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Cenni di psichiatria sociale


 

Il papà della psichiatria sociale ha un nome: si chiama Eric Berne.

Iniziato il tirocinio da psicanalista negli anni 40’ Eric Berne cominciò a pensare ad uno strumento veloce per fare diagnosi (1940-43) sotto la guida di Paul Federn (primo allievo di Freud).

Ciò gli fu utile perché come psichiatra militare nel 1945 aveva a disposizione soltanto 45 secondi per fare una diagnosi e per stabilire dunque se i soldati avessero superato i traumi della guerra e potessero quindi tornare alle proprie famiglie.

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Nacque così in ambito freudiano la psichiatria sociale che ricomprende la più conosciuta Analisi Transazionale, ossia lo studio delle transazioni comunicative che due o più individui si scambiano.

Che cosa si intende per psichiatria sociale?

È un sistema di nozioni che ci aiutano:

A) a capire come siamo fatti,

B) come ci relazioniamo e come potremmo relazionarci meglio,

C) a migliorarci, entro certi limiti, in autonomia,

D) a curarci tramite un terapeuta formato.

Per capire come siamo fatti dobbiamo partire dal presupposto che il nostro IO può considerarsi tripartito e si può suddividere, in altre parole, in tre stati: IO GENITORE, IO ADULTO ed IO BAMBINO.

Questi stati dell’IO ci accompagnano dalla nascita alla morte; che sono presenti ce ne accorgiamo ad esempio dal cambio di tono di voce.

Che le cose stiano così lo possiamo verificare con un semplice esempio.

Sto guidando su una strada trafficata. Controllo continuamente la strada, i veicoli che ho intorno e i cartelli stradali: sono nello stato dell’Io Adulto ossia mi confronto col qui ed ora cercando di prevedere quel che può accadere per meglio fronteggiarlo.

Un’auto mi taglia la strada: mi spavento e rallento per evitare l’urto; la paura è una reazione al qui ed ora e dunque sono ancora nello stato dell’io Adulto.

Mentre l’auto si allontana scuoto la testa, faccio una smorfia con la bocca per disapprovare e dico ad alta voce: «A certa gente bisogna togliere la patente! »

Ora sono nello stato dell’Io Genitore: quando ero piccolo e sedevo accanto a mio padre che guidava l’ho visto varie volte scrollare la testa e fare smorfie di disapprovazione nei confronti degli altri guidatori e pure dire quella frase.

Arrivo in studio, sono in ritardo di qualche minuto: devo finire un atto urgente. In ascensore il cuore mi manca e sono preso dal panico, porto una mano alla bocca, strabuzzo gli occhi e sudo lievemente. Inclino la testa da una parte e muovo nervosamente un piede nell’attesa del piano.

Sono nell’Io bambino: provo le stesse emozioni che provavo quando arrivavo tardi a scuola e temevo la punizione della maestra; il panico però non è così giustificato in questa realtà.

Il cliente o il giudice non mi puniranno ora, come faceva il maestro e dunque provo paura perché mi assalgono vecchi ricordi anche se posso non esserne consapevole.

Poi penso: «Ma oggi è mercoledì, non giovedì, ho ancora 24 ore per finire l’atto»

Mi rilasso, sorrido, tolgo la mano da vicino alla bocca. Il mio è un sorriso da uomo adulto, non la risatina di un bambino spaventato. Sono tornato nell’Io adulto.

La tripartizione trova ispirazione nella famosa topica (rappresentazione della psiche) freudiana che immagina la mente umana come composta da IO, SUPER IO ed ES (inconscio).

In che cosa si differenzia Berne da Freud? soprattutto per il fatto che in base alla prospettazione freudiana non ci sono elementi esterni che possano indicare lo stato dell’IO di un ipotetico interlocutore; in Berne invece ci sono invece degli indicatori precisi, come abbiamo visto dall’esempio, che permettono di capire in che stato sia il soggetto osservato.

A che cosa mi serve conoscere lo stato dell’Io del mio interlocutore? A rapportarmi più efficacemente con lui.

E che cosa mi serve sapere che stato dell’Io preferenzialmente utilizzo io? A capire come sono fatto, se mi confronto con la realtà qui ed ora in modo diretto e da adulto, o se formulo pensieri, emozioni e attuo comportamenti che sono in qualche modo da mettersi in relazione con la mia parte genitoriale o bambina.

Si chiama analisi strutturale quella che mi permette appunto di capire che meccanismi mentali uso di preferenza. A che cosa può servirmi?

Lo scopo dell’analisi strutturale dell’Io è quella di aiutare l’Adulto a tenere sotto controllo il Bambino che è in me.

È importante tenerlo sotto controllo poiché la psicosi nasce dal fatto di utilizzare il Bambino come «sé reale».

L’Adulto, in altre parole, è come un muscolo che deve essere allenato affinché possa decidere di utilizzare il Genitore o il Bambino a sua discrezione.

Chi riesce a separare gli stati dell’Io ed a utilizzarli al momento opportuno affronta i suoi problemi

Ma la separazione va distinta dall’organizzazione degli Stati dell’Io che non risolve i problemi.

