La letteratura della Francia romanza (Parte terza)


 – S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

Al <<ciclo delle leggende classiche>> appartengono invece una serie di romanzi, in versi ed in prosa, della storia o della mitologia delle età classiche; Enea, Alessandro e Cesare si comportano però qui come cavalieri del Medioevo cristiano e cortese.

Questa produzione testimonia la continuità della cultura latina nel Medioevo romanzo: negli esempi più tardi viene utilizzata, infatti, la prosa proprio per attribuire fede e moralità alla narrazione.

Si parla di ciclo perché queste narrazioni hanno ad oggetto un personaggio in diverse fasi della vita ovvero più personaggi della stessa famiglia (ad esempio la famiglia reale di Francia, la dinastia dei custodi del Graal, il ciclo delle Crociate legato alla figura di Goffredo di Buglione) : alcune parti della narrazione, specie quelle relative alla nascita dei personaggi, venivano, per la verità, costruite ex novo.

Più storie a partire dal XIII secolo vengono raccolte in manoscritti ciclici miniati anche di grande pregio: così che si possa allargare il cerchio dei fruitori ai più diversi livelli sociali.

Un esempio notevole di utilizzazione italiana dei modelli francesi del <<ciclo classico>> è certamente l’Istorietta Troiana, databile alla fine del XIII secolo.

 

Nella produzione in lingua d’oil va pure rilevata la presenza dei cosiddetti fabliaux (= favolelli)[3], eredi della tradizione satirica latina trapiantatasi appunto nella lingua volgare: avevano come pubblico quello degli aristocratici, ma servivano per rappresentare figure del mondo non cortese (villani, borghesi, basso clero) che si pensavano degni soltanto di raffigurazione caricaturale e grottesca.

I protagonisti della narrazione potevano essere anche animali: così nel celebre Roman de renard (<<Romanzo della volpe>>), di matrice colta e clericale, si descrivono con una narrazione in versi avente toni da epopea, le vicende di numerosi animali parlanti (lupo, leone, cane), tra i quali spicca, per astuta intraprendenza, la volpe, simbolo di astuzia, anarchia ed indifferenza per le regole del buon vivere.


Resta da segnalare, nell’ambito della letteratura in lingua d’oil, il filone didattico-allegorico.

Fra i testi più fortunati che lo rappresentano troviamo il Roman de la Rose (<<Il romanzo della Rosa>>), poema sul tema dell’amor cortese[4].

Si tratta di un’opera in due parti, scritta nel corso del XIII secolo da due poeti francesi, il più vecchio Guglielmo De Lorris (per i primi 4.000 versi otto sillabici composti forse nel 1237 o verso il 1240) ed il più giovane Giovanni De Meung (per i successivi 18.000 che si possono datare attorno al 1280).

La prima parte, attribuibile al De Lorris è il racconto dei sentimenti personificati (ad esempio la Bella accoglienza e la Nobiltà d’animo, rappresentanti l’autore) che cercano con le parole di cogliere nel giardino dell’Amore (che rappresenta la vita cortese) una Rosa (simboleggiante la donna amata, difesa dalla Ritrosia e dalla Mala-Bocca); dopo un alternarsi di insuccessi e speranze, l’amante non riesce a soddisfare la propria passione amorosa.

La seconda parte, composta dal De Meung, è la descrizione dei vari episodi attraver­so cui l’autore riesce a raggiungere la Rosa, ben custodita in una torre.

Entrambi gli scrittori si servono di procedimenti didattico-simbolici tipicamente medievali, e non di rado cadono nel sensualismo più potente; ma il De Meung, meno fornito di sensibilità narrativa, tende alla compilazione enciclopedica, infarcendo il discorso di nozioni scientifiche relative ai vari settori dello scibile medioevale; inoltre la sua composizione si allontana dal tema di fondo: agli ideali cortesi viene sostituita l’esaltazione degli aspetti più materiali dell’amore, la figura femminile diventa oggetto di pesanti attacchi, mentre a valori come la carità o la rinuncia si preferiscono agi e ricchezze.





