IL DOLCE STIL NOVO

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S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni. Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, Il Dolce Stil Novo, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 110 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

La stagione poetica che si consuma negli ultimi decenni del Duecento tra Bologna e Firenze è definita <<dolce stil novo>>: si tratta di un primo punto d’arrivo della lirica italiana.

In Bologna, città all’avanguardia negli studi, si dà l’avvio a questo movimento poetico con l’opera di Guido Guinizzelli, ma sarà Firenze, tra il 1280 ed il 1310, ad imporsi come nuova capitale della lirica: fiorentini sono i due principali esponenti della nuova Scuola, Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, i quali, insieme a Cino da Pistoia, non furono comunque estranei all’influenza dell’ambiente bolognese[1].

Il dolce stil novo è considerato <<nuovo>> perché sceglie come tematica quella amorosa, tralasciando i temi politici e morali tipici di Guittone[2][3], anche se l’impostazione è certamente filosofica[4] e quindi notevole è l’impegno concettuale.

Mentre nella poesia trovadorica il rapporto tra la donna ed il poeta è di vassallaggio, di ordine sociale, in quella stilnovistica il rapporto di lontananza tra l’amante e l’amata è di ordine morale, religioso, per cui la donna è vista come incarnazione della virtù (la donna-angelo) e il distacco è quantitativo e non qualitativo, per cui il poeta ottiene attraverso l’amore di elevarsi spiritualmente.

La figura femminile insomma si fa portatrice dei valori di nobiltà e purezza, che innalzano l’amante devoto, cosicché l’amore profano, benché caduco ed effimero, assurge a principio di virtù e non di perdizione.

Nel dolce stil novo il problema centrale[5] è infatti quello di conciliare l’amore per Dio e l’amore per la creatura: la donna è chiamata a mediare questo contrasto facendosi tramite tra i due livelli; quando la passione per essa rimane legata all’anima sensitiva, la donna può essere solo uno strumento per esaurire le forze del vitali del poeta.

Il dolce stil novo è “dolce”: i poeti che vi aderiscono hanno tutti la preoccupazione di rinnovare l’espressione attraverso una selezione accurata del lessico e della sintassi poetica; vengono abbandonate le oscure sperimentazioni stilistiche di Guittone; essi devono essere dolci perché tale dolcezza, ossia una più facile cantabilità del verso, corrisponde ad una aristocrazia del sentire, ad una maggiore elevatezza della lode della donna.

Anche la lingua usata è nuova, dal momento che viene privilegiato il fiorentino illustre, depurato sia dai municipalismi plebei, sia dai provenzalismi e sicilianismi, sentiti ormai come ingombranti ed usurati.

Guido Guinizzelli (1230 o 40-1276), un giudice bolognese di parte ghibellina, è considerato l’iniziatore (o il precursore secondo alcuni)[6] della Scuola, perché è il primo a formulare poeticamente un’organica teoria dell’amore[7].

Nella poesia guinizzelliana sono compresi due filoni che saranno ripresi e approfonditi dai poeti fiorentini: il tema della lode ad una donna ineffabile, ammirata esteticamente in un trionfo di luce (tema che viene ripreso da Dante, che accentua la spiritualizzazione) e il tema dell’amore visto come passione tormentosa dei sensi che provoca angoscia e morte (tema ripreso soprattutto dal Cavalcanti)[8].

L’idea fondamentale da cui parte il Guinizzelli è quella dell’identità di amore e cuore gentile[9], per cui l’amore può nascere solo nel cuore di una persona gentile, il cui sguardo sia così puro da poter riflettere la luce che proviene dagli occhi della donna, così come gli angeli riflettono la luce di Dio.

La donna angelicata ha in sé tanta virtù da mettere nel cuore gentile[10] la volontà di sottomettersi a lei, realizzando così l’unione spirituale beneficante. Al contrario un cuore vile non può sentire quest’amore[11][12][13].

Quando il poeta morirà e Dio gli farà notare di aver riservato ad una donna l’onore a Lui dovuto, il poeta risponderà che tale donna aveva sembianze d’angelo e amare lei era come amare una creatura del paradiso[14].

La carica di novità insita nella poesia guinizzelliana è per certi versi indubbia: non a caso l’Alighieri dà a Guinizzelli il nome di <<padre>>[15], e rimedita la sua profonda lezione non solo nei versi giovanili, ma anche nella Vita Nova.

Pur nella novità dell’impianto filosofico e dei concetti principali, non vanno tuttavia dimenticati i legami con la tradizione siciliana, rilevabili in alcune immagini e similitudini; fermo restando alla canzone  “Al cor gentile rempaira sempre amore” si pensi all’esempio del calore che prende … loco nello splendore della fiamma (v. 10), all’immaginario poetico popolato di pietre preziose (v. 12), stelle (v. 13), candelabri (v. 22), diamanti (v. 30).

Dante Alighieri non ha certo bisogno di essere presentato e la sua produzione sia in volgare, sia in lingua latina è decisamente ponderosa[16]; improbo sarebbe dunque ripercorrere gli echi stilnovisti presenti nelle sue opere, anche se la trattazione presente fosse di più ampio respiro.

Ci limitiamo soltanto ad accennare che, mentre appartengono sicuramente alla fase pre-stilnovistica alcune liriche delle Rime ed i poemetti Il Fiore ed il Detto d’amore, l’influsso stilnovistico è evidente nella Vita Nova[17], ove le vicende vissute sono interpretate simbolicamente, appunto in chiave stilnovistica.

Beatrice infatti viene descritta come creatura divina e angelica, strumento di elevazione dell’uomo verso Dio. La donna-angelo assume qui un significato[18] vasto e profondo, ossia quello della Salvezza e della Grazia, sigillate dalla stessa morte, secondo un disegno provvidenziale.

Beatrice è colei che è beata e che dona beatitudine, è davvero “donna della salute”, portatrice della salvezza.

In estrema sintesi la dimensione descritta dal sommo poeta non è soltanto emotiva e formale, ma compiutamente religiosa: la poesia iniziale dell’opera (nel capitolo III: A ciascun alma presa e gentil core), cavalcantiana, esprime un amore visto come pena e dissidio, ma in seguito esso diffonde beatitudine e appunto salvezza.

Come nella Commedia Dante è sia autore che protagonista dell’opera che, allo stesso modo, costituisce un exemplum di rinnovamento della vita morale. Nell’ultimo sonetto della Vita Nova che ci è pervenuto (Oltre la spera che più larga gira), l’Alighieri si rende infatti conto che quella che sta descrivendo è ancora una donna reale e che i mezzi stilnovistici sono insufficienti a dire di più, ad esprimere la funzione redentrice di Beatrice; egli si ripropone quindi di cantarla in modo nuovo e straordinario (cosa che poi farà nella Comedia) ed allora tronca il libello.

