Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XVI–XVIII Sintesi

download (2)

XVI Canto

Ancora nel 7° cerchio. Sempre tra i sodomiti Dante incontra tre fiorentini: Guido Guerra[1], Tegghiaio Aldobrandi[2], Jacopo Rusticucci[3]; con essi il poeta parla della difficile condizione della sua città, dove la gente nuova ed i guadagni facili hanno genera­to orgoglio a dismisura (vv. 1-90).

 Il 7° cerchio è diviso dall’8° da una rupe scoscesa, ove precipitano le acque del Flegetonte; per discendere Virgilio getta nell’abisso una corda simbolica e appare la figura di Gerione[4], custode dell’ottavo cerchio, simbolo della frode, che dovrà guidare Dante nelle Malebolge (vv. 91-136).

XVII Canto

Ancora nel 7° cerchio. Dante prima di scendere con Gerione l’alto burrone lo descrive (vv. 1-27), quindi si allonta­na per vedere gli usurai  (violenti contro Dio nell’arte) che portano attorno al collo in una tasca lo stemma di famiglia (sono Fiorentini e Padovani) (vv. 28-78)[5]; poi torna da Virgilio, si siedono sulla groppa di Gerione che li depone nel cerchio 8°, cioè nelle Malebolge (vv. 79-136).

XVIII Canto

Nell’ottavo cerchio. Il poeta descrive l’ottavo cerchio diviso in dieci bolge o valli circolari concentriche sormontate da ponti di pietra che ne uniscono gli argini, permettendo così di passare da una bolgia all’altra; al centro del cerchio si apre il profondo pozzo infernale, sul fondo del quale si trova il lago Cocito  (vv. 1-21) dove sono puniti i fraudolenti contro chi non si fida.

Nella prima bolgia i dannati sono divisi in due schiere che camminano in senso inverso e sono sferzati dai demoni; i poeti incontrano i ruffiani: Venedico Caccianemico[6] (vv. 22-66) e i seduttori di donne per conto proprio e d’altri: Giasone[7] (vv. 67-99); Dante rileva la loro nudità a sottolinearne la vergogna: in vita non ebbero vergogna di commettere azioni disonorevoli, ora sono costretti a vergognarsi e la loro pena triviale è disonorevole. Si può anche ricordare che i lenoni, nel Medioevo, venivano puniti con la sferza.

Nella seconda bolgia D. incontra i lusingatori: Alessio Intermi­nelli di Lucca[8] e la prostituta Taide (vv. 100-136)[9]. Gli adulatori sono immersi nello sterco umano e si percuotono da soli; così come in vita si insozzarono moralmente circondandosi di false eleganze, ora sono lordi materialmente.


[1] Nobile cortigiano di Federico II, di parte guelfa.

[2] Cavaliere guelfo che sconsigliò i Fiorentini di combattere contro i Senesi nella battaglia di Monteaperti.

[3] Ricco appartenente alla consorteria dei Cavalcanti.

[4] Figlio di Crisaore e di Calliroe, re di Tartesso in Spagna, godeva fama di essere l’uomo più forte sulla terra. Aveva tre teste, sei braccia e tre corpi uniti in vita. Era famoso per il suo armento di magnifici buoi rossi affidati alla custodia di Eurizione, figlio di Ares, e al cane Ortro a due teste. Conquistare i buoi ai Gerione era la decima fatica di Eracle, che se ne impossessò uccidendo il pastore, il cane e Gerione stesso. Virgilio pone Gerione nel vestibolo dell’averno.

[5] PENA E CONTRAPPASSO come in vita stavano seduti ai banchi del cambio di moneta (e venivano puniti col rogo), così ora sono seduti lungo l’orlo del sabbione infuocato. Sono degradati ad una condizione animalesca, paragonati a cani. Dante non li nomina neppure per nome, ne indica solo i simboli di famiglia, a sottolineare il proprio disprezzo per loro. Lo stemma gentilizio è avvilito a contrassegno della borsa un tempo gonfia di denaro, come segno di infamante degradazione.

[6] Guelfo Bolognese che favorì le mire estensi su Bologna; morì nel 1302, anche se D. lo crede già morto nel 1300.

[7] Giasone Nella mitologia greca, figlio di Esone, re greco. Il trono di Esone gli fu sottratto dal fratellastro Pelia, e Giasone, affinché non corresse rischi, venne mandato dal centauro Chirone, che lo crebbe e lo educò. Diventato adulto, Giasone ritornò coraggiosamente in Grecia per riconquistare il suo regno. Pelia si dichiarò disposto a lasciare la corona, ma pretese che il giovane prima di tutto intraprendesse la ricerca del vello d’oro: Pelia pensava che Giasone non sarebbe riuscito nell’impresa, ma il giovane non si scoraggiò e, riunito un gruppo di giovani eroici provenienti da ogni parte della Grecia, salpò con loro a bordo della nave Argo. Dopo un viaggio avventuroso, gli argonauti raggiunsero la Colchide, il paese in cui il re Eete custodiva il vello d’oro. Eete si disse disposto a concederglielo se Giasone fosse riuscito ad aggiogare due tori che soffiavano fuoco e avevano zoccoli di bronzo, e a seminare i denti del drago che Cadmo, fondatore di Tebe, aveva ucciso molto tempo prima. Dai denti nacquero uomini armati che attaccarono Giasone. La dea Era intervenne in suo favore inducendo Medea, la figlia del re, a innamorarsi di lui. Medea lo aiutò con le sue arti magiche a compiere le imprese e a rubare il vello gettando un incantesimo sul drago insonne che lo custodiva. Per ringraziarla, Giasone le promise che l’avrebbe amata per sempre e che si sarebbero sposati non appena fossero giunti al sicuro in Grecia. Portando il vello e accompagnati da Medea, Giasone e i suoi uomini riuscirono a sfuggire a Eete. In viaggio per la Grecia, il gruppo di eroi si sciolse e Giasone si recò con Medea a portare il vello d’oro a Pelia, che aveva costretto il padre di Giasone a uccidersi, mentre la madre era morta di dolore. Per vendicarli, Giasone chiese a Medea di aiutarlo a punire Pelia: insieme indussero con un inganno le figlie di Pelia a ucciderlo, poi si recarono a Corinto, dove generarono due figli. Invece di essere grato a Medea per averlo aiutato, Giasone sposò a tradimento la figlia del re di Corinto. Disperata, Medea fece ricorso alla stregoneria per uccidere la giovane sposa e il padre di lei. Poi, temendo che i suoi figli potessero essere lasciati soli o abbandonati ai maltrattamenti degli stranieri, li uccise. In seguito, per sfuggire alla vendetta di Giasone, si rifugiò ad Atene.