  [1] Un romanzo in prosa che racconta l’amore contrastato ma a lieto fine di Florio, figlio del re di Spagna, e Biancofiore una nobildonna romana.

  [2] Poemetto in ottave (il metro dei cantari popolari) del 1339 che narra  dell’amore tragico di Troiolo (figlio di Priamo) per Criseide, figlia dell’indovino Calcante.

  [3] Raccontini in versi, spesso otto sillabici, intesi a rappresentare aspetti e figure della vita contemporanea con giocoso, ed a volte osceno, realismo. Furono molto popolari in Francia a partire dal XII secolo. Della vasta produzione sono pervenuti circa 150 testi, di cui soltanto per una ventina si conoscono gli autori. Il loro materiale fu utilizzato nella narrativa europea dal XIV al XVI secolo: se ne ritrovano tracce nelle opere di Geoffrey Chaucer, Giovanni Boccaccio, William Shakespeare e Molière.

[4] L’opera avrà vasta eco nelle letterature europee fino al Rinascimento. In Italia ne comparve una traduzione in forma ridotta nel Fiore, una raccolta di sonetti a sfondo satirico che alcuni studiosi attribuiscono a Dante, mentre in Inghilterra il poeta Chaucer ne tradusse circa un terzo.

La letteratura della Francia romanza. (Parte seconda)

Pitture sacre in alta Badia

 

–  S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

-Alex R. Falzon, Re Artù in Toscana. Inchiesta sul ciclo arturiano in Toscana dal XII secolo ad oggi, Nuova immagine editrice, 1996

 

Contemporaneamente alle <<Canzoni di geste>> del <<ciclo carolingio>>, nacquero nella Francia settentrionale, i poemi del <<ciclo bretone>>, che, in versi[1], e più spesso in prosa, elaboraro­no le leggende celtiche della Bretagna inglese e francese. Si tratta di un complesso intreccio di antica mitologia celtica e tradizioni successive incentrate sul nucleo storico della resistenza dei Britanni all’invasione anglosassone.

         A seguito di tale invasione alcuni Britanni si stanziarono nell’Armorica (V e VI secolo)[2] e si portarono dietro  la tradizione delle popolazioni delle isole britanniche e dell’Irlanda. Ed in Armorica nacquero dunque da un popolo bilingue[3] i poemi del <<ciclo bretone>>, a cui diede un grande e decisivo contributo Chretien De Troyes[4], vissuto nella seconda metà del XII secolo.

Tali opere sono anche dette della Tavola rotonda o arturiane, perché si ispirano alle vicende dei <<cavalieri erranti>> del mitico re Artù[5], i quali per bandire ogni distinzione gerarchica generatrice di invidie e contrasti, sedevano, quando erano a Corte, intorno ad una tavola rotonda (“nessuno poteva vantarsi di stare seduto più in alto del suo compagno[6]).

         Mentre i cavalieri carolingi lottavano esclusivamente per sentimenti religiosi e patriottici[7] quelli arturiani (Lancillotto, Tristano, Calvano, Percevalle ed altri) si aprivano anche ad ideali meno austeri: la bellezza della donna[8], la gentilezza, la cortesia e talvolta l’avventura per l’avventura[9].

         I cavalieri arturiani vivono in un mondo misterioso nel quale incantesimi e magie vengono spesso affrontati e sciolti, si combatte e si sfidano pericoli soprattutto per acquistare merito presso la donna amata: sono tutte prove[10] che servono al contempo per raggiungere il successo mondano e la perfezione morale.L’ufficio più alto[11] che però i cavalieri assegnano a se stessi è la ricerca del santo Graal, ossia il calice dove avrebbe bevuto Gesù durante l’ultima cena e in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto  il sangue del Cristo crocifisso[12].

