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Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ventesima parte)


3. La condizione degli Ebrei nelle Leggi e Costituzioni del 1729 di Sua Maestà Vittorio Amedeo II

Nel 1723 venne messa a punto una compilazione di Costituzioni ma fu ravvisata imperfetta, ed un’altra se ne promulgò nel 1729, ovvero quella che si commenterà qui di seguito.

Le Costituzioni sono divise in sei libri; il primo riguarda  l’osservanza del culto cattolico e le soggezioni imposte agli Ebrei ed è propriamente oggetto del presente contributo; il secondo attiene alla giurisdizione dei magistrati supremi e dei tribunali inferiori; il terzo riguarda il procedimento da tenersi nelle cause civili; il quarto le leggi penali ed il procedimento in materia criminale; il quinto investe varie materie speciali, come le successioni, i fidecommessi, le tutele , le subastazioni[1] e le gride per le vendite dei beni, le enfiteusi, le prescrizioni, il privilegio per l’ampliamento delle fabbriche ed il passaggio delle acque, le transazioni, la celebrazione e la conservazione degli atti notarili; il sesto investe in ultimo la giurisdizione camerale, i feudi, i diritti regali, i privilegi fiscali e la legge d’Ubena[2].

Queste Costituzioni all’epoca non potevano considerarsi leggi generali; ma costituivano eccezione al sistema del diritto romano, che formava la base della legislazione del paese.

All’epoca si osservavano ancora come leggi particolari gli statuti locali approvati dal sovrano, e le decisioni dei magistrati.

Si vietava invece severamente agli avvocati di citare nelle loro allegazioni i pareri della dottrina[3].

Le disposizioni che commenteremo rimasero in vigore per secoli a partire almeno dal 1430[4], senza contare il fatto che sono per la maggior parte di derivazione romanistica: alcune verranno sostituite con discipline di analogo tenore da quelle codicistiche civili e penali emanate per il Regno di Sardegna tra il 1837, il 1839 ed il 1859 e transiteranno poi nella codificazione post-unitaria: la differenza più marcata tra le Costituzioni e le norme codicistiche risiede forse nel fatto che queste ultime non si riferivano ad una determinata etnia, ma regolavano solo una fattispecie a prescindere da chi la ponesse in essere: e ciò perché nell’Ottocento gli Ebrei divengono sudditi di Sua Maestà e nel 1848 con lo Statuto Albertino ottengono la pienezza dei diritti civili e politici.

Alcune disposizioni delle Costituzioni al contrario verranno specificamente e tristemente riprese dalle leggi razziali in epoca fascista, proprio con riferimento agli Ebrei: si pensi alle disposizioni sul divieto di famulato e sulla proprietà dei beni stabili.

Il Titolo VIII Capo I delle Leggi e costituzioni del 1729 è intitolato “Della segregazione degli Ebrei dai Cristiani”.

Gli Ebrei dovevano abitare obbligatoriamente in un ghetto che però non si trovava in tutte le città, ma solo in quelle ove gli Ebrei fossero tollerati; gli Ebrei che si trovassero in altri luoghi avrebbero dovuto recarsi entro un anno dalla pubblicazione delle Costituzioni, nei ghetti delle città ove erano appunto tollerati[5]. La norma era già presente negli Statuti Sabaudi del 1430.

La parola ghetto deriva dalla parola ebraica ghuoter che suona in italiano chiostro, o forse dai termini ghuazara o ghurororet che si possono tradurre con il vocabolo congrega.

La consuetudine già romana di assegnare case separate ai Giudei venne adottata anche nello Stato pontificio dal pontefice Paolo IV[6] in Roma ove una zona chiamata propriamente ghetto, ossia una strada separata, ma contigua alla città presso il Teatro di Marcello, venne istituita dal Pontefice il 26 luglio 1556 e Pio V provvide poi nel 1566 all’assegnazione delle case che stavano in quel perimetro[7]: la disposizione fu ripetuta da tutti i Papi sino a Pio IX che nel 1847 riaperse le porte di Roma agli Israeliti.

Regole simili si trovavano nella legislazione di Modena[8] ed in quella Toscana.

La ratio della segregazione stava nel fatto che si voleva evitare che i Cristiani abitando con gli Ebrei venissero a contaminarsi dei loro errori[9].

Durante la notte gli Ebrei dovevano restare dentro al ghetto pena una multa ovvero otto giorni di carcere[10], salvo il caso di incendio[11] sopravvenuto.

A Modena erano invece più “liberali” perché l’uscita era consentita in occasione di pubblici, o privati spettacoli, urgenze di traffico, e altri casi di necessità”[12].

Gli Israeliti dovevano inoltre tenere le porte chiuse e sotto la stessa pena non potevano far entrare o ricevere Cristiani[13].

A Modena addirittura nessun Ebreo poteva avere porta o finestra da cui si potesse uscire dal ghetto, a meno che la stessa apertura non fosse custodita con chiave da portinaio cristiano.

Le finestre che avessero il prospetto fuori dal ghetto dovevano avere la ferrata oppure essere alte da terra almeno sette od otto braccia.

Ogni Università ebraica doveva predisporre un’abitazione vicina al ghetto ove potesse risiedere il portinaio cristiano che doveva chiudere  i portoni pubblici al tramontar del sole e ad certi orari sigillare tutte le porte particolari[14].