[8] Alessio Interminelli. Lucchese, di potente famiglia bianca, ancora in vita nel dicembre 1295. Dante lo conobbe personalmente, come risulta dai versi del canto, ma non si hanno notizie della sua vita che spieghino la sua condanna fra gli adulatori.

[9] Taide. Personaggio letterario, protagonista della commedia latina di Terenzio Eunucus, ritenuta da Dante un personaggio reale. Si tratta di una figura di cortigiana e prostituta, cui Dante mette qui in bocca una battuta al suo amante, il soldato Trasone (che però non corrisponde al testo originale della commedia).

Annunci

Le elezioni nel 1860

395

Nel 1860 i deputati erano 443.

Si eleggevano su base provinciale.

Le province di Milano e Napoli ne eleggevano 18, quella di Torino 19, seguivano Firenze con 14 e Genova con 13.

Roma non era ovviamente nominata.

I funzionari o impiegati dello Stato (impiegato regio) di norma non potevano essere eletti (in ogni caso non più di 1/5 dei membri del Parlamento: se fossero stati di più si provvedeva a sorteggio per escludere i sovrabbondanti) e così gli ecclesiastici.

Se un deputato fosse diventato impiegato regio oppure se lo fosse già e avesse avuto un aumento di stipendio cessava all’istante di essere deputato.

Non potevano essere elettori né essere eleggibili coloro che fossero condannati a pene criminali, che fossero in stato di fallimento o di interdizione giudiziaria, coloro che avessero fatto cessioni di beni sino a che non avessero soddisfatto integralmente i loro creditori, coloro che fossero condannati per furto, truffa o attentato ai costumi.

Decreto 17 dicembre 1860 dato da Vittorio Emanuele[1]


[1] Raccolta degli atti del governo di Sua Maestà il Re di Sardegna, Volume 29,Parte 4, p. 3661.

Sistema di composizione dei conflitti in Francia (NEWS)

P1070453

1. Cenni generali. I principi che valorizzano il consenso in Francia. 2. La conciliazione post rivoluzionaria. 3. Uno sguardo all’ordinamento giudiziario. 4. La conciliazione extragiudiziale. 5. La conciliazione giudiziale. 6. La conciliazione davanti al Tribunal d’Instance e dinanzi alla Juridiction de proximité. 7. La conciliazione davanti al Tribunal de commerce. 8. Conciliazione, mediazione e famiglia. 8.1  Il contesto di intervento della mediazione familiare e del mediatore familiare francese. Formazione. 8.2 Gli strumenti di negoziato in ambito familiare.  9. La conciliazione e la mediazione davanti al Conseil des Prud’hommes. 10. La médiation giudiziaria. 11. La médiation e la conciliation conventionnelle.  12. La procedura partecipativa. 13. La médiation pénale. 14. La conciliazione e la mediazione amministrativa. 15. L’arbitrato in Francia. 16. Altri strumenti di risoluzione amichevole delle controversie.

1. Cenni generali. I principi che valorizzano il consenso in Francia

Unitamente all’Olanda e alla Danimarca, la Francia è patria della conciliazione preventiva moderna che si afferma come rimedio obbligatorio tra il XVII ed il XVIII secolo.

Attualmente esistono nel paese transalpino diverse norme che si preoccupano di sostenere e valorizzare la conciliazione[1] e la mediazione[2], anche se si può affermare che quest’ultima ha avuto fortuna più recente in relazione al fatto che in Francia vi è una mentalità centralista assai spiccata.

Da rimarcare è che nel Paese esistono previsioni che richiedono alle parti lo sperimento obbligatorio di un tentativo di componimento amichevole[3], anche se in genere sono correlate al processo e dunque ad una decisione del giudice[4].

In campo extragiudiziario viene fatto salvo il principio volontaristico, anche se di recente ed in via sperimentale si è introdotta la necessità di una mediazione preventiva[5], qualora si invochi la revisione delle modalità per l’esercizio della potestà dei genitori o del contributo al mantenimento e all’educazione del bambino[6].

Gli strumenti di negoziato coprono il settore civile, commerciale, familiare, del lavoro, penale e amministrativo.

Da ultimo si è introdotto un nuovo strumento di risoluzione amichevole delle controversie, la procedura partecipativa[7] che può essere utilizzata dalle parti assistite da avvocato.

In generale possiamo poi affermare che il Nuovo codice di procedura civile pone gli strumenti  di risoluzione amichevole praticamente sullo stesso piano e a servizio delle parti di un litigio.

Si  stabilisce, infatti, nel libro V che “Le parti di una controversia possono, di propria iniziativa e alle condizioni stabilite nel presente libro, cercare di risolvere amichevolmente con l’assistenza di un mediatore, di un conciliatore di giustizia o come parte di un processo partecipativo, dei loro avvocati[8].

Vi è poi da considerare attentamente una definizione presente nella legge sull’organizzazione giudiziaria[9] che si può considerare a buon diritto la pietra d’angolo del negoziato in diversi ambiti e per diversi strumenti (mediazione giudiziaria, conciliazione e mediazione convenzionale e mediazione amministrativa): “qualsiasi procedimento strutturato, indipendentemente dal nome, con il quale due o più parti tentano di raggiungere un accordo sulle loro differenze attraverso la composizione amichevole con l’assistenza di un terzo, il mediatore scelto dalle parti o designato,  con il loro accordo, dal giudice adito”[10].

