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Giovanni Boccaccio

Giovanni Boccaccio

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Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni. Milano. 1999.
Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992
Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.

 

Giovanni Boccaccio ebbe una vita assai ricca sotto i più svariati profili.

Fu chierico e padre di cinque figli naturali, cortigiano e borghese; funzionario, ambasciatore, amministratore dei beni. Fu  poeta[1]  e inventore di nuove forme metriche (l’ottava), prosatore con varie forme di romanzo[2] e le novelle[3], biografo[4], geografo[5], esegeta[6] e polemista[7], sperimentatore di nuovi e vecchi generi letterari (poema epico[8], allegorico[9], eziologico[10], prosimetro pastorale[11]) che con lui rinascono nella lingua volgare.

La sua eredità fu grande ed immediata, non solo in Italia[12]. Qui la sua prosa venne indicata come esempio linguistico da imitare[13] e il Decameron, sua massima opera, influenzò per intero la tradizione novellistica.

Giovanni Boccaccio nasce a Firenze nel 1313. È il figlio illegittimo di un mercante fiorentino e probabilmente di una serva; trascorre l’infanzia e la prima adolescenza nella città dei Medici.

Nel 1327 parte per Napoli con il padre, socio della compagnia dei Bardi (la banca più importante d’Europa); l’idea è quella di compiere gli studi mercantili e fare pratica bancaria.

Qui frequenta gli ambienti mondani aristocratici, nonostante fosse di origine borghese. La vita culturale della città lo affascina a tal punto che abbandona la mercatura per dedicarsi alla letteratura. Partecipa quindi alla stimolante vita della corte angioina di Napoli[14].

A Napoli si innamora della letteratura cortese e cavalleresca francese, ma gli studi classici non vengono certamente trascurati:  si dedica alla cultura latina (Ovidio, Virgilio, Lucano, Cicerone, Quintiliano e Macrobio) e all’erudizione storica, mitologica e letteraria. Frutto di queste letture saranno due opere giovanili degli ultimi anni trenta: il Filostrato[15] ed il Filocolo[16].

Viene richiamato a Firenze dal padre intorno al 1340[17],  ma non vive serenamente questo periodo[18]. Scampa alla terribile peste cominciata nella primavera del 1348 (in essa morì il padre e la matrigna); eredita il patrimonio paterno e diventa quindi ricco ed influente.

Ciò gli procura vari incarichi diplomatici (si reca infatti in varie città: Ravenna, Forlì, Tirolo ed Avignone) dal governo della città e nel 1350 conosce Francesco Petrarca, da lui ammirato e ritenuto un vero e proprio maestro.

I due scrittori rimarranno amici fino alla morte: Boccaccio incontra infatti nuovamente Petrarca in tre occasioni[19].

Nel 1351 la città di Firenze lo invia come ambasciatore presso Ludovico di Baviera.

Dal 1349 al 1351 Giovanni stende il Decameron[20].

 Nel 1360 ospita a Firenze l’amico, monaco calabrese, Leonzio Pilato, insegnante di greco antico: ciò gli consente di poter leggere l’Iliade tradotta in latino e soprattutto di imparare la lingua greca, all’epoca poco nota nella nostra penisola.

Nello stesso anno Boccaccio viene accusato ingiustamente di aver partecipato a una congiura ordita contro il comune di Firenze e così cade in disgrazia; perde gli incarichi pubblici e si ritira in Certaldo (vicino a Firenze); Innocenzo VI lo autorizza al sacerdozio (aveva in precedenza preso gli ordini minori).

Nel 1362 torna a Napoli su invito di un amico[21] ma, deluso dall’accoglienza ricevuta, rientra subito a Firenze: Giovanni ritorna in auge, tanto che viene inviato come ambasciatore presso papa Urbano V in Avignone.

Compiuta questa missione si ritira definitivamente nella sua casa di Certaldo dove vive appartato e dedito ad uno studio che interrompe solo per qualche breve viaggio[22].

Alla fine della sua vita, Boccaccio si dedica alla meditazione religiosa. Tra gli ultimi incarichi si ricorda la lettura alla cittadinanza della Divina Commedia, incarico che deve però abbandonare nel 1374[23] per il sopraggiungere della malattia (la scabbia) che lo  porta alla morte nel 1375.

Il Decameron

L’opera maggiore di Boccaccio è il Decameron[24] (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351[25]), raccolta di cento novelle[26] inserite in una cornice narrativa comune che prende le mosse da un tragico fatto storico.

Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici che si ritrova in Santa Maria Novella decide di rifugiarsi in una villa (poi in un’altra ed in seguito in un locus amenus) fuori Firenze[27]. Sette donne e tre uomini trascorrono quattordici giorni – da mercoledì a martedì – e visti i riposi del sabato e del venerdì,  dieci giornate (da cui appunto il titolo greco dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno.

Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare, anche se il modo di trattarlo è assolutamente libero.

Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.

I personaggi delle novelle sono desunti perlopiù dalla realtà contemporanea mentre i componenti della brigata sono ripresi da opere precedenti del Boccaccio o comunque dalla tradizione letteraria classica o romanza  ed  hanno nomi allusivi: Panfilo (già comparso nella Teseida e nell’Elegia di Madonna Fiammetta) è l’amante fortunato, Filostrato (protagonista dell’opera omonima) è l’uomo che soffre pene d’amore; Dioneo ( il cui nome deriva  da Dione, madre di Venere) è lussurioso e galante;  Neifile (che significa <<nuova innamorata>>) è gaia e sensuale; Lauretta (che richiama la Lura petrarchesca) è la gelosa; Pampinea, già presente nel Ninfale d’Ameto e nel Bucolicum Carmen) è la rigogliosa, l’amante opulenta e felice; Ellissa (nome  fenicio di Didone)  è l’adolescente che ama non ricambiata; Filomena è l’amante ardente; Emilia, (che compare nella Teseida) è vanitosa e lusingatrice.

Gli argomenti sono di carattere diverso e di solito generici[28]: ad esempio, nella seconda giornata si raccontano avventure a lieto fine, nella quarta si tratta degli amori infelici, mentre la quinta è dedicata alla felicità che premia gli amanti dopo che hanno superato particolari difficoltà.

Ma i temi non sono solo sentimentali: nella sesta giornata si ragiona di motti spiritosi, nell’ottava di scherzi e beffe.

In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale (nobili, “borghesi”, popolani), laici e religiosi, figure di tutte le età.

È un vero e proprio universo ispirato alla realtà soprattutto toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d’Italia – a Napoli soprattutto – e in paesi lontani), senza limitazioni né di carattere morale, né culturale.

Vi sono infatti nobili e mascalzoni, amanti ingegnosi e uomini poveri di spirito, donne fedeli beffate e spregiudicate figure femminili, personaggi storici e di invenzione.

Così, le condotte degli eroi sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale.

Alcuni protagonisti, con le loro storie, sono diventati celebri: basti pensare all’incallito peccatore ser Ciappelletto e alla sua falsa confessione in punto di morte che lo farà considerare santo presso i posteri, oppure alle numerose beffe di cui è vittima Calandrino, agli sproloqui di frate Cipolla che sostituisce alla realtà il suo mondo cialtronesco, oppure alla nobiltà d’animo di Federigo degli Alberighi.

Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi non implica, tuttavia, la mancanza di una struttura coerente.

Infatti, oltre allo schema della cornice e a quello che regola l’alternarsi delle voci narranti, le corrispondenze sono sia disseminate all’interno dell’opera sia organizzate in una progressione di tipo etico.

Dalla prima alla decima giornata si passa cioè dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale.

Alla base dell’inventiva di Boccaccio ci sono il gusto per il romanzesco (ma qui, a differenza di altre sue opere, si tratta di un romanzesco impregnato di realismo), l’attrazione verso la vitalità della giovinezza, l’attenzione critica che porta a superare le apparenze, una visione disincantata della vita.

Ogni giornata si conclude con una canzone, squisito esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano.

Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell’animo umano.

Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, tanto che il modo di dire, affermatosi in seguito, “periodare alla certaldese” allude proprio alla struttura spesso molto articolata della frase, modellata sulla sintassi latina.

Una prosa che però si dimostra particolarmente duttile, visto che riesce con grande efficacia a rappresentare scene tragiche ed episodi comici, eventi nobili e beffe plebee.

Il periodo alterna analisi e sintesi, intonazione aristocratica e vivacità realistica, dramma e farsa.

La lingua s’approssima al «fiorentin volgare», secondo le intenzioni dello stesso autore: che ricorre anche a latinismi, provenzalismi, fiorentinismi (bischero, grifare, troiate, ecc.), gerghi settentrionali (utèl bèrgoli) e meridionali (giucare, mogliama, mogliera, moglieta, menne, gabbo, guagnele), neologismi (artagoticamente, imbardirsi, merendarsi, misleale, misvenire, moscoleato, pecoreccio, picchiapetto, pillincione, scipapa, strangugliare, tututto).