Quanto alla ricezione di cristiani invece essa si riteneva possibile in Modena se fossero stati “medici, chirurghi, o levatrici in caso di bisogno, o altri assistenti in casa di malattia…”[15]

Nessun ebreo in Piemonte poteva abitare fuori del ghetto o prendervi bottega, pena una multa anche in capo all’affittuario[16]: il divieto non varrà però durante le pubbliche fiere e nei dieci giorni precedenti e successive ad esse[17].

Illustre dottrina annoterà nel 1834 che le regole sull’abitazione e sulle attività economiche erano insufficienti perché non si vietava agli Ebrei di dimorare o di aprire bottega nelle campagne[18].

Questa triste condizione muterà in parte solo in seguito. Le regie patenti del 24 maggio 1743 stabiliranno tuttavia che si potessero affittare terreni per porvi filature e locare stanze fuori dal ghetto per riporvi granaglie[19].

Un regolamento napoleonico stabilirà poi che un Ebreo debba avere “un negozio stabile ed aperto o che altrimenti non eserciti una professione”, pena il bando o la chiusura in una casa di lavoro a spese della Università ebraica sino a che egli non abbia imparato un mestiere che gli consenta di mantenersi[20].

L’art. 5 delle Regie Patenti 1° marzo 1816 disposero che “È agli Ebrei permesso di uscire per lo esercizio della mercatura e delle arti o dei mestieri, dai rispettivi ghetti, anche di notte tempo, con che però debbano rientrarvi prima delle ore nove di sera ed abbiano a munirsi perciò di una carta di pemissione[21] dell’Ufficio di Vicariato… da spedirsi loro gratuitamente[22].

(Continua)


[1] I procedimenti di vendita all’asta.

[2] Essa prevedeva, derogando alle leggi generali, che si potesse disporre per testamento dei propri beni a favore degli stranieri e che succedessero i viciniori di sangue in caso di successione ab intestato.

[3] V. F. SCLOPIS, Storia della legislazione italiana, volume secondo, op. cit., p 450.

[4] Si consideri che le prime norme in tutto rispettose del popolo ebreo giungeranno in Italia solo con la  Legge 8 marzo 1989, n. 101 (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., 23 marzo, n. 69). – Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.

[5] Il paragrafo 1 stabilisce che “Nelle città, nelle quali sono tollerati gli Ebrei, si stabilirà un Ghetto separato, e chiuso per l’abitazione di essi, e quelle famiglie, che si trovano sparse negli altri luoghi, dovranno un anno dopo la pubblicazione delle presenti andar’ ad abitare nelle dette Città, proibendo loro d’introdursi senza nostra licenza in quelle, nelle quali non sono per anco stati ammessi”.

[6] A dire la verità la Chiesa stabilì che i Giudei dovevano essere rinchiusi nel Ghetto in due concili del 694 tenuti in Toledo (il XVII ed il XVIII); per la precisione si dichiarò che gli Ebrei dovevano essere ridotti in schiavitù, rinchiusi nei ghetti, spogliati di ogni privilegio, soggetti alla confisca di ogni bene e messi nella condizione di non poterne più acquistare.  JEWS, Dissertazione sopra il commercio, usure, e condotta degli Ebrei nello Stato pontificio, op. cit. p. 6.

[7] V. G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, p. 38.

[8] V. il Titolo IX  del Codice estense del 26 aprile 1771.

[9] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 119.

[10] A Modena la multa era di 25 scudi (Tit. IX par. II del Codice estense del 26 aprile 1771).

[11] Il paragrafo 2 delle Leggi e costituzioni del 1729 parimenti presente nel 1430 recita: “Non usciranno dal Ghetto dal cadere sino al sorgere del Sole, se per avventura non si svegliasse in esso, o nelle di lui vicinanze qualche improviso incendio, o che altra simile giusta causa non li costringesse ad uscire, sotto pena di lire venticinque per ogni uno, e per ciascuna volta, e non avendo da pagarle, di giorni otto di Carcere”.

[12] Tit. IX par. VII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[13] Il paragrafo 3 inasprisce la segregazione: “Nel predetto tempo, che resta ad essi proibito il poter uscire dal Ghetto. Dovranno tenerne le Porte chiuse, e non ardiranno introdurvi, o ricevere alcun Uomo, o Donna Cristiana, sotto la pena sudetta”.

[14] Tit. IX par. V-VI del Codice estense del 26 aprile 1771.

[15] Tit. IX par. VIII del Codice estense del 26 aprile 1771.

[16] Il paragrafo 4 è attribuito a Rex Vitt. Amed.:Non potrà verun Ebreo prendere Casa, o Bottega fuori del Ghetto, né verun Cristiano potrà loro affittare, o subaffittarne, sotto pena per gli uni, e per gli altri di Scudi dieci d’oro”.

[17] Il paragrafo 5 pone dunque un’eccezione al paragrfo 4: “Ne’ luoghi però, ne’ quali si faranno le pubbliche Fiere, potranno i Padroni delle Case dare, e gli Ebrei prender’ in affitto Case, e Botteghe fuori del Ghetto senza incorso di pena alcuna per il tempo che dureranno esse Fiere, a anche per dieci giorni prima, che comincino, e dopo che saranno quelle terminate”.

[18] F. GAMBINI, Della Cittadinanza giudaica, op. cit. p. 87.

[19] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 91.

[20] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 56-57.

[21] Che ricorda tristemente l’attuale permesso di soggiorno per gli extracomunitari.

[22] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 120.

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