         Secondo la tradizione medievale, Giuseppe d’Arimatea[13] trasferì il Graal in Britannia, dove i suoi discendenti lo conservarono per generazioni.

         Al Graal erano attribuite proprietà miracolose, fra cui il potere di fornire cibo a chi era senza peccato e quello di accecare l’impuro di cuore[14] o di rendere muto chi si mostrava irriverente in sua presenza.

         Nelle leggende successive, il Graal divenne oggetto di una ricerca costante, in cui assunse un ruolo fondamentale Sir Galahad, uno dei cavalieri di Re Artù. Molti cavalieri tentarono di ritrovare il calice sacro, ma l’impresa venne portata a termine solo da Bors, Parsifal e Galahad che peraltro non riuscirono a impadronirsene.

         Le composizioni bretoni si distinguono da quelle carolinge per una maggiore articolazione tematica ed una maggiore attenzione alla materia psicologica; esse esprimono un raffinato ideale di vita cortese e cavalleresca.

         Ciò spiega perché non incontrarono grande fortuna tra il popolo (che preferiva le descrizioni guerresche), ma piuttosto negli ambienti raffinati delle Corti, della nobiltà e della borghesia in ascesa.

         Al seguito dei conquistatori normanni i menestrelli e conteurs bretoni diffusero poi ovunque si parlasse francese (in Italia settentrionale, Campania, Puglia e Sicilia)  le proprie tradizioni culturali che ebbero grande e duratura fortuna sino al XVI secolo.

         La prima diffusione su suolo italico fu però orale e se ne trova eco nell’uso dei nomi:  il primo Artusius (Artù) viene citato in un documento padovano del 1114; tra il 1169 e 1170 troviamo in Toscana diverse persone con il nome di Artù e Galvano ed in un documento del 1128 si cita un tal Merlino che viveva a Pistoia nel secolo precedente.

         Il primo documento scritto che accenna al ruolo di Merlino e alla vita fantastica di Artù è stato scritto in latino (Pantheon) da Goffredo di Viterbo tra il 1186 e il 1191.

         Successiva è una lirica elegiaca (Elegia de diversitate fortunae et philosophia consolatione) scritta nel 1193 dal sacerdote toscano Arrigo da Settimello che contiene il primo riferimento a Tristano che in Italia rimarrà l’eroe più popolare.

         Ma anche i poeti siculo-toscani non si esimono dall’utilizzare riferimenti agli eroi del Ciclo: così Guittone d’Arezzo per Lancillotto, Ruggieri Apuliesi per l’intero Ciclo arturiano.

         Nell’ambito della lirica amorosa ricordo Bonagiunta Orbicciani e Chiaro Davanzati accennano a Morgana e ad Isotta. In seguito Folgore da San Giminiano paragonerà in un sonetto alcuni nobili senesi ai cavalieri di Camelot.

         Nel XIII secolo riprende il personaggio di Tristano niente meno che Brunetto Latini nel Tesoretto.

         Dante stesso probabilmente si ispirerà nella rappresentazione delle tre fiere ad un poemetto Detto del Gatto Lupesco che narra dell’incontro tra il menestrello Gatto Lupesco e due cavalieri della Tavola rotonda. 

         Altri riferimenti danteschi si ritrovano nel De Vulgari Eloquentia, nel V e nel XXXII canto dell’Inferno, nel Convivio (IV,XXVIII,7-8).

         Petrarca richiama il ciclo arturiano nel primo e nel terzo dei sei Trionfi.

         Boccaccio prende a prestito l’epopea arturiana in diverse opere: nella novella del Decamerone Alatiel (II,7), nella Teseida, nell’Amorosa visione, nel De casibus e nelle Esposizioni sopra la Comedia.

         Nel XIV secolo viene scritto in francese il primo romanzo arturiano (Compilazione) da Rustichello da Pisa che però si sofferma sulle vicende degli avi di Artù (che sedevano intorno alla “Tavola vecchia”).

