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Dante Alighieri – Monarchia


Basilica di Pompei

Nel momento in cui Dante si costruisce un credo politico un po’ in base alla dolorosa esperienza personale, un po’ seguendo la fede cattolica e la filosofia scolastica, troviamo a contendersi il campo politico-sociale due correnti, quella teocratica[1] e quella imperialista; la prima (che fa capo a Bonifacio VIII e a Giovanni XXII) individua il Papa come vicario di Cristo in terra; da ciò consegue che gli spetti la direzione religiosa e politica dei cristiani perché la politica è subordinata alla religione.

 La seconda afferma che l’Impero è potere universale istituito direttamente da Dio; l’Imperatore è quindi vicario di Dio, supremo difensore della Chiesa, superiore al Papa nell’ambito delle cose temporali.

 Nella Monarchia, opera composta in lingua latina tra il 1312 e il 1313 o forse successivamente alla morte di Arrigo VII[2], Dante tenta di conciliare entrambi le teorie[3]; afferma e dimostra con procedi­mento scolastico-dogmatico che il potere del Papa e quello dell’Imperato­re derivano da Dio, ma che l’uno e l’altro – pur essendo legati da rapporti necessari – sono indipendenti perché perseguono diversi fini.

L’opera, unico trattato non incompiuto, si dispiega su tre libri.

Dante procede dapprima a una definizione generale dell’istituzione monarchica, detta “unicus principatus et super omnes in tempore vel in hiis et super hiis que tempore mensurantur” (cioè “principato unico che sta sopra tutti gli altri nel tempo, ossia domina tutte le questioni di ordine temporale”),  e poi cerca di rispondere a tre interro­ga­tivi:

a) sulla necessità di un impero universale per il benessere dell’umanità;

b) sul diritto del popolo romano ad esprimere tale impero e ad offrirne sede;

c) sulla dipendenza dell’autorità imperiale da Dio o dal Papa.

Nel primo libro D. dimostra innanzitutto la necessità d’avere un unico monarca; scopo dell’uomo è la conoscenza[4] poiché essa lo rende felice; per poter conquista­re tutta la sapienza possibile è necessaria però la monarchia universale; ma questa può attuarsi soltanto se vi concorre tutta l’umanità e ciò è possibile solo a patto che regni la pace universale; a sua volta la pace universa­le può essere garantita soltanto da un’unica autorità.

Tra l’altro la sottomissione delle varie strutture politiche (città, regni ecc.) a un unico monarca è atto indispensabile per realizzare nella società mondana un ordinamento unitario che rispecchi quello celeste.

Un unico imperatore universale, assicurando la pace, assicura anche la massima libertà[5] e quindi il benessere[6] comune, che è elemento imprescindibile perché ogni uomo possa conseguire il suo vero fine.

Dal momento che gli uomini hanno un fine comune – la conoscenza – uno soltanto può essere colui che regola tale finalità; così come Dio è l’unico motore dell’universo l’umanità deve essere regolata nel suo moto da un unico principe.

Solo un monarca universale che tutto possiede può esercitare la giustizia, perché il suo agire non sarà ispirato da cupidigia (che, come afferma Aristotele, è il maggior ostacolo alla giustizia), ma da amore verso gli uomini che a loro volta lo amano perché procura benessere.

Il monarca detterà leggi universali cui si conformeranno le leggi particolari e realizzerà la concordia tra i vari corpi politici, nel senso che entro i principi universali potranno muoversi come crederanno.

La giustezza di questi argomenti (che appartengono ad una serie di undici) è secondo D. confermata dal fatto che il genere umano non fu mai felice quanto lo fu sotto il principato augusteo e dal fatto che Gesù Cristo attese a incarnarsi appunto nel momento in cui  il mondo avesse raggiunto l’unità politica sotto l’impero romano al tempo di Augusto.

Nel secondo libro D. dimostra come la monarchia universale appartenesse di diritto al popolo romano; la storia è attuazione della volontà divina e di conseguenza affermare che ad un popolo spetta di diritto una cosa vuol dire affermare che detto popolo segue la volontà divina.

Ma come è possibile riscontrare nelle cose la volontà divina che è occulta in sé? si deve guardare alle opere di quel popolo.

Il popolo di Roma fu il più nobile perché discendente da Enea sia per le virtù individuali sia per le  collettive espresse; aveva un innato senso del diritto perché trascurò la propria quiete per trava­gliar­si in azioni dirette al bene comune.

Perciò Dio lo predilesse: compì per lui vari miracoli (ad es. l’oca che svegliò i difensori del Campidoglio), gli concesse il dominio del mondo, riconobbe la legittimità della sua potestà perché Cristo nacque sotto Tiberio.

