Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI Sintesi e commento

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XXVI Canto

IN BREVE

– Nell’ottavo cerchio e nella settima e ottava bolgia. Dante inveisce di sdegno per aver trovato tra i ladri cinque fiorentini (vv. 1-12).

 I poeti passano all’ottava bolgia, dove sono arsi entro lingue di fuoco a due punte, i consiglieri fraudolenti (vv. 13-48), e incontrano quivi Ulisse e Diomede (vv. 49-84).

 Per desiderio di Dante, Ulisse narra, su richiesta di Virgilio, la sua ultima navigazione, oltre le colonne d’Ercole, in cui incontrò con i suoi compagni la morte.

Partito da Circe, dopo lunghe peregrinazioni, gli affetti famigliari non valsero a spegnere il suo desiderio di conoscere il modo e i vizi ed il valore degli uomini.

Messosi, già vecchio, con un legno e con alcuni compagni per l’alto mare aperto, naviga il Mediterraneo tra le coste della Spagna e dell’Africa, fino allo stretto di Gibilterra ove si credeva sorgessero, come limite estremo per gli uomini le colonne d’Ercole.

Esortati con una <<orazion piccola>> i compagni  a <<seguir virtute e conoscenza>> e ad affrontare i rischi del <<folle volo>>, Ulisse prosegue l’audace navigazione nello sconfinato Atlantico, e dopo cinque mesi giunge in vista di una montagna altissima e bruna per la distanza.

La gioia sua e dei compagni tosto si muta in pianto, perché quella montagna è il Purgatorio, alla quale nessun uomo vivente può approdare.

Da essa infatti, per volere divino, si scatena un turbine che colpisce la nave affondandola nel mare  v. 85-142).

*.*.*

Il canto si apre a mezzogiorno circa del 9 aprile 1300, sabato santo, nel cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII) ed in particolare nell’8a bolgia. Attraverso un percorso roccioso e arduo ci si  affaccia al fossato il cui fondo risplende di fiammelle.

DANNATI

Sono i consiglieri fraudolenti. Sono coloro che, facendo cattivo uso del proprio ingegno, se ne servono per vincere con l’astuzia in politica.

PENA E CONTRAPPASSO

I dannati sono avvolti in fiamme appuntite come lingue, nascosti dallo stesso fuoco che li arde, e faticano nel parlare.

In vita con i loro consigli e le loro astuzie accesero disgrazie, liti e sventure, così ora ardono nelle fiamme appuntite, come le loro lingue acute ma pericolose, che tanto abili in terra a parlare ora riescono a fatica e con dolore a buttare fuori la voce.

PERSONAGGI

Ulisse. Eroe omerico, re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlea, simbolo dell’astuzia e della sete di conoscenza.

In Omero, ma soprattutto in Ovidio e Stazio, alle sue imprese si associa sovente il compagno Diomede.

Dante ne ricorda tre episodi che avrebbero determinato la sua condanna: l’inganno del cavallo di Troia, l’impresa con cui riuscì a convincere Achille a partecipare alla guerra di Troia e quindi a lasciare l’amata Deidamia, il furto della statua di Pallade Atena dal tempio di quella città, che si credeva proteggesse i Troiani.

Diomede. Nella mitologia greca, re di Argo e figlio di Tideo, uno dei guerrieri conosciuti come Epigoni, i figli dei Sette contro Tebe, che distrussero la città di Tebe.

Diomede fu uno dei principali eroi greci della guerra di Troia: uccise numerosi guerrieri troiani e, con l’assistenza della dea Atena, ferì Afrodite dea dell’amore, e Ares dio della guerra, entrambi sostenitori dei troiani.

Quando Diomede tornò dalla guerra e scoprì che la sua sposa gli era stata infedele, abbandonò il suo regno e si recò in Italia, dove fondò numerose città in Apulia (l’attuale Puglia).

ELEMENTI PRINCIPALI

1) Il canto di Ulisse. Dante colloca Ulisse come figura centrale del canto, e lo costruisce in base alle conoscenze che ne aveva non da Omero, bensì da Ovidio, da Stazio, da Virgilio stesso e da altri scrittori latini.

Cosi Ulisse assurge a simbolo dell’abuso dell’ingegno contro e oltre le regole morali o religiose, e si fa eroe tragico nell’ultima impresa narrata con buon agio dopo aver liquidato i motivi (cfr. vv. 53-63) della sua condanna come consigliere fraudolento.

È quindi l’ansia, il desiderio di conoscenza non illuminato dalla Grazia che porta l’eroe alla catastrofe inevitabile, proprio perché spinto da un anelito di verità che si può solo intravedere (come la montagna indistinta del Paradiso terrestre in lontananza), ma che non è dato senza rivelazione.