         Qualche anno dopo compare il primo romanzo arturiano scritto in italiano: si tratta del Tristano Riccardiano, così chiamato per essere presente nella Biblioteca Riccardiana di Firenze; l’autore è un anonimo della regione umbro-toscana. In tale ultima opera Tristano appare come il più importante cavaliere della Tavola rotonda, cosa che non corrisponde alla storia originale ove Tristano è ricordato principalmente per la storia d’amore con Isotta. In questo Tristano si ha uno dei pochi accenni italiani alla ricerca del Graal. 

         Diversi episodi del Novellino sono dedicati agli eroi arturiani (capitoli 26,45,63, 82) e così i cantari del XIV e XV secolo.

         In merito alla lirica ricordiamo ancora L’intelligenza di Dino Compagni e il Dittamondo di Fazio degli Uberti.        

         Il più originale e maturo romanzo del ciclo arturiano italiano è però stato scritto da un anonimo toscano nel XVI secolo (Il libro della storia della Tavola ritonda, e di messere Tristano e di messere Lancillotto e di molti altri cavalieri): tale opera cerca di mettere insieme i rami più vari della materia.

         Nel Rinascimento italiano il ciclo arturiano vedrà la fusione nei temi e motivi tra ciclo bretone e ciclo carolingio. Tale fusione può farsi risalire all’Entrée di Spagna, ma raggiunse il culmine un secolo dopo con l’Orlando innamorato del Boiardo che ispirò l’Orlando Furioso, massimo capolavoro della letteratura rinascimentale italiana.

Segnalo ancora qui l’Avarchide (pubblicata nel 1570) di Luigi Alamanni che provò a fondere il ciclo arturiano con quello omerico (Artù fu modellato su Agamennone, Lancillotto su Achille e così via): tale opera è importante perché ispirerà la Gerusalemme Liberata del Tasso con cui si chiude, salvi sporadici richiami successivi (in Strozzi, Parini, Leopardi, Berchet, Carducci, Moscrino, Tumiati, Calvino) l’esperienza del ciclo arturiano in Italia.

Carlo Calcagno


[1] Il metro utilizzato è il couplet di octosyllabes non accompagnato dalla musica e destinato quindi alla lettura veloce e non al recitativo.

[2] Ossia nel Nord-Ovest della Francia.

[3] Conoscevano il celtico ed il francese.

[4] Fu poeta tra i primi a usare la rima baciata nelle composizioni d’amore e prese spesso spunto dalla leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri. La sua opera poetica, permeata degli ideali della cavalleria e dell’amore cortese, comprende il romanzo cavalleresco Perceval o il racconto del Graal, la prima versione letteraria della leggenda del Santo Graal; Erec ed Enide; Lancillotto o il cavaliere della carretta, dove compare la figura del cavaliere prediletto di Artù e suo rivale in amore. Gli studiosi da sempre tentano di identificare le fonti alle quali Chrétien attinse per le sue opere che furono d’esempio a molti poeti per la forza dell’immaginazione narrativa e la bellezza stilistica. In testi di origine gallese vi sono i primi riferimenti al personaggio del re Artù: il poema Gododdin (600 ca.), alcune storie scritte in latino nel IX e X secolo (nella Historia Britonum della metà del IX secolo dello storico gallese Nennio; negli Annales Cambriae, un manoscritto del X secolo, si cita il 537 come data della sua morte) e i racconti dell’antologia Mabinogion (1100 ca.), in cui compaiono anche la moglie di Artù, Ginevra, e i cavalieri Kay, Bedivere e Gawain. La prima raccolta di narrativa arturiana è la Historia regum Britanniae (1135 ca.) dell’inglese Goffredo di Monmouth. Nell’opera compare anche Merlino, consigliere di Artù, il quale è figlio del re inglese Uther Pendragon; si cita inoltre l’isola di Avalon, dove Artù si reca per guarire dalle ferite riportate nell’ultima battaglia, e si narra dell’infedele Ginevra e della ribellione istigata dal nipote di Artù, Mordred.

