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Cenni sulla vita di Dante Alighieri


All’interno della scuola stilnovista il personaggio di maggior spicco insieme a Guido Cavalcanti è sicuramente Dante Alighieri.

Il sommo poeta nasce a Firenze tra il 21 maggio ed il 20 giugno del 1265[1]; appartiene alla piccola nobiltà fiorentina ed è figlio di Alighiero di Bellinciona (commerciante di parte guelfa: forse cambiavalute)[2] e di Donna Bella degli Abati.

Perde la madre a cinque o sei anni[3]  e viene allevato dalla seconda moglie di Alighiero, monna Lapa di Chiarissimo Cialuffi, che gli dà anche un fratellastro Francesco[4] ed una sorellastra Gaetana o Tana.

A nove anni probabilmente si invaghisce di Beatrice che amerà pienamente soltanto verso i diciotto anni.

Nel 1277, appena dodicenne, viene destinato sposo a Gemma Donati che effettivamente prese in moglie dopo il 1283[5] quando morì suo padre, Alighiero.

Dal matrimonio con Gemma nacquero quattro figli: Pietro, Jacopo, Antonia[6] e forse Giovanni.

 Sempre nel 1283 D. inizia forse le sue Rime che concluderà con tutta probabilità nel 1307.

 Niente sappiamo sui suoi primi studi: forse fu autodidatta[7].

Secondo alcuno ebbe la possibilità di dedicarsi agli studi presso i frati francescani di Santa Croce, dove apprese le arti del Trivio (grammatica, logica, retorica) oltre alla pratica delle armi e all’addestramento negli altri esercizi cavallereschi

A diciotto anni  Dante diviene amico di Guido Cavalcanti che divenne in qualche modo suo maestro insieme a Brunetto Latini (Inf. XV v. 82-87).

Dalle sue opere si ricava che conosceva la poesia provenzale, quella siciliana[8], la latina[9] e la lirica volgare italiana nei testi della Scuola siciliana e di Guittone D’Arezzo (che in seguito criticò); imparò probabilmente a disegnare, a dipingere e a leggere la musica.

Nel 1287 forse si recò a Bologna alla celebre università (dove approfondì probabilmente gli studi giuridici), ma non risulta che abbia conseguito alcun titolo accademico.

 Morta Beatrice l’8 giugno del 1290 D. si gettò nello studio della filosofia (lo afferma chiaramente nel Convivio che tale studio durò trenta mesi) e approfondì lo studio dei filosofi pagani come Severino Boezio (De conso­latione philosophiae) e Cicerone (De amicitia e De Officiis), suo autore preferito.

In tre anni di studio intensissimo (v. una certa interpretazione delle cosiddette rime petrose) coltiva la filosofia aristotelica[10]: in Santa Maria Novella approfondisce la corrente tomistica, insegnata dai frati domenicani, e quella mistica di Bonaventura impartita dai France­scani in Santa Croce[11].

Beatrice sulla vetta del purgatorio rimprove­rerà a Dante questi anni di traviamento filosofico-religioso.

Giova ricordare che dopo il 1280 la popolazio­ne di Firenze si divide in due classi: i Magnati, cioè i nobili, e le Arti, cioè i borghesi, che sono divise in dodici categorie e si distinguono in Arti maggiori di calimala, della lana, della seta, dei giudici e notai, dei medici e speziali, dei banchieri-cambiavalute, dei pellicciai (cioè il popolo grasso), e Arti minori, che ricomprendono il popolo minuto: beccai, calzolai, maestri di pietra e legnami, fabbri, rigattieri.

L’11 giugno del 1289  D. combatte come “feditore”[12] a Campaldino[13] contro gli Aretini ed i Ghibellini di Toscana ed è sicuramente presente alla resa del castello di Caprona[14], ove combatterono Fiorentini contro Pisani.

 Dopo la battaglia di Campaldino i Guelfi[15], specie in relazione a dissensi sulla politica estera, si dividono a loro volta in due fazioni che si combattono tra loro una volta tornati in Firenze e che fanno capo a Vieri dei Cerchi (partito dei Bianchi)[16] e a Corso Donati (partito dei Neri)[17].

 Dante appartiene politicamente ai Cerchi (Bianchi), meno abili ma anche meno facinorosi.

 La sua fazione è, infatti, perdente: le Arti sono governate dalla alta borghesia, cioè, dal popolo grasso (i Neri).