Ma vanno riportati anche alcuni principi codicistici che in qualche modo danno rilievo preminente alla volontà delle parti.

Mi riferisco ad esempio all’art. 1 del Nuovo codice di procedura civile in virtù del quale le parti sino alla sentenza hanno diritto di interrompere il giudizio o all’art. 57-1 che ha previsto dal 2005 la possibilità che il giudice agisca come amichevole compositore o che venga limitato il dibattito ad una certa qualificazione dei fatti ed a determinati punti di diritto[11], al fatto che se la legge non dispone l’obbligatorietà della rappresentanza, le parti possono difendersi da sole (art. 18), al principio per cui le parti possono d’accordo ritenere competente un giudice che per valore non lo è e addirittura in tal caso convenire l’inappellabilità della sentenza (art. 41), alla norma per cui le difese nel merito possono essere svolte in ogni caso (art. 72) e infine al dovere del giudice di ogni stato e grado di tentare la conciliazione (art. 21)[12].

Un altro principio del codice di rito che interviene a sostegno della volontà delle parti è dettato in materia di arbitrato internazionale (art. 1505 n. 4): è previsto che chi voglia utilizzare un tribunale arbitrale possa ricorrere al giudice d’appoggio (le juge d’appui) quando vi sia un rischio di diniego di giustizia, ossia quando ad esempio l’altra parte si rifiuti di nominare un arbitro e la parte che invece ha nominato il proprio non possa liberamente adire il suo giudice nazionale o quello della controparte[13].

Si aggiunga poi che la transazione in Francia può essere dotata dal 1998 di efficacia esecutiva dal Presidente del Tribunale[14].

Anche il Codice Civile è stato riformato nel 2008 con prescrizioni che favoriscono l’incontro e l’accordo delle parti.

La norma civilistica dispone che la conciliazione sia obbligatoria in caso di separazione e divorzio[15].

Si prevede che la prescrizione resti sospesa a partire dal giorno, successivo al verificarsi della controversia, in cui le parti decidono di ricorrere alla mediazione o alla conciliazione o in mancanza di un accordo scritto dalla prima seduta di mediazione o di conciliazione[16].

La prescrizione è peraltro sospesa anche dalla conclusione di una convenzione di procedura partecipata[17]  e ricomincia a decorrere dalla conclusione del contratto[18].

L’art. 2239 C.c. stabilisce poi che la prescrizione ricominci a decorrere per un periodo non inferiore a sei mesi dal giorno in cui una parte o le parti o il mediatore o il conciliatore dichiarano che la mediazione o conciliazione è terminata.

Anche in campo amministrativo e dal 2011[19] vi è una norma analoga: la mediazione sospende la prescrizione – ove non si tratti di questioni transfrontaliere[20] – dal giorno successivo al verificarsi di una controversia, se le parti convengono di partecipare ad una procedura o, in mancanza di accordo scritto, dal primo incontro[21]. La sospensione del termine di prescrizione non può superare un periodo di sei mesi[22]. I termini di prescrizione riprendono a correre per un periodo non inferiore a sei mesi dalla data in cui almeno una delle parti o il mediatore dichiara che la mediazione è terminata[23].

Se da una parte lo Stato valorizza dunque la volontà dei litiganti da altro lato cerca, ad ogni livello, di moralizzare i cittadini: ad esempio l’art. 32-1 C.p.c. prevede che  “Colui che adisce la giustizia in modo dilatorio o abusivo può essere condannato a una multa civile fino a 3.000 euro, fatti salvi eventuali danni che potrebbero essere rivendicati”.

Se questo è il principio in uno dei paesi che costituiscono un faro luminoso per la cultura giuridica in Europa dall’epoca dei Carolingi, non deve sorprendere che anche il nostro legislatore abbia intrapreso questa strada prima con la novella dell’art. 91 C.p.c. e poi con l’art. 13 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 (censurato però di riflesso da ultimo dalla Consulta[24]).

Se vuoi continuare clicca qui sotto

Sistemi di composizione dei conflitti in Francia


[1] Il Titolo VI del Libro I è intitolato “La conciliazione”. Vi è un Capo I che attiene alle “Disposizioni generali” ( articoli 127-129 ), un Capitolo II che concerne “La conciliazione delegata ad un conciliatore” (articoli da 129-1 a 129-5), un Capitolo III incentrato sull’atto di conciliazione (articoli 130-131).

Il titolo II del Libro II è intitolato “Disposizioni specifiche per il tribunal d’instance e per la juridiction de proximité” (articoli 827-828) ed ha un Sottotitolo I che attiene a “La procedura ordinaria” (articolo 829 ). Quivi sotto il capitolo I abbiamo poi “Il tentativo preliminare di conciliazione” (articolo 830), alla Sezione I “La conciliazione delegata ad un conciliatore” (articoli 831-833), alla Sezione II “La conciliazione condotta dal giudice” (articoli 834-835) e alla Sezione III “La richiesta di giudizio in caso di fallimento della conciliazione” (articolo 836); Il libro V Capitolo II riguarda invece “La conciliazione condotta da un conciliatore”(articoli da 1536-1541). Art. L-114  Codice di giustizia amministrativa.

[2] Titolo VI bis del libro I: Mediazione (articoli da 131-1 a 131-15); Libro V: La risoluzione amichevole delle controversie (articoli da 1528-1529) Titolo I:  La mediazione e la conciliazione convenzionale (articoli 1530-1531) Capitolo I: La mediazione convenzionale (articoli 1532-1535); Capitolo 1 ter del Codice di giustizia amministrativa (articoli L771-3, l771-3.1, 1771-3.2); art. 41-1 del Codice di procedura penale e art. Art. R-131-1  e ss. del Codice dell’organizzazione giudiziaria; Titolo 1 ter “La mediazione”, articoli L771-3,  L771-3-1 e articolo L771-3-2 Codice di giustizia amministrativa.

[3] Così soprattutto in ambito familiare.

[4] Cfr. An Overview of French Mediation in http://www.mediation-in-europe.eu

[5] Fino al 31 dicembre del 2014.