La collocazione, alla maniera siciliana, del verbo a fine frase è un altro aspetto del volgare latineggiante con cui Boccaccio, inaugurando e vincolando a se i successivi modelli della prosa italiana, sancisce la mai sanata frattura fra lingua letteraria e parlate dialettali.

Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, il fabliaux francese, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte.

Alla base, però, c’è anzitutto l’acuta osservazione della realtà contemporanea.

Il Decameron presenta una nuova idea dell’uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un’idea che anticipa la concezione antropocentrica (l’uomo considerato al centro dell’universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento.

Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

Altre opere

Ricordiamo in primo luogo  è la Caccia di Diana (un poema in terza rima scritto  nel 1334 secondo il modulo allora in voga della rassegna di gentildonne): una schiera di belle donne fiorentine si sottrae a Diana per passare a servizio della dea dell’Amore Venere.

Se il Decameron inaugura la novella moderna, le altre opere di Boccaccio sono alla base di generi destinati a una lunga vita.

Il Filocolo (Fatica d’amore, 1336-38 ca.) è un ampio romanzo in prosa in cinque libri, presto diffusosi in Europa, che può considerarsi il prototipo del romanzo moderno.

Ha per protagonisti due personaggi (che secondo B. sono i fondatori di Certaldo) di una leggenda medievale, Florio (che assumerà il falso nome di Filocolo) e Biancifiore, innamorati l’uno dell’altra ma in grado di sposarsi solo dopo innumerevoli vicende avventurose inframmezzate nel testo da divagazioni colte, descrizioni, monologhi sentimentali.

Il Filostrato (Vinto d’amore, 1338 ca.) e il Teseida delle nozze di Emilia (1340-41) sono poemetti in ottave, forma poetica in cui Boccaccio eccelse, e costituiscono dei modelli di romanzo in versi.

Il primo è una narrazione di tipo sentimentale che tiene conto soprattutto di esempi letterari francesi, in particolare i romanzi del ciclo troiano, ma limitatamente a un episodio, quello dell’amore del giovane figlio di Priamo, Troiolo, innamorato della vedova greca Criseida, prigioniera a Troia.

Il secondo è ispirato ai grandi esempi dell’Eneide di Virgilio e della Tebaide di Stazio, contaminati però con la tradizione cavalleresca romanza, con il ciclo tebano in particolare. Al tema dell’amore, qui per la prima volta secondo l’autore, si affianca quello delle armi.

La Commedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d’Ameto, 1341-42, secondo la fortunata titolazione quattrocentesca) appartiene invece al genere arcadico e pastorale.

Si tratta di un testo in prosa (che include però terzine dantesche), di un omaggio a Firenze e alle sue donne, che danno conforto all’autore.

La tradizione pastorale traveste così la realtà contemporanea fiorentina, rivista allegoricamente in chiave cortese.

Anche il poema allegorico intitolato Amorosa visione (1342) impiega la terza rima, mentre l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44) è piuttosto un romanzo in forma di confessione sentimentale (si tratta di una lunga lettera in prosa indirizzata dal personaggio femminile Fiammetta alle donne innamorate).

Costituisce una sintesi dei precedenti interessi di Boccaccio, amorosi, cortesi e classicistici. La novità sta nel fatto che la donna non è oggetto della rappresentazione, ma protagonista che parla in prima persona.

Si attua così un importante rovesciamento di prospettiva: i sentimenti della protagonista, innamorata di Panfilo, che la tradisce lasciando Firenze alla volta di Napoli, sono posti in primo piano e raffigurati senza mediazioni.

Infine, il Ninfale fiesolano (1345-46) è un poemetto idillico dedicato alla fondazione di Firenze, mentre il Corbaccio (1365 ca.) è l’ultima opera d’invenzione di Boccaccio.

Il tema dell’amore diventa qui satira contro le donne, forse alimentata da un non corrisposto amore senile dello scrittore.

Della sua produzione fanno parte inoltre un ritratto ideale di Dante (Trattatello in laude di Dante) e un commento della Divina Commedia in forma di raccolta di materiale erudito (Esposizioni sopra la “Commedia” di Dante).

Si passa così alla produzione umanistica e culturale di Boccaccio, autore di una serie di opere erudite, trattati scientifici e componimenti poetici sia in latino sia in volgare, dedicati a temi come le sventure degli uomini illustri, le donne celebri, la genealogia degli dei pagani.

