Parliamo di mediazione?

La commutatio loci (parte terza)

Per terminare la nostra riflessione sulla tematica della commutatio loci nel mondo romano, vi propongo la lettura di alcuni passi di Seneca, filosofo stoico vissuto sotto Nerone.

Nel secondo capitolo del dialogo De tranquillitate animi, Seneca risponde al suo interlocutore Sereno, che si sente insicuro interiormente e nauseato dalla vita. Nell’Epistula 2 ad Lucilium dichiara all’amico Lucilio la sua soddisfazione perché egli non si fa trascinare dal desiderio di cambiare sempre luogo o lettura. La lettera 28 ribadisce ancora una volta il concetto che viaggiare non fa guarire l’anima e la lettera 104 è in gran parte impostata sul discorso dell’inutilità del viaggiare per evadere da se stessi e dai mali che ci rendono tristi.

 “Perciò si intraprendono errabonde peregrinazioni e si corrono senza meta lidi remoti, ed ora per mare, ora per terra fa sue prove l’incostanza, ostile sempre al presente. “Ora andiamo in Campania” Ed ecco che annoiano le dolci mollezze: “Andiamo a visitare terre desolate: andiamo alle balza di Calabria e di Lucania!” Ma in mezzo ai luoghi deserti si cerca qualcosa di piacevole, nei quali poter confortare dal lungo squallore di orridi paesi gli occhi avidi di lusso: “andiamo al famoso porto di Taranto, al soggiorno invernale di più mite clima e alla terra ricca abbastanza anche per contenere l’antica folla”. “E’ tempo ora di volgere il cammino a Roma: da troppo tempo le orecchie non odono il fragore di plauso, giova ormai godere anche del sangue umano.” Dopo un viaggio se ne intraprende un altro e si muta spettacolo con spettacolo. Come dice Lucrezio “così ciascuno sempre fugge se stesso.” Ma che giova, se non sfugge? Segue se stesso e sta alle proprie calcagna, compagno insopportabile”. (De tranq. an. II, 13-14)

Ex his quae mihi scribi set ex his quae audio, bonam spem de te concilio: non discurris nec locorum mutationibus inquietarsi. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. ( Ep. 2,1)

“Da ciò che mi scrivi e da quel che sento dire ho buone speranze su di te: non corri qua e là né ti dedichi a irrequieti cambiamenti di luogo. E’ proprio di un animo malato questa agitazione:primo indizio di una mente equilibrata io considero il saper star fermo e trattenersi con se stesso.”

Anche Seneca quindi, come Orazio,  riprende il motivo lucreziano dell’inquietudine che spinge a spostarsi continuamente di luogo in luogo come un sintomo di una malattia dell’anima. La iactatio è tipica di un aeger animus, di un animo malato, mentre la composita mens, l’equilibrio mentale che connota il saggio stoico, è al contrario provato dalla capacità di fermarsi e di stare in compagnia di se stessi.

“Credi proprio che questo sia capitato soltanto a te e ti stupisci, come di un fatto strano, di non essere riuscito a dissipare la tristezza ed il tormento del tuo cuore con un viaggio così lungo e con la varietà dei luoghi da te visitati? Devi mutare l’animo, non il cielo. Anche se attraverserai l’immenso mare e, come canta il nostro Virgilio, si allontaneranno dal tuo sguardo regioni e città, dovunque andrai i tuoi vizi ti seguiranno. Ad un tale che rivolgeva la stessa domanda Socrate rispose:” Perché ti stupisci che i viaggi non ti rechino alcun giovamento dal momento che porti in giro te stesso? Lo stesso motivo che ti ha spinto lontano dalla tua casa non smette di tormentarti.” Che sollievo può dare visitare nuovi paesi, conoscere nuove città e contrade? Vana è questa agitazione. Tu domandi perché, pur girovagando da un luogo all’altro, non ti senti meglio? Perché vai in giro con te stesso. Dovresti deporre il peso da cui è oppresso il tuo animo: prima nessun luogo ti risulterà gradito. ” (Ep. 28, 1-2)