[6] LOI n° 2011-1862 du 13 décembre 2011 relative à la répartition des contentieux et à l’allègement de certaines procédures juridictionnelles.

[7] V. art. 37 legge n. 2010-1609 del 22 dicembre 2010 che ha introdotto gli articoli che vanno da 2062 a 2067 del Codice civile. V. art. 2 del Decreto n. 2012-66 del 20 gennaio 2012 – art. 2 Titolo II del libro V: Il processo partecipativo (articoli 1542- 1564).

[8] Art. 1528 C.p.c.

[9] Legge 8 febbraio 1995 n. 95-125 come novellata dall’art. 1 dell’Ordinanza n. 2011-1540 del 16 novembre 2011.

[10] La médiation régie par le présent chapitre s’entend de tout processus structuré, quelle qu’en soit la dénomination, par lequel deux ou plusieurs parties tentent de parvenir à un accord en vue de la résolution amiable de leurs différends, avec l’aide d’un tiers, le médiateur, choisi par elles ou désigné, avec leur accord, par le juge saisi du litige. Art. 21 Legge 8 febbraio  1995 n. 95-125 come novellata dall’ art. 1 dell’Ordinanza n. 2011-1540 del 16 novembre 2011.

[11] «Lorsque cette faculté leur est ouverte par l’article 12, les parties peuvent, si elles ne l’ont déjà fait depuis la naissance du litige, conférer au juge dans la requête conjointe mission de statuer comme amiable compositeur ou le lier par les qualifications et points de droit auxquels elles entendent limiter le débat.»

[12] «Il entre dans la mission du juge de concilier les parties.» Dal 1975 con l’istituzione del Nuovo Codice di procedura civile.

[13] Prima della redazione di questa norma la Corte de cassazione francese ha considerato che l’impossibilità per una parte di accedere ad un tribunale incaricato di decidere sulla sua pretesa, ad esclusione di ogni altro tribunale nazionale, e dunque di esercitare un diritto che rileva dell’ordine pubblico internazionale, costituisce un diniego di giustizia che giustifica, laddove esiste un vincolo con la Francia, la competenza internazionale del presidente del Tribunale di grande istanza di Parigi. Cass. civ. 1, 10 febb. 2005, Nioc, Revue de l’arbitrage 2005.695, con nota di H. Muir-Watt. Cfr. A. COMBE, La riforma del diritto dell’arbitrato internazionale in Francia, in  http://bensaude-paris.com/app/download/5779407918/Riforma+del+diritto+dell’arbitrato+internazionale+in+Francia.pdf

[14] Articolo 1441-4 C.p.c.

[15] V. articoli 252, 253 e 298 Codice civile.

[16] Art. 2238 C.c. così introdotto dalla sezione seconda della LOI n° 2008-561 du 17 juin 2008 portant réforme de la prescription en matière civile. In vigore dal 1° settembre 2011.

[17] Art. 2238 c. 1 C.C.

[18] Art. 2238 c. 2 C.c.

[19] Articolo 2-1 Legge n ° 68-1250 del 31 dicembre 1968 come modificata dall’art. 3 dell’Ordinanza n 2011-1540 del 16 novembre 2011.

[20] Le présent article ne s’applique qu’aux médiations intervenant dans les cas prévus à l’article L. 771-3 du code de justice administrative.

[21] La prescription est suspendue à compter du jour où, après la survenance d’un litige, les parties conviennent de recourir à la médiation ou, à défaut d’accord écrit, à compter de la première réunion de médiation.

[22] La suspension de la prescription ne peut excéder une durée de six mois.

[23] Les délais de prescription courent à nouveau, pour une durée qui ne peut être inférieure à six mois, à compter de la date à laquelle soit l’une au moins des parties, soit le médiateur déclare que la médiation est terminée.

[24] Sentenza del 24 ottobre 2012 n. 272. Deposito del 06/12/2012 http://www.cortecostituzionale.it/actionPronuncia.do

Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto XIV e XV– Sintesi

300px-Dante_sodom

Canto XIV

Sempre nel 7° cerchio. Nel 3°girone[1] incontrano i violenti contro Dio, natura ed arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai), puniti in una landa arenosa su cui piovono dilatate falde di fuoco[2]; essi inutilmente si affannano ad allontanare le fiamme (vv. 1-42).

Tra i bestem­miatori (che si trovano distesi) incontrano Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, che continua anche dopo morto ad imprecare contro Giove (a cui non basterebbero tutti i fulmini di Vulcano e dei Ciclopi per procurarsi una sufficiente vendetta[3]) ostentando una rabbia orgogliosa; V. lo rimprovera aspramente e considera adeguata la sua pena (vv. 43-75).

Mentre Dante e Virgilio attraversano la landa incontrano un fiumicello dove si spengono le fiamme e V. spiega l’origine dei fiumi infernali, che si formano dalle lacrime della statua del Veglio di Creta, simbolo dell’umanità  e della sua corruzione (vv. 76-142).

Nella sua ideazione, Dante si ispira al passo biblico di Daniele (11, 31-48) dove si narra di una statua apparsa in sogno a Nabucodonosor, di cui Daniele spiega il significato. L’allegoria del Veglio è stata variamente interpretata; tra le principali versioni, la prima che riportiamo è la più completa e suffragata:

a) storia dell’umanità, durante le varie età dell’oro, dell’argento, del rame, del ferro. Le ferite sono i dolori e le colpe degli uomini che, incanalandosi nelle lacrime, tornano all’Inferno, regno di tutti i mali. Dalla testa, in oro, non sgorgano lacrime perché l’umanità dell’età dell’oro era esente da vizi e da colpe. I due piedi rappresentano i due tipi di potere: il piede in terracotta simboleggia il potere spirituale corrotto, quello in ferro, il potere temporale diminuito di prestigio. La statua è posta al centro del mondo allora conosciuto: volge le spalle all’Egitto, perché l’umanità proviene da Oriente e guarda verso Roma, sede del papato e dell’Impero.

b) natura umana, corrotta dal peccato originale. I metalli di cui è composta simboleggiano le diverse facoltà dell’uomo: il libero arbitrio (oro), la ragione (argento), la volontà (rame), l’ira e la cupidigia (ferro).

c) monarchia imperiale: le diverse parti della statua rappresentano le diverse forme di governo, dall’oro della monarchia universale alla terracotta della democrazia.