Considerato l’iniziatore del romanzo cavalleresco medievale, Chrétien De Troyes fu esaltato da Dante per il contributo dato alla poesia narrativa francese. Fra le altre opere del poeta si annoverano composizioni ad imitazione della poesia di Ovidio e il romanzo in versi Guillaume d’Angleterre, che si ispira alla leggenda di sant’Eustachio. I versi di Chrétien influenzò notevolmente i romanzi arturiani successivi, soprattutto le prime versioni tedesche quali Erec e Iwein, del poeta Hartmann von Aue (XII secolo), e l’epopea Parzival (1210 ca.) di Wolfram von Eschenbach. All’inizio del XIII secolo, anche la storia di Tristano e Isotta entrò a far parte della leggenda di Re Artù.

[5] Artù (VI secolo?), re semileggendario dei britanni, che combatté contro gli invasori anglosassoni. Benché alcuni studiosi lo considerino una figura mitica, è possibile che uno storico Artù abbia condotto la lunga resistenza dei britanni contro gli invasori (ne dà conto anche Boccaccio nel De casu Principum). Secondo la leggenda, Artù era figlio di Uther Pendragon, re di Britannia. Tenuto nascosto durante l’infanzia, fu improvvisamente presentato al popolo come suo re (famoso è l’episodio dell’estrazione di Excalibur operata prima da Artù e poi da Galahad di cui tuttavia troviamo tracce reali non in Inghilterra, ma in Toscana a Chiusdino ove si trova appunto una spada racchiusa all’interno della “rotonda” di Monte Siepi. Secondo il resoconto della madre Dionigia  e su ispirazione dell’Arcangelo Gabriele, S. Galgano conficcò la spada nel terreno per abbandonare la vita di cavaliere ed abbracciare quella spirituale) e si dimostrò un sovrano saggio e coraggioso. Con la regina Ginevra tenne una magnifica corte a Caerleon-upon-Usk (forse la leggendaria Camelot), sul confine meridionale del Galles, dove i britanni mantennero la loro sede più a lungo. Le sue guerre e vittorie si estesero quindi al continente, dove sfidò con successo le forze dell’impero romano, finché non fu richiamato in patria a causa del nipote Mordret, che si era ribellato sottraendogli il regno. Nella battaglia finale di Camlan, nell’Inghilterra sudoccidentale, sia il re sia il traditore caddero trafiggendosi a vicenda, e Artù fu misteriosamente portato alla mitica isola di Avalon, per essere guarito dalla sua ferita.

[6] Così scrive Robert Wace, un monaco normanno, nel Roman De Brut (1155), traduzione ampliata dell’Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth. Brut per il suo autore è nipote di Enea ed eroe eponimo del popolo brettone.

[7] Tanto che alcuni critici ritengono che il Ciclo carolingio fosse stato concepito in origine per esaltare le vite dei santi o dei crociati.

[8] La donna di solito è di rango superiore all’uomo, di solito una regina. La relazione è inoltre adultera (v. la vicenda Tristano ed Isotta).

[9] Soprattutto gli elementi della tradizione celtica sono spesso in aperta opposizione ai valori dominanti.

[10] Tali prove sono dette aventure (dal latino adventura = le cose che devono accadere) che in origine e non certo nei miti arturiani indicavano i segni premonitori del giorno del giudizio.

[11] L’idea di una superiore missione viene coltivata soprattutto in ambito cistercense su ispirazione di S. Bernardo; i monaci cercarono di riscrivere e purificare (La Queste del Saint-Graal) il Ciclo arturiano adattandolo al proprio punto di vista nel senso dell’abbandono degli ideali della cavalleria che appesantiscono l’anima e dell’abbandono dell’amor cortese che impedisce la spiritualizzazione dell’amore umano nell’amore di Dio.

[12] Secondo il Vangelo apocrifo di Nicodemo.

