Dante Alighieri: De Vulgari Eloquentia (Trattato sull’arte del dire in volgare)

Trittico

La Vita nuova ed il Convivio hanno in parte sollevato alcuni problemi[1]; per D. è giusto ritornarvi dal momento che sono di alto interesse dottrinale; per il dibattito di approfondimento è necessario utilizzare competenze specifiche e rivolgersi ad un pubblico molto ristretto; quindi il latino torna ad essere il linguaggio d’uso e l’opera è pertanto rivolta agli uomini dotti.

 Quest’opera, divisa in due libri, ma originariamente concepita in quattro, è stata iniziata anteriormente al Convivio nel 1302, venne interrotta nel 1304 e rimase incompiuta a partire dal 1305.

 In essa D. vuol celebrare una forma di volgare itali­co[2] nobilissimo e perfetto in sé, degno di essere posto a confronto con il latino e di competere con la lingua d’oc e d’oil (cioè con il provenzale ed il francese).

 Nella sua esposizione D. opera in primo luogo  un’analisi storica della lingua a partire da Adamo.

 Il linguaggio è un dono di Dio fatto al primo uomo, nel quale fu posta la facoltà di organizzare la parola, così come fu posto il tuono nelle nubi, lo strepito nelle acque.

Tuttavia è anche opera umana (essendo espressione di razionali­tà e di passione umana) e quindi è soggetto a mutamenti relativi al tempo ed al luogo.

Originariamente l’umanità dovette esprimersi in una lingua unica, formatasi intorno alla parola El (= Dio); a seguito della confusione originata dalla costruzione e distruzione della torre di Babele[3], tale lingua unica si frammentò in varie lingue; se ne diffusero tre in Europa: il greco, il tedesco e la lingua (non più ricostrui­bile, ma accertata dalle molte derivazio­ni) da cui sarebbero scaturite – nell’Europa sud-occidentale – il francese, il provenzale e la lingua del sì (cioè l’italiano).

A loro volta queste lingue nella forma parlata (locutio vulgaris) furono instabili e corruttibili.

Il latino invece non è una lingua naturale ma convenzionale (locutio artificialis), creata dai dotti per avere uno strumento costante ed universale al fine di comunicare il pensiero, in altre parole per unificare le espressioni: quindi la sua caratteristica fu di essere stabile e costruita da regole.

Tra le lingue di derivazione “naturale” la lingua del sì è per D. la più importante perché si avvicina a quella che D. definisce “comune lingua grammatica” (il linguaggio universale: il latino) e perché l’hanno usato grandi poeti come Cino da Pistoia e Dante stesso, più dolci e sottili di quelli che hanno poetato nella lingua d’oc e nella lingua d’oil.

Dopo queste parole introduttive il poeta si restringe a parlare del volgare italiano e confronta le varie parlate nel suo seno; ne conta quattordici; afferma ad esempio che il romanesco è la parlata peggiore; si sofferma poi sul siciliano dei nobili (non su quello popolaresco) in omaggio alla scuola sveva, riconosce il volgare illustre nel linguaggio di Cino (non in quello dei vecchi rimato­ri toscani, troppo dialettale); definisce quella bolognese la parlata più bella, ma non la migliore (tanto che il Guinizzelli se ne è allontanato).

 In conclusione il volgare illustre non esiste in alcuna città ma è l’unione delle parti più nobili delle singole parlate; è chiaro che Dante ha in mente non una parlata ma una forma d’arte.

 Il volgare di cui il poeta discorre negli ultimi tre capitoli del I libro deve poter svolger un compito politico, morale e spirituale e nello stesso tempo essere un linguaggio universale; pertanto secondo D. ha quattro caratteristiche:

a) è illustre (perfetto e sublime): è “qualcosa che diffonde luce e che investito dalla luce  risplende chiaro su tutti”; è investito da un magistero come lo sono i grandi uomini (Numa Pompilio, Seneca) che per questo si dicono illustri; ha un potere sulla volontà degli uomini che li determina “a volere e a disvolere”; solleva in alto chi lo usa anche se in esilio (come il poeta); in altre parole, determina una crescita interiore,  rende glorioso chi l’usa come linguaggio famigliare ed esprime con chiarezza tutti gli argomenti;  b) è cardinale: perché è il cardine su cui girano gli altri dialetti che sono, a seconda, fuori o dentro del suo ambito; strappa “i cespugli spinosi” dagli altri dialetti, ossia opera una selezione stilistica;