XV Canto

IN BREVE

Sempre nel 7° cerchio. Tra i sodomiti Dante ricono­sce Brunetto Latini; Dante esprime la sua riconoscenza per i savi consigli e si duole di vederlo tra i dannati.

Brunetto esorta Dante a tenersi lontano dai corrotti costumi dei Fiorentini e gli predice l’onore di essere odiato tanto dai Guelfi Neri che dai Bianchi (cosa che accade nel 1304) (vv. 1-99).

Dante risponde che la sua coscienza è così pura che può sopportare le avversità della sorte; chiede poi a Brunetto se vi sono altri compagni nelle sue stesse condizioni; Brunetto ne nomina alcuni e poi fugge dopo aver raccomandato a Dante il suo Tesoro (vv. 100-124).

*.*.*.*

Il canto XV ed i due canti seguenti, in cui Firenze e i Fiorentini, occupano tutta la scena, corrispondono armonicamente ai canti XV, XVI e XVII del Paradiso, in cui Firenze ed i Fiorentini sono presenti nella figura e nei discorsi dell’avo Cacciaguida, in modo che Firenze viene a formare come il nucleo centrale della prima e della terza cantica.

È l’alba del 9 aprile del 1300, sabato santo, nel cerchio VII, 3° girone. Si tratta, come già sappiamo, di una landa di sabbia rovente, su cui cade, incessante e lenta, una pioggia di larghe falde di fuoco.

I dannati puniti in questo girone sono i violenti contro Dio nella natura ed in particolare i sodomiti.

La pena e il contrappasso sono i seguenti: i dannati sono costretti a girare incessantemente sulla sabbia infuocata sotto una pioggia di fuoco. Possono ripararsi con le mani dalle falde infuocate, ma chi si ferma è costretto ad esporsi alla pioggia per cent’anni senza riparo.

Agitati in vita da passioni contro natura, non possono stare fermi e sono distrutti dal fuoco.

PERSONAGGl

Brunetto Latini (1220-1294). Notaio, guelfo, esule dopo Montaperti, fece ritorno a Firenze dopo la sconfitta di Manfredi e del partito ghibellino a Benevento.

Occupò cariche politiche, e fu uno dei priori della città. Autore di note opere come il Tesoro, trattato di didattica, e il Tesoretto, riduzione in volgare e in poesia del primo.

Considerato maestro di Dante, più come consigliere e guida che nel senso stretto del termine.

Prisciano da Cesarea. Grammatico latino, vissuto nella prima metà del VI secolo, autore di primaria importanza nella cultura medievale.

Francesco d’Accorso (1225-1294). Insegnò nella scuola giuridica di Bologna, quindi ad Oxford su esplicita richiesta del re d’Inghilterra Edoardo I.

Andrea de’ Mozzi. Vescovo di Firenze fino al 1295, quando in conseguenze dello scandalo per il suo comportamento fu trasferito a Vicenza, dove morì nel 1296. Non è citato esplicitamente da Dante, ma lo si è potuto identificare quasi con certezza dai commenti antichi.

ELEMENTI PRINCIPALI

 1) La figura di Brunetto Latini. Dante tace della sua colpa, è stupito di vederlo lì, ha molta reverenza e umana comprensione per lui. Virgilio sparisce dalla scena del canto, quasi a voler lasciare soli i due Fiorentini. Letterato l’uno, letterato l’altro in un rapporto di maestro-allievo determinato dall’età e basato sulla reciproca stima; anche Dante sarà maestro per altri.

Nel dialogo fra Dante e Brunetto, sono da rilevare:

a) la profezia sul destino di Dante, che segue quelle di altri importanti personaggi, quali Ciacco e Farinata;

b) insistenza sul tema della fortuna, già ampiamente e direttamente trattato, come abbiamo visto,  nel canto VII;

c) centralità di Firenze: Dante mette in bocca a Brunetto un nuovo giudizio sulla sua amata e odiata città;

d) tema della memoria, tanto nella rievocazione di affetti e luoghi comuni, quanto nell’affermazione del ricordo eterno che si lascia nelle proprie opere.

2) La costruzione del canto. Da notare la scansione ritmica del canto, rigorosamente costruita sulla alternanza del dialogo.

3) Tema estetico-retorico. L’esordio del canto, con l’accurata descrizione fisico-psicologica dell’incontro e del riconoscimento fra Dante e Brunetto, è caratterizzato da due similitudini molto vivide ed efficaci:

a) lo sguardo come di chi guarda sotto nuova luna;

b) l’aguzzare delle ciglia come fa il sarto che infila la cruna dell’ago.

RIASSUNTO E PARAFRASI

(V. 1-21) I sodomiti.

Si trovano ora su un argine del Flegetonte, dal quale esce un fumo così denso da proteggere l’acqua e gli stessi argini dalla pioggia di fuoco.

Gli argini del fiume sono simili a quelli che i Fiamminghi hanno costruito tra Wissant e Bruges per frenare le acque del mare, o quelli che i Padovani hanno edificato lungo il Brenta a difesa delle loro ville e dei loro castelli.

Camminando, i due poeti si sono tanto allontanati dalla foresta, da non riuscire più a scorgerla, quand’ecco incontrano una schiera di anime che avanza lungo l’argine e osserva i due viandanti come si fa la sera al chiaro della luna nuova, aguzzando le ciglia come fa il vecchio sarto per infilare la cruna dell’ago.

Brunetto Latini. Predizione sul futuro di Dante (vv. 22- 99)

 Dante è riconosciuto da una delle anime che lo afferra per un lembo della veste e pronuncia parole di meraviglia.

A sua volta, il poeta, fissando gli occhi nel volto arso dal fuoco di lui, riconosce Brunetto Latini, che lo prega di trattenersi un poco, mentre i suoi compagni proseguono il cammino.