Nelle Rime[19] troviamo poi le liriche giovanili stilnovistiche escluse dalla Vita nova (dette extravaganti) o perché non pienamente rappresentative del nuovo stile o perché destinate ad altre donne: nelle liriche amorose sono presenti varie donne (Beatrice, Fioretta, Lisetta); D. imita la poesia siciliana e guittoniana; si ritrovano quindi situazioni psicologiche convenzionali narrate con moduli espressivi astrusi e rigidi.

Il poeta risente poi dell’influenza dei versi del Cavalcanti (con l’accettazione della dottrina cavalcantiana dell’amore e quindi con la personale conquista di una lingua e una poetica dense di complessità intellettuali) e del Guinizzelli[20].

Non più soltanto l’amore, ma la sapienza è argomento del Convivio; non soltanto Beatrice, di conseguenza, ma la donna pietosa e bella, da lei allontanata sul finire della Vita Nova è la nuova figura simbolica dell’opera[21]. Alla storia della sua redenzione spirituale, D. aggiunge la difesa del suo operato di cittadino, impegnato nella vita e nelle istituzioni del Comune. Anche il Convivio tuttavia si interrompe e il vero motivo sta forse nel fatto che Dante perde fiducia nella forza della filosofia e quindi preferisce tornare alla prospettiva maggiormente teologica della Vita Nova[22].

Personaggio «di prima grandezza» della Scuola anche per i suoi contemporanei fu Guido Cavalcanti. E tale appare a noi: sotto il suo orgoglio solitario di pensatore laico[23] c’è chi avverte una moderna inquietudine conoscitiva; nella sua partecipazione tumultuosa alla vita politica si può cogliere una grande coerenza e nella varietà tonale della sua poesia si può trovare una certa complessità psicologica.

Complessa come la sua personalità e dunque la poesia di Guido, tutta raccolta in un Canzoniere di una cinquantina di componimenti, fra canzoni, sonetti e ballate.

E’ poesia stilnovistica per alcuni motivi di origine guinizzelliana: l’amore come tensione suprema dell’anima gentile, 1’apparizione della donna in un’atmosfera di vibrante luminosità, il saluto di lei e gli effetti di gioia o d’angoscia che ne derivano all’uomo; e stilnovistica è pure per il rilievo che vi assume l‘indagine del poeta sul suo mondo interiore.

Ma nella maggiore e miglior parte del canzoniere di Guido quei temi sono rivissuti nell’interno, reinventati da una sensibilità turbata e commossa: Non a caso è definito dal Momigliano come il primo poeta che abbia “ il senso e l’effetto del reale”.      La poesia che prima pensava e descriveva, ora narra e rappresenta.

Non che manchino nel Canzoniere cavalcantiano i componimenti informati a franca spensieratezza nella figurazione della donna[24], ma piu frequenti, e piu ricche di interesse per noi, sono le liriche che assecondano il tremore dell’anima smarrita nella stretta della solitudine o sotto 1’incubo della morte.

Il poeta insiste nell’uso di parole come pianto, dolore, morte, paura, sbigottito, trema, ecc.; ma questo «lessico dell’angoscia» non è una scelta retorica e distaccata (come nei poeti Siciliani), ma il naturale strumento espressivo di una profonda verità psicologica.

Muovendo dalla propria esperienza esistenziale, oltre che dalla dottrina averroistica, Guido identifica 1’amore con una passione cieca e veemente che, avendo sede nell’anima sensitiva, non assurge alla sfera dell’intelletto e dunque non è, come ritenevano Guinizzelli e Dante, sollecitazione alla vita morale e iniziazione al Divino, ma tumulto che prostra ed angoscia nel presagio della morte.

Questa concezione, espressa con arduo, e non sempre limpido, procedimento filosofico e scientifico nella canzone-manifesto <<Donna mi prega>> è alla base di molte liriche del Cavalcanti, dove la donna non è angelo beatifico, ma terrena creatura dal cui fascino misterioso 1’uomo ricava fugaci attimi di gioia e lungo tormento.

E cosi Guido è il primo poeta della nostra letteratura che accosti all’amore la morte in un connubio che affascinerà la fantasia dei poeti del Romanticismo; la sua è un’anima passionale che però non si effonde con scompostezza ma si dispiega in forme stilistiche e ritmiche molto lavorate: il ritmo è musicale e le immagini sono lievi.

Altro e conclusivo rappresentante eccelso della Scuola e coetaneo del Cavalcanti e di Dante è Cino da Pistoia che rappresenta uno stadio avanzato dello stilnovismo, anche se i risultati poetici non sono in sé paragonabili a quelli dei due fiorentini.

Per Dante la presenza dell’amico Cino è non soltanto giustificata, ma addirittura indispensabile[25], per la scelta di un volgare “tam egregium, tam extricatum, tam perfectum et tam urbanum”, soprattutto alla luce del contributo in termini stilistici e metrici, ossia per la coerente e cospicua sperimentazione della canzone; quelle del pistoiese sono ben 19 rispetto alle presenze più saltuarie nei canzonieri di Guinizzelli e Cavalcanti.

All’infuori di Dante egli fu infatti il poeta quantitativamente più prolifico tra gli stilnovisti: il suo canzoniere ricomprende venti canzoni, undici ballate, centotrentaquattro sonetti più ventuno rime di paternità incerta.

In Cino sono presenti, come in un epigono, tutti i motivi degli altri stilnovisti, al di fuori però di ogni organica concezione della dottrina d’amore: in lui si afferma una poetica della memoria, affidata al puntuale riemergere, fuori da ogni schema, dei ricordi legati all’amore per la donna.

In questo Cino poté essere considerato come un precursore dello stesso Petrarca, ormai al di là delle sintesi costruttive di stampo medievale, nella libera obbedienza agli impulsi emotivi della memoria intenerita.


[1] Anche perché i poeti stilnovisti sono tutti amici tra loro e si comportano come un nucleo di persone che condividono le medesime esigenze.

[2] È il lucchese Bonagiunta Orbicciani in un sonetto indirizzato a Guido Guinizzelli (“Voi che avete mutata la maniera”) a rimproverare il bolognese di aver mutato forma e contenuto della poesia d’amore, in contrapposizione alla poesia guittoniana.

[3] Dante nella Commedia codifica per i posteri la nozione di <<dolce stil novo>> nella celebre definizione di amore dittatore; il poeta spiega che la novità della nuova scuola consiste in un processo di progressiva interiorizzazione e spiritualizzazione del sentimento amoroso; lo stesso Bonagiunta Orbicciani, incontrato da D., tra i golosi, nel XXIV canto del Purgatorio, riconosce che Jacopo da Lentini, Guittone d’Arezzo e lui stesso sono stati “superati” dai poeti dello stil novo.

