Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (trentesima ed ultima parte)

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Il Capo X riguarda alcune interdizioni: ”Che i Convertiti dall’Ebraifmo alla Fede non debbano converfare con gli Ebrei”.

A commento di questo capo si devono distinguere le nozioni di neofito e catecumeno.

Il neofito era colui che avesse abbracciato da meno di un anno il Cristianesimo, mentre il catecumeno era colui che si stava istruendo per prendere il battesimo, ma non lo aveva assunto.

Alcune legislazioni (ad esempio quelle genovese e toscana) prevedevano che i catecumeni potessero essere visitati dai loro parenti durante il periodo precedente il battesimo, sia pure con il permesso dei protettori e comunque in presenza di un Cristiano; le norme della Costituzione non se ne occupano e riguardano invece il neofito a cui si vieta di incontrare segretamente o comunque di colloquiare confidenzialmente con Ebrei[1], anche se fossero catecumeni[2].

Il Capo XI riguarda la tutela dei beni dei Neofiti. “Che gli Ebrei convertiti alla fede non debbano effere privati de’ loro beni”.

La legislazione civile in questo caso si adegua al contenuto di una Bolla del Pontefice Clemente XI del 5 marzo 1703[3].

Il caso della spoliazione non era infrequente. Si tenga ad esempio conto che l’antipapa Anacleto II, assorto al soglio pontificio in contrapposizione ad Innocenzo II nel 1130, era figlio di un ricchissimo ebreo convertito, tal Pietro Leone Romano[4].

I neofiti conservavano tutti i diritti  di famiglia, i loro beni[5], potevano obbligare i loro parenti a dar loro la legittima oppure gli alimenti[6] ovvero la dote[7] e se restavano indigenti la bolla di Clemente XI prevedeva che vivessero con i redditi della Chiesa; si riteneva inoltre che sui beni sopravvenuti spettanti ai neofiti non si costituisse un usufrutto dei parenti ebrei[8] e che dopo la morte di questi ultimi i neofiti potessero rivendicare il supplemento della porzione di eredità che a loro sarebbe spettata in mancanza di testamento[9] .

Al momento del passaggio al Cristianesimo per evitare frodi a danno del convertito era d’uopo fare un inventario del patrimonio[10].

 Il paragrafo 7 è una sorta di norma di chiusura. “S’avranno inoltre come fe foffero nativi di quella Città, o Luogo, in cui fi convertiranno, ad effetto di goder’ i privilégj, l’efenzioni, ed altre cofe, delle quali godono i veri nativi per cagione della loro origine, e natività, falvo nel refto le altre prerogative a tali Convertiti di ragione competenti, e le difposizioni del prefsente capo riguarderanno anche i casi paffati, purché si tratti ‘eredità, che non fia deferita[11].

Le norme suesposte trattano del caso in cui un Ebreo decida di abbracciare il cattolicesimo.

Le costituzioni non fanno riferimento invece al caso contrario in cui un Cristiano decida di apostatare in favore dell’ebraismo[12], se non limitatamente al caso del neofito che non deve comunicare segretamente con gli Ebrei per evitare che ritorni “alla primiera perfidia” (capo X, par. 1); ciò probabilmente perché veniva lasciata alla punizione della Chiesa o a quella del Tribunale di Famiglia che decideva in arbitrato.

Si tenga però presente che Costantino sottopose il caso a pena arbitraria, Costanzo aggiunge a tale prescrizione la confisca dei beni, Teodosio proibì all’apostata di testare e ricevere per testamento, Giustiniano estese le pene afflittive sino a ricomprendervi la morte.

L’apostata inoltre non poteva pentirsi ed essere perdonato. Chi consigliava l’apostasia perdeva il capo e gli averi[13].

Nel Medioevo gli apostati venivano lapidati. E un Giudeo battezzato che ritornasse alla Sinagoga veniva sottoposto ad una pena nota come rejusaidatio:gli si radeva il capo che si immergeva nell’acqua corrente e gli si spuntavano le unghie delle mani e dei piedi sino al vivo, in modo che ne uscisse sangue.

Il Capo XII regola i rapporti economici tra Ebrei e Cristiani. “Quali servizj poffano da’ Criftiani preftarfi agli Ebrei, e in qual tempo, e luogo”.

Gli Ebrei non potevano coabitare[14] con i Cristiani anche se questi ultimi fossero a servizio dei primi, né gli era consentito commerciare con loro nelle festività[15].

Ancora nel 1839 l’art. 168 considerava la violazione delle feste dei Cristiani da parte di un Ebreo come reato di misto foro: poteva cioè essere punito anche dall’autorità ecclesiastica.

Gli Ebrei erano peraltro tenuti a partecipare alla processione del Corpus Domini stendendo arazzi ed ornando le proprie case. Anche nel Ducato di Modena vigeva la stessa regola[16].

Si consentiva agli Ebrei di lavorare o servire in famiglie cristiane a patto che non nutrissero i figli cristiani[17].

Già un canone del Concilio di Elvira (300-306 e.V.)[18] vietava di consumare pasti con un ebreo, forse per evitare che un non ebreo si dovesse trovare ad osservare i precetti ebraici di purità rituale dei cibi (casherut)[19].

Gli Ebrei erano considerati, come già detto, “pravi e tristi”: era convinzione comune quindi che se una cristiana avesse prestato servizio in caso di Ebrei essi di certo l’avrebbero violentata, le avrebbero impedito le pratiche del culto e l’avrebbero convinta a lasciare la religione cattolica.

Tale pregiudizio si era alimentato soprattutto durante il regno di Carlo Magno quando gli Ebrei potevano legalmente rapire i Cristiani e rivenderli in Spagna.

Tuttavia già nel 1582 il servizio ai Cristiani fu concesso perché non si erano mai verificati gli inconvenienti sopra lamentati.

Ma le Regie costituzioni ritennero evidentemente di tornare ai vecchi principi e quindi di disporre che le serve ebree non potessero nutrire i figli dei cristiani. Nelle costituzioni del 1770 per rafforzare anche il divieto di coabitazione si aggiungerà “né la natura dei servizi richieda una lunga permanenza ovvero esiga pernottare nelle loro case”.

Il paragrafo IV del Capo XII delle Costituzioni del 1729 precisa in generale[20], a prescindere dalle festività, che nemmeno i Cristiani che lavorino per conto degli Ebrei in modo che ciò determini una collaborazione continua o comunque un pernottamento.

Con l’art. 12 del regio decreto 17 novembre 1938, n. 1728 Vittorio Emanuele III, decreterà sulla falsa riga dei predetti principi che “Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini Italiani di razza ariana. I trasgressori sono puniti con l’ammenda da lire mille a lire cinquemila”.

Il paragrafo 5 del Capo XII delle Costituzioni si occupa delle pene per le violazioni dei divieti precedenti ed è legge da Rex Vittorio Amedeo. “La pena per qualunque cafo delle fopradette proibizioni farà di Scudi dieci d’oro, e in difetto di effa, di un mefe di carcere[21].

Il Capo XIII conclusivo del Libro I attiene invece alla giurisdizione. “Della giurifdizione, a cui fono sottopofti gli Ebrei”.

Interessante è il paragrafo I che specifica i tratti di una giurisdizione che è ferma dal 1430. “Faranno sottopofti gli Ebrei tanto civilmente, che criminalmente alla Giurifdizione de’ Giudici ordinarj dei Luoghi, dove avranno il loro domicilio, e dove contratteranno, o delinqueranno, a forma delle Nostre Coftituzioni, e della Legge comune”.

Indice bibliografico

 

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Estratto dalle

 Leggi e Costituzioni di Sua Maestà, Tomo I, Torino, nell’Accademia Reale MDCCXXIX, Appreffo GIO. BATTISTYA CHAIS Stampatore di S.S.R.M.

Libro I Tit. VIII Capi I-XIII

 TITOLO VIII

 Degli Ebrei.

 CAPO I.

 Della Segregazione degli Ebrei da’ Cristiani.

 I.

