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Dante Alighieri – Convivio


angelo

Composto tra il 1303-04 ed il 1307-08 (o forse per quanto riguarda il IV trattato tra il 1306 ed il 1309)[1] il Convivio vuole offrire un convito di sapienza (<<la scienza è ultima perfezione della nostra anima>>) agli uomini ben disposti[2], ma lontani per occupazione dal mondo degli studi e delle università.

Originariamente l’opera avrebbe dovuto contenere quindici trattati, uno intro­dut­tivo più quattordici a spiegazione (che soltanto Dante si ritiene in grado di dare) di altrettante canzoni; ma in realtà il poeta ne scrisse soltanto quattro, a commento, letterale e allegorico, di tre canzoni.

Nella impostazione dantesca le “vivande” sono le canzoni (“sì d’amore come di virtù materiale”), mentre il pane si identifica con i suoi trattati, indispensa­bili per gustare le canzoni.

La prosa del Convivio è il primo esempio di prosa scientifica e letteraria; è un’opera di grande impegno stilistico[3].

Dante scrive l’opera in volgare prezioso[4], non già per disisti­ma del latino, ma perché chi continua a fare cultura in latino (o anche preferisce in poesia il provenzale) gli appare colpevole di vanagloria, d’invidia e di viltà d’animo (i letterati del suo tempo per il poeta hanno fatto la letteratura <<di donna meretri­ce>>).

Il divorzio tra il nuovo pubblico borghese e le consuetudini della scienza che imponevano l’uso del latino, non potrebbe essere denunciato più apertamente: l’Alighieri dice che quel che porgerà saranno briciole cadute dalla mensa dei dotti, ma saranno adatte ai bisogni dei borghesi; sarà pane orzato e non pane di grano, ma potrà essere dato liberamente e in abbondanza; e meglio questa luce del volgare che rimanere nelle tenebre per un sole (il latino) che a molti più <<non luce>> (I, XIII, 12).

Dante si propone inoltre, bisogna non dimenticarlo, di far cono­scere ad un più vasto pubblico di quante conoscenze scientifiche, filosofiche, stilistiche e linguistiche egli è fornito, anche nella segreta speranza di poter rientrare in Firenze.

Il Convivio fu scritto dal poeta in esilio, ebbe come mera occa­sione la difesa dall’accusa di infedeltà nei confronti di Beatri­ce e da quella di essere vile, perché mendico e peregrino; dimostrando che la femmina adorata non era mortale (ma la sapienza) il poeta pensò di poter far fronte ad entrambe le accuse.

Non più soltanto l’amore, ma la sapienza è il nuovo argomento; non più la salvezza (v. la Vita Nova), ma il riscatto dalle accuse presenti è il nuovo scopo; non soltanto Beatrice, di conseguen­za, ma la donna pietosa e bella, da lei allontanata sul finire della Vita Nova è la nuova figura simbolica del Convivio.

Alla storia della sua redenzione spirituale, D. antepone ora la difesa del suo operato di cittadino, impegnato nella vita e nelle istituzioni del Comune. Firenze nel Convivio non è più il luogo dell’incontro con Beatrice, ma la patria che ha ingiustamente allontanato con la violenza uno dei suoi figli.

Nel I trattato, che funge da introduzione generale[5] e presenta le motivazioni e piano complessivo dell’opera, quattro paragrafi introduttivi servono appunto alla dimostrazione predetta, mentre i restanti nove vengono utilizzati per giustifica­re l’uso del volgare al posto del latino, di utilizzazione corrente, ma insolito per un’opera dottrinale: Dante intende, come si è detto, offrire il cibo della sapienza a lettori nobili d’animo, ma non dotati di una cultura strettamente accademica[6].

Il volgare è per il sommo poeta un amico necessario, la cui diffusione sarà inevitabile; è strumento, luce e sole, della nuova cultura.

Il trattato si conclude con la sottolineatura del ruolo e della responsabilità morale dell’intellettuale.