Dante acconsente e anzi si dice disposto a fermarsi, Virgilio è d’accordo; ma il dannato gli spiega che, se uno di loro si soffermasse anche un solo momento,  per cent’anni dovrebbe rimanere in balia delle fiamme senza potersi difendere: egli lo seguirà e più tardi raggiungerà la schiera dei dannati.

Dante procede accanto a lui, tenendo il capo chino in segno di rispetto, ma senza scendere dall’argine, per timore delle fiamme.

Brunetto per prima cosa, desidera sapere come mai si trovi all’Inferno anzitempo e chi sia la persona che lo accompagna

Il Poeta risponde raccontando del suo smarrimento in una valle, dove incontrò Virgilio che si offrì di accompagnarlo nel viaggio, permettendogli di ritornare sulla retta via e Brunetto gli dice che, se seguirà la sua stella, senz’altro giungerà a “glorioso porto” ed egli stesso gli avrebbe dato conforto in tale impresa se non fosse morto tanto presto.

Inoltre Brunetto predice che “l’ingrato popolo maligno” di Firenze gli diverrà nemico a causa del suo retto agire e questo è giusto, perché non conviene che il dolce fico fruttifichi proprio dove dà i suoi frutti l’aspro sorbo: da tempo i Fiorentini sono considerati una razza cieca, avara, invidiosa e superba[4]; è bene che Dante si tenga lontano dai loro costumi. Sia i Bianchi che i Neri desidereranno sfogare su di lui la loro sete di odio, ma invano, poiché l’erba sarà lontana dal caprone che vorrebbe mangiarla.

Si sfoghino dunque tra di loro e non tocchino i discendenti della santa stirpe[5] romana, che rimase accanto ai Fiesolani al momento della fondazione di Firenze.

Dante, con commozione e affètto, dice che mai potrà dimenticare la cara e buona immagine paterna di Brunetto che gli insegnò come l’uomo possa acquistare fama eterna e aggiunge che se potesse vedere esaudito il suo desiderio, il caro maestro vivrebbe ancora.

Inoltre si rammenta della profezia che ha appena udito e chiederà chiarimenti, in merito ad essa e alle precedenti profezie di Farinata e di Ciacco, a Beatrice: si dichiara pronto ad affrontare qualsiasi avversità, purché la coscienza non debba rimproverargli nulla; la Fortuna potrà girare la sua ruota come il contadino gira la sua zappa.

A questo punto Virgilio si volta indietro a guardare Dante dicendo che, chi rammenta bene le parole udite, ascolta con profitto.

Altri sodomiti: Prisciano, Francesco d’ Accorso, Andrea dei Mozzi (vv. 100-124)

Proseguendo il cammino con Brunetto, Dante domanda chi siano i suoi compagni più famosi ed egli risponde che ne nominerà solo alcuni, poiché occorrerebbe troppo tempo per parlare di tutti: tutti comunque furono uomini letterati e di chiesa, colpevoli del medesimo peccato.

Tra di essi vi sono il grammatico Prisciano e Francesco d’Accorso, famoso giurista bolognese, e Andrea dei Mozzi, vescovo fiorentino trasferito da Papa Bonifacio VIII da Firenze a Vicenza, dove mori.

Brunetto vorrebbe parlare ancora, ma vede avvicinarsi un gruppo di dannati del quale egli non può far parte, perciò si congeda da Dante, raccomandandogli la sua opera il ” Tesoro”, grazie al quale il suo nome è ancora vivo.

Poi si volta e si allontana per raggiungere il proprio gruppo, correndo come il vincitore del drago verde durante la corsa del Palio di Verona[6].


[1]Il terzo girone rappresenta la società medievale, teocratica e feudale: per questo i bestemmiatori sono in minor numero, rispetto agli usurai, rappresentati soprattutto dalle grande famiglie gentilizie, ed ai sodomiti, uomini di lettere e giuristi.

[2] Nel medioevo i bestemmiatori e gli usurai venivano puniti col rogo, mentre Sodoma fu distrutta dal fuoco.

[3] Secondo il mito, salito sulle mura della città, sfidò Giove a difenderle, e questi, infuriatosi, lo fulminò. Simbolo della superbia umana che si oppone al divino, è punito più dalla sua stessa rabbia, furiosa, senza rimedio, che dalla pena fisica cui  soggiace.

[4]Si tratta di un popolo cieco, secondo una tradizione che si riferiva ad un inganno di Totila, il quale, per prendere Firenze, fece credere ai fiorentini di voler essere loro amico, per poter entrare nella città e distruggerla (G. Villani, Cron., 11, 1); o secondo una tradizione che si riferiva ad un altro inganno dei pisani, i quali donarono ai fiorentini, come premio per aver custodito la loro città durante la spedizione delle Baleari, due colonne di porfido guaste dal fuoco, e perciò coperte con un panno scarlatto (G. Villani, Cron., 1V 31).E si tratta inoltre di popolo avaro, invidioso e superbo, secondo un giudizio già manifestato da Ciacco (Inf. VI, 74).

[5] Dante si vantava di essere discendente degli antichi romani, rimasti con i fiesolani al momento della fondazione della città.

[6] Dante si riferisce alla corsa del Palio di Verona, che si teneva nella prima domenica di Quaresima.

Edipo

Pompei 283

Chi di voi non ha presente la triste storia di Edipo?! Sì, Edipo, quello che risolse il celebre enigma della Sfinge e che si macchiò inconsapevolmente di parricidio e incesto. I Greci avevano ben presente le vicende connesse con la figura di Edipo e, in generale, con il mito tebano, dal momento che Eschilo dedicò ad esse la trilogia di cui ci è rimasta la tragedia I sette contro Tebe, Euripide scrisse sullo stesso argomento le Fenicie e Sofocle mise in scena Edipo re, Edipo a Colono e Antigone.

In realtà non si tratta solo di un banale interesse per le azioni compiute dal mitico re di Tebe, ma sia i tre grandi tragici che il pubblico ateniese avevano identificato nella figura di Edipo lo specchio della condizione dell’uomo e del suo beffardo destino.