Nelle città, nelle quali fono tollerati gli Ebrei, fi ftabilirà un Ghetto feparato, e chiufo per l’abitazione di effi, e quelle famiglie, che si trovano fparfe negli altri luoghi, dovranno un anno dopo la pubblicazione delle prefenti andar’ ad abitare nelle dette Città, proibendo loro d’introdurfi fenza noftra licenza in quelle, nelle quali non fono per anco ftati ammeffi.

2.

Non ufciranno dal Ghetto dal cadere fino al forgere del fole, fe per avventura non fi fvegliaffe in effo, o nelle di lui vicinanze qualche improvifo incendio, o che altra fimile giufta caufa non li coftringeffe ad ufcire, fotto pena di lire venticinque per ogni uno, e per ciafcuna volta, e non avendo da pagarle, di giorni otto di Carcere”.

3.

Nel predetto tempo, che refta ad effi proibito il poter ufcire dal Ghetto. Dovranno tenerne le Porte chiufe, e non ardiranno introdurvi, o ricever’ alcun Uomo, o Donna Criftiana, sotto la pena fuddetta.

4.

“Non potrà verun’ Ebreo prendere fasa, o Bottega fuori del Ghetto, nè verun Criftiano potrà loro affittare, o fubaffittarne, fotto pena per gli uni, e per gli altri di Scudi dieci d’oro”.

5.

Ne’ luoghi però, ne’ quali fi faranno le pubbliche Fiere, potranno i Padroni delle Cafe dare, e gli Ebrei prender’ in affitto Cafe, e Botteghe fuori del Ghetto fenza incorfo di pena alcuna per il tempo che dureranno effe Fiere, a anche per dieci giorni prima, che comincino, e dopo che faranno quelle terminate.

CAPO II

 Che non poffano gli Ebrei fabbricare nuove Sinagoghe, né alzare la voce nelle loro Uffiziature.

 I.

Non potranno gli Ebrei edificare, né in veruna forma fondare nuove Sinagoghe, o ampliare, quelle, che aveffero, ed in ogni cafo contrario gli Uffiziali Noftri far demolire fubito quanto si foffe ampliato, e nuovamente edificato, permettendo loro nondimeno di riftaurare, e riparare quelle, che si trovano in effere.

2.

Si guarderanno d’alzare ftrepitofamente le voci nell’efercizio de’ loro Riti, ma faranno obbligati ad efercitarli con tuono modefto, e sommeffo.

3.

Gli Ebrei, che abiteranno in quelle Città, nelle quali non abbiano Sinagoga, potranno recitare nel modo di fopra  i loro Uffizi nelle Cafe da effi abitate, ma non avranno libertà di introdurre, sì nelle Sinagoghe, che nelle dette Cafe verun Criftiano, o Criftiana per il tempo, che tali efercizi dureranno, fotto pena di Scudi dieci d’oro.

CAPO III

 Che non poffano gli Ebrei

Acquiftare Beni ftabili.

 I.

Non farà lecito agli Ebrei di far acquifto de‘ Beni ftabili ne’ Noftri Stati, fotto pena della confifcazione di effi, e se in occafione di qualche efecuzione fopra i Beni del Debitore saranno aftretti a prenderne in pagamento, vogliamo, che paffato il termine del rifcatto, fieno tenuti alienarli a Perfone capaci un’anno dopo, fotto la medefima pena.

2.

Saranno altresì fotto la fteffa pena tenuti ad alienare que’ Beni, che prefentemente poffedono un’anno dopo spirate, che fieno le loro rifpettive condotte.

CAPO IV

Del segno da portarfi  dagli Ebrei.

I.

Tutti gli Ebrei, ed Ebree, toftoché faranno giunti all’età di anni quattordici, dovranno portare fcopertamente tra’ il petto, e braccio deftro un fegno di color giallo dorato di feta, o di lana, e di lunghezza un terzo di rafo, talmente ché poffano manifeftamente diftinguerli da’ Criftiani, fotto pena di lire venticinque per ciafcuno, e per ogni volta, che contravverranno.

2.

Saranno però difpenfati dall’obbligo di portar il detto Segno in tempo, che fi ritroveranno per viaggio, finchè non ritornino alla loro abitazione.

CAPO V

Delle cofe proibite a comprarfi, a negoziarfi dagli Ebrei

I.

Non farà permesso a verun’ Ebreo di contrattare a titolo di Vendita, permuta, o pegno, nè in altro modo trafficare Mobili di veruna sorta, ori, o argenti, che abbiano fervito al culto Divino, o delle Chiefe, fotto pena di Scudi venti cinque d’oro, e del doppio valore della roba contrattata, oltre alla reftituzione da farfi gratis delle robe, che aveffero ricevute in pegno, permutato, o contrattato.

2.

Non ardiranno gi Ebrei, sotto pena del Furto , di comprare Vafi, o Arredi d’oro, o d’argento, o Gemme, o Veftimenta, o qualunque altra sorta di robe, che ad effi fi vendano, o si diano per vendere da Perfone tanto non conofciute, che fofpette, o quando convenir anno d’un prezzo affai minore di quello, che comunemente fi venderebbero.

3.

Sarà ad effi interamente proibito di comprare, permutare, o pigliare Pegni dalle Perfone Minori, o da Figliuoli di famiglia, che non vivano feparatamente dal Padre, sotto la detta pena di Scudi venti cinque d’oro.

4.

Dovranno gli Ebrei notar’ in un Libro i Contratti di Compra, Pegno, ed altri, che faranno co’ Criftiani, defcrivendo il nome, e cognome delle Perfone, con fpecificazione delle cofe contrattate,  fotto la pena, che fopra.

5.

Di mefe in mefe fotto la fteffa pena dovranno dare la nota al Segretario del Tribunale, ove dimoreranno, delle fuddette Compere, e de’ Pegni, efprimendo chiaramente tutte le circostanze, fopra le quali avranno convenuto.

6.

I fuddetti Segretarj faranno tenuti di ricevere dette Confegne ogni volta che loro fi prefenteranno, e quelle fedelmente regiftreranno, fotto la pena di Scudi venticinque d’oro, in un Libro a ciò deftinato che dovrà  da effi di mefe in mefe fosfriversi, ed al quale fi darà intiera fede tanto in giudizio, che fuori.

7.

Occorrendo, che gli Ebrei perdeffero qualche Pegno, dovranno pagarlo fecondo il di lui valore, e non potendofi fufficientemente verificare per altre prove, fi ftarà al giuramento del Padrone di effo.

8.

Non potranno portar’ i Pegni a loro confegnati fuori dei Stati noftri, e fe per accidente di Guerra, o di pefte (che Dio non voglia) foffero neceffitati di trasferirfi dall’una all’altra terra delle noftre Città, e Terre, sarà permeffo ai medefimi di feco trafportarli, manifeftando però otto giorni avanti la partenza con pubblica Grida quefta loro rifoluzione, acciocchè, fe alcuno de’ Proprietarj voleffe rifcoterli, abbia il tempo di farlo.

9.

I Banchieri Ebrei, a’ quali  è da Noi conceffo di poter preftare danari fopra il Pegno, dovranno fotto la fteffa pena dare il rifcontro a quelli, che vorranno far’ i Pegni con un Bullettino, in cui farà notato in lingua volgare il Giorno, Mefe, ed Anno, col Nome, e Cognome di chi gli avrà impegnati, e vi fi defcriverà diftintamente la cofa, che farà rimeffa in Pegno, la fua vera qualità, e quantità, il pefo, o numero, o la mifura rifpettivamente di effa.

10.

Spirato, che fia il termine ftabilito per il rifcatto de’ Pegni, potranno i Banchieri fuddetti devenire  all’Incanto de’ medefimi, e per ciò efeguire, fi porteranno fopra le Piazze in que’ giorni, e tempi, che fono per la vendita de’ Pegni Giudiziarj ftabiliti, ed ivi fi procederà all’incanto, e deliberamento  di effi nella forma per gli altri prefcritta.

11.

