Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIV e XV– Sintesi

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Canto XIV

Sempre nel 7° cerchio. Nel 3°girone[1] incontrano i violenti contro Dio, natura ed arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai), puniti in una landa arenosa su cui piovono dilatate falde di fuoco[2]; essi inutilmente si affannano ad allontanare le fiamme (vv. 1-42).

Tra i bestem­miatori (che si trovano distesi) incontrano Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che continua anche dopo morto ad imprecare contro Giove (a cui non basterebbero tutti i fulmini di Vulcano e dei Ciclopi per procurarsi una sufficiente vendetta[3]) ostentando una rabbia orgogliosa; V. lo rimprovera aspramente e considera adeguata la sua pena (vv. 43-75).

Mentre Dante e Virgilio attraversano la landa incontrano un fiumicello dove si spengono le fiamme e V. spiega l’origine dei fiumi infernali, che si formano dalle lacrime della statua del Veglio di Creta, simbolo dell’umanità  e della sua corruzione (vv. 76-142).

Nella sua ideazione, Dante si ispira al passo biblico di Daniele (11, 31-48) dove si narra di una statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui Daniele spiega il significato. L’allegoria del Veglio è stata variamente interpretata; tra le principali versioni, la prima che riportiamo è la più completa e suffragata:

a) storia dell’umanità, durante le varie età dell’oro, dell’argento, del rame, del ferro. Le ferite sono i dolori e le colpe degli uomini che, incanalandosi nelle lacrime, tornano all’Inferno, regno di tutti i mali. Dalla testa, in oro, non sgorgano lacrime perché l’umanità dell’età dell’oro era esente da vizi e da colpe. I due piedi rappresentano i due tipi di potere: il piede in terracotta simboleggia il potere spirituale corrotto, quello in ferro, il potere temporale diminuito di prestigio. La statua è posta al centro del mondo allora conosciuto: volge le spalle all’Egitto, perché l’umanità proviene da Oriente e guarda verso Roma, sede del papato e dell’Impero.

b) natura umana, corrotta dal peccato originale. I metalli di cui è composta simboleggiano le diverse facoltà dell’uomo: il libero arbitrio (oro), la ragione (argento), la volontà (rame), l’ira e la cupidigia (ferro).

c) monarchia imperiale: le diverse parti della statua rappresentano le diverse forme di governo, dall’oro della monarchia universale alla terracotta della democrazia.

XV Canto

IN BREVE

Sempre nel 7° cerchio. Tra i sodomiti Dante ricono­sce Brunetto Latini; Dante esprime la sua riconoscenza per i savi consigli e si duole di vederlo tra i dannati.

Brunetto esorta Dante a tenersi lontano dai corrotti costumi dei Fiorentini e gli predice l’onore di essere odiato tanto dai Guelfi Neri che dai Bianchi (cosa che accade nel 1304) (vv. 1-99).

Dante risponde che la sua coscienza è così pura che può sopportare le avversità della sorte; chiede poi a Brunetto se vi sono altri compagni nelle sue stesse condizioni; Brunetto ne nomina alcuni e poi fugge dopo aver raccomandato a Dante il suo Tesoro (vv. 100-124).

*.*.*.*

Il canto XV ed i due canti seguenti, in cui Firenze e i Fiorentini, occupano tutta la scena, corrispondono armonicamente ai canti XV, XVI e XVII del Paradiso, in cui Firenze ed i Fiorentini sono presenti nella figura e nei discorsi dell’avo Cacciaguida, in modo che Firenze viene a formare come il nucleo centrale della prima e della terza cantica.

È l’alba del 9 aprile del 1300, sabato santo, nel cerchio VII, 3° girone. Si tratta, come già sappiamo, di una landa di sabbia rovente, su cui cade, incessante e lenta, una pioggia di larghe falde di fuoco.

I dannati puniti in questo girone sono i violenti contro Dio nella natura ed in particolare i sodomiti.

La pena e il contrappasso sono i seguenti: i dannati sono costretti a girare incessantemente sulla sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. Possono ripararsi con le mani dalle falde infuocate, ma chi si ferma è costretto ad esporsi alla pioggia per cent’anni senza riparo.

