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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIV e XV– Sintesi


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Canto XIV

Sempre nel 7° cerchio. Nel 3°girone[1] incontrano i violenti contro Dio, natura ed arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai), puniti in una landa arenosa su cui piovono dilatate falde di fuoco[2]; essi inutilmente si affannano ad allontanare le fiamme (vv. 1-42).

Tra i bestem­miatori (che si trovano distesi) incontrano Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che continua anche dopo morto ad imprecare contro Giove (a cui non basterebbero tutti i fulmini di Vulcano e dei Ciclopi per procurarsi una sufficiente vendetta[3]) ostentando una rabbia orgogliosa; V. lo rimprovera aspramente e considera adeguata la sua pena (vv. 43-75).

Mentre Dante e Virgilio attraversano la landa incontrano un fiumicello dove si spengono le fiamme e V. spiega l’origine dei fiumi infernali, che si formano dalle lacrime della statua del Veglio di Creta, simbolo dell’umanità  e della sua corruzione (vv. 76-142).

Nella sua ideazione, Dante si ispira al passo biblico di Daniele (11, 31-48) dove si narra di una statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui Daniele spiega il significato. L’allegoria del Veglio è stata variamente interpretata; tra le principali versioni, la prima che riportiamo è la più completa e suffragata:

a) storia dell’umanità, durante le varie età dell’oro, dell’argento, del rame, del ferro. Le ferite sono i dolori e le colpe degli uomini che, incanalandosi nelle lacrime, tornano all’Inferno, regno di tutti i mali. Dalla testa, in oro, non sgorgano lacrime perché l’umanità dell’età dell’oro era esente da vizi e da colpe. I due piedi rappresentano i due tipi di potere: il piede in terracotta simboleggia il potere spirituale corrotto, quello in ferro, il potere temporale diminuito di prestigio. La statua è posta al centro del mondo allora conosciuto: volge le spalle all’Egitto, perché l’umanità proviene da Oriente e guarda verso Roma, sede del papato e dell’Impero.

b) natura umana, corrotta dal peccato originale. I metalli di cui è composta simboleggiano le diverse facoltà dell’uomo: il libero arbitrio (oro), la ragione (argento), la volontà (rame), l’ira e la cupidigia (ferro).

c) monarchia imperiale: le diverse parti della statua rappresentano le diverse forme di governo, dall’oro della monarchia universale alla terracotta della democrazia.

XV Canto

IN BREVE

Sempre nel 7° cerchio. Tra i sodomiti Dante ricono­sce Brunetto Latini; Dante esprime la sua riconoscenza per i savi consigli e si duole di vederlo tra i dannati.

Brunetto esorta Dante a tenersi lontano dai corrotti costumi dei Fiorentini e gli predice l’onore di essere odiato tanto dai Guelfi Neri che dai Bianchi (cosa che accade nel 1304) (vv. 1-99).

Dante risponde che la sua coscienza è così pura che può sopportare le avversità della sorte; chiede poi a Brunetto se vi sono altri compagni nelle sue stesse condizioni; Brunetto ne nomina alcuni e poi fugge dopo aver raccomandato a Dante il suo Tesoro (vv. 100-124).

*.*.*.*

Il canto XV ed i due canti seguenti, in cui Firenze e i Fiorentini, occupano tutta la scena, corrispondono armonicamente ai canti XV, XVI e XVII del Paradiso, in cui Firenze ed i Fiorentini sono presenti nella figura e nei discorsi dell’avo Cacciaguida, in modo che Firenze viene a formare come il nucleo centrale della prima e della terza cantica.

È l’alba del 9 aprile del 1300, sabato santo, nel cerchio VII, 3° girone. Si tratta, come già sappiamo, di una landa di sabbia rovente, su cui cade, incessante e lenta, una pioggia di larghe falde di fuoco.

I dannati puniti in questo girone sono i violenti contro Dio nella natura ed in particolare i sodomiti.

La pena e il contrappasso sono i seguenti: i dannati sono costretti a girare incessantemente sulla sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. Possono ripararsi con le mani dalle falde infuocate, ma chi si ferma è costretto ad esporsi alla pioggia per cent’anni senza riparo.

Agitati in vita da passioni contro natura, non possono stare fermi e sono distrutti dal fuoco.

PERSONAGGl

Brunetto Latini (1220-1294). Notaio, guelfo, esule dopo Montaperti, fece ritorno a Firenze dopo la sconfitta di Manfredi e del partito ghibellino a Benevento.

