Hybris e Dike nella Genesi come nel pensiero greco

Tutte le grandi letterature antiche hanno visto alla loro origine dei racconti mitici, attraverso i cui simboli l’uomo ha tentato di dare risposta alle sue infinite domande di carattere esistenziale.

Prendiamo in mano un brano della Genesi che ha il grosso difetto di essere molto conosciuto, a tal punto che quando lo si legge non gli si dedica tutta l’attenzione necessaria.

Genesi 3, 1-14

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: “E’ vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. Rispose la donna al serpente: “ Dei frutti dell’albero del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto : Non lo dovete toccare e non lo dovete mangiare, altrimenti morirete”. Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che qualora voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male”. Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito che era con lei ed anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e scoprirono di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”.  Rispose:”Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto”. Riprese: “Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?”. Rispose l’uomo: “La donna che tu mi hai  posta accanto mi ha dato dell’albero ed io ne ho mangiato”. Il Signore Dio disse alla donna: “ Che hai fatto?” . Rispose la donna: “Il serpente mi ha ingannato ed io ho mangiato”. Allora il Signore disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai”.

 Si tratta di un racconto mitico, di un brano che dietro alle facili movenze del racconto, con l’utilizzo di tecniche codificate e note agli uditori, esprime un pensiero teologico e filosofico tale da costituire la ricchezza del popolo che lo custodisce.

La Genesi presuppone come domanda Qual è l’origine del mondo? E subito dopo da tale quesito ne scaturisce un altro: perché, se tutto viene dalle mani di Dio che lo ha giudicato “buono”, c’è tanta disarmonia, sofferenza e morte? Genesi 1 e 2 ci descrive Adamo come una sorta di re nell’Eden, è sovrano nel mezzo del giardino in cui Dio lo ha collocato. Ma tutta questa onnipotenza ha un limite: Adamo è un uomo che deve render conto a Dio del suo operato; deve muoversi entro i confini che Dio ha tracciato per lui; (si pensi alla vicenda di Edipo) non può decider da sé ciò che è buono e ciò che è male per sé. Può solo liberamente e responsabilmente (si pensi ancora ad Edipo)  lasciarsi attirare, orientarsi al bene che un Altro (Dio) gli ha posto dinanzi come scopo del suo esistere. Accettare questa realtà significa per Adamo riconoscere il suo stato di creatura, la sua limitatezza, la sua non onnipotenza (e qui viene in mente la vicenda di Prometeo). Proprio in questo trova terreno fertile la tentazione: “Sarete come Dio”. Il desiderio di non dipendere; l’aspirazione di poter decidere in proprio la bontà del proprio agire (ancora un pensiero a Prometeo) , l’orgoglio di dominare l’universo; l’autocompiacimento di potersi definire come il numero uno (si ricordi Serse nei Persiani di Eschilo). Ma gli rode dover ammettere che le cause del suo esistere non dimorano dentro di lui: tanta onnipotenza si infrange contro la necessità di dover chiedere a Dio il proprio senso e il proprio fine. Adamo, numero uno del creato, ritiene di potercela fare da solo, di non aver bisogno di Dio. Il comando di Dio : “Non ne dovete mangiare” non viene letto come un atto di amore, come una premura di Dio nei confronti della sua creatura che non ha le forze per reggere il peso dell’universo, bensì come un timore da parte di Dio di perdere il suo primato nell’universo. Ed Adamo gioca male le sue carte: dal momento che su un unico universo non possono esserci due signori, decide di fare “un colpo di stato” e diventa così arbitro della situazione (si veda ancora Prometeo).

I serpente dice: “Qualora ne mangiaste diventereste come Dio, conoscendo il bene ed il male”.

L’uomo, collocatosi al posto di Dio, scopre che la signoria non è semplicemente un primato di onore, ma il fondamento dell’autorità, del valore delle cose, della piena conoscenza della realtà, dei suoi perché, del suo fine e dei percorsi per i quali ogni esistenza si realizza con pienezza. L’uomo si scopre così nudo, piccolo e in preda allo sconquasso per ciò che ha voluto provocare. Adamo scopre così quanto fosse meglio per lui obbedire (agire per mezzo di DIKE) piuttosto che voler usurpare il posto non suo (agire con HYBRIS), ma ormai è troppo tardi. Non gli rimane che celare la propria fragilità agli occhi di Dio prima nascondendosi e poi sarà lo stesso Dio a confezionargli degli abiti, una maschera che gli consenta di velarsi un poco. Un poco…

Ma soffermiamo un attimo la nostra attenzione su un particolare: in realtà ogni bimbo nasce nudo dal corpo nudo di sua madre, poi viene raccolto, lavato e lì finisce la sua nudità. Stupisce davvero come lo zelo umano possa battere la premura di Dio! Dio creatore si preoccupa per Adamo ed Eva di produrre per loro un ambiente favorevole, di dare un compagno l’uno all’altra, ma non cuce loro vestiti. La Bibbia sottolinea questa istrazione” divina: “erano nudi” e subito aggiunge “e non ne provavano vergogna” (l’aiskyne e l’aidos omerici!). Il vestito, che pure è qualcosa di esterno ha a che fare con qualcosa di profondamente intimo: la vergogna. Ci si muove sempre in ambito mitologico, dove le singole parole sono simboli che riportano a concetti universali.

Che cos’è la vergogna? (si pensi all’atteggiamento dell’Aiace di Sofocle) Nella Bibbia la vergogna è indicata come uno stato di disagio e di umiliazione che diviene motivo di profonda amarezza: le cause possono essere molteplici, ma tutte producono confusione, imbarazzo e bisogno di non apparire.

Adamo ha fatto così una scoperta imprevista: il limite umano è sopportabile solo sotto lo sguardo di Dio. Eliminato Dio, la nostra limitatezza si fa insopportabile. Più ci si allontana da Dio e più si sente il bisogno di coprirsi, di chiudersi in sé stessi, di mascherarsi e nascondersi a se stessi e agli altri. L’uomo avverte il suo nulla e desidera nasconderlo.

Giulia Del Giudice