Agitati in vita da passioni contro natura, non possono stare fermi e sono distrutti dal fuoco.

PERSONAGGl

Brunetto Latini (1220-1294). Notaio, guelfo, esule dopo Montaperti, fece ritorno a Firenze dopo la sconfitta di Manfredi e del partito ghibellino a Benevento.

Occupò cariche politiche, e fu uno dei priori della città. Autore di note opere come il Tesoro, trattato di didattica, e il Tesoretto, riduzione in volgare e in poesia del primo.

Considerato maestro di Dante, più come consigliere e guida che nel senso stretto del termine.

Prisciano da Cesarea. Grammatico latino, vissuto nella prima metà del VI secolo, autore di primaria importanza nella cultura medievale.

Francesco d’Accorso (1225-1294). Insegnò nella scuola giuridica di Bologna, quindi ad Oxford su esplicita richiesta del re d’Inghilterra Edoardo I.

Andrea de’ Mozzi. Vescovo di Firenze fino al 1295, quando in conseguenze dello scandalo per il suo comportamento fu trasferito a Vicenza, dove morì nel 1296. Non è citato esplicitamente da Dante, ma lo si è potuto identificare quasi con certezza dai commenti antichi.

ELEMENTI PRINCIPALI

 1) La figura di Brunetto Latini. Dante tace della sua colpa, è stupito di vederlo lì, ha molta reverenza e umana comprensione per lui. Virgilio sparisce dalla scena del canto, quasi a voler lasciare soli i due Fiorentini. Letterato l’uno, letterato l’altro in un rapporto di maestro-allievo determinato dall’età e basato sulla reciproca stima; anche Dante sarà maestro per altri.

Nel dialogo fra Dante e Brunetto, sono da rilevare:

a) la profezia sul destino di Dante, che segue quelle di altri importanti personaggi, quali Ciacco e Farinata;

b) insistenza sul tema della fortuna, già ampiamente e direttamente trattato, come abbiamo visto,  nel canto VII;

c) centralità di Firenze: Dante mette in bocca a Brunetto un nuovo giudizio sulla sua amata e odiata città;

d) tema della memoria, tanto nella rievocazione di affetti e luoghi comuni, quanto nell’affermazione del ricordo eterno che si lascia nelle proprie opere.

2) La costruzione del canto. Da notare la scansione ritmica del canto, rigorosamente costruita sulla alternanza del dialogo.

3) Tema estetico-retorico. L’esordio del canto, con l’accurata descrizione fisico-psicologica dell’incontro e del riconoscimento fra Dante e Brunetto, è caratterizzato da due similitudini molto vivide ed efficaci:

a) lo sguardo come di chi guarda sotto nuova luna;

b) l’aguzzare delle ciglia come fa il sarto che infila la cruna dell’ago.

RIASSUNTO E PARAFRASI

(V. 1-21) I sodomiti.

Si trovano ora su un argine del Flegetonte, dal quale esce un fumo così denso da proteggere l’acqua e gli stessi argini dalla pioggia di fuoco.

Gli argini del fiume sono simili a quelli che i Fiamminghi hanno costruito tra Wissant e Bruges per frenare le acque del mare, o quelli che i Padovani hanno edificato lungo il Brenta a difesa delle loro ville e dei loro castelli.

Camminando, i due poeti si sono tanto allontanati dalla foresta, da non riuscire più a scorgerla, quand’ecco incontrano una schiera di anime che avanza lungo l’argine e osserva i due viandanti come si fa la sera al chiaro della luna nuova, aguzzando le ciglia come fa il vecchio sarto per infilare la cruna dell’ago.

Brunetto Latini. Predizione sul futuro di Dante (vv. 22- 99)

 Dante è riconosciuto da una delle anime che lo afferra per un lembo della veste e pronuncia parole di meraviglia.

A sua volta, il poeta, fissando gli occhi nel volto arso dal fuoco di lui, riconosce Brunetto Latini, che lo prega di trattenersi un poco, mentre i suoi compagni proseguono il cammino.