Dei Pegni, che refteranno ai banchieri, per non effere comparfo alcun ‘Offerente, fe ne darà da effi una nota ai predetti Segretarj, efprimendovi con chiarezza la qualità del Pegno, la Stima, che è ftata fatta dall’Efperto, la quantità loro dovuta tra Intereffe, e Capitale, e fe avanza o no fomma veruna, e mancando di ciò fare, incorreranno per ciafcuna volta nella pena fovr’efpreffa.

12.

Proibiamo agli Ebrei di preftar’ il loro Nome, o d’effere Mediatori di Preftiti, o altri Contratti fra Criftiani, e Criftiani, o fra criftiani, ed Ebrei, ne’ quali il Criftiano riceva il Pegno, ed efiga intereffe, o vi partecipi, fotto pena, oltre la nullità del Contratto, della perdita della fomma rifpetto ai Criftiani, che imprefteranno ‘l danaro, ed altretanta per gli Ebrei, che ne faranno mediatori.

CAPO VI

Della pena per gli Ebrei, che beftemmiano Dio, ed i Santi.

I.

Se alcun’ Ebreo di qualfivoglia seffo foffe così temerario, ed ardito, che prorompeffe infamemente in qualche beftemmia, o maldicenza contro ‘l Salvator noftro, o la di lui Santiffima Madre, o contro veruno dei Santi, o le loro Sagrofante Immagini, farà punito con la pena della morte”.

CAPO VII

Che ne’ giorni della paffione di Crifto gli Ebrei debbano ftare rinchiufi.

I.

Non farà lecito agli Ebrei d’ufcire in pubblico fuori del loro Ghetto in tempo della Paffione di Crifto, cioè dall’ora nona del mercoledì fin dopo il fuono della Campana del Sabbato Santo, obbligandole a dimorare nelle loro Cafe, e Botteghe a Porte, e Fineftre, che riguardano le Contrade, chiufe, fotto pena di carcere per tre giorni continui col digiuno in pane ed acqua.

2.

Non potranno gli Ebrei ne’ giorni fopradetti efercitare nelle loro cafe fuoni, o balli fotto pena della pubblica fufstigazione.

CAPO VIII

Che gli Ebrei non debbano effere tirati per forza alla noftra Santa Fede.

I.

Non vogliamo che fia lecito a veruno di coftringere alcun’ Ebreo di qualunque feffo fi fia, e violentarlo a ricevere per forza il Santo Battefimo, fotto pena di fcudi cinquanta d’oro, ed in diffetto di pagamento, del bando dai Stati per anni tre rispetto agli Uomini, e della carcerazione per sei mesi riguardo alle Donne.

2.

Nemmeno fi battezzeranno contro la volontà dei Genitori i loro figlioli, che non fieno capaci dell’ufo della ragione, eccettuati i cafi, né quali foffe ciò dai Sacri Canoni permeffo fotto la pena che sopra.

CAPO IX

Che gli ebrei non fi offendano.

I.

Non ardirà chi che fia ammazzare, ferire, o percuotere qualunque Ebreo, nè di turbare in qualfivoglia forma i loro riti, o efigere da effi violentemente, o con minaccia, qualche sorta  di fervizio, nè di rompere, o fconvolgere i loro fepolcri, o da effi difotterrare i cadaveri.

2.

Si proibifce ancora ad ogni perfona d’offendere in fatti, o in parole alcun Ebreo, o scagliare faffi nelle porte, e fineftre delle cafe, ove abitano tanto di giorno, che di notte, sotto pena pecuniaria, o corporale proporzionata alla qualità dell’ingiuria.

CAPO X

Che i Convertiti dall’Ebraifsmo alla Fede non debbano converfare con gli Ebrei

 

I.

Niffun Neofito, o Convertito dal Giudaismo alla Santa noftra Fede avrà ardire di comunicare fegretamente con Ebrei, e con effi tenere confidenziali colloquj fotto qualunque titolo, o colore, ed avendo neceffità d’abboccare con effi, ciò farà in prefenza di qualche onefto, e fedel Criftiano, acciocchè la loro partecipazione non lo cimentaffe a ritornare alla primiera perfidia.

2.

I Neofiti, o Convertiti che fegretamente parteciperanno cogli Ebrei, incorreranno nella pena di un mefe di carcere, ed in quella di mefi tre gli Ebrei, che ardiffero comunicare co’ Catecumini, ancorché loro Congiunti, fenza licenza.

CAPO XI

Che gli Ebrei convertiti alla fede non debbano effere privati de’ loro beni.

 

I.

Gli Uffiziali, e Caftellani de’ noftri Stati, nella giurifdizione de’ quali accaderà convertirfi alla Santa noftra Fede qualche Giudeo, procureranno, che tali convertiti non fieno efclufi da’ loro Patrimonj, effetti, e porzioni d’eredità, o in alcuna forma fopra d’effi perturbati, eccettuando però la reftituzione delle ufure a favore de’ Danneggiati, che giuftificaffero il difcapito, avantichè riceveffero il Santo Battefimo.

2.

Gli Ebrei, che abbraccieranno la Santa Fede Cattolica potranno, fecondochè effi eleggeranno, coftringere quelli, che naturalmente fra i loro Congiunti foffero obbligati, a foccorrerli co’ dovuti alimenti a mifura delle forze, che fi troveranno, o detrarre la legitima, che a’ medefimi fi deve fopra i beni degli Afscendenti, fubitochè avranno ricevuto il Santo Battesimo.

3.

I Genitori dovranno pure confegnare alle loro figlie convertite la dote a proporzione della loro facoltà, tanto per la monacazione, quanto per il matrimonio, fubitochè faranno in grado di monacarfi, o maritarfi, e frattanto faranno provvifte de’ condecenti alimenti largamente, intefsi fecondochè fopra fi è detto.

4.

Oltre agli alimenti, o la legitima, che confeguiranno, come fopra, al tempo della loro converfione, avranno di più, morendo i loro Afcendenti, il fupplemento di quella porzione d’eredità, che loro spettarebbe ab intestato, non oftante qualunque difpofizione, che veniffe ad effere fatta in contrario.

5.

Per afficurare questo noftro religioso fentimento, fubitochè un figlio di famiglia, o figlia si ritirerà dal Giudaifmo, fi farà dall’Ordinario del Luogo un fedel’, e diligente inventario di tutti i mobili, e crediti di quello, che può effere tenuto alle cofe sopraddette, e cofì anche alla morte di effo, acciocchè poffa con chiarezza fempre conofcerfi la verità, e giuftizia, e sia rimoffa ogni fraude, che fopra ciò poteffe commetterfi.

6.

Spettaranno di piena ragione a’ medefimi Convertiti i beni avventizj di qualfivoglia sorta, dimodochè li loro Afcendenti non poffano più pretendere in effi alcun’ ufufrutto, o comodità fotto pretesto di potestà paterna, di cui faranno privati fin tanto, che rimarranno Ebrei.

7.

S’avranno inoltre come fe foffero nativi di quella Città, o Luogo, in cui fi convertiranno, ad effetto di goder’ i privilégj, l’efenzioni, ed altre cofe, delle quali godono i veri nativi per cagione della loro origine, e natività, falvo nel refto le altre prerogative a tali Convertiti di ragione competenti, e le difposizioni del prefsente capo riguarderanno anche i casi paffati, purché si tratti ‘eredità, che non fia deferita.

CAPO XII

 

Quali servizj poffano da’ Criftiani preftarfi agli Ebrei, e in qual tempo, e luogo.

 

I.

Non farà lecito ad alcun Criftiano di qualunque feffo fi fia di coabitare con veruno degli Ebrei, tanto sotto pretefto di fervirli, quanto per qualfivoglia altra caufa.

2.

Non faranno i Criftiani alcun trattato di vendita, o compra con detti Ebrei, nè altri negozj di mercatura ne’ giorni della Domenica, o delle altre Fefte folenni, nelle quali fi è fopra proibito l’efercitare Fiere, o Mercati.

3.

Non farà proibito negli altri giorni, che non sono feftivi, di lecitamente preftare l’opere, e lavorare per detti Ebrei, o in altra forma trafficare con effi, purchè non fi nodrifcano i loro figlj, né dentro, né fuori delle cafe de’ medefimi.