Alla composizione delle Rime l’autore lavorò tutta la vita, come testimonia la varietà di influenze che mostrano, dal dolce stil novo colto e raffinato al modello petrarchesco, agli esempi della lirica toscana, passando attraverso l’esperienza di Dante rimatore.

Si tratta di una raccolta non organica ricca di personaggi soprattutto femminili, disegnati ora in modo lieve secondo il gusto cortese, ora con tratti più marcatamente popolareschi.

L’eredità letteraria di Boccaccio fu notevolissima e immediata, non solo in Italia. Qui la sua prosa venne indicata come esempio da imitare per la sua classicità da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525).

Si tratta di un testo che ebbe grandissima influenza sui letterati dell’epoca perché impose questo modello, assieme a quello di Petrarca, per la poesia.

Ma la tradizione novellistica italiana è per intero influenzata dal Decameron.

Quanto all’eredità letteraria di Boccaccio all’estero, vanno ricordati Geoffrey Chaucer, che per i suoi Racconti di Canterbury (scritti tra il 1387 e il 1389) utilizzò la struttura a cornice del Decameron, e John Dryden, che fu traduttore di Chaucer, dello stesso Boccaccio e di Ovidio (Fables Ancient and Modern, 1700).

[1] Alla composizione delle Rime l’autore lavorò tutta la vita: si tratta di una raccolta non organica ricca di personaggi soprattutto femminili, disegnati ora in modo lieve secondo il gusto cortese, ora con tratti più marcatamente popolareschi.  Ma ricordo anche la Caccia di Diana, un poema giovanile (1334), di ispirazione ovidiana, in terza rima di carattere mitologico: una schiera di belle donne fiorentine si sottrae a Diana per passare a servizio della dea dell’Amore Venere. Boccaccio fu anche poeta latino: si ricorda la Elegia di Costanza e più in generale si rammenta che in vecchiaia si dedicò soltanto ad opere erudite latine.

[2] Anche in forma epistolare come per l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44) in nove capitoli. È un’opera assai originale perché la donna non è oggetto della rappresentazione, ma protagonista che parla in prima persona in merito al suo amore infelice per Panfilo. Si ricorda anche il Filocolo (1336-38), un romanzo in prosa diviso in cinque libri.

[3] Decameron (1349-51).

[4] Il Trattatello in laude di Dante che ci è pervenuto in tre redazioni (1355-70).

[5] De Montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludis, et de nominibus maris liber (1360).

[6] La Genealogia degli dèi dei gentili (Genealogia deorum gentilium, 1365), un vasto trattato in quindici libri di mitologia classico-latina.

[7] Il Corbaccio (1365-6?) .

[8] La Teseida delle nozze di Emilia (1340-41).

[9] Amorosa visione (1342) in terza rima ed in cinquanta canti.

[10] il Ninfale fiesolano (1345-46), un poemetto idillico dedicato alla fondazione di Firenze.

[11] La Commedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d’Ameto, 1341-42, secondo la  titolazione quattrocentesca) appartiene al genere arcadico e pastorale. Si tratta di un testo in prosa (che include però terzine dantesche), di un omaggio a Firenze e alle sue donne, che danno conforto all’autore.

[12] Vanno menzionati Geoffrey Chaucer, che per i suoi Racconti di Canterbury si ispirò al Decameron, e John Dryden, che  tradusse le opere di Boccaccio.

[13] Da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua.

[14] Si dice che in questo periodo abbia avuto una relazione con una donna importante, la figlia illegittima (Maria d’Acquino) del re Roberto d’Angiò, che si nasconderebbe, secondo alcuni, dietro la Fiammetta immortalata in diverse sue opere.

[15] Il Filostrato (Vinto d’amore, 1338 ca.) è un poemetto in ottave. Si tratta di una narrazione di tipo sentimentale ispirata da modelli letterari francesi.

[16] Il Filocolo (Fatica d’amore, 1336-38 ca.) è un’opera in prosa in cinque libri che può considerarsi il prototipo del romanzo moderno. I protagonisti sono due personaggi (che secondo B. sono i fondatori di Certaldo): Florio (che assumerà il falso nome di Filocolo) e Biancifiore, innamorati l’uno dell’altra, ma in grado di sposarsi solo dopo innumerevoli vicende avventurose che si alternano nel testo a divagazioni colte, descrizioni, monologhi sentimentali.

