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Francesco Petrarca

Francesco Petrarca

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Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001

Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.

VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni. Milano. 1999.

Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994

Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992

Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.

 

Vita

Il poeta italiano che portò a perfezione stilistica il sonetto nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304 da Pietro di Parenzo di Garzo originario dell’Incisa Valdarno[1] e da Eletta Canigiani[2].

 Il padre,  di famiglia di notai e notaio lui stesso, ebbe forse occasione di incontrare Dante a Firenze quando il poeta era Priore; occupata la città da Carlo di Valois e colpito da una grossa multa e dalla condanna al taglio della mano[3], Pietro riparò ad Arezzo ove, oltre a Francesco, gli nacque il secondo figlio Gherardo.

Petrarca non ebbe dunque una sua patria municipale, come l’ebbero l’Alighieri e il Boccaccio, e questa circostanza fu determinante per la formazione della sua personalità e del suo stesso gusto di scrittore.  Ad Arezzo visse meno di un anno; ben presto la famiglia si trasferì nel podere dell’Incisa sull’Appennino e lì rimase fino al 1310 circa, quando, per un breve periodo, passò a Pisa.

Il soggiorno nella città toscana fu memorabile, perché Francesco poté conoscere di persona Dante, tra gli esuli che s’erano riuniti intorno ad Arrigo VII.

Nel 1312 (o 1311?) il padre seguì poi, come segretario, il papa ad Avignone, da sette anni nuova sede della corte del Papa, e fissò la sua sede a Carpentras (per la crisi degli alloggi) dove Francesco fu avviato agli studi del <<trivio>> (grammatica, retorica e dialettica) con il maestro Convenevole da Prato; a dodici anni (1316) Francesco si trasferì a Montpellier per iniziare gli studi di diritto continuati poi, dal 1320 al 1326, all’università di Bologna, centro allora della più importante scuola giuridica in Europa.

Quelli di giurisprudenza per Francesco non furono studi congeniali; troppo forte sentiva l’attrazione delle lettere, che invano il padre ostacolò almeno fino a quando s’interessò dei figli, ossia al 1320 circa, perché, perduta la prima moglie nel 1318 o 1319, non tardò a risposarsi.

Nel 1327 rimasto orfano, Francesco per risolvere la situazione economica della famiglia, chiamato al seguito del vescovo Giacomo Colonna, abbracciò la carriera ecclesiastica: prese forse gli ordini minori e comunque ricevette numerosi benefici ecclesiastici e per parecchio tempo fu dal 1330 cappellano presso il cardinale Giovanni Colonna.

La vita del Petrarca si svolse quindi per lunghi anni a contatto della corte pontificia dove brillavano le sue doti di oratore e di uomo presto segnalatosi per la sua cultura; legatosi come un «fratello affezionatissimo» al cardinale, sentì presto il fastidio di quella vita cortigiana e delle sue vane preoccupazioni per le vesti, i cappelli, i calzari e le varie acconciature per i conviti (è lui stesso a denunciare queste minuzie).

Ma vi è già allora un punto fermo che segnerà per sempre la vita del poeta: il 6 aprile del 1327 egli vede per la prima volta nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone quella donna che con il nome di Laura[4]  sarà immortalata nel suo Canzoniere.

Laura morirà il 6 aprile 1348, quando Francesco aveva già fissato la sua residenza in Provenza, presso le sorgenti del fiume Sorga (Sorgue), a Valchiusa (Vaucluse), rifugio poi sempre amatissimo e in grado di dargli quella calma dello spirito necessaria per studiare e meditare. Nel 1333 conobbe il frate Dionigi da Borgo San Sepolcro, che gli donò un esemplare delle Confessiones di sant’Agostino, libro fondamentale nel percorso spirituale del poeta.

Ad Avignone in quegli anni da una donna che non si può identificare, vista la grande discrezione del poeta, ebbe due figli Giovanni (1337) e Francesca (1345). Tra il 1338-39 inizia la stesura del De viris illustribus e del poema in latino Africa, al quale Petrarca avrebbe affidato la propria gloria letteraria, restando tuttavia incompiuto.

L’8 aprile 1341, salita già la sua fama di poeta che gli aveva procurato analogo invito dall’università di Parigi, fu di nuovo a Roma per essere incoronato poeta in Campidoglio[5] dopo essere stato esaminato dal re di Napoli Roberto d’Angiò[6].

Dopo la cerimonia, svoltasi l’8 aprile, avvertì pungente la vanità della gloria terrena, per quel sentimento di scontentezza, che mai l’abbandonò anche mentre cercava onori e soddisfazioni mondane.

In realtà egli sentì questa scontentezza prima di tutto come artista che mirava a un ideale di perfezione. Basta pensare che quando ricevette la corona poetica non aveva pubblicato ancora nulla di suo: si sapeva, come già accennato,  che attendeva a due opere latine affini per contenuto, l’Africa e la vasta compilazione storica del De viris illustribus, l’una e l’altra instancabilmente rielaborate e rifatte negli anni successivi, e la sua fama era affidata, oltre che ai saggi di poesia volgare e alle lettere inviate ad amici e personaggi illustri, al credito che si dava alla sua vasta cultura.

L’anno seguente tornò, dopo un breve soggiorno a Parma, ad Avignone e alla sua dimora di Valchiusa dove visse con intensa partecipazione la conversione del fratello Gherardo e il suo ritiro nella certosa di Montrieux. Compone un’altra importante opera: Il Secretum.

Partì per Napoli in missione diplomatica su incarico del cardinale Colonna. Concepisce in questo periodo una vasta opera compilativa, i Rerum memorandum libri, che tuttavia resterà incompiuta.

Soggiorna a Parma fino a quando è costretto a fuggire in seguito all’assedio portato dai Gonzaga e dai Visconti.

Soggiorna allora a Modena, Bologna e infine Verona: nella Biblioteca Capitolare della città scaligera ritrova e identifica alcune lettere di Cicerone. Alla fine del ‘45 torna a Valchiusa.

Tra il 1346-47 dimora nella quiete della Provenza: nascono in questo periodo il De vita solitaria, il Bucolicum Carmen completato nel 1357 e modificato in varie occasioni fino al 1364.  Nel 1347 è la volta del De otio religioso.

