Stato di attuazione della direttiva ADR nella UE al 24 febbraio 2015

In data di ieri in qualità di semplice uditore ho partecipato ad un convegno internazionale ospitato dall’Università di Genova e intitolato Consumatori e giustizia, “Fuori dall’aula!”.

Il Convegno non ha affrontato in dettaglio la situazione internazionale, ma più che altro si è soffermato su quella interna e così mi è venuto in mente di fare qui il punto sul recepimento delladirettiva 2013/11/UE (direttiva sull’ADR i consumatori) che deve avvenire, come è noto, entro il 9 luglio 2015.

Allo stato gli unici due paesi che hanno ottemperato entro il termine sono il Belgio e la Slovacchiache hanno già proceduto al recepimento.

Su alcuni paesi della UE non ho rinvenuto notizia alcuna: Croazia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Malta, Cipro, Spagna, Portogallo, Austria. E dunque non ho purtroppo alcuna idea se siano o meno in piedi progetti di legge.

Un funzionario della UE che si occupa di ADR e consumo ha asserito ieri in video conferenza cheSpagna e Portogallo avrebbero optato per l’arbitrato.

La situazione attuale non è delle più rosee nel senso che ad esempio con riferimento alla direttiva 52/08 sulla risoluzione delle controversie transfrontaliere soltanto 6 paesi su 29 avevano sforato i termini del recepimento[1]; ci sono ovviamente ancora 5 mesi di tempo, ma occorre maggiore rapidità.

In merito all’attuazione della direttiva 11/13 possiamo dire in generale che alcuni stati hanno deciso di modificare il proprio codice del consumo (Belgio, Francia, Lussemburgo, Italia).

Vediamo ora di fornire le notizie che si sono rinvenute nel dettaglio.

BELGIO

Il Belgio ha recepito la direttiva 11/13 con la legge 4 aprile 2014 (pubblicata il 12 maggio 2014) che doveva entrare in vigore il 1° gennaio 2015: si tratta del primo paese UE ad aver effettuato l’attuazione[2], seppure la prima normativa entrata in vigore come vedremo è stata quella slovacca.

Con regio decreto del 16 dicembre 2014 tuttavia l’entrata in vigore della legge è stata posticipata al 1° giugno 2015[3]

Il predetto paese il 10 aprile 2014 ha dettato anche la normativa secondaria che semplicemente si limita a stabilire l’entrata in vigore, poi come detto, posticipata[4].

Il Belgio ha dunque modificato il suo codice del consumo.

Ci sarà un organismo pubblico indipendente con personalità giuridica, denominato “servizio di mediazione per il consumatore”, che è un punto di contatto e di servizio per la risoluzione delle controversie di consumo.

Il servizio di mediazione per il consumatore riceve qualsiasi richiesta di ADR di controversie di consumo: è di fatto un Ombudsman

Il Servizio pubblico federale dell’Economia, PMI, lavoratori autonomi ed Energia tiene l’elenco dei soggetti che svolgono attività di risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori e che soddisfano determinate condizioni (v. articolo XVI.25) e pubblica tale elenco sul suo sito web.

E dunque abbiamo in Belgio un sistema misto pubblico-privato di organismi che vanno in elenco ed un Mediatore pubblico generale che è punto di contatto[5].

BULGARIA

A quanto pare l’Europa non intende formare gli operatori di ADR e per quanto riguarda l’Italia non si sa ancora che cosa farà.  L’associazione professionale dei mediatori di Bulgaria (PAMB) ha organizzato la prima formazione specializzata per la direttiva 11/13 il 2 luglio 2013[6]. Non ci sono però notizie circa eventuali disegni di legge di recepimento della direttiva.

DANIMARCA

La Danimarca ha pubblicato il disegno di legge di recepimento della direttiva 11/13 in data 29 gennaio 2015 ed è stata scelta la mediazione[7].

FINLANDIA

Il Ministro della Giustizia della Finlandia ha approntato il provvedimento di attuazione della direttiva 11/13 che verrà votato in primavera dal Parlamento. La Finlandia sembra aver scelto l’arbitrato[8].

FRANCIA

Anche la Francia con l’art. 15 della LOI n° 2014-1662 du 30 décembre 2014 portant diverses dispositions d’adaptation de la législation au droit de l’Union européenne en matière économique et financière[9] ha deciso di delegare al Governo l’attuazione della direttiva con ordinanza che andrà a modificare il Codice del Consumo.

La stessa soluzione sembra peraltro quella che ha intenzione di mettere su il nostro governo inserendo un nuovo titolo nel Codice del consumo e regolando quindi finalmente l’elenco degli organi di composizione extragiudiziale delle controversie in materia di consumo (v. art. 141 c.2) che saranno i nostri organismi di ADR.

Ad ogni buon contro la Francia ha scelto come strumento principe la mediazione[10].

GERMANIA

Il 10 novembre 2014 Ministero federale di giustizia e la tutela dei consumatori ha presentato la

proposta di legge sull’attuazione della direttiva 11/13[11].

La Germania allo stato ha scelto l’arbitrato.

IRLANDA

L’Irlanda ha preparato un primo progetto per il recepimento della direttiva 11/13[12], dopo avere condotto una consultazione in merito a partire dal giugno 2014[13].

LUSSEMBURGO

Il progetto di legge di recepimento della direttiva 11-13 è stato depositato dal Ministro dell’Economia alla Camera dei Deputati il 16 febbraio 2015[14]. È il n. 6769.

Anche il Lussemburgo ritiene opportuno integrare il Codice del Consumo.

Il punto di contatto è identificato con il Mediatore del Consumo, che oltre a informare i consumatori, ricevere reclami si occupa della risoluzione extragiudiziale delle controversie per cui non è competente altro organismo. Si può adire, tramite lettera, fax e posta elettronica.

Vi è poi un elenco tenuto dal Ministro dell’economia degli organismi di ADR.

Le parti devono poter aver accesso alle procedura senza l’assistenza dell’avvocato anche se ne possono chiedere la consulenza.

PAESI BASSI

Il disegno di legge di recepimento della direttiva 11/13 è stato approntato dal Ministero della Giustizia e depositato il 2 luglio 2014; è stato approvato con modifiche dagli Stati generali il 27 marzo 2015[15]; il Comitato parlamentare per la sicurezza e la giustizia (V & J) del Senato lo analizzerà ed eventualmente lo emenderà a partire dal 10 marzo il 2015.

L’attuale disegno di legge riprende la definizione della direttiva circa i metodi di composizione e dunque vi possono rientrare i metodi ADR più diversi.

REPUBBLICA CECA

In Repubblica Ceca stanno rivedendo (15/1/15) il testo del disegno di legge di recepimento della direttiva 11/13[16].

ROMANIA

L’Autorità nazionale per la protezione dei consumatori (ANPC) ha proposto per la consultazione pubblica un progetto di legge di recepimento della direttiva 11/13[17].

In questo momento stanno discutendo sul fatto se gli avvocati siano soggetti o meno alla direttiva 11-13 perché il segreto professionale potrebbe essere a repentaglio.

La questione è scoppiata in Belgio dopo il recepimento della direttiva  perché i legali sostengono che se dovessero sottoporre ad un organismo di ADR l’oggetto del loro mandato professionale e se dunque fossero soggetti della direttiva 11-13, come qualsivoglia altro professionista, potrebbe esserci una lesione del segreto professionale. E dunque hanno sollecitato la creazione di una entità autonoma cui possano sottoporsi i loro conflitti coi consumatori

Da noi siamo ancora fermi alla legge di delegazione e dunque l’avvocatura italiana forse non ha ancora pensato a questo risvolto.

SLOVACCHIA

La Slovacchia ha recepito la direttiva 11/13 con la legge 21 ottobre 2014 sull’arbitrato del consumo che modifica alcune leggi.

La normativa è entrata in vigore il 1° gennaio 2015[18].

Non c’è bisogno di sottolineare che il paese come strumento ha scelto l’arbitrato[19].

SLOVENIA

Il 9 dicembre 2014 è stato varato il disegno di legge sulla composizione extragiudiziale delle controversie di consumo (ZIRPS)[20].

La Slovenia ha scelto di adeguarsi alla definizione della direttiva e dunque mette in campo mediazione, arbitrato, la combinazione dei due ed altro.

SPAGNA

Il 21 novembre 2014 il Ministro dell’Economia e Competitività informa che è impegnato a considerare la modifica del quadro giuridico esistente in materia di assicurazioni e banche, come risultato della trasposizione forzata della direttiva 2013/11/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio del 2013.

In secondo luogo, nell’ambito del Consiglio di cooperazione dei consumatori è stato istituto un gruppo di lavoro per intraprendere una revisione delle norme di tutela dei consumatori nel settore delle assicurazioni, per eliminare duplicazioni, sovrapposizioni o contraddizioni che si verificano tra la normative statali o regionali. Inoltre il Ministero della Salute si è impegnato per quanto di sua pertinenza[21].

UK

Il governo britannico ha appena annunciato di volere attuare la direttiva 11/13 come sistema residuale.
Nel Regno Unito ci sono ben 70 schemi di ADR e nessuno vuole rinunciare al proprio modello e dunque non è ipotizzabile un mediatore unico per il settore del consumo.

Anche in Italia siamo nella stessa situazione. Le varie Autorità (energia, telecomunicazioni ecc.) e le Associazioni dei consumatori vogliono mantenere le proprie regole e la propria fetta di mercato.

E dunque alla fine avremo un elenco di organismi che seguono regole diverse a seconda del settore ed il consumatore (italiano e straniero) con tutta probabilità rinuncerà alla tutela extragiudiziale.

Gli Inglesi che sono più pragmatici hanno preso atto di questa situazione: peraltro da loro la mediazione telefonica per gli small claims già funziona benissimo.

E così creeranno un nuovo sistema ‘residuale’ di ADR per colmare le attuali lacune;
nomineranno il Trading Standards Institute (STI) quale autorità competente del Regno Unito per monitorare i fornitori di ADR nei settori non regolamentati; estenderanno di otto settimane il periodo standard di prescrizione di sei anni per i procedimenti giudiziari (per le controversie contemplate dalla direttiva) nei casi in cui ADR è in corso alla scadenza del periodo di sei anni; e con una normativa secondaria che verrà adottata in primavera si stabiliranno nuovi obblighi di legge per le imprese circa la fornitura di informazioni ai consumatori per quanto riguarda la disponibilità di sistemi di ADR[22].

[1] Lussemburgo, Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Cipro e Paesi Bassi.

[2]

http://www.ejustice.just.fgov.be/cgi/article_body.pl?numac=2014011245&caller=list&article_lang=F&row_id=1&numero=46&pub_date=2014-05-12&pdda=2014&dt=LOI&language=fr&fr=f&choix1=ET&choix2=ET&pdfa=2014&pddj=01&fromtab=+moftxt+UNION+montxt&nl=n&pddm=05&pdfj=31&sql=dt+%3D+%27LOI%27+and+pd+between+date%272014-05-01%27+and+date%272014-05-31%27+&pdfm=05&rech=74&tri=dd+AS+RANK+&trier=promulgation

[3] http://www.ejustice.just.fgov.be/cgi_loi/change_lg.pl?language=fr&la=F&cn=2014121603&table_name=loi

[4] http://reflex.raadvst-consetat.be/…/M…/2014/05/12/127623.pdf

[5]http://www.lexgo.be/nl/artikels/2014/06/Update%3A%20inwerkingtreding%20van%20het%20Wetboek%20economisch%20recht,87232.html

[6] https://www.facebook.com/PambMediationBulgaria/posts/310623339074281?fref=nf

[7] https://www.retsinformation.dk/Forms/R0710.aspx?id=167846#Kap1

[8]http://www.kuluttajariita.fi/fi/index/ajankohtaista/tiedotteet/2015/01/kuluttajariitajarjestelmaaonmuutettava.html

[9] http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000029999826&categorieLien=id

[10]http://www.economie.gouv.fr/files/files/directions_services/mediateur/rapport_president_recommandations_mediation.pdf

[11]http://www.bmjv.de/SharedDocs/Downloads/DE/pdfs/Gesetze/RefE%20zum%20Verbraucherstreitbeilegungsgesetz.pdf?__blob=publicationFile

[12] http://www.djei.ie/trade/eudirectives/CurrentPosition.pdf

[13] http://www.enterprise.gov.ie/en/Publications/ADR_Consultation.pdf

[14] http://chd.lu/wps/PA_Archive/FTSShowAttachment?mime=application%2fpdf&id=1292969&fn=1292969.pdf

[15] https://www.eerstekamer.nl/behandeling/20150127/gewijzigd_voorstel_van_wet_3

[16]  Upravené znění návrhu zákona, kterým se mění zákon č. 634/1992 Sb., o ochraně spotřebitele, ve znění pozdějších předpisů, a některé další zák ony (předkládá ministr průmyslu a obchodu Ing. Jan Mládek, CSc.) – č.j.

http://www.vlada.cz/cz/ppov/lrv/programy-zasedani-a-vasledky/program-141–zasedani-lrv-125884/

[17]http://www.anpc.gov.ro/anpcftp/legislatie/140827/proiect_lege_solutionare_alternativa_litigii_140827.pdf

[18] http://www.zakonypreludi.sk/zz/2014-335

[19] Cfr. http://www.ulclegal.com/sk/bulletin-pro-bono/2014/10/5289-zakon-o-spotrebitelskom-rozhodcovskom-konani

[20] http://www.gzs.si/pripone/42005/Predlog Zakona o izvensodnem reševanju potrošniških sporov_9_12_2014.doc

[21]http://www.mineco.gob.es/stfls/mineco/economia/ficheros/pdf/SEGUROSHojasdereclamacione.pdf

[22] http://hsfnotes.com/adr/2015/01/05/uk-government-announces-plans-for-implementation-of-the-eu-adr-directive-and-odr-regulation/

Entrata in vigore la negoziazione assistita come condizione di procedibilità

1.Introduzione;

2 La procédure participative;

2.1 I provvedimenti normativi e la genesi;

2.2 Uno sguardo comparato;

2.3 La procédure participative, la negoziazione e le tecniche di comunicazione;

2.4 La disciplina in generale;

2.5 La procédure participative in materia di famiglia;

2.6. La comparsa del tecnico nella procedura partecipativa;

2.7. Conclusione della procedura convenzionale e di quella a fine del giudizio;

3. Un raffronto tra la legislazione francese e quella italiana;

4. Il testo convertito in legge sulla negoziazione assistita;

5. La disciplina francese.

1.Introduzione

Il 12 settembre 2014 è stato pubblicato sulla gazzetta ufficiale il decreto–legge 12 settembre 2014, n. 132[1].

In questo provvedimento è stata dettata, tra le altre[2], la disciplina della “Procedura di negoziazione assistita da un avvocato”.

In seguito la norma è approdata al Senato per la conversione in legge (Atto n. 1612[3]) e sono stati presentati e discussi diversi emendamenti[4].

Il 23 ottobre 2014 l’Assemblea ha rinnovato la fiducia al Governo[5] ed ha approvato un maxiemendamento interamente sostitutivo del disegno di legge n. 1612 di conversione[6], in cui è presente peraltro l’emenda con riferimento a diversi articoli del decreto-legge originario[7].

Il provvedimento è quindi approdato alla Camera (C. 2681[8]) e qui il 3 novembre 2014 è stata posta la questione di fiducia[9] sull’approvazione, senza emendamenti ed articoli aggiunti, di un articolo unico del disegno di legge di conversione, nel testo della Commissione Giustizia della Camera, identico a quello del Senato.

La Camera, con 353 voti favorevoli e 192 contrari, ha votato la questione di fiducia, posta dal Governo, sull’approvazione in data 4 novembre 2014. E dunque la conversione in legge è avvenuta sul testo già approvato dal Senato[10].

In data 10 novembre 2014[11] è stata pertanto pubblicata sulla gazzetta ufficiale la legge di conversione che è in vigore dal giorno 11 novembre 2014.

Si tratta della Legge 10 novembre 2014, n. 162. Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile. (14G00175)[12].

La disciplina della negoziazione assistita obbligatoria acquista però efficacia decorsi 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione[13] e dunque il 9 febbraio 2015.

L’adozione della norma era stata peraltro preannunciata in seno al Consiglio dei Ministri del 30 giugno 2014 ove furono presentati i 12 punti sulla Giustizia per i quali venne avviata una pubblica consultazione conclusasi il 31 agosto 2014[14].

Anche il Ministero della Giustizia ha richiamato l’attenzione pubblica sull’istituto in varie occasioni: il 2 luglio del 2014 con la precisazione che la negoziazione assistita si sarebbe occupata di 60.000 controversie[15] ed il 3 luglio 2014[16] con una corposa nota.

È seguito infine il 5 settembre 2014, sempre in chiave di presentazione dello stesso ministro Orlando, l’Atto di indirizzo politico – istituzionale per l’anno  2015[17], ove si specifica che “Si vanno quindi definendo forme alternative di risoluzione delle controversie, in primo luogo attraverso il ricorso all’istituto della negoziazione assistita, configurata come complementare e non alternativa alla già avviata mediazione, istituto che, nuovamente reso obbligatorio dal decreto del fare del giugno 2013, sta gradualmente producendo effetti deflattivi significativi”.