Perdonatemi l’esempio brutale, ma ci serve per capire.

Caio è un professionista di grande notorietà che fa il suo lavoro con grande bravura e risultato; nessun cliente né collega si è mai lamentato di lui.

Al venerdì Caio dice a tutti, compresi i suoi familiari, che va «a pescare» sul lago di Como dove possiede una villetta.

In realtà Caio non va a pescare. Dal venerdì alla domenica non fa altro che drogarsi.

La domenica torna a casa come se niente fosse e il lunedì ricomincia a fare il professionista di successo.

Caio separa gli stati dell’Io o li organizza?

Caio li organizza semplicemente.

Lui non ha cognizione del fatto che ogni venerdì lascia campo al suo Bambino negativo.

Al venerdì il suo Bambino diventa il «sé reale».

Ciò perché il papà di Caio è morto quando lui era molto piccolo e quindi Caio non si è potuto costruire dentro un genitore forte.

Ha un genitore fittizio che fa fare al Bambino ciò che vuole.

Un genitore assente per qualsivoglia motivo non si può ricostruire in modo efficace.

Caio quando è Bambino pensa di essere Adulto.

Se qualcuno che fosse a conoscenza del suo “segreto” gliene chiedesse conto risponderebbe con una razionalizzazione: “io non sono un drogato e smetto quando voglio” oppure “tutto ciò mi serve per rilassarmi, ma nessuno può mettere in dubbio che io non sia per questo un professionista impeccabile”.

In altre parole lo stato dell’IO BAMBINO di Caio si difende facendogli pensare che sta ragionando da ADULTO.

Questa tripartizione degli stati dell’IO è cosa acclarata.

Freud agli inizi del 900’ ci presenta due rappresentazioni della psiche (topiche): 1) Io, Super-io ed es (o id), 2 Conscio, subconscio, inconscio.

Berne appunto distingue a metà del secolo tra a) Esteropsiche, neopsiche e l’archeopsiche da cui derivano Genitore, Adulto e Bambino.

McLean nel 1989 ci racconta il cervello come suddiviso in tre parti: a) Rettiliano, b) Paleomammaliano c) Neomammaliano.

Nel 2010 Siegel riprende la teoria di McLean e nel 2014 Dehane ci racconta che in realtà i confini dell’IO sono forse più sfumati, in quanto a funzionamento, ma non mette in dubbio le teorie del passato.

Abbiamo detto che la psichiatria sociale è utile per comprendere come ci relazioniamo e come potremmo relazionarci meglio.

Per intenderci sul punto di “come ci relazioniamo” è necessario comprendere che esiste un modello di funzionamento della psiche: in altre parole quando comunichiamo se lo facciamo da GENITORE possiamo comportarci, sentire o pensare da GENITORE AFFETTIVO o da GENITORE NORMATIVO: questi due stati possono a loro volta essere positivi o negativi; quando invece comunichiamo da ADULTO, lo stato è unico e può essere soltanto positivo o negativo; se parimenti comunichiamo con lo stato dell’Io BAMBINO possiamo attivare il BAMBINO ADATTATO od il BAMBINO LIBERO.

Perché una comunicazione si mantenga in una interazione dovremmo far sì che le parti negative del nostro funzionamento si attivino il meno possibile.

Il BAMBINO ADATTATO (o ribelle) rispetta ciò che dall’esterno gli viene imposto.

Il bambino è cioè compiacente, remissivo, aderisce senza discussione a ciò che gli viene comandato perché ha capito che gli conviene (comportamenti automatici) oppure si ribella (ciò costituisce adattamento)

È positivo (OK), se ripropone da adulto comportamenti che sono adeguati alla nostra situazione da adulti (mi soffio il naso col fazzoletto, chiedo per favore).

È negativo (non OK) quando ripropone comportamenti che non si confanno alla situazione da adulto (metto il broncio) perché da bambino gli davano risultati (un adulto chiede invece direttamente ciò che vuole); oppure ad es. quando balbetta o arrossisce in pubblico (da piccolo è stato ripreso mentre parlava in pubblico) quando potrebbe farne a meno, perché è in grado di esprimersi fluidamente

Il BAMBINO LIBERO (o naturale): è quello che decide in autonomia di fare o non fare qualcosa che non viene censurato dagli adulti. Il bambino libero cioè non basa la sua scelta su una ponderazione, ma sul mero istinto e sulla spontaneità.

È ok, quando pone in essere comportamenti vantaggiosi (se ad esempio da bambino ho deciso di reprimere la rabbia e da adulto ciò mi ha portato in terapia, sono bambino libero ok quando sfogo la rabbia sul cuscino dell’analista).

È non ok, quando pone in essere comportamenti palesemente negativi (es. mi metto a ruttare ad un pranzo di gala; è vero soddisfo pulsioni non censurate, ma è anche vero che da adulto le conseguenze saranno peggiori).

