L’Enneagramma e la Gematria

L’Enneagramma è uno strumento che si usa da tempo immemorabile in ogni campo del sapere: da ultimo in psichiatria, ma anche in mediazione o nell’attività d’impresa[1].

Per gli studiosi è una rappresentazione dell’Universo secondo gli occhi di Dio, ma è nello stesso tempo un viaggio che porta l’uomo alla conoscenza di se stesso. È  in ultimo un viaggio che dall’uomo porta a Dio.

Mi ha stupito di conseguenza un interessante documento del Pontificio Consiglio della Cultura[2] in cui se ne fornisce una valutazione decisamente negativa associandolo al movimento “New Age”: “Se ne può vedere un esempio nell’enneagramma, lo strumento per l’analisi del carattere secondo nove tipi, il quale, quando viene utilizzato come mezzo di crescita spirituale introduce ambiguità nella dottrina e nella vita della fede cristiana.”

A me consta, infatti, che nella storia sia stato uno strumento utilizzato pacificamente da diversi religiosi: Evagrio Pontico[3], il monaco beato Raimondo Lullo[4], il gesuita Athanasio Kircher, tanto per fare degli esempi.

E che dal suo utilizzo siano derivati grandi progressi per l’umanità. Detto ciò mi sembra di qualche interesse analizzarne i significati.

Per avvicinarsi alla numerologia dell’Enneagramma può essere opportuno richiamare il significato della parola gematria che noi italiani conosciamo grazie a Pico della Mirandola, uno dei più grandi umanisti.

La gematria è per gli Ebrei una disciplina teologica che assegna alle parole dei libri sacri un numero. Anche per i cattolici è lo studio numerologico delle parole in lingua greca contenute nel Nuovo Testamento.

Chi studia l’Enneagramma si imbatte subito in due leggi: la legge dei 3 che riguarda il Triangolo iscritto nel Cerchio (enneatipi 3-6-9) e la legge dei 7 che attiene all’Esagono irregolare (enneatipi 1-2-4-5-7-8) .

La legge dei 3 stabilisce che ogni fenomeno risulta dall’incontro di tre differenti forze. Gurdjieff chiama queste forze: Santa-Affermazione (il n. 6), Santa-Negazione (il n. 3) e Santa-Riconciliazione (il n. 9).[5]

Secondo la gematria le tre componenti in ebraico della legge danno origine al numero 2039 che indica un meraviglioso messaggio: il potere dell’amore.

La legge dei 7 prevede poi che perché una forza determini un fenomeno, debba passare da 7 gradi, fasi o “note” disposte lungo una scala armonica, con due prevedibili punti di stallo. Se facciamo riferimento alla musica (da cui la riscoperta nel ‘900 dell’E. deriva) i punti di stallo si trovano tra il SI ed il DO (tra l’8 e il 9) ed il MI ed il FA (fra il 2 e il 4). Ci sono in altre parole due punti in cui qualsiasi vibrazione rallenta. Se non vi è uno shock il percorso della vibrazione cambia direzione: ogni scopo umano che ci prefiggiamo non verrà raggiunto senza uno shock al momento opportuno.

Per cercare di comprendere queste leggi si potrebbe chiedere aiuto ad una famosa raffigurazione di Raimondo Lullo dell’alfabeto dell’Arte magna[6] che si ispirò alla dottrina dei Sufi e che peraltro Gurdjieff stesso scrive di aver trovato (una stella a nove punte)  ovunque nel monastero Sufi Naqshbandi  ove avrebbe conosciuto l’Enneagramma[7].

L’8 rappresenta la H ossia l’attributo di Dio della Virtù mentre il 9 identifica l’IO e dunque non si stenta a comprendere il concetto per cui l’Adulto dell’uomo (così lo chiamerebbe Berne), ossia la parte razionale a contatto con la realtà, debba essere in qualche modo aiutata a raggiungere la Virtù.

Più complessa invece pare la legge dei 7: in base alla gematria il 2 rappresenta la Bonitas (la bontà) mentre la D la Duratio ossia l’eternità. La legge sembra dirci che il passaggio dalla bontà di Dio all’eternità necessita di uno stallo: potrebbe essere la morte?

Oltre a ciò si possono fare altre considerazioni?