Il suo più importante impegno ideologico e politico in quel periodo è il forte sostegno dato a Cola di Rienzo[7]  che nel 1347 aveva abbattuto in Roma la pessima signoria della nobiltà e aveva dato vita a un governo popolare; ma la breve durata del potere di Cola (e ancor più effimera sarà una ripresa sette anni dopo) frustrerà la speranza del Petrarca, che già si era messo in viaggio per raggiungerlo a Roma (la caduta di Cola lo ferma a Parma).

 L’ideale espresso dal tribuno romano resterà però al centro delle speranze del poeta che continuò ad invocare la fine delle fazioni nobiliari e l’accesso del popolo alle magistrature, inimicandosi con ciò anche la famiglia dei Colonna che erano stati fino ad allora suoi protettori; e di questo «divorzio» il Petrarca stesso dirà nel Bucolicum carmen.

Il 1348 è l’anno della peste: muoiono molti amici del poeta, tra cui Franceschino degli Albizzi, Sennuccio del Bene, Giovanni Colonna. Apprende inoltre, come detto più sopra, della morte di Laura.

Il poeta trascorre il periodo cha va tra il 1349 ed il 1350 tra Parma e Padova: qui riceve da Giacomo Novello da Carrara un ricco canonicato che si aggiunge ai numerosi ottenuti in precedenza. Qui concepisce la raccolta delle Familiares. Dopo avere fatto tappa a Verona, si reca a Mantova (dove acquista un esemplare della Naturalis Historia di Plinio, il cod. Parisinus lat. 6802) e quindi a Roma in occasione dell’anno santo. Lungo il viaggio si ferma a Firenze, dove incontra il Boccaccio, Zanobi da Strada, Lapo da Castiglionchio il Vecchio, Francesco Nelli (il Simonide dedicatario delle Seniles). Comincia a raccogliere le Epistole metricae.

Dalla città di Firenze riceve l’offerta, che il poeta però declinerà, di una cattedra universitaria. Questa proposta si univa alla restituzione dei beni a suo tempo confiscati dopo l’esilio del padre. Per questa ragione il Boccaccio gli rende visita a Padova, stringendo da allora una fervida amicizia.

Nel giugno è di nuovo ad Avignone: sarà questo l’ultimo soggiorno in Provenza, caratterizzato dai propositi di una sistemazione dell’Africa, del De viris illustribus, delle Familiares e delle rime volgari.

Nel 1352, in occasione della malattia del pontefice Clemente VI, compone le Invective contra medicum che viene terminata l’anno successivo e riordinata nel ‘55.

Dopo avere fatto visita per l’ultima volta al fratello Gherardo nella certosa di Montrieux, Petrarca torna definitivamente in Italia, attraversando il colle del Monginevro (Epistole metricae, III, 24): invitato presso numerose corti sceglie di recarsi a Milano, provocando però le amare considerazioni dell’amico Boccaccio e della cerchia fiorentina, tradizionale antagonista dei Visconti.

A Milano si tratterrà per otto anni, svolgendo alcune missioni diplomatiche[8].

Il lungo periodo milanese è una fase importante per l’evoluzione di numerose opere: riprende le Familiares (1353-56), termina le Sine nomine, inizia il De remediis utriusque fortunae (nel ‘54), riprende e amplia i Trionfi che poi rimarranno incompiuti, attende alle rime volgari, al De otio religioso, al Bucolicum carmen (1357), al De viris, al Secretum, termina il De vita solitaria (1356).

Invia a Marco Barbato il carme proemiale delle Epistole metricae a lui dedicate (1357); nel 1358 compone l’Itinerarium in Terrasanta.

Tra il 1361 ed il 1362 per sfuggire alla peste Petrarca si reca a Padova e quindi, nell’autunno del ‘62, a Venezia: dal governo della Serenissima ottiene una casa sulla riva degli Schiavoni in cambio del lascito di tutti i suoi libri. Qui il poeta inizia la raccolta delle Seniles.

Nella primavera del ‘63 riceve la visita del Boccaccio che si tratterrà presso di lui per tre mesi. Con l’aiuto del copista Giovanni Malpaghini porta a termine le Familiares. Termina anche il De remediis e compone una vivace prosa polemica De sui ipsius et multorum ignorantia contro alcuni filosofi averroisti.

Dopo alcuni brevi soggiorni a Milano e a Pavia, Petrarca compie una missione diplomatica presso Carlo di Boemia, nel 1370 si ritira Arquà, sui Colli Euganei, circondato dall’affetto della figlia Francesca del genero e della nipotina Eletta: gli ultimi anni del poeta sono segnati da frequenti malattie, ma ciò non gli impedisce di scrivere la famosa Posteritati e di continuare il lavoro sulle rime volgari. Nel 1373 riceve il Decameron del Boccaccio e ne traduce in latino la novella di Griselda (X, 10).

Mentre attende alla sistemazione delle Seniles e alla revisione dei Trionfi la morte lo coglie nella notte tra il 18 e il 19 luglio del 1374, secondo la tradizione durante la lettura di Virgilio.

L’esistenza di Petrarca fu molto travagliata e inquieta: le attività culturali, come già rilevato, si alternavano alle missioni diplomatiche, la vita privata non sempre era distinta da quella pubblica.

In tale varietà di lavori e di interessi è possibile individuare un primo sintomo della modernità della vocazione petrarchesca, che anche a livello strettamente culturale e letterario mostra una notevole ricchezza: alla riflessione religiosa (lesse ben presto e meditò le Confessioni di sant’Agostino, nel 1333) si accompagna il precoce amore per i classici della letteratura latina (verso il 1343 scoprì, come è stato accennato, nella Biblioteca Capitolare di Verona alcune lettere di Cicerone); alla produzione in volgare si alterna quella in latino.

Insomma, Petrarca può a ragione essere considerato uno dei primi umanisti, proprio per l’amore profondo che nutrì per i classici, concepiti non in contrasto ma in continuità con la tradizione cristiana, e anche per l’utilizzo degli esempi antichi nell’ambito della sua produzione volgare. Tipicamente umanistica è la sua vocazione filologica, ma anche il fatto che egli fu sempre in relazione con i maggiori studiosi a livello europeo, secondo una concezione di arte transnazionale e cosmopolita.

Ciò che manca alla sua cultura e lo trattiene al di qua delle figure degli umanisti del Quattrocento è la non conoscenza del greco (ne cominciò soltanto lo studio) e la notizia solo indiretta delle opere degli autori greci comprese quelle di Platone che pur gli fu assai caro.

