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Appunti sul Perù

Appunti sul Perù

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Presso Sillustani y Laguna de Umayo
Foto: Alessandra Breseghello

Alcuni amici in questi momenti stanno visitando il Perù e così spero possano risultare utili alcuni miei vecchi appunti appartenenti ad un tempo in cui facevo l’insegnante di storia profana e sacra.

La storia inca riporta che gli stessi vennero dal Lago Titicaca, dai suoi dintorni, peregrinarono a nord fra il duplice schieramento delle Ande, giunsero nella valle del Cuzco e là posero le basi dell’Impero tra i sec. XI e XII d.C.

Il fatto che gli Inca ed il loro impe­ro si siano svi­lup­pati all’interno della valle del Cuzco è stato confermato dai ritrovamenti archeologici.

La mitologia, afferma che il dio Sole creò il primo Inca, Manco Cápac, e sua sorella Mama Ocllo, sull’isola del sole, nel Lago Titicaca.

Il dio Sole ordinò loro di partire e di insegnare le arti della civiltà a tutti gli altri indios che allora vivevano nella barbarie[1].

Incomincia così la serie degli Inca a partire dal dio creatore. Manco Capac porta una verga d’oro. Egli è stato informato dal dio sole che quando raggiungerà un luogo così fertile, la verga affonderà, scomparendo alla vista, appena scagliata sul terreno: là egli deve costruire la città.

Fratello e sorella si dirigono a nord, imbattendosi come avviene ai personaggi mitici, nelle solite difficoltà, finché arrivano alla valle del Cuzco.

Qui l’inca Manco Capac, commosso da ciò che vede, scaglia la verga d’oro che affonda fino a scomparire, e nasce così il Cuzco.

Vi sono però delle varianti, si dice che vi sono quattro fratelli soprannominati “Ayar”, e vi sono quattro sorelle chiamate “Mama” che vivono nelle caverne a circa 20 miglia a Sud-Est del Cuzco.

Partono e trovano la fertile valle del Cuzco e poi tre dei fratelli si trasformano in pietre o santuari, consentendo a Manco, con l’harem formato dalle sue sorelle, di fondare Cuzco e di iniziare con la loro tribù l’impero.

Senza dubbio le leggende incaiche sono la personificazione di una piccola tribù (una delle tante che allora vivevano intorno alle fertili regioni del Lago Titicaca), che alla ricerca di nuove terre, si fece strada con la forza verso nord, finché arrivò alla valle del Cuzco, dove sconfisse i possessori originari della gleba andina.

Non si conosce l’epoca precisa della comparsa degli Inca. In quell’era l’intera regione andina era spezzettata “in una quantità pressoché incredibile di piccole unità politiche” ciascuna con un idioma differente, ciascuna con differenti modelli mitologici. A quell’epoca le tribù si trovavano all’incirca allo stesso livello culturale, vale a dire che coltivavano le stesse piante, dissodavano la terra con le stesse tecniche e tutte possedevano il lama addomesticato.

Perciò la versione che gli Incas forniscono di sé stessi, secondo la quale essi furono scelti in via eccezionale dal dio Sole per sollevare gli altri indiani dalle loro condizioni subumane, per far conoscere le arti e le culture a quelle altre tribù indiane, non trova alcun riscontro nel dato archeologico[2].

Nell’anno 1000 d.C., come scrive Pedro Cieza de León[3], nel nome di Tiki Wiracocha e del Sole e di tutti gli altri suoi dei, Manco Capac fondò la nuova città.

Le origini e gli esordi del Cuzco furono rappresentati da una casetta di pietra con il tetto di paglia che Manco Capac insieme a sua moglie costruirono e battezzarono “Curi-chancha”, che significa recinto d’oro.

Tutto ciò Pedro Cieza de León lo apprese dagli esperti di mnemotecnica storica, a Cuzco nell’anno 1549; si tratta di un assunto storico valido e semplice come qualsiasi altro.

Gli Inca mettono in rilievo il fatto che essi si svilupparono nella valle del Cuzco, cosa che gli scavi di John Rowe hanno confermato.

È stato fatto abbastanza… per far vedere che la civiltà incaica fu il prodotto di un lungo sviluppo nella stessa valle del Cuzco e che, di conseguenza, non è necessario cercare troppo lontano le origini culturali di quella civiltà.

È importante sottolineare questa tangibile testimonianza archeologica, per equilibrare, per così dire, l’insistenza con cui si sostenne che gli Inca fossero nati altrove; difatti sin dal Cinquecento, gli Inca sono stati diversamente descritti come discendenti delle tribù di Israele, come figli di Kublai Khan, come Armeni, come Egiziani, come Cinesi e …addirittura come Inglesi. Sir Walter Raleigh affermò che qualcuno gli aveva rivelato che il nome di Manco Capac, il primo Inca, era pratica­mente la corruzione di Ingasman (cioè Englishman) Copac “l’Ingle­se sanguinario“.

La civiltà peruviana si formò sull’intensificazione di culture indo-americane preesistenti e non su qualcosa di aggiuntivo o di esotico.

Gli Inca si svilupparono entro la valle del Cuzco e l’intero ciclo della loro mitologia non contiene neanche la più pallida idea di nessuna emigrazione tribale dal di fuori della regione andina.

Essi occuparono la valle, liquidarono i primi proprietari terrieri e diedero inizio alla loro società poligama. Possedevano gli stessi strumenti culturali di tutti gli altri popoli andini: la scure preistorica di pietra levigata, forme di agricoltura che seguivano la stessa tecnica di irrigazio­ne, il lama addomesticato, infine avevano a base della loro società la comunità della ripartizione del suolo, l’ayllu, o terra posseduta in comune.

Avevano innato un senso di organizzazione. La guerra non fu più un’elaborata facciata esteriore per impaurire un nemico; la guerra doveva essere vinta e la conquista doveva essere organizzata. Il genio particolare che era incaico, emerse a Cuzco, quella piccola conca di terra e di valle, quello stesso Cuzco che è nelle due Americhe la città abitata in continuazione da più tempo.

Gli Inca si estesero e lo fecero come fanno tutti gli imperi, con la conquista.