 Se seguiamo passo dopo passo  le tappe della storia personale di Edipo, capiremo che l’uomo greco riusciva ben ad immedesimarsi con il protagonista del ciclo tebano e ad osservare in lui la tragica esperienza del pathos, del dolore che segna la vita mortale.

In particolare, l’Edipo re è una tragedia tutta incentrata sull’imperscrutabilità del volere divino, e non senza motivo Aristotele nelle sua Poetica l’aveva considerata la tragedia per antonomasia, così da addurla più volte come esempio per la gravità delle colpe commesse dal protagonista, per la condizione di inconsapevolezza con cui uccide il padre e sposa la madre, per il tragico riconoscimento di sé…tutto ciò non poteva lasciare indifferente la platea ateniese, ed Aristotele era certo che tutta la cavea non trovasse difficoltà a riconoscersi con la vittima di tale destino.

Del resto ognuno di noi, negli amari flutti della vita, si è chiesto il perché del dolore, dell’assenza o della cecità di Dio. E non è un caso che il Cristo sulla croce abbia gridato “Signore, Signore, perché mi hai abbandonato?” Proprio quando le tempeste della vita ci sbattono senza ritegno su scogli ove l’approdo sembra impossibile, proprio di fronte alle ingiustizie della sorte e all’irrazionalità della storia, la fede nella divinità si alimenta e prorompe prepotentemente nei miti antichi così come nei drammi moderni. L’uomo è da sempre uguale a sé stesso. E l’invito di Sofocle a tutti gli spettatori che lasciavano il teatro era proprio quello di conoscere sé stessi, il famoso gnòthi seantòn che secondo Pausania si leggeva sulle pareti del pronao nel tempio di Apollo.

La vicenda di Edipo ha visto dei veri e propri momenti di gloria. Pur essendo un bambino rifiutato e abbandonato dai genitori naturali in virtù dell’oracolo che prediceva un atroce destino, egli ha la fortuna di essere raccolto ancora in fasce da un pastore che lo affida ai sovrani di Corinto e così trascorre serenamente in questa polis la sua infanzia e giovinezza come rampollo regale, scioglie l’enigma della Sfinge e diventa re di Tebe, sposa la regina Giocasta e diventa padre di quattro figli… insomma, pare che Edipo non abbia nulla di cui lamentarsi…Ma c’è sempre un “però”, c’è sempre un ostacolo da superare in ogni favola che si rispetti ed ecco che a Tebe scoppia una terribile pestilenza e da questo momento inizia per il nostro eroe la ricerca di una verità  che segnerà la fine di ogni fortuna: a testoni, passo dopo passo, egli scoprirà di essersi macchiato di parricidio e incesto, di aver ucciso suo padre Laio e sposato sua madre Giocasta e in seguito a ciò non potrà far altro che cavarsi gli occhi per la vergogna, per l’atrocità dei misfatti commessi e sarà dannato ad andare ramingo per la Grecia, ad assistere alla discordia dei figli che si protrarrà anche dopo la sua morte.

Di fronte a questi giochi del destino riaffiora nella memoria l’ultimo verso delle Trachinie: “Nulla in tutto ciò che non sia Zeus”[1]. In effetti per tutta la tragedia Sofocle pone dinanzi agli spettatori antichi e, perché no, anche ai moderni, la certezza che c’è qualcuno che regge le fila di eventi che sfuggono al controllo degli uomini. Questo “qualcuno”, non solo per il nostro tragediografo, ma per tutta la religione greca è Zeus. Ascoltiamo il grande Omero, che nel XXIV dell’Iliade[2] afferma:

 

Così gli dei hanno stabilito per i miseri mortali,

che vivano nel dolore, mentre essi sono senza affanno.

Due vasi sono nella casa di Zeus, con i doni

Che egli dà: uno dei mali e l’altro dei beni.

A chi Zeus fulminante ne dà, dopo averli mischiati,

incontra a volte un male, altre volte un bene;

ma se uno riceve solo dolori lo rende un miserabile,

e fame maligna lo spinge per la terra divina,

e va errando disprezzato dagli dei e dagli uomini.

 

Questi pochi versi sono già sufficienti per interpretare la vicenda di Edipo. Per spiegare l’origine del bene e del male Omero introduce questo singolare racconto, che sarà poi ripreso da Esiodo nelle Opere e i Giorni[3], quando il poeta narra il mito di Pandora, la prima donna, la nostra Eva, che giunge sulla terra guarda caso proprio con un vaso, colmo di mali che si diffondono rapidamente tra i mortali, cosicché da quel momento

infiniti dolori si aggirano tra gli uomini

e la terra è piena di mali, pieno ne è il mare:

e malattie tra gli uomini di giorno, altre di notte

da sole si aggirano, portando lutti ai mortali.

 

Anche la lirica greca arcaica non è priva di esempi a riguardo; solo per citare un autore, basterà ricordare Archiloco, che in un suo frammento[4] esalta l’onnipotenza degli dei:

Agli dei attribuisci ogni cosa. Molte volte dai mali

risollevano uomini prostrati sulla nera  terra,

molte volte rovesciano nella polvere chi sta

ben saldo. A quelli allora molti mali accadono

e per necessità ognuno vaga, fuori di senno.

L’uomo, consapevole di questa situazione, non ha altra soluzione che mantenere un austero equilibrio e  scegliere la via della forte rassegnazione. Ecco infatti come Archiloco esorta il suo cuore in un altro celebre frammento[5]:

Cuore, mio cuore…se vinci, non vantarti apertamente,

se sei vinto non abbatterti prostrato in casa tua.

Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori

non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini.

La percezione della precarietà nella lirica arcaica è dunque indiscussa e certo la tragedia non poteva non trattare una tematica così profondamente sentita fin dai primordi dall’uomo greco.