 

Le opere in volgare

L’opera che  rese Francesco petrarca uno dei poeti più celebri al mondo è il Canzoniere, una raccolta di testi in volgare che l’autore riteneva di importanza secondaria[9] .

Il titolo originale recita infatti Rerum vulgarium fragmenta, e cioè “Frammenti di cose volgari”[10].

In realtà la cura con cui l’autore organizzò questo canzoniere fu attentissima, e del resto proprio l’impianto così meditato fu una vera e propria novità.

Si tratta di 366 componimenti (la maggior parte sonetti[11]) concepiti come lettura da compiere nell’arco dell’anno, un componimento al giorno, più uno proemiale.

La raccolta ha al centro la figura di Laura[12], donna fittizia e insieme reale, senhal trobadorico (=nome fittizio) e elemento indiscutibile della biografia petrarchesca.

Desiderio impossibile da colmare e perciò vitale, Laura rappresenta un’aspirazione irraggiungibile che viene rappresentata tramite metafore e immagini molto selezionate e ricorrenti.

Le allusioni, i doppi sensi che il poeta riesce a creare utilizzande il nome della donna amata rimandano all’episodio mitologico di Apollo e Dafne narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (I, 452-567): la ninfa Dafne, la cui verginità era stata consacrata a Artemide, è amata da Apollo, dio e protettore della poesia.

Egli la insegue per possederla ma, prima di raggiungerla, Dafne viene trasformata in alloro, che da allora diviene la pianta sacra a Apollo, e quindi simbolo della poesia.

Attraverso la tessitura di queste equivalenze (Dafne-Laura-laurum-laurea poetica) Petrarca si pone nella posizione dell’amante (Apollo) e al tempo stesso di custode e sacerdote della poesia.

La ricerca della donna amata, irraggiungibile e oggetto del desiderio, corrisponde quindi alla ricerca della poesia, alla consolazione che l’attività letteraria è capace di generare nell’uomo.

Da questo punto di vista il Canzoniere ripropone una tematica che è ben consolidata nella tradizione della lirica romanza e largamente divulgata dal De Amore di Andrea Cappellano: la celebrazione della donna.

Una donna astratta e stilizzata che incarna l’ideale dell’amore, della bellezza e della religiosità, della patria, della speranza  ma anche la figura di colei che condanna.

Il poeta immagina di avere incontrato Laura il giorno 6 aprile dell’anno 1327 e di essersene innamorato: egli volle addirittura attribuirle una presenza fisica, registrando nel codice Ambrosiano di Virgilio, il libro a lui più caro, i particolari del loro incontro, avvenuto nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone, e della morte, che la colse nella stessa città nello stesso giorno dello stesso mese del 1348, mentre il poeta si trovava a Verona.[13]. Oggetto e tematica dominante del libro è dunque il nome della donna, una parola poetica che racchiude e concentra su di sé tutta l’attenzione del poeta, le infinite variazioni che quel segno determina in modo artificioso.

Gli stessi contemporanei e amici del poeta si accorsero dell’espediente, a partire da Boccaccio[14]; in risposta a una richiesta di Giacomo Colonna, Petrarca (Familiares, II, 9, 20)  stesso si affrettò a chiarire l’equivoco.[15] .

Nel complesso l’opera tematizza due epoche fondamentali nella vita del poeta, la fase in cui Laura era viva (che simbolizza l’amor profano[16]) e quella in cui era ormai morta (che simbolizza l’amor sacro[17]); anche se molte poesie della seconda fase appartengono al periodo in cui Laura era in vita e quindi la bipartizione corrisponde più che altro ad una finzione letteraria (di questa bipartizione si lascia intendere nella forma del 1347-1350 che ricomprendeva 150 componimenti).

Non si tratta in altre parole di una suddivisione rigidamente cronologica, ma di una serie di corrispondenze e di atmosfere ispirate a questi due fatti capitali, frammenti di una vita segnata dalla gioia dell’amore e dal dolore della morte, in modo difficilmente districabile.

Petrarca lavorò con grande impegno su ogni singolo testo, approntando continue correzioni e varianti, con un meticoloso lavoro di rifinitura e di bilanciamento fra i singoli componimenti e l’insieme che essi costituiscono.

Per realizzare una poesia all’altezza dell’argomento, il volgare assunse un’eleganza prima mai raggiunta; il vocabolario usato dal poeta è ridotto e molto scelto, ma usato in modo “intensivo”: nella poesia del Canzoniere conta anche la minima sfumatura di significato.

Proprio la sistematicità con cui il progetto fu realizzato, insieme alla sua astrattezza intellettuale (una poesia dunque non legata da questo punto di vista a un preciso contesto storico e culturale) rese il Canzoniere un vero e proprio modello poetico, che influenzerà per diversi secoli la lirica occidentale.

Si tratta di un paradigma determinante anche dal punto di vista, ad esempio nella definizione della forma del sonetto e della canzone.

Un’altra importante opera poetica in volgare è un poema in terza rima (l’allusione a Dante è evidente anche nella scelta della struttura delle strofe) intitolato I trionfi, a cui Petrarca lavorò tra il 1356 e il 1374.

Rimasto incompiuto, fu stampato per la prima volta con il Canzoniere nel 1470[18]; la struttura riprendeva l’impostazione data da Boccaccio alla sua Amorosa visione, articolata in una serie di “trionfi”.

Il poeta dorme in Valchiusa, quando gli appaiono visioni trionfali del dio Amore seguito da un corteo di personaggi storici e mitologici[19].  Anche qui ha grande importanza la valutazione, da un punto di vista spirituale, dell’esperienza legata alla figura di Laura. Più in generale, si assiste a una svalutazione delle cose terrene a favore dell’assoluto celeste.

Nei Trionfi, in altre parole,  il grande tema del Canzoniere è elevato dal senso autobiografico al senso universale, cioè a storia non solo di un uomo, ma dell’umanità intera, dalle passioni terrene all’abbandono in Dio.

Pur con l’ambizione di un rigoroso progetto unitario (al trionfo d’Amore seguono quello della Pudicizia, della Morte, della Fama, del Tempo e dell’Eternità), il poeta non arrivò a dare ai Trionfi un assetto definitivo: la composizione dell’opera si protrasse faticosamente per circa un ventennio, dal 1356 al 1374, fra pause e riprese, incertezze e ripensamenti, attestate da ampie testimonianze nel Vat. lat. 3196.