Bisogna ricordare però che il cammino dell’istituto nel nostro paese inizia con un testo elaborato del 10 maggio 2011[18] a cui hanno partecipato l’AIAF, l’AIGA, l’UNCC e l’unione Triveneta dei Consigli dell’ordine degli avvocati.

A seguito di tale proposta dell’Avvocatura il 25 maggio 2011 viene presentato un disegno di legge di 25 articoli alla Camera dai deputati Contento (PDL) e Paniz (PDL)[19] e il 13 giugno 2011 al Senato dal senatore Divina (LN-Aut)[20].

Tali provvedimenti sicuramente ispirati[21] dalla disciplina francese della procédure participative[22]decaddero con la fine della legislatura.

Alla vigilia del Congresso degli Avvocati di Bari del 22-24 novembre 2012 il prof. Alpa, presidente del Consiglio Nazionale Forense, indicò nel suo contributo congressuale la negoziazione assistita quale strumento privilegiato.

Addirittura un partito politico[23] sempre nel 2012 ebbe a parlare nel suo programma elettorale di “negoziazione diretta con valore di titolo esecutivo in presenza degli avvocati[24].

Sulla scia evidentemente di tale popolarità il 15 marzo 2013 il disegno di legge decaduto con la fine della precedente legislatura venne quasi identicamente ripresentato al Senato dal senatore Divina[25].

Il 1° agosto 2013 l’on Venittelli (PD) ed altri[26] presentano alla Camera un nuovo provvedimento in materia[27] che ricalca però, salvo qualche variazione[28], i precedenti quanto alla negoziazione assistita.

Una prima considerazione circa questi provvedimenti che a dire il vero non furono mai esaminati e/o discussi dal Parlamento, riguarda il fatto che negli anni l’istituto è stato coltivato dalle più diverse forze politiche.

Possiamo poi dire che tutti i testi presentati, in ossequio alla disciplina francese, ci presentavano uno strumento alternativo da utilizzarsi  soltanto nella ipotesi in cui le parti non avessero ancora adito per la controversia un giudice o un arbitro.

Sempre in aderenza alla disciplina transalpina l’adozione dell’istituto era volontario.

Il ricorso alla convenzione di negoziazione assistita poteva essere pattuito anche come clausola contrattuale.

Gli avvocati designati, se autorizzati dalle parti, potevano ricorrere all’ausilio di un terzo, consulente tecnico o avvocato esperto nella materia oggetto della controversia, mediatore designato da un organismo di conciliazione ovvero, nei casi relativi a n.a. e famiglia, all’ausilio di mediatore familiare abilitato.

L’accordo che le parti avessero eventualmente raggiunto diveniva titolo esecutivo soltanto a seguito di omologazione giudiziaria.

Le parti ponevano in essere una transazione (o una rinuncia)  che poteva essere impugnata con i rimedi civilistici relativi.

In caso di mancato accordo si prevedeva la dispensa dall’obbligo di conciliazione o di mediazione, se previsto dalla legge[29].

In sede di invito alla stipula della convenzione andava inserito l’avvertimento che in alternativa poteva scegliersi la mediazione. Con ciò si richiamava il principio posto dal Nuovo codice di procedura civile francese[30] per cui gli strumenti  di risoluzione amichevole debbono essere sullo stesso piano e a servizio delle parti di un litigio.

La negoziazione poteva investire oltreché la separazione ed il divorzio anche la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio e i procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati.

Ma un ricorso congiunto per valersi dell’accordo in sede di modifica delle condizioni di separazione doveva essere sottoposto al Tribunale per l’omologazione, sentito il pubblico ministero;  ed il Tribunale in caso di contrasto con l’interesse dei figli poteva convocare le parti per proporre modifiche o negare l’omologazione.

Nel caso di separazione consensuale si prevedeva che il presidente del tribunale, senza disporre la comparizione dei coniugi dinanzi a sé, aggiunto il parere del pubblico ministero, riferisse al tribunale in camera di consiglio che provvedeva con decreto all’omologazione dell’accordo. Anche in tal caso il Tribunale poteva convocare le parti per proporre modifiche o negare l’omologazione. La stessa soluzione era prevista per la separazione dei coniugi non coniugati.

Soluzioni analoghe valevano per il caso di divorzio per cui doveva darsi atto dell’infruttuoso tentativo di conciliazione[31], e di modifica delle condizione dello stesso.

Interessante era ancora la possibilità di negoziare anche nel corso di un procedimento arbitrale, che oggi ci siamo guardati bene da inserire nell’ambito dell’arbitrato endoprocessuale.

Vi era poi la possibilità di fruire del gratuito patrocinio nel caso però di accordo omologato. E anche i benefici fiscali erano equiparati a quelli della mediazione, sempre nel caso di accordo omologato.

Sussisteva un obbligo dei consigli dell’ordine di formazione in merito alle procedure di negoziazione e di mediazione e alle relative tecniche di gestione del conflitto e di interazione comunicativa, anche con riferimento alla mediazione demandata dal giudice.

A ben leggere il decreto-legge 132/14 e la legge di conversione, possiamo affermare che il dettato normativo non è stato particolarmente ispirato dai progetti citati.

Un solo intero articolo, quello sull’antiriciclaggio che peraltro non esiste nella disciplina transalpina è presentato nell’identico testo.

Ma prima di intrattenerci sulla disciplina del decreto-legge 132/14 e su quella derivante dalla conversione del decreto[32] è opportuno gettare un ampio sguardo comparatistico  sulla disciplina.

  1. La procédure participative

 

2.1 I provvedimenti normativi e la genesi

Vi sono in Francia rimedi alternativi al giudizio diversi dalla conciliation e dalla médiation.

Tra il 2010 ed il 2012 è stato introdotto uno strumento di risoluzione amichevole delle controversie, la procédure participative che può essere utilizzata dalle parti assistite obbligatoriamente da avvocato.

Mancano ancora i decreti attuativi che dovevano essere emanati entro il settembre 2011 dall’Esecutivo e così non è stato: la disciplina che sia chiara e precisa è considerabile in vigore dal 23 gennaio 2012[33].

L’art. 4 c. 4 della legge di riforma di alcune professioni tra cui quella di avvocato (v. titolo I , capitolo I[34]) stabilisce poi che “Nessuno può, se non è avvocato, assistere una parte nella procedura partecipativa prevista dal codice civile[35].

La procédure participative è stata inserita nel 2010 nel Codice civile[36] e poi disciplinata nel 2012 dal Codice di rito[37] che fa riferimento alla disciplina del Codice Civile.

Il suo cammino inizia nel 2008 con il rapporto “L’ambition raisonnée d’une justice apaisée” di Serge Guinchard, presidente della Commissione per la ripartizione del contenzioso[38].

In questo corposo documento si specifica che la procédure participative è stata ispirata ai membri della Commissione dal diritto collaborativo nordamericano.

Ma l’articolazione dell’istituto che comprende una fase extragiudiziaria nella quale può essere eventualmente investito un perito della soluzione di un controversia ha, come vedremo, radici molto antiche[39].

 La Commissione Guinchard[40] nel suo rapporto indicava peraltro nel diritto collaborativo evidenti limiti sia in termini di costi, sia con riferimento all’assistenza dell’avvocato che è compressa alla fase stragiudiziale.

Appare qui di qualche interesse riportare il passo pertinente del rapporto.

La Commissione ha voluto ispirarsi alla prassi del Nord America conosciuta come “diritto collaborativo” per suggerire la nascita in Francia di una nuova modalità di risoluzione dei conflitti, la “procedura partecipativa” di negoziazione assistita tramite avvocato.

Il diritto collaborativo

Il diritto collaborativo ha registrato una forte crescita negli ultimi quindici anni negli Stati Uniti, dove è nato, e dove è ampiamente praticato in oltre 40 stati. Si è anche sviluppato rapidamente in Canada, Australia e Nuova Zelanda e ha fatto un notevole passo avanti in Europa. Data la portata del fenomeno, gli avvocati francesi hanno preso l’iniziativa in questi ultimi anni, di utilizzare i processi collaborativi come parte delle controversie familiari. Ampiamente usato nel campo, questo modo singolare di risoluzione delle controversie consensuale può comunque riguardare contestazioni di qualsiasi genere. Nei paesi dove è largamente praticato, il diritto collaborativo è usato nel diritto civile, nel diritto del lavoro, nel diritto delle assicurazioni, o per le successioni, ed in particolare il contenzioso commerciale[41].

Come per tutti i mezzi alternativi di risoluzione delle controversie, è vietato temporaneamente alle parti di ricorrere ai tribunali. Si va ben oltre, però.

La sua particolarità risiede nel fatto che si basa su una “carta di collaborazione” che obbliga le parti di un litigio ed i loro avvocati a compiere ogni sforzo per giungere a una soluzione consensuale. Più in particolare le obbligazioni dei firmatari importano che essi non possano considerare il ricorso giudiziario come un’alternativa preferibile.

A tal fine gli avvocati sono tenuti a ritirarsi dal procedimento quando una parte viola il patto ed adisce il giudice, ma pure se nutrono dubbi circa la reale intenzione del cliente o dell’altra parte di condurre efficacemente i negoziati.

Meglio ancora la sottoscrizione della carta vieta, in caso di fallimento della procedura, di rappresentare poi nel contenzioso una delle parti. Infine, è convenuto che i pezzi di informazioni scambiati durante il processo di collaborazione non possano essere utilizzati in qualsivoglia contenzioso successivo[42].

Queste caratteristiche fondano la forza del diritto collaborativo, ma ne mostrano anche i limiti. Avendo tutto da perdere dal fallimento della procedura collaborativa, le parti sono incitate a partecipare attivamente e utilmente nella ricerca di una soluzione negoziata. In Canada il Ministero della Giustizia ha effettuato uno studio sulla qualità del diritto collaborativo, i risultati, pubblicati nel 2005, hanno evidenziato l’impatto molto positivo dello sviluppo di queste procedure e l’alto livello di soddisfazione delle parti, soprattutto in materia familiare.

Tuttavia, non si può ignorare che ciò che promuove il successo del processo collaborativo è anche ciò che ne rende particolarmente drammatico il fallimento.

Coloro che non sono in grado di raggiungere una soluzione negoziata non avranno le risorse, finanziarie e probatorie, per avviare quelle azioni legali che poi rimangono ancora l’unica via d’uscita.

Quando l’accesso alla giustizia è in gioco, sembra difficile accettare di ragionare in termini di “tutto o niente” e di porre in una posizione di schiacciante sconfitta tutti coloro che non sono riusciti a raggiungere un pieno accordo[43].

L’introduzione in Francia di un processo partecipativo

Il diritto collaborativo è una sorta di ricerca di una transazione contrattualizzata, che coinvolge, oltre alle parti, i loro avvocati. A questo riguardo, è particolarmente interessante per ispirare, incoraggiare le parti a una soluzione negoziata della controversia, pur mantenendo un accesso più efficace alla giustizia.

Questo è l’oggetto della proposta della commissione, volta a creare in Francia un processo partecipativo di negoziazione assistita tramite avvocato.

Il piano adottato dalla Commissione si basa sul ruolo centrale della leadership e dell’assistenza di un avvocato. Esso funziona come segue.

Le parti del processo partecipativo, assistite dai loro avvocati si impegnano in esso volontariamente prima di qualsiasi contenzioso.

La loro volontà di sostenere la risoluzione della loro controversia prende la forma di una convenzione di partecipazione che li impegna a collaborare in buona fede per la risoluzione negoziata della controversia.

La capacità della procedura di soddisfare le esigenze specifiche delle parti è assicurata dal fatto che l’oggetto, i termini e fattori che determinano la soluzione sono contenuti nella convenzione di partecipazione.

Le parti devono determinare le questioni da cui dipende la risoluzione del litigio, gli elementi informativi necessari per l’elaborazione delle soluzioni e le modalità del loro scambio. Esse forniscono inoltre le regole che disciplineranno l’eventuale necessità di un perito e la sua retribuzione.

Il processo partecipativo è quindi in grado di estendere efficacemente la portata delle clausole di conciliazione che sono comunemente utilizzate, ma sono spesso a rischio per la loro evasività, ed indirettamente alimentano il contenzioso giudiziario che circonda la loro attuazione[44].

Si è naturalmente previsto che le parti si impegnino reciprocamente a non adire il giudice durante il corso del contratto partecipativo. Perché ciò sia proficuo, l’impegno a non adire il giudice deve produrre le stesse conseguenze procedurali che la Corte Suprema riconnette alle clausole preventive di conciliazione. E dunque una pronuncia di irricevibilità.

Il contratto partecipativo potrà prevedere, in conformità con la legge del 17 giugno 2008, una riforma della prescrizione civile, la sospensione del termine di prescrizione durante il corso del processo partecipativo, tranne nelle materie in cui tali accordi sono esclusi dalla legge.

Per renderlo più attraente e sicuro alla fine, la Commissione propone di coordinare pienamente il processo partecipativo con il sistema giudiziario.

In primo luogo prevedendo che l’accordo contenente la regolazione pattizia del litigio possa essere omologato dal giudice competente tramite una procedura di giurisdizione graziosa alla fine della quale sarà dotato di forza esecutiva nel caso in cui essa si rivelasse come necessaria.

Poi, perché in caso di disaccordo o di accordo parziale, le parti non siano costrette a rimettere tutto in causa dopo aver condotto una lunga procedura, è previsto un verbale per constatare l’accordo parziale e i punti su cui la controversia continua: il beneficio per le parti allora consiste nel poter adire al giudice con la sola rimessione al cancelliere del documento, accompagnato dalle produzioni pertinenti, perché da una parte siano omologati i punti di accordo e dall’altra si statuisca sui punti in disaccordo senza che la causa scada ad un livello precedente, dato l’avanzamento delle trattative tra le parti durante il processo partecipativo.

I tempi destinati alla negoziazione a monte della lite giudiziaria permettono anzi di accelerare gli ulteriori tempi processuali, in caso di fallimento totale o parziale della negoziazione[45].

La necessità di assistere e consigliare le parti durante i negoziati, e l’esito giudiziario del processo partecipativo, giustificano che ciascuna parte sia assistita dal suo legale nella conduzione del processo partecipativo.

L’assistenza di un avvocato pone le parti in grado di difendere i loro interessi nel modo più pertinente. Ecco perché si prevede che tutte le formalità siano espletate dalle parti con l’assistenza dei loro avvocati: la convenzione partecipativa è firmata e, se del caso, può essere variata dalle parti, sempre assistite dai loro avvocati; il riconoscimento della soluzione negoziata, dei punti restanti del litigio, della volontà delle parti di adire al giudice e gli accordi che posero fine alla procedura sono egualmente sottoscritti in presenza degli avvocati.

La commissione si è particolarmente preoccupata che il diritto di accesso al giudice sia preservato.

Da un lato, l’obbligo per l’avvocato, previsto dal diritto collaborativo, di ritirarsi se la trattativa fallisce, non è stabilito. D’altra parte, in caso di emergenza, è ancora possibile andare in tribunale per ottenere un ordine di misure provvisorie o conservative. Infine, in caso di violazione del contratto di una parte, il disposto lascia l’altra parte libera dal suo obbligo di non adire il tribunale[46].

Inoltre, per le materie prevedenti diritti indisponibili, la Commissione ha programmato un regime speciale, che garantisce il rispetto dei diritti in questione e che è costruito attorno ai seguenti principi.

In primo luogo le parti in queste materie, secondo le precisazioni che seguono, assistite dai loro avvocati adiscono il giudice, che statuisce con ordinanza sulla richiesta, se autorizzare la conduzione di una procedura partecipativa.

Per la procedura di divorzio e di separazione, comprese le liquidazioni successive, non è necessaria una preventiva autorizzazione del giudice per avviare un processo partecipativo; tuttavia, il riferimento al giudice e il procedimento dinanzi a lui restano soggetti alle disposizioni speciali in vigore.

D’altra parte, un accordo non può produrre effetti che dopo l’omologazione da parte del giudice competente a conoscere della questione, vale a dire, il giudice naturale, il cui coinvolgimento garantisce che accordo rispetti l’ordine pubblico e tuteli i diritti e gli interessi di alcuno.

Infine, su domanda del rappresentante del Consiglio Superiore del notariato, si precisa che la procedura partecipativa non pregiudica alcuna regola della pubblicità fondiaria, di modo che il ruolo del notaio è conservato, nel rispetto delle esigenze del decreto n. 55-22 del 4 gennaio 1955 e del decreto n. 55-1350 del 14 ottobre 1955.

La commissione ritiene che il processo partecipativo sia ben progettato, a seguito dell’accordo formalizzato e della sua relazione con il sistema giudiziario, un quadro giuridico prevedibile e sicuro per le parti, incoraggiate a risolvere la loro controversia amichevolmente con l’assistenza dei loro avvocati[47].

