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IMITATIO, AEMULATIO ET VARIATIO NEI CLASSICI


C’è una leggera brezza che aleggia per il recinto sacro…tutto intorno meli e roseti sprigionano la loro fragranza e laggiù, in lontananza, si erge maestosa la bella statua di Afrodite: un blocco bianco di pregiato marmo lungo le cui venature un artista ha modellato le forme sinuose della venerata dea dell’amore…più a destra una colonna ai piedi della quale alcune fanciulle innalzano inni di preghiera alla dea al ritmo della musica, il capo cinto di ghirlande di viole e i morbidi colli adorni di corone intrecciate di fiori. E’ questa l’immagine di ciò che noi oggi definiremmo la “Lesbo bene”, l’ambiente aristocratico del tìaso che Saffo dirigeva con immensa passione, impegnata com’era ad educare alla vita matrimoniale le ragazze che le erano state affidate per renderle splendide mogli e future madri di uomini valorosi e degni di lode.

Proprio là, sotto quel porticato, Saffo scorge un uomo seduto accanto alla donna da lei amata[1]: è talmente fortunato quell’uomo a godere del sorriso della fanciulla che la poetessa lo paragona per beatitudine agli dei, mentre lei, là nell’angolo, così lontana dai due e così lungi dall’aurea beata che appartiene agli immortali, si strugge  e si consuma per una gelosia che viene espressa in tutta la sua sintomatologia. A poco a poco la vista di tanto graziosa ma dolorosa scenetta le fa sbalzare il cuore nel petto, provando il classico “tuffo al cuore” che le impedisce di parlare e le spezza la lingua (èaghe, dal verbo àgnumi che significa “rompere”, “spezzare”; àgma è infatti il “frammento”). Contemporaneamente un fuoco sottile le scorre sotto la pelle per lasciar poi spazio ad un freddo sudore che la possiede insieme ad un tremore, mentre la vista le si annebbia e le orecchie rimbombano ( Saffo utilizza un hapax onomatopeico con epirrhòmbeisi, “rombano”, “rimbombano”) lasciando sul volto un pallore verde erba: davvero è vicina a morire, mentre l’uomo che ammira la fanciulla che parla e ride, lo ripetiamo, è davvero simile agli dei immortali! E’ come se Saffo fosse consapevole di essere affetta dalla malattia d’amore, è vittima di Eros, un morbo incurabile dinanzi al quale non si può che chinare il capo…ricordate quel famoso esametro della decima egloga virgiliana? Omnia vincit Amor et nos cedamus Amori. In una concitata climax ascendente, la maestra del tìaso descrive la patologia amorosa contro cui nulla può, neppure parlare le è più possibile, eppure le sue parole sono diventate un vero e proprio topos letterario e Saffo ha fatto del suo dolore un esempio per quanti si siano cimentati a dare espressione all’aegritudo amoris: si pensi ad Apollonio Rodio che nel III libro delle Argonautiche (vv. 962-965) si ispira a questo celebre frammento di Saffo e nel ritrarre Medea alla vista di Giasone non può che sottolineare come “… il cuore le cadde dal petto, gli occhi si offuscarono ed un rossore caldo s’impossessò delle gote”; ed ancora il frammento viene richiamato da Teocrito, nell’idillio intitolato L’incantatrice (vv. 106-110), nel quale l’autore fa dire a Simeta “… diventai più fredda della neve, un sudore mi scorreva giù come gocce di rugiada e non potevo parlare…”; e non bisogna dimenticare  Longo Sofista che  nel romanzo Dafni e Cloe, nel descrivere la passione amorosa in Dafni (I 17,4), si rifà all’ode della poetessa di Lesbo e ne riprende i sintomi “… il volto era più verde dell’erba dell’estate…”.