Proprio in questa luce va visto il richiamo che Dante fa a se stesso (vv. 19-24), uomo dotato del privilegio dell’alto ingegno, dono divino, che non va sprecato né usato senza il sostegno della virtù.

Intorno alla figura centrale di Ulisse gravita dunque tutto il canto, che si muove nella stessa atmosfera di alta tragicità e di dolorosa meditazione.

2) Invettiva a Firenze. Come l’episodio di Vanni Fucci si chiudeva con l’invettiva a Pistoia, l’incontro con i ladri fiorentini si chiude con una amara e dolente apostrofe contro Firenze.

È l’ennesima condanna della città, ma cosi diretta e in prima persona, messa in apertura di canto, sembra assorbire in sé le precedenti invettive e amare considerazioni sulla propria patria.

3) La commozione di Dante. L’ardente preghiera rivolta da Dante al maestro per poter parlare con la fiamma cornuta di Ulisse e Diomede è piena di fervore, e tradisce un’ansia che sfiora il patetico (vedi che del desio ver’ lei mi piego!), la quale si giustifica da un lato con la grande reverenza che il poeta prova nei confronti di un mondo, quello greco, che sente lontano e affascinante, dall’altro con l’occasione unica che gli si offre: quella di far raccontare la fine dell’eroe come monito ed esempio per coloro che fidano eccessivamente nella ragione e nell’ingegno umano.

4) Il paesaggio. La bolgia si presenta agli occhi di Dante con un’immagine lirica e quasi serena, nel clima cupo e oppressivo di Malebolge: tutta rischiarata da fiammelle, quante sono le lucciole che il contadino vede accendersi, dal poggio dove si riposa, giù nella valle nelle sere estive.

Anche la pena dei dannati non è visibile, si consuma senza stravolgimenti carnali, a sottolineare che qui il rapporto tra Dante e i penitenti del canto nuovamente si umanizza, senza gli eccessi di rappresentazione realistica e bestiale che caratterizzano le altre bolge.

RIASSUNTO E PARAFRASI

Invettiva di Dante contro Firenze (vv. 1 – l 2)

Dante ha incontrato nella bolgia dei ladri cinque fiorentini e questo gli fa pronunciare una amara e sarcastica invettiva contro Firenze che può essere fiera. poiché il suo nome si diffonde non solo per mare e per terra, ma anche nell’Inferno. Ma si avvicinano per la città le sventure che Prato e altri paesi agognano per lei, ed il Poeta si augura, pur con grande dolore, che avvengano al più presto.

L’8a bolgia: i consiglieri fraudolenti (vv. 13-42)

I due poeti proseguono il cammino: aiutandosi con le mani, ripercorrono la stessa strada da cui erano scesi e si arrampicano a fatica tra le rocce (borni= dal francese borne) del ponte che avevano fatto da scalini.

Dante, ripensando a ciò che vide nell’ottava bolgia, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti che male si servirono del proprio ingegno, cerca di tenere a freno la propria intelligenza che gli è stata donata dalle stelle e dalla grazia di Dio, affinché sia sempre guidata dalla virtù[1].

Egli vede risplendere il fondo dell’ottava bolgia di tantissime fiammelle quante sono le lucciole che il contadino vede nelle sere d’estate dall’alto della collina giù nella valle.

E come la fiamma del carro impedì ad Eliseo, che si vendicò con gli orsi[2], di vedere Elia rapito al cielo[3], cosi nel fondo della bolgia, le fiammelle nascondono alla vista lo spirito che vi è condannato.

Ulisse e Diomede (vv. 43-75)

Dante, sporgendosi dal ponte, si accorge che all’interno delle fiamme si nasconde un peccatore, ma vorrebbe sapere chi vi sia dentro ad una fiamma che, diversamente dalle altre, è divisa in due punte come la fiamma che sorse dalla pira su cui furono bruciati Eteocle ed il fratello Polinice[4].

Virgilio risponde che vi sono Ulisse e Diomede, che insieme sono puniti da Dio, cosi come insieme da vivi ne affrontarono l’ira: motivi della loro condanna sono l’inganno del cavallo di legno che portò alla caduta di Troia, l’inganno per il quale Achille fu strappato all’amata Deidamia[5], e il furto del Palladio[6].

Dante esprime a Virgilio di avere grande desiderio di parlare con i due dannati e gliene chiede il permesso; ma Virgilio gli consiglia di lasciare che sia egli stesso a rivolgere le domande ai due spiriti poiché, essendo Greci, forse non gradirebbero di rispondere ad un uomo appartenente ad un’altra civiltà.

Ulisse narra la propria fìne (vv. 76-142)

Non appena la fiamma è più vicina e sembra il momento più idoneo, Virgilio si rivolge ai due spiriti prigionieri, pregandoli in nome dei versi che egli dedicò loro nell’Eneide, di fermarsi e di voler narrare la propria fine.