La nuova esperienza giuridica della procédure participative, emendata dai difetti del diritto collaborativo, almeno a dire della predetta Commissione[48], è stata approvata[49] in prima lettura dal Senato nel febbraio del 2009 tramite le cure del proponente senatore Laurent Béteille, Governo favorevole, con lo scopo in realtà di limitare l’ambito della mediazione[50].

All’epoca era Guardasigilli Rachida Dati che sollecitò in un primo tempo il rapporto Guinchard e appoggiò poi l’operazione della procédure participative nel tentativo di farsi perdonare: nel 2008 il Ministro ebbe, infatti, a subire una massiccia mobilitazione di magistrati, avvocati e amministratori locali, tutti uniti contro la sua riforma che sopprimeva più di trecento giurisdizioni in Francia[51].

Il Guardasigilli sotto cui vennero invece approvati i provvedimenti di legge[52] che introdussero l’istituto (in vigore dal 23 gennaio 2012) fu Michel Mercier.

L’attuale Ministro della Giustizia, Christiane Taubira, è invece assolutamente favorevole alla mediazione[53], tanto che vuole introdurre la mediazione familiare obbligatoria per tutti i rapporti familiari[54].

Il Conseil national des barreaux (CNB)  tramite Jean-Marie Burguburu il suo presidente, al contrario vorrebbe[55] che si estendesse la negoziazione assistita come condizione di procedibilità a tutte le materie compresa quella familiare[56].

Gli esiti della procédure participative peraltro non confortano le pretese vantate dal CNB[57]: nel 2013 secondo un rapporto del Senato francese del 2014, sono state richieste solo 7 omologazioni diprocédure participative; ma anche le transazioni tra avvocati che sono possibili in Francia dagli anni ’90 hanno avuto soltanto 115 richieste di omologazione[58].

Mi sono intrattenuto sulle vicende storiche transalpine più recenti in buona sostanza per far comprendere che la stagione della negoziazione assistita in Francia si è sostanzialmente conclusa dopo soli due anni di vigenza contrariamente ad illustri e trionfalistiche opinioni (FRICERO) che avevano affermato “Cet objectif conduira à une déjudiciarisation de certains contentieux de masse, et la matière familiale en est une illustration topique !”.

Il 4 giugno 2014 il Ministero della Giustizia della Francese ha pubblicato una sintesi di contributi degli avvocati, cancellieri dei tribunali di commercio, degli ufficiali giudiziari e dei notai sulla giustizia nel 21° secolo .

In tale documento i rappresentanti degli avvocati, dei notai e degli ufficiali giudiziari evidenziano la necessità di una sorta di assicurazione per i cittadini che ricomprenda una consulenza legale più una mediazione o conciliazione preventiva obbligatoria e gratuita. Nessuno parla più di negoziazione assistita[59].

La scuola di mediazione del Bar Paris del resto gli dedica la miseria di tre ore nell’ambito del suo corso di 25 ore rivolto agli assistenti avvocati[60] e questo è un eloquente quanto negativo sintomo.

La responsabilità del fallimento viene imputata secondo alcuno al fatto che la legge non prevede in Francia una disciplina della riservatezza, ma i suoi limiti vanno pattuiti in convenzione[61], secondo altri al fatto che i clienti degli avvocati francesi preferiscono che sia il giudice a fissare l’importo delle parcelle dei loro avvocati e non vedono dunque di buon occhio la pattuizione delle competenze che va effettuata in convenzione.

Gli stessi COA nostrani peraltro non si sono sino ad ora impegnati particolarmente nella diffusione dello strumento italiano, ossia della negoziazione assistita, prediligendo invece la formazione in materia arbitrale.

2.2 Uno sguardo comparato

Del resto se allarghiamo lo sguardo comparatistico osserviamo che le procedure gestite autonomamente da avvocati non hanno dato, perlomeno negli ultimi cinquanta anni,  risultati positivi: è a tutti noto ad esempio come la discovery statunitense sia stata sottratta agli avvocati negli anni ’80 e posta sotto il controllo del giudice anche a motivo degli alti costi che generava[62].

Tanto meno ci sono stati in Europa risultati degni di nota quando si è trattato di procedure costruite come condizioni di procedibilità e con omologazione del giudice, come nel caso della negoziazione assistita italiana odierna: si è fatta la prova in Grecia già nel 1995 (Απόπειρα εξώδικης επίλυσης[63]) ed in Romania nel 2000 (Conciliere directã)[64], ma i risultati sono stati fallimentari[65] e perlomeno in Romania, nel tentativo di rilanciare un istituto che appunto coinvolgeva gli avvocati, si è pensato alla fine di inviarli in alternativa, in mediazione[66]. In Grecia si è introdotto in particolare un tentativo obbligatorio preventivo[67] per i procedimenti di diritto privato che rientrano in funzione della loro materia nella giurisdizione del tribunale collegiale di primo grado e per i quali il diritto sostanziale consente la conciliazione[68].

Quando registra l’atto iniziale del procedimento e fissa la data dell’udienza, il cancelliere appone, sull’originale e sulle copie, un timbro leggibile recante l’indicazione che l’udienza avrà luogo soltanto previo tentativo di “soluzione extragiudiziale della controversia”[69].

La convocazione in udienza deve comprendere anche l’invito al convenuto a presentarsi presso l’ufficio dell’avvocato o del collegio di avvocati del ricorrente in un determinato giorno e ora, per cercar di giungere alla risoluzione extragiudiziale della controversia.

La parte così convocata deve presentarsi accompagnata dal proprio avvocato o deve essere rappresentata da un avvocato munito di procura.

Gli avvocati possono stabilire di comune accordo un’altra data per tale incontro o rimandarlo a un altro giorno ed ora, stabilendo il luogo.

Gli incontri per la risoluzione extragiudiziale delle controversie si tengono nell’arco di tempo fra il quinto giorno dopo la notificazione del procedimento e il trentacinquesimo giorno prima della data stabilita per l’udienza[70].

Durante l’incontro le parti, accompagnate dai loro avvocati o rappresentate dagli avvocati ai quali hanno dato procura, e assistite se lo desiderano da una terza persona scelta di comune accordo[71], esaminano l’intera controversia e l’eventuale replica del convenuto, senza esser vincolate dalle disposizioni del diritto sostanziale.

Nel caso si avvalgano di un terzo se il tentativo non riesce, in tutto o in parte, esso non può essere sentito in un successivo giudizio in qualità di testimone o di  esperto o come consulente tecnico o non può essere autorizzato a partecipare causa a qualsiasi titolo[72].

Le parti si servono di tutti i mezzi opportuni per accertare i fatti principali ed i punti sui quali vi è accordo o disaccordo, nonché le conseguenze accettate o contestate, nell’intento di giungere a una risoluzione reciprocamente accettabile della controversia, nella sua interezza o in parte.

Se giungono a una risoluzione integrale o parziale della controversia, si redige il verbale, che è esente da tributi, indicandovi i termini dell’accordo e, in particolare, la natura del diritto riconosciuto, l’importo della prestazione dovuta e l’eventuale termine di adempimento.

L’accordo si limita alla controversia in oggetto.

Inoltre, si determinano i costi previsti all’articolo 176 e seguenti del CPC.

Il verbale viene datato e firmato dalle parti o dai loro avvocati, nel numero di originali equivalente al numero delle parti o gruppi di parti[73].

 Ogni parte può presentare il proprio originale del verbale al presidente del tribunale collegiale di primo grado presso il quale è pendente il caso, e chiederne la omologa.

Il presidente omologa il verbale dopo aver accertato che: a) la controversia può essere risolta in via “extragiudiziale” ai sensi del paragrafo 1; b) il verbale è stato firmato a norma di legge; c) nel verbale sono indicati con chiarezza il diritto riconosciuto e l’eventuale importo della prestazione dovuta.

Se la controversia comprende anche la richiesta di rigetto della domanda della parte avversa, la ratifica del verbale costituisce titolo esecutivo e il presidente emana contemporaneamente l’ordine di esecuzione.

Se l’obiettivo era esclusivamente una pronuncia pregiudiziale, nel verbale viene indicato il diritto riconosciuto. In ogni caso la ratifica del verbale comporta l’estinzione del processo[74].

Se non si raggiunge un accordo, viene redatto e firmato il verbale dell’insuccesso del tentativo di “soluzione alternativa alla controversia”, nel quale si possono indicare anche i motivi.

Se non viene firmato un verbale comune, l’avvocato del ricorrente o di un’altra parte diligente redige una dichiarazione, nella quale si possono indicare anche i motivi dell’insuccesso.

Una dichiarazione analoga può essere redatta anche dall’avvocato della parte avversa.

Il verbale o le dichiarazioni riguardanti l’insuccesso vengono depositati durante l’udienza assieme alle conclusioni.

In caso di accordo parziale non è richiesta la stesura di un verbale specifico o di dichiarazioni[75].

Purtroppo questo tipo di ΕΤΕΔ non ha dato grandi risultati, ovvero non ha dato luogo a molti accordi extragiudiziali.

Altra esperienza che richiama la soluzione approntata dall’Italia è appunto quella rumena.

Ma anche qui le cose non sono andate come preventivato.

La legislazione rumena[76] prevede l’istituto della “conciliazione diretta” tra le parti nelle controversie commerciali.

L’art. 109 del Codice di procedura civile della Romania stabilisce che chi rivendica un diritto contro un’altra persona deve fare una richiesta davanti al giudice competente. Nei casi specificatamente previsti dalla legge però la citazione al giudice competente può essere operata solo dopo il compimento di una procedura preliminare, alle condizioni stabilite da tale legge.

La prova della procedura preliminare deve essere allegata alla citazione.

Un caso specifico che necessita la procedura preliminare è stato inserito con il decreto n. 138/2000, che ha appunto introdotto l’art. 720 1[77] C.p.c., a tenore del quale rapporti  commerciali in contestazione, quando sono suscettibili di valutazione pecuniaria, devono essere preventivamente risolti attraverso la conciliazione diretta (conciliere directa) con l’altra parte.

La conciliere directa in sostanza di una specie di discovery obbligatoria: il richiedente s’incontra con la parte avversa che lo informa per iscritto delle domande giudiziali che svolgerà e della loro base giuridica, e di tutti i documenti che li supportano.

L’incontro vero e proprio di conciliazione avviene decorsi 15 giorni da tale scambio.

La conciliazione intervenuta si formalizza un documento scritto che mostra i crediti reciproci in materia e punto di vista di ciascuna parte.

Va ribadito che la legge 202/10 da ultimo introduce sempre nel caso dei rapporti commerciali l’alternatività con la mediazione che a questo punto diviene, in quanto eletto nel caso, uno strumento obbligatorio[78] .

E dunque il legislatore rumeno ha deciso di potenziare l’incontro delle parti inserendo la presenza di un terzo neutrale.

Continua in allegato Negoziazione assistita2

[1] Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile. Il decreto è entrato in vigore oggi 13-9-2014.

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario;jsessionid=GvFgrUuTKrmJ415FSOzDLQ__.ntc-as5-guri2b?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2014-09-12&atto.codiceRedazionale=14G00147&elenco30giorni=false

Per la relazione tecnica che è dell’11 settembre 2014 v.http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00801694.pdf

[2] Il decreto si compone di sette capi: il capo I reca disposizioni per l’eliminazione dell’arretrato e il trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti civili pendenti; il capo II disciplina la procedura di negoziazione assistita da un avvocato; il capo III prevede ulteriori disposizioni per la semplificazione dei procedimenti di separazione personale e di divorzio; il capo IV è dedicato alle disposizioni volte a garantire la funzionalità del processo civile di cognizione; il capo V riguarda la tutela dei crediti e l’accelerazione e semplificazione del procedimento di esecuzione forzata; il capo VI è dedicato all’organizzazione giudiziaria; infine, il capo VII concerne le disposizioni finali e reca la disciplina relativa alla copertura finanziaria.

[3] http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/44818.htm

[4] Cfr. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/testi/44818_testi.htm

[5] Con 161 voti favorevoli 51 contrari.

[6] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLMESS/806267/index.html

[7] In particolare agli articoli 2,3,4,6,7,9, 10 e 11.

[8] Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, recante misure urgenti di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo civile. http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/aula/44906_aula.htm

[9] Precisamente per la 24a volta.

[10] Cfr. per il testo integrato http://mediaresenzaconfini.org/2014/10/24/arbitrato-e-negoziazione-assistita-al-231014-approvazione-del-senato/

[11] GU Serie Generale n.261 del 10-11-2014 – Suppl. Ordinario n. 84

[12] http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2014-11-10&atto.codiceRedazionale=14G00175&elenco30giorni=false

[13] Art. 3 comma 8 L. 162/14

[14] 1) Giustizia civile: riduzione dei tempi. Un anno in primo grado

2) Giustizia civile: dimezzamento dell’arretrato.

3) Corsia preferenziale per le imprese e le famiglie

4) Csm: più carriera per merito e non grazie alla “appartenenza”

5) Csm: chi giudica non nomina, chi nomina non giudica;

6) Responsabilità civile dei magistrati sul modello europeo

7) Riforma del disciplinare delle magistrature speciali (amministrativa e contabile);

8) Norme contro la criminalità economica (falso in bilancio, autoriciclaggio);

9) Accelerazione del processo penale e riforma della prescrizione;

10) Intercettazioni (diritto all’informazione e tutela della privacy);

11) Informatizzazione integrale del sistema giudiziario;

12) Riqualificazione del personale amministrativo.

Cfr. https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_7.wp

[15] Il dato era probabilmente un poco sovrastimato.

L’11 settembre 2014 la reazione tecnica (v. p. 20) al decreto legge (http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00801694.pdf) assumeva che in negoziazione assistita ordinaria andassero 35.000 procedure, in quella familiare 10.000 (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/801884/index.html):  si sono perse dunque 15.000 pratiche rispetto al primo annuncio. La nota del Bilancio peraltro assume che i 35.000 procedimenti sono una mera ipotesi.

E dunque di certe per la nota del bilancio avremmo solo 10.000 controversie (a fronte di un arretrato di 5.257.693); visto che la relazione tecnica stima poi che 7.000 controversie andranno davanti all’ufficiale di stato civile (oggi Sindaco), la portata teorica di questa riforma sarebbe di 18.000 controversie a fronte delle ventilate 60.000. I posteri ci daranno il dato effettivo.

[16] Misure di degiurisdizionalizzazione ed altri interventi per la definizione dell’arretrato in materia di processo. Conciliazione con l’assistenza degli avvocati (negoziazione assistita) civile.https://www.giustizia.it/giustizia/it/contentview.wp;jsessionid=8F13BCFA504626A766F3A9B5ABB3906E.ajpAL03?previsiousPage=mg_2_7_1&contentId=ART1040203

[17] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_29_6_2.wp

[18] Cfr. http://www.avvocatitriveneto.it/wp-content/uploads/2011/07/12.-Procedura-partecipativa-AIAF-UNCC-Triveneto.pdf; http://www.avvocatitriveneto.it/wp-content/uploads/2014/03/NEGOZIAZIONE-ASSISTITA-e-CAMERE-ARBITRALI.pdf

[19] “Disciplina della procedura partecipativa di negoziazione assistita da un avvocato” – Atto Camera 4376. Cfr. http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0049450

[20] “Disposizioni in materia di procedura partecipativa di negoziazione assistita da un avvocato” – Atto Senato n.  2774 http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Ddlpres&leg=16&id=619604

[21] “L’articolo 1 della proposta di legge definisce le finalità della convenzione e prevede l’obbligo deontologico di avvisare i clienti sulla possibilità di ricorrervi. È anche prevista la possibilità di ricorrere all’ausilio di un mediatore designato da un organismo di mediazione, di un mediatore familiare o, per gli aspetti tecnici della questione, di esperti e di consulenti”.

[22] Legge n. 2010-1609 del 22 dicembre 2010.

[23] Fare per fermare il declino.

[24] Cfr. http://www.fermareildeclino.it/far-funzionare-la-giustizia-ecco-come

[25] “Disposizioni in materia di procedura partecipativa di negoziazione assistita da un avvocato” -Atto Senato n. 148. http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/698858/index.html

[26] Biffoni, Leva, Tartaglione, Zanin.

[27] Disposizioni concernenti l’istituzione delle camere arbitrali dell’avvocatura presso gli ordini forensi, la disciplina della procedura di negoziazione assistita da un avvocato e misure di liberalizzazione e semplificazione del passaggio di proprietà di beni immobili – Atto Camera n. 1474; al 14 gennaio 2015 non è ancora iniziato l’esame.

[28] V. gli art. 23, 28, 30, 32, 35 e 39.

[29] In Francia tale formulazione considerava essenzialmente la pattuizione contrattuale della mediazione.

[30] Si  stabilisce, infatti, nel libro V che “Le parti di una controversia possono, di propria iniziativa e alle condizioni stabilite nel presente libro, cercare di risolvere amichevolmente con l’assistenza di un mediatore, di un conciliatore di giustizia o come parte di un processo partecipativo, dei loro avvocati” .