Dante acconsente e anzi si dice disposto a fermarsi, Virgilio è d’accordo; ma il dannato gli spiega che, se uno di loro si soffermasse anche un solo momento,  per cent’anni dovrebbe rimanere in balia delle fiamme senza potersi difendere: egli lo seguirà e più tardi raggiungerà la schiera dei dannati.

Dante procede accanto a lui, tenendo il capo chino in segno di rispetto, ma senza scendere dall’argine, per timore delle fiamme.

Brunetto per prima cosa, desidera sapere come mai si trovi all’Inferno anzitempo e chi sia la persona che lo accompagna

Il Poeta risponde raccontando del suo smarrimento in una valle, dove incontrò Virgilio che si offrì di accompagnarlo nel viaggio, permettendogli di ritornare sulla retta via e Brunetto gli dice che, se seguirà la sua stella, senz’altro giungerà a “glorioso porto” ed egli stesso gli avrebbe dato conforto in tale impresa se non fosse morto tanto presto.

Inoltre Brunetto predice che “l’ingrato popolo maligno” di Firenze gli diverrà nemico a causa del suo retto agire e questo è giusto, perché non conviene che il dolce fico fruttifichi proprio dove dà i suoi frutti l’aspro sorbo: da tempo i Fiorentini sono considerati una razza cieca, avara, invidiosa e superba[4]; è bene che Dante si tenga lontano dai loro costumi. Sia i Bianchi che i Neri desidereranno sfogare su di lui la loro sete di odio, ma invano, poiché l’erba sarà lontana dal caprone che vorrebbe mangiarla.

Si sfoghino dunque tra di loro e non tocchino i discendenti della santa stirpe[5] romana, che rimase accanto ai Fiesolani al momento della fondazione di Firenze.

Dante, con commozione e affètto, dice che mai potrà dimenticare la cara e buona immagine paterna di Brunetto che gli insegnò come l’uomo possa acquistare fama eterna e aggiunge che se potesse vedere esaudito il suo desiderio, il caro maestro vivrebbe ancora.

Inoltre si rammenta della profezia che ha appena udito e chiederà chiarimenti, in merito ad essa e alle precedenti profezie di Farinata e di Ciacco, a Beatrice: si dichiara pronto ad affrontare qualsiasi avversità, purché la coscienza non debba rimproverargli nulla; la Fortuna potrà girare la sua ruota come il contadino gira la sua zappa.

A questo punto Virgilio si volta indietro a guardare Dante dicendo che, chi rammenta bene le parole udite, ascolta con profitto.

Altri sodomiti: Prisciano, Francesco d’ Accorso, Andrea dei Mozzi (vv. 100-124)

Proseguendo il cammino con Brunetto, Dante domanda chi siano i suoi compagni più famosi ed egli risponde che ne nominerà solo alcuni, poiché occorrerebbe troppo tempo per parlare di tutti: tutti comunque furono uomini letterati e di chiesa, colpevoli del medesimo peccato.

Tra di essi vi sono il grammatico Prisciano e Francesco d’Accorso, famoso giurista bolognese, e Andrea dei Mozzi, vescovo fiorentino trasferito da Papa Bonifacio VIII da Firenze a Vicenza, dove mori.

Brunetto vorrebbe parlare ancora, ma vede avvicinarsi un gruppo di dannati del quale egli non può far parte, perciò si congeda da Dante, raccomandandogli la sua opera il ” Tesoro”, grazie al quale il suo nome è ancora vivo.

Poi si volta e si allontana per raggiungere il proprio gruppo, correndo come il vincitore del drago verde durante la corsa del Palio di Verona[6].


[1]Il terzo girone rappresenta la società medievale, teocratica e feudale: per questo i bestemmiatori sono in minor numero, rispetto agli usurai, rappresentati soprattutto dalle grande famiglie gentilizie, ed ai sodomiti, uomini di lettere e giuristi.

[2] Nel medioevo i bestemmiatori e gli usurai venivano puniti col rogo, mentre Sodoma fu distrutta dal fuoco.