Ma c’è anche un grande filosofo che aveva ben in mente i versi di Saffo: si tratta di Platone che, nell’elaborare le riflessioni contenute nel Fedro, tenne sicuramente conto di tutta quella tradizione lirica che lo aveva preceduto e che aveva definito l’eros come lusimelés (che scioglie le membra) e la riprende nella descrizione dei sintomi psicofisici provati dall’anima. Nel Fedro, infatti, Socrate si sofferma sull’irrazionalità del sentimento amoroso e, nel definire i quattro tipi di manie concesse agli uomini dagli dei come grandissimi beni, afferma che la mania amorosa è la più alta ed eccelsa, è il più alto degli invasamenti divini (249 E). Per caratterizzare la mania amorosa Platone insiste su sintomi ben precisi: colui che si trova dinanzi ad un bel volto che gli ricordi la Bellezza contemplata nell’Iperuranio dapprima rabbrividisce, poi un sudore (idròs, stesso termine usato da Saffo!) e un calore insolito lo invadono tutto e contemplando quel volto lo venera come un dio!( 251 A) E’ chiaro che Platone doveva avere ben presente la “patologia”amorosa enunciata da Saffo.

Anche la letteratura latina fornisce esempi di imitatio ed aemulatio nei confronti dell’ode di Saffo.

Non siamo più calati nell’ambiente elegante e raffinato del tìaso, ma siamo probabilmente all’interno di una domus romana dove un uomo, curvo su un rotolo di papiro che definirà libellum arida pumice expolitum, pensa a Clodia, la donna amata che chiamerà con il nome fittizio di Lesbia, con evidente riferimento alla grande poetessa di ambiente eolico. E proprio per espimere la sua sofferenza d’amore Catullo sceglie la via della traduzione, riprendendo dal modello anche il metro: la strofa saffica.[2]

Notevoli sono però le differenze tra i due testi. Innanzitutto nel carme LI di  Catullo viene celebrato un amore eterosessuale, a differenza di quanto descritto da Saffo. Quell’ille non ben definito, in posizione enfatica e in anafora, che siede dinanzi a Lesbia e spectat et audit supera iperbolicamente addirittura gli dei:  la sfera divina è presente per ben due versi con i termini deo e deos, quasi che il poeta volesse accentuare maggiormente grazie al poliptoto e alla variatio la beatitudine di quell’uomo rispetto alla sua condizione di miser…certamente anche Saffo doveva sentirsi misera, ma non si attribuisce alcun aggettivo, mentre Catullo si autocommisera per dar maggior rilievo alla sua posizione di inferiorità rispetto al rivale in amore. Fugaci pennellate dipingono Lesbia come dulce ridentem ed al poeta basta guardarla (simul aspexi) perché in lui si manifestino gli effetti del mal d’amore: la lingua s’inceppa (torpet, che letteralmente significa “irrigidirsi”, “perdere di sensibilità”), un fuoco sottile scorre sotto la pelle, le orecchie rombano (tintinant, con allusione all’onomatopea utilizzata da Saffo) e gli occhi sono annebbiati…troppo forse per un uomo. Catullo riconosce che  Eros  dolceamaro  (come l’aveva definito Saffo!) colpisce nel medesimo modo uomini e donne, non risparmiando le sue prede dai pathèmata irreparabili, ma in qualità di vir sente la necessità di alzare il capo, di sollevarsi da quell’otiosa frustrazione ed ecco che nell’ultima strofa tenta di trovare la forza di sottrarsi dal torpore spirituale, da quell’otium,  prettamente romano e lontanissimo dal modello greco, che lo avrebbe condotto a perdere, cioè a perire: chiaro riferimento al tethnàken saffico!…ma con la dovuta variatio: tale tematica non è infatti presente nell’ode greca, anche se essa è mutila dell’ultima parte e il frammento papiraceo non ci permette di leggere il componimento per intero.

