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Affidare la vita ad un click?


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La comunicazione elettronica è mutata grandemente negli ultimi anni.

È una forma di energia in fondo e può accadere che l’energia da una qualità superiore degradi col tempo verso una inferiore[1].

Negli anni ’80 e ’90 l’esigenza degli utenti della rete appariva quella di scambiare informazioni. Oggi sembra che la sua soddisfazione comporti troppa fatica o che non ci sia il tempo necessario per soddisfarla.

Siamo sostanzialmente diventati dei “rapinatori” di informazioni, il più delle volte solo visive, ma questa operazioni può rivelarsi a doppio taglio.

Quando ad esempio si frequenta un social network, può accadere di non andare più in là del cliccare su “mi piace”.

Chi guarda il “mi piace” sa che esso è associato ad un nome e ad una foto che conduce alla pagina di chi  ha espresso la preferenza.

In questa pagina c’è spesso qualche indizio sulla vita personale, di solito altre foto.

Le foto suscitano in noi determinati commenti ed emozioni, ma il più delle volte non ci sarà alcun altro rapporto con la persona ritratta.

Insomma concentriamo buona parte della nostra vita su di una serie di immagini, immagini di persone per lo più  ignare della nostra presenza, della nostra stessa esistenza.

Qualsiasi manuale sulla comunicazione ci spiega che gli uomini comunicano tra di loro col linguaggio del corpo, con la parola, col tono della voce, col contesto della comunicazione ed in ultimo col silenzio.

Si può imparare che il linguaggio del corpo serve a difendersi o a mettere in guardia ed in ultima analisi a sopravvivere e che la parola nasce invece dall’esigenza di essere riconosciuti ed accettati[2], che di fronte ad una richiesta di riconoscimento noi possiamo reagire sostanzialmente in tre modi: con una a) conferma: riconosciamo l’altro; con una b) disconferma: ci comportiamo cioè come se non esistesse, oppure con il c) rifiuto.

E la disconferma è considerata giustamente dall’esperto di comunicazione un grande pericolo.

Si studia inoltre che la comunicazione ha molti nemici tra cui quelle frasi che gli studiosi definiscono “killer” e che minano anche il processo di creatività; posso citarne alcune: “Ci sono cose più importanti, non c’è tempo, i tempi non sono ancora maturi, le vie del Signore sono imperscrutabili, il nostro successo ci dà ragione, non l’abbiamo mai fatto, qualsiasi persona di buon senso sa che, so come andrà a finire  ecc…”[3].

Gli studiosi ci insegnano che esistono modi anche sottili per squalificare la comunicazione[4]: contraddirsi, cambiare argomento o sfiorarlo, dire frasi incoerenti o incomplete, ricorrere a uno stile oscuro o usare manierismi, fraintendere, dare interpretazioni letterali delle metafore ed interpretazioni metaforiche della lettera; e ci avvertono che tutto ciò porta verso una disconferma del nostro interlocutore.

In pratica tutte le volte che intercaliamo un  “uhm, voglio dire, ah poi…, non direi, mah…, dal mio punto di vista” comunichiamo a chi ci sta davanti che non vogliamo avere a che fare con lui, sino nei casi più gravi in cui agiamo come se non ci fosse.

In rete questi concetti vanno perlomeno rivisti.

Nella comunicazione telematica non esiste linguaggio del corpo e siccome siamo animali  ne sentiamo l’esigenza: spesso dunque usiamo le faccine, gli emoticon anonimi che indicano gli stati d’animo.

Non sappiamo però, quando li riceviamo, se questi emoticon corrispondano effettivamente all’emozione del nostro interlocutore; spesso gli emoticon quasi sostituiscono le parole come se ci fosse un tentativo di tornare ai pittogrammi, agli ideogrammi, di ripescare in fondo un minimo di autenticità, dato che la parola è spesso una mera convenzione che va colorata della relazione per avere un senso compiuto.

Ma quando gli emoticon sono prevalenti, può accadere che il messaggio da decodificare sia un insieme di emozioni contraddittorie e talvolta fasulle.

Nella comunicazione telematica non esiste poi di solito il paraverbale, cioè non si percepisce il tono e le altri attribuzioni della voce de nostro interlocutore.

Il tono di voce può apparire inutile orpello ad un internauta, ma chi comunica in rete rinuncia sostanzialmente al 93% del suo messaggio[5], perché si affida solo alla parola (e all’emoticon) che in una interazione vale appunto il 7%[6], esattamente quanto il silenzio.