“Non esiste viaggio, credimi, che ti possa mettere al riparo dalle passioni, dall’ira e dal timore. Se esistesse probabilmente tutti gli uomini in schiera lo intraprenderebbero. Questi mali non ti daranno pace e ti tormenteranno nel tuo vagabondare per terra e per mare, finchè porterai in te le cause dei mali stessi. Ti stupisci che il fuggire non ti giovi affatto? Ciò che fuggi è dentro di te. Pertanto correggiti, scuoti di dosso ogni peso e contieni in limiti vantaggiosi per la salute dell’anima i desideri che devono essere repressi: cancella dal tuo cuore ogni traccia di cattiveria.” (Ep. 104, 19-20)

Anche per Seneca dunque è inutile viaggiare per guarire l’animo, bisognerebbe allontanarsi da se stessi, mutare il proprio carattere, essere un altro uomo per stare meglio! In realtà a Seneca preme soprattutto ammonire il lettore che è cosa illusoria cercare rimedi ai nostri mali fuori da noi stessi. Bisogna anzitutto ricercare e poi curare le cause dei nostri mali, che sono interne a noi, paradossalmente liberandoci della nostra stessa compagnia.

Come abbiamo visto, i passi di Seneca che vi ho proposto riprendono e ampliano i motivi lucreziani ed oraziani sia nei toni che nello stile consueti al filosofo: ai modi vivaci della diatriba Seneca aggiunge espedienti stilistici che colpiscono il lettore (ripetizioni, antitesi, giochi di parole e uso di termini chiave).

Prima di passare al motivo della commutatio loci nelle letterature moderne vi riporto ancora un passo tratto da La tranquillità dell’anima di Plutarco, autore greco vissuto tra il I e il II sec. d. C. per mostrarvi come anche nel mondo greco questa tematica fosse sentita come attuale.

Come quei pusillanimi che navigando soffrono il mal di mare e credono di poter star meglio se passeranno da una scialuppa ad un vascello, e poi da questo a una trireme, ma non ottengono alcun risultato e portano sempre con sé la loro rabbia e vigliaccheria, così che il cambiar modus vivendi non toglie all’anima le cause che l’affliggono e la turbano. L’inesperienza delle cose del mondo, la non riflessione, il non potere e il non sapere far buon uso dei beni di cui si dispone: ecco i difetti che tempestano ricchi e poveri, che affliggono celibi e sposati; per causa loro si fugge la vita pubblica, ma poi non si sopporta l’inattività; si cerca di farsi strada a corte, ma, una volta giunti alla meta, subito se ne prova disgusto. (Plutarco, La tranquillità dell’anima, 3)

Giulia Del Giudice

Per approfondire :

G. Bruno, La strenua inertia oraziana e un’interpretazione della iunctura in Seneca, in Letture oraziane, Venosa 1993, pp. 43-54.

P. Donini, G.F. Gianotti, Modelli filosofici e letterari. Lucrezio, Orazio, Seneca, Bologna 1979.

A. Grilli, Il problema della vita contemplativa nel mondo greco e romano, Milano 1953.

A. La Penna, Saggi e studi su Orazio, Firenze 1993, pp. 344-350.

A. Traina, Autoritratto di un poeta, Venosa 1993

La commutatio loci (parte seconda)

Il motivo del tedio ricorre spesso anche in Orazio, che sembra talvolta ispirarsi proprio a Lucrezio. Di Orazio è giustamente famosa l’ossimorica strenua inertia, la smaniosa indolenza che affligge gli uomini, quel torpore che impedisce di portare a termine qualsiasi attività, ma che al tempo stesso è fonte di continua inquietudine. La iunctura è resa efficace dall’accostamento dell’aggettivo strenua che ha significato di “attivo, dinamico” ed il suo esatto contrario iners, da cui inertia che indica uno stato di inattività. Questa inquietudine esistenziale, questa insoddisfazione che spinge l’uomo a viaggiare senza mai essere appagato di una qualche stabilità è un tema ricorrente nei versi oraziani. Il poeta vi ritorna a più riprese. Esaminiamo i singoli passi insieme.

Nel II libro delle Satire Orazio afferma:

 

                                          Adde quod idem,

non horam tecum esse potes, non otia recte

ponere teque ipsum vitas fugitivus et erro,

iam vino quaerens, iam somno fallere curam;

frustra: nam comes atra premit sequiturque fugacem. (Serm. II, 7, vv. 111-115)

“Aggiungi anche questa stessa cosa, che tu non riesci a raccoglierti in te stesso per lo spazio di un’ora, né a impiegare giustamente i momenti di riposo, ma eviti te stesso come un profugo o un disertore, cercando di ingannare l’angoscia col vino e col sonno; ma invano! infatti essa come una tenebrosa compagna ti opprime e, se tu scappi, ti insegue!”