 Le opere in latino

 Per molti secoli, e fino ai primi decenni del nostro, la critica ha privilegiato la lettura e l’analisi delle opere petrarchesche in volgare, attribuendo maggior valore all’attività del poeta che a quella del letterato e dell’erudito.

Oggigiorno, invece, è stata pienamente rivalutata la produzione in latino: essa, oltre ad essere assai più varia di quella in volgare, che è tutta in versi, è ricchissima e testimonia i diversi aspetti e le molteplici sfumature della complessa personalità dell’autore, il quale volle consegnare proprio alla produzione in latino l’immagine di sé e le speranze di gloria presso i posteri.

Inoltre non è da sottovalutare il fatto che nei testi latini il profondo travaglio spirituale dell’autore, sempre combattuto tra le aspirazioni terrene e la volontà di superarle, appare con altrettanta chiarezza e vigore che in quelli in volgare. – Analogamente, emerge da queste opere il dissidio fra due concezioni del mondo, del quale il Petrarca è emblema e interprete.

Da un lato la civiltà medievale, con i suoi princìpi trascendenti, è ormai sulla strada della decadenza; dall’altro si profila una civiltà nuova, ma non ancora pienamente affermata, che mette al centro del mondo l’uomo, e ritrova nella classicità i fondamenti dei suoi più alti valori.

Tradizione e novità: l’autore si muove fra questi due poli, fin dall’ampio epistolario, pensato su modelli latini, tra i quali prevalgono quelli di Cicerone e di Seneca. Tra le epistole, i Rerum familiarium libri (o Familiares), dei quali l’autore stesso curò la pubblicazione, raccolgono, in 24 libri, 350 lettere indirizzate a parenti, amici e, in qualche caso, a ideali interlocutori dell’antichità (Cicerone, Virgilio).

La più celebre è forse quella in cui il Petrarca descrive l’ascensione al Monte Ventoso.

Dalla raccolta, composta tra il 1325 e il 1366, sono escluse le epistole Sine nomine, 19 lettere prive del nome del destinatario perché contenenti pesanti critiche nei confronti della Curia avignonese.

 In 17 libri sono invece le 125 Rerum senilium libri (o Seniles), scritte tra il 1361 e il 1374, a conclusione delle quali avrebbe dovuto trovarsi, probabilmente, la Epistula ad posteros (o Posteritati), rimasta incompiuta.

Le Variae, che il Petrarca non aveva voluto rendere pubbliche, e i 3 libri delle 66 Epistulae metricae, in esametri, concludono il panorama delle lettere.

In esse, il Petrarca si discosta decisamente dal modello della trattatistica medievale, adottando il genere epistolare, assai diffuso nell’antichità, attraverso il quale argomenti di varia umanità e profonde questioni morali sono affrontati in forma colloquiale, e il poeta non si basa su assunti dottrinali astratti, ma lascia ampio spazio a esperienze concrete e a riflessioni personali.

Tra le opere in latino, un posto particolare occupano i trattati detti “ascetici”, perché accomunati dal tema della riflessione intima, del distacco dalle cose terrene, della meditazione cristiana.

Il principale è il Secretum[20], steso probabilmente tra il 1342 e il 1343, ma più volte rielaborato, e non destinato alla pubblicazione (anche se fu pubblicato nel 1473).

Il fatto che si tratti di un’opera non destinata nelle intenzioni dell’autore alla pubblicazione si capisce considerando che si tratta di una specie di autoanalisi, di dialogo fra sé e sé, problematico e rasserenante insieme: lo scrittore scava all’interno dei sentimenti e delle contraddizioni, che travagliano di continuo la sua vita[21].

La forma è quella del dialogo: una figura simbolica e muta, la Verità, appare a Francesco per aiutarlo a superare i suoi errori.

 Il poeta discute con sant’Agostino[22], suo referente dialettico.

I temi sono il legame con le cose terrene, i vizi che assediano l’uomo, gli ideali che nascondono un fondo di egoismo e di cecità, a partire dal desiderio di gloria, particolarmente sentito dal poeta.

E poi temi universali come la morte, la colpa, la caducità della vita. Il dialogo cui assiste la Verità, garante delle parole dei due interlocutori, si conclude, realisticamente, senza né vinti né vincitori: nel S. non vi è conversione ma <<riflessione sulle cose della propria vita>>. La modernità del libro sta anche in questo.

Il Secretum è composto di tre libri più un proemio che funge da introduzione: ognuno di essi riassume una giornata di discussione tra il Petrarca e sant’Agostino, alla presenza della Verità

Il dialogo immaginario s’ispira alle Confessioni dello stesso Agostino, ma non trascura i modelli di Cicerone (definito da Petrarca “maestro di moralità”), di Seneca e soprattutto di Boezio.

Nel proemio P. immagina che gli appaia una donna meravigliosa, la Verità, in compagnia di sant’Agostino al quale Francesco viene affidato per un’autentica confessione.

Nel primo libro, le domande di sant’Agostino fanno venire alla luce la “malattia” morale del Petrarca: la mancanza di volontà. Essa gli impedisce di staccarsi completamente dalle aspirazioni terrene – alle quali pure vorrebbe sfuggire -, e di raggiungere il bene spirituale, cui tuttavia tende.

Sant’Agostino ritiene che P. debba operare una continua meditazione sulla morte ed avere un contatto con essa che non sia superficiale; soltanto quest’ultimo infatti consente di averne un’esatta percezione soprattutto in termini di conseguenze (il giudizio divino); attraverso la comprensione profonda della morte altrui (che si verifica con uno sconvolgimento dell’animo nostro) si può efficacemente provare il distacco dai beni terreni (che appaiono davvero vani) e l’avvio verso la felicità (si percepisce infatti in tutta la sua grandiosità la capacità di Dio di strapparci al male)

Nel secondo libro, sant’Agostino analizza l’animo di Francesco e lo costringe ad ammettere d’essere colpevole di tutti i peccati capitali, eccetto l’invidia.

Francesco è debole soprattutto davanti al richiamo degli agi, della ricchezza e degli onori, troppo superbo del proprio intelletto e della propria cultura, incline a cedere alla bellezza femminile e alle passioni.

Ma la vera “malattia” e colpa dell’autore è l’accidia, quel durevole sentimento di inquietudine e di inerzia, di insoddisfazione e di angoscia (aegritudo per gli antichi) che nasce dalla percezione della vanità dell’agire umano ed impedisce di aderire al bene di cui si ha la chiara consapevolezza.