Nella comunicazione su social network sempre più spesso non abbiamo un interlocutore determinato, non sappiamo nemmeno se ci sarà e quando ci sarà un interlocutore.

Non sappiamo dunque a chi chiediamo di essere “confermati”, basta l’idea di una possibile conferma a dare un senso alle nostre ore attaccate al pc, alla nostra giornata.

Buona parte delle volte veniamo “disconfermati” dato che nessuno clicca “mi piace” e dunque è come se una collettività indeterminata dicesse “tu non vali, tu non esisti”; e nella nostra vita quotidiana si creano decine di micro traumi al giorno, inferti non si sa da chi, forse semplicemente dal destino che quel giorno non ha voluto che un nostro messaggio venisse letto ed apprezzato.

Affidiamo in fondo alle onde del mare elettronico un messaggio in una bottiglia: non possiamo pretendere che la nostra mente ed il nostro fisico non ne risenta; il problema è che non ce ne rendiamo conto ed attribuiamo il nostro malessere a tutto fuorché al nostro rapporto con al rete.

 Quando un interlocutore si fa vivo poi il più delle volte non sappiamo nulla di lui, e nonostante ciò ci limitiamo per lo più ad osservare una piccola immagine che può essere vera o falsa.

Il fatto è che al nostro cervello antico[7] non importa assolutamente lo stabilire se ciò che sta vivendo sia vero o falso.

Più propriamente il nostro cervello antico, a cui i messaggi elettronici primariamente si indirizzano, non ha la capacità di distinguere la realtà dalla finzione; esso comunica a livello inconscio e nell’inconscio non esistono categorie, né esiste il tempo.

Trovo stupefacente che i media riescano ad impressionare il cervello antico, perché il cervello antico non utilizza lo stesso linguaggio che è proprio del cervello nuovo[8] e proprio per questo, persino all’interno della nostra calotta cranica, ci sono di base problemi di comunicazione.

Quel che voglio dire è che il cervello nuovo, ossia la corteccia cerebrale, dovrebbe controllare ciò che fanno il cervello medio, forziere delle emozioni, e il cervello antico, sede degli impulsi automatici.

Ma il controllo è spesso inefficace, perché le decisioni più importanti della nostra vita le prende il cervello antico ed per questo che i media lo corteggiano.

Accade poi di frequente che anche il cervello antico sia messo fuori gioco; possiamo pensare ad esempio al caso in cui ci si innamora, magari proprio su un social network, di qualcuno che appunto non conosciamo.

Il cervello nuovo suggerisce che la cosa non è ragionevole, il cervello antico che dovremmo fuggire, ma il cervello medio “non ascolta” alcuno dei due, giunge addirittura a disattivare il cervello antico che fa sopravvivere il nostro organismo e dunque la persona coinvolta può arrivare a non sentire più nemmeno più gli impulsi della fame e a perdere il sonno.

Tutto questo per dire che la rete riesce assai efficacemente a mettersi in comunicazione con la nostra parte inconscia, ma  ciò può anche provocare dei seri danni.

Ora le piccole immagini dell’avatar o quelle presenti nei siti personali sono considerate reali, a prescindere dal fatto che appartengano o meno alla persona che ci conferma con un clic o che clicchiamo.

Ciò dipende probabilmente dal nostro patrimonio genetico.

L’uomo primitivo quando incontrava una donna desiderava possederla ed il più delle volte era quello che faceva, perché in lui l’istinto di procreazione era dominante.

Questo istinto è stato per così dire “inglobato” nel cervello antico di ciascuno di noi, tanto che non il tronco encefalico non sa distinguere tra l’immagine della donna e la donna reale.

L’immagine della donna rappresenta in altre parole una fonte di fertilità irresistibile. In altre parole, se i seni della ritratta sono grandi, il cervello antico li interpreta nel senso che la donna potrebbe avere molti figli e dunque desidera grandemente possederla[9].

Il cervello nuovo interviene sull’errore del cervello antico, sempre in un secondo momento: ”Guarda che quella è un’immagine, non una donna reale”[10].

Ma la società delle immagini si gioca tutto proprio sulla intempestività.

Il cervello vecchio non è poi molto interessato agli eventi ordinari, vuole essere sorpreso.

Siccome per una questione di sicurezza è addetto al controllo dell’organismo, si può catturare la sua attenzione solo con elementi insoliti che non richiedono interventi automatici.