4.

Non intraprenderanno i Criftiani opera alcuna, o fervizio in pro di detti Ebrei, per cui fieno obbligati a fare appreffo di effi una continua permanenza, o pernottare nelle Cafe dei medefimi.

5.

La pena per qualunque cafo delle fopradette proibizioni farà di Scudi dieci d’oro, e in difetto di effa, di un mefe di carcere.

CAPO XIII

Della giurifdizione, a cui fono sottopofti gli Ebrei.

 

I.

Faranno sottopofti gli Ebrei tanto civilmente, che criminalmente alla Giurifdizione de’ Giudici ordinarj dei Luoghi, dove avranno il loro domicilio, e dove contratteranno, o delinqueranno, a forma delle Nostre Coftituzioni, e della Legge comune.

[1] Il paragrafo 1 riguarda il divieto di comunicazioni segrete e colloqui confidenziali ed era già in vigore nel 1430. “Niffun Neofito, o Convertito dal Giudaismo alla Santa noftra Fede avrà ardire di comunicare fegretamente con Ebrei, e con effi tenere confidenziali colloquj fotto qualunque titolo, o colore, ed avendo neceffità d’abboccare con effi, ciò farà in prefenza di qualche onefto, e fedel Criftiano, acciocchè la loro partecipazione non lo cimentaffe a ritornare alla primiera perfidia”.

[2] Il paragrafo 2 del Capo X attribuito a Rex Vitt. Amed. prevede:” I Neofiti, o Convertiti che fegretamente parteciperanno cogli Ebrei, incorreranno nella pena di un mefe di carcere, ed in quella di mefi tre gli Ebrei, che ardiffero comunicare co’ Catecumini, ancorché loro Congiunti, fenza licenza”.

[3] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 42.

[4] G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 13.

[5]Il paragrafo 1 del Capo XI, già di Amedeo VIII, stabilisce ”Gli Uffiziali, e Caftellani de’ noftri Stati, nella giurifdizione de’ quali accaderà convertirfi alla Santa noftra Fede qualche Giudeo, procureranno, che tali convertiti non fieno efclufi da’ loro Patrimonj, effetti, e porzioni d’eredità, o in alcuna forma fopra d’effi perturbati, eccettuando però la reftituzione delle ufure a favore de’ Danneggiati, che giuftificaffero il difcapito (lo svantaggio), avantichè riceveffero il Santo Battefimo.”

[6] Il paragrafo 2 del Capo XI, già di Rex Vitt. Amed., prevede:” Gli Ebrei, che abbraccieranno la Santa Fede Cattolica potranno, fecondochè effi eleggeranno, coftringere quelli, che naturalmente fra i loro Congiunti foffero obbligati, a foccorrerli co’ dovuti alimenti a mifura delle forze, che fi troveranno, o detrarre la legitima, che a’ medefimi fi deve fopra i beni degli Afscendenti, fubitochè avranno ricevuto il Santo Battesimo”.

Il principio dell’anticipazione della legittima non si ritrova in Toscana né nel Ducato di Genova che riconosceva soltanto il soccorso degli alimenti.

[7] Il paragrafo 3 del Capo XI inerisce le doti delle neofite. “I Genitori dovranno pure confegnare alle loro figlie convertite la dote a proporzione della loro facoltà, tanto per la monacazione, quanto per il matrimonio, fubitochè faranno in grado di monacarfi, o maritarfi, e frattanto faranno provvifte de’ condecenti alimenti largamente, intefsi fecondochè fopra fi è detto”.

[8] Il paragrafo 6 del Capo XI regola la sorte dei beni sopraggiunti. “Spettaranno di piena ragione a’ medefimi Convertiti i beni avventizj di qualfivoglia sorta, dimodochè li loro Afcendenti non poffano più pretendere in effi alcun’ ufufrutto, o comodità fotto pretesto di potestà paterna, di cui faranno privati fin tanto, che rimarranno Ebrei.

Il problema grosso di questo paragrafo è se esso indichi una perdita della potestà paterna sul figlio convertito: la dottrina dell’Ottocento era per la negativa.

[9] Il paragrafo 4 del Capo XI attiene all’eventuale supplemento nel caso di morte ab intestato. “Oltre agli alimenti, o la legitima, che confeguiranno, come fopra, al tempo della loro converfione, avranno di più, morendo i loro Afcendenti, il fupplemento di quella porzione d’eredità, che loro spettarebbe ab intestato, non oftante qualunque difpofizione, che veniffe ad effere fatta in contrario.”

[10] Il paragrafo 5 del Capo XI si occupa dell’inventario susseguente alla conversione. “Per afficurare questo noftro religioso fentimento, fubitochè un figlio di famiglia, o figlia si ritirerà dal Giudaifmo, fi farà dall’Ordinario del Luogo un fedel’, e diligente inventario di tutti i mobili, e crediti di quello, che può effere tenuto alle cofe sopraddette, e cofì anche alla morte di effo, acciocchè poffa con chiarezza fempre conofcerfi la verità, e giuftizia, e sia rimoffa ogni fraude, che fopra ciò poteffe commetterfi.”. Cfr. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 163-165.

[11] Si tratta del caso in cui l’erede ex testamento o ab intestato muore senza aver accettato o rinunciato all’eredità: in tal caso i suoi discendenti potevano accettare, a loro volta, l’eredità deferita, entro un anno dal giorno in cui il loro antecessore avesse avuto notizia della delazione.

[12] Solo l’art. 738 del Codice civile sardo prevede e dal 1836 la possibilità di diseredazione del figlio che apostata la fede cattolica non vi sia tornato prima della morte del testatore oppure che abbia rinunciato alla fede cristiana se professata dal testatore.

[13] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 64.

[14] Il paragrafo 1 del Capo XII è risalente ad Amedeo VIII e proclama il divieto di coabitazione. “Non farà lecito ad alcun Criftiano di qualunque feffo fi fia di coabitare con veruno degli Ebrei, tanto sotto pretefto di fervirli, quanto per qualfivoglia altra caufa”.

[15] Glorioso Martire S. Maurizio, S. Giuseppe, l’Immacolata, l’8 settembre (voto del re), Annunciazione, Natività (9 settembre), 4 di maggio (festa della Sindone) e tutte le altre Feste comandate dalla Chiesa. Libro I Tit. II, paragrafi 2 e 3.

Il paragrafo 2 del Capo XII proibisce appunto le contrattazioni in giorni festivi. “Non faranno i Criftiani alcun trattato di vendita, o compra con detti Ebrei, nè altri negozj di mercatura ne’ giorni della Domenica, o delle altre Fefte folenni, nelle quali fi è fopra proibito l’efercitare Fiere, o Mercati”.

[16] Tit. IX par. XI del Codice estense del 26 aprile 1771.

[17] Il paragrafo 3 del capo XII riguarda i giorni di servizio autorizzati già da Carlo Emanuele il 2 luglio 1673. “Non farà proibito negli altri giorni, che non sono feftivi, di lecitamente preftare l’opere, e lavorare per detti Ebrei, o in altra forma trafficare con effi, purchè non fi nodrifcano i loro figlj, né dentro, né fuori delle cafe de’ medefimi”.

[18] In questo Concilio si stabilì anche che il giorno santo per la Chiesa fosse la domenica.

[19] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 500.

[20] Riprendendo un principio già emanato da Carlo Emanuele II il 2 luglio del 1673.

[21] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 52.

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Dante Alighieri – Divina Commedia – Inferno – Canto I – Sintesi

Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c....
Inf. 01 Dante e Virgilio Giovanni di Paolo (c.1403–1483) (Photo credit: Wikipedia)

 

Il primo canto dell’Inferno è generalmente considerato proemio generale del poema, mentre il secondo è il proemio della sola prima cantica.

La descrizione vera e propria dell’Inferno comincia soltanto con il canto terzo.

I primi due canti ci forniscono gli antece­denti e le ragioni del viaggio ultraterreno.

Non ci si deve meravigliare se nel primo canto l’astrazione prevale sulla concretezza degli elementi naturalistici descritti, se i concetti cioè tendono a soffocare le immagini, se la filosofia e la teologia prendono il sopravvento sulla poesia.