Nel 1293 gli Ordinamenti di Giano della Bella[18] stabilirono che le cariche pubbliche potessero venire occupate solo da cittadini iscritti alle Arti, e con ciò si escludevano implicitamente i nobili, che per orgoglio di casta si astenevano dalle attività produttive e affaristiche e non volevano quindi iscriversi a nessuna Arte.

Nel momento in cui D. si avvia sulla scena politica, gli Ordinamenti, che erano nati per favorire la parte popolare (cfr. l’istituzione del gonfalone di giustizia), finiscono per favorire anche quei nobili che accettino di iscriversi alla Arti: cosa che è incentivata dal fatto che, tra il 1293 ed il 1295, popolo grasso e nobiltà si alleano.

Dopo aver onorato nel 1294 Carlo Martello[19] che gli promise protezione ed aver ultimato la composizione della Vita Nuova, iniziata nel 1290,  D., nonostante appartenesse alla piccola nobiltà bianca (e quindi dovesse sentirsi ostile, come ad es. il Cavalcanti, agli Ordinamenti), si iscrive all’ordine degli Speziali, onde ricoprire alti uffici comunali.

Ciò consente al poeta di rivestire vari ruoli a livello politico: farà parte del Consiglio del Capitano del Popolo dal 1295 al 1296; sarà tra i Savi che eleggono il Priore di Firenze; rivestirà la carica di ambasciatore presso il Comune di San Gimignano per trattare affari della lega guelfa nel 1300, anno in cui rivestirà (dal 15 giugno al 15 luglio) anche la carica di Priore[20]; farà parte del Consiglio dei Cento (1301) ove parlerà a sfavore della continuazione della guerra a fianco di Bonifacio VIII contro gli Aldobrandeschi.

Sul finire del 1200 Bonifacio VIII invia il cardinale Matteo di Acquasparta a Firenze, ufficialmente per far da paciere tra le fazioni (bianca e nera) in lotta, ma in realtà per approfittare della debolezza della città ed estendere su di essa la sua ingerenza.

Nel 1300 scoppiano dei violenti tumulti: i Magnati (i nobili) cercano di attentare addirittura ai Priori e gli stessi (tra cui troviamo anche Dante) esiliano i capi fazione, Corso Donati[21] (per i Neri) e Guido Cavalcanti, bianco e come già detto, amico e maestro di Dante.

Non avendo il cardinale Matteo di Acquasparta ottenuto alcunché lascia Firenze nell’agosto lanciando l’interdetto; Dante si reca a Roma per supplicare il Papa di levare l’interdetto.

Nel 1301 sta per giungere in Firenze il principe francese Carlo di Valois richiesto da Bonifacio VIII ufficialmente per pacificare la città ma in realtà per occuparla.

Dante è a Roma ed il Papa lo trattiene, forse con l’inganno: comunque sia il poeta non rientrerà più in Firenze.

Nel novembre del 1301 il principe Carlo di Valois entra in Firenze: i Neri, con Corso Donati rientrato in Firenze, si abbandonano a saccheggi ed uccisioni, l’8 novembre eleggono Podestà Cante Gabrielli, per processare e condannare i capi Bianchi e prendono il governo.

Nel 1302 il padre di Petrarca e Dante[22] vengono esiliati dal predetto Gabrielli[23]; in quest’anno troviamo D. a difendere la fortezza di Serravalle Pistoiese e poi a Forlì nel 1303; nel frattempo il poeta cerca anche di rientrare in Firenze con la forza ed i Guelfi nell’occasione decidono – Dante dissenziente – di appoggiarsi ai Ghibellini ma il tentativo non va a buon fine[24].

In condizione di mendicante D. si rifugia a Verona da Bartolomeo della Scala (1303).

 Gherardo da Camino lo ospita a Treviso tra il 1304 ed il 1306. Sempre nel 1304 il Poeta divenne per oscure ragioni inviso sia ai Bianchi che ai Neri.

 Nel 1306 lo troviamo a Sarzana come procuratore del marchese Francesco Malaspina per firmare un trattato con il vescovo di Luni.

 Nel 1307 e nel 1311 viene ospitato a più riprese nel Casentino dal conte Guido da Battifolle.

 Nel 1308 si reca a Lucca[25] e forse è a Parigi tra il 1309 ed il 1310.

 Nel 1310 quando Arrigo VII di Lussemburgo scende in Italia Dante spera non solo di rientrare in Patria ma che l’autorità imperiale restauri l’ordine; a questo proposito invia una lettera ai principi di Italia perché accolgano onorevolmente il “redentore mandato da Dio”.