[31] Come nella disciplina francese.

[32] Legge 10 novembre 2014, n. 162.

[33] “Son   entrée   en   vigueur   était   subordonnée   à l’intervention de décrets d’application qui devaient intervenir au plus tard le    1er septembre 2011 (L. 22 déc. 2010, art. 43). À ce jour, ses décrets n’ayant toujours pas été publiés par le pouvoir exécutif, la loi n’en demeure pas moins applicable, dès lors que ses dispositions sont suffisamment claires et précises (Crim., 9 juill. 2003 : Bull. n° 138)”. Jerome Bônnard. Les nouveaux privileges des avocats: fiducie, convention de procédure participative, acte privé contresigné.. 2011. <halshs-00654252>

[34] Titre Ier: Création et organisation de la nouvelle profession d’avocat Chapitre Ier: Dispositions générales.

[35] Loi n° 71-1130 du 31 décembre 1971 portant réforme de certaines professions judiciaires et juridiques. In http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexteArticle.do?cidTexte=JORFTEXT000000508793&idArticle=LEGIARTI000006902784&dateTexte=&categorieLien=cid

[36] Art. 37 legge n. 2010-1609 del 22 dicembre 2010 che ha introdotto gli articoli che vanno da 2062 a 2067 del Codice civile.

[37] Art. 2 del Decreto n. 2012-66 del 20 gennaio 2012 – art. 2 Titolo II del libro V: Il processo partecipativo (articoli 1542- 1564).

[38] Si può trovare in http://www.ladocumentationfrancaise.fr/var/storage/rapports-publics/084000392/0000.pdf

[39] Bisogna dire che i Francesi hanno con la consulenza tecnica un rapporto secolare e che i loro provvedimenti tramite l’opera di Napoleone  hanno influenzato la legislazione di mezza Europa e significativamente quella del nostro paese.

[40] Cfr. in particolare da pag. 168 in poi.

Si può trovare in http://www.ladocumentationfrancaise.fr/var/storage/rapports-publics/084000392/0000.pdf

[41] Section 3 – La procédure participative de négociation assistée par avocat

La commission a souhaité s’inspirer de la pratique nord-américaine dite du « droit collaboratif », pour proposer l’émergence en France d’un nouveau mode de règlement des conflits, la « procédure participative » de négociation assistée par avocat.

Le droit collaboratif nord-américain

Le droit collaboratif a connu un fort développement depuis une quinzaine d’années aux États-Unis, où il est né, et où il est largement pratiqué dans plus de 40 États. Il s’est également rapidement développé au Canada, en Australie et en Nouvelle-Zélande et a fait une percée remarquable en Europe. Face à l’ampleur du phénomène, des avocats français ont pris l’initiative, depuis quelques années, de recourir à des processus collaboratifs dans le cadre de contentieux familiaux. Très utilisé dans ce domaine, ce mode singulier de règle- ment consensuel des différends peut néanmoins appréhender des litiges de toute nature. Dans les pays qui le pratiquent déjà à grande échelle, le droit collaboratif est utilisé en droit de la responsabilité, droit du travail, droit des assurances ou encore pour le règlement des successions, des litiges commerciaux notamment.

[42] Comme tout mode alternatif de règlement des conflits, il interdit provisoirement aux parties de recourir au juge. Il va néanmoins beaucoup plus loin. Sa particularité tient à ce qu’il repose sur une « charte collaborative » qui oblige non seulement les parties au litige, mais également leurs avocats, à tout mettre en œuvre pour aboutir à une solution consensuelle. Plus précisément, les obligations découlant de cette charte s’articulent de manière à ce qu’aucun des signataires ne puisse envisager le recours au juge comme une alternative préféra- ble. À cette fin, les avocats sont tenus de se désengager de la procédure dès lors que l’une des parties rompt le pacte en saisissant le juge, mais également s’ils ont le moindre doute quant à la volonté réelle de leur client ou de l’autre partie d’avancer efficacement dans la négociation. Mieux encore, la signature de la charte leur interdit, en cas d’échec de la procédure, de représenter ultérieurement l’une quelconque des parties dans le cadre d’une procédure contentieuse. Enfin, il est convenu que les éléments d’information échangés au cours de la procédure collaborative ne peuvent être utilisés dans une éventuelle procédure contentieuse ultérieure.

[43] Ces traits caractéristiques font la force du droit collaboratif, mais ils en montrent également les limites. Ayant tout à perdre dans l’échec de la procé- dure collaborative, les parties sont effectivement incitées à participer activement et utilement à la recherche d’une solution négociée. Au Canada, le ministère de la Justice a mené une étude qualitative concernant le droit collaboratif, dont les conclusions, rendues publiques en 2005, ont mis en évidence l’impact très positif du développement de ces procédures et le niveau élevé de satisfaction des parties, notamment en matière familiale.Pour autant, on ne peut ignorer que ce qui favorise le succès du pro- cessus collaboratif est en même temps ce qui rend son échec particulièrement dramatique. Ceux qui n’auront pu aboutir à une solution négociée n’auront plus les moyens, financiers et probatoires, de se lancer dans une procédure judiciaire qui demeure alors pourtant leur seule issue. Lorsque l’accès à la justice est en jeu, il paraît difficilement acceptable de raisonner en termes de « tout ou rien » et de placer en situation d’échec insurmontable tous ceux qui ne seront pas par- venus à un accord total.

[44] L’introduction en France d’une procédure participative

Le droit collaboratif constitue une forme de recherche transaction- nelle contractualisée, faisant intervenir, en sus des parties, leurs avocats. À cet égard, il apparaît particulièrement intéressant de s’en inspirer, pour inciter les parties à la résolution négociée de leur différend, tout en préservant davantage leur accès effectif à la justice. Tel est l’objet de la proposition de la commission, tendant à créer en France une procédure participative de négociation assistée par avocat.

Le schéma retenu par la commission est fondé sur le rôle central d’impulsion et d’assistance des avocats. Il se décline de la façon suivante.

Les parties à la procédure participative, assistées de leurs avocats, s’y engagent volontairement avant toute procédure contentieuse. Leur volonté de prendre en charge la résolution de leur différend prend la forme d’une conven- tion de participation qui les engage à œuvrer conjointement et de bonne foi à la résolution négociée du différend. La capacité de la procédure à répondre aux besoins particuliers des parties est assurée par le fait que l’objet, les modalités et les éléments déterminant la solution sont inscrits dans la convention de parti- cipation. Les parties y déterminent nécessairement les questions qu’impliquent la résolution du litige, les éléments d’information nécessaires à l’élaboration des solutions et les modalités de leur échange. Elles prévoient également les règles qui encadreront l’éventuelle intervention d’un technicien et sa rémunération. La procédure participative est ainsi apte à prolonger utilement les clauses de conci- liation qui sont d’usage courant mais qui risquent souvent, par leur imprécision, de nourrir indirectement le contentieux judiciaire autour de leur mise en œuvre.

[45] Il est naturellement prévu que les parties s’engagent mutuellement à ne pas saisir le juge pendant le cours du contrat participatif. Pour qu’il soit complet, l’engagement de ne pas saisir le juge doit produire les mêmes conséquences procédurales que celles qui sont attachées par la Cour de cassation aux clauses de conciliation préalable. Il s’agira donc d’une fin de non-recevoir. Le contrat participatif pourra prévoir, conformément à la loi du 17 juin 2008 réformant la prescription civile, la suspension du délai de prescription pendant le cours de la procédure participative, sauf dans les matières où de tels accords sont exclus par ladite loi. Pour la rendre attractive et en sécuriser l’issue, la commission propose d’articuler de manière complète la procédure participative avec le système judiciaire. D’abord, en prévoyant que l’accord constatant le règlement consen suel du litige peut être homologué par le juge compétent dans le cadre d’une procédure gracieuse de sorte qu’il sera doté de la force exécutoire lorsque cela sera nécessaire. Ensuite, parce qu’en cas de désaccord ou d’accord partiel, les parties ne sont pas contraintes de tout remettre en cause dans le cadre d’une lon- gue procédure contentieuse : un procès-verbal est prévu pour constater l’accord partiel ainsi que les points sur lesquels le litige persiste ; l’avantage pour les par- ties consiste alors à pouvoir saisir la juridiction compétente par la seule remise au greffe de ce document, accompagné des pièces utiles, pour, d’une part, homologuer les points d’accord et, d’autre part, statuer sur les points de désaccord sans que l’affaire soit renvoyée à la mise en l’état, compte tenu de l’avancement des échanges entre les parties pendant le cours de la procédure participative. Le temps consacré à la négociation en amont de la procédure judiciaire permet ainsi d’accélérer le déroulement d’une procédure judiciaire ultérieure, en cas d’échec total ou partiel de la négociation.

[46] La nécessité d’assister et de conseiller les parties tout au long de la négociation, ainsi que le dénouement judiciaire de la procédure participative, justifient que les parties soient chacune assistées de leur avocat pour conduire la procédure participative. L’assistance par un avocat place les parties en mesure de défendre leurs intérêts de la manière la plus pertinente. C’est pourquoi il est prévu que l’ensemble des formalités doit être accompli par les parties avec l’assistance de leurs avocats : la convention de participation est signée et, le cas échéant, modifiée par les parties, toujours assistées de leurs avocats ; la consta- tation de la solution négociée, des points restant litigieux ou de la volonté des parties de se tourner désormais vers le juge et les accords qui mettent un terme à la procédure sont également signés en présence des avocats.

La commission s’est particulièrement attachée à ce que le droit d’accès à un juge soit préservé. D’une part, l’obligation qui est faite à l’avocat, en droit collaboratif, de se déporter en cas d’échec de la négociation, n’est pas reprise. D’autre part, en cas d’urgence, il demeure possible de saisir le juge aux fins d’ordonner des mesures provisoires ou conservatoires. Enfin, en cas d’inexécution de ses obligations par l’une des parties, le dispositif délie l’autre partie de son obligation de ne pas saisir la justice.

[47] En outre, pour les matières dans lesquelles les droits sont indispo- nibles, la commission a prévu un régime spécifique, garantissant le respect des droits en cause et s’articulant autour des grands principes suivants.

D’une part, dans ces matières, et sous réserve des précisions qui suivent, les parties assistées de leurs avocats sollicitent du juge, qui statue par ordonnance sur requête, l’autorisation d’engager une procédure participative. Pour les procédures de divorce et de séparation de corps, en ce compris les liquidations subséquentes, l’autorisation préalable du juge n’est pas nécessaire pour engager une procédure participative; en revanche, la saisine du juge et la procédure suivie devant lui demeurent soumises aux dispositions spéciales en vigueur.

D’autre part, un accord ne pourra produire d’effet qu’après son homologation par le juge compétent pour connaître de la matière, c’est-à-dire le juge naturel, dont l’intervention permet de s’assurer que l’accord respecte l’ordre public et préserve les droits et intérêts de chacun.

Enfin, à la demande du représentant du Conseil supérieur du nota- riat, il est précisé que la procédure participative ne préjudicie pas aux règles de la publicité foncière, de façon à ce que le rôle du notaire soit préservé, dans le respect des exigences du décret no 55-22 du 4 janvier 1955 et du décret no 55- 1350 du 14 octobre 1955.

La commission considère que la procédure participative ainsi conçue constitue, en raison de la convention formalisée et de son articulation avec le système judiciaire, un cadre juridique prévisible et sécurisant pour les parties, incitant celles-ci à résoudre leur litige à l’amiable, avec l’assistance de leurs avocats.

[48] Non per gli organismi di mediazione.

Cfr. http://fr.wikimediation.org/images/9/95/CPMN_Communique_23mars2009.pdf

[49] Proposition de loi relative à l’exécution des décisions de justice et aux conditions d’exercice de certaines professions réglementées

[50] http://fr.wikipedia.org/wiki/Laurent_B%C3%A9teille

[51]http://fr.wikimediation.org/images/9/95/CPMN_Communique_23mars2009.pdf;http://it.wikipedia.org/wiki/Rachida_Dati

[52] Art. 37 della legge n. 2010-1609 del 22 dicembre 2010 che ha introdotto gli articoli che vanno da 2062 a 2067 del Codice civile; art. 2 del Decreto n. 2012-66 del 20 gennaio 2012 – art. 2 Titolo II del libro V: Il processo partecipativo (articoli 1542- 1564).

[53] Nel paese transalpino esiste peraltro già la mediazione obbligatoria in sede sperimentale e sino al dicembre 2014 qualora si invochi la revisione delle modalità per l’esercizio della potestà dei genitori o del contributo al mantenimento e all’educazione del bambino. Evidentemente il Ministro vuole estendere la mediazione familiare obbligatoria avendo dato la stessa buoni frutti.

[54] Cfr. http://mediaresenzaconfini.org/2014/09/10/che-cosa-pensa-il-ministro-della-giustizia-francese-della-mediazione/

[55]http://www.leparisien.fr/espace-premium/actu/les-avocats-doivent-proposer-des-forfaits-11-02-2014-3578877.php#xtref=https%3A%2F%2Fwww.google.it%2F

La stima degli avvocati in Francia non è stata mai così bassa.

Il 4 aprile 2014 un deputato, Mr. Damien Abad,  si è posto il problema di capire ed ha fatto una interrogazione parlamentare sul punto, se non sia possibile che una persona depositi un ricorso al Tribunale di Grande istanza (il nostro tribunale) senza assistenza legale visto che né la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, né la convenzione europea dei diritti dell’uomo richiamano la necessarietà dell’assistenza legale. Cfr. sul punto http://questions.assemblee-nationale.fr/q14/14-53052QE.htm

[56] In Francia la negoziazione assistita è assolutamente volontaria.

[57] Dobbiamo dire però che da ultimo il CNB si è dimostrato “imparziale”. “L’avocat, acteur des modes amiables de résolution des différends” è un brochure che il CNF francese (CNB) ha preparato nell’ottobre del 2014 per divulgare la cultura dei MARC (così chiamano gli ADR in Francia). Si spiega ad esempio che ci sono ben dieci buone ragioni per andare in mediazione e farsi accompagnare da un avvocato. Che circa l’84% delle imprese che hanno partecipato ad una mediazione (Rapporto Magendie) si sono dichiarate soddisfatte. Che il 99% degli accordi in mediazione hanno avuto esecuzione spontanea.Che la presenza dell’avvocato favorisce gli accordi per il 50%. Che in Francia ci sono ben 64 centri di mediazione gestiti dall’avvocatura. Questa apertura alla mediazione è forse dovuta al fatto che a prescindere dalla parificazione di legge e dalle direttive del Governo, il CNB ha dovuto tener conto dei dati disastrosi sulla n.a. e di uno Studio. L’Istituto IPSOS su richiesta del Consiglio Nazionale Forense di Francia (CNB), ha realizzato uno studio (cfr.http://blogcdcl.wordpress.com/) per conoscere gli usi delle società in materia di ADR e le loro esigenze e aspettative.

I risultati sono stati i seguenti:

– I conflitti sono legati a una violazione del contratto e coprono il 96% delle PMI

– Un terzo delle PMI ha incontrato nel corso degli ultimi tre anni un conflitto relativo a una violazione del contratto

– La disponibilità ad una risoluzione amichevole è indiscutibile, ma le aziende non rinunciano al processo

– Una risoluzione deve essere veloce e contribuire a mantenere le relazioni

– Solo una società su 10 ha utilizzato l’ADR

– Le aziende, una volta informati sono interessate a verificare i benefici: velocità, efficienza, mantenimento delle buone relazioni e basso costo

– Alla fine dell’intervista il 72% delle imprese ha previsto di inserire una clausola nel loro contratto per obbligarsi all’uso di un ADR

http://encyclopedie.avocats.fr/GED_BWZ/199905791718/%5BCNB%5D_Justice_21eme_siecle_-_Modes_amiables_de_resolution_des_differends_%5Boct._2014%5D.pdf

[58] http://www.senat.fr/rap/r13-404/r13-4045.html

[59]

Synthesis des contributions des professions d’avocats, greffiers des tribunaux de commerce, huissiers de justice et notaires sur la Justice du XXIème siècle. In

http://www.justice.gouv.fr/publication/justice21-synthese-contributions-professions.pdf

[60] http://dl.avocatparis.org/Ecole_Mediation/pdf/170913_EdlM-Programme-A4-septembre-PRINT.pdf

[61] Jerome Bônnard. Les nouveaux privileges des avocats: fiducie, convention de procédure participative, acte privé contresigné op cit.

[62] In oggi peraltro i costi sono rimasti e dunque si è introdotta quella telematica.

[63] 214 Α C.p.c. (Tentativo di transazione giudiziaria).

[64] Art. 720 C.p.c.

[65] Cfr. per la Grecia http://ec.europa.eu/civiljustice/adr/adr_gre_it.htm

Per la Romania v.  ad es. Concilierea directa, procedura obligatorie daca vrei sa-ti obtii banii de la debitori in instanta in  http://jurefani.wordpress.com/2012/03/05/concilierea-directa-procedura-obligatorie-daca-vrei-sa-ti-obtii-banii-de-la-debitori-in-instanta/

[66] Art. 42 Legea 202/2010.