[17] La Banca De’ Bardi era in dissesto: fallirà nel 1345 per l’insolvenza del Re di Inghilterra.

[18] In questi anni scrive la Teseida delle nozze di Emilia (1340-41) un poemetto ispirato ai grandi esempi dell’Eneide di Virgilio e della Tebaide di Stazio, contaminati però con la tradizione cavalleresca romanza, con il ciclo tebano in particolare. Al tema dell’amore, qui per la prima volta secondo l’autore, si affianca quello delle armi.

[19] A Padova nel 1351, a Milano nel 1359 e a Venezia nel 1363.

[20] Si tratta della sua opera maggiore che influenzerà tutta la novellistica italiana. Prende le mosse da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici (sette donne e tre uomini) che si ritrova in Santa Maria Novella decide di rifugiarsi in una villa (poi in altri luoghi) fuori Firenze. Trascorrono insieme quattordici giorni – da mercoledì a martedì – e visti i riposi del sabato e del venerdì,  dieci giornate (da cui appunto il titolo greco dell’opera Decameron) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno.

Un personaggio alla volta è eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare, anche se il modo di trattarlo è assolutamente libero. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.  I personaggi delle novelle sono desunti per la maggior parte dalla realtà contemporanea mentre i componenti della brigata sono ripresi da opere precedenti del Boccaccio o comunque dalla tradizione letteraria classica o romanza  ed  hanno nomi allusivi.

Gli argomenti sono di carattere diverso e di solito generici : ad esempio gli amori infelici, la felicità, i motti spiritosi, gli scherzi e le beffe. In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale e di tutte le età.  La realtà narrata è soprattutto quella toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d’Italia – a Napoli soprattutto – e in paesi lontani), senza limitazioni né di carattere morale, né culturale.

Le condotte dei protagonisti sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale.

Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi è tessuta in una struttura coerente e secondo una progressione di tipo etico. Per esemplificare dalla prima alla decima giornata si passa dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale. Ogni giornata si conclude con una canzone, limpido esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano.

 Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica. Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, molto articolata, modellata sulla sintassi latina.

 La lingua si può considerare un volgare fiorentino in cui ricorrono latinismi, provenzalismi, fiorentinismi, gerghi settentrionali e meridionali, neologismi.

Le fonti di quest’opera sono molteplici (ad esempio i classici greci e latini ed il fabliaux francese, il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte), ma alla base c’è soprattutto l’acuta osservazione della realtà contemporanea.

[21] Niccolò Acciaiuoli, segretario di corte.

[22] Tra il 1370 e il 1371 ad esempio lo troviamo a Napoli, ben accolto dalla regina Giovanna.

[23] Al diciassettesimo canto dell’Inferno.

[24] La struttura dell’opera è già evocata, almeno parzialmente, dal titolo, rifatto su celebri modelli medievali, come l’Exameron (sei giorni) di Sant’Ambrogio (una delle tante composizioni medievali sulla creazione del mondo), e decrittabile come ‘le dieci giornate’ (dal greco: dèca, ‘dieci’ e emèra, ‘giorno’).

[25] Nulla esclude che comunque qualche novella sia stata scritta in precedenza come sembrerebbe evincersi dall’introduzione alla quarta giornata.

[26] A cui si deve aggiungere la dedica (al libro stesso denominato Principe Galeotto e quindi intermediario d’amore) un proemio (dedicato a coloro che soffrono per amore e alle donne che non possono esternare le loro passioni perché possano trovare nel libro dei consigli), una introduzione alla I giornata che costituisce introduzione all’intera opera (nove introduzioni e dieci conclusioni, entrambi per ogni giornata) e dieci canzoni a ballo.