Se il potere di Roma sul mondo intero fosse stato illegittimo, la morte di Cristo, decretata dalla legge romana, non avrebbe potuto redimere il peccato originale dell’intera umanità (il che sarebbe contrario a uno dei più importanti dogmi della Chiesa).

Per queste ultime considerazioni anche Roma è sede provviden­zial­mente designata dell’Impero.

Queste argomentazioni servono anche a confutazione della credenza medioevale secondo la quale Roma avrebbe conquistato il mondo con la violenza: cosa che inizialmente aveva creduto e scritto anche il poeta il quale dimostra invece poi che tutto è stato frutto della Divina Provvidenza[7].

Il dominio del popolo romano finì per D. (III libro) sotto Costantino quando fece la sua famosa donazione (che è in realtà, come dimostrerà Lorenzo Valla nel 1440, un falso) anche se essa non avrebbe valore giuridico in quanto l’imperatore non avrebbe potuto donare l’impero di cui era solo depositario[8], senza andare contro il suo ufficio; ed il papa non avrebbe potuto accettare la sopradetta donazione perché ciò andava contro il Vangelo (“Non vogliate possedere nulla né oro, né argento” Mt. X, 19); tuttalpiù avrebbe potuto dispensare quel che aveva ricevuto a beneficio dei poveri.

 Per D. quindi fu un’usurpazione di diritto e non un diritto acquisito, l’incoronazione di Carlo Magno ad Imperatore da parte di Leone XIII: il Pontefice non gli poteva trasferire ciò che non gli apparteneva.

Per l’idea teocratica (è la reductio ad unum aristotelica) tutta l’umanità e quindi anche l’Imperatore deriverebbero quanto hanno ricevuto da un’unica fonte, il Papa (che non ha misura fuori di sé); per D. invece rivestire il ruolo di Papa o di Imperatore è un puro accidente (essere uomo è la sostanza); tra essi esiste infatti solo un rapporto di autorità; di conseguenza essi vanno ricondotti ad un principio unificatore che è Dio[9].

Da Dio deriva anche la autorità imperiale che esisteva prima di quella papale e a cui appartiene la sfera temporale; al Papa pertiene invece la sfera spirituale (qui si può notare che Dante aderisce alla corrente mistica) che deve perseguire secondo la legge di Dio e con l’aiuto della Teologia.

Papa ed Imperatore devono cooperare tra loro, sono due guide date da Dio per ricondurre l’uomo alla felicità terrena (Impera­tore) e a quella celeste (Papa): giacché l’uomo è stato ordinato a questi due fini.

L’Imperatore è indipendente dal Papa, ma dovrà avere nei suoi confronti reverenza filiale perché il Papa guida le anime alla felicità eterna, di conseguenza anche l’azione dell’Imperatore deve essere illuminata dalla luce della fede[10].

Affermando però che la felicità terrestre è ordinata per la felicità celeste, Dante finisce per concludere che uno solo è il fine ultimo dell’uomo e che una sola è la sua guida; conseguentemente la separazione dantesca a livello teorico non sembra valida; lo rimarrà invece a livello pratico per molti secoli.

Utopistica è anche la concezione della monarchia universale, così come si presentava la realtà del tempo; buona è invece l’idea di una sola entità che dia direttive di carattere generale e soprat­tutto il rispetto di D. per la libertà, la valorizzazione del progresso umano ed il fatto che sia necessaria la pace universale perché possano esistere libertà e progresso.


[1] Per teocrazia (dal greco “governo della divinità”) si intende una forma di governo esercitata dal potere religioso o in nome di esso. La teocrazia si è attuata storicamente in due forme distinte: come governo di una classe di interpreti della volontà divina (profeti, sacerdoti) oppure come governo di un re o di un capo al quale veniva attribuita un’investitura divina. Nel pensiero politico occidentale la dottrina teocratica fu sostenuta dalla patristica nel senso di una supremazia del dovere del cittadino verso Dio rispetto al dovere verso lo Stato, nel caso di contraddizione tra i due poteri. Con l’emergere della potenza politica del papato, da Gregorio Magno fino a Bonifacio VIII, e nella lotta tra papato e Impero, la dottrina teocratica assunse rilevanza nell’appoggiare il diritto del papa di deporre l’imperatore.

[2] C’è tuttavia chi parla del 1307 e chi sostiene che la data di composizione sia il 1317.

[3] Anche perché deve da un lato difendere l’imperatore dai sostenitori del primato pontificio e dall’altro sente la necessità di fronteggiare l’emergere degli stati nazionali come la Francia che tendevano a sottrarsi all’impero.