[3] Secondo il mito, salito sulle mura della città, sfidò Giove a difenderle, e questi, infuriatosi, lo fulminò. Simbolo della superbia umana che si oppone al divino, è punito più dalla sua stessa rabbia, furiosa, senza rimedio, che dalla pena fisica cui  soggiace.

[4]Si tratta di un popolo cieco, secondo una tradizione che si riferiva ad un inganno di Totila, il quale, per prendere Firenze, fece credere ai fiorentini di voler essere loro amico, per poter entrare nella città e distruggerla (G. Villani, Cron., 11, 1); o secondo una tradizione che si riferiva ad un altro inganno dei pisani, i quali donarono ai fiorentini, come premio per aver custodito la loro città durante la spedizione delle Baleari, due colonne di porfido guaste dal fuoco, e perciò coperte con un panno scarlatto (G. Villani, Cron., 1V 31).E si tratta inoltre di popolo avaro, invidioso e superbo, secondo un giudizio già manifestato da Ciacco (Inf. VI, 74).

[5] Dante si vantava di essere discendente degli antichi romani, rimasti con i fiesolani al momento della fondazione della città.

[6] Dante si riferisce alla corsa del Palio di Verona, che si teneva nella prima domenica di Quaresima.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto X – Sintesi

Painting by Andrea del Castagno depicting Fari...
Painting by Andrea del Castagno depicting Farinata degli Uberti. Villa Carducci, Florence. (Photo credit: Wikipedia)

L’azione si svolge circa alle due antelucane del 9 aprile 1300, sabato santo.

Siamo nel cerchio VI: una valle di campagna buia, illuminata da tombe scoperchiate e incandescenti per le fiamme che le circondano.

I dannati puniti in questo canto sono gli eresiarchi. Sono coloro che seguirono dottrine diverse da quelle della Chiesa cattolica romana.

In questo scorcio del cerchio, Dante incontra gli epicurei, eretici che negavano l’immortalità dell’anima[1].

PENA E CONTRAPPASSO

Gli eresiarchi giacciono dentro tombe infuocate, col coperchio sollevato; sono raggruppati secondo il tipo di eresia, ogni capo con i propri seguaci, e le tombe sono più o meno arroventate secondo la gravità della colpa.

Come in vita furono abbagliati da una luce fallace, ora sono costretti nelle tombe di fuoco.

Da notare il riferimento realistico: nel Medioevo, infatti, gli eretici erano puniti con il rogo.

PERSONAGGI

1) Farinata, Manente degli Uberti. Farinata è appunto appellativo di Manente degli Uberti, di antica famiglia fiorentina di parte ghibellina, che Ciacco, come già sappiamo, cita fra gli uomini degni del tempo passato (Inf. VI, 79), i Fiorentini “ch’a ben far puoser li ‘ngegni“.

Farinata visse a Firenze nei primi decenni del XIII secolo, mentre la città era tormentata da continue discordie.

Già nel 1239 era a capo della sua consorteria di parte ghibellina, e svolse una parte di primo piano nella cacciata dei guelfi nel 1248.

Quando, in seguito alla morte di Federico II, i guelfi rientrarono in città, si riaccesero i contrasti, e questa volta furono i ghibellini ad essere costretti all’esilio.

Farinata si stabilì a Siena e, riconosciuto come il più autorevole capo di parte ghibellina, riorganizzò le forze della sua parte.

Con l’appoggio degli armati di Manfredi, figlio di Federico II, Farinata fu uno dei principali artefici della vittoria di Montaperti, il 4 settembre 1260 e, nello stesso tempo, riuscì a salvare Firenze dalla distruzione decretata dai Ghibellini.

Nel congresso di Empoli, seguito subito alla battaglia, infatti fu l’unico tra i vincitori ad opporsi al progetto di distruggere Firenze.

A Firenze Farinata morì nel 1264, due anni prima della battaglia di Benevento che segnò, insieme, il tramonto della potenza sveva in Italia ed il definitivo rientro dei guelfi a Firenze.