La punta più grande della fiamma in cui è imprigionato lo spirito di Ulisse, comincia allora ad agitarsi come mossa dal vento; poi muovendosi qua e là come fosse una lingua, inizia a parlare.

Quando egli lasciò Circe, la figlia del sole[7], che lo aveva trattenuto più di un anno presso Gaeta, né l’affetto per il figlio né l’amore filiale verso il padre, né l’amore per la sposa Penelope, poterono vincere la sete di conoscere il mondo, i vizi e le virtù degli esseri umani.

Perciò si avventurò in mare, con un’unica nave e con pochi fedeli compagni[8].

Navigando percorsero le coste europee fino alla Spagna e le coste africane fino al Marocco, costeggiarono la Sardegna e le altre isole del mar Mediterraneo e, ormai vecchi e deboli, giunsero allo Stretto di Gibilterra, dove Ercole pose le due montagne[9] per ammonire i naviganti a non avanzare oltre e infine oltre le Colonne d’Ercole superarono le città di Siviglia e di Ceuta[10].

Giunti a questo punto egli esortò i compagni a seguirlo nell’esplorazione dell’altro emisfero, rammentando loro che l’essere umano è stato creato per seguire la virtù e apprendere la scienza; queste parole rincuorarono i compagni al punto che non avrebbe più potuto trattenerli dal proseguire il viaggio; perciò, voltata la poppa della nave ad oriente, continuarono la navigazione sempre avanzando verso sinistra, verso il polo antartico.

Già le stelle del polo australe illuminavano il cielo, mentre quelle del polo boreale scomparivano, quando, dopo cinque mesi di viaggio, apparve sull’acqua una montagna tanto alta quanto mai egli ne vide.

La vista di questa montagna li rallegrò, ma presto la gioia si tramutò in pianto, poiché dalla nuova terra si levò un turbine che colpì la parte anteriore della nave, facendola girare tre volte su se stessa e poi inabissandola nel profondo del mare.


[1] Ciò perché nell’esilio Dante era divenuto un uomo di corte, un negoziatore di politico: e il consigliar frodi e ordire inganni sarebbe potuto divenire per lui un peccato professionale, un vizio del mestiere.

[2] Nel Libro IV dei Re (II, 23,-24), si legge che Eliseo, avviandosi verso la città di Betel, maledisse due fanciulli, che lo beffeggiavano, per cui due orsi, usciti da un bosco, ne divorarono un gran numero (e precisamente quarantadue).

[3] Nel Libro IV dei Re (II, l 1-12) si legge che il profeta Elia, rapito in cielo su di un carro di fuoco trainato da cavalli di fuoco, fu sottratto alla vista di Eliseo.

[4] Eteocle e Polinice, figli del re di Tebe Edipo, scacciarono il padre dalla citta e furono da lui maledetti: il padre predisse infatti loro odio eterno. Dapprima decisero di regnare su Tebe un anno per ciascuno, ma presto sorse tra di loro un conflitto che sfociò nella guerra di Tebe e nella morte di tutti e due. I corpi dei fratelli furono bruciati sullo stesso rogo, quasi a significare l’odio imperituro fra i due (Stazio,Theb. XII, 429 sgg.).

[5] Si tratta dell’astuzia con cui scopersero Achille, travestito da fanciulla, presso il re Licomede in Sciro, inducendolo a partecipare alla guerra di Troia, per cui l’innamorata Deidamia, fig1ia del medesimo re, morì di dolore (Stazio, Achill. I, 537 s99.)

[6] L’oracolo aveva predetto che dalla statua di Minerva  sarebbe dipesa la salvezza dei Troiani (En. II, 162 e ss.).

[7] Circe. Nella mitologia greca, maga figlia del Sole e della ninfa marina Perseide. Viveva nell’isola di Eea, vicino alla costa occidentale italiana. Con pozioni e incantesimi Circe trasformava gli uomini in animali, ma le sue vittime non perdevano il raziocinio ed erano dunque consapevoli dell’accaduto. Durante i suoi vagabondaggi, Ulisse capitò sull’isola con i suoi compagni, che furono trasformati in porci. Andando in cerca di aiuto per i suoi uomini, Ulisse incontrò il dio Ermes, dal quale ricevette un’erba che lo rese immune dagli incantesimi della maga. La costrinse dunque a restituire sembianze umane ai suoi compagni, e Circe, sorpresa dal fatto che qualcuno potesse resistere alle sue formule magiche, si innamorò di lui. Ulisse rimase appunto sull’isola per un anno, e quando decise di partire Circe gli spiegò come trovare nel mondo sotterraneo lo spirito del veggente tebano Tiresia, affinché gli indicasse la via più sicura per il ritorno in patria.