Il principio viene utilizzato anche nella vita reale, per esempio in mediazione: il cervello rettiliano è abituato a difendersi e ad attaccare ma può essere spiazzato dal mediatore se questi in sessione congiunta richieda ai medianti di partire dal presupposto che  entrambi abbiano ragione.

Ecco perché nella pubblicità su internet non si trova “puoi vincere”, ma piuttosto “hai vinto!”.

Ed era proprio necessaria la parolina “spam” sulla nostra posta elettronica per aiutarci a “disattivare” il cervello antico.

Ecco perché nelle campagne elettorali vince chi la spara più grossa, chi sorprende il “cervello antico” che in definitiva decide e decide sempre in base alla propria immediata convenienza.

Ecco perché votare online, affidare la democrazia alla rete,  è come affidarci ciecamente ad una immagine; non c’è soltanto un banale problema di controllo del voto che le tecnologie potrebbero certamente risolvere.

Il cervello antico agisce sempre per la propria sopravvivenza, seguendo il carpe diem, non ha a cuore il benessere della comunità, e spesso fa gravi errori di valutazione.

Il cervello antico è essenzialmente egocentrismo: ecco perché un partito politico che usualmente illustra un programma di governo, riceve meno consensi di un movimento che fa proporre online al cervello antico di ogni soggetto quello che in fondo gli sta più a cuore e lo fidelizza con un  “mi piace” : per un cervello egocentrico non c’è più grande godimento.

Quando si riceve un “mi piace” su internet spesso si rilegge il proprio messaggio e ci si rallegra per il suo contenuto, quasi che non fosse stato scritto da noi: ”Non pensavo di essere così arguto… che bello, vediamo se riesco a superare me stesso”.

Il che ci getta in un circolo vizioso, ci fa diventare in fondo degli automi che ripetono un mantra che in un certo senso è stato originato da noi stessi.

Il cervello antico ama le cose concrete, le cose che si vedono: un “mi piace” è una cosa che si vede.

Non vincono i contenuti imposti dagli altri, a meno che non abbiano un immediato ed evidente ritorno; più facile che risultino vincenti quelli che noi riteniamo di aver imposto .

Ecco perché qualcuno in questi giorni ha esternato la  massima convinzione nel ritenere che in caso di nuove elezioni sarebbero aumentati i consensi.

A voglia a contrastare questi meccanismi nella vita reale, ed il messaggio può risultare ancor meno efficace se lo si affida a figure come il cerchio, ma qui il discorso si complica e ci porterebbe troppo lontano.

Non è un caso che quel movimento abbia nel proprio programma di portare a tutti l’accesso gratuito alla rete: qualcun altro aveva pensato in passato a qualcosa di simile e con i medesimi effetti.

La comunicazione via internet si nutre infine proprio delle frasi killer, della comunicazione tramite disqualificazione.

C’è chi addirittura la usa ad arte e lancia messaggi vaghi o  privi di qualsiasi senso; al contrario della vita reale, in rete essi alimentano la creatività, la fantasia.

Non è raro trovare conversazioni iniziate con un “boh” oppure “Oggi mi sembra proprio…”, “Chi lo sa perché…”.

E sotto a questi “capolavori” della interazione per un incredibile miracolo il nostro cervello vecchio trova innumerevoli “mi piace” o frasi di chi crede di aver capito il messaggio e si arrabbia pure se qualcuno prova a contraddirlo: il cervello antico ama alla follia il contrasto.

E tutto ciò perché si mette in moto? Perché è la foto quella che veicola la nostra risposta.

Se lo stesso soggetto provasse ad iniziare la conversazione con le medesime parole, ma senza avatar o con un avatar anonimo, probabilmente non otterrebbe gli stessi risultati.

Possiamo stupirci della cosa e pure condannarla, ma il cervello vecchio è legato alle immagini: la parte più reattiva del cervello antico è quella visiva;  si parla tra gli studiosi[11] di effetto alone, che si ha quando una singola caratteristica di una persona domina la percezione che gli altri hanno di lei, anche riguardo ad altri aspetti.

Così alle persone di bella presenza si attribuiscono automaticamente altre caratteristiche come il talento, la gentilezza, l’onestà e l’intelligenza e ciò a prescindere da quello che dicono. E ciò accade anche online a prescindere da quello che digitano.

Vogliamo davvero che la nostra vita e le scelta del nostro futuro siano legate ad un “mi piace” cliccato sulla rete?


[1] E. BONCINELLI, Il cervello, la mente e l’anima, Le straordinarie scoperte sulla intelligenza umana, Oscar Mondadori, 2011, p. 9.