Gli Uberti furono nuovamente esiliati, ma la vendetta non risparmiò neppure i morti.

Nel 1283 Farinata e sua moglie Adaleta furono accusati di eresia: le loro ossa, sepolte nella chiesa di S. Reparata, furono riesumate ed i loro beni furono confiscati agli eredi: l’impressione su Dante, appena diciottenne, dovette essere fortissima ed incancellabile anche a causa della grande personalità di Farinata.

Gli studiosi sono discordi nel valutare la fondatezza dell’accusa di eresia. Certo è che gli eretici contestavano la supremazia religiosa della chiesa di Roma, mentre i Ghibellini ne contestavano l’ingerenza politica: la convergenza di finalità causò spesso una certa confusione, sicuramente alimentata dalla propaganda guelfa.

2) Cavalcante de’ Cavalcanti. Gentiluomo fiorentino del XIII secolo, padre del celebre poeta Guido Cavalcanti, amico di Dante.

Cavalcante fu di parte guelfa e quindi avversario politico di Farinata, accanto al quale Dante lo destina a rimanere per l’eternità.

Al secondo, definitivo, ritorno dei Bianchi in Firenze, nel 1267, per rendere più stabile la pace in città si strinsero legami di parentela fra le famiglie di opposte fazioni: il figlio di Cavalcante, fu così fidanzato alla figlia di Farinata, Beatrice.

Cavalcante era un epicureo, e ciò, fra il 1200 e il 1300, significava che non credeva nell’immortalità dell’anima e quindi nel magistero della chiesa: era, in sostanza, un pensatore laico.

3) Federico II. L’ultimo degli imperatori Svevi (1194-1250), re di Napoli e di Sicilia. Ammirato da Dante, protettore delle arti e della poesia. Fu accusato di eresia. Salimbene ci riferisce che fosse epicureo e che quindi cercasse e facesse cercare dai suoi dotti, nelle Sacre Scritture, ciò che potesse dimostrare che non vi è altra vita dopo la morte.

<<Il Cardinale>>. Ottaviano degli Ubaldini, vescovo di Bologna e poi cardinale dal 1245. Pur combattendo contro Manfredi e Federico II, a favore del pontefice fu fautore dei ghibellini, morì nel 1273. È considerato un epicureo perché i commentatori antichi riferiscono di lui un caratteristico motto: <<Io posso dire, se è anima, che l’ho perduta per parte ghibellina>>.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) La figura di Farinata. Farinata degli Uberti è il personaggio che domina il canto e non solo metaforicamente: già la sua rappresentazione fisica, con quell’ergersi dalla cintola in su e l’espressione accigliata e sdegnosa, dicono di lui come di figura importante e degna.

Benché ghibellino irriducibile, avversario fiero di Dante, questi non può fare a meno di rilevarne la statura morale e politica, che espresse nell’amor patrio e nell’atteggiamento magnanimo, e che culminò nella difesa strenua di Firenze al convegno di Empoli.

Ma Farinata non è solo l’appassionato politico, è anche l’uomo che ha meditato gravemente sui destini suoi e della sua città, che è colpito da quanto Dante gli va raccontando, che mormora quasi a giustificarsi che quanto ha fatto a Montaperti non è stato senza una causa.

Farinata rappresenta insomma la figura dell’uomo politico integro, fedele ad una causa da generazioni, la cui azione e comunque dettata da necessità, e che opera in direzione del bene e della grandezza della propria patria.

2) La profezia di Farinata. «Non passeranno cinquanta mesi, che tu saprai quanto è difficile ritornare in patria»: così dice Farinata a Dante (cfr. vv. 79-81). La profezia si riferisce all’esilio di Dante; nel momento del dialogo con Farinata siamo nell’aprile del 1300, Dante sarà esiliato nel 1302 e fino al 1304 parteciperà ai tentativi dei Bianchi per tornare in Firenze: si tratta per l’appunto di quattro anni e due mesi.

Le parole di Farinata colpiscono profondamente Dante, più di quanto avessero fatto quelle di Ciacco (cfr. c. VI), per la gravità oggettiva delle sventure che preannunciano.