 [4] Per Dante che segue la filosofia scolastica (di conciliazione tra cristianesimo e aristotelismo) l’amore per la donna non può essere che uno strumento di avvicinamento a Dio; per Cavalcanti invece che legge Aristotele attraverso l’interpretazione di Averroé, l’amore non può che essere passione dei sensi.

[5] Potremmo dire anche di tutta l’età medioevale.

[6] La sua produzione non fu particolarmente cospicua: ci rimangono cinque canzoni ed una ventina di sonetti, più alcuni frammenti; le prime poesie seguono moduli guittoniani ma poi nasce la nuova poesia con la canzone ”Al cor gentile rempaira sempre amore”.

[7] Che si trova appunto espressa nella canzone  “Al cor gentile rempaira sempre amore”. Il componimento è caposaldo dell’esperienza stilnovista, e presenta, nella forma programmatica della canzone, i temi principali che caratterizzeranno tutti gli esperimenti poetici successivi della Scuola

[8] L’amore infatti può portare alla virtù ed è quindi uno strumento di avvicinamento a Dio, oppure rimanere legato all’anima sensitiva e rimanere quindi una passione che può generare angoscia tormentosa.

[9] La natura non ha creato prima il cuore gentile o l’amore. Infatti la stessa natura crea e nasce col sole. L’amore prende posto nel cuore gentile come il calore dimora nella chiara fiamma (“Al cor gentile rempaira sempre amore”, vv. 1-10).

 [10] Così il cuore reso dalla natura eletto riceve dalla donna come da una stella l’amore che lo rende nobile (Op. cit., vv. 18-20).

[11] L’indole malvagia è avversa all’amore come l’acqua fredda al fuoco caldo (Op. cit., vv. 25-28); il sole scalda il fango ma questo rimane tale, nonostante il primo non perda il suo calore (vv. 31-32).

[12] La nobiltà non coincide pertanto necessariamente con il sangue ed i natali (vedi vv. 35-40 Op. cit.), ma con la naturale e personale tensione al bene e alla perfezione, non ereditaria, ma da conquistare con la pratica di vita; questo nuovo concetto (che ritroveremo anche nella Monarchia di Dante) si adattava molto bene al nuovo ceto che sta emergendo: alla borghesia.

[13] Questa idea è già presente in numerosi trattati come ad esempio il De Amore del francese Andrea Cappellano e sta alla base del cosiddetto amor cortese i cui maestri cantori si ritrovano nella lirica occitanica.

[14] Op. cit. vv. 51-60.

[15] Precisamente Dante definisce il Guinizzelli (nel XXVI canto del Purgatorio dedicato ai lussuriosi)  come <<il padre mio/ e de li altri miei miglior che mai/ rime d’amor usar dolci e leggiadre>>.

Nel 1270 il Guinizzelli fu pure podestà di Castelfranco Emilia, ma quando nel 1274 la parte guelfa ebbe la meglio, dovette andare in esilio, rifugiandosi con la moglie e il figlio a Monselice, dove morì pochi anni dopo.

[16] In volgare Dante scrive:

  • Il Fiore e Detto d’Amore (1285-1295)
  • Vita nuova (1290-1294)
  • Rime (1283-1307?)
  • Convivio (1303-1304)
  • Divina Commedia (?)

In latino sono invece:

  • De Vulgari Eloquentia (1304-1305)
  • Monarchia (?)
  • Quaestio de aqua et terra (1320?)
  • Egloghe
  • Epistole.

[17] Il “libello” (come lo chiama Dante) giovanile è composto da liriche alternate a brani in prosa che raccontano la storia d’amore di Dante per Beatrice e la morte di lei.

[18] Concetto questo già in parte presente in Guinizzelli: v. il sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare e che D. esprimerà magistralmente nella canzone Donne che avete intelletto d’amore.

[19] In totale il corpus delle Rime conta 54 componimenti: 34 sonetti (di cui uno rinterzato), 15 canzoni (tra cui due stanze isolate, una sestina e una sestina doppia), cinque ballate. Ventisei componimenti sono ancora fonte di grande discussione circa l’attribuibilità.

L’autore non ne curò mai direttamente l’ordinamento e la struttura: la sequenza che noi leggiamo oggi è frutto di una ricostruzione critica.

[20] Nel cuore della stagione stilnovistica si situano il sonetto Guido, i’ vorrei, quello per Violetta, la ballata Per una ghirlandetta, il sonetto Sonar bracchetti: tutti facenti parte dell’unico amichevole clima della Scuola, tutti debitori in qualche modo della tradizione del plazer di marca provenzale e giullaresca. Al magistero di Cavalcanti e alle requisitorie antiguittoniane (prima nella Vita nuova, poi nel De vulgari eloquentia) subentra progressivamente il Guinizzelli: nei sonetti De li occhi de la mia donna e Ne le man vostre e nelle canzoni E’ m’incresce di me e Lo doloroso amor, che preparano la strada al ciclo delle rime dottrinali.

[21] Nel secondo trattato del Convivio l’autore evoca esplicitamente, l’incontro con questa donna «savia» che compare nella parte finale della Vita Nova (XXXV-XXXIX) e che presenta molte analogie con la donna gentile e «saggia» della canzone del secondo trattato, Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete. D. conclude il secondo trattato affermando che l’unica donna amata dopo Beatrice è quella che Pitagora chiama Filosofia.

[22]  Constatata l’impossibilità di una simbiosi fra le due sfere del sapere, Dante sembra avviarsi verso la netta separazione della filosofia umana, che comporta la felicità terrena, dal sapere teologico, fonte di felicità immortale.

[23] I contemporanei scambiarono per empietà epicurea codesta laicità.

[24] Sia essa Giovanna (Vanna), bella come la primavera e in se recante «li fiori e la verdura», o la gentile Mandetta, la tolosana, che Guido incontro durante il suo pellegrinaggio a S.  Jacopo, entrando «quietamente alla Dorada>>, o la bionda e rugiadosa pastorella vagheggiata e goduta su un luminoso sfondo boschivo.

[25] La stessa considerazione di Dante la ritroviamo in Petrarca che ne utilizza ampiamente i motivi poetici ed i materiali ed in un sonetto (Piangete, donne, et con voi pianga Amore in Canzoniere, XCII) ne commemora la morte. Pure il Boccaccio volle dedicare un omaggio alla canzone di Cino La dolce vista e ‘l bel guardo soave.