[13] Colui che per i Vangeli richiese a Pilato il corpo di Cristo, lo avvolse nel sudario e lo depose nella tomba. nel XII secolo Giuseppe fu collegato al ciclo arturiano come primo custode del Santo Graal; il primo riferimento è presente nel Joseph d’Arimathie di Robert de Boron che esplicitamente identifica il Graal con la coppa ove Gesù aveva bevuto nell’ultima cena e in cui poi Giuseppe avrebbe appunto raccolto il sangue del crocefisso. Secondo quest’opera Gesù, apparso in sogno a Giuseppe carcerato, gli consegna il Graal con la missione di portarlo in Britannia. In opere successive si giunse ad affermare che una volta liberato Giuseppe si recò appunto in Britannia diventandone il primo vescovo.

[14] Lancillotto quando si avvicinò al Graal venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra.

La letteratura della Francia romanza (Parte prima)

Suonatore in alta Badia

 

–  S. Re-L. Simoni,  L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Lingua francese,”Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009 http://it.encarta.msn.com © 1997-2009 Microsoft Corporation. Tutti i diritti riservati.

– R. Luperini – P. Cataldi – L. Marchiani – F. Marchese, La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

– AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom. G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.

– S. Guglielmino – H. Grosser, Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

– E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore. Milano.1992.

– A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento. Giuseppe Principato editore. Messina-Milano. 1937.

– M.L. Meneghetti, La nascita delle letterature romanze, in Storia della Letteratura italiana dalle Origini a Dante. Le origini, il Sole24, Milano, 2005.

 

Nei secoli XI e XII la cultura e l’arte italiane si esprimono sostanzialmente in lingua latina.

         La Francia appare invece più impegnata a costruirsi una moderna coscienza nazionale e ad elaborare una nuova letteratura in un volgare che trova fondamento nei Giuramenti di Strasburgo (14 febbraio 842) intervenuti tra Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, nipoti di Carlo Magno[1].

         Può essere opportuno soffermarsi su quest’ultima produzione letteraria, poiché è indubbia l’influenza sulla letteratura nostrana quanto a contenuto ed a stile.

         Nell’alto Medioevo le lingue parlate a settentrione e a mezzogiorno della Loira cominciarono ad avere uno sviluppo separato[2].

         Fra l’XI e il XIII secolo si erano ormai stabilite due lingue ben distinte, la langue d’oïl (o francese) del Nord e la langue d’oc (o provenzale) del Sud.

         Dai due idiomi[3], la cui denominazione deriva dalla parola corrispondente al nostro sì, nacquero due letterature distinte per temi e linguaggio: prevalentemente epico-cavalleresca la francese; lirico-amorosa la provenzale.

         Ebbero entrambe grandissima diffusione[4] e la cultura non solo italica, ma dell’intera Europa meridionale fu in gran parte segnata dalla loro influenza.

         La produzione in lingua d’oïl(1000-1200) riguarda in particolare le opere di argomento eroico, raggruppabili in tre cicli: il ciclo carolingio, il ciclo bretone e il ciclo delle leggende classiche.

         Al ciclo carolingio[5] appartengono una serie di “Chanson de geste” (<<Poemi di gesta>>)[6] ossia componimenti in strofe assonanzate o rimate, con lunghezza variabile, che rielaborano in veste letteraria le res gestae (le imprese militari) di alcuni grandi condottieri.

         Le più famose celebrano le imprese di Carlo Magno e dei suoi Paladini o Conti di Palazzo[7]  contro i Saraceni e nello stesso tempo consacrano gli ideali della Cavalleria medievale (ad es. l’amor di patria, la dedizione alla Fede, la difesa dei deboli, la cristianizzazione dei costumi).

         Alle origini della chanson de geste c’è il “passato epico nazionale”, un mondo arcaico che costituisce le basi della storia nazionale, insomma la memoria del popolo che riscatta sé stesso attraverso le avventure gloriose di un uomo diventato modello di vita.