Nel secondo trattato per spiegare la prima canzone dell’opera, “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete” (il poeta si riferisce agli angeli del cielo di Venere)[7] afferma che vi sono quattro “sensi[8] per interpretare una lirica:

1) lettera­le (relativo al senso “che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti“),

2) allegorico (che svela il senso “che si nasconde sotto ’l manto di queste favole“),

3) morale (che riguarda il significato “che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitate di loro e di loro discenti“) ,

4) anagogico o sovrasenso (relativo al senso che scaturisce “quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora sia vera eziandio nel senso letterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria“: si tratta di un sovrasenso spiritua­le)[9].

Gli ultimi due “sensi” sono di fatto da Dante trascurati[10]; in realtà essi sono soltanto un pretesto per varie disquisizioni stori­che, filosofiche, teologiche, che però non hanno mero carattere compilativo, come in altre opere dell’epoca.

Ricollegandosi all’episodio narrato in Vita Nuova (XXXV-XXXIX), Dante racconta come tre anni dopo la morte di Beatrice si fosse innamorato di una “donna gentile”.

Diviso tra la memoria della “gloriosa” e la nuova passione per questa donna, il poeta aveva allora invocato in suo aiuto gli angeli del terzo cielo con la canzone “Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete“.

Il primo verso della canzone fornisce a Dante lo spunto per esporre la sua concezione astronomica, tolemaica e cristiana dei cieli.

Di seguito si diffonde sulle due beatitudini dell’umana natura: quella attiva (nella vita civile) e quella contemplativa (che il poeta ritiene superiore); ed infine fornisce indicazioni sui divini motori e sulle gerarchie angeliche.

Per agevolarne l’esegesi, il testo della canzone viene diviso in tre parti: l’invocazione del poeta alle intelligenze angeliche del cielo di Venere (stanza I), la rappresentazione della “battaglia di pensieri” che si combatte nel cuore di Dante (stanze II-IV), il congedo (stanza V) [II].

Dopo una lunga digressione dedicata alla descrizione dei cieli (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle fisse, Primo Mobile, Empireo) [III] e delle intelligenze immateriali che presiedono al loro movimento (ripartite in tre gerarchie di tre ordini ciascuna: 1. Angeli, Arcangeli, Troni; 2. Dominazioni, Virtù, Principati; 3. Podestà, Cherubini, Serafini) [IV-V], la spiegazione letterale del testo prosegue fino al congedo, interrotta soltanto da una breve digressione sull’immortalità dell’anima[11] [VI-XI].

Esaurito il primo livello di lettura, l’interpretazione allegorica esordisce rivelando nella “donna gentile” la personificazione della Filosofia, al cui studio Dante si era applicato dopo la morte di Beatrice, quando aveva cominciato a frequentare “le scuole de li religiosi e le disputazioni de li filosofanti” [XII][12]: il poeta conclu­de affer­man­do che l’unica donna amata dopo Beatrice è quella che Pitagora chiama Filosofia.

 La filosofia di cui Dante discute nel Convivio è quella aristotelica (anche se D. conobbe molto bene anche quella platonica), penetrata in Europa a partire dalla metà del Duecento per il tramite della cultura araba, e poi tradotta in latino.

 Fonti del Convivio sono pure le enciclopedie, le grandi «summae» del sapere medievale, i padri della Chiesa, Agostino con le sue Confessioni, il Boezio del De consolatione philosophiae, Seneca, i commenti di impostazione sia tomistica (seguita soprattutto però nella Commedia) sia «radicale» (più seguita nel Convivio[13]), vale a dire averroistica, all’Etica Nicomachea e alla Politicadi Aristotele[14], nonché i commenti ad Aristotele di Alberto Magno.

Già nella Vita Nova era testimoniata la nascita in Dante di un interesse per la filosofia sotto la veste allegorica della «donna gentile giovane, e bella molto» oggetto per qualche tempo del suo amore dopo la morte di Beatrice.

Nel secondo trattato del Convivio l’autore evoca esplicitamente, l’incontro con questa donna «savia» che compare nella parte finale, della Vita Nova e che presenta molte analogie con la donna gentile e «saggia» della canzone del secondo trattato, Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete.

Nel Convivio la filosofia aristotelica non è subordinata alla teologia; l’opera è dunque una diretta testimonianza di una fase nuova, nella vita e nel pensiero di Dante: un momento in cui egli non sente il bisogno di affidarsi a forze divine, per raggiungere la conoscenza.