Funziono da GENITORE quando da adulto mi comporto in modo da copiare i miei genitori; e posso essere

1) GENITORE NORMATIVO: critica e dà le norme, comanda, vieta; oppure 2) GENITORE AFFETTIVO: che accudisce, mostra affetto, protegge e dà i permessi.

Il GENITORE NORMATIVO è ok quando il suo comportamento mira a proteggere o a promuovere il benessere o a dare rispetto (“Non fumare che ti fa male, non attraversare la strada che vai sotto le macchine”).

È non ok quando svaluta l’altro (“Hai fatto di nuovo un errore!”).

Il GENITORE AFFETTIVO è ok quando si prende cura dell’altro con rispetto autentico (“Vuoi aiuto in quel lavoro? Fammelo sapere”); è non ok quando svaluta l’altro: «Dai qui, faccio io!»

Il GENITORE AFFETTIVO diventa negativo anche quando è iperprotettivo (es. la mamma fa mettere il maglione al bambino perché lei ha freddo; ciò che passa è una svalutazione: “Tu non sei capace di chiedere circa i tuoi bisogni”).

Funziono da ADULTO quando mi confronto con la realtà e adotto la strategia che essa richiede, opero un compromesso tra quello che voglio io e quello che vuole l’altro, cerco alternative per soddisfare i miei interessi ecc.

Non sempre l’ADULTO è considerabile positivo: quando si difende dalle emozioni il suo comportamento è negativo. Le emozioni dell’ADULTO sono comunque sempre adeguate a ad affrontare la situazione immediata.

Questi concetti tracciano una strada per comprendere quale è la migliore strategia comunicativa.

Intanto quando comunichiamo non ci rivolgiamo ad un interlocutore, ma ad un suo stato dell’IO: ad es. al suo ADULTO, o al suo GENITORE AFFETTIVO o al suo BAMBINO ADATTATO.

Perché lo facciamo? Perché vogliamo una risposta precisa e la nostra speranza è che sia proprio quello stato dell’IO a cui ci indirizziamo che ci risponda. Purtroppo però la risposta non dipende da noi, ma dall’altro; ci sono però delle accortezze che fanno sì che otteniamo quel che desideriamo.

In comunicazione è importante fornire un messaggio in modo tale da poter prevedere lo stato dell’IO che fornirà la risposta: come si può fare? Bisogna capire appunto quale è lo stile comunicativo prevalente del nostro interlocutore.

Se ad esempio ci troviamo di fronte un OSSESSIVO-COMPULSIVO (e noi legali lo siamo tutti in parte: la definizione come quelle che seguono riguarda il solo adattamento psicologico e non una malattia mentale) sapremo che preferisce rispondere come GENITORE NORMATIVO, mentre se avremo di fronte un ISTRIONICO al contrario preferirà che ci indirizziamo al suo BAMBINO.

Detto in soldoni con l’ossessivo-compulsivo dovremo inizialmente parlare di diritto, di nome e di doveri e con l’Istrionico invece potremmo fare riferimento ad es. alla bella giornata o alle sensazioni che determina il brutto tempo.

Se lo stile prevalente del nostro interlocutore è in armonia con il nostro ciò determina che la nostra interazione sia soddisfacente: se ad es. io sono un PARANOIDE tendo come sentire prevalente a voler proteggere il mio partner ossia a pormi nei suoi confronti da GENITORE, ma lui deve essere d’accordo ossia accettare che io mi rivolga al suo BAMBINO ADATTATO e rispondermi da tale. Se il mio partner avrà un adattamento ISTRIONICO, ben difficilmente accetterà questo “vettore comunicativo”, ossia non mi risponderà mai da BAMBINO a GENITORE e dunque la nostra relazione potrebbe rivelarsi fallimentare, per non dire pericolosa per il mio partner che cercherà di sottrarsi al mio controllo con tutte le sue forze.

Perché in una interazione tra due persone si sviluppi un comunicazione continua le transazioni (messaggio a cui corrisponde una risposta) devono essere complementari, ossia mi deve rispondere lo stato dell’IO che ho contattato, oppure sono io che in caso di risposta interruttiva devo essere in grado di cambiare stato dell’IO.

Bibliografia

  • Maria Saccà, Accarezza(mi). La mamma non ha sempre ragione, Franco Angeli.
  • Ian Stewart-Vann Joines, L’analisi transazionale, Garzanti, 1997
  • Ian Stewart-Vann Joines, Adattamenti di personalità, Felici Editori, 2014.
  • Michele Novellino-Carlo Moiso, Stati dell’Io, Astrolabio,
  • S. Brown, L’analisi transazionale e la psicopatologia delle comunicazioni
  • Sabrina Damanti, I giochi dell’analisi transazionale, Xenia
  • Fabio Ricardi, L’analisi transazionale, Xenia
  • Libri di Eric Berne:
  • 1) A che gioco giochiamo? Bompiani
  • 2) Analisi transazionale e psicoterapia, Astrolabio
  • 3) Intuizioni e stati dell’io, Astrolabio
  • 4) Ciao…E poi?, Bompiani
  • 5) Fare l’amore

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