Egli rileva che mentre negli altri vizi capitali c’è sempre qualcosa di seducente che lo porta a fare il male, nell’accidia tutto è “aspro, misero, orribile”.

Nel terzo libro, infine, sant’Agostino esamina la propensione del Petrarca per l’amore e per la gloria, e arriva a concludere che esse sono le più pesanti “catene” che legano l’animo suo (Agostino per mezzo delle parole di Cicerone afferma che l’amore carnale è “la passione più violenta”).

A questo punto il santo esorta P. ad abbandonare il sentimento amoroso e la lettura dei classici per tornare in se stesso e ricomporre <<gli sparsi frammenti dell’anima>> con una nuova produzione morale, che Agostino auspica nata all’insegna della meditazione sulla morte[23].

Francesco si difende (e con se stesso difende la poesia d’amore dai provenzali allo stilnovo), stavolta, con obiezioni diverse da quelle precedenti. Nel corso del colloquio, infatti, egli aveva sostenuto di non aver commesso i peccati che Agostino gli rimproverava.

Ora, invece, riconosce che in lui si agitano le passioni d’amore e il desiderio di gloria, ma non vuole accettare il fatto che queste aspirazioni siano di per sé colpevoli.

Egli quindi difende il suo amore per Laura come un tramite fra lui e Dio, e sostiene che il desiderio di gloria è un sentimento onorevole. Anche se non può essere messo a confronto con l’amore per Dio, non per questo esso è privo di un suo valore specifico. Sant’Agostino, con serrate argomentazioni, lo porta ad ammettere che l’amore per Laura e la brama di gloria sono in realtà impulsi solo terreni e non spirituali, e che pertanto lo allontanano da Dio. Tuttavia, nel finale, lo scrittore, pur riconoscendo la validità di quanto Agostino ha affermato, non può promettere di rinunciare a quelle aspirazioni, che sono il cardine della sua vita.

P. afferma che la vita terrena per lui non è ancora finita e quindi è necessario che gli dedichi tutte le sue attenzioni; chiede tuttavia di essere aiutato sia da Agostino che dalla Verità.

Il Secretum diventa così una confessione, una testimonianza lucida e appassionata della crisi di una coscienza sempre inquieta.

La forma del dialogo riflette in modo illuminante il dissidio interiore tra le inclinazioni e le passioni terrene, espresse da Francesco, e l’intenso richiamo ad una totale purezza dello spirito, al quale dà voce sant’Agostino.

Il Petrarca sente e soffre intensamente questo dissidio, e non lo risolve mai, ma nel Secretum riesce ad analizzarsi con chiarezza, a ricostruire gli elementi del suo conflitto e a dar loro una sistemazione razionale.

Il Secretum è anche un documento di inestimabile importanza per ritrovare nel Petrarca i segni del tramonto dei valori medievali e quelli dell’ancora incerta affermazione del nuovo modello umanistico.

A questo proposito il contrasto finale con sant’Agostino è rivelatore. Francesco infatti rivendica all’uomo il diritto di agire per scopi terreni e di amare una donna senza per questo perdere la sua dignità e il suo senso religioso, anche se si tratta di una spiritualità vissuta in forma tormentata e tutta personale.

Tra le altre opere latine di Petrarca si ricorda De vita solitaria, un trattato morale scritto nel 1346, che consiste in un elogio della vita di studio condotta lontano dalla città (il riferimento autobiografico è ai sospirati soggiorni di Valchiusa contrapposti alla vita di Avignone). Alla difesa dello studio solitario e disinteressato segue una serie di esempi ricavati dalla tradizione classica e cristiana.

Cominciato nel 1346, pochi anni dopo il Secretum e un anno prima del De otio religiosorum, la Vita solitaria testimonia insieme con gli altri due trattati un momento particolare della vita del Petrarca: l’inizio, cioè, di una fase in cui agli entusiasmi giovanili sono subentrati un ripiegamento interiore e un’accorata riflessione sulla vanità delle ambizioni mondane.

L’ispirazione ascetica è senza dubbio sincera, ma si tratta pur sempre di un ascetismo mediato dalla concezione umanistica che si è ormai sostituita al rigorismo morale del Medioevo: la “vita solitaria” è infatti concepita dal Petrarca non come eremitaggio e penitenza, ma, classicamente, come un appartarsi dalle preoccupazioni del mondo per rifugiarsi in un otium (ozio) allietato dagli studi, dallo spettacolo di una natura piacevole e dalle amicizie. “Sia l’ozio modesto e dolce, non arcigno”, scrive il poeta; “Sia la solitudine tranquilla, non feroce: solitudine, appunto, non selvatichezza”.

Anche nel suo momento di maggiore ripensamento religioso, insomma, il Petrarca dimostra di non sapersi staccare dai suoi ideali umanistici di laboriosità, dignità, socialità.

L’Africa è invece un poema epico in esametri che ha per argomento la seconda guerra punica, cantata tenendo presente soprattutto la ricostruzione dello storico latino Tito Livio[24] e il modello poetico di Virgilio.

Il Petrarca lo comincia nel 1338, e lo sottopone a correzioni, revisioni e aggiunte (un’abitudine che ebbe per tutte le opere) fino al 1343, anno in cui lo abbandona definitivamente (al nono libro dei dodici previsti).

L’argomento sono le imprese compiute da Scipione in Africa durante la Seconda guerra punica (218-201 a.C.); su questa vicenda si innesta una serie di episodi secondari, che celebrano la grandezza passata e futura di Roma.

L’Africa era, nelle intenzioni dell’autore, l’opera alla quale affidare la propria gloria presso i posteri, come testimonia il fatto che il Petrarca la scegliesse per recitarla davanti al re di Napoli, Roberto d’Angiò, prima dell’incoronazione poetica in Campidoglio.

Nonostante le ambizioni, l’Africa è di fatto un fallimento poetico: il tono oratorio e celebrativo, così come l’impianto epico, sono decisamente estranei alla personalità petrarchesca.  La contrapposizione tra i personaggi è schematica, la loro psicologia è priva di sfumature: Scipione e i Romani rappresentano la virtù civile e umana, Annibale e i Cartaginesi la crudeltà e la barbarie. Solo qualche episodio si salva. È rimasto celebre quello della morte di Magone[25], che nel lamento accenna, con intense note liriche, a temi congeniali all’autore: la mutevolezza e la labilità delle cose terrene, l’inconsistenza delle ambizioni umane, tra cui anche la gloria, pur tanto ambita dal poeta.