Premetto che Zoroastro, Platone, Pitagora, Raimondo Lullo, Dante, Giordano Bruno, Tommaso Hobbes, Cartesio, Athanasio Kircher, Leibniz, Christian Wolff sono solo alcuni dei grandi saggi che partivano da un presupposto che qui rileva, ossia dall’idea che il pensiero fosse essenzialmente calcolo matematico.

L’Enneagramma che fu conosciuto da tutti questi grandi sapienti deriva in qualche modo da questo concetto.

La parola Ennegramma in ebraico אניגרמה corrsiponde al numero 309 che è lo stesso numero con cui si identifica la parola tedesca Heureka, ossia la esclamazione “Ho trovato!” che si dice pronunciata da Archimede alla scoperta del suo famoso principio. In psicologia si parla di insight.

Il numero 18 del triangolo presente nell’Enneagramma (6+3+9) significa “Grande”.

La Grandezza per i monaci antichi era una degli attributi di Dio. Gli Ebrei considerano il 18 peraltro un numero molto fortunato.

Se si sommano tutti i numeri da 1 a 9 e dunque si compie un giro della sfera si ottiene il numero 45 che rappresenta la Kabbalah, la disciplina ebraica che studia il rapporto tra l’infinito ed il finito.

Sulla scorta degli insegnamenti di Raimondo Lullo, Athanasio Kircher ci insegna che alcune combinazioni dei primi 9 numeri (ossia delle prime 9 lettere dell’alfabeto ebraico, greco e arabo) che identificano il pianeta Saturno, danno sempre lo stesso risultato anche in diagonale ossia 15 che significa “alimentato, nutrito”.

49215
35715
81615
15151515

Le possiamo moltiplicare per uno stesso numero all’infinito ed otterremo sempre la stessa somma (non 15 ovviamente ma comunque lo stesso numero sia in diagonale sia verticale ed in orizzontale).

Stesso ragionamento vale per i numeri connotanti per gli antichi gli altri pianeti (Giove, Marte, Sole, Venere, Mercurio e Luna).

Da questo probabilmente gli antichi dedussero che i primi nove numeri sono in realtà le parti semplici dell’infinito.

Per i sapienti Egizi i numeri che abbiamo sino ad ora indicato ossia 3-9-15 e 45 stavano ad indicare il pianeta Saturno.

Da questa intuizione partì il calcolo combinatorio che Raimondo Lullo definì Ars magna e che arrivò sino al nostro computer.

Se si sommano tutti i valori fissi dei numeri corrispondenti ai pianeti (15,34,65,111,175,260, 369) peraltro si ottiene 1029 che è il numero con cui gli Ebrei identificano Gesù Bambino.

Queste combinazioni dei primi nove numeri corrispondono anche agli attributi di Dio secondo Raimondo Lullo (1276) che rendono tutti gli uomini nutriti, alimentati.

4 S9  B2 D15
3 P5 V7 V15
8 G1 M6 V15
15151515

4+9+2 Sapienza + Bontà + Eternità = Alimentato (15)

3+5+7 Potenza + Volontà + Verità = Alimentato (15)

8+1+6 Gloria + Grandezza + Virtù = Alimentato (15)

4+5+6 Sapienza + Volontà + Virtù = Alimentato (15)

2+5+8 Eternità + Volontà + Gloria = Alimentato (15)

Ogni Enneatipo secondo l’Enneagramma può fare “due viaggi” ossia i viaggi possibili (sarebbe meglio parlare di “danze” per usare la terminologia di Gurdjieff)  sono 12.

Il viaggio può avvenire, secondo i parametri antichi[8] seguendo gli attributi di Dio ovvero i vizi che ad essi si contrappongono (passione, peccato ecc.)

Anche gli enneatipi 3-6-9 corrispondenti al triangolo “fanno due viaggi” e così si arriva a 18 che indica come abbiamo detto uno degli attributi di Dio, la Grandezza.

Le possibili combinazioni di 3-6-9 che danno luogo ai viaggi portano allo stesso numero, ossia a 36 che secondo la gematria identifica Adamo.

369
396
639
693
936
963
363636

Se si sommano i numeri che si incontrano nel viaggio degli enneatipi diversi dalla triade 3-6-9 si vedrà che si ottiene sempre il numero 27.

27 è il numero corrispondente sempre al termine Cabala.

27 è del resto il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.

27 è anche il numero che rappresenta Euterpe la musa che ha inventato la musica. Il suo nome è “bene unito a piacere” e significa “colei che rallegra”.

