Spunti di riflessione per mediatori e non


BATNA

I grandi formatori di mediazione insegnano che le persone di fronte alla domanda: “Cosa farà se non raggiungerà un accordo oggi?”  spesso  non sanno nemmeno di avere una migliore alternativa all’accordo e quindi non proferiscono parola. E qui interviene il mediatore che appunto le può aiutare a trovare questa alternativa.

C’è però anche un’altra possibilità: le persone appartengono grosso modo a due categorie: 1) chi raggiunge i propri obiettivi 2) chi non li raggiunge. Chi raggiunge gli obiettivi non si preoccupa di rispondere alla domanda dell’avvocato del diavolo anche se conosce la risposta, perché nella sua testa ci sono già varie opzioni per raggiungere ciò che si prefigge. Chi non  raggiunge gli obiettivi invece non sa che cosa rispondere alla domanda, si affida ad un’unica opzione “vincere in giudizio” ed è per questo che probabilmente perderà. Il fatto di vincere nel processo, infatti, non costituisce raggiungimento dell’obiettivo, ma è solo un surrogato della incapacità di raggiungere gli obiettivi che ci eravamo prefissi e non sarà vissuto bene (spreco di tempo, di denaro e di risorse fisiche e psicologiche). Una strategia vincente deve essere vissuta con gioia e in modo costruttivo, diversamente anche se la vittoria arriva, in realtà si tramuterà una sconfitta.

TIME LINE

Quando in sessione congiunta la parte o l’avvocato esprimono il loro punto di vista sentono dentro di loro di essere centrati sulla realtà.

Questa sensazione che suscita in loro quasi un senso di euforia, di grandiosità e che sfocia nel tentativo di svalutare l’altro (e/o di svalutare se stessi a secondo dei momenti dell’interazione), è in realtà semplicemente una contaminazione dello stato adulto con lo stato bambino (quando non una doppia contaminazione bambino-genitore della loro capacità di affrontare la realtà, ossia di essere adulti).

In terapia si cerca di neutralizzare le contaminazioni, di separare gli stati dell’IO e di capire che bisogni desidera soddisfare ogni stato.

In sessione riservata di mediazione si cerca di separare le credenze contaminanti del bambino (è tutto mio!) e del genitore (me lo ha detto l’avvocato: messaggio spesso non espresso a parole) appunto dai veri interessi che l’adulto qui e ora ci manifesta confrontandosi con la realtà (ma veramente io vorrei…).

Ma la tenacia delle credenze infantili e degli slogan genitoriali che sono dentro di noi è potente. E il mediatore che sa di avere in mano un adulto fragile (quello della parte), si affida dunque alla domanda dell’avvocato del diavolo (“Ma che cosa accade se oggi non chiude con un accordo?”).

Di fronte a questa domanda di un adulto (il mediatore) il bambino altrui gli muove guerra e cerca un alleato nel genitore (l’avvocato) contro l’adulto (il suo e quello del mediatore).

Spesso in altre parole aderisce allo slogan della figura genitoriale di riferimento (nel nostro caso rappresentato dall’avvocato) con la sua credenza infantile, determinando quella che si chiama convinzione di copione: “Se si va in giudizio vinco perché l’avvocato mi ha detto che ho ragione (contaminazione del genitore che proviene dall’avvocato) ed io ho sempre avuto ragione, quindi vinco senza alcuno sforzo (economico, psicologico, di tempo ecc; credenza del bambino tipo quella che avevamo all’università: “per questo esame ci vogliono tre mesi, ma no io lo studio in 15 giorni” perché sono più furbo degli altri ).

Il messaggio in estrema sintesi è:”La convinzione di aver ragione manifestata con aggressività mi ha aiutato da piccolo a sopravvivere e mi aiuterà anche ora senza particolari inconvenienti”.

Che cosa può fare allora il mediatore?

Una time line con cui aiuta il soggetto ad intravedere una via di uscita dal conflitto e allo stesso tempo gli fa toccare per mano quanto può essere pesante nel tempo mantenere fede alla doppia contaminazione.

Chi media può dunque cedere al desiderio di uscire dalla controversia e nel contempo di affrontare la realtà.

I DIRITTI

Quelli che gli uomini chiamano diritti sono spesso semplicemente strategie derivanti da pensieri, emozioni e comportamenti parassiti ovvero non autentici. Gli avvocati che non hanno intenzione di studiare le discipline psicologiche possono continuare a crogiolarsi nella convinzione di essere paladini della giustizia, ma sappiano che spesso alimentano semplicemente strategie che i loro clienti hanno imparato quando erano lattanti e che non hanno più alcun contatto con la realtà. Certo la segretaria e le bollette vanno pagate e dunque va benissimo che il cliente dica “Piuttosto che darli a te, li do all’avvocato”, ma non ci saranno mai cambiamenti degli individui che possano migliorare la società. Lo stesso vale purtroppo per i mediatori che sono costretti a rimettersi alla volontà delle parti in modo notarile, senza indagare quel che può esserci sotto ( se il sistema lo rende inevitabile va cambiato).

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Pubblicato da

tieniinmanolaluce

Sono attualmente avvocato, mediatore civile e commerciale, formatore di mediatori e mediatore familiare socio Aimef. Per undici anni sono stato docente di letteratura italiana e storia antica al liceo classico. Sono accademico dell'Accademia Internazionale di Arte Moderna. Scrivo da sempre senza privilegiare un genere in particolare. Ho pubblicato diversi libri anche in materie tecniche. Tra quelli letterari ricordo da ultimo: Un giardino perfetto, Poesie 2012-2016, Carta e Penna Editore, novembre 2016. La condizione degli Ebrei dai Cesari ai Savoia, Carta e Penna Editore, aprile 2017 La confessione, Dramma in quattro atti, Carta e Penna Editore, aprile 2017 Ho iniziato questo blog nel febbraio del 2006 e mi ha dato grandi soddisfazioni. Spero continuino anche su questa piattaforma. Tutto ciò dipende fondamentalmente dalla interazione con tutti voi, cari lettori.

2 pensieri su “Spunti di riflessione per mediatori e non”

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