L’azione nel primo canto ha inizio all’alba dell’8 aprile (o 25 marzo) del 1300, anno del Giubileo[1]; ma il viaggio negli inferi vero e proprio sarà intrapreso la sera dello stesso giorno ed ha la durata di 24 ore.

I personaggi del canto sono: le tre fiere (lonza, leone, lupa); Virgilio, simbolo della ragione umana; il Veltro.

Dante si è smarrito (ha smarrito il cammino del bene[2]) senza sapere come[3], di notte, in una selva oscura (del peccato[4]) a metà della vita (all’età di 35 anni[5] il venerdì santo del 1300)[6].

Dopo una notte di dolore e crisi disperata – tanto che l’orrore della selva, selvaggia (perché incolta e disabitata), aspra (perché intricata di pruni) e forte (perché difficile da traversare), rinnova il terrore solo a pensarvi – il poeta tenta di uscirne (per ritrovare la via della salvezza), trova un varco e giunge al mattino ai piedi di un colle (allegoria della redenzio­ne), illuminato dal pianeta[7]sole (luce divina; grazia illuminante che assiste chi vive virtuosamente) (vv. 1-18).

La vista del colle allontana un po’ la paura e D. (che si sente ormai liberato dalle tenebre del peccato), dopo essersi brevemente riposato[8], si accinge a riprendere la via per il pendio solita­rio[9] che conduce al colle con il piede che avanza ancora malfermo, dopo aver riguardato il luogo da cui è scampato[10], come il naufrago che si volge terrorizzato alle acque tempestose da cui si è ormai salvato (Dante trema come un naufrago perché si è salvato dalla morte) [11] (vv. 19-30).

Al cominciar della salita una lonza dal mantello maculato, agile e snella[12] impedisce il cammino al poeta e ostacola tanto i suoi passi che D. si volta più volte per tornare indietro (vv. 31-36).

L’ora fresca del mattino (la mattina dell’equinozio di primave­ra), il sole sorgente nella costellazione dell’Ariete, come al tempo in cui Dio iniziò la creazione, sembrano ridare al poeta momenta­neamente la speranza di giungere la sommità del colle; ma la speranza dura poco perché appare un leone[13] spavaldo e affamato, che diffonde nell’aria un angoscioso spavento, sembra venire contro al poeta e gli toglie quel primo conforto (vv. 37-48).

E subito dopo appare una lupa[14] che nella sua magrezza sembra carica di tutti i desideri e sbigottisce tanto D. che dispera ormai di poter salire (vv. 49-54)[15].

Dante si trova un po’ come nelle condizione dell’avaro che, se perde ciò che ha messo insieme con molte cure, si addolora e si dispera e a questo punto reso inquieto, appunto come l’avaro, precipita verso il basso (vv. 55-60)[16].

Mentre retrocede verso la selva Dante scorge una figura umana[17] che appare dalla voce fioca per non aver parlato da molto tempo[18]; il poeta implora pietà, anche se non sa distinguere se si tratti di un’ombra o di un uomo vivo; l’ombra, senza dire il proprio nome, risponde di non essere vivente ma di esserlo stato, che i suoi genitori erano entrambe lombardi[19] e mantovani (vv. 61-69).

Aggiunge di essere nato sotto Giulio Cesare[20] ma troppo tardi per conoscerlo[21] (e farsi apprezzare), di essere vissuto sotto il buon Augusto al tempo degli dei falsi e bugiardi (vv. 70-72), di essere un poeta e di aver cantato del giusto[22] figliol d’Anchise che venne da Troia dopo che la rocca fu distrutta (vv. 73-75).

Publio Virgilio Marone nasce il 15 ottobre del 70 a.C. ad Andes nei pressi di Mantova, che si può forse identificare con l’odierna Pietole.Sua madre è Magia Polla e suo padre Virgilio Marone un  piccolo possidente terriero che può e desidera assicurare al figlio un istruzione accurata.

Pertanto V., dopo aver vissuto i primi dodici anni a Mantova, frequenta le scuole di Cremona, Milano e Roma.

A Roma attende alla scuola di eloquenza del retore Elpidio: nella capitale incontra Ottavio (il futuro imperatore Ottaviano Augusto) e Marco Antonio che combatterà contro Ottaviano Augusto la famosa battaglia di Azio del 31 a.C., ove Menenio Agrippa (luogotenente di Augusto) sconfiggerà le diciannove navi della flotta di Cleopatra amante di Marco Antonio (guerra tolemaica).

Nella capitale V. dimostra scarso interesse per la eloquenza, e questo si verifica anche per il carattere timido e riservato del Mantovano; al contrario si dedica con fervore alla lettura dei c.d. poeti nuovi: Elvio Cinna, Cornelio Gallo, Catullo; si interessa alla poesia alessandrina, a quella epigrammatica ed alle elegie.

Da Roma si sposta alla volta di Napoli per studiare matematica e medicina e seguire le lezioni di Sirone, lezioni di filosofia su Epicuro che era stato fonte di ispirazione, proprio in quei momenti, di un grande poeta, Lucrezio, nel De rerum natura.

Ma già a Roma, come è stato detto, la poesia alessandrina nata non per il popolo ma per la corte aveva assai impressionato l’animo di V.: il risultato si nota nelle prime opere che vanno sotto il nome di Appendix Virgiliana; Appendix che fu scoperta ottanta anni dopo la morte del poeta e che si compone nel modo seguente:

1) Catalepton (versi spiccioli): 14 poesie di genere epigrammatico; nella quattordicesima in particolare V. invoca l’aiuto di Venere per comporre l’Eneide.

2) Culex (la zanzara): epillio in esametri, dedicato forse ad Ottaviano dove si parla di un pastore che uccide una zanzara; questa gli appare in sogno la notte successiva rimproverandolo per la sua azione poiché l’aveva morsicato soltanto per avvertirlo della presenza di un serpente; inoltre gli descrive il mondo sotterraneo e gli chiede sepoltura.

3) Ciris (l’airone bianco): poemetto amoroso in esametri che narra la passione di Scilla per Minosse che stava assediando Megara, e la trasformazione di lei in uccello marino a seguito del tradimento in favore del re minoico.

4) Aetna: poemetto in esametri sulle eruzioni vulcaniche per cui Virgilio, sulla falsa riga del De Rerum Natura di Lucrezio, assume che si possono spiegare razionalmente.

5) Dirae (le maledizioni): carme in esametri che espone, nella sua prima parte, le maledizioni di un colono spodestato del suo campo e nella seconda parte un canto d’amore.

6) Copa (l’ostessa): breve idillio in 19 distici in cui si narra di una giovane ostessa che invita i viandanti ad entrare nella sua taberna.

7) Moretum (la torta) in cui si parla di un contadino che impasta acqua e farina per fare quattro pani ed una rustica torta.

8) Priapea: tre poesie scherzose in onore di Priapo, il dio campestre rappresentato come spauracchio per gli uccelli.

A Napoli V. compone la sua prima opera di grande rilievo, le Bucoliche, un poema pastorale (42-39 a.c.) formato da 10 egloghe disposte secondo un criterio non cronologico ma estetico.

Tale composizione ha talmente successo a Roma che viene addirittura musicata; inoltre essa impone V. all’attenzione di Ottaviano e di Mecenate, tanto che al poeta fu donata una villa sull’Esquilino.

Due fondamenti stanno alla base delle Bucoliche: i precetti epicurei che invitavano l’uomo ad amare la vita semplice, la campagna, a liberarsi dalle ambizioni, dalle superstizioni (circa orridi mostri infernali e divinità); le vicende politiche che portarono e seguirono alla morte di Cesare (44 a. c.) e che toccarono vivamente il poeta.

Infatti dopo la battaglia di Filippi i triumviri assegnarono come premi di guerra ai loro veterani, le terre dei municipi rimasti fedeli all’idea repubblicana.