         La rappresentazione non è però “armonica” come nel ciclo bretone[8]: si assiste spesso a contrasti tra sovrani e vassalli e al tentativo dei vassalli di recuperare il favore perduto dei sovrani, o ancora più propriamente a contrasti tra i vassalli detentori di un feudo ed i nobili di corte[9].

         Inoltre mentre la chanson de geste è destinata ad ogni tipo di pubblico che ne apprezza, come è ovvio, diverse sfaccettature e chiavi di lettura, il romanzo del ciclo bretone, così come la lirica, sono destinati ad un pubblico delimitato dai valori della “cortesia” (generosità, lealtà, eleganza dei modi, concezione nuova del rapporto tra i sessi[10]).

         Questi poemi di gesta venivano divulgati da giullari[11] (cantastorie girovaghi [12]= dal latino joculares); il più antico è la Chanson de Roland[13] scritta da un tal Turoldo[14] probabilmente tra il 1095 ed il 1099.

         Alla base della canzone sta un nucleo di verità storica: nel 778 Carlo guida una spedizione militare in Spagna, cinge d’assedio Saragozza e sulla strada del ritorno in una gola dei Pirenei i Baschi (e non i Saraceni come si sostiene nel Poema[15]) gli distruggono la retroguardia[16] nella quale si trova anche Orlando (Roland) <<prefetto del limite britannico>>[17].

         La Chanson de Roland fu fra i primi testi francesi che ebbero diffusione in Italia; prima circolò in originale e poi in vari rifacimenti tra i quali ebbe importanza particolare quello in lingua franco-veneta, perché propiziò il nascere di un’area culturale (di stampo signorile) destinata ad ampio sviluppo; poemi originali furono composti nell’ibrido linguaggio franco-veneto: ricordiamo l’Entrée d’Espagne (<<L’entrata in Spagna>>) di un anonimo padovano, la Prise de Pampelune (<<La presa di Pamplona>>) di un Niccolò di Verona, vissuto nel XIII secolo.

Carlo Calcagno


[1]Anche se il primo testo propriamente letterario sarà la Cantilène de sainte Eulalie (Cantilena di Sant’Eulalia) scritta tra l’881 e l’882. Si tratta di soli 29 versi composti da un monaco di Saint-Amand, presso Valenciennes, per esigenze strettamente liturgiche. L’ispirazione è nettamente agiografica: si tratta della descrizione del martirio della santa, dei miracoli avvenuti e del castigo divino intervenuto sui suoi persecutori. Quest’opera unitamente ad altre (Sancta fides, Boeci, Passion) costituirà il nucleo di riferimento per tutta la letteratura religiosa romanza del XII e XIII secolo.

[2] Ciò è il risultato di un lungo processo. I Celti – primi abitanti della regione che i romani chiamavano Gallia – parlavano la lingua celtica (dalla quale sarebbero derivati l’irlandese, il gallese, il bretone). Dopo la conquista romana della Gallia il celtico a contatto con il latino diede origine ad una forma di latino, usata dalle classi basse e definita lingua vulgaris per contrapposizione al sermo urbanus usato da scrittori e oratori. Prima della fine del IV secolo d.C. in Gallia il latino, per quanto contaminato, aveva completamente sostituito il celtico. Solo alcune parole di pura origine celtica – una cinquantina in tutto – sono passate nel francese moderno.

La lingua vulgaris si stabilì così saldamente in Gallia che le ondate successive di conquistatori appartenenti a tribù germaniche, visigoti, burgundi e franchi, non riuscirono ad imporre il proprio idioma nel paese, ma dovettero adottare la lingua che vi avevano trovato.

Nel francese moderno, circa quattrocento parole sono di origine germanica.

Nella lingua vulgaris entrarono anche termini greci.