 c) è aulico: degno di una reggia nobiliare, sede del potere politico, se in Italia ce ne fosse una; il volgare in quanto universale e cioè di tutti non può che vivere nella casa comune degli uomini; tutte le regge parlano il volgare illustre;

d) è curiale: serve alla curia, cioè al senato – sede della cultura – se questo esistesse nei Comuni italiani; in Italia invece della curia ci sono gli intellettuali: cioè tanti uomini che utilizzano la curialità, cioè la ragione come norma del loro agire. In altre parole il volgare, in quanto curiale, deve essere una lingua con regole fisse come la lingua grammatica: solo così potrà definirsi universale.

Nel secondo libro[4] premesso che tratterà da chi, per quale oggetto, come, dove, quando,  e verso chi si deve usare questo volgare, D. aggiunge che esso può utilizzarsi sia per la prosa che per la poesia; in tal’ultimo caso deve essere usato solo dai poeti forniti di ingegno e scienza e deve riguardare soltanto argomenti nobili e degnissimi: la prodezza delle armi (Bertran de Born, Arnaut Daniel, Giraut de Borneil poetarono degnamente di questo argomento in provenzale), l’amore (in Italia abbiamo Cino da Pistoia) e la rettitudine (“l’amico suo ” cioè Dante).

In altre parole D. precisa che una lingua non si esprime mai allo stesso grado, essa riflettendo di necessità, il livello di colui che la parla.

Certamente un volgare illustre sarà parlato da un uomo illustre, che D. individua in coloro che esercitano il loro parlare in attività nobili.

 Il metro più adatto al volgare illustre è la canzone; D. insegna quali versi siano da adoperare e come; ma per non proce­dere a caso nella composizione, dal momento che la lingua deve adeguarsi alla materia che tratta[5], si devono distinguere tre livelli a cui corrispondono tre generi di stili: il tragico (stile elevato) costruito da gravità di pensiero, magnificenza di versi, elevatezza della costruzione ed eccellenza di vocaboli; il comico (stile mediocre) e l’elegiaco (stile umile) che sono stili inferiori.

Lo stile tragico è perfettamente realizzato nella poesia, soprattutto nella canzone[6]: D. insegna dapprima quali versi si devono usare e come; quindi mostra esempi che dimostrino un costrutto nobile e sostenuto ed afferma che per acquistarlo bisogna studiare i grandi poeti latini.

Infine D. tratta della scelta dei vocaboli: essi devono essere nobili, eleganti, vigorosi, ed armoniosi insieme.

Distinti poi i vari sensi della parola canzone (cantio) – melodia e canto; poesia in genere adatta alla musica – e data la definizio­ne della canzone per eccellenza (<<unione in stile tragico di stanze uguali, senza ripresa, d’ispirazione unita­ria>>), D. passa a parlare della stanza, del suo rapporto con la musica, della disposizione e qualità delle rime, del numero dei versi di essa. Qui il trattato si interrompe (cap. XIV del II libro).

Tre volte ci sono dei rimandi ad un quarto libro, dove egli avrebbe trattato del volgare mediocre ed umile.

La maggiore importanza del De vulgari eloquentia consiste nel fatto che essa rivela quanta consapevolezza e quanto studio D. ponesse nella ricerca dei mezzi espressivi.


[1] Nel capitolo XXV del primo trattato della Vita Nova D. aveva parlato delle diversità tra poeti latini e volgari, si era soffermato sul linguaggio poetico, il quale, a differenza di quello in prosa, si nutre di immagini e di modi della retorica. Il Convivio a sua volta si chiude con una decisa difesa della lingua volgare, che, secondo Dante, può esprimere ogni sentimento e si presta anche a trattare materie scientifiche e filosofiche.

[2] Non quello che si parla ma quello che si apprende con lo studio.

 [3] Distruzione provocata da Dio come castigo per i discen­denti di Noè che insuperbiti avevano appunto costruito tale torre.