Il mediatore di fronte alle complessità familiari- Appunti di convegno

Convegno nazionale S.I.Me.F

Il mediatore di fronte alle complessità familiari

Firenze

4-5 ottobre 2013

 Appunti di Carlo Alberto Calcagno

 

Dott.ssa Marina Lucardi (ex presidente  S.I.Me.F)

La famiglia di fronte alle complessità della mediazione

C’è il rischio di perdere l’identità del mediatore familiare?

Non ci sono centomila forme di mediazione a secondo della complessità familiare.

In Italia si fa mediazione familiare da 25 anni e dunque sarebbe un peccato perdere l’identità.

La mediazione familiare possiede alcune caratteristiche specifiche: alcune riguardano il mediatore, altre l’oggetto.

Il mediatore familiare è diverso dalle altre figure perché il suo background è assai vario, ciò lo rende anche poco comprensibile; la sua è una identità secondaria e non primaria e ciò specie per i genitori che vengono in mediazione.

Spesso chiedono se siamo psicologi piuttosto che avvocati.

E il mediatore risponde che non è né l’uno né l’altro, che è solo un mediatore.

Ma non ha poi molto senso che il mediatore spieghi il suo ruolo, così probabilmente si perde una occasione.

Meglio sarebbe trasformare la richiesta in una domanda: “Che vorrebbe da me se fossi avvocato? Che vorrebbe da me se fossi psicologo?”

Sono le esigenze che le persone tirano fuori rispondendo a questa interrogazione che qualificano il mediatore; il mediatore non si definisce con le risposte e con le certezze che pure crediamo di avere, ma con le domande.

Il mediatore familiare intende poi il conflitto come fisiologico, per lui è naturale ma per coloro che vengono in mediazione questo non è un dato scontato perché magari provengono da luoghi ove il conflitto è controllato, prevenuto.

Per i Giordani ad esempio litigare è contro natura: il mediatore in tal caso non può rassicurare le parti che il conflitto è naturale perché farebbe il pedagogista e dunque perderebbe ancora una occasione.

Le connessioni sempre più strane tra le famiglie e l’unicità della mediazione familiare dovrebbero poi comportare un aumento di curiosità del mediatore e quindi portarlo a fare più domande.

Lo stesso pregiudizio che il mediatore si porta dentro con riferimento alle complessità familiari dovrebbe essere uno stimolo per chiedere se le cose stanno o meno in un certo modo.

Le diversità potrebbero diventare così un elemento di vicinanza piuttosto che di lontananza.

  

Lo sguardo sulle complessità familiari: voci a confronto

(avvocato, sociologo, terapeuta familiare)

partecipano: M. Blasi, D. Mazzei, C. Saraceno

 Prof.ssa Chiara Saraceno (sociologa)

La complessità della famiglia ha due significati: 1) complessità interna, 2) complessità della percezione di sentirsi famiglia nel contesto.

Questa ultima complessità costituisce spesso una esplosione di differenze.

Le differenze si percepiscono anche nella complessità interna.

Il modello tradizionale di famiglia è esploso grazie all’invecchiamento delle parentele: ci sono più generazioni che convivono nello stesso spazio temporale, ma i membri di ogni generazione sono sempre meno.

Spesso si è costretti ad “inventare” le parentele: così lo zio può diventare cugino per un bimbo, quando cugini non ce ne sono.

L’essere figli e l’essere genitori non cessa mai, anche quando si diventa nonni.

Negli Stati Uniti sono sempre più i nonni che chiedono in tribunale il diritto di visita: si parla peraltro sempre del diritto degli adulti e mai di quello dei bambini.

L’occupazione materna della donna ha profondamente modificato il suo ruolo nella società.

Un bambino su  quattro poi nasce in Italia al di fuori del matrimonio. E noi questo dato di fatto non lo accettiamo nei nostri modelli normativi.

Solo da ultimo abbiamo avuto una equiparazione tra figli naturali e figli legittimi.

Quasi tutti i matrimoni sono preceduti da una convivenza che è lunga, addirittura generazionale. Falso è dunque il pregiudizio che la convivenza non sia orientata nel futuro; la media delle convivenze è attualmente di un anno.

Aumenta anche l’instabilità coniugale: le separazioni hanno raggiunto ormai il 30% dei matrimoni.

Nel Sud le separazioni stanno crescendo maggiormente anche se si parte da più basse percentuali.

Aumenta anche la proporzione delle separazioni che sfociano in un divorzio.

Di conseguenza aumentano anche le famiglie ricomposte e le famiglie unico generative in cui ci possono essere fratrie parzialmente o totalmente differenti: figli di lui, figli di lei, figli comuni.

I confini di queste famiglie sono sempre più permeabili. Quindi si pone il problema della genitorialità intermittente (pendolare) e della genitorialità allargata (i genitori non sono più due ma possono essere tre o quattro).

Sono anche cambiati i modelli familiari: dal ’75 è possibile riconoscere i figli nati prima ed in costanza di matrimonio. Oggi è sempre più possibile avere figli non biologici, attraverso adozione o fecondazione assistita con donatore e donatrice.

Ciò rende precario il destino del bambino perché il genitore non biologico potrebbe non riconoscerlo.

Ci sono poi le famiglie messe in moto da coppie omosessuali che accedono a filiazione omosessuale.

La questione del riconoscimento della famiglia omosessuale nasce e si sviluppa da uno sviluppo interno alla famiglia eterosessuale dato che lo scopo della procreazione per la famiglia etero non è dirimente (non rileva l’incapacità a procreare, ma il suo rifiuto); in altre parole il matrimonio è indissolubile anche se non si può procreare.

Infine le tecniche di procreazione assistita hanno reso possibile anche la generazione biologica di almeno uno dei genitori. 

 

Lo sguardo sulle complessità familiari: voci a confronto

(avvocato, sociologo, terapeuta familiare)

partecipano: M. Blasi, D. Mazzei, C. Saraceno

Dott. Dino Mazzei (psicologo e terapeuta, direttore della scuola di terapia familiare di Siena)

Trattare il tema della complessità nelle vesti di terapeuta ad una platea di mediatori familiari porta con sé tanti dubbi.

Il tema scelto riguarda le difficoltà che il terapeuta incontra di fronte alla complessità.

Cominciamo dal significato del termine “complessità”.

Il termine “semplice” ha due contrari: il vocabolo “complicato” ed il vocabolo “complesso”.

Questi ultimi però  hanno un etimo differente: complesso deriva da cum + plecto ossia che abbraccia, che comprende, mentre il termine complicato deriva da cum + plico, piegare insieme arrotolare.

In terapia quando si parlava un tempo di complessità si pensava appunto ad un allargamento che dovesse includere anche il terapeuta che entrasse in contatto con una determinata realtà.