[8] D. si Basò forse su un passo di Cicerone (De officiis, III, 26), ove si legge che ad Ulisse non piacque <<regnare e vivere in Itaca, oziosamente con i genitori, con la moglie, col figlio>>, ed immaginò quindi che l’eroe, nel suo fortunoso viaggio di ritorno, non rivedesse la sua patria.

[9] Mentre si recava all’isola di Eritea per catturare i buoi del mostro a tre teste Gerione, sua decima impresa, Eracle pose, in ricordo del suo passaggio, appunto due grandi rocce, le cosiddette “colonne d’Ercole”, sui promontori Colpe e Avila che segnano lo stretto che separa il Mediterraneo dall’oceano Atlantico, l’odierno stretto di Gibilterra.

[10] Ceuta, citta del Marocco, situata di fronte a Gibilterra

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XXII-XV Sintesi

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XXII Canto

 

Nell’ottavo cerchio e nella quinta bolgia, sempre tra i barattieri: è considerato il canto della malizia.

I poeti percorrono l’argine lungo lo stagno di pece bollente, guidati appunto da dieci demoni (vv. 1-30) che acciuffano il dannato Ciampolo di Navarra (vv. 31-75)[1].

Questi parla di sé e di frate Gomita[2] e Michele Zanche[3], barattieri sardi (vv. 76-96).

 Con un inganno Ciampolo si libera dai diavoli ributtandosi nella pece bollente, due diavoli si azzuffano tra loro e si invischiano con le ali nella pece; e mentre gli altri prestano loro soccorso, i due poeti si allontanano da essi (vv. 97-151).

XXIII Canto

Nell’ottavo cerchio e nella sesta bolgia, tra gli ipocriti[4]: in questo canto D. si scaglia contro l’ipocrisia di alcuni monaci medievali ed in particolare dei Benedettini di Cluny .

– Quando i poeti si vedono inseguiti si calano a precipizio nella sesta bolgia (vv. 1-57).

Una lunga processione di ipocriti, coperti di cappe di piombo dorato, si muove con estrema lentezza (vv. 58-75); tra questi vi sono due frati gaudenti bolognesi: Catalano de’ Malvolti[5] e Loderingo degli Andalò[6] (vv. 76-108), e insieme crocefissi a terra, Caifa[7] e gli altri del sinedrio che decretaro­no la morte di Cristo (vv. 109-126). Virgilio si avvede dell’inganno di Malacoda (vv. XXI Canto).

XXIV Canto

Nell’ottavo cerchio e nella settima bolgia.

Dopo le parole di conforto di Virgilio a Dante (vv. 1-21), i poeti salgono faticosamente sull’argine settimo (vv. 22-60), dove nella bolgia, piena di serpi, corrono i ladri (vv. 61-96)[8].

Tra i dannati è, violento e volgare, Vanni Fucci[9], che punto da un serpente, s’incenerisce, e di colpo riprende la figura umana come l’araba fenice (vv. 97-120), confessa il furto sacrilego del tesoro della sacrestia di S. Jacopo in Pistoia, e predice per vendetta a Dante che lo ha riconosciuto, la sconfitta dei Guelfi bianchi nell’agro pistoiese (vv. 121-151)[10].

XXV Canto

Nell’ottavo cerchio e nella settima bolgia, sempre tra i ladri.

Vanni Fucci per dileggio fa un verso sconcio verso Dio e viene punito immediatamente dalle serpi per tale atto (vv. 1-18).

I poeti, restando sull’argine, trovano sempre nella settima bolgia dei ladri, Caco[11] (vv. 19-33): assistono poi alla trasformazioni, da forma umana a quella serpentina e viceversa, di cinque fiorentini appartenenti alle famiglie più illustri (Cianfa Donati, Agnolo dei Brunelleschi, Buoso dei Donati, Puccio Sciancato, Francesco dei Cavalcanti)[12] (vv. 34-150).


[1] Ciampolo o Giampaolo (da ]ean Paul). Navarrese del 1200, di umili origini, riuscì ad entrare alla corte del re di Navarra di umili Tebaldo II e abusò della sua fiducia, barattando favori per denaro. Le uniche notizie che si hanno di lui provengono dal testo di Dante.

[2] Gomita. Frate sardo,  fu alle dipendenze di Nino Visconti di Pisa che ebbe il giudicato di Gallura dal 1275 al 1296. Per denaro, fece fuggire i prigionieri che Nino Visconti gli aveva affidato.

[3] Michele Zanche. Governatore del giudicato di Logudoro, in Sardegna, per conto di re Ezio, figlio di Federico II. Alla morte del re, ne usurpò il trono. <fu ucciso a tradimento dal genero Branca d’Oria nel 1275 o nel 1290 (cfr. XXXIII, 137).