Ne fanno quindi le spese i territori di Cremona e Mantova (che pure non rientrava tra le città fedeli) e di conseguenza anche i poderi di V. sono affidati ai legionari di Ottaviano; due volte il poeta li perde e due volte li riacquistò per l’opera prima di Alfeno Varo e poi di Asinio Pollone, governatore della Gallia Cisalpina.

Nelle Bucoliche Virgilio narra appunto gli avvenimenti della vita campestre, esalta il sereno lavoro dei pastori e dei contadini; ma, in considerazione delle sue vicende personali, parla anche di veterani insolenti che costringono i contadini ad abbandonare le proprie terre, di madri che piangono la morte dei propri figli.

Su tutto domina la visione del tempo che sconvolge ogni cosa, del buio che avvolge la vita umana, la quale fiorirebbe senza che a noi sia dato modo di percepirne il significato, per la forza cieca del fato.

Assecondando il tentativo di riforma dei costumi intrapreso da Ottaviano, Virgilio vede però anche qualcosa al di là del dolore funesto delle passioni e degli egoismi: vede l’evoluzione, il progresso, le conquiste del lavoro e dell’ingegno umano; quindi il dolore e l’affanno sono solo il prezzo che l’umanità deve pagare per la sua redenzione.

Da questo mutato stato d’animo nasce la seconda grande opera di Virgilio, le Georgiche (37-30 a.C.), poema didascalico di 2183 esametri, scritto a Napoli, che si articola in quattro libri ove sono descritti vari tipi di attività agresti: I) la coltivazione dei campi, II) la coltura degli alberi III) l’allevamento del bestiame IV) l’apicoltura.

Il mondo delle Georgiche è sempre quello delle Bucoliche: la campagna, lo scenario sereno dei campi, contadini e pastori; ma questo mondo non è più concepito come possibile rifugio dove evadere dalla realtà dolorosa della vita ma come mondo ove il lavoro dei campi innalza l’uomo al di sopra del dolore, della violenza, dell’arbitrio.

Le Georgiche sono dunque una celebrazione del lavoro dei campi e della terra, con termini semplici e concreti, non idealizzando la campagna e i suoi abitatori ma calandoli nella realtà.

Compiuta questa seconda fatica il poeta si dedica alla stesura dell’Eneide (29-19 a.C.) poiché sia l’imperatore sia Mecenate erano rimasti entusiasti delle Georgiche e desideravano la redazione di un poema epico; prepara prima uno schema in prosa e poi lavora a diverse parti contemporaneamente; tra il  27 e il 25 a.C. Augusto ne chiede notizie, ma Virgilio leggerà all’Imperatore soltanto parte dell’opera, a partire dal 22 a. C. (II, IV e VI canto).

Nel 19 a.C., a prima stesura ultimata, il poeta, non essendo soddisfatto, decide di recarsi in Grecia ed in Asia Minore per vedere i luoghi ove si svolgono alcuni canti del poema.

Imbarcatosi incontra ad Atene Augusto che torna dall’Oriente e che lo convince a tornare con lui in Italia.

Ma dopo una visita a Megara, Virgilio prostrato da un sole fortissimo e già minato da altri mali, viene colto dalla febbre e approdato a Brindisi si aggrava e muore (22 settembre  del 19); viene sepolto a Napoli lungo la Via di Pozzuoli.

Nel testamento lascia tutti i suoi scritti agli amici Vario e Tucca e chiede che l’Eneide venga bruciata; ma Augusto vuole che l’opera venga pubblicata proprio da Vario e Tucca.

Virgilio chiede a Dante perché stia ritornando nella selva tanto molesta (o dolorosa) [23] e non salga invece il monte del bene, principio e ragione di ogni gioia (vv. 76-78).

Dante risponde con reverenza e retoricamente se l’anima sia quella del Virgilio[24] fonte viva dell’eloquenza; se potrà servirgli ad ottenere l’aiuto del Mantovano il grande amore ed il grande studio con cui D. ha affrontato l’Eneide e le Bucoliche[25].

D. chiama V. suo maestro e modello da cui ha appreso lo bello stile[26] che gli ha procurato tanto onore tra i contemporanei (vv. 79-87).

A questo punto D. supplica V. (definito saggio, cioè poeta) di salvarlo dalla lupa (vv. 88-90).

Virgilio afferma che per D., il quale sta piangendo, è necessario compiere un altro viaggio per uscire dalla selva; perché è impossibile sfuggire alla fiera che gli mette tanta paura, essa (carica di vizi di infiniti) non fa passare alcuno dalla sua strada e chi ci prova muore.

Virgilio gli spiega la natura malvagia della fiera che non è mai sazia di desideri e dopo un pasto ha più fame di prima; aggiunge che sono molti gli animali[27] con cui la lupa (l’avarizia) si unisce;  e dichiara che <<più saranno ancora>>, che cioè l’opera nefasta della stessa continuerà fino a che non giungerà un veltro[28] (cioè un salvatore) a liberare il mondo della sua presenza (vv. 91-102).

Con linguaggio oscuro come si addice alle profezie, il veltro è designato per alcune caratteristiche: non si ciberà né di terra né di peltro[29] (di danaro), ma sarà nutrito solo di sapienza, di amore e di virtù, e la sua nascita non avverrà tra le mollezze (“tra feltro e feltro”[30]) (vv. 103-105).

Sarà la salvezza dell’Italia che ora è caduta così in basso, per la quale[31] sono morti ammazzati (“di ferute”) i primi eroi cantati da Virgilio (Camilla, Eurialo, Turno, Niso), e caccerà finalmente nell’Inferno la lupa, che era uscita primariamente dall’invidia del demonio[32] (vv. 106-111).

Virgilio spiega infine a Dante che lui reputa come unica via di salvezza[33] il lasciare quei luoghi[34] e si offre quindi come guida per un viaggio attraverso l’Inferno (il “luogo etterno”) dove il poeta potrà udire le grida disperate dei dannati, anche più antichi, che ricercano una seconda morte che possa porre fine ai loro tormenti[35] e attraverso il Purgatorio dove le anime sono contente di purifi­carsi col fuoco[36] perché così sanno di poter raggiungere il Paradiso (vv. 112-120)

Se poi Dante vorrà salire al regno dei Beati un’anima più degna lo guiderà[37], perché a lui pagano, Dio, che come imperatore regna nel Cielo, ha vietato di accedere al Paradiso perché lui non si è sottomesso alla sua legge (non ha cioè ricevuto il battesimo) (vv. 121-126).

V. spiega a D. che Dio domina in tutte le parti dell’universo ma solo nei Cieli si manifesta re perché qui vi è la sua casa ed il suo trono; e conclude che è certamente beato colui che può risieder­vi (vv. 127-129)

Dante chiede a Virgilio di guidarlo nei luoghi che ha appena indicato perché è ansioso di poter vedere la porta del Purgatorio[38] da cui passano le anime che V. dice essere tanto meste; V. comincia  a camminare e D. lo segue (vv. 130-136).


[1] Proclamato da Bonifacio VIII.

[2] Non perduto, ma smarrito perché Dante spera di ritrovarla.

[3] Il poeta non si è accorto di esser entrato nella selva, perché il suo animo era assonnato ed intorpidito dopo aver abbandonato la virtù. Numerose sono le fonti spirituale e scrittu­rali che identificano il peccato col sonno; si veda ad esempio la lettera ai Romani di San Paolo (XIII, 11): <<hora est iam nos de somno surgere>>.

[4] Personale di Dante dopo la morte di Beatrice e della umanità dopo la confusione tra potere temporale e spirituale.

 [5] Che la metà della vita coincida con il trentacinquesimo anno Dante lo afferma nel Convivio (IV, XXIII, 7-9).

[6] La perifrasi è tratta da Isaia e poiché Isaia è il profeta che per primo parlerà della cattività babilonese e della liberazio­ne, ne consegue che il poema assume da subito un tono profetico.

[7] All’epoca di Dante il sole era uno dei sette pianeti.

[8] Dante ignora che per vincere il peccato e conseguire la vita virtuosa non basta la volontà umana, troppo debole in seguito al peccato originale, ma occorre un aiuto divino.