Il popolo degli Inca (chiamiamoli Quechua[4], in quanto la loro lingua era quechua) divenne un popolo disciplinato vivendo entro i confini delle Ande; e da questa disciplina derivò una solida gente che, nata per questo tipo di società e prosperandovi, badava agli affari quotidiani, come si addice alle esistenze umane ordinate; e così comportandosi si trasformò in un impero; in un periodo della storia andina compreso tra il 1200 ed il 1438 d.C. i loro capi hanno esteso l’espansione del regno al di là degli angusti confini della sua valle nativa ed hanno instaurato il loro dominio su molte delle montagne circostanti.

In questo crogiolo andino si forgiò il carattere del popolo degli Inca.

 Garcilaso de La Vega, scrittore meticcio, inca e spagnolo, ci ha lasciato un elenco di tredici inca fino all’uccisione di Atahualpa, l’ultimo degli Inca, ingannato dai conquistatori in cerca di ricchezza e di civilizza­zione dei barbari.

1 – Manco Capac [5]

2 – Sinchi Roc

3 – Lloque Yupanqui

4 – Mayta Capac

5 – Capac Yupanqui

6 – Inca Roca

7 – Yahuar Huaca

8 – Wiracocha Inca

9 – Pachacutec Inca Yupanqui

10 – Tupac Inca Yupanqui

11 – Huayna Capac

12 – Huàscar

 13 – Atahualpa.

 Essi sono capi politici e religiosi in quanto venerati come rappresen­tanti del dio Sole[6].

Due cenni su arte e artigianato.

L’arte della tessitura ha avuto nel Perù una storia singolare: i tessuti venivano lavorati a telaio e dipinti con colori forti che si ricavavano da alcune piante e fiori (arte “Textil”); i disegni rappresenta­vano molto fedelmente il loro soggetto e le raffigurazioni prendevano in considerazione persone o animali del più diverso genere (in particolare pesci ed uccelli).

Per quanto concerne invece l’artigianato c’è da sottolineare che gli Inca erano ottimi orafi; i manufatti (orecchini, collane, braccialetti e soprattutto anelli) più pregiati appartengono al periodo artistico “artesa­nal”.

In un gran numero delle società incaiche esistette poi un intimo rapporto tra arte e religione[7]; l’arte era legata alla religione allo scopo di assecondare gli dei, di adularli o addirittura di indurli per mezzo di quegli oggetti a svegliare fenomeni naturali come ad esempio la pioggia.

In merito alla architettura incaica possiamo dire che le strutture incaiche più imponenti sono le mura ciclopiche in pietra levigata.

Gli Inca sono famosi per la quantità e varietà delle loro strutture in pietra: il tempio del dio Sole, i palazzi rivestiti di pietra, i templi per le Vergini del Sole, i magazzini statali e le fortezze.

Lungo l’intera rete viaria ogni 4-12 miglia comparivano le stazioni intermedie (i tampu) di modo che la massa dei fabbricati dell’impero, in senso assoluto, uguagliava quasi quella dell’impero romano.

Per fare un paragone storico, quando il Regno Medio d’Egitto era all’apogeo, le sue strutture coprivano una distanza di sole 625 miglia, cioè da Alessandria presso il delta del Nilo alle rapide di Assuán, senza contare che questo territorio era soltanto uno spazio ristretto all’interno del deserto stesso.

Così la massa edilizia incaica, espandendosi su un terreno eterogene­o, variante, come si è visto, dal deserto alle grandi altezze e alla giungla, risultò distribuita su un territorio cinque volte più esteso di quello egiziano.

Gli Inca unificarono tutta quella congerie geografica e diedero alla sua cultura unità architettonica.

La città o meglio, il concetto inca di città, risale a poco più di 6000 anni fa. Allora l’uomo neolitico legato alla terra e che risiedeva in villaggi perimetralmente autodefiniti, si fece, attraverso un lento processo di specializzazione, cittadino.

Gli Inca furono maestri nell’organizzazione, trasformarono la conquista in un impero, cominciarono la loro vita intorno al 1100 d. C., nell’orbita limitata della valle del Cuzco.

Le culture del Neolitico dimostrarono che si potevano abbattere alberi, sagomare canoe, fabbricare pali e scolpire muri di pietra, con strumenti litici.

I martelli di pietra venivano fabbricati con materiale pesante o grana fine: ematite, basalto ed epidiarite.

Scalpelli litici fatti con questi materiali sono stati trovati in abbondanza in molte località incaiche[8].

L’estrazione delle pietre veniva effettuata in America con le stesse tecniche degli Egiziani e di tutte le altre culture più antiche.

I Romani pur possedendo la più progredita tecnologia del mondo antico, non si comportarono diversamente.

Le cave incaiche si possono ancora osservare sulle pendici montane di fronte ad Ollantaytambo, a 1500 piedi al di sopra del fiume.

Veniamo ora alla religiosità popolare

Gli Inca adorarono molti dei che erano organizzati gerarchicamente secondo i ruoli incaichi.

La gerarchia politeistica si può articolare, secondo una tripartizione, tra dei del Cielo, dei della Terra e spiriti divini.       

Dei del Cielo: I più importanti servitori del Creatore – scrive Rowe – erano gli dei del Cielo, capitanati dal Sole, che si credeva essere la divinità ancestrale della dinastia incaica.

1) Il dio Sole (Tayta Inti o Inti Wiracocha) era considerato il dio creatore e quindi degno di sacrifici umani[9].

Alle origini il dio creatore era Pachacamac o Wiracocha: egli creò la terra, il sole, la luna, le stelle; inizialmente non tutte queste cose avevano carattere sacro.

Successivamente Wiracocha creò l’uomo o meglio le differenti razze umane che esistevano in un mondo dominato dal meccanicismo; la vita era in altre parole un ciclo di periodiche creazioni e distruzioni.

Wiracocha, sempre secondo il mito andino, era un essere senza inizio né fine, dal quale derivavano tutti i poteri sacri.

Contro un’interpretazione tradizionale che parla di un culto solare panandino, Pease sostiene che il culto solare fu proprio dello stato incaico e che nacque all’epoca dell’Inca Pachacuti.

Il mito originario concernente le persone legate alla sua famiglia materna (della élite “cusqueguna”) in base al quale il sole crea la prima discendenza di “Manco Cápac” e “Mamma Ocllo” (v. anche par. 1.1), sarebbe una reinterpre­tazione del mito primitivo ed un’altro passo del processo di solarizzazione di Wirachocha.

2) La dea Luna (Mamma Quilla) conosciuta come moglie del dio Sole, madre degli Incas e pronuba (diosa).

3) Le dee stelle: alcuni astri, di cui sarebbe difficile ricordare tutti i nomi, erano oggetto di adorazione.