[4] Procedono a gran fatica, lentissimi, piangendo sotto pesanti cappe di piombo, dorate all’esterno. In vita sotto un sembiante di virtù e di santità, nascosero una natura viziosa, ora sono nascosti sotto una cappa dorata esternamente, ma fatta di piombo. Così come si muovevano con circospezione nel loro peccato, ora si muovono lentissimamente. Gli ipocriti religiosi, quelli che consigliarono la crocefissione per il Cristo, sono a loro volta crocefissi e, avendo calpestato la verità, ora sono a terra, calpestati dagli altri dannati.

[5]  Catalano de’ Malavolti (1210-1285). Frate gaudente di famiglia guelfa, bolognese, fu podestà di Milano, Parma, Piacenza. Nominato podestà a Firenze insieme al ghibellino Loderingo degli Andalò (1266), invece di far da paciere, inasprì gli animi e aggravò le contese tra i partiti.

[6] Loderingo degli Andalò (1210-1290). Ghibellino, bolognese, fu fondatore dell’ordine dei frati gaudenti o Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Maria Gloriosa, (istituito con lo scopo di operare per la pacificazione tra guelfi e ghibellini. Quest’ordine, detto dei “frati gaudenti” per la rilassatezza di costumi assunta dai suoi cavalieri); tenne, insieme a Catalano, il governo di Bologna, poi fu podestà con lui del Comune di Firenze.

[7]  Caifa. Sommo sacerdote di Gerusalemme; insieme al suocero Anna, consigliò all’ assemblea dei Farisei di condannare a morte Cristo. Secondo Giovanni (18:13-24), Gesù, dopo l’arresto venne appunto condotto da Anna, per un primo interrogatorio. I sinottici non menzionano l’episodio e riferiscono solo che Gesù venne condotto davanti al consiglio supremo degli ebrei, il sinedrio, dove Caifa gli chiese di dichiarare se era “il Cristo e Figlio di Dio” (Matteo 26:63). Alla risposta affermativa (Marco 14:62), il consiglio condannò Gesù a morte come blasfemo.

[8] Corrono nudi, spaventati e tormentati da serpenti che legano loro le mani. Alcuni vengono trafitti dalle serpi, s’incendiano e poi tornano ad assumere il loro aspetto. Altri si trasformano in serpenti e poi di nuovo in uomini, oppure si tramutano in esseri ibridi che hanno entrambe le nature.In vita ricorsero all’astuzia: ora convivono con i serpenti, simbolo di ogni malizia. Le loro mani, usate abilmente per rubare, sono legate dalle serpi, e cosi come si servirono di travestimenti e trucchi, ora subiscono continue metamorfosi.

[9] Vanni Fucci, dei Lazzari. Pistoiese della fazione dei Neri, esule nel 1294, era conosciuto come uomo violento e fu condannato per omicidi e ruberie. Dante lo colloca tra i ladri, perche rubò il tesoro della cappella di San Iacopo, nel duomo di Pistoia, furto per il quale fu ingiustamente incolpato un tale Rampino Foresi. Morì agli inizi del 1300.  La figura di Vanni Fucci è tra le più violente e disumane dell’ Inferno: la sua bestialità domina l’ atmosfera del canto e si contrappone all’atteggiamento altero e sprezzante di Dante. Annunciato dalla metamorfosi in cenere e dalla riconversione in essere, dallo sguardo vacuo come l’epilettico, Vanni è aggressivo, abietto nell’orgoglio della propria animalità, vergognoso solo di essere stato scoperto da Dante nella colpa, per cui altri era stato accusato.

[10] Fa riferimento alla guerra mossa dal marchese Malaspina di Lucca, alleato dei Neri fiorentini, contro Pistoia; guerra che culminò con l’assedio e la conquista della città. La sconfitta dei Bianchi pistoiesi avrebbe inevitabilmente segnato la rovina dei Bianchi di Firenze. La profezia di Vanni Fucci si aggiunge alle altre (quelle di Ciacco, di Farinata, di Brunetto Latini) presenti nella cantica; ma qui si colora dell’intenzione malvagia espressa da Fucci: È detto l’ho perché doler ti debbia! (v. 151). È la vendetta del ladro che si vede scoperto e nella sua astiosa umiliazione non può far altro che predire un triste destino peraltro già da Dante conosciuto.

[11] Caco. Figlio di Vulcano, rubò gli armenti che Ercole aveva rapito a Gerione; per questo Ercole lo uccise. Nell’ Eneide (VIII, 193-305), Virgilio lo rappresenta come satiro che vomita fuoco dalla bocca; Dante invece lo raffigura come centauro, che ha sulle spalle un drago che soffia fiamme e fuoco.

