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I principi di Zaleuco


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Riporto qui alcuni principi attribuiti a Zaleuco di Locri (VII sec. a. C.) che ispirarono da ultimo i compilatori della codificazione napoleonica[1].

La coerenza di Zaleuco fu proverbiale: si racconta che suo figlio aveva commesso un adulterio e si era dunque reso colpevole di accecamento secondo la legge del padre; ebbene salvò la vista, perché lo stesso padre si fece cavare un occhio a suo posto.

Un’altra legge di Zaleuco stabiliva che non si potesse portare armi in un’adunanza pubblica. Lo stesso legislatore dimentico di deporre la spada e per ottemperare ai suoi precetti si uccise sul posto.

Interessante notare che Zaleuco, discepolo secondo la leggenda di Pitagora, traduca sostanzialmente la filosofia pitagorica in leggi.

In tale spirito prevedette il tentativo obbligatorio di conciliazione.

Ma ecco a voi i principi.

Coloro che abitano una città devono credere sopra ogni cosa che esistano gli Dei. Quindi devono rivolgere le loro menti ed animi alla contemplazione del Cielo, e alla meravigliosa struttura del mondo, considerandone la bellezza e la grandezza, al fine di concludere che questa macchina non può essere governata dal caso, ma dai soli Dei, dai quali gli uomini ricevono la virtù, le ricchezze  e tutti i beni che godono in questa terra.

Gli Dei devono essere equi e gli uomini puri, perché gli  Immortali non accettano sacrifici dagli uomini colpevoli e viziosi.

L’onore va sempre accompagnato con le buone azioni, l’infamia con le cattive che portano con sé la vendetta divina.

Chi abbandona la patria per andare a vivere in un paese straniero commette un’impresa funesta.

Il male è un tiranno nemico molto crudele con la nostra pace e con la nostra felicità in questa vita.

I figli devono amare i padri.

I cittadini devono rispettare la legge ed i magistrati.

I giudici non devono tenere un portamento che dimostri insolenza od orgoglio.

I giudici devono andare a rendere giustizia nei villaggi, in modo che i contadini non siano costretti ad abbandonare i loro campi.

I giudici non giudicano a loro discrezione, ma applicano pene certe.

I cittadini non devono offendere con i loro discorsi gli altri cittadini o la repubblica.

Chi nella collera non ascolta la ragione non può rivestire cariche pubbliche

È ordinato che i cittadini non possano essere chiamati in giudizio se prima non si siano tentati tutti i mezzi della riconciliazione, in modo che nessuno possa tenere verso un altro un’implacabile discordia che nuocerebbe alla sua reputazione.


[1] Cfr. D. MANCINI, Archeologia greca, tomo IV, Tipografia della società filomatica, Napoli, 1820, p. 410 e ss.; C. CANTÙ, Documenti sulla storia universale, tomo II, p. 589 e ss.

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