Viene sempre rappresentata con uno strumento (un aerofono doppio detto aulos) che Platone associava al culto di Dioniso e che secondo Aristotele non doveva essere usato che nelle cerimonie di purificazione.

Non deve apparire strano il collegamento “pagano” con la musa Euterpe: ancora nel XVIII secolo c’era la seguente corrispondenza tra le 9 facoltà umane, le 9 muse e le 9 gerarchie angeliche[9].

SerafiniMenteUraniamusa dell’astronomia e della geometria.
CherubiniIntellettoPolimniaMusa della memoria e della retorica
TroniRagioneEuterpeMusa della musica
DominazioniImmaginazioneEratoMusa del canto corale
PotestàUditoMelpomeneMusa della tragedia
VirtùVistaTersicoreMusa della danza
PrincipatoOlfattoCalliopeMusa della poesia epica
ArcangeliGustoClioMusa della storia
AngeliTattoTaliaMusa della poesia bucolica

Le gerarchie angeliche venivano rappresentate con il simbolo che segue che assomiglia molto al nostro Enneagramma.

Athanasio Kircher ci racconta  del resto che Adamo imparò per prima cosa la matematica e poi la musica.  

La musica che rallegra è anche uno strumento di purificazione dato che le stesse note secondo Guittone d’Arezzo nascono dal salmo: «Ut queant laxis Resonare fibris Mira gestorum Famuli tuorum Solve polluti Labii reatum, Sancte Iohannes» che significa: “Affinché i tuoi servi possano cantare con voci libere le meraviglie delle tue azioni, cancella il peccato, o santo Giovanni, dalle loro labbra indegne”.

L’enneagramma è uno strumento di purificazione che si costruisce appunto attraverso l’ottava musicale.

14285727
ReFaMiSiSolLa 
17582427
ReLaSolSiMiFa 
28571427
MiSiSolLaReFa 
24175827
MiFaReLaSolSi 
41758227
FaReLaSolSiMi 
42857127
FaMiSiSolLaRe 
58241727
SolSiMiFaReLa 
57142827
SolLaReFaMiSi 
71428527
LaReFaMiSiSol 
75824127
LaSolSiMiFaRe 
85714227
SiSolLaReFaMi 
82417527
SiMiFaReLaSol 
      567

La somma di tutti i possibili viaggi degli enneatipi (27×12) non è insomma altro che una melodia e la somma di tutte le melodie dà 567 che secondo la gematria indica lo Zodiaco.

Note, uomini ed astri sono accomunati dallo stesso viaggio come rappresenta Athanasio Kircher nel frontespizio della famosa opera Arithmologia che in ebraico אריתמולוגיה  indica il numero 711 che significa “calcolatore della gematria” o anche “Spiriti angelici della Luce”.


[1] Cfr. J. G. BENNETT. Studi sull’Enneagramma, p. 43, Atanor, 2009.

[2] GESÙ CRISTO PORTATORE DELL’ACQUA VIVA Una riflessione cristiana sul “New Age”.

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/interelg/documents/rc_pc_interelg_doc_20030203_new-age_it.html

[3] Secondo Evagrio gli uomini nascono puri, ma poi si ammalano per una passione (in termini moderni psicopatologia);

il primo passo per guarire è quello di riconoscere di essere malati. Poi di sperimentare la virtù al posto della passione per raggiungere la salute dell’anima (apàtheia). Con Evagrio Pontico che abbiamo un elenco di nove fissazioni dell’anima che impediscono la vocazione alla santità e le corrispondenti grazie per superarle. Questa prospettiva è stata ripresa da ultimo da Naranjo. Evagrio peraltro si rifà all’epistola paolina Gal 5-22 (Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé).

[4] Il suo pensiero ebbe influssi nella teologia e spiritualità ad esempio di Ignazio di Loyola, del Concilio di Trento, del cardinale Federico Borromeo e di Pio XI.

[5] Cfr. P.D. OUSPENSKY, La quarta via, Astrolabio, 1974; P. D. OUSPENSKY, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio, 1976

[6] Cfr. Trattato di astrologia di Raimondo Lullo, a cura di Giuseppe Bezza, Milano, Mimesis, 2004.

[7] Cfr. G. I. GURDJIEFF, Incontri con uomini straordinari, Adelphi, 1977

[8] Quelli attuali che fanno capo a Naranjo sono differenti perlomeno con riferimento alle posizioni dei vizi.