La felicità terrena è data dalla saggezza: è una visione per molti aspetti eterodossa (in quanto propria dell’aristotelismo più radicale), soprattutto uno dei concetti chiave per intendere meglio l’altra operazione tentata con i1 Convivio.

Nel quarto trattato (XVII, 8) Dante riprenderà, in proposito, la definizione che di felicità aveva dato Aristotele: «felicitade è operazione secondo virtude in vita perfetta»; e noi sappiamo che in Aristotele la vita perfetta risiedeva nell’attività speculativa, ossia nell’attività della parte, più nobile dell’uomo, l’intelletto.

Tuttavia, tanta fiducia nella filosofia umana, nel quarto trattato, ci appare entrata in crisi.

Nel III trattato troviamo ancora il commento alla canzone “Amor che nella mente mi ragiona” ; il poeta canta le lodi della nuova amata, la filosofia, conforto della mente, simbolizzata dalla “donna salvifica” (in altre parole Beatrice) e quindi fornisce la spiegazione allegorica della figura di Beatrice.

Premesso che la canzone in lode della “donna gentile“, Amor che ne la mente mi ragiona, è stata scritta per dimostrare l’eccellenza di questa donna e, nel contempo, per stornare dal poeta il biasimo di quanti lo potrebbero accusare di aver tradito la memoria di Beatrice, Dante divide il testo della canzone in tre parti: proemio (stanza I), lode della “gentile” (stanze II-IV), congedo (stanza V) [I].

Nell’intraprendere la spiegazione letterale del testo anche il proemio viene suddiviso in tre parti, riguardanti, nell’ordine, l’ineffabilità del tema (la lode della “gentile“), l’insufficienza del poeta nel trattarlo, la giustificazione di tale insufficienza che non può addebitarsi a colpa del poeta [II-IV].

Ugualmente tripartita è la seconda parte della canzone: alla lode della “gentile” condotta “interamente e comunemente, sì nell’animo come nel corpo” (stanza II), segue la “laude speziale de l’anima” (stanza III) e la “laude speziale del corpo” (stanza IV).

La spiegazione del v. 19, “Non vede il sol, che tutto ’l mondo gira“, offre lo spunto per una complessa digressione cosmologica dedicata alla terra, centro dell’universo, e all’alternanza del giorno e della notte, con relativa dimostrazione del fatto che “per lo divino provedimento lo mondo è sì ordinato che, volta la spera del sole e tornata a un punto, questa palla dove noi siamo in ciascuna parte di sé riceve tanto tempo di luce quanto di tenebre” [V].

Dopo aver spiegato l’ordine gerarchico dell’universo, nonché il processo della conoscenza nei termini di un rapporto causa-effetto [VI-VIII], giunto al congedo, anch’esso diviso in “tre particole“, Dante si preoccupa di chiarire l’equivoco che potrebbe ingenerarsi dall’accostamento di questa canzone, che esalta la “donna gentile“, a una sua “ballatetta” (Voi che savete ragionar d’amore), dove la stessa donna è dipinta come creatura “orgogliosa e dispietata“.

La contraddizione, solo apparente, è sanata riferendo le qualità opposte attribuite alla donna nei due testi non alla natura della “gentile“, ma alle sue diverse percezioni da parte del poeta. Per spiegare come ciò sia possibile Dante paragona questo fenomeno allo scarto che spesso si verifica tra la qualità costante della luce stellare e il grado variabile della sua percezione da parte dell’uomo.

Tali variazioni sono dovute sia al mutare delle condizioni atmosferiche, cioè delle condizioni del mezzo in cui si trasmette la luce, sia al variare delle capacità visive dell’uomo, più o meno acute a seconda delle circostanze [IX-X].

L’interpretazione allegorica della canzone ha inizio ribadendo l’identificazione della “donna gentile” con la Filosofia, il cui nome viene fatto risalire a Pitagora [XI].

Dopo aver definito i diversi gradi di partecipazione degli esseri alla filosofia e aver asserito che da essa sono esclusi gli angeli ribelli, mentre gli uomini vi accedono nei rari momenti di speculazione concessi loro dalla fisicità della propria natura [XII-XIII], Dante descrive separatamente le componenti di “amore” e di “sapienza” che concorrono alla definizione del concetto di “filosofia”, per poi finire spiegando che gli attributi di “fera e disdegnosa“, da lui conferiti alla “donna gentile” nella ballata Voi che savete, erano scaturiti da difficili esordi del suo apprendistato filosofico [XIV-XV].

