Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (nona parte)

1c. Le interdizioni

 

In questo contesto nel diritto romano si consolidarono tristemente alcune interdizioni in capo agli Israeliti che rimasero purtroppo invariate nei secoli a venire.

Ai Giudei venne interdetta la dimora nei luoghi dove risiedevano i cittadini romani: in osservanza di tale divieto si provvide a relegarli in quartieri separati e a dotarli di propri magistrati[1].

Per impedire qualsiasi tipo di relazione con i cittadini romani si costrinsero anche a portare segni distintivi che li facessero riconoscere[2]: a Roma gli uomini dovevano indossare un cappello azzurro e le donne un indumento che fosse del medesimo colore.

Possiamo aggiungere che dopo la diaspora[3] gli Israeliti furono obbligati a occuparsi esclusivamente di commercio.

Il traffico indotto poteva essere anche d’infimo livello. Con Luigi IX (1214-1270) si arriverà a stabilirne l’occupazione solo del commercio degli stracci[4].

In conseguenza del fatto che Ebrei potevano fare solo commercio Gregorio Magno, ben sette secoli dopo, si trovò ancora ad affrontare un problema spinoso che riguardava il traffico di schiavi che gli Ebrei effettuavano in Africa; ma non poté risolverlo alla radice vietando in assoluto la schiavitù; adottò invece una soluzione di compromesso, ossia  vietando che schiavi cristiani rimanessero in possesso di Ebrei.

E la ragione era semplice: gli Ebrei catturavano schiavi in Gallia per conto dei re franchi i quali li rivendevano in Italia che era a corto di manodopera; vietare dunque in senso assoluto il commercio di schiavi in Africa avrebbe danneggiato gravemente il commercio dei regnanti[5].

Originariamente i Giudei erano invece dediti alla vita dei campi ed i precetti mosaici tendevano ad evitare che si mischiassero agli altri popoli, proprio per impedire che mutassero la loro natura agreste in quella mercantile.

Anche se è indubitabile che a partire da Salomone i commerci ebbero una certa espansione.

Ancora nell’età merovingia in Francia, i Giudei si occupavano di commercio ma vivevano anche in campagna. Gli Ebrei coltivarono la terra anche in Spagna, Africa e Siria[6].

Per effetto dell’imposta attività commerciale si ritenne inutile consentire ai figli d’Israele di coltivare gli studi. Per diversi secoli gli Ebrei non poterono pertanto applicarsi allo studio della filosofia, della matematica e delle scienze.

Lo studio speculativo fu possibile solo in Spagna tanto che si attribuisce ad un ebreo, Mosè Maimonide, l’introduzione della metafisica speculativa che gli Ebrei europei non riuscirono nemmeno leggere se non in lingua ebraica.

S’impedì ai Giudei ancora di possedere beni immobili (beni stabili): a Roma la contrattazione dei beni immobili era inizialmente legata alla celebrazione di solennità religiose che erano interdette agli stranieri.

La mancipazione era una vendita immaginaria propria dei soli cittadini romani che si faceva con cinque testimoni cittadini romani puberi ed un libripende; questi cinque cittadini ricordavano le classi del popolo davanti a cui inizialmente si procedeva alle stipulazioni calatis comitiis.

I non cittadini o professanti un diverso culto potevano pertanto appropriarsi a Roma soltanto delle res nec mancipi: si trattava dei beni di minore rilevanza economica e sociale che passavano di mano in mano con la semplice traditio[7].

In Atene invece ai non cittadini comunque di stirpe greca poteva essere eccezionalmente garantito il diritto di commercio o di pascolo per cui veniva pagata apposita tassa che però non era commisurata all’attività, ma anche il diritto, sempre eccezionale, di possedere immobili (così anche ai meteci iscritti nella lista del demo). Talvolta veniva concesso anche il privilegio dall’esclusione della rappresaglia (un meccanismo simile si verificherà per gli Ebrei in alcune città d’Italia con il cosiddetto salvacondotto) [8]

Inoltre la mentalità degli antichi imponeva  che l’attribuzione di una proprietà fondiaria costituisse il riconoscimento di una dignità: e per molti secoli gli Ebrei, nei più differenti luoghi, non ne verranno considerati meritevoli, anche grazie ad una presunzione di infamità e malvagità che la stesse bolle pontificali contribuiranno ad alimentare.

(Continua)


[1] Si pensi che la magistratura dei Consiglieri della Comunione reggerà in Germania sino al 1863. G. LEVI, op. cit., p. 271.

[2] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 91.