4) Il dio del tuono (Trueno o Illapa) che forniva l’acqua necessaria per la vita e per l’agricoltura.

5) Il dio Cobo (o Ciokeilla): veniva immaginato come un uomo[10], che creava lo splendore del lampo ogni qualvolta roteava la fionda e quindi causava il rumore dei tuoni quando decideva che dovesse scendere la pioggia.

6)  Dei della terra: il culto delle forze naturali era ben vivo presso gli Inca; tra esse la più considerata era certamente la Madre Terra (Pachamamma o Mammapacha): il suo culto è tra i più antichi nell’area andina e con esso gli Inca si auguravano un buon raccolto; sulla costa del Perù oggetto di adorazione era invece il mare.

Per avere un’idea del posto che occupa la Pachamamma nel Pantheon andino è necessario analizzare il significato stesso di questo culto che è come già detto, antichissimo.

Gli antichi peruviani erano convinti di discendere dalle montagne e dalle rocce; la stessa donna poi, per la sua fertilità, è da sempre simbolo della fertilità della terra.

L’attività agricola non è quindi per l’uomo andino una semplice operazione profana, ma anzitutto un rituale con cui il lavoratore si integra in una zona ricca di sacralità.

Il lavoro per lui è in altre parole un rito perché si realizza sul corpo della “Madre terra”, perché scatena le forze sacre della vegetazione, e infine in quanto implica l’inserzione del lavoratore in certi “lassi di tempo benefici o nocivi”.

Il culto presuppone una serie di cerimonie per promuovere la crescita dei cereali, inoltre fa sì che il lavoratore si sottoponga al dominio dei morti.

La Pachamamma per il campesino è come un’intermediaria tra Dio e gli uomini, una manifestazione del potere divino; un campesino la definisce come una vergine santa che un giorno disse a Dio: “Io voglio dare alimento ai tuoi figli”.

Per questo si devono offrire rituali o suppliche per ringraziarla degli alimenti che dispensa da parte di Dio e per pregarla che siano abbondanti.

Questo presuppone che la terra sia considerata una realtà viva, capace di comunicazioni rituali, e questa realtà risiede nella forza e vitalità che simbolizza.

Il campesino “quecqua” non usa infatti la parola “allpa” (terra come realtà fisica), ma “Pachamamma” (madre terra) dotata di una forza superiore che le permette di alimentare gli esseri umani come figli.

 Tornando agli altri dei della terra, a parte il dio Giaguaro (Tayta Jaguar) ed il dio Gatto (Tayta Mishy) di diffusione abbastanza comune le altre realtà sacre venerate dagli Incas avevano importanza locale: si conoscevano con il nome generico di “Wakas” che comprendeva i luoghi e gli oggetti sacri.

Tra i primi stavano le montagne, i fiumi ed i ruscelli dai quali fu dato agli uomini secondo il mito primordiale Wiracocha[11].

Delle forze naturali si dava un’infinità di immagini che erano tutte idoli assai venerati da quella gente semplice che cercava con l’immaginazio­ne di capire ciò che rappresentavano.

Tutti questi oggetti che prevedevano forme viventi diverse (animali, vegetali, umane) si caratterizzavano per il loro potere sacro.

7) Spiriti divini: gli indios conoscevano uno spirito del male (“Zupai”) che tentava gli uomini in questa vita per poterli tormentare di più nell’aldi­là.

 Non gli rendevano un culto propriamente detto, ma affermavano di aver suggellato con lui un patto al fine di placare il suo potere maligno.

Ad ognuno di questi dei (del Cielo della Terra) il popolo rendeva omaggio e adorazione, danza e suppliche, offerte e sacrifici.

I riti venivano generalmente eseguiti davanti al Re Inca, il capo supremo, figlio eletto e portavoce del dio Sole.

Il celebre culto solare era però solo un fatto esterno; una religione di stato, non molto dissimile da quella instaurata da Aureliano e da Giuliano l’Apostata sul finire del paganesimo romano.

L’astro solare veniva onorato privatamente oppure in templi, sotto l’immagine di un disco aureo, o anche sotto forma di uomo con tre raggi sopra al capo, serpenti sulle braccia e puma sulle spalle.

Le feste si celebravano per conseguenza in stretto rapporto con il sole ed il luogo privilegiato era certamente il Tempio di Cuzco (a 4.000 mt. di altitudine).

In detto tempio, sulle cui fondamenta si erge attualmente il chiostro di Santo Domingo, stavano amichevolmente accanto al dio Inti altri idoli, ugualmente dorati: Ciokeilla, dio del fulmine e Huirakocia, dio delle popolazioni Aimará, che erano state assoggettate.

All’epoca del solstizio d’Inverno (23-24 giugno), l’Inca nella sua qualità di sommo sacerdote, scalzo e alla testa del popolo salutava il sole con baci e prostrazioni[12].

Mediante specchi “ustori” e legni stropicciati veniva acceso il fuoco sacro che era affidato in custodia alle Vergini del Sole (le Vestali romane); queste erano considerate come spose del Sole e perciò potevano venire prescelte dagli Inca.

Durante questa cerimonia dodici fanciulle vergini venivano brutalmente uccise davanti al popolo radunato ed il sangue innocente veniva fatto scorrere su di un altare appositamente costruito.

Il sacrificio umano era  usuale nelle civiltà precolombiane; anche se forse non raggiunse per quantità il livello degli Aztechi e dei Maya in Messico, venne largamente praticato anche in Perù, fino all’arrivo degli Spagnoli. Il sacrificio umano comunque venisse presentato alle vittime, era pur sempre uno strumento di potere in mano alle classi dominanti

Per quanto concerne invece l’adorazione della dea Luna (Mamma Uilla), il popolo si adunava di notte; masticavano foglie di coca e dopo aver cantato e pregato, supplicavano la divinità di inviare la pioggia per la loro terra; offrivano poi alla divinità una bevanda a base di coca e concludevano la notte inebriati.

Gli Inca non mutarono la loro religione radicata nel popolo, se non nella misura che sembrò loro necessaria per il mantenimento del loro regno.

Il tempio del Sole era la centro della religiosità andina.

La direzione spettava al Primo sacerdote che pure vi risiedeva.