De viris illustribus (Degli uomini illustri), iniziato a Valchiusa nel 1338 e a lungo rielaborato, è una specie di commento al poema: si tratta di una serie di ritratti di personaggi celebri, romani (Scipione, Cesare), mitologici e dell’Antico Testamento (Adamo e Mosè). In entrambi i casi la rappresentazione è piuttosto statica e la tematica abbastanza tradizionale.

Nascono da spunti autobiografici anche le cosiddette “opere polemiche”.

Nelle Invectivae contra medicum quendam (1352-1353), in 4 libri, il Petrarca polemizza vivacemente contro un medico della corte avignonese, che lo aveva rimproverato per aver suggerito al Papa di allontanare da sé i medici presuntuosi e ignoranti.

Con calore e passione, l’autore vi difende un ideale di uomo colto, che attraverso la dedizione allo studio e alla poesia raggiunge i valori disinteressati della virtù: è cioè un pretesto per esaltare il valore spirituale della poesia in confronto alle tecniche pratiche.

Così Petrarca intervenne in una tematica che ebbe molti esempi medievali ed era destinata a diffondersi anche in epoca moderna.

Nel 1367 scrive ancora il De sui ipsius et multorum ignorantia, in cui polemizza con quattro giovani filosofi averroisti. Costoro gli rimproveravano d’essere ignorante di scienza e di filosofia sistematica; il Petrarca replica, ribadendo la propria fiducia nella cultura intesa come ricerca della virtù, dell’affinamento spirituale, del progresso morale, e non come inutile bagaglio di erudizione.

Val la pena di citare, infine, l’Invectiva contra eum qui maledixit Italiae, opera rivolta contro il frate Jean de Hesdin, responsabile di un violento attacco contro l’Impero romano e contro il Papato.

Opera minore, essa testimonia tuttavia in modo sintetico ma completo l’ideale politico del Petrarca: l’utopia di ricostruire la nobile grandezza della repubblica romana, l’esaltazione delle virtù civili e del disinteresse personale nell’azione politica, la fede nella rinascita di una Roma capace di unire gli antichi valori della civiltà classica con quelli della Chiesa, cardine e guida del Cristianesimo universale.

Insieme ai Trionfi, il De remediis utriusque fortunae (I rimedi nella buona e nella cattiva sorte) sono l’opera in cui il Petrarca tenta di dare una veste organica e sistematica alla propria concezione della vita, raccogliendo un’amplissima serie di esperienze possibili nel corso dell’esistenza umana e suggerendo per ciascuna di esse una giusta linea di comportamento, alla luce di una morale che unisce elementi di ascetismo cristiano con tendenze allo scetticismo e al distacco di origine stoica.

Il trattato, composto fra il 1356 e il 1357, si divide in due parti, secondo una struttura molto elaborata: nella prima, attraverso 122 brevi dialoghi, il Gaudio e la Speranza propongono alla Ragione una interpretazione ottimistica del destino dell’uomo; nella seconda, formata da 132 dialoghi, sempre la Ragione discute con il Dolore e la Paura, che sostengono una visione della vita improntata al più cupo pessimismo.

In ambedue i casi la Ragione riesce a dimostrare l’inconsistenza delle tesi sostenute dai suoi interlocutori: infatti, non ha alcun senso né esultare né disperarsi di fronte alle cose di questo mondo, che sono tutte transitorie e vane, e come tali devono quindi essere considerate dall’uomo saggio.

Il libro risulta di lettura faticosa e suscita impressioni di aridità e di schematicità. Tuttavia, qualche passo non è privo di suggestione, come quello in cui dalla esposizione di un caso esemplare traspare l’impronta di una concreta esperienza autobiografica.

– La grandezza di Petrarca è affidata in primo luogo alla sua poesia volgare, almeno volendo giudicare la straordinaria importanza che ebbe non solo in Italia ma in tutta l’Europa, e per parecchi secoli – innescando un fenomeno noto come “petrarchismo” – al punto che un grande poeta come Giacomo Leopardi, collocandosi alla fine di questa tradizione, osservò che Petrarca era stato a tal punto imitato da parere un imitatore.

[1] Per questo è nominato anche come Petraccolus de Ancisa.

[2] Nacque come egli stesso narra nella Lettera ai posteri, “da onorati genitori d’origine fiorentina, in mediocre stato di fortuna, anzi per ver dire prossimo a povertà, essendo essi banditi dalla patria”.

[3] Perché guelfo di parte Bianca.

[4] L’opinione più accreditata l’identifica con Laura de Noves, andata sposa nel 1325 a Ugo de Sade.

[5] Ottenendo il privilegium lauree che implicava la cittadinanza romana, e la possibilità di una libera docenza.

[6] Re di Sicilia (1278-1343), figlio di Carlo II, a cui succedette nel 1309. Si oppose a Enrico VII del Lussemburgo e alla morte (1313) di questi divenne il più potente sovrano d’Italia, assicurandosi le signorie di Firenze e Genova. Le sue ambizioni furono però frustrate dalla sconfitta (1338) subita in Sicilia nella guerra contro gli Aragonesi. Era un amante delle lettere e delle arti.

[7] Tribuno e riformatore di Roma (Roma 1313-1354). Popolano sostenuto dal papato avignonese, si oppose al potere della nobiltà cittadina proclamandosi tribuno di Roma (1347). Fuggito per le crescenti ostilità, anche della Chiesa, insospettita dalla sua eccessiva autonomia (1350), riuscì a tornare con l’appoggio del nuovo papa Innocenzo VI, ma l’estremo autoritarismo del suo regime gli costò la vita in un tumulto popolare. Fu durante un soggiorno ad Avignone (1342) che Petrarca conobbe Cola di Rienzo, venuto presso il papa come capo di un’ambasceria, e s’entusiasmò per il programma del tribuno di restaurare l’antica repubblica romana.

[8] A Venezia, presso il doge Andrea Dandolo, per la pacificazione con Genova; a Mantova, nel 1354, presso l’imperatore Carlo IV di Boemia; a Praga, nel ‘56 e quindi a Parigi nel 1360-61.