[3] A partire dal 135 d.C. a causa della persecuzione cominciata sotto l’imperatore Adriano (dopo che Tito nel 70 d.C. aveva distrutto il tempio di Gerusalemme) che vietò agli Ebrei di abitare Gerusalemme di cui cambiò pure il nome in Aelia Capitolina. Cfr. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit.  p. 372 e ss.

[4] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 47. Tale attività nei secoli successivi divenne fiorente anche a Benevento. Alla stessa professione li limitava una severissima bolla di Paolo IV del 1542. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 90.

[5] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, Giuffré, Milano, 1988, p. 57.

[6] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 60 e ss.

[7] V. Codex Lib. I tit. X.

[8] A. BISCARDI, Diritto greco antico, op. cit. p. 87-89.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ottava parte)

I rapporti giuridici interni al mondo ebraico sino al 70 d. C. erano legati appunto alla tradizione orale perché all’epoca era severamente proibita la scrittura[1].

Sin dal II secolo a. C. i Romani si resero conto di quanto fossero importanti per gli Ebrei le leggi religiose e quindi gli consentirono di vivere in conformità.

Sino al 70 probabilmente i gli Ebrei mantennero la giurisdizione civile esclusiva, mentre quella penale rimase in mano a Roma.

Dopo il 70 Roma riconobbe il valore del diritto locale[2] ma la giurisdizione divenne concorrente, nel senso che si riconosceva anche ai tribunali romani di giudicare secondo il diritto ebraico.

Il rapporto tra diritto ebraico e diritto dello Stato nel campo dei diritti privati, almeno per quanto riguarda la validità degli atti giuridici, prevedeva che tutti gli atti che venissero redatti nei tribunali dei gentili fossero validi tranne gli atti di divorzio e di affrancazione degli schiavi, a meno che questi ultimi due non fossero rogati da pubblici ufficiali ed allora mantenevano la loro validità.

Se i Romani erano chiamati ad applicare il diritto ebraico e quindi ad esempio ad eseguire un “divorzio per costrizione”[3] stabilito da un tribunale ebreo, ciò veniva riconosciuto dall’autorità rabbinica se alle parti veniva concesso il diritto di seguire le usanze ebraiche[4].

Dopo il 135[5] Roma non riconobbe più alcuna autonomia: agli Ebrei però era conferita la possibilità di adire, di comune accordo, un tribunale rabbinico, la cui decisione era riconosciuta da Roma come un arbitrato.

L’arbitrato permise al Diritto ebreo di sopravvivere, ma il tribunale rabbinico doveva essere istituito dal Patriarca riconosciuto da Roma[6].

Le cose cambiarono radicalmente con una costituzione di Arcadio e Onorio del 398: “Gli ebrei che vivono sotto il diritto comune di Roma, devono nei casi  che non appartengono alla loro superstizione, nelle questioni di competenza, di legge, di diritto, andare in tribunale secondo il solenne costume ed agire e difendersi dalle azioni accordate dalle leggi romane. Ma se vogliono sottoporre la loro lite civile soltanto ad arbitri Ebrei, non è loro proibito di sceglier tale tribunale, e i giudici dovranno concedere l’esecuzione della loro decisione come se fosse emanata da un arbitro assegnato a sensi di legge”.  Data a Costantinopoli il 3 febbraio del 398[7].

Quindi la giurisdizione penale rimase in capo al potere romano; ad essa si aggiunse quella civile sebbene le parti potessero scegliere di comune accordo un tribunale rabbinico (entrambe le parti però dovevano essere ebree) che emetteva un lodo arbitrale avente eccezionalmente la stessa efficacia della sentenza[8]; il diritto strettamente religioso rimaneva invece in capo al tribunale rabbinico.

Con Giustiniano poi nel 429 venne abolita anche la giurisdizione ebraica in materia religiosa: il Diritto ebraico sopravvive quindi come diritto arbitrale[9].

In sostanza per le cause miste competente era solo il giudice ordinario da identificarsi col governatore della provincia, nella sua funzione giurisdizionale.

I Romani erano convinti che il diritto non esistesse se non in virtù dell’opera di una determinata società (ubi societas ibi ius); e conseguentemente pensavano che il diritto proteggesse solo i cittadini di quella società o coloro che la società riconosceva in qualche modo degni di protezione.

Quindi un popolo straniero, anche se non in guerra, era considerato non soggetto alla legge e potenziale oggetto di mira espansionistica nei beni e nelle persone.

Tali principi erano riconosciuti da Roma anche a favore degli altri popoli e quindi perché si instaurasse una relazione giuridica era necessario un trattato che sancisse i reciproci diritti ed obblighi[10].