Occupò cariche politiche, e fu uno dei priori della città. Autore di note opere come il Tesoro, trattato di didattica, e il Tesoretto, riduzione in volgare e in poesia del primo.

Considerato maestro di Dante, più come consigliere e guida che nel senso stretto del termine.

Prisciano da Cesarea. Grammatico latino, vissuto nella prima metà del VI secolo, autore di primaria importanza nella cultura medievale.

Francesco d’Accorso (1225-1294). Insegnò nella scuola giuridica di Bologna, quindi ad Oxford su esplicita richiesta del re d’Inghilterra Edoardo I.

Andrea de’ Mozzi. Vescovo di Firenze fino al 1295, quando in conseguenze dello scandalo per il suo comportamento fu trasferito a Vicenza, dove morì nel 1296. Non è citato esplicitamente da Dante, ma lo si è potuto identificare quasi con certezza dai commenti antichi.

ELEMENTI PRINCIPALI

 1) La figura di Brunetto Latini. Dante tace della sua colpa, è stupito di vederlo lì, ha molta reverenza e umana comprensione per lui. Virgilio sparisce dalla scena del canto, quasi a voler lasciare soli i due Fiorentini. Letterato l’uno, letterato l’altro in un rapporto di maestro-allievo determinato dall’età e basato sulla reciproca stima; anche Dante sarà maestro per altri.

Nel dialogo fra Dante e Brunetto, sono da rilevare:

a) la profezia sul destino di Dante, che segue quelle di altri importanti personaggi, quali Ciacco e Farinata;

b) insistenza sul tema della fortuna, già ampiamente e direttamente trattato, come abbiamo visto,  nel canto VII;

c) centralità di Firenze: Dante mette in bocca a Brunetto un nuovo giudizio sulla sua amata e odiata città;

d) tema della memoria, tanto nella rievocazione di affetti e luoghi comuni, quanto nell’affermazione del ricordo eterno che si lascia nelle proprie opere.

2) La costruzione del canto. Da notare la scansione ritmica del canto, rigorosamente costruita sulla alternanza del dialogo.

3) Tema estetico-retorico. L’esordio del canto, con l’accurata descrizione fisico-psicologica dell’incontro e del riconoscimento fra Dante e Brunetto, è caratterizzato da due similitudini molto vivide ed efficaci:

a) lo sguardo come di chi guarda sotto nuova luna;

b) l’aguzzare delle ciglia come fa il sarto che infila la cruna dell’ago.

RIASSUNTO E PARAFRASI

(V. 1-21) I sodomiti.

Si trovano ora su un argine del Flegetonte, dal quale esce un fumo così denso da proteggere l’acqua e gli stessi argini dalla pioggia di fuoco.

Gli argini del fiume sono simili a quelli che i Fiamminghi hanno costruito tra Wissant e Bruges per frenare le acque del mare, o quelli che i Padovani hanno edificato lungo il Brenta a difesa delle loro ville e dei loro castelli.

Camminando, i due poeti si sono tanto allontanati dalla foresta, da non riuscire più a scorgerla, quand’ecco incontrano una schiera di anime che avanza lungo l’argine e osserva i due viandanti come si fa la sera al chiaro della luna nuova, aguzzando le ciglia come fa il vecchio sarto per infilare la cruna dell’ago.

Brunetto Latini. Predizione sul futuro di Dante (vv. 22- 99)

 Dante è riconosciuto da una delle anime che lo afferra per un lembo della veste e pronuncia parole di meraviglia.

A sua volta, il poeta, fissando gli occhi nel volto arso dal fuoco di lui, riconosce Brunetto Latini, che lo prega di trattenersi un poco, mentre i suoi compagni proseguono il cammino.

Dante acconsente e anzi si dice disposto a fermarsi, Virgilio è d’accordo; ma il dannato gli spiega che, se uno di loro si soffermasse anche un solo momento,  per cent’anni dovrebbe rimanere in balia delle fiamme senza potersi difendere: egli lo seguirà e più tardi raggiungerà la schiera dei dannati.

Dante procede accanto a lui, tenendo il capo chino in segno di rispetto, ma senza scendere dall’argine, per timore delle fiamme.

Brunetto per prima cosa, desidera sapere come mai si trovi all’Inferno anzitempo e chi sia la persona che lo accompagna

Il Poeta risponde raccontando del suo smarrimento in una valle, dove incontrò Virgilio che si offrì di accompagnarlo nel viaggio, permettendogli di ritornare sulla retta via e Brunetto gli dice che, se seguirà la sua stella, senz’altro giungerà a “glorioso porto” ed egli stesso gli avrebbe dato conforto in tale impresa se non fosse morto tanto presto.