Il Tempio era composto da sei edifici principali: il Santuario del Sole, il Santuario dellla Luna, il Santuario delle Stelle, il Santuario del Fulmine, il Santuario dell’Arco­baleno, nonché una specie di sala capitolare per i Sacerdoti del Sole. Tutti questi edifici circondavano il Campo del Sole. Nella sua sezione centrale vi era un frontone rivestito d’oro su cui campeggiava l’immagine del dio. Adiacente al tempio vi era anche un’altra costruzione in cui risiedevano le Donne Elette.

Le feste religiose incaiche erano cerimonie pubbliche molto elaborate, collegate con i mercati e con l’anno rituale a sua volta vincolato all’anno agricolo.

L’anno incaico si divideva in 12 mesi, ciascuno denominato in base alla cerimonia che gli competeva. Cominciava nel mese di Dicembre con il Capac Raymi, il mese della “magnifica celebrazione”.

In concomitanza con le celebrazioni si svolgevano molte gare sportive e giochi, nonché il rito per il raggiungimento della maggiore età, durante il quale i ragazzi appartenenti al ceto superiore, ricevevano il perizoma.

Vi era poi anche il mese della “Piccola maturazione”, quello della “Grande maturazione”, un’altro per la “Danza del granoturco acerbo” e per la “Celebrazione dell’acqua”.

Ma vediamo il calendario delle cerimonie più dettagliatamente: in Dicembre si celebrava appunto il Capac Raymi o Magnifica celebrazione; in Gennaio l’Huchuy Pocoy o Piccola Maturazione; in Febbraio l’Hatun pocoy o Grande maturazione, a Marzo il Paucar Warai o Rivestimento dei Fiori; in Aprile l’Airiway o Danza del Granturco Acerbo, in Maggio l’Aimuari o Canto del Raccolto, a Giugno l’Inti Raymi o Celebrazione del sole, la festa principale; a Luglio l’Anta situwa o Purificazione della Terra; in Agosto il Capac Situwa o Purificazione Generale, Sacrificio; a Settembre il Coya Raimi o Celebrazione della Regina; in Ottobre l’Uma Raimi o celebrazione dell’Acqua; in Novembre l’Ayamarca o la Processione dei Defunti.

Sebbene questi venissero osservati in tutto l’impero e, riprodotti ovunque, si trovassero grandi templi dedicati al Sole, Cuzco fu al pari di Roma il punto focale della maggiorparte degli avvenimenti importanti che ricevevano il massimo grado di attenzione ed elaborazione.

Il fasto emozionante ed il rituale meticoloso connesso a tutte le festività non sono stati esageratamente descritti dai primi spagnoli; risultano pienamente documentati nei resti degli abiti sfarzosi indossati dai partecipanti che sono rinvenuti nelle tombe.

La presenza ai riti faceva naturalmente parte dell’intera estasi[13] dell’esistenza; le danze mimiche ed i canti, i movimenti e le voci si ricollegavano tutti alla elaborazione rituale attribuita ai misteri della terra da parte dei sacerdoti del Sole.

Le celebrazioni incaiche davano all’uomo ordinario un senso di fratellanza; questo ipnotismo collettivo, questi stati ipnotici lo privavano del suo autocontrollo e lo trasportavano in una vita “al di là della vita”; gli davano la sensazione che quella particolare supplica rivolta agli dei avesse subito ottenuto lo scopo.

Le feste religiose a volte duravano un giorno, a volte una settimana. Potevano esserci danze pubbliche, come quando centinaia di donne elette (ñuste) splendidamente abbigliate, danzavano con la catena di Huiascar; si svolgevano inoltre giochi e gare sportive.

C’era sempre da bere, in quanto si prevedeva che il fedele si ubriacas­se, cosa che faceva tracannando una grande quantità di chicha fermentata; l’ubriachezza rituale era essenziale per una buona festa, così come la disciplina agricola lo era per un buon raccolto.

La musica era strettamente legata alla danza e questa alla religione; la danza era implicita in tutte le forme di espressione religiosa; il ballo veniva offerto al Re dio Sole con molta solennità ed in maniera maestosa e controllata: due passi avanti ed un passo indietro, così la fila dei ballerini progrediva lentamente verso lo scranno d’oro su cui era seduto il Signore Inca.

L’Inca era un dio uomo, pertanto qualsiasi offesa a lui era ad un tempo disubbidienza e sacrilegio.

Esistevano due aspetti della religione. Nel primo aspetto essa è l’espressione ingenua dell’uomo semplice, il quale affronta l’inspiegabile e nutre un timore reverenziale per il soprannaturale, rendendogli omaggio.

Ciò è in stretta relazione con la morte e fra gli Inca un timore del genere veniva stimolato dai sacerdoti del culto del Sole.

Nel secondo aspetto la religione organizzata si impadroniva della sua ingenua fede; in questa come in tutte le altre religioni, si abbelliva il timore della morte con elaborati contorni e formule magiche.

Per l’indiano l'”huanca” era innanzi tutto la religione della famiglia, poi del suo Ayllu e soltanto da ultimo quella del Sole, la religione di Stato.

Egli metteva in atto i riti pateticamente innocenti dell’uomo semplice. Si innalzava una preghiera al locale huanca per proteggere la nascita di un figlio; oppure invocava gli dei per ottenere un buon raccolto.

Ecco la preghiera che una donna rivolge al dio della terra affinché conceda il negato dono della pioggia:

<<I più afflitti dei tuoi figli, i più afflitti dei tuoi servi. Ti implorano piangendo: concedi il dono della pioggia a questa sfortunata persona; a questa creatura che Pachacama ha creato>>[14].

Le parole delle preghiere agli dei che accompagnavano le offerte delle primizie erano ben conosciute dal capo famiglia. Nelle religioni primitive la potenza e lo spirito risiedevano in ogni cosa e gli spiriti dovevano essere placati.

L’huanca era una forma di animismo, quello che i Romani chiamano numen. In questo modo venivano messi in pratica gli innocenti riti “are udici”; sol­tanto in occasione di grandi festività l’uomo comune vedeva le sue preghiere esaltate dal clero con rituali sfarzosi.

 Più o meno questa era la vita quotidiana di un andino, un’esistenza che, a doverla ridurre in una banale formula moralistica, la si potrebbe riassumere in un conciso proverbio:

 “Ama quella = no seas ladrón”

  “Ama leulla = no seas mentiroso”

  “Ama sua = no seas ocioso[15]

In italiano: “Non rubare, non mentire, non essere pigro”.