In estrema sintesi possiamo dire che gli Ebrei furono considerati come una comunità estranea al territorio (universalità israelitica) soggetta però ai principi di diritto pubblico e di ordine generale.

Un esempio di osservanza del diritto comune riguarda il fatto che gli Ebrei furono obbligati a partecipare alle curie in Puglia ed in Calabria. I doveri curiali erano onerosi, e nel tardo impero ogni sforzo fu fatto per mantenere gli uomini all’interno della curia o del consiglio comunale delle varie città[11].

L’Universalità israelitica ebbe origine in verità prima ancora della caduta di Gerusalemme sotto Tito.

Troviamo che ai tempi in Alessandria di Egitto i numerosi Ebrei formavano una potente e regolare Comunione colla loro rappresentanza. A Cirene in Africa il capo della Comunione si chiamava Arconte.

Fu da principio forse unicamente religiosa; poi le si aggregò la giurisdizione civile; quindi ridivenne puramente religiosa.

In Occidente, sino alla fine del quinto secolo[12], in Oriente, fino all’undicesimo, si manterrà una specie di gerarchia sotto l’autorità dei rispettivi Patriarchi e Esilarchi.

Poi, sciolto ogni legame, ogni Comunione formerà un corpo morale indipendente.

Oltre ai bisogni del culto l’Universalità manterrà un ordine legale indispensabile soprattutto nelle tristissime condizioni del Medio Evo.

Tanto che nel secolo XII a Colonia il Principe pretenderà con scarso successo di dare la conferma alla nomina dei Ministri ufficianti.

Sempre in Germania, nel secolo XV un imperatore vorrà ancora dare a un famoso Rabbino autorità generale su tutti i Rabbini di Germania. La resistenza delle Comunioni sventerà il progetto.

In alcune cronache tedesche il Preside delle Comunioni di Mains, Worms, Spira, sarà chiamato addirittura Vescovo.

In molti luoghi il governo tedesco si riserverà l’appello anche nella civile giurisdizione.

In Polonia quattro Comunioni organizzeranno un sinodo civile e religioso, con annuali raduni; e per lungo tempo avranno grande influenza sugli ebrei di quei luoghi, e si scioglieranno solo alla caduta del regno di Polonia nel 1795[13].

I rapporti di questa Universalità israelitica con il governo romano erano altresì regolati sulla scorta di condotte o capitolazioni: si trattava di patti temporanei in base ai quali si fissavano i diritti e gli ulteriori doveri[14]  degli Israeliti; allo spirare del termine gli Ebrei presentavano dei memoriali suddivisi in capitoli che riassumevano la sostanza ed il divenire delle relazioni; tali capitoli potevano essere rinnovati parzialmente od interamente ovvero modificati ed arbitrio del governo.

(Continua)


[1] Successivamente si ricorda in particolare sotto Adriano la compilazione dalla Mishnat Rabbì Akiv e poi della Mishnà, divisa in 6 ordini e 60 trattati, che la fonte classica del diritto ebreo e si potrebbe definire il Digesto degli Ebrei, perché allo stesso modo del Digesto che raccoglie e dispone sotto diversi titoli le decisioni di 39 antichi giureconsulti relative al diritto romano, cosi parimenti la Mishnà è una collezione ordinata e metodica delle decisioni di antichi rabbini (anche quelle di minoranza) relative alla giurisprudenza civile e canonica che s’introdusse presso gli Ebrei dopo il loro ritorno da Babilonia.

Degna di rilevanza è anche la Baraità che contiene tredici regole di interpretazione della Torà e quindi consente di estrapolarne le regole giuridiche.

In seguito venne sentita la necessità di discutere i contenuti della Mishnà e di enucleare formalmente la norma da seguire anche per i nuovi casi che si erano presentati.

Da tale riflessione nacque prima il Talmud Babilonese (in lingua aramaica) o Ghemmara (che significa studio) e poi il Talmud Palestinese (in lingua siro-orientale) che dal V secolo continuò ad alimentarsi sino al XII secolo; sopra di questi testi si fondano anche il moderno giudaismo.

La discussioni che si ritrovano nel Talmud partono dalla Mishnà e cercano di fondare un precetto giuridico.

All’interno del Talmud vi è materiale vario: decisioni, tradizioni dei rabbini, ma anche miti e racconti che servono ad illustrare il testo e che potrebbero paragonarsi alle storie dei miracoli dei Santi.

[2] A seconda dei vari paesi.

[3] Il marito è costretto a dare il libello di ripudio quando la moglie vuole divorziare. V. amplius A.M. RABELLO, Introduzione al diritto ebraico, Fonti, Matrimonio e Divorzio, Bioetica, op. cit., p. 150.