Il fulcro del messaggio consiste nella denuncia del non essere capace di stare bene con se stessi; da qui la smania di cercare soddisfazione e serenità altrove, senza comprendere però che la vera “malattia” risiede in noi stessi. Da notare come a quel “tecum esse” il poeta opponga in antitesi termini come fugitivus, erro, sequitur e fugacem, insistendo ulteriormente sull’incapacità propria dell’uomo di vivere in una condizione di stasi e la sua ansia di errare alla ricerca che frustra, invano, potrà essere raggiunta. Orazio ritorna su questo motivo anche nell’Ode 16 del II libro, nella quale afferma :

[…] quid terras alio calientis

sole mutamus? patriae quis exsul

se quoque fugit?  ( Carm. II, 16, vv. 18-20)

“… perché sostituiamo le terre

con quelle scaldate da un altro sole? Chi esule dalla

patria può fuggire anche se stesso?”

L’uomo in questi versi pur non essendo fugitivus come nella Satira precedente, rimane comunque un exsul che fugit se stesso.

E’ in particolar modo nelle Epistole che Orazio sviscera la tematica della noia e della conseguente commutatio loci. In molti passi della sua opera il poeta elargisce consigli di matrice epicurea, ma non sempre riusciva ad applicarli a se stesso. Infatti nell’Epistula I, 8 egli si rivela vittima del taedium vitae, a causa di quella mobilitas  che ogni tanto agita il suo animo facendo in modo che egli non trovi pace in alcun luogo, sprofondato com’è in uno stato di accidiosa scontentezza (assai simile a quella che Petrarca riferisce a se stesso nel Secretum).

[…]

sed quia mente minus validus quam corpore toto

nil audire velim, nil discere, quod levet aegrum;

fidis offendar medicis, irascar amicis,

cur me funesto properent arcere veterno;

quae nocuere sequar, fugiam quae profore credam

[…] (Epist. I,8, vv. 7-11)

[…]

ma per il fatto che sono meno sano nello spirito che in tutto quanto il corpo

non voglio ascoltare, non voglio apprendere nulla che possa dare sollievo a me malato;

me la prendo con i medici fidati, mi infurio con gli amici,

perché si affannano a liberarmi dal mio funesto torpore;

inseguo ciò che mi è già stato dannoso, ciò che credo mi gioverà, lo fuggo.”

Orazio sottolinea come il suo malessere sia di origine spirituale e pertanto ancor più difficile da curare e marca  la malattia con termini come aegrum e medicis. Quel veternus è un aggettivo sostantivato che indica lo stato di sonnolenza e abulia, tipica patologia degli anziani e, per traslato, l’apatia e l’inattività che denuncia il disagio psicologico di chi è scontento di tutto, di chi oggi sarebbe connotato col termine di “depresso”. Proprio questa clausola, funestus veternus, è collegabile alla strenua inertia, la stressante inoperosità alla quale prima facevamo accenno e che sta al centro dell’Epistola I, 11:

Tu quamcumque deus tibi fortunaverit horam

grata sume manu neu dulia differ in annum,

ut, quocumque loco fueris, vixisse libenter

te dicas: nam si ratio et prudentia curas,

non locus effusi late maris arbiter aufert,

caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt.

Strenua nos exercet inertia: navibus atque

quadrigis petimus bene vivere. (Epist. I, 11, vv. 22-29)

 

“Tu, qualsiasi ora la divinità ti avrà resa felice,

prendila con mano riconoscente e non rimandare le gioie di anno in anno,

per poter dire di essere vissuto volentieri

in qualunque luogo; infatti se raziocinio e saggezza scacciano gli affanni,

e non un luogo che domini l’ampia distesa del mare,

mutano cielo non animo quelli che corrono oltre mare.

Ci affligge una smaniosa indolenza: su navi

e quadrighe cerchiamo la felicità.”

Ancora una volta frustra cerchiamo la felicità altrove:a nulla serve imbarcarsi per un lungo viaggio, poiché, come per Lucrezio, anche Orazio è convinto che la vera serenità risieda solo ed esclusivamente nello stare bene con se stessi.

Giulia Del Giudice