Il vocabolo complicato rimanda invece alla pratica dell’osservazione, della descrizione-spiegazione.

Oggi per complessità si intende invece una qualità intrinseca di un fenomeno che lo rende irriducibile ad una sola spiegazione (pluralità di punti vista, inclusione dell’osservatore nel sistema osservatore-oggetto osservato ecc.); attualmente non basta quindi pensare alla inclusione del solo osservatore, ma anche delle plurime generazioni che oggi compongono la famiglia.

Un esempio significativo di complessità è costituito dalle famiglie separate e ricomposte: le persone arrivano a questo secondo legame col desiderio di non commettere gli errori precedenti e di non soffrire nuovamente.

Questo assetto non è neutro per il terapeuta. Che cosa se ne fa il terapeuta?

Il rischio è che il terapista rassicuri e cerchi di normalizzare le richieste implicite. Ciò per affrontare la complessità e ridurla a semplicità.

Ciò accade quando si cerca di trasformare il dolore e la paura in senso evolutivo: ma ciò impedisce di conoscere il dolore e la paura delle persone.

Le persone si devono sentire riconosciute rispetto a dove stanno in quel dato momento e in quello che sono state.

Sempre più accade che i genitori non si diano un tempo per passare dalla situazione del passato a quella del presente.

Bisogna invece avere consapevolezza che l’operazione non è indolore né immediata. Non si può ad esempio separarsi e pretendere che i propri figli frequentino da subito le seconde compagne/i secondi compagni.

È necessario non frantumare il contatto con l’originaria rete parentale e amicale: molti figli interrompono il rapporto con i nonni o con gli amici perché la mamma o il papà ci soffrirebbero. Ciò non è corretto perché aumenta l’ansia, non si può dare per normale la mancanza di interazione. La normalizzazione passa per il procedimento opposto ossia dal riconoscimento.

Un altro ostacolo è quello della indifferenziazione: sotto la pressione del cambiamento non si coglie più la diversità. Non è la medesima cosa se il terapista convoca il figlio originario e non il nuovo figlio della coppia. Nel momento in cui si cercano nuove appartenenze è necessario sempre riconoscere le differenze.

Spesso il terapista lavora sui confini: che cosa significa il terzo genitore? Che cosa significa la nuova coppia?

Il confine è originariamente un solco sul terreno, un solco tirato dal un aratro. Il confine in questo senso limita.

Limen può però significare anche zona che definisce il territorio (apertura, soglio, passaggio) .

Il terapeuta deve tenere presente questa duplice distinzione: dove c’è un limite c’è sempre un’apertura.

Noi abbiamo dei modelli dentro di noi che agiscono pesantemente nell’inconscio: io non ho solo quei due genitori lì, ma ho anche delle rappresentazioni dentro di me che deformano. Quando parliamo di confini interni non possiamo ignorare che agiscano rappresentazioni del passato.

I terapeuti hanno un approccio trigenerazionale per comprendere e perché le generazioni sono delle risorse.

Si deve infine tener presente che il confine è traslucido: si vedono le forme, ma non i confini. 

 

Lo sguardo sulle complessità familiari: voci a confronto”

(avvocato, sociologo, terapeuta familiare)

partecipano: M. Blasi, D. Mazzei, C. Saraceno

Marina Blasi (avvocato)

Negli stati africani il cambio del modello  di famiglia è palpabile nelle decisioni dei tribunali.

Nel momento in cui in Italia c’è una coppia mista accade che il giudice italiano accetti l’ordinamento straniero applicandolo integralmente (salvo che per alcuni temi eccezionali): l’avvocato non può non tenere conto di tutto ciò e dunque deve avere conoscenza di quell’ordinamento.

Dagli anni ’70 l’Italia è passato da essere un paese di emigrazione ad un paese di immigrazione. Quindi in Italia ci sono delle comunità straniere stabili di seconda-terza generazione.

Una prima tendenza è quella di mantenere chiuse le comunità: ad esempio tra gli islamici ci si sposa solo tra i membri della comunità islamica. In altri casi si vede invece l’aumento delle coppie miste che subiscono inevitabilmente influenze reciproche.

Ripudio e poligamia sono risolte dalla legislazione attraverso la legge 218/95: queste situazioni sono ammesse da noi solo con riferimento alla tutela dei figli minori.

In Asia (si parla della Cina e delle Filippine perché sono le comunità più rappresentative) c’è una forte identificazione con i valori asiatici: hanno addirittura una carta dei diritti asiatici  (LA CARTA DEI DIRITTI UMANI DELL’ASIA, dal 1998).

Nelle Filippine il divorzio non esiste, la separazione viene concessa solo per gravi motivi. Si ricorre allora alle invalidità del contratto di matrimonio.

In Cina la famiglia ha uno statuto ordinamentale e quindi prima del divorzio si deve ricorrere agli arbitri (comitati popolari) che cercano di dissuadere le coppie.

La casa viene comunque e sempre assegnata al marito perché essa può essere intestata solo a lui.

In Cina c’è pero un forte rispetto per gli anziani ed è vivo il riconoscimento per il nuovo genitore; il nuovo genitore deve rispettare i figli di primo letto e viceversa.

Nelle Filippine non sono riconosciute le coppie di fatto. Per quelle coniugate esiste solo il regime della comunione legale.

Essere omosessuale è reato in diversi paesi: ad esempio in Russia.

Il terzo ordinamento del mondo è quello di diritto islamico e quindi il mediatore non può non tenere in considerazione le sue caratteristiche.

Per l’Islam il matrimonio è un contratto che non ha nulla a che fare con la religione e che ha per oggetto delle prestazioni sinallagmatiche sperequate; il vincolo serve soltanto a legalizzare le prestazioni sessuali.

Il musulmano coniugato può avere rapporti con la moglie e con la schiava.

La donna in buona sostanza in cambio delle prestazioni sessuali ha diritto all’alloggio e alla protezione.

La donna deve sposarsi col tutore e non può sposare un uomo che sia di rango inferiore.

Gli Islamici hanno l’istituto della dote che però non ha nulla a che fare con la nostra: gli uomini pagano il prezzo della sposa che può finire alla sposa stessa o alla famiglia; la dote è tutto ciò che la moglie può possedere in esclusiva.

Il contratto di matrimonio islamico può avere delle condizioni aggiuntive: 1) clausola di monogamia, 2) clausola di rispetto dei figli di un precedente matrimonio, 3) clausola che concede l’uscita solitaria, 4) clausola contenente il divieto di essere picchiata, 4) clausola con cui si permette di viaggiare o di recarsi all’estero.

Queste clausole possono essere aggiunte solo dal notaio: c’è dunque sempre un controllo.