[9] Perché Petrarca si proponeva di ottenere gli onori letterari con le opere in latino (in particolare l’Africa) e intendeva lasciare ai posteri l’immagine di un intellettuale totalmente votato alla fede cristiana ed ai classici. Nonostante ciò il Canzoniere passò ben nove revisioni che abbracciarono tutta la vita del poeta il quale, se avesse potuto, lo avrebbe ulteriormente revisionato: inizialmente (1336-37) il Canzoniere era composto infatti da soli 22 componimenti. Che Petrarca considerasse meno importante il suo lavoro in volgare ce lo attesta lo stesso nella lettera di accompagnamento (poi inclusa nelle Variae, IX e, con alcune modifiche, nelle Seniles, XIII, 11) alla cosiddetta “forma malatestiana” (1373),  egli giustificava le “nugellas meas vulgares”, la natura frammentaria dell’opera, la varietà degli argomenti (“opuscoli varietatem”), la rozzezza dello stile (“ruditatem stili”) in quanto frutto dell’età giovanile.

[10] Come già era accaduto con Dante nella Commedia, anche nel Canzoniere siamo in presenza di un personaggio che dice “io” e sviluppa una materia dichiaratamente autobiografica. Tanto Dante che Petrarca assumono nelle loro opere il ruolo di personaggio-poeta, interprete e contemporaneamente autore del testo letterario: solo che il meccanismo dantesco vuole tentare una rappresentazione dell’universale, enciclopedica, assoluta, mentre la scelta di Petrarca cade su una dimensione molto più limitata, esistenziale, individuale.

A questo proposito il poeta dice di volere comporre dei fragmenta, e non un’opera ambiziosa, unitariamente costruita: le dichiarazioni di Petrarca sono certamente velate di falsa modestia, perché nell’intento dell’autore c’era invece la volontà di organizzare una materia articolata, complessa, perfettamente disposta tanto in senso quantitativo che qualitativo. Petrarca non adopera mai il termine di Canzoniere per indicare la sua produzione lirica in volgare: questo è un titolo che più tardi, nel Cinquecento, verrà dato dagli imitatori del poeta, in un generale crescendo di popolarità addirittura europea. Petrarca adoperava per le sue poesie il titolo meno impegnativo di Rerum vulgarium fragmenta (“Frammenti di cose volgari”), ed era solito chiamare i suoi componimenti con l’appellativo di nugae (o nugellae, cioè “poesiole”), ad indicare un andamento occasionale, il carattere sperimentale e l’impegno breve di quella produzione.

[11] Per l’esattezza 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Perciò il carattere frammentario della raccolta esiste soltanto in astratto: in realtà Petrarca costruisce un vero e proprio codice di riferimento per tutta la lirica moderna. Alla fine risulta che il Canzoniere è il luogo dell’unità della poesia, una unità indiscutibile proprio perché a lungo cercata, desiderata, costruita: spazio chiuso e intelligentemente dosato nell’uso della parola, e contemporaneamente opera aperta alla continua rielaborazione e autocorrezione. Un lavoro, quello della composizione e della riorganizzazione, che è durato per almeno quattro decenni, dal 1332-35 fino alla morte del poeta, e che ha reso il Canzoniere una sorta di work in progress, un enorme laboratorio viaggiante della scrittura privo di forma e sempre in cerca di una forma, il più tipico e drammatico esempio di come e quanto la letteratura sopravviva nel segno di un’angosciante precarietà. La ricerca della perfezione non si conclude mai con un successo pieno: Petrarca torna continuamente sopra i propri testi correggendoli, rivedendoli e migliorandoli, ma senza mai essere soddisfatto del proprio lavoro, e anzi confermando l’idea che la poesia è soltanto un tentativo di avvicinamento alla verità, a un valore definitivo e ultimo che tuttavia sfugge.

[12] Di Laura si sa poco; nel Secretum la si dice stanca nel corpo per le sue varie gravidanze: dunque era sposata.

[13]Laurea, propriis virtutibus et meis longum celebrata carminibus, primum oculis meis apparuit sub primum adolescentie mee tempus, anno Domini m° IIIC XXVII die VI° mensis Aprilis in ecclesia sancte Clare auin. hora matutina; et in eadem civitate eodem mense Aprili eodem die sexto eadem hora prima, anno autem m° IIIC XLVIII° ab hac luce lux subtracta est, cum ego forte tunc Verone essem, heu! fati mei nescius” (“Laura, illustre per le sue virtù e a lungo celebrata nei miei carmi, apparve per la prima volta ai miei occhi nel primo tempo della mia adolescenza, l’anno del Signore 1327, il sesto giorno d’aprile nella chiesa di santa Chiara in Avignone, a mattutino, e in quella stessa città,  nello stesso mese d’aprile, nella stessa prima ora del giorno dell’anno 1348, la luce della sua vita è stata sottratta alla luce del giorno mentre io mi trovavo per caso a Verona, ignaro ahimè!, del mio fato. La notizia dolorosa mi raggiunse a Parma in una lettera del mio Ludovico nello stesso anno, la mattina del 19 di maggio. Il suo corpo castissimo e bellissimo fu messo a riposare nel cimitero dei frati minori il giorno stesso in cui ella morì, al vespro. Sono convinto che la sua anima sia ritornata al cielo da dove era venuta, come quella dell’Africano di cui dice Seneca”).

[14] Che nel De vita et moribus Domini Francisci Petracchi scriveva: “Et quamvis in suis quampluribus vulgaribus poemabitus, in quibus perlucide decantavit, se Laurettam quandam ardentissime demonstrarit amasse, non obstat; nam, prout ipsemet et bene puto, Laurettam illam allegorice pro laurea corona quam postmodum est adeptus, accipiendam existimo”(“E sebbene in numerose poesie volgari, splendidamente composte, abbia dichiarato di aver amato con grande passione una tal Lauretta, ciò non fa difficoltà per la mia affermazione, poiché, come per mio conto e giustamente suppongo, ritengo che quella Lauretta vada intesa allegoricamente per la corona d’alloro che poi ottenne”).

[15]  “Quid ergo ais? finxisse me michi speciosum Lauree nomen, ut esset et de qua ego loquerer et propter quam de me multi loquerentur; re autem vera in animo meo Lauream nichil esse, nisi illam forte poeticam, ad quam aspirare me longum et indefessum studium testatur; de hac autem spirante Laurea, cuius forma captus videor, manufacta esse omnia, ficta carmina, simulata suspiria”“Che dici tu dunque? d’aver io inventato il bel nome di Laura, perché di lei potessi parlare e per lei molti parlassero; ma che nel fatto nessuna Laura mi sta nel cuore, se non forse quel lauro dei poeti, al quale è manifesto ch’io aspiro con lungo studio e indefesso; e di questa Laura viva, della quale io fingo d’esser preso, tutto è artefatto: finti i miei versi, simulati i sospiri”.