Quanto alla lingua posso aggiungere che il termine “Quechua” veniva applicato tanto all’idioma del popolo quanto agli stessi Inca. La parola “Quechua” (la si può scrivere anche Checiua o ‘Keshwa’) significa “popolo della valle calda”; in questo senso era il nome di una tribù che viveva nella prateria quechua.

È un termine geografico e, nello stesso tempo, indica una regione, una tribù e un idioma. Tuttavia attualmente il significato della parola -nella dizione “quechua”- attiene alla lingua.

In origine la tribù quechua viveva nella regione di Curahuasi, in un mite clima andino vicino al grande canyon e fiume Apurimac. Quando gli Inca stavano ancora lottando nella valle del Cuzco, essi costituivano una grande e potente tribù.

A partire dal 1438 l’inca Pachacutec elesse il quechua a sua lingua, che divenne poi la lingua amministrativa; ogni funzionario doveva conoscer­la. Gli insegnanti di quechua accompagnavano le conquiste, di modo che esso pian piano soppiantò gli altri numerosissimi dialetti indigeni.

Attualmente nella zona montuosa del Perù è parlato sia dai bianchi che dagli indiani (chiamati anche “campesinos”); ne esiste una variante nell’Equa­dor, in Colombia, nel Cile e nell’Argentina.

E’ un linguaggio sia commerciale che letterario. Come lingua possiede notevoli caratteristiche e quella che più gli si accosta è l’Aymara (parlata dagli indiani dell’altopiano), ma senza dubbio fa parte di un grande phylum linguistico.

Gli Inca non avevano scrittura, la loro “letteratura” veniva trasmessa oralmente e quindi era esposta a modifiche da parte di chi la trasmetteva, ma ciò non significa che il quechua, pur non avendo forma scritta, non avesse regole grammaticali.

In realtà il quechua ha un modello fonetico molto rigido, ma nello stesso tempo è duttile in relazione alla sua capacità di produrre nuove formazioni verbali.

Il linguaggio possiede un impeto emotivo, che indubbiamente deriva dal fatto che quasi tutte le parole quechua sono accentate sulla penultima sillaba. Possiamo fare alcuni esempi:

“Pununqui” = Tu dormirai

“Hamusac” = A mezzanotte

“Ttanta” = Pane

“Canqui” = Tu sei

A prescindere dalla grammatica della lingua, il quechua fu uno degli strumenti per divulgare il tenore di vita incaico in lungo ed in largo nelle Ande, in quanto grazie al sistema incaico di trasferire le popolazioni, la gente di lingua quechua veniva spostata nelle regioni di recente conquista.

Questo processo di unificazione linguistica è uno dei motivi per cui oggi oltre il 46,8% degli abitanti del Perù parla il quechua che, articolan­dosi in vari dialetti, risuona per tutte le Ande.

Pertanto il quechua fu il comune mezzo di espressione del puric (uomo del popolo), sia che facesse parte della tradizione della sua tribù, sia che gli venisse imposto a seguito della conquista. Ancora alcune parole in quechua:

 “Mallki” = àrbol = albero

 “Mallkikuna” = àrboles = alberi

  “Wayna” = viento = vento

  “Punku” = puerta = porta

  “Yaku” = agua = acqua

  “Llaqta” = popolo

  “Warmy” = donna   qhari = uomo

  “Wasypa” = mi casa = la mia casa [16].

Parliamo ora dei sacrifici umani

Come oblazione e sacrificio al dio sole gli Inca praticavano anche sacrifici umani: uomini, donne, giovani e bambini.

I motivi per cui venivano offerti i sacrifici erano i più svariati: quando si ammalava il capo degli Inca, quando si scatenava la guerra, per ottenere la vittoria, per la fertilità della terra (da loro chiamata “Mamma pace”), per placare l’ira degli dei[17].

Quando veniva eletto il capo offrivano un’ecatombe di bambini e alla sua morte veniva strangolata la regina. In circostanze difficili il sovrano immolava uno dei suoi figli.

In caso di guerra, gli uomini si lanciavano personalmente nella mischia per ottenere la vittoria. Se c’era una notevole eclissi di sole o di luna, se tremava la terra o scoppiava una pestilenza ed in altre ricorrenze si uccidevano fanciulle che dovevano essere vergini, vestite riccamente con indumenti fini ed ornamenti d’oro.

A nessun padre era lecito negare le sue figlie e molti le offrivano di loro volontà perché ritenevano un grande merito che fossero sacrificate per l’Inca.

Nelle feste celebrate in rapporto con il dio Sole, in particolare all’epoca del solstizio d’inverno (23-24 Giugno) si svolgeva sulla grande piazza del Cuzco un rito solenne in cui l’Inca in qualità di sommo sacerdote presiedeva ed ordinava ai sacerdoti delle quattro province in cui era diviso il territorio di immolare i sacrifici.

Venivano interrati fanciulli e fanciulle di 10 anni, riccamente vestiti ed ornati d’oro, a due a due; maschio e femmina strangolati con in laccio o percossi con bastoni; a volte prima della morte si inebriavano.

Proprio in questa circostanza (23-24 Giugno) il rito religioso, che a volte aveva ad oggetto anche animali, veniva offerto in sacrificio sull’altare dedicato al dio Sole, ma principalmente offerto alla Madre Terra chiamata Pachamamma.

L’incaricato del sacrificio, e lo stesso Inca uccidevano la vittima e lasciavano scorrere il sangue in canaletti sotterranei, fino a raggiungere le terre da seminare per renderle più fertili[18].

Particolari erano le regole del matrimonio. Era inteso che un uomo all’età di vent’anni si sposasse, in caso contrario gli si sceglieva una donna; il matrimonio era stimolato da motivi economici più che dal sentimento amoroso. Gli Inca non avevano il concetto di corteggiamento prolungato. Se un uomo non riusciva a trovare una donna o viceversa, ed era maturo per il matrimonio, le nozze venivano “combinate” durante la visita del tucui-ru-cuc, il capotribù (colui che tutto vede).

Uomo e donna venivano arbitrariamente selezionati come compagni.

I riti nuziali dei comuni indiani erano semplici; ad una stretta di mano faceva seguito più tardi un’incantevole cerimonia arcaica con lo scambio dei sandali.

Il matrimonio dell’uomo di condizione inferiore era severamente monogamo e dal momento che la donna era la sola addetta alla preparazione dei cibi e delle bevande, la morte della compagna dell’indiano era una calamità.

