    rinnovarle la sua gratitudine.

Le grate del convento di Digione non hanno mai impedito ad Elisabetta di comunicare con l’esterno, di mantenere i rapporti e le amicizie della sua fanciullezza.

Il suo temperamento allegro e vivace manteneva questi legami solidi e forti, siccome essenziali alla sua esperienza mistica.

Elisabetta conserva tutta la sensibilità  espressiva di una pianista che a tredici anni ottenne un premio al Conservatorio di Digione. Senza questi legami, senza questa umanità, Elisabetta non non sarebbe quel fiore profumato nel prato della Chiesa, non avrebbe quel carisma teologico che la distingue.

Il famoso teologo Hans Urs von Balthasar ha accostato Elisabetta a Teresa in due scritti, poi riuniti in un unico volume dal titolo “Sorelle nello spirito – Teresa di Lisieux e Elisabetta di Digione”.

Si tratta di un accostamento interessante, meritevole di approfondimento, in altro contesto. Faccio suggerimento di lettura del volume, soprattutto della prefazione dove l’Autore anticipa le sue conclusioni e motiva le fonti delle sue riflessioni.

Mi piace, inoltre, ricordare la stupenda omelia di Giovanni Paolo II per la beatificazione, pronunciata nella Basilica Vaticana domenica 25 novembre 1984.

Ne riporto un frammento: “Noi osiamo oggi presentare al mondo questa religiosa claustrale che condusse una vita nascosta con Cristo in Dio (Col 3, 3) perché è una testimone luminosa della gioia dessere radicati e fondati nellamore (cf. Ef 3, 17). Ella celebra lo splendore di Dio, perché si sa abitata nellintimo dalla presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito nella quale ella riconosce la realtà dellamore infinitamente vivo.”

Proprio nella consapevolezza di vivere l’esperienza trinitaria consiste la specificità di Elisabetta. Si tratta di una consapevolezza che significa presenza vera e certezza di un incontro futuro, incontro che vuole comunicare alla sorella indicandole la meta suprema: l’Amore.

Un cielo che è già su questa terra, un cielo che Elisabetta racconta nell’Ultimo Ritiro e  che costituisce lo sfondo della splendida Elevazione alla Santissima Trinità.

Giorgio Pernigotti

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