[9] Cfr.Athanasii Kircher, Arithmologia sive de abditis Numerorum mysterijs, Roma, 1665.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXXI

Introduzione

Abbiamo superato la quarta cornice dedicata agli accidiosi (canti XXVII-XVIII-XIX), la quinta cornice riservata agli avari e prodighi (canti XIX-XX-XXI-XXII), la sesta propria dei golosi (canti XXII-XXIII-XXIV- XXV), la settima ed ultima cornice in cui si purgano i lussuriosi (XXV-XXVI-XXVII): Siamo poi approdati nel Paradiso Terrestre già a cavallo del XXVII canto. Dante ha incontrato diversi angeli custodi: quello della pace (XVII), quello della misericordia (XVII) quello della sollecitudine (XVIII-XIX), quello della giustizia (XIX-XX-XXI-XXII), quello dell’astinenza (XXII-XXIII-XIV), quello della castità (XXV-XXVI-XVII), quello della carità (XXVII). Bisogna poi sottolineare alcuni avvenimenti: l’apparizione e la guida di Stazio (v. in particolare XXI e XXII) un intermediario (assieme a Matelda) tra Virgilio e Beatrice; il congedo dello stesso Virgilio (XXVII) perché D. è ormai libero dal peccato e la sua definitiva scomparsa (XXX); il sogno profetico di Dante concernente Lia (XXVII)  l’incontro con Matelda (guida, ministra, vita attiva e contemplativa insieme) prima (dal canto XXVIII) e con Beatrice poi nel Paradiso terrestre (XXX), la mistica processione del canto XXIX.

COMMENTO

 Ci troviamo nel Paradiso terrestre tra le nove e le dieci del 13 aprile 1300, mercoledì dopo Pasqua.

Il Paradiso terrestre è una foresta di erbe, fiori e alberi di ogni tipo, ricca di profumi e di colori, rinfrescata da una dolce brezza che, spirando sempre uguale, piega le fronde verso occidente, rallegrata dal canto degli uccelli che salutano il mattino: l’ambiente ricorda la pineta di Classe, vicino a Ravenna, quando soffia lo scirocco. Nella foresta si trova una fonte perenne e immutabile, da cui sgorgano due fiumi che procedono in direzione opposta: il Lete e l’Eunoè, dalle acque così limpide e pure che non se ne vedono di uguali su tutta la terra.è

La custode del paradiso terrestre è Matelda.

Donna bellissima dagli occhi più splendenti di Venere quando fu trafitta da Cupido, è posta alla custodia del Paradiso terrestre (compare nel canto XXVIII) con il compito di tuffare le anime nel Lete, che cancella il ricordo dei peccati, e nell’Eunoè che suscita la memoria delle buone azioni. Non è identificabile con alcun personaggio storico ed è prefigurazione di Beatrice alla quale accompagna D.; rappresenterebbe la vita attiva che conduce l’anima alla santità e alla salvezza.

I personaggi sono: Beatrice, il Grifone, le sette donne.

Beatrice è una giovane donna fiorentina (1266-1290) figlia di Folco Portinari e di Simone de’ Bardi. É la donna amata da Dante, il personaggio storico che assunse per il poeta il sommo valore simbolico della Grazia e della Teologia, come risulta in modo particolarmente evidente nella trasfigurazione e santificazione della sua immagine negli ultimi canti del Purgatorio.

Il Grifone è il simbolo di Gesù Cristo, per la sua duplice natura di leone ed aquila, corrispondente alla duplice natura umana e divina di Cristo.

Le sette donne simboleggiano le virtù, divise in un gruppo di quattro (virtù cardinali) ed in un altro gruppo di tre (virtù teologali).

Gli elementi principali del canto sono:

A) Tema morale: la confessione di Dante: iniziata già nel canto precedente con la denuncia dei peccati di Dante per bocca di Beatrice, l’atto di confessione di D. occupa per intero questo canto. Prima la richiesta da parte di Beatrice affinché D. dichiari il proprio pentimento, quindi il turbamento del poeta, il timido riconoscimento dei propri peccati, la predica di Beatrice su quale sarebbe dovuto essere il comportamento di D. da quel momento in avanti, il prorompere del rimorso e del pentimento alla vista miracolosa e diretta di Beatrice, cui segue lo svenimento di D.

Infine l’immersione nelle acque del Lete che purifica da tutti peccati, come l’assoluzione finale della confessione che restitui­sce la purezza morale all’uomo e lo rende degno di attingere alla beatitudine divina.