[12] Cianfa Donati. Fiorentino, della famiglia che fu a capo dei guelfi neri fino al 1300. Mori tra il 1283 e il 1289; fu noto come ladro di bestiame e altri beni.

Agnolo dei Brunelleschi (XIII secolo). Di nobile famiglia fiorentina, prima di parte bianca, poi passata ai Neri. Si diede a ruberie, ricorrendo spesso a travestimenti.

Buoso dei Donati. Da non confondere con lo zio Buoso Donati, che Gianni Schicchi sostituì sul letto di morte, per falsificarne il testamento (cfr. c. XXX, vv. 44-45). Fiorentino, fu tra i giurati della pace del cardinal Latini, firmata nel 1280 tra ghibellini e guelfi. Mori nel 1285.

Puccio Sciancato. Fiorentino della famiglia dei Galigai, ghibellina. Fu bandito dalla città nel 1268 e nel 1280 fu tra i giurati, con Buoso, della pace del cardinal Latini. Soprannominato (“Sciancato” perché era zoppo, gli era difficile scappare dopo i furti.

Francesco dei Cavalcanti. Detto il Guercio, fiorentino del XIII secolo, noto come ladro. Venne ucciso da alcuni uomini di Gaville, piccolo castello in Valdarno. l parenti di Francesco si vendicarono, facendo strage dei Gavillesi.

Per chi crede ancora che la mediazione sia nata ad Harvard

Il passo che segue è del 1836 e mi ha commosso; ora so che i miei antenati erano grandi mediatori e che non è stata colpa mia se la mediazione è tornata in Italia solo nel 2010; è colpa di chi ha calpestato le mie origini ed ha fatto sì che l’Italia rimanesse divisa perché una Italia divisa si governa meglio.

“Non basta che il conciliatore sia semplicemente amabile; è d‘uopo ancora che sia esperto. Ei deve non solo ravvicinare spiriti, ma, ciò ch‘è molto più difficile, trovare il punto in cui si riuniscano gli interessi delle due parti, e mostrare ad uno in che possa cavar partito dal piano che all’altro conviene. Per compier l‘opera che gli è imposta, bisogna che il conciliatore conosca a fondo la posizione e il carattere di coloro co’ quali ha che fare, né soltanto sapere ciò che ognuno d’ essi domanda, ma ciò che ciascuno realmente vuole, e ciò che in fatto gli starebbe bene; mettere nella bilancia della divisione i mezzi che l’uno può avere per far valer la sua parte, e l’ inclinazione dell’altro che può essergli motivo a valutar maggiormente la propria; saper stornare un progetto che inceppi la conciliazione, col sostituirne un altro che la faciliti; in una parola aumentare, direi quasi, i beni in quistione, in modo che ciascheduno rimanga soddisfatto di quella parte che riceve di un tutto, il quale intero bastava appena a saziare il suo desiderio; operare, per così esprimermi, il miracolo della moltiplicazione de’ pani. Dopo l’ accomodamento,i litiganti maravigliati del trovarsi contenti, ammirano il prodigio del conciliatore. Ma questo prodigio non accade di spesso, né il carattere di conciliatore appare sempre che si voglia. È un talento che si manifesta, data l’occasione, e le occasioni non si presentano ad ogni passo, a meno che il conciliatore non si faccia ambasciatore: allora le occasioni non gli mancheranno, ma bisogna far conto di quelle soltanto in cui riusciranno in bene li suoi maneggi. Il carattere dell’uomo che possiede uno spirito conciliante s’approssima a quello dell‘uomo amabile. Dotato di quello spirito trova egli nelle più opposte opinioni il punto che le congiunge, nelle passioni più inacerbite, il motivo che potrebbe raddolcirle. Conciliatore può dirsi solo colui che giunge ad ottenere il suo intento. Lo spirito conciliante trova i mezzi che dovrebbero condurre a conciliare, ma non è sicuro che sempre riescano. Il carattere conciliante vorrebbe tutto accomodare, ma può darsi chi fin dalle prima non miri giusto, e non colga nel segno. V’ ha del comico in un personaggio di questa spezie. Lo vedrete affannarsi ad ogni minima apparenza di divisione, cercar di riunire tutti i pareri, prevenire ogni disputa, farsi insopportabile a coloro che tormenta perennemente per impegnarli a rimanere in pace, e per ciò solo ch’egli ama appassionatamente la concordia, movere a tutti querela”.

Il Gondoliere Giornale di amena conversazione. Redattore: Paolo Lampato, Volume 3, 1836, p. 355

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XXI Sintesi

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IN BREVE

Nell’ottavo cerchio (frode di chi non si fida). Nella quinta bolgia  compaiono i barattieri, colpevoli di essersi valsi delle cariche pubbliche a loro privato vantaggio; sono immersi nella pece bollente, sotto la guardia dei diavoli (vv. 1-21); un Anziano di Lucca giunge in quel momento e viene beffato e dilaniato (vv. 22-57). – I demoni minaccia­no i poeti (vv. 58-105), ma poi ricevono dal loro capo Malacoda dieci diavoli per guida, a capo dei quali è posto Barbariccia, perché questi mostri al poeta (così spiega Malacoda) dove si trovi il ponte che sovrasta la bolgia seguente, in quanto che quello su cui son venuti sin qui, nella bolgia seguente è rotto.