È questo trattato un inno alla mente umana, alla nobiltà della natura, alla filosofia attraverso cui l’uomo raggiunge la sua perfezione ed è appagato; ci sono però cose che si possono intendere solo con la fede e non con l’intelletto.

La filosofia è emanazione dell’amore di Dio, è uno strumento per arrivare, anche se non in terra, a Dio.

Il IV trattato verte sul tema della nobiltà ed è il più lungo: è diviso in due parti; nella prima D., prendendo spunto dalla canzone “le dolci rime d’amor ch’i’solia”, cerca di confutare alcune definizioni comuni di questo valore, mentre nella seconda cerca di dimostrare l’infondatezza della teoria per la quale la nobiltà deriverebbe dalla ricchezza e dai nobili natali

– Scritta “per riducere la gente in diritta via sopra la propria conoscenza de la verace nobilitade”, la canzone Le dolci rime d’amor ch’io solia, che rifugge il registro allegorico, è presentata come testo provvisto di sola chiosa letterale [I].

Dopo aver tracciato una mappa minuziosa delle partizioni della canzone, Dante ne inizia il commento dai versi che espongono, per poi confutarla, la definizione della nobiltà fornita dall’imperatore Federico II di Svevia: “antica richezza e be’ costumi“. Per dimostrare errata questa definizione, che il volgo aveva successivamente decurtato dell’”ultima particola”, cioè i “belli costumi“, Dante è costretto ad affrontare il tema dell’autorità imperiale e di quella filosofica (dato che l’opinione volgare sembrava suffragata dal giudizio di Aristotele, secondo il quale “quello che pare alli più, impossibile è del tutto essere falso“) [II-III].

Inizia così un’ampia digressione sui caratteri e i limiti dell’autorità imperiale, il cui fondamento è individuato in quella stessa legge di natura che impone all’uomo la realizzazione della propria felicità.

Poiché, infatti, condizione indispensabile al perseguimento di tale fine è vivere in una società giusta e pacifica, la necessità dell’Impero universale emerge dal fatto che soltanto esso può garantire pace e giustizia all’intera comunità umana.

Dopo aver dimostrato che a conferire l’ufficio imperiale a Roma e al popolo romano era stata la stessa Provvidenza divina, che attraverso un ordinamento politico unitario aveva voluto garantire, nell’imminenza dell’incarnazione del Figlio di Dio, un terreno di facile propagazione al verbo cristiano [IV-V], Dante passa a indagare in che cosa consista l’autorità filosofica e come essa, soprattutto nella persona di Aristotele, sia degna di fede e di obbedienza.

A una breve rassegna dedicata alle scuole filosofiche antiche (Stoici, Epicurei, Accademici, Peripatetici) fa seguito l’affermazione della complementarità di autorità imperiale e di autorità filosofica, fondata sul fatto che la prima senza la seconda è pericolosa e la seconda senza la prima è debole [VI].

Deplorata l’opinione popolare, che considera la nobiltà un retaggio di famiglia, per spiegare in cosa consista la vera “gentilezza” Dante ricorre alla parabola dell’uomo, che dovendo attraversare un territorio i cui sentieri sono stati completamente nascosti dalla neve, sebbene edotto sul giusto percorso dalle orme di qualche savio che lo ha preceduto, prende una strada sbagliata e “tortisce per li pruni e per le ruine“.

Se il primo che ha percorso rettamente quel cammino può essere considerato “valente” (e dunque nobile), l’altro, che malgrado l’esempio ha tralignato, è da considerare uomo “vilissimo” (ovvero discendente degenere) [VII].

Una volta dimostrato che dissentire da Aristotele e da Federico II non significa, riguardo allo specifico argomento trattato, mancare di rispetto all’autorità filosofica e a quella imperiale [VIII-IX], Dante contesta l’identificazione di nobiltà con “antiche richezze” prima di tutto perché queste, lungi dal dare o togliere nobiltà, sono beni spregevoli, sia considerando i modi in cui si acquistano, sia considerando l’insaziabile avidità che ingenerano in chi le possiede [X-XIII]; secondariamente perché il tempo, insito nella nozione di antichità, non può generare nobili prosapie, e ciò in virtù della stessa impossibilità, asserita dal volgo, che da un padre vile possa nascere un figlio nobile.