B) Tema allegorico. Anche in questo canto continua il concentrarsi di elementi simbolici. A parte tutta l’allegoria della confessione, essi si concentrano nella seconda parte del canto: Beatrice-teologia che guarda fisso al Grifone-Cristo, le quattro donne rappresentanti le virtù cardinali che accolgono D. sulle rive del Lete e gli mostrano gli occhi di Beatrice, il mistero dell’Incar­nazione di Cristo nello sdoppiarsi delle due nature del grifone riflesso negli occhi di Beatrice, le tre donne simboleggianti le  virtù teologali che mostrano a Dante il sorriso di Beatrice.

C) Tema autobiografico: nelle parole di Beatrice e Dante, si indica l’importanza che ebbe nella vita del poeta la morte della donna: essa determinò il suo smarrimento ed il suo traviamento, quando invece egli avrebbe dovuto ricavare insegnamento ed indicazione ad una vita di più alti ed incorruttibili valori morali.

Nell’ultima parte del canto, poi, l’emozione per la vista degli occhi e del sorriso di Beatrice, sia pure nel loro significato allegorico e nelle loro tipicizzazioni letterarie, riporta a quell’esperienza d’amore che dominò la sua vita giovanile.

D) Tema psicologico: sia pure all’interno di una costruzione rigorosamente simbolica e religiosa, risulta evidente anche in questo canto il fondamentale contrasto psicologico tra i due personaggi: da una parte una Beatrice rigorosamente severa e disposta al suo compito morale, dall’altro un D. profondamente turbato, debole, e che nello stesso tempo però manifesta i suoi sentimenti umani in modo più diretto, in particolare quello dell’amore per Beatrice, per i suoi occhi, la sua bellezza, il suo sorriso.

RIASSUNTO

Dopo l’aspro rimprovero del canto precedente, Beatrice chiede a Dante di confessare le sue colpe e di dire per quale motivo egli si fosse allontanato da lei, cioè dalla retta strada della Fede.

D., confuso e umiliato, con fatica e tra i sospiri mormora che furono le tentazioni delle cose terrene e passeggere a traviarlo, dopo che Beatrice era morta (vv. 1-36).

Beatrice, promessa la misericordia divina per il sincero pentimento di D., lo richiama a quello che avrebbe dovuto essere il suo comportamento dopo la morte di lei: poiché nulla di tanto bello e santo gli si sarebbe potuto mostrare nella vita terrena, più nessun desiderio avrebbe dovuto attrarlo verso le cose mondane, dato che sarebbe stato da meno, e anzi egli si sarebbe dovuto elevare al di sopra di tutte le caduche e fallaci tentazioni del mondo per volgere il pensiero e l’amore alle cose del cielo, cioè ancora a Beatrice (vv. 37-63).

Dante sta con gli occhi chini e vergognosi, quando Beatrice lo invita a guardarla fisso per provare fino in fondo il dolore per il rimorso di essersi distolto dalla sua bellezza.

Solo con gran fatica il poeta riesce ad alzare il volto, e quando la vede, ritta sul carro e fissa a guardare il grifone, gli si mostra di una bellezza tanto sublime che nell’anima gli scoppia la sofferenza del pentimento con tanta forza da farlo svenire (vv. 64-90).

Quando rinviene, già Matelda lo ha tratto con leggerezza nelle acque del Lete, fino ad immergerne anche il capo finché ne beva le acque purificatrici.

Lo conduce quindi sull’altra sponda del fiume dove viene accolto e riparato dalle quattro donne simbolo delle virtù cardinali; queste si dichiarano ancelle di Beatrice, e cantando lo conducono vicino al grifone e lo invitano a guardare diritto Beatrice negli occhi.

Il cuore del poeta si ricolma di grazia nel fare ciò, mentre negli occhi risplendenti della donna si rispecchia il grifone in modo miracoloso: ognuna delle sue nature, umana e divina, di aquila e di leone, si muove autonoma e separata nello <<specchio>> degli occhi di Beatrice, mentre l’animale resta immobile (vv. 91-126).

Le tre donne simbolo delle virtù teologali si avvicinano a D., e invocano Beatrice di volgere a lui gli occhi e di concedere a sublime grazia del suo sorriso. Così allora, sorridente, la donna si rivolge al poeta, e la sua bellezza si fa tanto divina da non potere essere descritta da voce umana e da parola di artista. (vv- 127-145).