La poligamia esisteva soltanto per la nobiltà; lo stesso Inca aveva 700 concubine. Tutti gli appartenenti alle classi dirigenti avevano parecchie mogli. Tuttavia la prima rimaneva in testa a tutte le altre che le erano subordinate. Se veniva a mancare una moglie non era una disgrazia come nel caso di matrimonio monogamico, accadeva soltanto che le altre mogli piangevano prolungatamente e chiassosamente, nella speranza di farsi promuovere, con la seduzione, al grado di prima moglie. Agli inizi della dinastia incaica il sovrano si sposava spesso con famiglie di altre tribù per stringere alleanze politiche. In seguito una volta divenuto capo supremo di tutto il territorio, convolava a nozze con la propria sorella o con la propria madre (a scelta dell’Inca) in qualità di moglie più importante (e quindi di regina).

Lo scopo era evidente: gli Inca volevano essere sicuri che la loro discendenza divina si mantenesse incontestata.

Il diritto di sposarsi all’interno del clan spettava però soltanto all’Inca; il matrimonio all’interno del gruppo era invece rigorosamente vietato.

Vi era una consuetudine inviolabile: nessuno poteva contrarre matrimonio entro i gradi di prossima parentela. Ecco una dichiarazione dell’Inca a questo proposito:  “Noi, Inca, ordiniamo e decretiamo che nessuno sposi la Sorella; o la Madre, né la sua prima Cugina; né la Nipote; né la sua Congiunta, né la Madrina di suo Figlio; sotto pena di essere castigato e di avere cavati gli occhi dacché soltanto all’Inca è concesso di sposarsi con la sua Sorella carnale”.

Particolare era anche il rapporto con la morte. Essa non si uniformava, non somigliava a nessun’altra cosa, finché quando sopraggiungeva, gli indiani, morivano quasi come erano vissuti: pubblicamente.

I nobili venivano seppelliti ancora vivi in quanto erano convinti di preservare così i loro averi dal furto[19]; gli stessi poveri che fossero affetti da malattie contagiose venivano inumati da vivi al fine di evitare che il popolo, assistendo all’agonia, si facesse un’idea “non ortodossa” della morte.

 Gli enormi e solenni cimiteri erano però riservati soltanto ai grandi, alla classe nobiliare.

L’indiano credeva nell’immortalità ma la sua credenza era sui generis; in realtà gli si faceva credere che nessuno morisse mai; il cadavere, una volta fasciato e piegato secondo l’uso, diventava semplicemente un “non morto” e assumeva su di sé gli influssi delle potenze invisibili.

In occasione della morte, i superstiti si ponevano in una condizione di lutto; le donne si tagliavano le lunghe chiome, si coprivano il volto ed offrivano cibo a tutti quelli che intervenivano ai funerali.

Si eseguiva un ballo lento davanti al cadavere; le donne battevano piccoli tamburi e cantavano litanie funebri. Il cadavere veniva piegato con le ginocchia contro il mento, indossava la sua tunica ed era coperto da un drappo di stoffa.

I sepolcri erano localizzati sotto ad una roccia, in piccole catacombe dalla forma svariata (rotonda, quadrata, ovale); erano costituiti da pietre rustiche cementate con fango cotto al sole. All’interno il cadavere, sistema­to in posizione seduta[20], era attorniato da cibo, chica e i molti oggetti della sua esistenza, in particolare gli attrezzi del suo lavoro.

In caso di morte dell’Inca, considerato un dio, si procedeva ad un rito solenne, in cui si bruciava incenso e si pregava; si offrivano anche sacrifici umani per placare la morte, che diveniva di conseguenza a sua volta un idolo.

Un ultimo cenno alla religione attuale

La evangelizzazione missionaria incomincia nel 1530 e si conclude nel 1820; in questo arco di tempo si avvicendano i missionari di cinque grandi ordini.

Prima di tutto sopraggiungono i Domenicani spagnoli insieme ai conquistatori, in seguito i Francescani ed i Gesuiti tra i quali vi furono molti martiri, i Mercedari i quali all’inizio offrirono la loro vita per gli schiavi indios degli spagnoli e in seguito per gli schiavi negri incarcera­ti; arrivarono poi gli Agostiniani e gli appartenenti ad altri ordini.

Anche se la religione popolare peruviana si sviluppa in forme concrete che rispondono alle esigenze di vita del popolo e del suo rapportarsi con Dio nella realtà sociale ed ecclesiale, non bisogna dimenticare che ha origine da situazioni pregresse.

Al loro arrivo i missionari cristiani aggregati alla conquista spagnola, cercarono di imporre la loro immagine del Dio creatore che, anche se si presentava in una Divina trinità, esigeva un culto monolatrico, l’adesione concreta al Padre, cui la teologia cattolica attribuiva la creazione del mondo.

Gli Indios non ebbero difficoltà ad accettare una sintesi tra il dio creatore andino ed il Dio creatore cristiano, perché entrambe la figure esprimevano il medesimo concetto fondamentale.

Con riferimento alle divinità protettrici possiamo dire che invece sparirono le cosiddette divinità del Cielo.

Il dio del tuono venne ad identificarsi addirittura con lo Spirito Santo, terza persona della S.S. Trinità ed il figlio del tuono veniva assimilato all’apostolo S. Giacomo (“Santiago”).

Quanto alla seconda Persona dello S.S. Trinità di natura divina, si preferì inserirla nella serie dei Santi in primo luogo per sottolinearne la figura umana e l’esperien­za storica ed in secondo luogo per rendere più agevole la rappresentazione oggetto del culto. Ma per alcuni “Inti” Cristo (Illapa) si identifica ancora con lo Spirito santo[21].

Per quanto concerne invece il culto molto radicato ed antico di Pachamamma i missionari non poterono offrire agli indios alcuna alternativa; tanto che ancora persiste la credenza nella dea della fertilità della terra.

Infatti la religione della Terra, una volta consolidata e strutturata, si affermò nel mondo peruviano e superò tutte le campagne di estirpazione (v. più avanti) o di guerra fredda da parte della società dominante.

La madre terra fu concepita infatti come una mediatrice tra gli uomini e Dio (v.par. 2.1), però questa mediazione, se si perde il senso genuino del mito, si può convertire in una mediazione immediata di un altro potere divino[22].

Con riferimento invece alle “Wakas” i missionari agirono in due direzion­i: da una parte contrapposero a queste forme animistiche ed antropo­morfiche i Santi[23] ed alcune altre manifestazioni sacre, come i sacramenti ed i sacramen­ta­li; dall’altra intrapresero una campagna per sradicarne il culto e quindi una lotta contro l’idolatria.