Delle due dunque l’una: o la nobiltà non esiste, oppure (affermazione contraria sia alla filosofia che alla religione) gli uomini non sono discesi da un unico progenitore (il che li farebbe tutti indistintamente nobili o villani) [XIV-XV].

Passando alla pars construens del trattato, dopo aver presentato la nobiltà come “perfezione di propria natura in ciascuna cosa” e dunque come una qualità ad appannaggio non esclusivo degli uomini ma di tutti gli esseri viventi e non viventi, Dante contesta l’etimologia di “nobile” da nosco a favore di quella che fa derivare l’aggettivo da non vile, per poi dichiarare che la natura della nobiltà umana si valuta dai suoi frutti, che sono le virtù morali e intellettuali [XVI]. Dopo aver presentato sulla scorta dell’Etica aristotelica le 11 virtù morali (Fortezza, Temperanza, Liberalità, Magnificenza, Magnanimità, Amativa d’onore, Mansuetudine, Affabilità, Verità, Eutrapelia, Giustizia) e aver affermato la superiorità, su di esse, delle virtù intellettuali (e conseguentemente della vita contemplativa su quella attiva) [XVII-XIX], Dante definisce la nobiltà umana dono individuale e non dote di schiatta, in quanto “seme di felicità messo da Dio nell’anima ben posta” [XX].

L’infusione da parte di Dio di questa “bontate” nell’anima umana offre lo spunto sia per esporre il processo della generazione dell’anima nel feto, sia per parlare dei doni elargiti dallo Spirito Santo all’anima ben disposta a riceverli [XXI].

Definita la nobiltà “seme” di felicità, Dante distingue due forme di felicità, connesse, rispettivamente, alle operazioni pratiche e a quelle speculative in cui si esplica l’attività razionale [XXII].

Il seme della nobiltà germoglia negli individui producendo in ciascuna delle quattro età umane diverse “perfezioni“: obbedienza, soavità, vergogna e adornezza corporale nell’adolescenza [XXIII-XXV], temperanza, fortezza, amore, cortesia e lealtà nella gioventù [XXVI], prudenza, giustizia, larghezza, affabilità nella “senettute” [XXVII], mentre ciò che rende perfetta l’anima nell’ultima età, quella del “senio“, è il fatto che essa ritorna a Dio benedicendo il cammino compiuto durante la propria vita terrena [XXVIII].

Finalmente, ribadito che la nobiltà è una dote individuale e che le stirpi possono dirsi nobili solo in virtù della “gentilezza” dei loro membri, il trattato si chiude con un breve commento del congedo [XXIX-XXX].

Il Convivio a questo punto si interrompe: si è detto che D. abbia abbandonato un progetto che non lo soddisfaceva più (la prosa non gli è molto congeniale) ma forse il vero motivo sta nel fatto che come abbiamo rilevato più sopra D. perde fiducia nella forza della filosofia e quindi preferisce tornare alla prospettiva teologica della Vita Nuova.

Constatata l’impossibilità di una simbiosi fra le due sfere del sapere, Dante sembra avviarsi verso la netta separazione della filosofia umana, che comporta la felicità terrena, dal sapere teologico, fonte di felicità immortale.

La forte tensione intellettuale di stampo aristotelico « radicale» che pervadei primitre trattati sembra attenuarsi nell’ultimo, che secondo alcuni studiosi sarebbe stato composto quando ormai l’autore stava scrivendo la Commedia.

In effetti, il ritorno all’autorità delle Sacre Scritture, e a San Tommaso, i temi e le ideologie anche politiche contenute nel quarto trattato, lo avvicinano certamente alla Monarchia o alla Commedia.


[1]  I1 cenno nel trattato introduttivo al proposito di scrivere il De vulgari eloquentia ci permette di ipotizzare per la composizione del Convivioglianni intorno al 1303-04, quando Dante esiliato visse a Forlì e a Verona. Tuttavia, è probabile che la stesura abbia conosciuto pause e riprese; il quarto trattato potrebbe addirittura essere stato composto negli anni 1306-1309, quando Dante si trovava in Toscana.