[4] V. A.M. RABELLO, Introduzione al diritto ebraico, Fonti, Matrimonio e Divorzio, Bioetica, op. cit., p. 35.

[5] Rivolta di Bar Kochba.

[6] Così per un rescritto di Diocleziano (C. 1. 3. 13. 3.)

[7] C. L. 9 1. 9. 8. Imperatori Arcadio e Onorio a Eutichiano, Prefetto del Pretorio.

[8] E ciò per parificare gli Ebrei ai Romani che potevano sempre andare in arbitrato.

[9] “Se mai vi sia qualche contesa tra Cristiani e Giudei, venga definita non dai seniori dei giudei, ma dai Giudici ordinari”(C. 1.9.15) V. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. pp. 65-70, 754 e 777.

[10] F. WALTER, Storia del diritto di Roma sino a Giustiniano, vol. 1 parte prima, Cugini Pomba e Comp. Editori, Torino, 1851, p. 89-90.

[11] Ce lo ricorda il Codex L. 9. 1.9.5. Imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a Hypatio, Prefetto del Pretorio. “L’ordine su cui si basano gli ebrei, con il quale è stata concessa la libertà dagli oneri curiali, è annullato”. Data in Milano 18 aprile del 383.

[12] Quando venne abrogato il Patriarcato.

[13] Cfr. G. LEVI, Op. cit., p. 273.

[14] Derivante dallo jus singolare che alla loro categoria non assegnava privilegi, ma svantaggi.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (settima parte)

1b) Diritto ebraico e diritto romano

È bene forse evidenziare qui l’evoluzione del diritto ebraico Mishpat ‘ivrì): esso è sentito dai Giudei come l’ininterrotta continuazione della Torà[1] che è stata concessa da D-o[2] a Moshé Rabbenu[3] e tramandata poi di generazione in generazione.

La lettura rabbinica che riguarda gli aspetti giuridici si definisce Halachà e si propone di insegnare all’uomo come comportarsi nei vari casi della vita.

Il sistema giuridico ebraico è diviso in norme che regolano i rapporti tra uomo e D-o e i rapporti tra gli uomini: entrambi le norme sono considerate giuridiche, divine, immutabili[4] e senza contraddizioni, ma allo stesso tempo ne è consentita l’interpretazione solo agli uomini.

Per la tradizione ebraica i precetti contenuti nella Torà che ogni Ebreo è tenuto ad osservare sono 613.

Vi sono però sette precetti noachidi[5] che secondo i Giudei devono essere osservati da ogni uomo o donna:

1) divieto di idolatria;

2) divieto di bestemmia o blasfemia;

3) divieto di omicidio;

4) divieto di incesto e di adulterio;

5) divieto di furto e rapina;

6) obbligo di stabilire dei tribunali che assicurino l’ordine, la giustizia e assicurino il rispetto di tali precetti

7) il divieto di mangiare un arto tratto da un animale vivo[6].

Si debbono ricordare inoltre alcuni diritti di epoca biblica inerenti ai rapporti familiari.

Il padre ha diritto di dare in sposa la propria figlia. La madre non ha questo diritto a meno che la figlia non sia orfana.

In base alla Torà il padre non chiedeva il parere della figlia per darla in sposa, ma la dava in sposa in cambio di una somma di denaro[7] o di un’azione compiuta.

Tuttavia dal periodo talmudico la donna poteva opporsi, anche se non le era richiesto il consenso.

In tale periodo il diritto del padre è riconosciuto nel caso di figlia minorenne, ma si pone altresì il divieto per il padre di dare in sposa la figlia sino alla pubertà.

La figlia veniva fidanzata in tenera età ed il padre riceveva il prezzo del fidanzamento.

Per il fidanzamento del figlio che avveniva invece in età avanzata non si riceveva alcun prezzo.

L’adultero e l’adultera erano entrambi passibili di pena di morte, se veniva provato l’adulterio: il diritto biblico è durissimo, mentre altre leggi ammettevano che se il marito perdona la moglie anche l’adultero deve essere tenuto in vita[8].

La figlia adultera, ossia la ragazza che non ha palesato al marito di non essere più vergine e che si è prostituita quando era già fidanzata, ma dopo la maggiore età, veniva lapidata se due testimoni attestavano davanti al Consiglio degli anziani che si è prostituita.

(Continua)


[1] Letteralmente significa “insegnamento”. Essa indica in senso stretto il diritto biblico contenuto nel Pentateutico ed in senso lato, l’insegnamento ebraico della Bibbia sino ai nostri giorni.

[2] Gli Ebrei non scrivono completamente il nome della divinità.