[16] Dalla rima I alla CCLXIII. Il Canzoniere inizia con una serie di componimenti dedicati al rinnovamento spirituale operato dall’incontro con Laura, avvenuto il giorno del Venerdi Santo del 1327. Sono queste le “rime nuove”, giovanili, dettate dall’inesperienza della vita e dalle passioni (I-LX). Il poeta vive poi in uno stato confusionale: il dilemma Amore-Dio lo getta in un travaglio penoso, ma finalmente egli riconosce che la causa di tutto questo è la passione per Laura. Petrarca racconta Laura attraverso il mito di Dafne: è una narrazione apollinea celebrata nella luce e nel paesaggio di Valchiusa (LXI-CXXIX). Al di là di questa celebrazione, Laura diviene oggetto di un presentimento di morte: la malattia della donna tormenta il poeta e offusca la bellezza di Laura. In questa sezione del Canzoniere si collocano i “sonetti del presentimento” (CCXLVII-CCLIV): Laura diviene la proiezione di uno stato d’animo di sgomento e angoscia, di solitudine e di meditazione sul destino dell’artista.

[17]Dalla rima CCLIV alla CCCLXVI. La seconda parte della raccolta inizia con la canzone CCLIV (I’ vo pensando, e nel penser m’assale), che rappresenta una vera e propria cerniera tra i due momenti del Canzoniere: il poeta ora si concede interamente al dolore, alla disperata e vana ricerca delle ombre che lo perseguitano dalla morte di Laura. Questa seconda sezione manifesta una maggiore omogeneità nelle tematiche e nelle soluzioni formali: Petrarca vuole così rappresentare il suo unico pensiero di rimpianto per la donna che aveva tanto amato. La morte viene a cadere il giorno stesso del l’innamoramento, che è poi anche il giorno della passione e morte di Cristo (6 aprile): il poeta istituisce una relazione simbolica tra la morte e il processo di redenzione che attraverso il ricordo di Laura potrà portarlo alla salvezza spirituale. La donna viene ora considerata la guida della rinascita spirituale del poeta, poiché con i suoi sentimenti, la sua onestà e il suo contegno ha saputo distogliere Petrarca dal male e avviarlo alla salvezza. La morte di Laura consente perciò di superare le vanità terrene e di riunirsi a lei in cielo: il motivo della morte intesa come sdoppiamento dello spirito dalla carne è qui ripreso nella sua tradizionale accezione neoplatonica, e costituisce il termine del percorso lirico in quanto momento conclusivo e riepilogativo di una storia cominciata sotto il segno dell’amore.

[18] La continuità che i Trionfi (Petrarca volle dare loro il titolo latino di Triumphi) istituiscono con il Canzoniere è evidente fino dall’incipit del poemetto, il Triumphus Cupidinis, in cui il poeta riecheggia la vicenda dell’innamoramento che tanta parte ha avuto nelle rime sparse: “Al tempo che rinnova i miei sospiri | per la dolce memoria di quel giorno | che fu principio a sì lunghi martiri”.

[19] Senza dubbio prevale nei Trionfi, anche se il poeta non giunse a completare l’opera, l’impianto rigidamente allegorico che aveva evidenti modelli di riferimento nel Roman de la Rose e nella Commedia dantesca, da cui Petrarca imitò la scelta metrica della terza rima, e su cui ebbe una qualche influenza l’Amorosa visione dell’amico Boccaccio.

Petrarca riprende la formula delle “visioni” medievali: la sua è una scelta che va nella direzione opposta rispetto alla raffigurazione teologica e mistica di Dante: prevale anzi un certo sfarzo ornamentale nelle descrizioni, una sentenziosità di fondo che si manifesta nel linguaggio volutamente calcolato, dosato in ogni sua parte con una perizia artefatta e schemi decorativi prestabiliti, chiusa in un’intelaiatura letteraria.

Viene meno, rispetto al Canzoniere, la dinamica di un’ispirazione rinnovata dall’esperienza vissuta: in questo modo i Trionfi appaiono come il lavoro di una vecchiaia illustre che celebra se stessa e la propria decenza intellettuale. Spesso la rappresentazione delle sfilate allegoriche attinge a materiali preesistenti, a memorie letterarie, perdendo così gran parte della sua forza: Petrarca inclina verso il disegno, verso una raffigurazione iconografica, quasi pittorica, della scrittura.

Il senso di ripiegamento morale da cui nascono i Trionfi è del tutto estraneo alla freschezza linguistica delle rime volgari: la figura di Laura, che pure è al centro dell’opera, viene adombrata e schematizzata da una macchinosa panoramica di valori morali (l’onestà, la verecondia, l’intelligenza, la modestia, “abito con diletto”, la perseveranza, la gloria, la “bella accoglienza”, l’“accorgimento”, la cortesia, la purezza, la castità e infine la bellezza).

[20] Il De secreto conflictu curarum mearum (il segreto conflitto dei miei pensieri) è una prosa filosofica che può considerarsi strettamente legata al Canzoniere. Lo stesso Petrarca nella conclusione del trattato conclude:<<Raccoglierò gli sparsi frammenti della mia anima>>. Nel S. tuttavia ci viene mostrato un aspetto anche violento della passione amorosa mentre nel Canzoniere la concezione della passione è assai “temperata”.

[21] Nel proemio l’autore scrive:<< Tu dunque libretto evita di incontrarti con altri, e statti contento di rimanertene con me, memore del tuo nome. Sei infatti il mio segreto, e così sarai chiamato>>.

[22] Petrarca lo sceglie forse perché rappresenta uno dei momenti più alti della tradizione antiaristotelica, ma anche perché questo santo esprime con pienezza la sensibilità medievale con la sua coscienza del peccato, il suo rifiuto della mondanità e la sua affannosa ricerca del divino

[23] Il progetto di riordinamento del Canzoniere risulta legato a doppio filo con le questioni poste nel Secretum e con l’idea di una svolta nel modo di concepire la poesia e la letteratura.

[24] Ma anche di Ennio,  e di Cicerone.

[25] Generale cartaginese († 203 a.C.), fratello di Annibale. Combatté alla battaglia di Canne (216) in Spagna e in Liguria. Sconfitto dai Romani nel territorio degli Insubri e richiamato in patria, morì durante il viaggio.

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