È una bugia inventata da Malacoda per beffarsi dei due poeti, giacché tutti i ponti che sovrastano la bolgia seguente caddero per il terremoto seguito alla morte di Cristo (vv. 105-139).

*.*.*.*

Sono le sette antemeridiane del 9 aprile l 300, sabato santo. Il LUOGO è costituito dal cerchio VIII, Malebolge (cfr. c. XVIII). Siamo in particolare nella 5a bolgia. Il fosso è particolarmente scuro perche sul fondo bolle una pece nera che ingromma le coste. I Custodi: Malebranche, i diavoli guardiani e aguzzini dei dannati. I DANNATI sono i barattieri, coloro che fanno traffici dei pubblici uffici. PENA E CONTRAPPASSO: i dannati sono costretti a rimanere completamente immersi nel lago di pece bollente. Se ne escono fuori, vengono uncinati e straziati dai diavoli. In vita furono sleali e infidi, praticarono arti vischiose e nere; ora bollono nella pece vischiosa e nera e sono preda di diavoli altrettanto bugiardi e infidi.

 PERSONAGGI

Malebranche. Sono i diavoli, armati di uncini, custodi della bolgia: il nome, inventato da Dante come quello di Malebolge, fa riferimento agli artigli (branche) di cui sono forniti. Sono rappresentati secondo l’iconografia diffusa nel Medioevo. I loro nomi: Malacoda (loro capo), Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante, Scarmiglione. Tra questi, solo Alichino e Farfarello sono nomi tradizionali di diavoli (il secondo lo ritroveremo anche in un famoso dialogo del “Le operette Morali”).

L’anzian di Santa Zita. Si tratta di un magistrato, uno dei reggitori di Lucca, città in cui si venerava la santa.

Guido da Pisa e il Buti lo identificano in Martino Bottaio, morto nella notte tra il venerdì e il sabato santo del 1300. Ma più che sull’anonimo personaggio, Dante riversa la propria ironia su tutta la borghesia lucchese, dedita a speculazioni e traffici illeciti, e per di più di parte nera: nel 1309 da Lucca furono banditi tutti gli esuli bianchi fiorentini, rifugiatisi in quella città.

ELEMENTI PRINCIPALI

1) La commedia dei diavoli. La struttura del canto è vivace, ricca di apparizioni improvvise, colpi di scena, rappresentazioni sarcastiche: il primo atto, insomma, della commedia dei diavoli, che si protrarrà fino al canto XXIII. Su tutto scorre lo sguardo polemico di Dante, che, padrone dei suoi personaggi, ne ritrae crudeltà e bassezze: di fronte al peccato vile dell’inganno per denaro, la pena è abbietta, la condanna si fa più feroce nello scherno e nella grossolanità dell’invenzione. Da notare:

a) in apertura di canto (v. 2), Dante ricorda che di comedìa si tratta, quasi a introdurre, con un avvertimento, la vivacità e grossolanità di toni e il linguaggio popolare, cinico, triviale, dell’episodio;

b) al suo apparire la bolgia è paragonata all’arsenale di Venezia nel fervore dei lavori invernali. La scena è movimentata e, allargando il termine di paragone cui è riferita – l’arsenale in piena attività di uomini e di gesti è suggerito solo dalla pece ribollente sul fondo della bolgia – serve ad imprimere ritmo e brillantezza a tutto il canto;

c) il linguaggio triviale e sarcastico dei diavoli: nei dannati, allo strazio fisico si aggiunge lo strazio delle parole;

d) l’inganno di Malacoda: untuoso e ingannevole, il capo dei Malebranche blandisce Virgilio e gli offre una scorta, indicandogli un passaggio che in realtà non esiste.

2) La paura di Dante. Come davanti alle porte di Dite, la ragione umana, incarnata da Virgilio, soccombe alla menzogna, mentre la paura di Dante finisce per essere più ragionevole della sicurezza del suo maestro e diventerà elemento risolutivo della situazione drammatica (cfr. c. XXIII: riesce a convincere Virgilio ad accedere alla sesta bolgia e quindi a salvarsi dai diavoli che li incalzano).