[4] Si tratta di una ricerca più particolare di quello che occorre perché una lingua possieda i predetti quattro requisiti.

[5] Uno stile elevato diventa ridicolo se usato per questioni di poco conto, almeno quanto appare rozzo e sconveniente  uno stile umile quando si trattino argomenti eccelsi.

[6] Questa, infatti, è una composizione d’alto contenuto e di stile impeccabile, come dimostrano la sua struttura: strofe compiute e ben articolate, che perciò si chiamano più propriamen­te stanze, e versi nobili a partire dall’endecasillabo, ch’è il più importante, il più musicale, e quindi anche il più usato nella canzone.

Dante Alighieri – le opere in breve

Domenico di Michelino, La Divina Commedia di D...
Domenico di Michelino, La Divina Commedia di Dante (Dante and the Divine Comedy). 1465 fresco, in the dome of the church of Santa Maria del Fiore in Florence (Florence’s cathedral). Dante Alighieri is shown holding a copy of his epic poem The Divine Comedy. He is pointing to a procession of sin. (Photo credit: Wikipedia)

Affronteremo ora i tratti essenziali di nove opere del grande poeta  partendo da un breve schema e premesso che la produzione letteraria di Dante appartiene per la maggior parte agli anni dell’esilio.

In lingua  volgare Dante scrive:

– Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)

– Vita nova (1290-1294)

– Rime (1283-1307)

– Convivio (1303-1304)

– Divina Commedia (?)

In lingua latina sono invece:

– De Vulgari Eloquentia (1304-1305)

– Monarchia (?)

– Quaestio de aqua et terra

– Egloghe

– Epistole

Tra le prime opere troviamo dunque il Fiore e il Detto d’Amore.

Si tratta di due poemetti, diversi sia per forma metrica sia per contenuto, che sono stati tramandati insieme da un unico manoscritto privi dell’indicazione dell’autore e del titolo.

Solo nel secolo scorso i due testi furono separati e pubblicati dai loro primi editori con i due titoli distinti con cui ancora oggi vengono designati.

Dopo svariate attribuzioni, in una edizione critica (1984) Gianfranco Contini ha definito le due opere «attribuibili» a Dante per i numerosi elementi stilistico-formali che le accostano alle rime e alla Commedia.

Per il registro comico intensamente realistico, addirittura con punte di violenza verbale talvolta stupefacenti, apparterebbero alla produzione con ogni probabilità. alla fase pre-stilnovistica.

Sia il Fiore sia il Detto d’Amore traducono in parte il poema allegorico in francese antico Roman de la rose[1],composto nel secolo XIII la cui diffusione è databile tra il 1237 ed il 1280.

La composizione dei due poemetti è perciò ascrivibile a un periodo compreso entro il decennio 1285-1295: vi compaiono infatti alcuni aspetti della vita politica di quel periodo di tempo, fra cui la lotta fra borghesi e magnati a Firenze, e le persecuzioni religiose, subite da alcuni gruppi ereticali e dai filosofi averroisti.

Il Fioree formato da una «corona» di 232 sonetti, i cui personaggi allegorici (ripresi dalla trama del Roman de la rose), come la Rosa, la Vecchia Falsembiante, raffigurano la conquista dell’unione carnale con la donna (fuori d’allegoria, per «fiore » si intende, come già abbiamo accennato, il sesso della donna).

Assai vigorosa è anche la polemica contro gli ordini religiosi francescano e domenicano, responsabili per Dante della morte del filosofo averroista fiammingo Sigieri di Brabante (considerato invece, dal futuro autore della Commedia, degno del paradiso) che era venuto a tenzone con San Tommaso.

Il testo è di non facile leggibilità, dovuta soprattutto all’affastellarsi di francesismi che danno luogo a una sorta di «franco-toscano».

Il Detto d’Amore è composto da 480 settenari in rima baciata, ed offre una sintesi delle caratteristiche e delle regole comportamentali dell’amor cortese; in esso si avverte la forte influenza della cultura provenzale, come già sappiamo il modello più diffuso prima che Dante elaborasse la sua originale versione stilnovistica dell’amor cortese.