[2] E quindi a chi non ha potuto addottrinarsi; chi non ha saputo o voluto è per D. irrecuperabile.

[3] Dante stesso all’inizio del I trattato contrappone il Convivio, opera “temperata e virile” dell’età matura, alla Vita Nova, il libello giovanile “fervido e passionato” (che il poeta dichiara di non voler rinnegare in alcuna sua parte).

[4] <<Per i nobili, uomini e donne, che sono in più gran numero e degni dell’alto beneficio del sapere: e questi nobili sono principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente, non solamente maschi, ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari, e non litterati>> (I, IX, 3-5).

[5] Dopo aver constatato che tutti gli uomini aspirano naturalmente al sapere in quanto fonte di somma felicità, Dante individua due generi di cause che possono precludere all’uomo l’accesso alla scienza. Il primo genere è rappresentato da alcune limitazioni intrinseche alla natura umana, riguardanti sia il corpo (impedimenti fisici come sordità, mutismo ecc.), sia l’anima (impedimenti morali, consistenti in “viziose delettazioni” che inducono a disprezzare il sapere). L’altro genere di cause, per così dire esterne all’uomo, è costituito dalla necessità e dalla pigrizia. La prima, costringendo l’individuo a provvedere ai bisogni della famiglia e della comunità, lo tiene lontano da “l’ozio di speculazione“, l’altra, ingenerata da un ambiente sociale intellettualmente povero e poco stimolante, lo rende refrattario agli studi. Proprio ai pigri e agli uomini impegnati nelle cure familiari e civili Dante dedica il “generale convivio“, ovvero banchetto di sapere, che si appresta a imbandire nella sua opera.

[6] Dante spiega, in base a tre ragioni, perché nella chiosa (spiegazione) ai testi abbia usato il volgare anziché il latino. La prima ragione è costituita dalla “cautela di disconvenevole ordinazione“. Considerata la superiorità del latino rispetto al volgare una chiosa scritta nella lingua della “grammatica” sarebbe stata sconveniente perché avrebbe assunto un ruolo prevaricante, anziché diservizio, rispetto ai testi in volgare [V]. D’altro canto, il bilinguismo dell’opera avrebbe potuto comprometterne la fruizione integrale, dato che alcuni lettori, ignari del volgare del (così definisce Dante il latino), avrebbero potuto accedere al commento ma non alle canzoni, mentre altri, ignari di latino, avrebbero compreso i testi e non la chiosa [VI]. L’adozione del volgare porge dunque il commento a un pubblico più ampio, comprensivo sia di “litterati” che di “illitterati” [VII]. La seconda ragione dell’uso del volgare è la “prontezza di liberalitate“, ovvero la spontanea generosità. Tale generosità deve rispondere a tre condizioni: il “dare a molti“, il “dare utili cose” e il dare “senza esser domandato” [VIII]. Tutte queste condizioni risultano pienamente soddisfatte dal volgare, che è, infatti, lingua compresa da molti e perciò utile a condurre “a scienza e a virtù” anche gli “illitterati“. Per il lettore del Convivio, inoltre, la chiosa in volgare rappresenta certamente un dono inatteso (e dunque non richiesto), in quanto tale lingua non è mai stata usata per un commento [IX]. La terza ragione dell’adozione del volgare è il “naturale amore a propria loquela“. Come tutti gli amori esso si esplica in tre atteggiamenti: “magnificare l’amato” (cosa che Dante fa mostrando il volgare capace di esprimere alti contenuti concettuali), “essere geloso di quello” (gelosia che spinge il poeta ad adottare questa lingua per cautelarsi contro gli eventuali cattivi volgarizzamenti di cui sarebbe stato oggetto un commento latino) e “difendere lui” (comportamento che Dante mette atto attaccando coloro che preferiscono al volgare del sì le lingue d’oc e d’oïl) [X]. Dopo una digressione sull’infamia di quegli italiani che disprezzano il loro volgare [XI], Dante riconduce l’origine del suo amore per la lingua appresa dalla nutrice sia a “prossimitade” e “bontade“, che sono dette “cagioni d’amore generative“, sia a “beneficio“, “studio” e “consuetudine“, cioè “cagioni d’amore accrescitive“. Il volgare, infatti, è una lingua non solo al poeta “prossima più che l’altre“, ma anche “buona” a “lo bene manifestare dei concetti” [XII]. Dal volgare, inoltre, egli è stato beneficato, perché da esso ha ricevuto il dono della vita (in quanto è stato “congiungitore de li suoi generanti che con esso parlavano“) e dell’esser buono (dato che il volgare è stato il suo “introduttore … ne la via di scienza“). Infine, attraverso il suo “studio” di poeta, Dante, che con il volgare ha avuto sempre “consuetudine, ha cercato di provvedere alla conservazione di questa lingua, conferendole “con numero” (delle sillabe nel verso e dei versi nelle strofe) e “con rime” quella stabilità che le mancava [XIII].