[9] Il pendio rappresenta il momento di transizione tra la vita peccami­nosa e quella virtuosa ed è deserto perché sono pochi coloro che si ravvedono.

[10] Il passaggio attraverso il quale non lasciò mai persona viva: il peccato è la morte dell’anima, la dannazione eterna.

[11] Si tratta della prima delle 597 similitudini del poema.

[12] Una specie di leopardo o pantera, indicante la lussuria, nell’allegoria morale, e la città di Firenze, volubile, per l’instabilità di governo, nell’allegoria politica (una leonessa era infatti tenuta in gabbia presso il palazzo del Comune di Firenze come simbolo della città); per altri rappresenterebbe l’invidia o ancora l’inconti­nenza, una delle tre categorie dei peccati infernali; per altri infine la frode, perché sono in minor numero i peccatori che cadono in questo peccato.

[13] Il leone rappresenta la superbia come vizio capitale, e la prepotenza della monarchia francese, con particolare riguardo a Filippo IV il Bello, perché questo monarca svolse una politica di prepotenza contro la chiesa (v. trasferimento della sede pontificia da Roma ad Avignone, scioglimento dell’ordine dei Templari ecc.); ancora si sostiene che essa rappresenti la seconda categoria dei peccati infernali: la matta bestialità o violenza.

[14] L’avarizia per quanto riguarda la degradazione morale, e la Curia romana, nel suo significato politico, perché Papa Bonifacio secondo Dante era pieno di cupidigia per i beni temporali; o ancora la terza categoria dei peccati infernali: la malizia o frode; per altri infine rappresenterebbe l’incontinenza perché è il peccato più diffuso tra gli uomini.

[15] Il poeta riesce quindi ad evitare le lusinghe della lonza, la violenza del leone, ma non il pauroso fascino della lupa che lo risospinge senza tregua verso la selva.

[16] Le tre fiere sono già presenti  in un passo delle lamentazioni di Geremia (V,6) che quindi avrebbe ispirato il poeta: “Il leone della selva  li ha percossi, il lupo vespertino li ha devastati, il leopardo sta in agguato presso le loro città”, passo che è rivolto contro i ricchi di Gerusalemme e in cui – secondo S. Gerolamo – il leone rappresenterebbe Nabucodo­nosor o l’Impero babilonese, il lupo l’impero medo-persiano, il leopardo l’impero macedonico.

 [17] Si tratta di Virgilio che rappresenta la ragione umana che libererà D. dal peccato e lo condurrà sino al Paradiso terrestre (simbolo della felicità naturale); e poiché l’uomo non può realizzarsi se non vivendo in società, Virgilio rappresenta anche l’autorità dell’Im­pero, che deve guidare il genere umano verso la felicità naturale. D. lo sceglie come guida perché nel Medioevo V. aveva fama di sommo scienziato, di profeta di Cristo (la IV ecloga per bocca di Pollione console parla dell’avvento di un fanciullo di natura divina), e di mago; sia perché per le sue idealità politiche (cantore dell’Impero romano) e religiose (cantore del regno dei morti), poteva meglio di ogni altro essere un precursore degli ideali e della poesia dantesca.

[18] Il v. 63 ha dato luogo a molte interpretazioni, perché il silenzio non rende fiochi, e perché D. non poteva accorgersi che V. fosse fioco se non aveva ancora parlato. Forse si dovrebbe intendere: “una figura d’uomo che per lunga abitudine al silenzio sembrava aver perduto ogni efficacia di parola”. Il senso allegorico che qui prevale su quello letterale è invece evidente: Virgilio rappresenta la ragione umana, quando il peccatore comincia a ravvedersi sembra assai fioca e solo quando il peccatore si è ravveduto essa acquista chiarezza e forza.

[19] Cioè dell’Italia settentrionale. La Lombardia vera e propria prenderà questo nome solo cinque secoli dopo Virgilio, con i Longobardi.

 [20] D. fa affermare da Virgilio che nacque “sub Iulio” sia perché le ombre usano la lingua che parlarono in vita, sia perché nel Medioevo le espressioni latine erano di uso comune.

 [21] Visto che V. nasce nel 70 e Cesare muore nel 44; le Bucoliche infatti sono state composte tra il 42 ed il 44 a.C.

[22] V. indica proprio nel primo canto dell’Eneide Enea come il più giusto (Aen. I 544-545).

[23] Quella di Virgilio è un’esortazione a D. perché si liberi degli orrori del peccato.

[24]  D. sa di trovarsi di fronte a Virgilio e allora dimentica per un momento il pericolo, per manifestare la sua sorpresa ed ammirazione.

[25] In Inf. XX, 114 D. affermerà di conoscere l’Eneide tutta a memoria. Più incerta è la conoscenza di Dante delle Georgiche.

[26] Nel De Vulgari Eloquentia D. aveva distinto tre tipi di stile: quello tragico, alto e solenne proprio dell’epica e della grande lirica (D. chiamerà l’Eneide <<tragedia>>), quello comico o stile mediocre (perciò il titolo del poema <<commedia>> o <<come­dia) e quello elegiaco o stile umile. Il bello stile che ha fatto grande D. è lo stile nobile ed elevato con cui lo stesso ha composto le canzoni morali e allegori­che, anterior­mente al 1300. Anche nel Purgatorio (XXI, 95) per bocca di Stazio D. non perde l’occasione di lodare l’Eneide.

[27] Secondo alcuni si fa qui riferimento alle persone, secondo altri ai vizi.

 [28] Secondo le interpretazioni più accreditate potrebbe essere: 1) un imperatore o un rappresentante della corona imperiale: perché D. afferma nella Monarchia che l’imperatore possedendo tutto non ha più cupidigie e quindi naturale nemico della lupa; in tal caso potrebbe essere a) Arrigo VII di Lussemburgo che si è trovato all’improvviso imperatore e a cui D. alluderà anche alla fine del Purgatorio (XXXIII, 37 e ss.) e nel Paradiso (XXX, 133 e ss.); b) Uguccione della Faggiuola, che morto Arrigo VII, fu uno dei più potenti capi ghibellini in Italia e sconfisse i Guelfi di Firenze nella battaglia di Montecatini (1315); c) Can Grande della Scala, che dopo la cacciata di Uguccione della Faggiuola da Pisa e da Lucca, divenne a sua volta un potente capo ghibellino, ed ebbe il titolo di Vicario imperiale in Italia (1318) e che per la corri­spondenza del nome (cane-veltro), per l’estensione dei suoi domini (tra Feltre nel Bellunese e Montefeltro nelle Marche), e per l’elogio che ne fa D. nel c. XXVII del Paradiso, si avvicina in più punti ai dati della profezia dantesca.

2) Un pontefice riformatore o una figura mistica: a) Benedetto XI (1303-1304) che fu uomo santo nato a Treviso, cioè sulla linea d’aria che congiunge Feltre nel Bellunese a Montefeltro nelle Marche; fu questo Pontefice ad inviare a Firenze nel 1304 il cardinale Niccolò da Prato, allo scopo di rappacificare i Neri coi Bianchi esuli; ma il tentativo fallì e il cardinale si allontanò da Firenze lanciando un interdetto; b) Gesù Cristo che deve venire a giudicare i vivi e i morti: poco plausibile perché la figura di Cristo ne verrebbe rimpicciolita e perché Cristo deve venire solo alla fine dei tempi; c) lo Spirito Santo: in base alla dottrina di Gioacchino da Fiore sulla terza era.

3) Il veltro e D. medesimo e l’opera sua, perché le cose che D. voleva dire all’umanità erano tali da far morire la lupa; poco plausibile perché D. è già venuto e perché nè D. né il suo poema sono nati “tra feltro e feltro”.

4) Il veltro è una persona indeterminata: e l’interpretazione degli antichi commentatori e forse la più accettabile.

[29] È una lega di argento e stagno ma qui significa metallo in genere e più propriamente ricchezze, denaro.

[30] Il feltro è un panno di lana non tessuta ma battuta, con cui si facevano indumenti di poco prezzo, per cui l’espressione potrebbe significare che il Veltro sarà di umili natali; ma altri intendono come si è visto, che il riferimento sia geografico.