[3] Mosè nostro maestro.

[4] Anche i Greci consideravano le leggi immutabili e preesistenti al diritto: si pensi a Licurgo che le aveva ricevute dall’oracolo di Delfi. La proposta di nuove leggi era pertanto considerata cosa eccezionale. A. BISCARDI, Diritto greco antico, Giuffré, Varese, 1982, p. 65.

[5] Dati da Noè.

[6] V. A.M. RABELLO, Introduzione al diritto ebraico, Fonti, Matrimonio e Divorzio, Bioetica, op. cit. p. 3 e ss.

[7] Il matrimonio-compera era normale anche nel mondo omerico.

[8] Codice di Hammurabi, leggi ittite ed assire.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (sesta parte)

In questi secoli spesso dovettero sostenere di discendere da quegli Ebrei che avevano pianto le ceneri di Giulio Cesare e che quindi non avevano preso parte alla crocifissione di Gesù Cristo e non da quelli che Tito aveva portato da Gerusalemme[1].

S’iniziò anche a vietare l’accesso a determinate cariche, la carriera militare[2] e la costruzione di nuove sinagoghe.

Tali provvedimenti cercavano di allontanare gli Ebrei da posti di prestigio, di farli considerare psicologicamente indesiderabili e di rendere evidente ai Cristiani che il popolo ebreo era stato dimenticato dalla fortuna e da Dio che ormai privilegiava esclusivamente la Cristianità[3].

Con le invasioni barbariche arrivarono in Italia popolazioni ariane che erano di sicuro più tolleranti nei confronti dei Giudei rispetto ai Cristiani.

Teodorico proteggeva gli Ebrei dalle violenze e permise la ricostruzione delle sinagoghe in Ravenna ed in Roma; affermò inoltre in capo ai tribunali rabbinici la giurisdizione civile quando i contendenti fossero entrambi ebrei.

La condizione era così favorevole che gli Ebrei collaborarono in ogni modo con i Goti per fermare Belisario che conquistò la penisola per conto di Giustiniano.

In particolare i Giudei difesero la città di Neapolis con la forza della disperazione[4].

Ma Giustiniano non li ricambiò: venne esteso all’Occidente un Codice che conteneva leggi discriminatorie nei confronti dei Giudei.

Procopio attribuisce la politica religiosa di Giustiniano alla sua avidità di denaro ed al suo desiderio “demonico” di nuocere al genere umano e specifica come l’Imperatore perseguitasse le varie sette eretiche, i pagani gli Ebrei ed i Samaritani[5].

Per forzare verso la conversione Giustiniano utilizzava la pena di morte, ma pure la incapacità di testare o di succedere, l’esclusione dalle cariche civili, dall’esercito e dall’avvocatura, il divieto di trasferire la proprietà.

In Francia i precetti giustinianei non ebbero però una grande applicazione nei fatti.

Si vieta comunque ai chierici di mangiare con Ebrei, si proibiscono matrimoni misti, le magistrature, le posizioni di potere civile e militare, l’osservanza del sabato, il lavoro domenicale, la comparsa tra i Cristiani a Pasqua, il contatto con le monache e la residenza nei Monasteri, la conversione al Giudaismo degli schiavi. La Chiesa cerca di imporre la conversione forzata, determinando una migrazione.

Nel 629 Dagoberto, sotto l’influsso bizantino li cacciò forse dal paese e comunque sino al IX secolo ne sentiamo parlare solo in una piccola area della Francia, la Septimania[6].

In Spagna la politica nei confronti dei Giudei è ispirata alla tolleranza sino al 587 (si ripresero i principi del Codex Theodosianus) quando fu rimessa in piedi la macchina della legislazione antigiudaica (con il re Reccaredo i Visigoti erano passati, infatti, dall’arianesimo, al cattolicesimo); la politica discriminatoria si concluderà solo con gli Arabi nel 711[7].

La Chiesa anche in questo periodo non perse occasione per ribadire il primato spirituale ed il clero locale tradusse tale concetto in violenze nei confronti di Giudei[8]e Samaritani.

(Continua)


[1] G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, op. cit., p. 38.

[2] C. TH. XVI. 8. 16, data a Roma il 22 aprile 404; C.TH. XVI. 8. 24, edita da Onorio e Teodosio II il 10 marzo 418.

[3] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. 1988, p. 55.

[4] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit., p. 205.

[5] V. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit.  p. 240.

[6] V. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. pp. 60-64.

[7] V. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. pp. 65-70 e p. 617.

[8] Un argine a tale situazione fu posto da Gregorio Magno a cui si rivolsero spesso gli stessi Ebrei.