[67] Art. 214 A che è entrato in vigore nel 2000 e che è stata modificato nel 2002.

[68] “1. Αγωγές, που έχουν ως αντικείμενό τους διαφορές ιδιωτικού δικαίου, οι οποίες υπάγονται στην καθ’ ύλην αρμοδιότητα του πολυμελούς πρωτοδικείου κατά την τακτική διαδικασία, για τις οποίες επιτρέπεται κατά το ουσιαστικό δίκαιο να συνομολογηθεί συμβιβασμός, δεν μπορεί να συζητηθούν, αν δεν προηγηθεί απόπειρα “εξώδικης* επίλυσης”*, σύμφωνα με τις διατάξεις των επόμενων παραγράφων”.

[69] “2. Κατά τη σύνταξη της έκθεσης κατάθεσης της αγωγής και τον ορισμό δικασίμου ο γραμματέας θέτει στο πρωτότυπο και στα αντίγραφα ευδιάκριτη σφραγίδα ότι συζήτηση δεν επιτρέπεται αν δεν προηγηθεί απόπειρα “εξώδικης* επίλυσης της διαφοράς”.

[70] “3. Στην κλήση για συζήτηση πρέπει να περιλαμβάνεται και πρόσκληση προς τον εναγόμενο να προσέλθει στο γραφείο του δικηγόρου του ενάγοντος ή στα γραφεία του δικηγορικού συλλόγου του τελευταίου ορισμένη ημέρα και ώρα, με αντικείμενο την απόπειρα εξώδικης επίλυσης της διαφοράς. Αν η επίσπευση γίνεται από τον εναγόμενο ή από άλλο διάδικο, αυτός προσκαλεί τον αντίδικο στο γραφείο του δικηγόρου του ή στα γραφεία του δικηγορικού συλλόγου του τελευταίου. Ο προσκαλούμενος οφείλει να παραστεί με δικηγόρο ή να εκπροσωπηθεί από δικηγόρο εφοδιασμένο με την κατά το άρθρο 98 ειδική πληρεξουσιότητα. Στη συνάντηση μπορεί να κληθεί και ο τυχόν προσεπικαλούμενος. Οι δικηγόροι μπορούν από κοινού να ορίσουν άλλη ημερομηνία συνάντησης ή να αναβάλλουν τη συνάντηση για άλλη ημέρα και ώρα σε ορισμένο τόπο. Οι συναντήσεις για την εξώδικη επίλυση της διαφοράς πραγματοποιούνται μέσα στο χρονικό διάστημα από την πέμπτη ημέρα μετά την επίδοση της αγωγής έως την τριακοστή πέμπτη ημέρα πριν από τη δικάσιμο.”

[71] Si tratta dunque di un tentativo di conciliazione anche senza la presenza di un terzo, o addirittura di una negoziazione tra avvocati.

[72] “4. Κατά τη συνάντηση οι διάδικοι με τους δικηγόρους τους ή εκπροσωπούμενοι από τους πληρεξούσιους δικηγόρους τους, επικουρούμενοι, εφόσον το επιθυμούν, και από τρίτο πρόσωπο κοινής επιλογής, εξετάζουν ολόκληρη τη διαφορά καθώς και την τυχόν ανταγωγή του εναγομένου, χωρίς να δεσμεύονται από τις διατάξεις του ουσιαστικού δικαίου. Χρησιμοποιούν όλα τα πρόσφορα μέσα για να εξακριβώσουν τα κρίσιμα περιστατικά και τα σημεία συμφωνίας και διαφωνίας τους, καθώς και τις συνέπειες που δέχονται ή αμφισβητούν, ώστε να επιτύχουν αμοιβαίως αποδεκτή λύση της διαφοράς, εν όλω ή εν μέρει. Το τρίτο πρόσωπο κοινής επιλογής που μετέσχε τυχόν στη συνάντηση, έστω και σε μέρος της, αν η απόπειρα αποτύχει εν όλω ή εν μέρει και ακολουθήσει συζήτηση της διαφοράς, δεν εξετάζεται ως μάρτυρας ούτε μπορεί να οριστεί ως πραγματογνώμονας ή τεχνικός σύμβουλος ούτε επιτρέπεται να μετάσχει στην εκδίκαση με οποιαδήποτε ιδιότητα.”

[73] “5. Αν οι διάδικοι καταλήξουν σε ολική ή μερική λύση της διαφοράς, συντάσσεται ατελώς πρακτικό στο οποίο αναγράφεται το περιεχόμενο της συμφωνίας τους και ιδίως το είδος του αναγνωριζόμενου δικαιώματος, το ποσό της οφειλόμενης παροχής και οι τυχόν όροι υπό τους οποίους θα εκπληρωθεί. Η συμφωνία περιορίζεται στα όρια της ένδικης διαφοράς. Καθορίζονται επίσης και επιβάλλονται τα έξοδα κατά τις διατάξεις των άρθρων 176 επ.. Το πρακτικό χρονολογείται και υπογράφεται από τους διαδίκους ή από τους δικηγόρους τους, αν έχουν την κατά το άρθρο 98 ειδική πληρεξουσιότητα, σε τόσα αντίτυπα όσοι οι αντιδικούντες διάδικοι ή ομάδες διαδίκων”.

[74] “6. Κάθε διάδικος μπορεί, προσκομίζοντας το πρακτικό σε πρωτότυπο, να ζητήσει από τον πρόεδρο του πολυμελούς πρωτοδικείου, ενώπιον του οποίου εκκρεμεί η αγωγή, την επικύρωσή του. Ο πρόεδρος αφού διαπιστώσει: α) ότι η διαφορά είναι δεκτική “εξώδικης”* επίλυσης, σύμφωνα με την παράγραφο 1, β) ότι το πρακτικό έχει υπογραφεί σύμφωνα με τη διάταξη του τελευταίου εδαφίου της προηγούμενης παραγράφου και γ) ότι από αυτό προκύπτει σαφώς το είδος του αναγνωριζόμενου δικαιώματος και το τυχόν ποσόν της οφειλόμενης παροχής, επικυρώνει το πρακτικό. Αν η διαφορά περιλαμβάνει και καταψήφιση, το πρακτικό από την επικύρωση του αποτελεί τίτλο εκτελεστό και ο πρόεδρος το περιάπτει ταυτόχρονα με τον εκτελεστήριο τύπο. Αν η διαφορά έχει χαρακτήρα απλώς αναγνωριστικό, το πρακτικό αποδεικνύει το δικαίωμα. Σε κάθε περίπτωση με την επικύρωση του πρακτικού επέρχεται κατάργηση της δίκης. Αν η επικυρούμενη συμφωνία καλύπτει μέρος της διαφοράς, η κατάργηση της δίκης επέρχεται μόνο κατά τούτο.”

[75]Art. 214 A commi 7-11.

[76] Che per quanto riguarda la gestione delle controversie  è  mutata ultimamente con un importante provvedimento: Legea 202/2010 privind unele masuri pentru accelerarea solutionarii proceselor. Legea 202/2010 Mica reforma a Justitiei. Publicat in Monitorul Oficial, Partea I nr. 714 din 26 octombrie 2010 (Legge 202/2010 per quanto riguarda alcune misure per accelerare le soluzioni processuali. Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Parte I nr. 714 del 26 ottobre 2010. Piccola riforma della giustizia).

[77] A modifica ed integrazione del Codice di Procedura Civile (Codul de procedura civila).

[78] Art. 42 Legea 202/2010.

La misura dell’uguaglianza

8 (42)

In tutti i corsi di mediazione si distingue la mediazione dai sistemi di ordine imposto per il fatto che questi ultimi si basano sulla contrapposizione dei diritti, mentre la prima si fonda sulla composizione degli interessi e dei bisogni.

Si dice poi che il mediante deve essere soddisfatto della sua scelta e l’utile che ne ricava è l’unica misura delle sue scelte.

Chi media considera i parametri di riferimento della mediazione più convincenti in quanto si assume che ad un diritto si può rinunciare, mentre ad un bisogno no; da ciò discende che i bisogni delle persone stanno tutti sullo stesso piano e quindi hanno pari dignità per il mediatore

Da dove nascono questa idee?

L’idea di fondarsi sui bisogni appartiene alla convenzione di diritto naturale ed infatti, un filosofo come Christian Wolff, padre della mediazione moderna assume che la mediazione è appunto istituto di diritto naturale.

Ma per conoscere la forza del bisogno bisogna comparare quel che si riceve con quello che si dà convenendo: l’uomo antico conosceva bene il concetto di migliore alternativa all’accordo negoziale (che noi definiamo dagli anni ’70-’80 anche BATNA)

Il diritto sociale ha modificato questa originaria impostazione e dunque potremo dire che i mediatori sono tornati alle dinamiche del diritto naturale.

Una bellissima spiegazione di tutto ciò la troviamo nell’opera di uno filosofo e matematico calabrese del ‘700, Gregorio Aracri, e qui la trascrivo, in lingua moderna, a beneficio di tutti.

“Ma in che consiste questa uguaglianza? Ognuno, che contrae e pattuisce vuol senza meno tanto ricevere, quanto egli dà. Tutta la giustizia della convenzione, riguardata per questo aspetto, dipende dunque dall’essere ciò che si dà uguale a quello che si riceve; né giustamente può alcun voler avvantaggiarsi più di quello che dà. Si vuol dunque trovare una misura, per cui si conosca il rapporto di eguaglianza o ineguaglianza, che passa tra i diritti, che nelle convenzioni reciprocamente si trasferiscono. Questa misura parlandosi dell’uomo naturale, io credo altra non poter essere, che la quantità del bisogno di ciascun contraente; e quindi la quantità dell’utile, ch’egli dalla convenzione ritrae, dedottane la quantità di male o danno, ch’egli soffre per la traslazione del diritto proprio (GROZIO). A quale fine si fanno e si son sempre fatte le convenzioni? Per soddisfare alle proprie necessità. Se vengono dunque spinti gli uomini a trasferire un proprio diritto, lo fanno al fine di acquistare ciò che credono valevole a supplire ad un loro bisogno.
La soddisfazione dunque di una necessità, che prema e l’effetto che nei contratti produce, mi pare che sia la regola che misuri l’uguaglianza. Sembra ineguale per esempio la permuta di un fondo con un piccolo gregge, o con alquanti cibi. Ma se il padrone di quel fondo trova maggior comodità nel possedere quel gregge, o nell’acquistare quei cibi, che non nel ritenere la sua terra: il suo bisogno, e l’effetto che in lui produce quella permuta, rende giusto il contratto per parte sua. La storia dei popoli selvaggi dimostra che gli uomini naturali non abbiano mai fatto uso di altra regola nell’uso della permuta per conoscere l’uguaglianza, se non di quella che noi diciamo (GOGUET).
Ognuno pertanto, il quale voglia determinarsi a fare qualunque convenzione, deve valutare la necessità, ond’egli viene mosso a farla: e comparandola con quello che egli ritrae, e che in cambio egli dà o promette di dare o fare; concludere se deve o no per suo migliore bene addivenire alla convenzione.
Quindi quantunque possa sembrare a prima vista ingiusta una convenzione per ineguaglianza, potrà essere nondimeno valida e giusta, quando coloro che convengono lo facciano con cognizione e liberamente (Nell’Iliade Libro VI v. 235 avviene uno scambio tra armi d’oro e armi di rame, da ciò si conclude che il valore delle cose e e delle azioni dipende solo da chi dà o fa e chi riceve).
Io parlo dell’uomo affetto dalla sola legge di natura, e tolgo di mezzo quelle idee che riguardo ai contratti debbono aversi nelle società civili, nelle quali questa regola riceve varie modificazioni sia dalle leggi, o dai costumi o dallo stato dei contraenti”.

Gregorio Aracri, Elementi di dirittto naturale, Napoli, 1787 p. 179-182

https://books.google.it/books?id=bZRFEihCkS4C&pg=PA123&dq=Elementi+di+diritto+naturale&hl=it&sa=X&ei=aTnZVJCgNISzPMbxgHA&ved=0CCgQ6AEwAQ#v=onepage&q=Elementi%20di%20diritto%20naturale&f=false

Giovanni Boccaccio

P1140684
Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni. Milano. 1999.
Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992
Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.

 

Giovanni Boccaccio ebbe una vita assai ricca sotto i più svariati profili.

Fu chierico e padre di cinque figli naturali, cortigiano e borghese; funzionario, ambasciatore, amministratore dei beni. Fu  poeta[1]  e inventore di nuove forme metriche (l’ottava), prosatore con varie forme di romanzo[2] e le novelle[3], biografo[4], geografo[5], esegeta[6] e polemista[7], sperimentatore di nuovi e vecchi generi letterari (poema epico[8], allegorico[9], eziologico[10], prosimetro pastorale[11]) che con lui rinascono nella lingua volgare.

La sua eredità fu grande ed immediata, non solo in Italia[12]. Qui la sua prosa venne indicata come esempio linguistico da imitare[13] e il Decameron, sua massima opera, influenzò per intero la tradizione novellistica.

Giovanni Boccaccio nasce a Firenze nel 1313. È il figlio illegittimo di un mercante fiorentino e probabilmente di una serva; trascorre l’infanzia e la prima adolescenza nella città dei Medici.

Nel 1327 parte per Napoli con il padre, socio della compagnia dei Bardi (la banca più importante d’Europa); l’idea è quella di compiere gli studi mercantili e fare pratica bancaria.

Qui frequenta gli ambienti mondani aristocratici, nonostante fosse di origine borghese. La vita culturale della città lo affascina a tal punto che abbandona la mercatura per dedicarsi alla letteratura. Partecipa quindi alla stimolante vita della corte angioina di Napoli[14].

A Napoli si innamora della letteratura cortese e cavalleresca francese, ma gli studi classici non vengono certamente trascurati:  si dedica alla cultura latina (Ovidio, Virgilio, Lucano, Cicerone, Quintiliano e Macrobio) e all’erudizione storica, mitologica e letteraria. Frutto di queste letture saranno due opere giovanili degli ultimi anni trenta: il Filostrato[15] ed il Filocolo[16].

Viene richiamato a Firenze dal padre intorno al 1340[17],  ma non vive serenamente questo periodo[18]. Scampa alla terribile peste cominciata nella primavera del 1348 (in essa morì il padre e la matrigna); eredita il patrimonio paterno e diventa quindi ricco ed influente.

Ciò gli procura vari incarichi diplomatici (si reca infatti in varie città: Ravenna, Forlì, Tirolo ed Avignone) dal governo della città e nel 1350 conosce Francesco Petrarca, da lui ammirato e ritenuto un vero e proprio maestro.

I due scrittori rimarranno amici fino alla morte: Boccaccio incontra infatti nuovamente Petrarca in tre occasioni[19].

Nel 1351 la città di Firenze lo invia come ambasciatore presso Ludovico di Baviera.

Dal 1349 al 1351 Giovanni stende il Decameron[20].

 Nel 1360 ospita a Firenze l’amico, monaco calabrese, Leonzio Pilato, insegnante di greco antico: ciò gli consente di poter leggere l’Iliade tradotta in latino e soprattutto di imparare la lingua greca, all’epoca poco nota nella nostra penisola.

Nello stesso anno Boccaccio viene accusato ingiustamente di aver partecipato a una congiura ordita contro il comune di Firenze e così cade in disgrazia; perde gli incarichi pubblici e si ritira in Certaldo (vicino a Firenze); Innocenzo VI lo autorizza al sacerdozio (aveva in precedenza preso gli ordini minori).

Nel 1362 torna a Napoli su invito di un amico[21] ma, deluso dall’accoglienza ricevuta, rientra subito a Firenze: Giovanni ritorna in auge, tanto che viene inviato come ambasciatore presso papa Urbano V in Avignone.

Compiuta questa missione si ritira definitivamente nella sua casa di Certaldo dove vive appartato e dedito ad uno studio che interrompe solo per qualche breve viaggio[22].

Alla fine della sua vita, Boccaccio si dedica alla meditazione religiosa. Tra gli ultimi incarichi si ricorda la lettura alla cittadinanza della Divina Commedia, incarico che deve però abbandonare nel 1374[23] per il sopraggiungere della malattia (la scabbia) che lo  porta alla morte nel 1375.

Il Decameron

L’opera maggiore di Boccaccio è il Decameron[24] (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351[25]), raccolta di cento novelle[26] inserite in una cornice narrativa comune che prende le mosse da un tragico fatto storico.

Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici che si ritrova in Santa Maria Novella decide di rifugiarsi in una villa (poi in un’altra ed in seguito in un locus amenus) fuori Firenze[27]. Sette donne e tre uomini trascorrono quattordici giorni – da mercoledì a martedì – e visti i riposi del sabato e del venerdì,  dieci giornate (da cui appunto il titolo greco dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno.

Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare, anche se il modo di trattarlo è assolutamente libero.

Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.

