Ad Atene si permise che nascesse il processo sulla falsa riga dei meccanismi compositivi delle fratrie e delle famiglie che componevano le fratrie. ma poi ci si rese conto nel giro di pochi anni che quello che avevano messo su (c’erano ben 5 tribunali diversi) si mangiava buona parte del pil della città.
Come fare a scoraggiarlo? La soluzione per Platone era semplice; chi voleva adire l’arbitro e poi il giudice e poi il Senato (questi erano i tre gradi) doveva pagare sempre di più (e se perdeva ci rimetteva la cauzione) per ogni grado che decideva di percorrere.
Insomma la cosa più economica era prendere un amico o un parente e sottoporgli il problema e starsene dei suoi consigli.
Questa è stata la conciliazione in Occidente per millenni, salvo qualche importante variante: “Vuoi andare dal giudice? Vacci pure ma sappi che lui non giudica subito ma ti manda prima dall’arbitro-conciliatore; se proprio hai la testa di coccio l’arbitro-conciliatore preparerà un parere ed in base a quello il giudice farà la sentenza”.
In Oriente le cose non sono andate poi tanto diversamente: siccome le famiglie antiche erano tutte imparentate ed i parenti non li puoi cambiare, allora devi per forza di cose superare i problemi in modo pacifico; se decidi di andare in giudizio sarai biasimato perché hai rotto un patto di sangue.
Insomma in Occidente sino al 1848 ed in Oriente per certi versi ancora oggi i processi sono stati biasimati o comunque considerati col bilancino del farmacista.
Oggi invece il processo è visto come la salvezza, i giudici e gli avvocati sono divinità che ti salvano dalla morte e che quando vinci ti danno la sensazione di esistere e di essere quasi immortale; il processo è un dio moderno che si adora in tribunale (non a caso un tempo il tribunale si chiamava se non erro basilica che per noi ha assunto anche un senso diverso). Questo tipo di impostazione risale alle invasioni barbariche durante le quali si celebrava appunto la “prova di Dio” e c’erano due advocati che erano guerrieri a pagamento e si affrontavano nell’arena giudiziaria (così la chiamiamo ancora oggi); nel Medioevo gli Statuti comunali prevedevano la stessa formula e la chiamavano processo, ma in realtà il giudice stava lì solo a ricevere i giuramenti dei due legali sulla ragione dei propri clienti (uno dei quali era come ovvio spergiuro) e poi i clienti oppure due campioni prezzolati si bastonavano. E dunque se vincevi la lotta con i bastoni si può comprendere bene che potevi sentirti quasi immortale, come un gladiatore antico che vincesse un combattimento.
Nel 1848 evidentemente qualcuno che non so bene identificare ha deciso che il duello tra legali fosse il modo più idoneo a risolvere le contese.
Anche il Tal Lazio la pensa allo stesso modo dal momento che ritiene la mediazione italica garantita soltanto se ci sono due avvocati che duellano. Ed inoltre siccome la mediazione non è propriamente un’arena giudiziaria, non vale la pena di sostenere i costi, meglio concentrare quei pochi che rimangono sul Tribunale e sulle parcelle dei gladiatori.
Solo che i giochi antichi duravano qualche ora e così i processi: lo stesso Pretore potevi vederlo solo se arrivavi ad una certa ora nel foro, perché non c’era tempo da perdere.
Da noi ci sono 4.900.000 processi pendenti in cui i campioni continuano a duellare: devono avere una forza erculea e risorse immense…
A questo punto inizio a pensare che quella dell’uomo occidentale sia ormai espressione cieca dei suoi geni, come la sindrome dell’arto fantasma; chi ce l’ha sente male alla mano che non ha più e noi continuiamo a vivere e a sentire come reale un processo che non c’è più.