 A proposito dell’idolatria c’è anche da rilevare che al dio andino del male (“Zupai”) si sostitui gradatamente la figura del demonio cristiano; attualmente c’è stata una migliore interpretazione dello “Zupai” andino e quindi una più efficace sintesi col demonio cristiano.

In definitiva si può davvero parlare di sincretismo religioso[24]: il sincretismo andino presenta un solo pantheon religioso presieduto dal Dio cristiano; ci sono tuttavia alcuni Santi che non trovano equivalenti nel pantheon cristiano, come ad es. la Pachamamma (la terra); però il loro culto deve prima essere preceduto dalla concessione di un “permesso” da parte del Dio cristiano. C’è stata inoltre sia una fusione tra il dio Creatore cristiano ed il dio creatore andino (da questa intima unione si è giunti al Dio supremo pregato dal campesino delle Ande) sia una migliore compenetra­zione tra lo “Zupai” andino ed il demonio cristiano.

Si deve di conseguenza tener conto del fatto che l’evangelizzazione non è stata omogenea né totalizzante per tutta la popolazione peruviana; ci sono delle regioni che vivono un cattolicesimo popolare assimilabile a quello spagnolo e ce ne sono altre -ad es. nella Sierra Surandina- in cui si pratica un cattolicesimo mescolato ad elementi indigeni.

Bisogna inoltre ricordare che la prima evangelizzazione era incentrata sugli articoli di fede presenti nel Credo, sulla liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, sull’organizzazione delle parrocchie e confraternite e sui comandamenti del decalogo.

Anche se non è facile stabilire le tappe di evangelizzazione possiamo in buona sostanza affermare che si sviluppano in quattro periodi:

1) Periodo costitutivo

2) Periodo di conservazione o perseveranza

3) Periodo di deterioramento o decadenza

4) Periodo di rinnovamento della religione[25].

1) Periodo costitutivo (1532-1700): con l’inizio alla conquista e la fine delle guerre civili l’attività missionaria si sviluppa tanto da permettere la celebrazione del primo Concilio limense nel 1551.

Possiamo dividere questo arco di tempo in tre fasi:

  1. Fase della cristianizzazione intensiva: che fu incentrata sull’Epi­scopato di Santo Toribio e sul terzo Concilio limense (1582-83) il quale stabilì la base pastorale della Chiesa ispanica nell’America meridionale, con la pubblicazione, tra le altre cose, di un catechismo trilingue. Al termine di questa fase la religione incaica si indebolisce, perché la maggioranza degli indios ha ricevuto il battesimo ed i missionari hanno impiantato le linee fondamenta­li del cattolicesimo peruviano.
  2. Fase delle campagne (non elettorali) di estirpazione dell’idolatria: si realizzarono su vasta scala almeno nel territorio appartenente all’Archidio­ce­si di Lima. Anche se la religione incaica si affievolisce ulteriormente nei centri urbani, lo stesso non si può categoricamente affermare per le regioni andine ove alcuni indios continuavano a praticarla.
  3. Fase dell’evangelizzazione definitiva (1660-1700)[26]: merita la nostra attenzione constatare che nel 1667 l’idolatria autentica cessò di esistere. La campagna di estirpazione era cessata: gli indios erano considerati cristiani praticanti e la Chiesa espresse soddisfazione per la condizione spirituale delle comunità indiane. Alcuni chierici però si dimostrarono tolleranti con la superstizione e così fu possibile per molti indios battezzati, senza arrivare alla vera e propria idolatria, seguire con venerazione le loro “Wakas” (in particolare pietre e montagne) che giocavano un ruolo importante per la conservazione della stirpe, per la moltiplicazio­ne della parentela e  per la salute delle persone.
  4. Spogliati quasi del tutto gli incas della loro religione ufficiale e popolare, è stata quindi imposta una rigida evangelizzazione.

2) Periodo di conservazione o perseveranza costitutivo (1700-1821): In seguito al periodo coloniale le cose continuano ad essere abbastanza stabili. Il clero inizia ad essere di una certa consistenza e si consacrano anche i primi sacerdoti “mestizos”. Non ci sono ricambi pastorali di grande rilievo e si celebra un Concilio provinciale, il Sexto Limense (1772), che però fu convocato più per motivazioni politiche ed allora non ricevette l’approvazione papale.

3) Periodo di deterioramento o decadenza (1821-1950): con la indipendenza politica si verifica una crescente diminuzione del clero, i 3000 sacerdoti che il Perù possedeva nel 1821 diminuiscono a tal punto che è necessario chiedere il soccorso di altre chiese; ci sono molte parrocchie nelle zone urbane ed in quelle di campagna che non hanno il sacerdote.

4) Periodo di rinnovamento (1850-1980): con l’aiuto del clero straniero, a metà di questo secolo, si pongono i presupposti per un rinnovamento pastorale e nelle regioni più abbandonate delle vecchie diocesi si creano delle “prelatu­re”, in cui maturano buoni frutti di evangelizzazione e di promozione umana[27].

Dall’altra parte il Concilio Vaticano e la Conferencias dell’episcopa­to latino-americano in Medellin e Puebla, promuovono una rivalutazione della religione popolare; si moltiplicano gli studi, gli incontri pastorali ed altre iniziative, che fanno vedere la religione con nuovi occhi: tutto ciò finisce per realizzare pienamente la rinnovazione pastorale.

Il frutto più prezioso della pastorale missionaria cattolica dal XVI secolo a quello attuale è certamente rappresentato da alcuni Santi:

Santo Toribio Mogravejo

Santa Rosa da Lima (terziaria; 1586-1617) O.P. è la protettrice dei carabinieri ed il primo fiore dell America meridionale­. Il suo nome al secolo fu Isabella Flores; nacque da una famiglia nobile di lima; già da bambina fece voto di verginità e grazie al suo amore per santa Caterina da Siena nel 1606 entrò nel terzo ordine secolare. Prediligeva la solitudine ricercava le più aspre penitenze, trascorreva i giorni in orazione. Morì a 31 anni il 24 agosto 1617 ed il suo corpo venerato fu collocato nella basilica domenicana. Clemente X la canonizzò nel 1671. Nei secoli le si attribuirono e le si attribuiscono molti miracoli.

San Martino de Porres (religioso; 1579-1639) O.P.

Tra i Santi spagnoli ricordiamo:

San Juan Mocias (1585-1645) O.P.