[4] Il fine della stessa società è quello di consentire all’uomo di tradurre in atto, sia sul piano speculativo sia quello pratico, la sua “potentia sive virtus intellectiva“.

[5] L’uomo può essere libero solo sotto un monarca universa­le che è disinteressato (v. anche il Convivio) e ne tutela la piena libertà; la demago­gia, le oligarchie e le tirannidi al contrario asserviscono l’uomo al loro potere.

[6] D. afferma che ciò che è uno corrisponde necessaria­men­te al bene mentre la molteplicità corrisponde al male; la motiva­zione di tale asserzione è di ordine teologico: l’Uno è il medium, cioè l’inter­posizione, tra l’Ente e il Bene; ne consegue che l’Ente è necessa­riamente uno e che l’Uno è necessariamente Bene.

[7] Dopo aver affermato che il volere divino si manifesta anche nell’esito di alcune prove, come le gare o le competizioni armate (purché condotte nel rispetto di certe condizioni) e che, dunque, quanto si acquista in duello o in combattimento si acquista col diritto, Dante dichiara legittimo il potere romano sugli altri popoli, in quanto tale potere fu conseguito appunto per giudizio divino. Alla meta dell’impero, del resto, la storia romana era giunta attraverso una lunga serie di giusti duelli, a cominciare da quello che aveva contrapposto Turno a Enea.

[8] Per volere di Dio.

 [9] Per D. ogni autorità discende da Dio. L’autorità non è altro che il palesarsi della virtù che nasce dall’essere inserito nell’ordine naturale stabilito da Dio. Nella mente del Creatore ogni realtà, in armonia con tutto il resto, tende alla soddisfa­zio­ne di un fine. Essa toglie autorità direttamente da Dio, che l’ha creata predisposta a ciò. E se è vero che alcuni elementi hanno maggior pregio di altri, è altresì vero che ogni cosa riposa sul consenso divino. Ne discende che nulla dipende da altro se non indirettamente, secondo un ordine voluto da Dio. Così la Luna deve il suo splendore al Sole che l’illumina, ma – ciò nonostante – non deve a questo la sua essenza; anche il corpo è sottoposto all’ani­ma, nel senso che questa – in un uomo che segua la via della virtù – guida quello, ma le leggi del corpo, la sua essenza, il suo sussistere, sono indipendenti dall’anima, perché emanano diretta­mente dalla mente di Dio. In altre parole il potere spirituale e potere temporale derivano entrambi direttamente da Dio, come due astri che brillano ciascuno di luce propria, completamente autonomi l’uno dall’altro. Quello imperiale è preposto al raggiungimento della felicità terrena, mentre quello papale alla felicità spirituale.  Non è quindi giusto affermare, come facevano alcuni, che l’autorità papale è simile al sole, in quanto deriva direttamente da Dio, e quella imperiale simile alla luna, che deriva la sua luce non da Dio, ma dal papa. Dante passa poi ad esaminare la seconda argomentazione dei suoi avversari, i quali pretendono che la primogenitura di Levi rispetto a Giuda, simboli l’uno del potere spirituale l’altro di quello temporale, stia a rappresentare la superiorità del papa sull’imperatore, interpretazione contestata dal poeta in base al fatto che precedenza di nascita non significa precedenza nell’autorità. Ugualmente non decisivi sembrano gli altri argomenti prodotti a favore del primato del pontefice. Se è vero, infatti, che il re degli Ebrei Saul fu prima eletto e poi deposto dal sommo sacerdote Samuele, è vero altresì che questi non fu vicario di Dio, ma semplice procuratore, provvisto di un’autorità limitata e circoscritta nel tempo. Considerato, d’altra parte, che non tutto ciò che è dovuto a Cristo è dovuto al suo vicario (il quale non può avere un potere equivalente a quello di colui che lo ha investito), ai fini della dimostrazione che si intende svolgere appare irrilevante il rimando dei sostenitori della supremazia della Chiesa al dono, fatto dai Magi a Cristo, di oro e incenso, attributi tradizionali dell’autorità regia e di quella spirituale. Riferito, poi, al solo ufficio spirituale il potere simboleggiato dalle due chiavi attribuite a san Pietro è contestato che le due spade che il primo apostolo disse a Cristo di avere presso di sé nel giardino del Getsemani rappresentino i due poteri.

[10] Quest’ultima conclusione è inserita da D. poiché temeva la reazione del Papa ad un trattato che minasse le basi di ogni pretesa teocratica; ma la sostanza dei concetti non viene intac­cata: difatti il libro incontrò subito l’ostilità degli ambienti ecclesiastici e pochi anni dopo la morte di D. venne bruciato sul rogo, finendo poi nell’indice dei libri proibiti, dove rimase addirittura fino al 1881.

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