Altre profezie sul suo destino egli sentirà da altri dannati e anime salve, fino al definitivo svelamento del suo futuro, cui già allude qui Virgilio, nel momento del suo incontro con l’avo Cacciaguida in Paradiso.

3) Tema politico. Il canto ripercorre le tappe della storia politica di Firenze, così fortemente legata alla storia delle lotte tra fazioni guelfe e ghibelline, tra Bianchi e Neri, cui appartenevano le grandi famiglie come gli Uberti.

L’antagonismo tra Farinata e Dante e dunque un antagonismo di casato: si manifesta fin dalla cacciata dei guelfi da Firenze nel 1248, e nella successiva vittoria dei Ghibellini a Montaperti nel 1260 (“per due fiate dispersi”), quando Dante non era neppure nato.

E se la famiglia degli Alighieri non aveva in realtà il peso politico che rivestivano gli Uberti, poco importa: Dante è qui partecipe, nella finzione poetica, di quelle vicende che lo vedranno protagonista appassionato e poi, nell’esilio, sempre più staccato e amareggiato osservatore.

4) II dolore paterno di Cavalcante. Cavalcante Cavalcanti si stacca decisamente e volutamente dal personaggio Farinata, per il modo tutto personale di patire la stessa pena.

Personaggio minore, si solleva solo fino al mento, in ginocchio, mentre l’altro si erge con tutto il busto, imponente, vive come raffigurazione dell’amore paterno, angosciato per la sorte del figlio, al punto da equivocare le parole di Dante e crederlo morto.

Il suo episodio, inserito con taglio cinematografico all’interno del dialogo tra Dante e Farinata, illumina per contrasto anche l’altra scena.

Farinata interpella Dante avendone riconosciuto la parlata toscana, chiedendogli chi furono i suoi avi; Cavalcante lo riconosce subito ed e preso unicamente dalla preoccupazione di non vedere accanto a lui l’amato figlio, grande poeta e grande amico di Dante.

Farinata, del resto, riprende il dialogo come se non l’avesse neppure sentito, intento a riflettere su quanto Dante gli ha appena detto. L’angoscia è di entrambi, diverso e il modo di sentirla.

5) La preveggenza dei dannati. Il colloquio con Cavalcanti è funzionale anche a innescare la questione dottrinaria sulla preveggenza dei dannati, che viene poi trattata da Farinata.

Egli rivela a Dante che tale preveggenza è simile alla vista dei presbiti, che vedono bene da lontano, ma non da vicino.

Sanno cioè, i dannati, riconoscere bene gli avvenimenti nel futuro, ma quando quelli si avvicinano non li conoscono più, fino ad essere come ciechi rispetto al presente (ed infatti Cavalcante non sa se suo figlio sia vivo o meno).

Tale conoscenza del futuro durerà fino al giudizio universale, quando, non esistendo più il mondo, non vi saranno più categorie temporali, così che il chiudersi delle tombe sugli eretici coinciderà con la loro totale e definitiva cecità.

RIASSUNTO

1-21 Dante e Virgilio proseguono il viaggio per un angusto sentiero posto tra le mura della città di Dite e le tombe arroventate in cui sono puniti gli eretici.

Il discepolo chiede di potersi intrattenere con le anime che giacciono nei sepolcri incustoditi e dal coperchio sollevato.

Virgilio, intuendo l’inespresso desiderio del poeta – che sarà presto soddisfatto – di poter conferire con Farinata, ricorda a Dante che le tombe in cui sono puniti i negatori dell’immortalità dell’anima (epicurei) saranno serrate il giorno del giudizio universale.

22-51 Un dannato interrompe il dialogo tra i due pellegrini: il linguaggio usato da Dante gli rende manifesta la presenza di un concittadino. Il poeta, intimorito, si volge a Virgilio, ma questi lo rassicura, invitandolo a parlare degnamente: il peccatore è Farinata degli Uberti che chiede a Dante da quale casata discenda; il poeta replica di appartenere alla famiglia degli Alaghieri.