Per tutta risposta Firenze si schiera contro Arrigo VII e quindi Dante scrive una dura missiva contro i Fiorentini ed un’altra lettera al monarca lussemburghe­se (che è a Brescia) perché muova guerra contro Firenze (a questo punto Dante viene totalmente escluso dalla possibilità di rientrare in Firenze).

Nel  1312 Arrigo cinge la corona imperiale, assedia Firenze ma muore a Buonconvento il 23 maggio del 1313: i sogni di Dante svaniscono.

Il poeta si reca quindi, sempre nel 1313, a Verona alla corte di Cangrande della Scala di cui esalta valore e generosità (XVII Par. v. 76 e ss.).

Nel 1315 Firenze concede un’amnistia a condizione che gli esuli paghino una multa e si offrano come pubblici peccatori al santo della città in una pubblica processione; Dante si rifiuta: viene confermata quindi la condanna a morte e la confisca dei beni; detti provvedimenti sono estesi anche ai figli del poeta.

Tra il 1319 ed il 1321 il poeta si reca con i figli a Ravenna da Guido da Polenta; qui compone il Paradiso.

Tornato da un’ambasceria a Venezia muore, per un attacco di malaria,  il 13 settembre del 1321 e viene sepolto nella chiesa di S. Francesco.

Nel 1483 Bernardo Bembo, pretore della Repubblica di Venezia gli fa costruire un mausoleo dove D. è tuttora sepolto.


 [1] Non sappiamo nulla di preciso sulla sua nascita se non quello che D. stesso scrive; L’anno lo ricaviamo nel modo seguen­te: nel prologo dell’Inferno afferma che nel 1300 (anno del Giubileo) era a metà della sua vita; nel Convivio D. dice che “lo punto sommo dell’arco della vita” è “ne li perfetti naturati” trentacinque anni, metà esatta dell’esistenza umana, la cui durata secondo le scritture, è di anni settanta; di conseguenza D. non può che essere nato nel 1265. Per quanto riguarda il mese, nel XXII canto del Paradiso (VIII cielo) D. afferma di aver respirato per la prima volta l’aria di Toscana quando il sole era entrato nella costella­zione dei Gemelli.

 [2] A parte il popolo romano (che fondò Firenze; Conv. I, III, 4) cui D. si sentiva di appartenere, il più antico antenato della sua casata fu per D. Cacciaguida vissuto nel 1100, fatto cavalie­re da Corrado III e morto, martire per la fede, in Terrasanta nella crociata del 1148. Quegli aveva sposato una donna di “val di Pado”(forse di Ferrara), Alighiera, da cui derivò il nome della famiglia. Da questa unione era nato Alighiero I (che D. pone tra i superbi nella prima cornice del Purgatorio), da Alighiero I nacque Bellincione, uomo politico di parte guelfa esiliato dopo la battaglia di Montaperti del 1260, e da Bellincione Alighiero II, appunto padre di Dante. Alighiero II svolgeva un’attività disonorevole per un nobile ed inoltre non rivestiva un ruolo importante dal punto di vista politico poiché, nonstante fosse guelfo, poteva risiedere in Firenze nonostante il governo della città fosse ghibellino (il primo governo guelfo instauratosi in Firenze ad opera del Popolo grasso, verso la metà del secolo, resse fino al 1260, quando i ghibellini fuorusciti, alleandosi con Siena e con Manfredi, riportarono la vittoria di Montaperti e ripresero momentaneamente il dominio in Firenze; solo nel 1266 in Firenze riuscirà ad imporsi nuovamente il dominio guelfo).

 [3] Alcuni sostengono tra i 5 e gli 8 anni, cioè tra il 1270 ed il 1273.

 [4] Più esperto di D. nel mondo degli affari lo aiuterà negli anni dell’esilio.

[5] Forse nel 1285.

[6]  che divenne forse Suor Beatrice del monastero di S. Stefano degli Ulivi a Ravenna.

[7] Le sue prime composizioni secondo il Contini sarebbero da ritrovarsi in due poemetti: Il Fiore e Detto d’amore, composti forse tra il 1285 ed il 1295.

[8] D. affermò che <<siciliana>> va definita ogni manifesta­zione poetica che precede la poesia sua e dei suoi amici (Guido Cavalcan­ti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni…) da lui definite, come già sappiamo, <<Dolce stil novo>>, di cui riconosce iniziatore Guido Guinizzel­li, definendolo <<…padre/ mio e de li altri miei miglior che mai/ rime d’amor usar dolce e leggiadre>> (Pg. XXVI).