Il divorzio in un primo tempo era concesso soltanto all’uomo: noi lo conosciamo con il nome di ripudio. Il ripudio può essere temporaneo o definitivo (ci voglio però tre ripudi).

Un tempo il ripudio definitivo si faceva davanti a testimoni: lo sposo proferiva per tre volte la parola talāq. Oggi va fatto davanti ad arbitri (possono essere anche dei familiari) che devono convincere le parti a stare insieme.

l ripudio non richiede la presenza della moglie e può essere esercitato anche da terzi con apposito mandato. Si tratta di un atto unilaterale non ricettizio.

Solo di recente la moglie può “autoripudiarsi” e quindi inserire la clausola di autoripudio nel contratto di matrimonio.

L’affidamento dei figli è regolato in modo molto semplice: quando i figli sono piccoli spettano alla madre, quando crescono al padre.

Per il Corano si possono sposare quattro mogli a patto che si possano mantenere. Ma siccome non si può essere equi con tutte le mogli come vorrebbe un altro versetto del Corano, in alcuni Stati la poligamia è solo affermata a livello di principio.

La poligamia è molto diffusa tra i giovani che si sposano per forza con clausole di ripudio e di autoripudio.

La dote inizia da poco ad essere concordata e viene consegnata alla donna solo in caso di ripudio.

Nell’Islam l’adozione è vietata.

Il diritto di famiglia indù è ancora meno flessibile di quello islamico. Quello indù è un matrimonio sacamentale ma i riti sono otto: il rapporto sessuale imposto è uno di questi riti.

La conoscenza del rito celebrato è fondamentale per capire sei coniugi sono sposati o meno.

La Turchia ha da ultimo adottato il codice della famiglia svizzero, ma è allo stato inapplicato.

Per saperne di più v. Marina Blasi – Giulia Sarnari, I matrimoni e le convenzioni internazionali, G. Giappicchelli Editore, 2013

 

II parte (pomeriggio 4 ottobre)

Complessità familiare e separazioni

Dott. Francesco Canevelli

(Genitorialità senza coniugalità e separazione)

Spesso accade che non essendoci coniugalità si arrivi a pensare che tra quei due genitori non vi sia stata condivisione.

I genitori mai coniugi possono appartenere a diverse categorie. Come le guardiamo?

In realtà le situazioni che si posso presentare sono molto diverse tra di loro. Si è provato ad isolarne quattro tipi: 1) genitorialità come “agito” non elaborato, 2) genitorialità come legame assoluto (coniugalità perfetta in genitorialità senza coniugalità): non c’è stato patto esplicito, ma solo implicito; si tratta del caso in cui non ci si è mai scontrati con la violazione del patto di condivisione, 3) genitorialità come coniugalità perfetta: fecondazione artificiale, 4) genitorialità senza legami.

Il mediatore davanti a queste situazione deve affrontare alcuni pregiudizi: 1)  la mancanza di patto esplicito come deficit di negoziazione, 2) la mancanza della esperienza di condivisione come genitoriale come limite nella rappresentazione del figlio: si parlano cioè linguaggi differenti, 3) la mancanza di riconoscimento dell’altro come partner può vedersi come blocco a riconoscere ogni altro riconoscimento (in particolare quello di genitore), 4) mancanza di una storia comune some elemento produttivo della non mediabilità.

La pratica della mediazione però ci dice il contrario, che in realtà è la coniugalità a costituire un grave ostacolo per la mediazione.

Se i dati della pratica sono veri coloro che non sono sposati dovrebbero essere i soggetti ideali dato che si muovono solo sul campo della genitorialità.

Dai pregiudizi precedentemente elencati però potrebbe e dovrebbe nascere anche la curiosità del mediatore che potrebbe dunque usare il pregiudizio come una risorsa.

1)      Mancanza del patto esplicito= libertà di nuovi patti;

2)      Mancanza della esperienza di condivisione = esaltazione delle differenze nella rappresentazione del figlio. Argomento importante è appunto quello delle cose su cui non si è d’accordo, le rappresentazioni diverse dello stesso figlio;

3)      Mancanza del riconoscimento dell’altro come partner = maggiore possibilità di riconoscimento come genitore separato;

4)      Mancanza di una storia comune = curiosità per l’altro.

Cominciamo dunque a rinunciare alle tipizzazioni: ciò va contro il movimento della curiosità. Più singolare è la storia e più dovrebbe incuriosirmi. Bisogna poi superare il giudizio di non mediabilità.

Il pregiudizio che dovrebbe sostituire tutti gli altri è quello della molteplicità genitoriale come dimensione particolarmente idonea a soddisfare i bisogni evolutivi dell’infanzia/adolescenza in questo inizio di millennio.

 

Dottoressa Paola Re (nuova presidente SIMEF)

Genitorialità adottiva e separazione

La separazione dei genitori adottivi rimanda immediatamente alla responsabilità genitoriale ed alla scelta di coppia.

Di solito i minori sono inferiori di undici quando i genitori adottivi decidono di separarsi.

Che cosa si può vedere nei genitori adottivi che chiedono una consultazione o una terapia?

Essi pensano che il figlio gli venga torlo e che venga affidato all’altro genitore considerato migliore oppure arrivano a pensare all’espulsione, all’allontanamento del figlio.

Poi è forte il senso di colpa: ”Il bambino ha già tanto sofferto ed ora gli proponiamo anche una separazione”.

Alcuni invece lamentano al disfunzionalità del figlio rispetto alla loro unione.

Hanno poi un forte senso di fallimento sociale, perché la società si aspetta che il rapporto coniugale tenga.

Questi elementi attengono a due grandi aree: una interna ed una esterna o sociale.

Il figlio fa diventare genitori e trasforma la coppia, introduce esso stesso delle dimensioni conflittuali.

La genitorialità adottiva è fortemente ancorata al sociale. Per essere genitori adottivi bisogna essere sposati; tra l’altro al coppia deve dichiarare di non essere separata nemmeno di fatto.

Che influenza ha questo fatto sulla coppia? Che fantasia introduce la norma in questa coppia?

La genitorialità adottiva nasce con una autorizzazione sociale; è tutto un percorso interno che viene portato all’esterno: la società ti ritiene idoneo come genitore.

Che movimenti interni determina questa autorizzazione esterna?

La genitorialità adottiva si confronta dunque con tanti terzi che introducono delle dimensioni interne che poi ci ritroviamo nella stanza di mediazione.

Tutti e due i genitori possono aver avuto esperienze di separazione e di lutto. La maggior parte dei genitori adottivi è infertile e quindi ha subito ferite e lutti perché loro non sono come i loro genitori.

Anche il figlio adottivo ha subito l’abbandono e molte fratture. Ciò inserisce una discontinuità.