I personaggi delle novelle sono desunti perlopiù dalla realtà contemporanea mentre i componenti della brigata sono ripresi da opere precedenti del Boccaccio o comunque dalla tradizione letteraria classica o romanza  ed  hanno nomi allusivi: Panfilo (già comparso nella Teseida e nell’Elegia di Madonna Fiammetta) è l’amante fortunato, Filostrato (protagonista dell’opera omonima) è l’uomo che soffre pene d’amore; Dioneo ( il cui nome deriva  da Dione, madre di Venere) è lussurioso e galante;  Neifile (che significa <<nuova innamorata>>) è gaia e sensuale; Lauretta (che richiama la Lura petrarchesca) è la gelosa; Pampinea, già presente nel Ninfale d’Ameto e nel Bucolicum Carmen) è la rigogliosa, l’amante opulenta e felice; Ellissa (nome  fenicio di Didone)  è l’adolescente che ama non ricambiata; Filomena è l’amante ardente; Emilia, (che compare nella Teseida) è vanitosa e lusingatrice.

Gli argomenti sono di carattere diverso e di solito generici[28]: ad esempio, nella seconda giornata si raccontano avventure a lieto fine, nella quarta si tratta degli amori infelici, mentre la quinta è dedicata alla felicità che premia gli amanti dopo che hanno superato particolari difficoltà.

Ma i temi non sono solo sentimentali: nella sesta giornata si ragiona di motti spiritosi, nell’ottava di scherzi e beffe.

In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale (nobili, “borghesi”, popolani), laici e religiosi, figure di tutte le età.

È un vero e proprio universo ispirato alla realtà soprattutto toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d’Italia – a Napoli soprattutto – e in paesi lontani), senza limitazioni né di carattere morale, né culturale.

Vi sono infatti nobili e mascalzoni, amanti ingegnosi e uomini poveri di spirito, donne fedeli beffate e spregiudicate figure femminili, personaggi storici e di invenzione.

Così, le condotte degli eroi sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale.

Alcuni protagonisti, con le loro storie, sono diventati celebri: basti pensare all’incallito peccatore ser Ciappelletto e alla sua falsa confessione in punto di morte che lo farà considerare santo presso i posteri, oppure alle numerose beffe di cui è vittima Calandrino, agli sproloqui di frate Cipolla che sostituisce alla realtà il suo mondo cialtronesco, oppure alla nobiltà d’animo di Federigo degli Alberighi.

Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi non implica, tuttavia, la mancanza di una struttura coerente.

Infatti, oltre allo schema della cornice e a quello che regola l’alternarsi delle voci narranti, le corrispondenze sono sia disseminate all’interno dell’opera sia organizzate in una progressione di tipo etico.

Dalla prima alla decima giornata si passa cioè dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale.

Alla base dell’inventiva di Boccaccio ci sono il gusto per il romanzesco (ma qui, a differenza di altre sue opere, si tratta di un romanzesco impregnato di realismo), l’attrazione verso la vitalità della giovinezza, l’attenzione critica che porta a superare le apparenze, una visione disincantata della vita.

Ogni giornata si conclude con una canzone, squisito esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano.

Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell’animo umano.

Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, tanto che il modo di dire, affermatosi in seguito, “periodare alla certaldese” allude proprio alla struttura spesso molto articolata della frase, modellata sulla sintassi latina.

Una prosa che però si dimostra particolarmente duttile, visto che riesce con grande efficacia a rappresentare scene tragiche ed episodi comici, eventi nobili e beffe plebee.

Il periodo alterna analisi e sintesi, intonazione aristocratica e vivacità realistica, dramma e farsa.

La lingua s’approssima al «fiorentin volgare», secondo le intenzioni dello stesso autore: che ricorre anche a latinismi, provenzalismi, fiorentinismi (bischero, grifare, troiate, ecc.), gerghi settentrionali (utèl bèrgoli) e meridionali (giucare, mogliama, mogliera, moglieta, menne, gabbo, guagnele), neologismi (artagoticamente, imbardirsi, merendarsi, misleale, misvenire, moscoleato, pecoreccio, picchiapetto, pillincione, scipapa, strangugliare, tututto).

La collocazione, alla maniera siciliana, del verbo a fine frase è un altro aspetto del volgare latineggiante con cui Boccaccio, inaugurando e vincolando a se i successivi modelli della prosa italiana, sancisce la mai sanata frattura fra lingua letteraria e parlate dialettali.

Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, il fabliaux francese, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte.

Alla base, però, c’è anzitutto l’acuta osservazione della realtà contemporanea.

Il Decameron presenta una nuova idea dell’uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un’idea che anticipa la concezione antropocentrica (l’uomo considerato al centro dell’universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento.

Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

Altre opere

Ricordiamo in primo luogo  è la Caccia di Diana (un poema in terza rima scritto  nel 1334 secondo il modulo allora in voga della rassegna di gentildonne): una schiera di belle donne fiorentine si sottrae a Diana per passare a servizio della dea dell’Amore Venere.

Se il Decameron inaugura la novella moderna, le altre opere di Boccaccio sono alla base di generi destinati a una lunga vita.

Il Filocolo (Fatica d’amore, 1336-38 ca.) è un ampio romanzo in prosa in cinque libri, presto diffusosi in Europa, che può considerarsi il prototipo del romanzo moderno.

Ha per protagonisti due personaggi (che secondo B. sono i fondatori di Certaldo) di una leggenda medievale, Florio (che assumerà il falso nome di Filocolo) e Biancifiore, innamorati l’uno dell’altra ma in grado di sposarsi solo dopo innumerevoli vicende avventurose inframmezzate nel testo da divagazioni colte, descrizioni, monologhi sentimentali.

Il Filostrato (Vinto d’amore, 1338 ca.) e il Teseida delle nozze di Emilia (1340-41) sono poemetti in ottave, forma poetica in cui Boccaccio eccelse, e costituiscono dei modelli di romanzo in versi.

Il primo è una narrazione di tipo sentimentale che tiene conto soprattutto di esempi letterari francesi, in particolare i romanzi del ciclo troiano, ma limitatamente a un episodio, quello dell’amore del giovane figlio di Priamo, Troiolo, innamorato della vedova greca Criseida, prigioniera a Troia.

Il secondo è ispirato ai grandi esempi dell’Eneide di Virgilio e della Tebaide di Stazio, contaminati però con la tradizione cavalleresca romanza, con il ciclo tebano in particolare. Al tema dell’amore, qui per la prima volta secondo l’autore, si affianca quello delle armi.

La Commedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d’Ameto, 1341-42, secondo la fortunata titolazione quattrocentesca) appartiene invece al genere arcadico e pastorale.

Si tratta di un testo in prosa (che include però terzine dantesche), di un omaggio a Firenze e alle sue donne, che danno conforto all’autore.

La tradizione pastorale traveste così la realtà contemporanea fiorentina, rivista allegoricamente in chiave cortese.

Anche il poema allegorico intitolato Amorosa visione (1342) impiega la terza rima, mentre l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44) è piuttosto un romanzo in forma di confessione sentimentale (si tratta di una lunga lettera in prosa indirizzata dal personaggio femminile Fiammetta alle donne innamorate).

Costituisce una sintesi dei precedenti interessi di Boccaccio, amorosi, cortesi e classicistici. La novità sta nel fatto che la donna non è oggetto della rappresentazione, ma protagonista che parla in prima persona.

Si attua così un importante rovesciamento di prospettiva: i sentimenti della protagonista, innamorata di Panfilo, che la tradisce lasciando Firenze alla volta di Napoli, sono posti in primo piano e raffigurati senza mediazioni.

Infine, il Ninfale fiesolano (1345-46) è un poemetto idillico dedicato alla fondazione di Firenze, mentre il Corbaccio (1365 ca.) è l’ultima opera d’invenzione di Boccaccio.

Il tema dell’amore diventa qui satira contro le donne, forse alimentata da un non corrisposto amore senile dello scrittore.

Della sua produzione fanno parte inoltre un ritratto ideale di Dante (Trattatello in laude di Dante) e un commento della Divina Commedia in forma di raccolta di materiale erudito (Esposizioni sopra la “Commedia” di Dante).

Si passa così alla produzione umanistica e culturale di Boccaccio, autore di una serie di opere erudite, trattati scientifici e componimenti poetici sia in latino sia in volgare, dedicati a temi come le sventure degli uomini illustri, le donne celebri, la genealogia degli dei pagani.

Alla composizione delle Rime l’autore lavorò tutta la vita, come testimonia la varietà di influenze che mostrano, dal dolce stil novo colto e raffinato al modello petrarchesco, agli esempi della lirica toscana, passando attraverso l’esperienza di Dante rimatore.

Si tratta di una raccolta non organica ricca di personaggi soprattutto femminili, disegnati ora in modo lieve secondo il gusto cortese, ora con tratti più marcatamente popolareschi.

L’eredità letteraria di Boccaccio fu notevolissima e immediata, non solo in Italia. Qui la sua prosa venne indicata come esempio da imitare per la sua classicità da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua (1525).

Si tratta di un testo che ebbe grandissima influenza sui letterati dell’epoca perché impose questo modello, assieme a quello di Petrarca, per la poesia.

Ma la tradizione novellistica italiana è per intero influenzata dal Decameron.

Quanto all’eredità letteraria di Boccaccio all’estero, vanno ricordati Geoffrey Chaucer, che per i suoi Racconti di Canterbury (scritti tra il 1387 e il 1389) utilizzò la struttura a cornice del Decameron, e John Dryden, che fu traduttore di Chaucer, dello stesso Boccaccio e di Ovidio (Fables Ancient and Modern, 1700).

[1] Alla composizione delle Rime l’autore lavorò tutta la vita: si tratta di una raccolta non organica ricca di personaggi soprattutto femminili, disegnati ora in modo lieve secondo il gusto cortese, ora con tratti più marcatamente popolareschi.  Ma ricordo anche la Caccia di Diana, un poema giovanile (1334), di ispirazione ovidiana, in terza rima di carattere mitologico: una schiera di belle donne fiorentine si sottrae a Diana per passare a servizio della dea dell’Amore Venere. Boccaccio fu anche poeta latino: si ricorda la Elegia di Costanza e più in generale si rammenta che in vecchiaia si dedicò soltanto ad opere erudite latine.

[2] Anche in forma epistolare come per l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-44) in nove capitoli. È un’opera assai originale perché la donna non è oggetto della rappresentazione, ma protagonista che parla in prima persona in merito al suo amore infelice per Panfilo. Si ricorda anche il Filocolo (1336-38), un romanzo in prosa diviso in cinque libri.

[3] Decameron (1349-51).

[4] Il Trattatello in laude di Dante che ci è pervenuto in tre redazioni (1355-70).

[5] De Montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludis, et de nominibus maris liber (1360).

[6] La Genealogia degli dèi dei gentili (Genealogia deorum gentilium, 1365), un vasto trattato in quindici libri di mitologia classico-latina.

[7] Il Corbaccio (1365-6?) .

[8] La Teseida delle nozze di Emilia (1340-41).

[9] Amorosa visione (1342) in terza rima ed in cinquanta canti.

[10] il Ninfale fiesolano (1345-46), un poemetto idillico dedicato alla fondazione di Firenze.

[11] La Commedia delle ninfe fiorentine (o Ninfale d’Ameto, 1341-42, secondo la  titolazione quattrocentesca) appartiene al genere arcadico e pastorale. Si tratta di un testo in prosa (che include però terzine dantesche), di un omaggio a Firenze e alle sue donne, che danno conforto all’autore.

[12] Vanno menzionati Geoffrey Chaucer, che per i suoi Racconti di Canterbury si ispirò al Decameron, e John Dryden, che  tradusse le opere di Boccaccio.

[13] Da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua.

[14] Si dice che in questo periodo abbia avuto una relazione con una donna importante, la figlia illegittima (Maria d’Acquino) del re Roberto d’Angiò, che si nasconderebbe, secondo alcuni, dietro la Fiammetta immortalata in diverse sue opere.

[15] Il Filostrato (Vinto d’amore, 1338 ca.) è un poemetto in ottave. Si tratta di una narrazione di tipo sentimentale ispirata da modelli letterari francesi.

[16] Il Filocolo (Fatica d’amore, 1336-38 ca.) è un’opera in prosa in cinque libri che può considerarsi il prototipo del romanzo moderno. I protagonisti sono due personaggi (che secondo B. sono i fondatori di Certaldo): Florio (che assumerà il falso nome di Filocolo) e Biancifiore, innamorati l’uno dell’altra, ma in grado di sposarsi solo dopo innumerevoli vicende avventurose che si alternano nel testo a divagazioni colte, descrizioni, monologhi sentimentali.

[17] La Banca De’ Bardi era in dissesto: fallirà nel 1345 per l’insolvenza del Re di Inghilterra.

[18] In questi anni scrive la Teseida delle nozze di Emilia (1340-41) un poemetto ispirato ai grandi esempi dell’Eneide di Virgilio e della Tebaide di Stazio, contaminati però con la tradizione cavalleresca romanza, con il ciclo tebano in particolare. Al tema dell’amore, qui per la prima volta secondo l’autore, si affianca quello delle armi.

[19] A Padova nel 1351, a Milano nel 1359 e a Venezia nel 1363.

[20] Si tratta della sua opera maggiore che influenzerà tutta la novellistica italiana. Prende le mosse da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici (sette donne e tre uomini) che si ritrova in Santa Maria Novella decide di rifugiarsi in una villa (poi in altri luoghi) fuori Firenze. Trascorrono insieme quattordici giorni – da mercoledì a martedì – e visti i riposi del sabato e del venerdì,  dieci giornate (da cui appunto il titolo greco dell’opera Decameron) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno.

Un personaggio alla volta è eletto re della giornata, con il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare, anche se il modo di trattarlo è assolutamente libero. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.  I personaggi delle novelle sono desunti per la maggior parte dalla realtà contemporanea mentre i componenti della brigata sono ripresi da opere precedenti del Boccaccio o comunque dalla tradizione letteraria classica o romanza  ed  hanno nomi allusivi.

Gli argomenti sono di carattere diverso e di solito generici : ad esempio gli amori infelici, la felicità, i motti spiritosi, gli scherzi e le beffe. In questi racconti si alternano numerosissimi personaggi, di svariata estrazione sociale e di tutte le età.  La realtà narrata è soprattutto quella toscana e fiorentina (con episodi ambientati in altri luoghi d’Italia – a Napoli soprattutto – e in paesi lontani), senza limitazioni né di carattere morale, né culturale.

Le condotte dei protagonisti sono ispirate sia a ideali elevati sia a interessi materiali, non ultimo il desiderio sessuale.

Questa straordinaria varietà di ambienti, temi e personaggi è tessuta in una struttura coerente e secondo una progressione di tipo etico. Per esemplificare dalla prima alla decima giornata si passa dal dominio del vizio al trionfo della virtù, naturalmente in modo non meccanico, e con eccezioni che hanno il compito di variare questa successione di stampo morale. Ogni giornata si conclude con una canzone, limpido esempio della lirica boccaccesca, intonata dai personaggi che ballano.

 Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica. Sul piano stilistico si tratta di una prosa decisamente elaborata, molto articolata, modellata sulla sintassi latina.

 La lingua si può considerare un volgare fiorentino in cui ricorrono latinismi, provenzalismi, fiorentinismi, gerghi settentrionali e meridionali, neologismi.

Le fonti di quest’opera sono molteplici (ad esempio i classici greci e latini ed il fabliaux francese, il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte), ma alla base c’è soprattutto l’acuta osservazione della realtà contemporanea.

[21] Niccolò Acciaiuoli, segretario di corte.

[22] Tra il 1370 e il 1371 ad esempio lo troviamo a Napoli, ben accolto dalla regina Giovanna.

[23] Al diciassettesimo canto dell’Inferno.

[24] La struttura dell’opera è già evocata, almeno parzialmente, dal titolo, rifatto su celebri modelli medievali, come l’Exameron (sei giorni) di Sant’Ambrogio (una delle tante composizioni medievali sulla creazione del mondo), e decrittabile come ‘le dieci giornate’ (dal greco: dèca, ‘dieci’ e emèra, ‘giorno’).

[25] Nulla esclude che comunque qualche novella sia stata scritta in precedenza come sembrerebbe evincersi dall’introduzione alla quarta giornata.

[26] A cui si deve aggiungere la dedica (al libro stesso denominato Principe Galeotto e quindi intermediario d’amore) un proemio (dedicato a coloro che soffrono per amore e alle donne che non possono esternare le loro passioni perché possano trovare nel libro dei consigli), una introduzione alla I giornata che costituisce introduzione all’intera opera (nove introduzioni e dieci conclusioni, entrambi per ogni giornata) e dieci canzoni a ballo.