Inoltre Brunetto predice che “l’ingrato popolo maligno” di Firenze gli diverrà nemico a causa del suo retto agire e questo è giusto, perché non conviene che il dolce fico fruttifichi proprio dove dà i suoi frutti l’aspro sorbo: da tempo i Fiorentini sono considerati una razza cieca, avara, invidiosa e superba[4]; è bene che Dante si tenga lontano dai loro costumi. Sia i Bianchi che i Neri desidereranno sfogare su di lui la loro sete di odio, ma invano, poiché l’erba sarà lontana dal caprone che vorrebbe mangiarla.

Si sfoghino dunque tra di loro e non tocchino i discendenti della santa stirpe[5] romana, che rimase accanto ai Fiesolani al momento della fondazione di Firenze.

Dante, con commozione e affètto, dice che mai potrà dimenticare la cara e buona immagine paterna di Brunetto che gli insegnò come l’uomo possa acquistare fama eterna e aggiunge che se potesse vedere esaudito il suo desiderio, il caro maestro vivrebbe ancora.

Inoltre si rammenta della profezia che ha appena udito e chiederà chiarimenti, in merito ad essa e alle precedenti profezie di Farinata e di Ciacco, a Beatrice: si dichiara pronto ad affrontare qualsiasi avversità, purché la coscienza non debba rimproverargli nulla; la Fortuna potrà girare la sua ruota come il contadino gira la sua zappa.

A questo punto Virgilio si volta indietro a guardare Dante dicendo che, chi rammenta bene le parole udite, ascolta con profitto.

Altri sodomiti: Prisciano, Francesco d’ Accorso, Andrea dei Mozzi (vv. 100-124)

Proseguendo il cammino con Brunetto, Dante domanda chi siano i suoi compagni più famosi ed egli risponde che ne nominerà solo alcuni, poiché occorrerebbe troppo tempo per parlare di tutti: tutti comunque furono uomini letterati e di chiesa, colpevoli del medesimo peccato.

Tra di essi vi sono il grammatico Prisciano e Francesco d’Accorso, famoso giurista bolognese, e Andrea dei Mozzi, vescovo fiorentino trasferito da Papa Bonifacio VIII da Firenze a Vicenza, dove mori.

Brunetto vorrebbe parlare ancora, ma vede avvicinarsi un gruppo di dannati del quale egli non può far parte, perciò si congeda da Dante, raccomandandogli la sua opera il ” Tesoro”, grazie al quale il suo nome è ancora vivo.

Poi si volta e si allontana per raggiungere il proprio gruppo, correndo come il vincitore del drago verde durante la corsa del Palio di Verona[6].


[1]Il terzo girone rappresenta la società medievale, teocratica e feudale: per questo i bestemmiatori sono in minor numero, rispetto agli usurai, rappresentati soprattutto dalle grande famiglie gentilizie, ed ai sodomiti, uomini di lettere e giuristi.

[2] Nel medioevo i bestemmiatori e gli usurai venivano puniti col rogo, mentre Sodoma fu distrutta dal fuoco.

[3] Secondo il mito, salito sulle mura della città, sfidò Giove a difenderle, e questi, infuriatosi, lo fulminò. Simbolo della superbia umana che si oppone al divino, è punito più dalla sua stessa rabbia, furiosa, senza rimedio, che dalla pena fisica cui  soggiace.

[4]Si tratta di un popolo cieco, secondo una tradizione che si riferiva ad un inganno di Totila, il quale, per prendere Firenze, fece credere ai fiorentini di voler essere loro amico, per poter entrare nella città e distruggerla (G. Villani, Cron., 11, 1); o secondo una tradizione che si riferiva ad un altro inganno dei pisani, i quali donarono ai fiorentini, come premio per aver custodito la loro città durante la spedizione delle Baleari, due colonne di porfido guaste dal fuoco, e perciò coperte con un panno scarlatto (G. Villani, Cron., 1V 31).E si tratta inoltre di popolo avaro, invidioso e superbo, secondo un giudizio già manifestato da Ciacco (Inf. VI, 74).

[5] Dante si vantava di essere discendente degli antichi romani, rimasti con i fiesolani al momento della fondazione della città.

[6] Dante si riferisce alla corsa del Palio di Verona, che si teneva nella prima domenica di Quaresima.

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