Entro il VII secolo la lingua vulgaris era stata ormai assai modificata dalla popolazione; nota come romano o romanico, la lingua era parlata tanto dalle classi superiori quanto dalla gente più comune. Già nel VI secolo i resoconti dei concili ecclesiastici tenuti in Francia venivano trascritti in romanico e nell’VIII secolo Carlo Magno, re dei franchi, emanò un editto con il quale si imponeva al clero di pronunciare i sermoni nella lingua del popolo.

[3] La principale differenza fonetica delle due varietà linguistiche consisteva nel trattamento della vocale a del latino, non accentata e in sillaba aperta: la vocale divenne e nella langue d’oïl ma rimase invariata in provenzale, il principale dialetto della langue d’oc; pertanto, la parola latina mare (“mare”), ad esempio, divenne mer nella langue d’oïl e mar in provenzale. In ciascuna lingua si svilupparono numerosi dialetti. Oltre al provenzale, i principali dialetti della langue d’oc erano il guascone, l’alverniate, il limosino e il bearnese.

[4] A partire dal momento in cui gli ambienti ecclesiastici mutarono opinione circa il mondo cavalleresco rivalutando i potentati locali, cosa che avvenne successivamente all’indebolimento del potere centrale. Senza contare che l’esaltazione delle gesta portava lustro ai monasteri che erano stati edificati nei luoghi della narrazione (stesso processo avverrà in Spagna per il Cantar del mio Cid).

[5] Pensato in sostanza per esortare alla guerra contro gli infedeli, ossia alla crociata.

[6] Circa ottanta componimenti.

[7] Ma anche di re come Pipino, di vassalli come Guglielmo di Tolosa (vassallo di Ludovico che affrontò i Saraceni), Girart de Roussillon (Guglielmo d’Orange) e Uggieri il <<danese>> (il barone Autchario, fratello di Carlo).

[8] Nel quale il sovrano è primus inter pares.

[9] Gano di Maganza (nobile feudale) tradisce Rolando (nobile di corte) perché se così non fosse il conflitto andrebbe avanti: Gano non può permettersi, a differenza di Rolando che non ha beni fondiari da accudire, di stare tanto lontano dalla patria.

[10] La donna in questo contesto è posta su un piano superiore rispetto all’uomo.

[11] La recitazione veniva accompagnata con la melodia di uno strumento musicale. Secondo le testimonianze pervenute i manoscritti usati dai giullari avevano un piccolo formato (cm. 16-17×10-12), pelle di modesta qualità, scrittura poco accurata, testo su una colonna e privo di decorazione. Spesso le assonanze venivano sostituite con le rime, i decasillabi con alessandrini. C’erano redazioni multiple della stessa chanson, ampliate e ridotte: ciò perché l’epopea era destinata ad un pubblico assai eterogeneo.

[12] A seguito dei pellegrini, i giullari frequentavano probabilmente i monasteri ove il ciclo epico veniva coltivato.

[13] È composta da 1042 décasyllabes censurati e assonanzati raccolti in 291 lasse (ossia strofe non regolari: all’epoca i versi nelle lasse potevano andare da tre a mille). A livello stilistico ricalca i poemetti agiografici già citati (Sancta Fides e Boeci). La scelta della lassa significa adozione di uno stile non elevato. A tale conclusione contribuisce lo stile <<formulare>> (ossia della ripetizione di formule ad alto indice di memorabilità per indicare momenti fissi: la vestizione dell’eroe, il combattimento, la preghiera e così via) e l’uso di lasse similari, ossia di versi in cui si rievoca la stessa scena da varie angolature.

 [14] Come si arguisce dal verso finale.

[15] Di Saraceni si parla anche in un precedente breve sunto (Nota emilianense) della storia compilato tra il 1048 ed il 1075 ad opera di un monaco navarrino.

[16] Si tratta della famosa battaglia di Roncisvalle.

[17] L’episodio è narrato dallo storico Eginardo, biografo di Carlo Magno, nella Vita Karoli, scritta nell’826.

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