[27]  Durante la peste del 1348, un martedì mattina, sette giovani donne, “o per amistà, o per vicinanza, o per parentado congiunte” (I, Intr., 49), di età compresa tra i 18 e i 28 anni, indicate da Boccaccio con i nomi fittizi, “alle qualità di ciascuna convenienti” (I, Intr., 51), di Pampinea, Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa, si ritrovano ad assistere alla messa nella chiesa fiorentina di Santa Maria Novella. Finita la messa, le giovani decidono, su consiglio di Pampinea e a patto che sia possibile avere in loro compagnia degli uomini (senza il consiglio dei quali, a detta di Elissa, “rade volte riesce ciascuna opera nostra [sc.: delle donne] a laudevole fine” [I, Intr., 76]), di lasciare la città per trascorrere un periodo di tempo nel contado, dove ciascuna di loro possiede ville “in gran copia”. Assai a proposito, dunque, giungono in chiesa, in quello stesso momento, tre giovani, di età non inferiore ai 25 anni, dai nomi fittizi di Panfilo, Filostrato e Dioneo, conosciuti dalle donne, innamorati ciascuno di una di loro e variamente imparentati con le altre. I giovani, richiesti, accettano di partire. All’alba del mercoledì la brigata parte, accompagnata dai servi, in direzione di una villa situata a circa due miglia di distanza da Firenze. Una volta arrivati, Pampinea propone, al fine di disciplinare convenientemente le attività delle giornate, la creazione di un ‘signore’, che al vespro lasci la sua ‘signoria’ ad un altro membro della brigata da lui stesso designato. Approvata la proposta, la stessa Pampinea è eletta unanimemente ‘regina’ della prima giornata e incoronata d’alloro da Filomena. È dunque Pampinea ad assegnare mansioni precise a ciascuno dei servi e ad organizzare le attività della brigata secondo modalità destinate, con poche eccezioni, a ripetersi identiche nelle giornate successive: le prime ore dopo il risveglio dovranno essere dedicate a passeggiate e a conversazioni individuali; a terza è previsto il pranzo, concluso da danze e canzoni; dopo il pranzo, la brigata è invitata a ritirarsi nelle proprie camere per riposare. A nona, dopo il riposo, tutti i membri della brigata dovranno riunirsi per novellare; al termine della narrazione delle dieci novelle, la regina (o il re) della giornata passerà la sua corona ad un altro membro della brigata, al quale spetta l’organizzazione della rimanente parte della giornata e del giorno successivo fino al vespro. Filomena, designata da Pampinea al termine della prima giornata, dispone che lo spazio di tempo tra la conclusione del novellare e la cena sia trascorso dai compagni in passeggiate e svaghi, e propone che nei giorni seguenti sia data una regola certa anche alle novelle, mediante l’indicazione preliminare di un tema preciso cui tutti i novellatori dovranno attenersi. Dioneo, “sollazzevole uomo e festevole” (I, Concl., 14), chiede di essere dispensato da tale obbligo e di poter raccontare la sua novella sempre per ultimo: il privilegio, che tutta la brigata intuisce esser stato chiesto per avere la possibilità di rallegrare “la brigata, se stanca fosse del ragionare, con alcuna novella da ridere” (ivi), gli viene prontamente accordato. L’ultima parte della giornata è occupata dalla cena, cui fanno séguito danze e canzoni. Il testo di una delle canzoni a ballo cantate dai membri della brigata trova posto regolarmente nella conclusione di ogni giornata, sì che, a conti fatti, il Decameron risulta comprendere, oltre al Proemio, alla Conclusione dell’autore, alla cornice e alle cento novelle, anche dieci canzoni a ballo (nell’ordine: Io son sì vaga della mia bellezza [Emilia]; Qual donna canterà, s’io non canto io [Pampinea]; Niuna sconsolata [Lauretta]; Lagrimando dimostro, [Filostrato]; Amor la vaga luce [Dioneo]; Amor, s’io posso uscir de’ tuoi artigli [Elissa]; Deh, lassa la mia vita!, [Filomena]; Tanto è, Amore, il bene [Panfilo]; Io mi son giovinetta, e volentieri [Neifile]; S’amor venisse senza gelosia [Fiammetta]). Questa scansione delle giornate tende, come si è detto, a ripetersi identica, eccezion fatta per il venerdì e per il sabato, in cui la narrazione delle novelle viene interrotta per essere il venerdì il giorno in cui è morto Cristo (“per che”, come dice Neifile “giusta cosa e molto onesta reputerei che, a onor di Dio, più tosto a orazioni che a novelle vacassimo” [II, Concl., 5]) e il sabato quello dedicato alla pulizia del corpo e al digiuno “a reverenza della Vergine madre del Figliuolo di Dio” (II, Concl., 6]. Variazioni alla norma ospitano, inoltre, la terza giornata, che si apre con il trasferimento della brigata in un’altra villa, situata duemila passi ad ovest di quella prescelta inizialmente e circondata da un parco di straordinaria bellezza, intorno alla cui fonte i narratori si riuniranno d’ora in avanti a novellare, e la settima giornata, che vede la momentanea trasferta della brigata in un locus amoenus, la Valle delle Donne, dove già nella conclusione della giornata precedente prima le donne e poi, su loro sollecitazione, i giovani, si erano spinti durante la passeggiata. A conclusione della decima giornata, su proposta di Dioneo, la brigata decide di rientrare a Firenze. All’alba del giorno successivo, mercoledì, a due settimane esatte di distanza dalla partenza, la brigata si mette in cammino verso la città, dove giunta, “i tre giovani, lasciate le sette donne in Santa Maria Novella, donde con loro partiti s’erano, da esse accomiatatosi, a’ loro altri piaceri attesero, e esse, quando tempo loro parve, se ne tornarono alle lor case” (X, Concl., 16).

Questa costruzione rigida e maestosa, che incatena la raccolta di novelle trasformandola in un libro organico e compiuto, prevede, come abbiamo detto, una altrettanto rigida organizzazione tematica del narrato: eccezion fatta per la prima e per la nona giornata, infatti (nelle quali, sotto il reggimento, rispettivamente, di Pampinea e di Emilia, “si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno” [I, Intr., 1]), e, in omaggio al privilegio concessogli, per tutte le novelle narrate da Dioneo, le novelle di ciascuna giornata devono attenersi ad un argomento preliminarmente fissato e non eludibile: nella seconda, “sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine”; nella terza “si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse”; nella quarta, “sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine”; nella quinta, “sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse”; nella sesta, “sotto il reggimento d’Elissa, si ragiona di chi con alcun leggiadro motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno”; nella settima, “sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti o sì”; nell’ottava, “sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno”; nella decima e ultima “sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa”.

[28] L’attenta osservazione della vita umana in tutte le sue sfaccettature è il cardine attorno al quale ruotano le vicende del Decameron. Il Boccaccio annota con acume e credibilità psicologica gli affetti e le passioni dell’animo umano, critica i difetti e compiange le debolezze, loda le virtù e biasima i vizi. Non di rado però egli rovescia con spregiudicatezza il senso morale comune. Talvolta il racconto esalta l’intelligenza o la furbizia, talvolta sottolinea la stupidità o l’ingenuità. Ma sempre, al centro dell’interesse dell’autore sta l’uomo.

In un variopinto affresco, egli ritrae i molti modi in cui gli individui affrontano l’esistenza ed entrano in contatto con i loro simili. C’è chi sa afferrare le occasioni favorevoli o sottrarsi con abilità agli inganni e ai rischi. Alcuni invece rinunciano per timore di soffrire o di essere sconfitti; altri si dimostrano capaci di godere pienamente i momenti di divertimento e di gioia. La vita viene colta, osservata e descritta nelle sue inesauribili forme e combinazioni, dalle più semplici alle più imprevedibili.

Uno degli esempi più indagati è l’amore. Esso può essere un puro sentimento spirituale o nascere soltanto dall’attrazione dei sensi; talora si conclude con un sorridente “lieto fine”, ma non di rado esige il sacrificio o sfocia in tragedia. Spesso si colora di sfumature tenere o appassionate, ma a volte assume i connotati della sensualità e dell’oscenità, quelle caratteristiche che nel linguaggio comune hanno trasformato l’aggettivo “boccaccesco” in un equivoco sinonimo di licenzioso e scurrile. Vale la pena di ricordare, al riguardo, che l’accusa di “licenziosità” è in buona misura arbitraria, perché, se nel Decameron affiora qualche compiacimento per il particolare erotico o malizioso, esso è ampiamente giustificato dal proposito di ritrarre oggettivamente tutti gli aspetti dell’esistenza umana, compresi quelli più scabrosi.

Osservazioni analoghe valgono per l’ingegno: il Boccaccio lo considera prima di tutto una dote, grazie alla quale l’uomo si muove e si destreggia tra i mille eventi della vita. Esso consente di affrontare e superare gli ostacoli posti dalle due eterne dominatrici del mondo, la natura e la fortuna, cioè la sorte. Sovente, tuttavia, l’ingegno è fine a se stesso, ha un suo fascino intrinseco, come quando serve solo a congegnare e a realizzare una beffa. Ingegno significa anche destrezza, inventiva, intraprendenza negli affari: simili qualità hanno un ruolo importante nel mondo borghese che il Boccaccio descrive e mostra più volte di apprezzare.

Come si è già accennato, l’autore ha una posizione assai libera e anticonformista davanti a qualità che non sempre sono usate in modo positivo, e che spesso inducono comportamenti di indifferenza o di disprezzo nei confronti dei valori accettati dalla morale comune.

L’inesauribile galleria di personaggi, episodi e comportamenti giustifica la definizione del Decameron come commedia umana, dovuta a Francesco De Sanctis: un modo per accostare il libro alla “divina” Commedia di Dante, e insieme per distinguerlo da essa. Il termine “commedia” richiama subito l’elemento fondamentale e caratteristico di ambedue le opere: infatti esse hanno come cardine la rappresentazione di una vasta gamma di situazioni e casi umani. Nel Boccaccio però manca del tutto l’idea di trascendenza che domina il capolavoro di Dante. Egli ha una visione profondamente laica del mondo, al cui centro pone l’uomo. Ciò che osserva e descrive, gli appare immanente, legato all’azione e alla responsabilità dei singoli individui.

Una conferma viene dal modo in cui il Boccaccio racconta vicende delle quali è protagonista il clero. Alti prelati, preti, frati e monache sono indistintamente viziosi, falsi, avidi di denaro, o, nel migliore dei casi, sciocchi. Ma il Boccaccio non sottolinea i loro difetti o le loro colpe per denunciare la discordanza tra la legge di Dio e la depravazione degli uomini, e neppure per auspicare o profetizzare un rinnovamento religioso e morale. Egli è lontano in questo sia dal maestro Dante che dall’amico Petrarca: si limita a registrare l’esistenza e la diffusione di quei comportamenti corrotti e ipocriti, ma non esprime giudizi e non pronuncia sentenze di condanna.

Anche quei temi che abbiamo definito cardini del Decameron, l’amore, l’intelligenza, e con loro la fortuna e la natura, sono inseriti in un quadro di profondo e convinto laicismo. Così l’amore è e resta il sentimento per eccellenza, ma è anche, prima di tutto, impeto della passione, soddisfazione dei sensi, vissute con pienezza ed entusiasmo.

L’intelligenza, che per tutto il corso del Medioevo è l’espressione, nobilissima ma contenuta entro limiti precisi, dell’uomo come creatura di Dio, nel Boccaccio diviene la risorsa più grande che l’essere umano possieda per realizzare se stesso, per conquistare un posto o per raggiungere un obiettivo.

Essa si configura innanzi tutto come scontro e lotta con la fortuna. È una lotta che può essere vinta o perduta: dipende dal grado di virtù, cioè di astuzia, inventiva o audacia che un individuo è capace di mettere in campo.

Grazie alle sue qualità, dunque, il singolo può emergere e distinguersi dalla massa, fino ad eccellere. È però importante chiarire che la superiorità non è un privilegio legato all’origine e non dipende dall’appartenenza ad una determinata classe sociale. L’intelligenza, al pari della liberalità e della cortesia, può trovarsi in ogni uomo, povero o ricco, umile artigiano o nobile cavaliere. Chiunque perciò è in grado non solo di primeggiare negli affari, ma anche di affinare il proprio animo e di accostarsi alla cultura.

Il Boccaccio, insomma, riconosce a tutti gli uomini uguali possibilità e diritti. L’embrione di questo concetto si trova senza dubbio nel Guinizzelli e nello Stilnovo, con la teoria del “cor gentile”. Il Boccaccio però rinnova profondamente quell’idea e la allarga, ponendo tutti i ceti sociali sullo stesso piano. Egli considera gli uomini partecipi della medesima sorte, e annulla qualsiasi distinzione di casta, di censo o di cultura. La vita e la posizione dell’uomo nel mondo acquistano così un valore del tutto nuovo. La rilevanza di questa novità va attentamente analizzata e compresa, se si vuol dare il giusto peso ai legami che il Boccaccio conserva con le concezioni medievali. Tuttavia è altrettanto inesatto relegare l’autore entro i confini del Medioevo. La novità dei contenuti si accompagna ad un significativo mutamento di prospettive culturali. Lo scrittore esprime infatti una concezione della letteratura e dei suoi valori che lo portano ormai fuori del pensiero medievale. L’attività letteraria rappresenta per lui un’espressione di civiltà autonoma; la pagina scritta è prima di tutto variazione e scelta tra innumerevoli possibilità compositive. L’arte è fine a se stessa ed ha una dignità intrinseca. In altre parole, essa può trattare molti argomenti e porsi diversi obiettivi, ma il suo valore non dipende né dagli uni né dagli altri, bensì è legato alla sua qualità.

Già in questo, il Boccaccio dimostra di avere una visione moderna e davvero anticipatrice, perché libera l’idea della cultura dall’obbligo di esercitare una funzione, e le riconosce una validità e un ruolo di assoluta indipendenza dalla morale e dalla religione.

Dante Alighieri – Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI – Riassunto e commento

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Siamo nel secondo balzo dell’Antipurgatorio di cui il custode è Catone nel primo pomeriggio del 10 aprile 1300, domenica di Pasqua.

I personaggi descritti nel canto sono ancora i negligenti che morirono di morte violenta e si pentirono solo al momento di questo evento.

I poeti incontrano alcuni personaggi di minore importanza rispetto a quelli di cui si è discusso nel precedente canto: Benincasa da Laterina, Guccio dei Tarlati, Federigo Novello, Gano detto Farinata degli Scornigiani, Orso degli Alberti, Pier della Broccia, Sordello.

La pena è sempre quella di girare affannosamente intorno al monte cantando il Miserere.

Il tema principale: la condanna dell’anarchia politica e la riaffermazione della necessità dell’impero universale, ma anche la questione teologica, con il tema della preghiera. Il tema politico si estenderà anche al canto successi­vo[1].

I poeti incontrano diverse anime che si affollano intorno a D. per raccomandarsi a lui e alle sue preghiere; così come il vincitore di una partita a dadi (dado in ebraico si dice zarah e in arabo zahr)[2], mentre il perdente si esercita ancora, deve fare l’elemosina a quanti lo circondano per evitare che lo pressino, anche D. deve promettere preghiere per non farsi pressare dalla folla di anime negligenti che gliene richiedono[3] (vv. 1-12).

Qui D. incontra Benincasa da Laterina[4] che ricevette la morte dal feroce Ghino di Tacco[5], e Guccio dei Tarlati[6], un ghibel­li­no, che annegò nell’Arno inseguendo i Bostoli[7] di Arezzo (oppure morì inseguito nella battaglia di Campaldino o nello scontro di Bibbiena) (vv. 13-15).

In questo luogo pregava a mani tese Federigo Novello[8] e Gano (Farina­ta) degli Scornigiani a causa del quale divenne grande suo padre Marzucco (vv. 16-18)[9].

D. vede poi Orso degli Alberti[10] con l’anima divisa dal suo corpo per odio ed invidia e, come diceva lui, non per un suo tradimen­to e infine nota Pier della Broccia[11] per la cui anima procuri di pregare Maria di Brabante (la regina di Francia che lo accusò ingiustamente), al fine di evitare di essere lei posta nella schiera dei falsi accusatori ( nell’Inf. XXX, tra i falsari della parola) (vv. 19-24).

D. riesce a liberarsi dalle anime che pregavano soltanto perché altri pregassero per loro, in modo da affrettare la loro santifi­cazione[12] e si rivolge[13] a V. chiedendo perché in un passo del­l’E­nei­de (Aen, VI, 376) il Mantovano nega che la preghiera degli insepolti[14] possa avere effetto sugli dei[15], dal momento che le anime dei negligenti pregano solo perché i vivi possano mutare il giudizio divino abbreviando le loro pene; sarebbe vana la loro speranza o D. non ha inteso il testo virgiliano? (vv. 26-33).

V. replica che il suo passo non è difficile da interpretare e che la speranza delle anime negligenti non è vana; se si guarda con la mente libera da errori[16], si capirà che non viene sminuito il giudizio divino se la carità umana riesce a compiere in un istante ciò che a Dio è dovuto dalle anime espianti[17].

Nell’Eneide V. non poteva utilizzare una tale dottrina perché nel I secolo a.C. la preghiera era disgiunta da Dio (cioè non gradita a Lui), in quanto nasceva dal cuore dei pagani[18] (vv. 34-42).