[27]  Durante la peste del 1348, un martedì mattina, sette giovani donne, “o per amistà, o per vicinanza, o per parentado congiunte” (I, Intr., 49), di età compresa tra i 18 e i 28 anni, indicate da Boccaccio con i nomi fittizi, “alle qualità di ciascuna convenienti” (I, Intr., 51), di Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa, si ritrovano ad assistere alla messa nella chiesa fiorentina di Santa Maria Novella. Finita la messa, le giovani decidono, su consiglio di Pampinea e a patto che sia possibile avere in loro compagnia degli uomini (senza il consiglio dei quali, a detta di Elissa, “rade volte riesce ciascuna opera nostra [sc.: delle donne] a laudevole fine” [I, Intr., 76]), di lasciare la città per trascorrere un periodo di tempo nel contado, dove ciascuna di loro possiede ville “in gran copia”. Assai a proposito, dunque, giungono in chiesa, in quello stesso momento, tre giovani, di età non inferiore ai 25 anni, dai nomi fittizi di Panfilo, Filostrato e Dioneo, conosciuti dalle donne, innamorati ciascuno di una di loro e variamente imparentati con le altre. I giovani, richiesti, accettano di partire. All’alba del mercoledì la brigata parte, accompagnata dai servi, in direzione di una villa situata a circa due miglia di distanza da Firenze. Una volta arrivati, Pampinea propone, al fine di disciplinare convenientemente le attività delle giornate, la creazione di un ‘signore’, che al vespro lasci la sua ‘signoria’ ad un altro membro della brigata da lui stesso designato. Approvata la proposta, la stessa Pampinea è eletta unanimemente ‘regina’ della prima giornata e incoronata d’alloro da Filomena. È dunque Pampinea ad assegnare mansioni precise a ciascuno dei servi e ad organizzare le attività della brigata secondo modalità destinate, con poche eccezioni, a ripetersi identiche nelle giornate successive: le prime ore dopo il risveglio dovranno essere dedicate a passeggiate e a conversazioni individuali; a terza è previsto il pranzo, concluso da danze e canzoni; dopo il pranzo, la brigata è invitata a ritirarsi nelle proprie camere per riposare. A nona, dopo il riposo, tutti i membri della brigata dovranno riunirsi per novellare; al termine della narrazione delle dieci novelle, la regina (o il re) della giornata passerà la sua corona ad un altro membro della brigata, al quale spetta l’organizzazione della rimanente parte della giornata e del giorno successivo fino al vespro. Filomena, designata da Pampinea al termine della prima giornata, dispone che lo spazio di tempo tra la conclusione del novellare e la cena sia trascorso dai compagni in passeggiate e svaghi, e propone che nei giorni seguenti sia data una regola certa anche alle novelle, mediante l’indicazione preliminare di un tema preciso cui tutti i novellatori dovranno attenersi. Dioneo, “sollazzevole uomo e festevole” (I, Concl., 14), chiede di essere dispensato da tale obbligo e di poter raccontare la sua novella sempre per ultimo: il privilegio, che tutta la brigata intuisce esser stato chiesto per avere la possibilità di rallegrare “la brigata, se stanca fosse del ragionare, con alcuna novella da ridere” (ivi), gli viene prontamente accordato. L’ultima parte della giornata è occupata dalla cena, cui fanno séguito danze e canzoni. Il testo di una delle canzoni a ballo cantate dai membri della brigata trova posto regolarmente nella conclusione di ogni giornata, sì che, a conti fatti, il Decameron risulta comprendere, oltre al Proemio, alla Conclusione dell’autore, alla cornice e alle cento novelle, anche dieci canzoni a ballo (nell’ordine: Io son sì vaga della mia bellezza [Emilia]; Qual donna canterà, s’io non canto io [Pampinea]; Niuna sconsolata [Lauretta]; Lagrimando dimostro, [Filostrato]; Amor la vaga luce [Dioneo]; Amor, s’io posso uscir de’ tuoi artigli [Elissa]; Deh, lassa la mia vita!, [Filomena]; Tanto è, Amore, il bene [Panfilo]; Io mi son giovinetta, e volentieri [Neifile]; S’amor venisse senza gelosia [Fiammetta]). Questa scansione delle giornate tende, come si è detto, a ripetersi identica, eccezion fatta per il venerdì e per il sabato, in cui la narrazione delle novelle viene interrotta per essere il venerdì il giorno in cui è morto Cristo (“per che”, come dice Neifile “giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, più tosto a orazioni che a novelle vacassimo” [II, Concl., 5]) e il sabato quello dedicato alla pulizia del corpo e al digiuno “a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio” (II, Concl., 6]. Variazioni alla norma ospitano, inoltre, la terza giornata, che si apre con il trasferimento della brigata in un’altra villa, situata duemila passi ad ovest di quella prescelta inizialmente e circondata da un parco di straordinaria bellezza, intorno alla cui fonte i narratori si riuniranno d’ora in avanti a novellare, e la settima giornata, che vede la momentanea trasferta della brigata in un locus amoenus, la Valle delle Donne, dove già nella conclusione della giornata precedente prima le donne e poi, su loro sollecitazione, i giovani, si erano spinti durante la passeggiata. A conclusione della decima giornata, su proposta di Dioneo, la brigata decide di rientrare a Firenze. All’alba del giorno successivo, mercoledì, a due settimane esatte di distanza dalla partenza, la brigata si mette in cammino verso la città, dove giunta, “i tre giovani, lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti s’erano, da esse accomiatatosi, a’ loro altri piaceri attesero, e esse, quando tempo loro parve, se ne tornarono alle lor case” (X, Concl., 16).