Chi è in realtà Edipo? Non è solo il figlio di Laio e Giocasta, non è solo il re di Tebe, egli è il paradigma del conflitto tra essere e apparire, della contraddizione tra ciò che l’uomo crede di essere e ciò che invece è realmente. E’ colui che scioglie l’enigma della Sfinge, ma scopre di costituire per se stesso un enigma di cui indovinerà il senso solo scoprendosi il contrario di tutto ciò che credeva e sembrava essere anche agli occhi dei suoi sudditi, i quali in un primo tempo guardano a lui come ad un potente sovrano e in seguito non possono fare a meno di riconoscere in lui il contaminatore della città, un essere abominevole che il parricidio e l’incesto hanno spinto fuori dai confini dell’umano.

Edipo è eroe non tanto per aver risolto un indovinello, ma per la sua ostinata ricerca della verità ed egli doveva apparire agli antichi spettatori di un tempo un discendente di Ulisse, un eroe dell’intelligenza che da sola si pone come misura dell’interpretazione della realtà, pur con le sue sconfitte.

 E straordinariamente, nonostante i crimini commessi, nessuno può detestare Edipo, poiché nella sua sorte ognuno di noi ancora può riconoscersi. Solo pietà potevano provare gli antichi dinanzi al suo destino, una immensa pietà che porta Sofocle a concludere il dramma con un’amara considerazione sulla fragilità della condizione umana: Guardate lo splendido Edipo che risolse l’enigma famoso e fu un uomo potente, in quali abissi di sciagura è precipitato!

E cala, piano, il sipario. Sulla sorte di Edipo. Sulla sorte di noi tutti mortali.

Per approfondire:

Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Einaudi 1963

Vernant,  Vidal-Naquet, Saggi su mito e tragedia, Einaudi 1994

Umberto Albini, Nel nome di Dioniso, Garzanti 1999

 

                                                                                                                   Giulia Del Giudice


[1] Sofocle, Trachinie, v. 1278

[2] Omero, Iliade, libro XXIV, vv. 525-533

[3] Esiodo, Le Opere e i Giorni, vv. 100-103

[4] Archiloco, fr. 130 West

[5] Archiloco, fr. 128 West

Cenni generali sull’Età dei Lumi

Voltaire

Nell’Età dei Lumi vi è in primo luogo una rivoluzione della civiltà: si passa dal mondo agricolo ed artigianale al mondo capitalistico ed industriale; ciò comporta che vacilli la posizione del sovrano assoluto e dei ceti (nobiltà, clero) su cui esso basava il suo potere, a favore della borghesia.

Le Rivoluzioni segnano la fine dei regimi assoluti e l’inizio di una nuova società civile.

Il primo paese a conoscere l’esigenza del rinnovamento è sicuramente l’Inghilterra, dove una mentalità pratica e razionale mette in discussione sia la tradizione sia l’autorità.

Dall’Inghilterra l’esigenza di rinnovamento si diffonde in Francia, Prussia, Austria, Italia, Russia ed altri: in ogni luogo ha però diversi sviluppi e fortuna.

In Francia abbiamo gli sviluppi più interessanti, con l’Enci­clopedia (1751-1772) il veicolo privilegiato del nuovo movimento chiamato Illuminismo; anche se in questo paese vi sarà un’osti­nata chiusura da parte del ceto dominante che poi porterà alla Rivolu­zione del 1789.

In Austria, Prussia e Russia, il tentativo di rinnovare la società trova consenso per la presenza di sovrani particolarmen­te illuminati (Maria Teresa e Giuseppe II d’Austria; Federico II di Prussia e Caterina II di Russia) che favoriscono il rinnovamento economico e amministrativo.

Anche la letteratura attraversa un momento di gran rinnova­mento e di forti discussioni: in Inghilterra e in Francia abbiamo due eccezionali stagioni letterarie.

In Inghilterra il dibattito è anche politico: si afferma come strumento di lotta la saggistica e il giornalismo (di stampo fortemente polemico) e quindi nasce la cosiddetta pubblica opinione (la capacità e la possibilità cioè di discutere libera­mente dei problemi fondamentali del paese, anche in aperto contrasto con chi detiene il potere).

Tale pubblica opinione va indirizzata e ne vanno interpretate le esigenze: ed ecco allora che prendono campo le associazioni ed i partiti politici.

Il romanzo inglese affronta in tono più pacato ma non certo meno esaustivo tutti gli aspetti della società e fornisce una critica degli elementi negativi.

I grandi romanzieri del tempo (DEFOE e SWIFT) furono anche dei grandi giornalisti e si trovarono coin­volti nelle polemiche tra i partiti (Whig e Tory): le loro opere (Robinson Crusoe e I Viaggi di Gulliver) sono fantastiche ma nascono anche dalla concre­tez­za dei problemi reali e quindi non mancano i riferimenti al mondo contemporaneo.

In Francia l’interesse culturale passa dalla Corte ai “salotti”, dove i rappresentanti più aperti della nobiltà discutono con i borghesi.

Il secolo dei Lumi vide alcuni letterati-pensatori di gran valore: Voltaire che fu il più gran diffusore dell’Illuminismo in Europa; Diderot che diresse l’Enciclopedia e raccolse intorno ad essa i più vivi ingegni contemporanei; Rousseau, campione della democrazia diretta e rappresentante dell’Illu­mini­smo che apre la strada al Romanticismo; Montesquieu campione della democrazia parlamentare (sul modello inglese), grande autore di opere filosofiche e giuridiche e teorizzatore del ritorno alla natura per far fronte ai guasti causati dalla civiltà.

Anche in Francia il romanzo riflette i problemi della società ma si fa strada soprattutto un nuovo genere letterario: il romanzo filosofico, che cerca di trattare in modo fantastico problemi filosofici; di questo genere furono maestri Voltaire (CANDIDO) e Diderot.

Nell’Europa centrale sotto l’influsso di questi ultimi lettera­ti ­vengono a formarsi personalità come quella di Lessing.

In Italia abbiamo nella Lombardia austriaca di Maria Teresa, il Parini e soprattutto il Beccaria interessante non solo sotto il profilo, puramente letterario; in Piemonte troviamo l’Alfieri, anche se vedremo che per certi versi è preromantico se non addirittura romantico (nel momento in cui teorizza embrionalmente il Risorgi­mento).