[9] Approfondì certamente Virgilio (che cita come suo maestro più di duecento volte), Orazio, Ovidio, Stazio, Seneca, Giovena­le, Terenzio, (indirettamente) Plauto, Boezio, Claudiano, Persio.

[10] Di cui conobbe anche la interpretazione averroistica.

[11]  Approfondisce soprattutto Sant’Agostino, i padri della Chiesa ed i Mistici (ad es. Bernardo di Chiaravalle).

[12]  Cavaliere con armi leggere che aveva il compito di attaccare per primo il nemico.

[13] Ricordata nel canto XXII dell’Inf. ai vv. 4-5. Per assicurarsi libertà di movimento nei suoi commerci, Firenze dovette garantirsi il controllo dei passi appenninici, verso il Nord, e delle strade che la mettevano in contatto col mare e con 1’ltalia centro-meridionale. Perciò essa lottò contro Siena, e la batté a Colle Val d’Elsa nel 1269, e contro Arezzo, che sconfisse appunto a Campaldino nel 1289.

[14] Lo ricorda in Inf. XXI (vv. 94-96). Insieme a Pistoia, Pisa, che rappresenta l’ambìto “sbocco al mare”, deve subire l’egemonia economico-politica di Firenze nel 1293.

[15] Nel 1215 Buondelmonte dei Buondelmonti, rotto il fidanza­men­to con una figlia di Lambertuccio Amidei, viene ucciso il giorno di Pasqua mentre attraversa il ponte Vecchio sull’Arno. Autori dell’omicidio sono gli Amidei alleatisi per l’occasione con gli Uberti. In seguito a tale omicidio la città di Firenze si divide in due fazioni: i Guelfi che facevano capo alla famiglia Buondelmonti e i Ghibellini he invece parteggiavano per gli Amidei e gli Uberti.

[16]  Egli favorisce i Bianca al Governo di Pistoia e parteggia per il popolo minuto, per il popolo colto e per la piccola nobiltà avversa agli Ordinamenti di Giano della Bella del 1293.

[17] Il Donati rappresenta il popolo grasso insieme ai nobili potenti e si allea ben presto con Bonifacio VIII appoggiandone la politica teocratica e le continue ingerenze nella città di Firenze. I Neri  sono fautori di una politica estera decisamente aggressiva, che miri a stabilire il predominio di Firenze in Toscana e su buona parte dell’Italia centrale.

[18] Giano della Bella (Seconda metà del secolo XIII), politico fiorentino di famiglia aristocratica. Nella lotta politica all’interno del Comune di Firenze, si schierò con la fazione popolare. Ottenuta la carica pubblica di “priore” fu, secondo le cronache del tempo, tra gli estensori della riforma istituzionale detta appunto degli Ordinamenti di giustizia (1293), che escluse i magnati dalle cariche governative. Poco più tardi, però, la classe dei magnati strinse un’alleanza con il cosiddetto “popolo grasso” e Giano, trovatosi privo di sostegno, fu costretto a lasciare la città; nel 1295 si ritirò in esilio in Francia, dove morì.

[19]  Figlio di Carlo d’Angiò che nel 1263 era venuto in Italia chiamato dal pontefice ed aveva sconfitto Manfredi di Svevia a sua volta figlio di Federico II.

[20] Dopo la carica di podestà la carica di priore era la più prestigiosa del Comune. I Priori si dicevano a Firenze i rappresentanti elettivi delle Arti. I priori che governano Firenze, però, non sono eletti dal popolo e non rappresentano il popolo ma solo una minoranza di mercanti e di magnati.  Il Comune – a Firenze come altrove – è in ogni sua fase un regìme sostanzialmente oligarchico, fondato sul privilegio di questa o di quella classe.

[21] Che era parente di Dante, tramite la moglie Gemma.

[22]  Il 27 gennaio 1302 per le imputazioni di guadagni illeciti, di frode e di opposizione al pontefice. D. viene condannato a pagare una multa, a due anni di confino, al divieto a vita di partecipare al governo della città; non avendo pagato il 10 marzo fu condannato alla confisca dei beni e alla morte sul rogo se fosse stato catturato dall’autorità.

[23] Iniziano gli anni errabondi di Dante che però sono molto fecondi dal punto di vista letterario: comporrà il Convivio, il de Vulgari Eloquentia, la Monarchia e la Commedia.

[24] I fuorusciti bianchi vengono infatti sopraffatti sanguinosamente, il 29 luglio del 1304, alla Lastra alla Loggia.

[25] Tutte queste notizie sull’esilio si ricavano dalle lettere e dai trattati che riportano la firma del poeta.

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