Tuttavia D. non può cercare di risolvere un problema così alto con la sola ragione, se non lo aiuterà colei (che qui rappresenta la teologia) che sta tra l’intel­letto e la luce; cioè Beatrice che lo attende, ridente e felice, in alto nel Paradiso terrestre[19] (vv. 43-48).

D. sollecita V. a velocizzare il passo[20] perché non è più stanco come prima.

V. risponde, moderando la fretta di D., che prosegui­ranno finché farà giorno ma che il fatto è ben diverso da come lui lo immagina perché prima di arrivare in cima dovranno trascorrere due giorni, dovrà cioè rivedere quel sole che ora non illumina la zona dove stanno salendo, per cui D., restando all’om­bra, non interrompe i suoi raggi[21] (vv. 49-57).

I due poeti scorgono in disparte, in atteggiamento assorto e disdegnoso[22], un’anima italiana (lombarda) che senza alcun gesto o parola guarda verso di loro. Gli si avvicinano per conoscere un cammino più agevole, ma quello non risponde alla richiesta di V. e chiede loro chi siano.

Non appena V. inizia a presentarsi nominando Mantova come città di origine, l’ombra si lancia commossa verso di lui, dichiarandosi anch’ella mantovana e dicendo di essere Sordello da Goito[23] Le anime si abbracciano fraternamente (vv. 58-75).

D., vedendo tanto amore per la propria patria, prorompe in una amara e aspra apostrofe contro l’Italia, nave senza nocchiero, non signora delle genti ma luogo di corruzio­ne, lacerata da lotte intestine (vv. 76-78).

L’anima di Sordello fu così pronta a far festa ad un suo concittadino solo in virtù della concittadinanza ed invece in Italia oggi gli abitanti si fanno guerra e si dilaniano i viventi che appartengono alla stessa città. Non c’è un luogo dalla costa alle zone più interne che possa godere della pace (vv. 79-87).

Dante continua la sua appassionata polemica politica chiedendosi a che cosa siano servite le leggi di Giustiniano (che G. abbia messo a posto il freno) se manca qualcuno che le applichi (la sella è vuota), cioè un imperatore.

L’invettiva si rivolge poi alla Chiesa, che ostacola il potere temporale dell’imperatore per indebite brame di ricchezza[24].

L’apostrofe si fa quindi diretta contro l’imperatore Alberto d’Asburgo[25], la cui politica trascura completamente l’Italia, dove in ogni città c’è guerra (tra Montecchi[26]  e Cappelletti[27]) a tal punto che pare che Dio abbia distolto lo sguardo da lei: su di lui e sul padre Rodolfo D. richiama la giusta punizione di Dio (vv. 88-126).

L’invettiva si chiude con la sarcastica apostrofe a Firenze, dove per avido desiderio tutti i cittadini cercano di impadronirsi delle cariche pubbliche senza che ci sia il minimo senso della giustizia, cambiando continuamente le leggi, trasformando la città in un malato che si agita di continuo nel tentativo vano di alleviare il dolore (vv. 127-151).

[1] I canti sesti della Commedia sono tradizionalmente considerati come <<canti politici>>, in un disegno di analogie e riferimenti in cui oggetto della polemica dantesca è prima Firenze, con la figura di Ciacco nell’Inferno, l’Italia con Sordello, nel Purgatorio, e infine l’Impero e i destini del mondo, con Costantino nel Paradiso. Nel Purgatorio, prendendo spunto dalla nobile figura di Sordello elevato a simbolo dell’amor patrio, l’argomento è trattato nella forma dell’invettiva, con l’apostrofe (figura retorica che consiste nell’interrompere la forma espositiva di un discorso per rivolgere direttamente la parola, in modo vivace ed espressivo, a persona presente o lontana, viva o morta, anche a cosa inanimata) diretta alla serva Italia dilaniata ovunque da lotte interne; ma da qui prende lo spunto anche l’aspra polemica con Papato e Impero, i due massimi poteri universali, e l’amaro sarcasmo con cui si rivolge all’amata e odiata Firenze nella chiusa del canto.

[2] L’esordio del canto, con la descrizione realistica di un gioco da strada e del comportamento psicologico e fisico dei partecipanti, rievoca vivacemente il mondo cittadino medievale.

[3] D. non vede negativamente la richiesta di preci che del resto è disposto ad esaudire, ma l’insistenza nel chiedere di queste anime; aveva infatti appena finito di esaltare la discrezione di Pia e questa scena è collocata a ridosso dell’incontro con Sordello che, addirittura, lascia che i due pellegrini si allontanino senza parlare..

[4] Fu podestà di Bologna nel 1285 e noto giureconsulto che emise per dovere del suo ufficio di giudice diverse condanne a morte nei confronti dei famigliari del senese Ghino di Tacco.

[5]Nobile senese della famiglia della Fratta che cacciato da Siena divenne famoso ladro in Maremma; per vendicarsi di Benincasa, si presentò un giorno a Roma in un processo, in cui il suo avversario sedeva tra i giudici. Nel tribunale stesso lo uccise e lo decapitò, senza che nessuno dei presenti osasse intervenire. Ghino si riconciliò poi con Bonifacio VIII (a cui aveva sottratto il castello di Radicofani) che gli fece ottenere anche il perdono di Siena. Venne assassinato ad Asinalonga ed è un personaggio del Decamerone..

[6] Signore di Pietramala in territorio Aretino.

[7] Guelfi fuoriusciti da Arezzo.

[8] Figlio di Guido Novello, che per sette anni governò Firenze, come vicario di Manfredi. Ebbe per madre una figlia di federico II. Fu ucciso sembra o dai suoi stessi parenti nel Casentino nel 1289 o dai Bostoli nel 1291.

[9] Gano fu ucciso dal conte Ugolino nel 1287; suo padre uomo politico importante e poi francescano dal 1286 venne conosciuto da D. probabilmente in Santa Croce; è definito grande perché quando il figlio morì fece la predica ai suoi parenti affinché si riconciliassero con il nemico e addirittura volle baciare la mano di colui che uccise Gano.

[10] Figlio del conte Napoleone della famiglia degli Alberti di Mangona, vicino a Firenze, fu ucciso dal cugino Alberto nel 1286, in vendetta della morte del padre. Il padre Napoleone e lo zio Alessandro, sono posti da D. nella Caina, tra i traditori dei parenti..

[11] Pierre de la Brosse, di umile nascita, ebbe fama di chirurgo, e fu favorito sotto i re di Francia Luigi IX e Filippo III l’Ardito. Accusò giustamente la seconda moglie di Filippo, Maria di Brabante, di aver eliminato col veleno, il figliastro Luigi allo scopo di assicurare al proprio figlio Filippo il Bello la successione al trono. Fu impiccato per volere dello stesso Filippo III, per l’accusa (infondata) di tradimento mossagli dalla regina e dai cortigiani: gli si attribuì infatti un’intesa segreta ai danni della Francia, con Alfonso di Castiglia, durante la guerra scoppiata nel 1278 tra Filippo III e Alfonso X.

[12] Questa rassegna di persone uccise è presentata da D. per un duplice scopo: offrire una visione della tragica storia dei suoi tempi, con episodi tratti dalle vicende toscane e della casa di Francia; rafforzare l’idea religiosa di un legame, ancora possibile, con quelle anime – ingiustamente colpite nel loro umano destino – per mezzo della preghiera, quasi riparazione per il male che ricevettero in vita e argomento di carità, al di fuori della vendetta e della dimenticanza, affrettando ad esse la visione di Dio..

[13] Per il Momigliano sarebbe la prima digressione dottrinale del Purgatorio.

[14] Palinuro prega inutilmente la Sibilla cumana per essere traghettato al di là dell’Acheronte.

[15] È questo un tentativo di conciliare le teorie virgiliane con la Scrittura: preoccupazione di D. che considera Virgilio il savio dei savi.

[16] Nel Concilio II di Lione del 1274, fu definito come dogma di fede, il valore e l’efficacia dei suffragi, conforme agli argomenti biblici e alla tradizione dei Padri della Chiesa. Nel IV secolo era stata dichiarata eretica la teoria di Ario, sacerdo­te nativo del Ponto, che ne­gava l’effica­cia dei suffra­gi per i defun­ti. Per suffra­gi si intendono il sacrificio della Messa, le indulgenze, le orazioni, i digiuni, le elemosine, pre­sentate a Dio come domanda e supplica, in virtù della solidarietà soprannaturale, cioè del dogma della comunione dei santi. Nell’età di D. l’eresia di Ario era ripresa dai Catari; D. non poteva permettere che le opinioni di Virgilio assomigliassero a quelle di questa setta eretica. D. non li combatte mai direttamente (anche se nel Paradiso applaudirà San Domenico perché ha combattuto gli Albigesi, appunto una corrente catara) ma era troppo importante in Firenze l’influen­za del catarismo perché egli potesse disinteressarsi del problema.

[17] L’amore umano in definitiva può sostituirsi all’inesorabi­lità del fato pagano.

[18] Nel IV canto (v. 134) D. afferma infatti che le preci per essere efficaci devono <<surger su di cuor che in grazia viva>>; questo accenno ai pagani gli serve cioè per sottolineare che non serve comprare le indulgenze.

[19] Virgilio sa di aver dato una spiegazione incompleta (e lo sa anche D. che in seguito ritornerà sull’argomento) e rimette non alla pura ragione ma alla teologia, la spiegazione dogmatica. Tra l’intelletto e il vero occorre un lume, che dia allo stesso intelletto la forza di conoscere la verità divina, e Beatrice, scienza teologica, sarà questa forza rivelatrice del grande problema. D. ha chiamato Virgilio “luce mia” (v. 29) ma ora Virgilio lo ammonisce che la pienezza della luce è Beatrice.

[20] Il ricordo di Beatrice lo spinge infatti ad aver maggior fretta.

[21] Sono circa le tre del pomeriggio perché il sole sta tra il monte ed i poeti.

[22] E’ stata paragonata alla figura di Farinata; per certi versi se ne distacca perché Farinata è ammirato da D. quale inflessibile capoparte, mentre attraverso l’invettiva cui Sordello dà occasione, D. ci dà una condanna dei partiti politici. Ma le due figure si assomigliano perché hanno una immobilità statuaria, un atteggiamento non indifferente ma distaccato; ambedue vogliono collocare l’interlocutore nella loro sfera di interessi, sapere a che paese o città D. appartiene; ambedue hanno la loro città in cima ai loro pensieri.

[23]  Nato a Goito vicino a Mantova nei primi decenni del secolo XIII fu buon trovatore e raggiunse i suoi maggiori successi poetici intorno alla metà del secolo.

Visse presso numerose corti: a Ferrara presso Azzo d’Este, a Verona presso Riccardo di San Bonifacio; qui si invaghì della moglie di lui Cunizza, sorella di Ezzelino da Romano, con pericolose conse­guenze perché poi la rapì o ne agevolò la fuga.

Trovò cortese ospitalità presso la corte provenzale di Raimondo Berlinghieri IV, dove operò come poeta ma soprattutto come politico, dimostrando abilità ed energia.

Fu presso Carlo I d’Angiò, che accompagnò nella discesa in Italia, ottenendo alcuni castelli in Abruzzo.

Fu poi imprigionato dal re e liberato per la mediazione di Clemente VI. Morì nel 1269 o poco dopo. Nella sua permanenza in Provenza perfezionò la conoscenza della lirica, egli aderiva alla scuola tolesana per quanto riguarda la poesia d’amore, scuola che considerava la donna come una necessaria guida all’elevazione dell’uomo.

Non abbiamo documenti della sua poesia in volgare. D. fu forse attratto dalla sua poesia politica dove si evidenziano fierezza di sentimenti e indipendenza di pensiero, con le quali egli polemizza contro la corruzione e l’ignavia di tanti potenti del tempo. In particolare D. conobbe un poemetto didascalico “Ensegnamen d’onor” (un trattato di cortesia ed etica cavalleresca che contiene fiere invettive contro i potenti che hanno perso le vere doti del signore) e specialmente il “compianto in morte di Ser Blacas” in cui Sordello dà una rassegna politica dei signori d’Europa (Federico II, i re di Francia, di Navarra e di Spagna, i signori di Provenza) cui unisce sarcasmo per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore di Ser Blacas per acquistarne la virtù ed il coraggio. Non sappiamo perché D. lo ha inserito in questo canto, non è un pigro né un “morto per forza”; forse è semplicemente un tardi-pentito (solo nella maturità infatti abbandonerà la spregiudicatezza dell’avventuriero per dedicarsi all’austerità).

[24] D. probabilmente potrebbe far riferimento alternativamente a due brani delle scrittu­re: “date a Cesare quel che è di Cesare” (Matteo XII, 21; Luca XX, 25) ed “il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni XVIII, 36), con diverse conseguenze nell’interpre­tazione; nel primo caso infatti D. si potrebbe riferire agli uomini “devoti” in generale, mentre nel secondo caso soltanto agli uomini di chiesa.

[25] Ucciso dal nipote Giovanni duca di Svevia fu imperatore dal 1298 al 1308, figlio a sua volta di Rodolfo, imperatore dal 1273 al 1791. Per D. l’impero è vacante dalla morte di Federico II (1250) all’incoronazione di Arrigo VII (1308), poiché Alberto d’Asburgo non era sceso in Italia ed aveva addirit­tura permesso a Bonifacio VIII di nominarsi suo vicario, con evidente confusione tra potere spirituale e potere temporale.

[26] Filoimperiali: ghibellini di Verona abbattuti dai San Bonifacio.

[27] Antiimperiali: guelfi di Cremona abbattuti dai Palavicino. Questa famiglia come quella dei Montecchi appartengono a fazioni che con la loro azione condussero alla rovina la Lombardia.

Galileo e la mediazione

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L’Inquisizione si convinse che il cannocchiale dovesse servire a spiare nelle case dei vicini.
E Galileo non poté spiegare che a questa cosa proprio non ci aveva pensato: le stelle per l’Inquisizione non esistevano e non sarebbero mai esistite, perché il centro dell’Universo doveva rimanere la Terra.
Il cannocchiale insomma non poteva che avere uno scopo riprovevole e qualcuno doveva distruggerlo perché la tranquillità dei vicini non doveva essere messa a rischio.
Né l’Inquisizione, né Galileo potevano sospettare che un giorno grazie al cannocchiale saremmo andati sulla Luna e avremmo cercato un nuovo futuro per l’umanità.
Così è per la mediazione, quando l’hanno concepita doveva servire a trovare un punto d’incontro tra i pensieri degli uomini; poi si pensò anche che gli uomini invece di uccidersi potevano anche perdonarsi e che la mediazione poteva servire ad aiutarli a perdonarsi.
Queste due funzioni della mediazione non erano contemplate nella nostra Italia ove la vendetta era la base del codice di cavalleresco, il processo non era che un duello legalizzato e i pensieri degli uomini dovevano rimanere rigorosamente divisi perché i vari potentati potessero dominare e sopravvivere.
La mediazione doveva quindi sparire perché era cosa riprovevole e sparì nel 1848, ma i suoi nemici non ebbero mai il coraggio di dire a che cosa servisse. l’Inquisizione al cannocchiale aveva dato almeno uno scopo, alla mediazione nessuno dei detrattori lo ha dato nella bella Italia, e questo sino al XXI secolo.
E morire senza che qualcuno ti riconosca uno scopo è quanto di più atroce ti possa succedere.
Ma poi nel 2010 la mediazione è tornata (per motivi politici?) e si è detto allora che doveva servire a deflazionare il contenzioso, no anzi – vero CNF – doveva servire alla composizione degli small claims, attività che più o meno equivalgono al cannocchiale per spiare in casa dei vicini.
Dopo sei millenni ieri mattina il Sole24Ore ha dato finalmente uno scopo nobile alla mediazione: “quella abnorme e odiosa speculazione degli enti privati di mediazione, a spese degli incolpevoli cittadini costretti per legge ad esperire la procedura di mediazione”.
Galileo non può spiegare che se metti scientemente le lenti a casaccio il cannocchiale non può funzionare, che al limite in Italia ci sono anche gli Enti pubblici e che i grandi numeri della mediazione sono gestiti da loro, che la pronuncia del Tar Lazio è servita invero a loro solo per eliminare la concorrenza.
Non può dire queste cose perché farebbe il gioco dell’Inquisizione che ha deciso di distruggere ancora la mediazione per rimpiazzarla con la negoziazione assistita e con l’arbitrato endoprocessuale.
Senza contare che Galileo ha paura, lo hanno incarcerato levandogli anche il pane e l’acqua, deve stare buono ed aspettare il destino che graziosamente l’Inquisizione gli riserverà.
Ma un giorno la mediazione servirà a creare un mondo armonioso: per questo l’Inquisizione la vuole distruggere, l’armonia e la pace sono pericolose perché se le persone non si vedono più come avversari possono diventare fratelli, anche se il sangue non li lega, possono pensare autonomamente al loro futuro e non avere più padroni che dicono loro che cosa fare e come farlo; queste sono attività sacre e per l’Inquisizioni sono addirittura più dannose di quelle riprovevoli.