[2] “È uno solo il principio su cui si basa la vita associata degli uomini, anche se sono due le forme in cui si manifesta: il desiderio che ogni uomo ha che gli altri lo confermino per quello che è, o magari per quello che può divenire; e la capacità (che è innata nell’uomo) di poter confermare i suoi simili come essi desiderano” (MARTIN BUBER).

[3] Cfr per altri esempi Le frasi killer in  http://d.repubblica.it/argomenti/2012/09/04/video/video_psicologo_funny-1147032/1/

[4] P. WATZLAWICK – J. HELMICH BEAVIN – D. D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana, Studio dei modelli interattivi delle patologie e dei paradossi, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1971.

[5] Il 55% della comunicazione è legata al linguaggio del corpo ed il 38% al tono della voce.

[6]  Il concetto è di Albert Mehrabian, uno psicologo statunitense di origine armena, attualmente docente presso la UCLA, è famoso per le sue pubblicazioni sull’importanza degli elementi non verbali nella comunicazione faccia a faccia. Lo studio che è molto famoso si trova in A. MEHRABIAN – M. WIENER, DECODING OF INCONSISTENT COMMUNICATIONS, in Journal of Personality and Social Psychology, Vol 6(1), May 1967, 109-114. Bisogna però aggiungere che secondo diversi studiosi di PNL, il verbale sarebbe da Mehrabian sottostimato.

[7] Dal punto di vista evolutivo siamo connessi con i rettili e coi mammiferi inferiori (strutture primitive del c.)

Il cervello è come se fosse formato da tre cervelli l’uno dentro l’altro (MACLEAN) e quindi si sviluppa in modo concentrico:

a)  rettiliano o cervello antico (tronco encefalico) (cervello automatico)

b)  paleomammaliano o cervello medio (sistema limbico) (cervello emozionale)

c) neomammaliano  o cervello nuovo (corteccia) (cervello razionale).

[8] I cervelli seppure collegati comunicano tra di loro con difficoltà perché solo il neomammaliano è capace di coscienza e di comunicazione verbale. Cfr. L. COZOLINO, Il Cervello Sociale. Neuroscienze delle relazioni umane, Raffaello Cortina Edizioni, 2008.

[9] Anche nella vita reale del resto gli studiosi hanno stabilito che un uomo ci mette 8,2 secondi ad innamorarsi di I una donna. Cfr. M. PACORI, Il linguaggio del corpo in amore, Sperling & Kupfer, 2011, p. 249.

[10] Cfr. Amplius M. ROBINSON – G. WILSON, Is There a Problem with Porn?, 26 august 2007, inhttp://www.reuniting.info/taxonomy/term/173

[11] Cfr. P. RENVOISE – C. MORIN, Neuromarketing. Il nervo della vendita – Vendere all’Old Brain per un successo istantaneo, Lettere Edizioni, 2007.

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  1. a tuo avviso Carlo, riuscire a non farsi “trascinare” in un vortice dialettico pericoloso quanto inutile, è segno di prevalenza della ragionevolezza sulle emozioni e sugli impulsi?

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    • Cara Stefania,
      trovo molto difficile non finire nel vortice. Credo comunque che dipenda dal contesto. Non ho una risposta in generale. Dipende a mio modesto parere della situazione che si affronta e dal legame che abbiamo con il nostro interlocutore. Ciò che mi pare si dovrebbe evitare è la disconferma che comporta la negazione dell’esistenza altrui. Chissà gli altri che cosa ne pensano…

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      • condivido che sia molto difficile, ma ipotizzando di riuscirci si potrebbe affermare che si otterrebbe il risultato ipotizzato? vorrei sapere la tua opinione per riflettere a come lavorare all’abitudine alla ragionevolezza, spunto suggerito dall’articolo di Patrizia Bonaca sulla resilienza

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      • Sono perfettamente in sintonia con quello che sostiene Patrizia nell’articolo indicato. Il mio approccio con la realtà sta cambiando proprio grazie ad una pratica delle discipline extragiuridiche. Ma non so se riuscirò a divenire mai un soggetto resiliente; c’è uno zoccolo duro della mia tipologia psicologica che è decisamente refrattario… Buon senso e ragionevolezza sono due concetti che tutti dicono di praticare: siccome sono in realtà molto rari allora qualcuno si inganna… oppure sono concetti soggettivi, come lo sono le percezioni… chissà…

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