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Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (dodicesima parte)

Si inibì inoltre ai Cristiani la partecipazione a feste religiose ebree[1]; e almeno all’origine furono integralmente proibiti i rapporti di lavoro o di servizio (famulato).

Con il Codice Theodosiano viene stabilita la liberazione di uno schiavo pagano o cristiano[2], la perdita dello schiavo e la punizione del padrone che lo avesse fatto ebreo[3], ed in seguito con le Novelle la pena di morte e la confisca dei beni per il padrone ebreo che avesse indotto alla conversione lo schiavo o con la persuasione o con la forza[4].

Già nel 335 Costantino stabilì in primo luogo che se un Ebreo avesse acquistato e circonciso uno schiavo cristiano, o di altra setta, il padrone avrebbe perso il diritto di proprietà sullo schiavo e questi avrebbe ottenuto la libertà.

Con il figlio Costanzo si stabilì la confisca dello schiavo comprato dall’Ebreo e la pena di morte per la circoncisione; se poi lo schiavo acquistato fosse stato cristiano l’Ebreo poteva perdere il possesso di tutti i suoi schiavi.

Con Teodosio I si facilità il riscatto dello schiavo cristiano, e con Teodosio II e Onorio si permise in un primo momento di mantenere la proprietà e patto che lo schiavo potesse mantenere la fede cristiana.

Ma nel 417 gli stessi imperatori ritornarono sul tema prevedendo appunto la pena di morte per chi avesse convertito lo schiavo unitamente alla confisca dei beni.

Il primo concilio di Macon nel 581 renderà poi obbligatoria l’accettazione del riscatto da parte dell’Ebreo per 12 solidi.

Gregorio Magno negherà in assoluto il diritto degli Ebrei di possedere schiavi cristiani e di ottenere indennizzo per il riscatto, a meno che la fede dello schiavo non sia messa in pericolo.

Con il IV Concilio di Orleans nel 538 si stabilì che lo schiavo cristiano poteva essere riscattato al giusto prezzo per il solo fatto di non voler servire un Ebreo e all’uopo i fedeli dovevano fare una colletta.

Lo schiavo poteva comunque chiedere il diritto d’asilo nelle Chiese ed il padrone non poteva punirlo per essersi ivi rifugiato.

Con Giustiniano si stabilì che il servo dell’Ebreo[5] che fosse divenuto cristiano avrebbe acquistato ipso facto la libertà, senza che ci fosse il bisogno di pagare un riscatto[6].

L’imperatore fissa inoltre il principio per cui “I Giudei saranno condannati alla confisca dei beni e con esilio perpetuo se sarà constato di aver circonciso un uomo della nostra fede, o dato mandato onde essere circonciso[7].

In pratica con Giustiniano nessun padrone (ebreo, eretico o pagano) può essere proprietario o possedere o circoncidere schiavi cristiani. L’Ebreo poteva dunque acquistare solo schiavi ebrei o pagani[8].

Tale divieto ha avuto un influsso dirompente sulla vita dell’Ebreo nel senso che gli ha fatto abbandonare completamente il lavoro della terra: all’epoca nessuna azienda, che non fosse di proporzioni modestissime, poteva mantenersi senza usufruire dell’ausilio di manodopera servile[9].

Nel 426 Teodosiano II e Valentiniano stabilirono che fosse proibito a genitori o avi ebrei o samaritani diseredare e lasciare fuori dal testamento figli o nipoti che avessero abbracciato il Cristianesimo; se ciò fosse avvenuto il testamento sarebbe stato invalidato e l’erede cristiano avrebbe ricevuto la sua porzione ab intestato[10].

La legittima spettava al figlio e al nipote anche se si fossero macchiati di gravi crimini e fossero stati dunque punibili[11].

Anche in tema di educazione l’intervento imperale fu pregnante perché si stabilì che “Essendovi genitori di diversa fede e religione, la sentenza di colui prevalga, che avrà prescelto di condurli alla fede ortodossa: benché sia anche il padre che si oppone: affinché da ciò, non prendendo occasione di adirarsi, li privi degli alimenti necessari o di qualunque altra spesa necessaria[12].

Si giunse inoltre ad interdire l’edificazione di nuove sinagoghe (438 d. C.)[13], la distruzione delle sinagoghe samaritane[14] e ad imporre agli avvocati ebrei che volessero esercitare il giuramento di fede cattolica (468 d. C.)[15].