Padre Urraca (religioso).

Agli esempi odierni dei missionari martiri della fede si contrappone infelicemente il mondo della politica e della massoneria.

Attraverso il descritto processo il cattolicesimo popolare spagnolo “trapiantato” cresce ed il popolo finisce per accettare Dio, i Santi ed il demonio[28].

Dio fu accolto perché, come già detto, il concetto che gli Indios avevano del Dio creatore si poteva in buona parte equiparare a quello del dio Sole creatore.

Accettarono anche gli intermediari del soprannaturale: i Santi, tra cui inserirono anche Cristo e pure la Vergine nelle sue diverse forme di presentarsi.

 Gli indios gradirono anche le feste cattoliche poiché in parte coincideva­no con le loro celebrazioni, con la conseguenza che si vennero a creare molte confra­ternite in onore di un Santo o della Vergine; da sottolineare è anche il fatto che l’adorazione delle immagini sacre portate dai missionari spagnoli, fu fonte di vari miracoli.

In quanto al demonio i missionari andavano spiegando che la sua presenza si era manifestata ovunque ci fosse stato il male.

Oggi la religione popolare è una congerie di credenze, riti, celebrazio­ni. Esistono però anche molte sette religiose ed in alcune zone andine si pratica ancora l’antica religione. Comunque la religione popolare cresce nella vita quotidiana e si sviluppa rinnovandosi.

Si legge e si ascolta  la Bibbia, si pratica la preghiera comunitaria­men­te o in famiglia, la frequenza dell’accostamento al sacramento eucaristi­co è molto elevata; l’insegnamento religioso nelle scuole è preso molto sul serio anche da parte di chi non è cattolico; la partecipazione alla catechesi parrocchiale è elevata in ogni fascia d’età.

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[1] V. Perù Incaico, José Antonio del Busto, Cap. I a pag. 7 e Cap. XII a pag. 283.

[2] V. Roberto Villarán Koechlinjuan “Perù en España”. Publicacion tremestral n. 1.:  Costumderes de los Indios del Perù. Diciem­bre, 1993, p.18.  Madrid.

[3] P.C. De León è un importante studioso della storia incas; è nominato sovente da un altro importante scrittore, il Von Hagen.

[4] Il linguaggio quechua (=popolo della valle calda) è la lingua ufficiale degli Incas.

[5] Diccionario quechua. Castellano Spasa. Lima, Guardia Mayorga Rafael, 1959-1980.

[6] V. Del Busto p. 288.

[7] Garcilazo de La Vega “El Inca (1609)”. Comentarios reales de los Incas, pag. 2 e pag. 27. Buenos Aires. 1943.

[8] V. Won Hagen, pag. 147.

[9] V. Perù incaico, José Antonio del Busto, cap.II, pag. 38.

[10] Si raffigurava vestito di stoffa lucente e residente nel cielo formato da stelle, con una mazza  nella mano sinistra e una fionda nella mano destra.

[11]  Questo spiega perché gli indios si opposero sempre alla politica economica di riduzione a “pueblos” (villaggi) promossa dal governo coloniale spagnolo per separarli dai loro “paqarinas”.

[12] Ogni anno il 23-24 giugno si celebra la nella città di Cuzco la festa dell’Inti Kami.

[13] Estasi significa “essere fuori di sé”. gli Inca cadevano in questo stato o per l’entusiasmo o per l’effetto di droghe di coca (foglie masticate) o di chichia liquida. la coca era coltivata per l’uso terapeutico e sedativo, ma veniva anche, in quanto pianta sacra, usata prima di ogni rito religioso e durante il lavoro quotidiano (in quanto dava la forza di dissodare la terra nonostante le durissime condizioni ambientali).

[14]  Riportiamo il testo spagnolo tratto da Storia del Perù, Telmo Salinas, pag. 35 e pag. 11. <<Los maiss aflijdos de tuos hijos. Los mas aflijidos de tuos servos concede el regalo de la lluvia a esta desfortunada persona a esta criatura que pachcamac ha creato>>.

[15]  Jose Luis Gonzales  “La religion popular de el Perù”. IPA Cuzco-Perù. cap. 1° pag. 13. 1984.

[16]  Diccionario quechua. Castellano Spasa. Lima, Mayorga Rapha­el, 1959-1980.

[17] V. Perù Incaico, José Antonio del Busto, cap. XII, pag. 302.

[18] V. Perù Incaico, José Antonio del Busto, pag. 251.

[19]  Gli Inca avevano in generale l’uso di interrare i loro averi in pentole di terracotta. Di qui gli straordinari ritrova­menti che di quando in quando anche attualmente si verificano.

[20] Tutto ciò in virtù dell’imitazione della natura­; così doveva essere seppellito il seme per dare frutto; quindi per rinascere a nuova vita gli Incas pensavano fosse necessaria tale positura.

[21]  Acosta (1588), un missionario della seconda generazione, asserisce:”Mi è sempre parso mostruoso che tra tante migliaia di indios che si dicono cristiani, sia tanto raro chi conosce Cristo”.

 [22] Si può paragonare al culto delle immagini o statue in molti settori della religiosità popolare, le quali sono solo un simbolo della realtà superiore che rappresentano ed il credente davanti ad esse innalza suppliche rivolte alla realtà trascenden­te rappresentata. Può accadere però che questa mediazione venga assolutizzata e divinizzata, come se il potere venisse dall’imma­gine stessa e non dalla realtà che simbolizza. Questo sembra che si sia verificato nella mentalità di molti campesinos quechuas. La “Pachamamma” non è per essi una semplice rappresentazione del potere divino, ma un altro potere divino autonomo: questa è idolatria.

[23]  E questa contrapposi­zione tra i Santi cristiani e le “Wakas” indiane in qualche zona esiste ancora.

[24]  Il sincretismo si verifica quando due sistemi religiosi, con i rispettivi Santi e fenomeni soprannaturali si mettono in contatto; può accadere che i due sistemi si uniscano in uno nuovo (sintesi) mantenendo però la loro identità (giustappo­sizione) o che si fondino in un solo sistema, essendo però possibile identificare la provenienza di ciascuna (sincretismo, appunto).

 [25] Los caminos religiosos de los immigrantes en la gran Lima, p. 191.

 [26] Los caminos religiosos de los immigrantes en la gran Lima, p. 195.

 [27] Borges N., p. 24.

 [28] Estudios sobre religione Campesina, p. 23.

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