Questa costruzione rigida e maestosa, che incatena la raccolta di novelle trasformandola in un libro organico e compiuto, prevede, come abbiamo detto, una altrettanto rigida organizzazione tematica del narrato: eccezion fatta per la prima e per la nona giornata, infatti (nelle quali, sotto il reggimento, rispettivamente, di Pampinea e di Emilia, “si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno” [I, Intr., 1]), e, in omaggio al privilegio concessogli, per tutte le novelle narrate da Dioneo, le novelle di ciascuna giornata devono attenersi ad un argomento preliminarmente fissato e non eludibile: nella seconda, “sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine”; nella terza “si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse”; nella quarta, “sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine”; nella quinta, “sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse”; nella sesta, “sotto il reggimento d’Elissa, si ragiona di chi con alcun leggiadro motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno”; nella settima, “sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti o sì”; nell’ottava, “sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno”; nella decima e ultima “sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa”.

[28] L’attenta osservazione della vita umana in tutte le sue sfaccettature è il cardine attorno al quale ruotano le vicende del Decameron. Il Boccaccio annota con acume e credibilità psicologica gli affetti e le passioni dell’animo umano, critica i difetti e compiange le debolezze, loda le virtù e biasima i vizi. Non di rado però egli rovescia con spregiudicatezza il senso morale comune. Talvolta il racconto esalta l’intelligenza o la furbizia, talvolta sottolinea la stupidità o l’ingenuità. Ma sempre, al centro dell’interesse dell’autore sta l’uomo.

In un variopinto affresco, egli ritrae i molti modi in cui gli individui affrontano l’esistenza ed entrano in contatto con i loro simili. C’è chi sa afferrare le occasioni favorevoli o sottrarsi con abilità agli inganni e ai rischi. Alcuni invece rinunciano per timore di soffrire o di essere sconfitti; altri si dimostrano capaci di godere pienamente i momenti di divertimento e di gioia. La vita viene colta, osservata e descritta nelle sue inesauribili forme e combinazioni, dalle più semplici alle più imprevedibili.

Uno degli esempi più indagati è l’amore. Esso può essere un puro sentimento spirituale o nascere soltanto dall’attrazione dei sensi; talora si conclude con un sorridente “lieto fine”, ma non di rado esige il sacrificio o sfocia in tragedia. Spesso si colora di sfumature tenere o appassionate, ma a volte assume i connotati della sensualità e dell’oscenità, quelle caratteristiche che nel linguaggio comune hanno trasformato l’aggettivo “boccaccesco” in un equivoco sinonimo di licenzioso e scurrile. Vale la pena di ricordare, al riguardo, che l’accusa di “licenziosità” è in buona misura arbitraria, perché, se nel Decameron affiora qualche compiacimento per il particolare erotico o malizioso, esso è ampiamente giustificato dal proposito di ritrarre oggettivamente tutti gli aspetti dell’esistenza umana, compresi quelli più scabrosi.

Osservazioni analoghe valgono per l’ingegno: il Boccaccio lo considera prima di tutto una dote, grazie alla quale l’uomo si muove e si destreggia tra i mille eventi della vita. Esso consente di affrontare e superare gli ostacoli posti dalle due eterne dominatrici del mondo, la natura e la fortuna, cioè la sorte. Sovente, tuttavia, l’ingegno è fine a se stesso, ha un suo fascino intrinseco, come quando serve solo a congegnare e a realizzare una beffa. Ingegno significa anche destrezza, inventiva, intraprendenza negli affari: simili qualità hanno un ruolo importante nel mondo borghese che il Boccaccio descrive e mostra più volte di apprezzare.

Come si è già accennato, l’autore ha una posizione assai libera e anticonformista davanti a qualità che non sempre sono usate in modo positivo, e che spesso inducono comportamenti di indifferenza o di disprezzo nei confronti dei valori accettati dalla morale comune.