[7] In cui è centrale e drammatico il contrasto tra il ricordo dell’amore per Beatrice e l’amore per la filosofia, la donna pietosa della Vita Nova e non del tutto assente nelle Rime.

[8] Il poeta riprende l’uso dei commentatori medioevali di voler interpreta­re in un primo tempo gli autori pagani e successivamen­te le Sacre Scritture.

[9] D. prende ad esempio l’interpretazione delle vicende bibliche legate all'”Esodo” degli Ebrei: il senso letterale si riferisce alla realtà storica dell’Esodo degli Ebrei dall’Egit­to, mentre gli altri tre si riferiscono ai signifi­cati che Dio, dettatore delle Scritture, ha voluto annettere al fatto, per cui “Esodo” significa la redenzione di Cristo (allego­ri­co), il passag­gio dal peccato alla grazia (morale), l’uscita dalla corruzione corporale per raggiunge­re la gloria eterna (anagogico).

[10] Dante stesso dichiara che procederà, nella chiosa delle canzoni, esponendo prima il sensoletterale e poi quello allegorico, mentre si occuperà degli altri due solo sporadicamente [I].

[11] Gli unici rivelatori dell’immortalità sono per D.: la speranza degli esseri umani, la divinazione, i passi delle Sacre Scritture da cui essa si evince.

[12] La decodificazione allegorica di cielo (v. 1) come “scienza” innesca un elaborato parallelismo tra cosmologia celeste e le discipline del sapere umano. In virtù di esso ai primi sette cieli vengono fatte corrispondere le arti del Trivio (Grammatica, Dialettica, Retorica) e del Quadrivio (Aritmetica, Musica, Geometria, Astrologia), al cielo delle stelle fisse la Fisica e la Metafisica, al Primo Mobile la Scienza Morale e all’Empireo la Teologia [XIII-XIV]. Dall’equivalenza allegorica del terzo cielo con la retorica discende, infine, l’attribuzione del ruolo di “intelligenze motrici” di quella disciplina a Boezio e Cicerone, i primi autori che con le loro opere avevano avviato Dante allo studio della filosofia [XV].

[13] Soprattutto nell’opinione che la filosofia possa essere del tutto indipendente dalla fede e produrre grande felicità a livello intellettuale. Tuttavia D. non dichiara mai la sua adesione all’averroismo, e in seguito abbandona completamente questa dottrina.

[14] Tra questi ultimi, spiccano quelli dei filosofi dell’università di Parigi Boezio di Dacia e Sigieri di Brabante, averroisti già condannati dalla Chiesa come eretici;  Dante pone il Brabante nel Paradiso con Tommaso d’Acquino ed Alberto Magno, dimostrando grande apertura intellettuale.

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L’antica rosa esiste solo nel nome: noi possediamo nudi nomi – Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. (Umberto Eco, frase finale del Nome della rosa che cita Bernardo di Cluny)

Paolo Brogelli Photography

La poesia nella natura

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Strumentisti di Parole/Musicians of words

valeriu dg barbu

©valeriu barbu

Il mio giornale di bordo

Il Vincitore è l'uomo che non ha rinunciato ai propri sogni.

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L'innocenza non ha ombre

existence !

blog de philosophie imprévisible, dir. Jean-Paul Galibert

mediaresenzaconfini

ADR a 360 gradi Conciliazione, mediazione , arbitrato, valutazione neutrale, medarb e chi ne ha più ne metta

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