La Vita Nova è composta di liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei; nel “libello” (come lo chiama Dante)  le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, in chiave stilnovistica: Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio.

Le Rime comprendono 54 liriche autentiche e 26 di attribuzione più incerta, composte da Dante durante tutto l’arco della sua vita e ordinate dopo la sua morte. I temi sono diversi e spaziano dal fantasioso e sognante (“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo e io“), al musicale (“Per una ghirlandetta“), dal passionale (“Così nel mio parlar“), al solenne (“Tre donne intorno al cor“).

La diversità di temi, stile e periodo di composizione permette di seguire l’evoluzione del pensiero e della poetica di Dante.

Il Convivio è un’esposizione enciclopedica del sapere medioevale, scritta in volgare e non in latino perché, nell’intenzione del poeta, doveva rivolgersi ad un vasto pubblico: misto di prosa e di versi, non fu completata e dei 15 trattati progettati solo 4 ne furono composti.

La Divina Commedia, iniziata in  esilio forse nel 1304, è il racconto in prima persona di un viaggio compiuto da Dante all’età di trentacinque anni nei tre regni dell’oltretomba cristiano.

Le due guide principali del poeta in questo viaggio sono Virgilio (Inferno – Purgatorio) e Beatrice (Paradiso).

Il poema si compone di tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Ciascuna cantica comprende trentatré canti, a cui si deve aggiungere il primo canto dell’Inferno (che quindi ne ha trentaquattro), che funge da introduzione a tutta l’opera. I versi sono endecasillabi raggruppati in terzine a rima incatenata.

Quest’opera rappresenta una summa di cultura, di valori etici ed estetici del Medio Evo.

Attraverso una visione metaforica di un viaggio nell’oltretomba, il poeta esprime con una sapiente e ricca regia compositiva motivi politici, storici, teologici e personali (vedi la sua posizione nei confronti dell’amata e criticata Firenze).

In questo viaggio verso la perfezione divina, Dante assume il compito di raccontare la sua esperienza al mondo con la speranza che questo ne tragga insegnamento.

Rimase invece incompiuta una grandiosa opera in latino, il De vulgari eloquentia, un trattato intorno all’origine e all’essenza del nostro linguaggio. Dante indica come modello ideale di lingua letteraria, o volgare illustre, una lingua che prenda i suoi termini da ogni dialetto, nessuno dei quali adatto di per sé all’uso letterario.

Nel De Monarchia Dante espone le sue convinzioni politiche sulla necessità di un impero universale, unico garante di giustizia e libertà.

Affronta inoltre un problema molto dibattuto ai suoi tempi, cioè quello del rapporto tra le due supreme autorità: il papa e l’imperatore, le due grandi guide dell’umanità; essi per il poeta hanno ricevuto direttamente da Dio la loro autorità e la devono esercitare in due sfere distinte, quella spirituale e quella temporale, per il conseguimento della felicità celeste e terrena.

Questo trattato tuttavia ai tempi di Dante non incontrò l’approvazione della chiesa e a nulla servì che nelle parti conclusive il poeta indicasse comunque una supremazia spirituale del papa sull’imperatore; nel 1329 fu fatta addirittura bruciare ed in epoca più tarda fu inserita nell’indice dei libri proibiti..

Importanti in lingua latina anche le Epistole, soprattutto le tre scritte per la venuta di Arrigo VII. Meno interessante il trattatello scientifico Quaestio de aqua et terra: nel 1319 mentre Dante si trovava a Mantova, come ci racconta il poeta stesso, partecipò ad una grossa disputa che concerneva il fatto se l’acqua in qualche punto fosse più alta della terra, visto che per i dotti l’elemento più nobile deve stare sempre in alto (fuoco su aria, aria su acqua, acqua su terra).

Interessanti sono in conclusione anche due Ecloghe sempre in latino dal tono malinconico e speranzoso indirizzate a Giovanni del Virgilio, umanista bolognese che lo aveva invitato nella sua città per ricevere l’alloro poetico.


[1]  Fra i testi più fortunati della lingua d’oil troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese. Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi composti nel 1237) e Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280). La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa. La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre. Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado indulgono nel sensualismo più audace; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.