Farinata afferma di averli cacciati da Firenze due volte (1248-1260) e D. replica che essi sono tornati (1251-1266[2]) mentre gli Uberti sono rimasti esuli (dal 1258)[3].

52-72 Un’ombra si leva ginocchioni da un sepolcro: è Cavalcante Cavalcanti che cerca inutilmente con lo sguardo il figlio Guido, degno, secondo il padre, di affiancare Dante per altezza d’ingegno; il poeta ne spiega l’assenza perché il viaggio è dovuto alla Grazia divina, sdegnata da Guido, non a meriti poetici.

D. si lascia sfuggire “Guido vostro ebbe” per cui Cavalcante fraintende le parole di Dante deducendone la morte del figlio e si lascia ricadere supino per sempre nell’arca.

73-120 Farinata, impassibile, riprende il filo del discorso interrotto da Cavalcante dolendosi dell’esilio imposto ai suoi e afferma che prima di 50 giorni anche Dante saprà che cosa vuol dire l’esilio.

Chiede poi perché i Fiorenti­ni non facciano tornare in patria gli Uberti e Dante spiega che il motivo è da ritrovarsi nel perdurare del ricordo della batta­glia di Montaperti (1260), dove Farinata ed i Ghibellini avevano trionfato.

Farinata replica che non solo gli Uberti hanno parte­cipato a quella battaglia e che comunque fu proprio lui che nel Concilio di Empoli si oppose alla decisione dei Ghibellini di radere al suolo Firenze (la proposta venne dal senese ghibellino Provenzan Salvani che D. incontrerà nella prima cornice del purgatorio: v. canto XI).

Un ultimo dubbio assilla Dante: quale sia la condizione dei dannati che paiono prevedere il futuro ma non conoscere il presente. Tale condizione, spiega Farinata, analoga a quella dei presbiti (vedono le cose lontane ma non le vicine)[4], cesserà nel giorno del giudizio finale, quando la luce di Dio non illuminerà più il futuro, ma tutto sara presente, oscuro e morto.

Dante comprende allora perché Cavalcante sia rientra­to nella tomba[5] e prega Farinata di far presente al Cavalcanti che suo figlio è ancora in vita (morirà quattro mesi dopo).

Già richiamato da Virgilio, il poeta viene a sapere della presenza tra gli epicurei, di Federico II e del cardinale Ottaviano degli Ubaldini.

121-136 Farinata è ormai ricaduto nel sepolcro, ma la sua profezia ha sconvolto Dante, che viene rincuorato dal maestro: la verità sul futuro della sua vita gli sarà svelata da Beatrice, in Paradiso (sarà invece Cacciaguida nel XVII canto del Paradiso a narrare a D. il viaggio della sua vita). Quindi entrambi s’incamminano per un sentiero che conduce ad una valle dal puzzo orribile.


[1]  Epicuro pensò un’anima costituita da atomi sottili e corporea. La dissoluzione del corpo con la morte conduce alla dissoluzione dell’anima, che non può esistere indipendentemente dal corpo: la vita nell’aldilà non è dunque possibile. Poiché la morte significa estinzione totale, essa non ha significato per i vivi o i morti, giacché: “Se ci siamo, non c’è la morte; e quando c’è la morte, non ci siamo più noi“.

[2] Dopo la battaglia di Benevento.

[3] Nell’incontro con Farinata emergono soprattutto due temi, cari alla meditazione dantesca: 1. La disputa politica e la conseguente accusa di eresia 2. Il tema della famiglia: la pena per i propri discendenti esiliati, il dilemma se le colpe dei padri debbano ricadere sui figli. E’ lo stesso dilemma di Dante nelle varie occasioni in cui avrebbe potuto far ritorno a Firenze e liberare così dall’esilio i suoi figli maschi.

[4] Questa norma applicata qui per la prima volta come contrap­passo della colpa di questi peccatori, sarà estesa in seguito a tutti i dannati, diventando norma generale.

[5]  Fino a questo punto aveva creduto che i dannati cono­scesse­ro oltre al futuro anche il presente: v. il dialogo con Ciacco.