Quando parliamo dei genitori non è difficile che si chieda “Che progetti avevate?”, ma ciò non accade con i genitori adottivi che certo non avevano il progetto di adottare, quanto quello di avere un figlio proprio. E dunque i genitori adottivi danno una famiglia ad un bambino che ha avuto degli altri genitori originari.

Il bambino ha delle fantasie sui genitori originari che poi si ritrovano nella stanza di mediazione. Le fantasie sono concorrenziali con quelle dei genitori adottivi.

La separazione può essere una risorsa nel momento in cui si pensa che il bambino l’ha già subita e quindi dovrebbe essere più flessibile al cambiamento: ma queste sono solo ipotesi.

Le coppie di genitori adottanti che si separano di solito si rivolgono a centri privati perché si vergognano, si sentono dei falliti a livello sociale. È anche un pregiudizio del mediatore? Che abbiano maggiore fragilità e dunque minore competenza e dunque minore capacità di negoziazione?

 

Prof. Ritagrazia Ardone (docente di psicologia sociale) , Milena Lombardi (psicologa)

(Genitorialità interculturale e separazione)

La differenza culturale non è una variabile causa-effetto. Nella stanza di mediazione c’è una moltiplicità di variabili. Non è nemmeno corretto eludere la interculturalità.

Il problema è che ci sono famiglie che non sanno affrontare l’interculturalità: la genitorialità per esse diventa dirompente dato che la mentalizzazione delle differenze non è stata elaborata.

Le unioni interculturali in Italia sono formate per il 75% da marito italiano e moglie straniera che è dunque doppiamente penalizzata, prima come donna e poi come straniera.

Tuttavia le unioni interculturali non godono di una salute peggiore delle unioni che non lo sono.

I principali problemi che incontrano e dunque le sfide che si trovano ad affrontare gravitano su tre punti: 1) disapprovazione del contesto sociale, 2) mancanza di sostegno di amici e familiari, 3) barriere linguistiche.

Le unioni interculturali d’altro canto mostrano maggiore impegno e pazienza rispetto alle unioni che interculturali non sono.

 

III Parte (mattina 5 ottobre 2013)

Il mediatore familiare e la genitorialità interculturale

Alessandra Bongiana

La mediazione familiare con le coppie miste e straniere: un’indagine esplorativa.

Le coppie miste vivono nelle differenze e coltivano le differenze.

Tre donne straniere su 4 sposano un italiano. Le donne italiane invece preferiscono invece accompagnarsi con africani.

I confini delle coppie miste non sono omogenei: nella cultura italiana che è individualistica si fa tutto per il proprio figlio, in quella collettivistica (ad esempio quella islamica) il figlio è a servizio della famiglia e si sposa per proseguirne il lignaggio.

La donna nella cultura collettivistica passa dalla proprietà del padre a quella del marito.

Quali sono le motivazioni che portano ad una coppia mista? 1) Convivenza, 2) facilitazione, 3) riparazione, 4) elezione (matrimonio d’amore), 5) matrimonio intellettuale (dettato da curiosità), 6) matrimonio per motivi culturali: le persone cercano di respingere la loro cultura d’origine.

Non può esistere un funzionamento mentale al di fuori della cultura. La cultura risponde a domande: chi sono io? Chi è la madre? Chi è il padre? La cultura fa sì che si “favoleggi” anche il paese d’origine.

Le donne delle coppie miste vengono primariamente dall’Europa dell’Est e dal Sudamerica.

In mediazione parlano soprattutto del ruolo genitoriale e e degli accordi di separazione.

Le coppie miste sono maggiormente conflittuali di quelle straniere.

Per un mediatore è importante conoscere il contesto, la diversa concezione del ruolo genitoriale, i diversi stili educativi, i diversi codici di comunicazione, e avere le competenze linguistiche.

La cultura è un contenitore, la pelle del psichismo umano.

Una donna musulmana non può sposarsi con un non musulmano. I musulmani maschi possono sposare donne della religione del Libro.

Bisogna stare attenti agli “incidenti critichi”: se ad esempio un mediatore entra in un bilocale di una famiglia musulmana noterà che un locale è destinato alla preghiera e che i bambini della famiglia non vi hanno accesso. Dovrà dunque resistere alla tentazione di spingere i genitori a dare al locale per la preghiera una destinazione promiscua.

Altro esempio: per un musulmano il benessere dell’adolescente è che stia col suo papà e dunque non potrà tentarsi di convincere il musulmano a sperimentare un altro tipo di affidamento.

 

Lia Mastropaolo (psicologa e mediatrice)

(Percorsi di mediazione nella multiculturalità)

Ho lavorato molti anni in un servizio pubblico dove ho istituito un centro di mediazione e di terapia. Successivamente ho lavorato nell’angiporto di Genova in un servizio di mediazione e terapia. Altra occasione per incontrare la multiculturalità è stato il master di mediazione familiare che ho condotto per molti anni a Barcellona e Relates una associazione che coinvolge in rete diversi specialisti del settore familiare dell’America Latina.

Lavorare con altre culture vuol dire non dare mai qualcosa per scontato.

I riferimenti, i miti, le premesse, i significati delle cose sono diversi.

I nativi di un posto non possono “vedere” la loro cultura sino a che non ne incontrino un’altra.

L’operato non può fare l’errore di considerare una cultura nel giusto e la propria nell’errore e viceversa. Il problema degli islamici non è certo di essere islamici, ma che alcuni sono integralisti.

Nel lavoro con diverse culture si devono tenere presenti tre fattori:1) multiculturalità, 2) multi interventi, 3) complessità: cambiamento sui modi di pensare.

Bisogna avere conoscenza delle culture, delle abitudini di vita, dei valori sociali e morali di un paese. Si deve offrire alla persona la possibilità di scegliere ciò che fa per lei e non di imporgli ciò che a noi sembra meglio che scelga.

Il mistero della Trinità- Atto Unico- Prima parte

1 (15)

di Carlo Alberto Calcagno

Personaggi

Abelardo

Un eremita

L’eremita è tornato alla chiesetta: sono passati quasi due anni ed ha sentito il bisogno di confessarsi ancora. Abelardo lo attende come un padre amorevole.