[31] Più propriamente quindi l’Italia laziale.

[32] Che l’aveva fatta uscire per tentare l’uomo e privarlo in tal modo di quella felicità che godeva nel Paradiso terrestre.

 [33] Poiché la lupa domina nel mondo.

[34] V. in altre parole propone a D. di abbandonare la vita attiva e di abbracciare la vita contemplativa.

[35] Sulla “seconda morte” ci sono diverse interpretazioni: per alcuni si tratterebbe della morte dell’anima dopo quella del corpo, per altri che si fondano sulle Sacre Scritture (Apocal. XX, 14) e sul Cantico di S. Francesco (<<Beati quilli che trovarà ne le sue santissime voluntati, – ca la morte non li poterà far male>>) si farebbe qui riferimento alla morte come <<dannazione>> e in tal caso i dannati imprecherebbero alla loro dannazione.

[36] Veramente nel Purgatorio le uniche anime che si purificano col fuoco sono i lussuriosi.

[37] Si tratta di Beatrice che come vedremo rappresenta la Grazia santificante, e, in genere, tutti quei mezzi che Dio pone a disposizione dell’uomo, per rendere possibile la sua salvezza (Verità rivelata, Teologia, Autorità ecclesiastica ecc.).

[38] Per altri si intende quella del Paradiso.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventinovesima parte)

galata

Il capo IX riguarda la tutela dell’incolumità fisica, della celebrazione dei riti e in ultimo le pene a fronte di comportamenti ingiuriosi. Si intitola “Che gli ebrei non fi offendano.

Il paragrafo 1 già presente nel 1430 stabilisce: ”Non ardirà chi che fia ammazzare, ferire, o percuotere qualunque Ebreo, nè di turbare in qualfivoglia forma i loro riti, o efigere da effi violentemente, o con minaccia, qualche sorta  di fervizio, nè di rompere, o fconvolgere i loro fepolcri, o da effi difotterrare i cadaveri”.

Con Giustiniano si stabilisce[1] che se alcuno ebreo avesse osato lapidare un altro ebreo che si fosse rivolto al culto di Dio, la pena sarebbe stato il rogo: ma qui si tutelava la Fede.

Un’assisa di Bretagna del 1239 vietava di procedere contro chi avesse ucciso un Ebreo e non fu l’unica norma, tanto che Gregorio IX nel 1235 dovette addirittura con una bolla scomunicare coloro che si facessero rei di omicidio[2].

Il Sessa nel 1717[3] si chiedeva se 1) si debba punire e come il Cristiano che offenda un ebreo; 2) gli Ebrei si presumano tristi, ladri e ricettatori di ladri; 3) si debba punire e come un Ebreo che offenda un altro Ebreo; 4) il Cristiano che uccide un Ebreo debba essere punito con la pena ordinaria della legge Cornelia de Sicariis[4]; 5) se il Cristiano o l’Ebreo che mandi con denaro ad uccidere un Ebreo possa essere punito con la pena ordinaria di un assassinio.

La protezione dei sepolcri risale al diritto romano che individuava dei luoghi protetti dagli insulti popolari.

Lo stesso Codice penale sardo stabilirà in seguito (art. 567) per i violatori di sepolcri ebrei la reclusione o col carcere o con la multa sino a lire 300 secondo la minore e maggiore gravezza.

Anche la legislazione sabauda prevedeva dei luoghi ove si potessero seppellire le salme e a titolo gratuito.

Per stabilire un cimitero non serviva l’autorizzazione sovrana ma quella del Municipio e del Senato; il terreno poteva inoltre considerarsi opera di pubblica utilità e quindi godere dell’esproprio[5].

Le Costituzioni si preoccupano poi che gli Ebrei non siamo offesi e che le loro abitazioni non siano oggetto di sassaiole[6].

Gli stessi Ebrei peraltro ricorrevano alla lapidazione[7] sin dai tempi di Costanzo Augusto nei confronti di coloro che abiuravano la fede ebraica.

Si tenga conto che quella di lanciare sassi era pratica diffusa per i Cristiani: nella francese Beziers in Linguadoca sin dal XIII secolo lo stesso Vescovo eccitava il popolo dal giorno degli Ulivi alla Pasqua a lanciare sassi contro gli Ebrei[8].

A Trieste nel 1525 fu emesso un editto appunto contro chi tirava sassi contro la casa degli Ebrei[9].

Questa abitudine di colpire coi sassi gli Ebrei si trova ancora radicata nella Roma del 1938[10].


[1] C. 1.9.3.

[2] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 51.

[3] V. J.  SESSA, Tractatus de Judaeis, cit., p. 112.

[4] Questa legge fatta votare nell’81 da Silla prevedeva la pena capitale per l’omicidio doloso, ma escludeva  che tale pena si applicasse all’omicidio di un servo, a quello perpetuato dal pater familias in base al suo diritto di vita e di morte sui discendenti o a chi uccideva un uomo ricompreso in una lista di proscrizione. B. SANTALUCIA, Studi di diritto penale romano, L’ERMA di BRETSCHNEIDER, 1994, Roma, p. 118 e ss.

[5] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 58.

[6] Il paragrafo 2 introdotto il 20 Ottobre 1610 prevede: ”Si proibifce ancora ad ogni perfona d’offendere in fatti, o in parole alcun Ebreo, o scagliare faffi nelle porte, e fineftre delle cafe, ove abitano tanto di giorno, che di notte, sotto pena pecuniaria, o corporale proporzionata alla qualità dell’ingiuria”.

[7] Codex, I, L. 9 1.9.3. Imperatore Costanzo Augusto ad Evagrio, Prefetto del Pretorio

Vogliamo che ai Giudei e ai Celicoli, ed ai  maggiori e  patriarchi sia intimato, che se qualcuno osasse, dopo l’entrata in vigore della presente legge, assalire, con pietre o con altro genere di furore – cosa che oggi sappiamo sia avvenuta – le persone che hanno abbandonato la loro empia setta per rivolgere gli occhi al culto di Dio, insieme con tutti i loro complici, dovranno essere subito condannate alle fiamme e bruciate”.

Dato a Mugillo il 18 ottobre del 315. La disposizione è stata ripresa anche nel Codice Theodosianus (16.8.1).

Cfr. in generale sulla lapidazione operata dagli Ebrei, Dizionario delle origini, invenzioni e scoperte nelle arti, nelle scienze, nella geografia, nel commercio, nell’agricoltura, Bonfanti, 1831, p. 1384-1385.

[8] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 48.

[9] G. TODESCHINI, Il mondo ebraico, Edizione Studio Tesi, 1991, p. 218.

[10] F. TAGLIACOZZO, Gli ebrei romani raccontano la “propria” Shoah, Casa Editrice Giuntina, 2010, p. 81.

Quando Babbo Natale incontrò Gesù

 

ornament

Caro Babbo Natale,

Ti scrivo, ma ti avverto subito che non voglio doni per me.

Vorrei che portassi una coperta a Gesù Bambino perché tutte le volte che preparo il presepio mi pare che abbia molto freddo.

Ti ringrazio e ti mando un bacio grande.

Un povero mediatore

Babbo Natale

Vedi Gesù, quest’anno ho scelto questa lettera perché anche tu sei un mediatore,

o almeno così mi sembri, sarà la tua posizione nella mangiatoria…

Mi pareva una bella cosa che proprio un mediatore ti volesse regalare una coperta

Gesù Bambino

Anche a me pare una bellissima idea, ma io non posso accettare.

Babbo Natale

Mi dici così tutti gli anni… questa volta non potresti fare uno strappo alla regola?

Gesù Bambino

Caro Babbo Natale, lo sai bene, che le cose materiali non fanno per me. È il pensiero che è importante e devo dirti che mi ha reso molto felice.

Babbo Natale

C’è qualcosa che posso riferire?

Gesù Bambino

Puoi dire al mediatore che la pace è una strada a forma di croce… bisogna percorrerla in tutte le direzioni… se si vuole camminare, ma ogni passo lo porterà  sempre più vicino al Paradiso.