L’inesauribile galleria di personaggi, episodi e comportamenti giustifica la definizione del Decameron come commedia umana, dovuta a Francesco De Sanctis: un modo per accostare il libro alla “divina” Commedia di Dante, e insieme per distinguerlo da essa. Il termine “commedia” richiama subito l’elemento fondamentale e caratteristico di ambedue le opere: infatti esse hanno come cardine la rappresentazione di una vasta gamma di situazioni e casi umani. Nel Boccaccio però manca del tutto l’idea di trascendenza che domina il capolavoro di Dante. Egli ha una visione profondamente laica del mondo, al cui centro pone l’uomo. Ciò che osserva e descrive, gli appare immanente, legato all’azione e alla responsabilità dei singoli individui.

Una conferma viene dal modo in cui il Boccaccio racconta vicende delle quali è protagonista il clero. Alti prelati, preti, frati e monache sono indistintamente viziosi, falsi, avidi di denaro, o, nel migliore dei casi, sciocchi. Ma il Boccaccio non sottolinea i loro difetti o le loro colpe per denunciare la discordanza tra la legge di Dio e la depravazione degli uomini, e neppure per auspicare o profetizzare un rinnovamento religioso e morale. Egli è lontano in questo sia dal maestro Dante che dall’amico Petrarca: si limita a registrare l’esistenza e la diffusione di quei comportamenti corrotti e ipocriti, ma non esprime giudizi e non pronuncia sentenze di condanna.

Anche quei temi che abbiamo definito cardini del Decameron, l’amore, l’intelligenza, e con loro la fortuna e la natura, sono inseriti in un quadro di profondo e convinto laicismo. Così l’amore è e resta il sentimento per eccellenza, ma è anche, prima di tutto, impeto della passione, soddisfazione dei sensi, vissute con pienezza ed entusiasmo.

L’intelligenza, che per tutto il corso del Medioevo è l’espressione, nobilissima ma contenuta entro limiti precisi, dell’uomo come creatura di Dio, nel Boccaccio diviene la risorsa più grande che l’essere umano possieda per realizzare se stesso, per conquistare un posto o per raggiungere un obiettivo.

Essa si configura innanzi tutto come scontro e lotta con la fortuna. È una lotta che può essere vinta o perduta: dipende dal grado di virtù, cioè di astuzia, inventiva o audacia che un individuo è capace di mettere in campo.

Grazie alle sue qualità, dunque, il singolo può emergere e distinguersi dalla massa, fino ad eccellere. È però importante chiarire che la superiorità non è un privilegio legato all’origine e non dipende dall’appartenenza ad una determinata classe sociale. L’intelligenza, al pari della liberalità e della cortesia, può trovarsi in ogni uomo, povero o ricco, umile artigiano o nobile cavaliere. Chiunque perciò è in grado non solo di primeggiare negli affari, ma anche di affinare il proprio animo e di accostarsi alla cultura.

Il Boccaccio, insomma, riconosce a tutti gli uomini uguali possibilità e diritti. L’embrione di questo concetto si trova senza dubbio nel Guinizzelli e nello Stilnovo, con la teoria del “cor gentile”. Il Boccaccio però rinnova profondamente quell’idea e la allarga, ponendo tutti i ceti sociali sullo stesso piano. Egli considera gli uomini partecipi della medesima sorte, e annulla qualsiasi distinzione di casta, di censo o di cultura. La vita e la posizione dell’uomo nel mondo acquistano così un valore del tutto nuovo. La rilevanza di questa novità va attentamente analizzata e compresa, se si vuol dare il giusto peso ai legami che il Boccaccio conserva con le concezioni medievali. Tuttavia è altrettanto inesatto relegare l’autore entro i confini del Medioevo. La novità dei contenuti si accompagna ad un significativo mutamento di prospettive culturali. Lo scrittore esprime infatti una concezione della letteratura e dei suoi valori che lo portano ormai fuori del pensiero medievale. L’attività letteraria rappresenta per lui un’espressione di civiltà autonoma; la pagina scritta è prima di tutto variazione e scelta tra innumerevoli possibilità compositive. L’arte è fine a se stessa ed ha una dignità intrinseca. In altre parole, essa può trattare molti argomenti e porsi diversi obiettivi, ma il suo valore non dipende né dagli uni né dagli altri, bensì è legato alla sua qualità.

Già in questo, il Boccaccio dimostra di avere una visione moderna e davvero anticipatrice, perché libera l’idea della cultura dall’obbligo di esercitare una funzione, e le riconosce una validità e un ruolo di assoluta indipendenza dalla morale e dalla religione.

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