Abelardo
Sei tornato? Mi fa piacere…
Un eremita
Sì, sentivo nostalgia…non ti ascolto da un paio d’anni e mi manchi
Abelardo
Ma io ascoltavo te… soltanto che stavo in silenzio nel tuo cuore
Un eremita
Sono contento di non averti perduto!
Abelardo
Che sciocchezza… non puoi perdermi, io sono il tuo confessore, ogni uomo ne ha uno che aspetta nell’ombra della coscienza
Un eremita
Ma allora tu non esisti davvero?
Abelardo
Esisto quanto esisti tu… ma può anche darsi che siamo semplicemente personaggi di un sogno di Dio… chi lo può sapere?
Un eremita
Il sogno di Dio sarà infinito come Lui… almeno lo spero…
Abelardo
Che dirti… a me basta partecipare e occuparmi delle creature che mi sono state affidate.
Un eremita
Anche nei sogni per fortuna ci sono i ruoli e le responsabilità…così non mi sento solo…
Abelardo
La solitudine è un mondo che non sai mai che cosa ti riservi…bisogna essere curiosi e pazienti…qualcosa primo o poi accade e le sorprese non mancano…
Un eremita
Io so solo che penso alle cose più strane…
Abelardo
Se il tuo cervello può concepirle… non sono poi così strane… hai voglia di raccontarmele?
Un eremita
Sono qui apposta e non vedo l’ora di parlartene. Stavo pensando alla Trinità… e al fatto che siamo stati fatti a somiglianza di Dio
Abelardo
E che cosa ci trovi di strano in questi pensieri? Mi pare una fortuna solo poterne discutere…
Un eremita
Ma io penso che anche l’uomo sia trino come Dio… proprio perché gli assomiglia… ci deve essere una corrispondenza…
Abelardo
Dipende da che lato guardi la cosa
Un eremita
Che cosa vuoi dire?
Abelardo
Che bisogna vedere se ti poni dal punto di vista tuo o da quello di Dio…
Un eremita
Io non posso che mettermi dal mio… non posso certo sapere che cosa pensi Dio…
Abelardo
Questo è da vedersi, ma comunque… quale è alla fine la prospettiva che conta?
Un eremita
Di certo la Sua… ma purtroppo non è qui a spiegarcela e dunque se vuoi ragioniamo tra di noi…
Abelardo
Sei sicuro che Dio non sia qui tra noi ora? E dove dovrebbe essere se non qui con le Sue creature? È Lui che ti suscita certe domande e certi paragoni… È lui che si accontenta delle nostre parole e sorride come un Padre, d’amore per la nostra ingenuità di figli.
Un eremita
Un giusto richiamo all’umiltà… e poi hai ragione… la mia mente sa le cose prima di me… prima che io me le rappresenti, insomma… si potrebbe dire che c’è qualcosa di più grande di me qui dentro… che poi mi illude di fare, di scegliere…
Abelardo
Per fortuna abbiamo una guida che non tradisce… anche se io non sono poi così sicuro che esista un dentro ed un fuori… la nostra identità non ha involucri che possano trattenerla… e poi è al contempo nostra e non lo è… lo spirito di Dio non trova barriere e non ha direzioni.
Un eremita
Mi perdo sempre ad ascoltarti… ed ogni cosa che vorrei dire mi appare poi puerile…
Abelardo
Stavamo parlando della Trinità… sono curioso di conoscere il tuo pensiero
Un eremita
Il punto è che la mia costruzione è qualcosa di statico… e poi riflettendoci non vedo a che serva… anche se fosse sensata non porterebbe alcun progresso
Abelardo
Noi non sappiamo dove vanno a finire le idee… parlo di quelle che esprimiamo, ma anche di quelle che rimangono dentro di noi… Dio le raccoglie, ma dove le metta e che cosa ci faccia è un mistero insondabile….una tua idea potrebbe servire per costruire una cattedrale o per concimare uno splendido fiore… chi lo sa… ogni pensiero ha una sua energia che può essere trasformata… non da noi ovviamente, ma a Lui nulla è impossibile…
Un eremita
Mi affascina sempre quello che dici… forse perché non riesco a seguirti fino in fondo, ma lo sento vero…
Abelardo
Chiudi gli occhi e respira… troverai il senso della vita, non c’è nulla da capire, solo da sperimentare… la vita è un continuo esperimento di un uomo che resterà sempre un apprendista del Signore… non ti preoccupare… mescola e rimescola le tue emozioni, i segnali che il corpo ti manda, le giornate così spesse a volte che non voglio adattarsi, e offri ciò che non si amalgama perché sia materia più duttile un domani…
(Continua)

Il Rapporto sullo sviluppo umano 2013 (United Nations Development Programme)

Entro il 2020 la produzione economica combinata di tre soli paesi, all’avanguardia fra quelli in via di sviluppo – Brasile, Cina e India – supererà la produzione aggregata di Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e USA.
Entro il 2050 Brasile, Cina e India insieme varranno il 40% della produzione globale e supereranno di molto la produzione combinata prevista per il blocco costituito dall’attuale Gruppo dei Sette.
Non sarebbe desiderabile né sostenibile che aumenti dell’Isu (indice dello sviluppo umano: può dirci molto di più del pil sullo sviluppo della vita umana) fossero accompagnati da crescenti disuguaglianze di reddito, modelli di consumo non sostenibili, spese militari elevate e scarsa coesione sociale.
La disuguaglianza riduce la velocità dello sviluppo umano e in alcuni casi può persino impedirlo completamente.
Gli Stati favorevoli allo sviluppo a misura d’uomo hanno ampliato i servizi sociali fondamentali. Investire nelle capacità delle persone – tramite sanità, istruzione e altri servizi pubblici – non è un’appendice del processo di crescita ma una sua componente integrante. La rapida espansione dei lavori di qualità è una caratteristica fondamentale della crescita, che favorisce lo sviluppo umano.
Istruzione, assistenza sanitaria, protezione sociale, empowerment giuridico e organizzazione sociale sono altrettanti fattori che mettono i poveri in condizione di partecipare alla crescita.
Non tutti questi servizi debbono essere forniti dalla mano pubblica. Ma lo Stato dovrebbe garantire che tutti i cittadini abbiano un accesso sicuro ai requisiti indispensabili per lo sviluppo umano.
L’Italia ha un indice di sviluppo umano che ci pone al 25° posto su 186 stati, ma tra il 2011 ed il 2012 non ci sono state variazioni. Siamo in altre parole al 25° posto tra i 47 paesi che hanno uno sviluppo umano molto alto.
Prima di noi si posizionano:
1 Norvegia
2 Australia
3 Stati Uniti
4 Paesi Bassi
5 Germania
6 Nuova Zelanda
7 Irlanda
7 Svezia
9 Svizzera
10 Giappone
11 Canada
12 Corea, Repubblica di
13 Hong Kong, Cina (sAR)
13 Islanda
15 Danimarca
16 Israele
17 Belgio
18 Austria
18 Singapore
20 Francia
21 Finlandia
21 Slovenia
23 Spagna
24 Liechtenstein

http://hdr.undp.org/en/media/HDR2013%20Summary%20Italian.pdf