RIASSUNTO

La 5a bolgia. I barattieri (vv. 1-21) Così parlando di vari argomenti, Dante e Vìrgilìo gìungono sulla sommìtà del ponte che separa la quarta dalla quìnta bolgia: guardando in basso, si accorgono che è più buia delle altre. Come in inverno, arrestata la navigazione, nell’arsenale dei Venezianì, sì fa bollìre la pece per riparare le navi danneggìate, così nella quìnta bolgìa, non a causa del fuoco, ma per volontà divina, bolle una densa pece vischìosa che bagna tutta la riva. In essa sono immersi i barattieri, nascosti però alla vista di Dante a causa del ribollire della pece. I diavoli. Un barattiere: l’anziano di Santa Zita (vv. 22-57)

Mentre Dante fissa scrutando il mare di pece, Virgilìo lo esorta a guardare verso un determinato punto.

Il poeta subito si volta a guardare come chi ansiosamente ha fretta di vedere ciò che gli conviene fuggire e vede un diavolo nero che viene correndo sullo scoglio: è fìero nell’aspetto. con le ali aperte e velocissimo nel movimento.

Sulle spalle porta un peccatore tenendolo per le caviglie e, mentre corre, grida ai suoi compagni diavoli, chiamandoli Malebranche, di sprofondare nella pece quel dannato, un anziano di Santa Zita: aggiunge che egli tornerà nella città di Lucca, dove tutti sono barattieri, eccetto Bonturo Dati (un ricco mercante di Lucca  che sopravvisse a Dante), per prendere altre anime.

Pronunciate queste parole, scaraventa il dannato dall’alto del ponte e subito se ne riparte più veloce di un mastino che, liberato dalla catena, insegua un ladro.

Intanto il dannato, dopo essere sprofondato nella pece, torna a galla con la schiena curva, ma i diavoli che stanno sotto il ponte, si fanno beffe di lui dicendo che lì non si adora il Santo Volto come a Lucca. e non si nuota come nel Serchio (il fiume nei pressi di Lucca).

Poi gli consigliano di non tentare di uscire dalla pece se non vuole essere trafitto dai loro rampini e intanto lo uncinano e lo spingono sotto come gli sguatteri immergono la carne nelle pentole perché non venga a galla.

Virgilio a colloquio con i diavoli: Malacoda. Paura di Dante (58-105)

Virgilio invita Dante a nascondersi dietro uno scoglio, mentre egli andrà a parlare con i diavoli; non deve preoccuparsi per lui, poiché egli sa come comportarsi in tali situazioni, avendo avuto già occasione di trovarcisi.

Detto questo, supera il ponte, ma non appena giunge sulla riva tra la 5a e la 6a bolgia, i demoni gli corrono incontro con quel furore e quell’accanimento con cui i cani si avventano contro il mendicante che chiede l’elemosina.

Subito Virgilio li arresta, dicendo loro di non colpirlo prima che abbia parlato con uno di essi: i diavoli sono tutti d’accordo nel mandare a colloquio Malacoda che, uscito dalla schiera dei compagni, si avvicina a Virgilio domandandogli il motivo della sua venuta in quel luogo.

Il Maestro risponde che egli accompagna Dante in questo viaggio per volere divino; a queste parole Malacoda abbandona il rampino dicendo ai compagni di non arrecare alcun danno ai due poeti.

Virgilio, ormai rassicurato, esorta Dante ad uscire dal nascondiglio e a recarsi accanto a lui: ma i diavoli, alla vista di Dante, si fanno tutti avanti, cosicché egli crede che non vogliano mantenere fede alla parola data, come accadde quando i fanti pisani, nonostante si fossero arresi al nemico, uscendo dal castello di Caprona, temettero di essere assaliti.

Perciò Dante si fa più vicino al maestro e non distoglie gli occhi dai demoni che, eccitati, vorrebbero colpire Dante con i loro rampini, ma vengono trattenuti da Malacoda.

L’inganno di Malacoda. Il drappello dei diavoli (106-139)

Rivolgendosi ai poeti, Malacoda li avverte che, per arrivare alla 6a bolgia, non si può proseguire attraverso il ponte che è crollato da 1266 anni, cioè dalla morte di Gesù Cristo[1]: se vogliono proseguire il viaggio, devono seguire l’argine fino a quando incontreranno un altro ponte: lungo il cammino saranno accompagnati da un drappello di diavoli che intanto controlleranno che nessuno esca dalla pece.

Essi sono: Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicane, e a capo di essi, Barbariccia.

Dante, intimorito dall’aspetto minaccioso della scorta di demoni, preferirebbe proseguire da solo il cammino. ma Virgilio lo rassicura e ad uno sconcio segnale del capo Barbariccia, la compagnia si mette in cammino.


[1] I due poeti si accorgeranno dell’inganno di Malacoda solo dopo essere stati nella bolgia degli ipocriti (canto XXIII). lnfatti anche tutti i ponti successivi sono crollati a causa della morte di Cristo.