Sempre a Roma, questa volta però non in strofa saffica ma nell’epico esametro, un altro autore contemporaneo di Catullo riflette sui devastanti effetti dell’amore sull’animus e sulla mens umana: è Lucrezio, che nel III libro del suo celeberrimo De Rerum Natura (vv. 152-156) osserva che “…quando la mente (mens) è scossa da un più forte timore, notiamo che tutta l’anima (animus) vi partecipa attraverso le membra ed in tal modo da tutto il corpo appaiono sudore e pallore (sudores palloremque), la lingua si spezza (infringi linguam) e la voce viene meno, gli occhi si annebbiano (caligare oculos), le orecchie rombano (sonere aures), le gambe si piegano…” e così dicendo spera, da buon epicureo, di allontanare dalla passione amorosa tutti coloro che volessero raggiungere la vera felicità! Ma purtroppo aveva ragione Virgilio e quando Eros colpisce non c’è rimedio per l’essere umano, la sua potenza è tale che l’uomo non può contrastarla in alcun modo.

Ed ora, dopo aver visitato il tìaso di Lesbo ed aver sbirciato nella domus di Catullo, spostiamoci in un luogo a noi più familiare, spulciamo  all’interno del labirinto della nostra esperienza, del nostro passato  fino a riportare alla luce  quel ricordo apparentemente sbiadito in cui Cupido scagliava le sue frecce inclementi in direzione del nostro cuore  facendolo bruciare di passione… fermiamoci un istante e riflettiamo su come il tema saffico dello sconvolgimento d’amore riaffiori nel nostro  quotidiano, inevitabilmente, così da farci tremare come accadeva a Guido Guinizelli che dinanzi al saluto a lui rivolto dalla donna amata non poteva che riconoscere “… Amor m’assale …parlar non posso, ché ‘n pene io ardo/ sì come quelli che sua morte vede [3]…”

                                                                                                             Giulia Del Giudice

 SAFFO fr. 31 Voigt

A me pare uguale agli dei

chi a te vicino così dolce

suono ascolta mentre tu parli

 

E ridi amorosamente. Subito a me

il cuore si agita nel petto

solo che appena ti veda, e la voce

si perde sulla lingua inerte.

 

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,

e ho buio negli occhi e il rombo

del sangue alle orecchie.

 

E tutta in sudore e tremante

come erba patita scoloro:

e morte non pare lontana

a me rapita di mente.

 

(Trad. S. Quasimodo)


CATULLO carme LI

Ille mi par esse deo videtur

ille, si fas est, superare divos

qui sedens adversus identidem te

spectat et audit

dulce ridentem, misero quod omnis   

eripit sensus mihi: nam simul te,

Lesbia, aspexi, nihil est super mi

<vocis in ore>

Lingua sed torpet, tenuis sub artus

flamma demanat, sonitu suopte

tintinant aures, gemina teguntur

lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est:

otio exsultas nimiumque gestis:

otium et reges prius et beatas

perdidit urbes.


[1] Non deve stupire che nell’antica Grecia l’amore avesse valenze spiccatamente omosessuali. Saffo evidenzia bene nei suoi frammenti superstiti come fosse forte il legame spirituale tra lei e le sue allieve e come tale legame avesse una innegabile componente sessuale, come accadeva nelle eterie maschili tipiche della Grecia arcaica e classica.

[2] Quando parliamo di traduzione poetica dobbiamo pensare ad una vera e propria sfida del poeta traduttore che tenta di trasferire nella sua lingua, nel suo mondo, nel suo animo ed in quella che è la sua esperienza personale le emozioni e le vibrazioni di un altro animo: tutto ciò implica chiaramente una difficoltà di natura linguistica (non è facile la scelta lessicale, la fedeltà sintattica, il richiamare determinate figure retoriche!) ma il presupposto è quello di aver scelto un modello in cui il traduttore riflette il proprio stato d’animo e cerca con ogni espediente di renderlo personale e originale. Solo in tal modo si potrà parlare di traduzione poetica come vera e propria creazione artistica.

[3] Versi tratti  da Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo

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Una risposta

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