Lo scopo dichiarato era che nessun Ebreo dovesse esercitare influenza, autorità o potere su Cristiani, e specialmente sui vescovi, per timore che se ne servissero per nuocere loro o per insultare la fede cristiana[16].

(Continua)


[1] Tuttavia il loro culto fu ammesso anche se veniva definito superstitio e gli Ebrei venivano considerati una secta. B. BIONDI, Il diritto romano cristiano, Giuffré, Milano, 1952, p. 337.

[2] C. Th. XVI, 9.1.

[3] C. Th. III. 1. 5.

[4] Nov. Th. III, 4.

[5] Per l’Ebreo può esserci anche la sentenza capitale (C. 1. 10. 1)

[6] C. 1. 10. 1. 2. Cfr. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 578 e ss. e p. 714; cfr. anche sul punto V. A. DE GIORGI, Elementi di diritto romano considerati nello storico svolgimento, G. Franz, Monaco, 1854, p. 334.

[7] C. 1. 9. 16.

[8] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 788.

[9] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 785.

[10] Ossia la quarta parte del patrimonio.

[11] C. Th. XVI, 8. 28. Il principio venne ripreso anche nel Codex (C. 1. 5. 13). E ciò probabilmente contribuì ad alimentare la rivolta degli Ebrei contro l’Imperatore.

[12] C. 1. 5. 12.

[13] Era permesso solo di restaurare le sinagoghe pericolanti.

[14]Le sinagoghe dei samaritani son distrutte: e se tentano di farne altre, son puniti”. (C. 1. 5. 17). Non si sa se questa norma venne composta prima o dopo la rivolta dei Samaritani.

[15] Le leggi razziali del 1938-39 che richiesero ai Consigli dell’Ordine degli Avvocati di cancellare i legali ebrei dall’albo professionale ebbero dunque un ben triste ed antico precedente.

[16] CJ I, 5. 12 del 527; CJ I, 9. 18 (19). Cfr. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 697.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (undicesima parte)

Si impose poi fortemente una volontà politica di controllo delle nascite, intendimento che potremmo definire di durata ultra millenaria.

Basti pensare che dal XII al XVI secolo fu proibito, nella speranza appunto di limitare le nascite, alle donne cristiane di allattare o fare da levatrici per neonati ebrei.

Molte donne ebree dunque per evitare la morte ai propri figli dovettero dunque cederli a famiglie cristiane interrompendo per sempre i contatti con il loro bene[1].

Ancora nel 1347 fu arso sul fuoco un tal Giovanni Alard che aveva come colpa quella di avere avuto più figli da una giudea[2].

In Francia nel 1767 si ritenne di disporre l’assurdo principio per cui i figli illegittimi di genitori ebrei dovevano essere educati secondo la religione cattolica, anche nel caso di susseguente e legittimante matrimonio; e ciò perché i figli illegittimi si consideravano appartenenti al sovrano[3]. E chi avesse deciso di riprendere la fede giudaica dopo il battesimo veniva processato e punito per eresia [4] che comportava anche la confisca dei beni e pure nei confronti dei defunti[5].

Sino al 1837 in Piemonte si ritenne in virtù di questa legislazione e della sua evoluzione che matrimoni simili meritassero la pena di morte e che i figli nati da quest’unione dovessero considerarsi come incestuosi e quindi non potessero ereditare né ricevere gli alimenti[6].

In Roma fu dunque naturale conseguenza della volontà di limitare le nascite stabilire che tra Cristiani ed Ebrei non si stringesse alcun vincolo: non solo i matrimoni erano considerati nulli[7], ma costituivano altresì adulterio (388 d.C.) e venne attribuito ad ognuno lo ius accusandi[8].

Il fatto di considerare il matrimonio misto come adulterio comportava l’applicazione della pena di morte, con il diritto appunto concesso ad ognuno di esercitare l’azione penale; il Cristiano non poteva sottrarsi al giudizio convertendosi all’Ebraismo[9].

Al contrario nel caso in cui fosse stato un Ebreo a sposare una Cristiana e a convertirsi al Cristianesimo sarebbe caduta ogni accusa di adulterio[10].

Prima di  tale intervento di Valentiniano, Teodosio e Arcadio anche Costantino aveva emanato un editto nel 329 che vietava all’Ebreo di prendere in moglie una donna del gineceo (l’industria tessile imperiale) pagana o cristiana che fosse[11].

Fu la Chiesa spagnola che stabilì il divieto di contrarre matrimoni misti già nel Concilio di Elvira (300-306 d.C.), prima ancora che il Cristianesimo fosse riconosciuto come religione permessa.

La fanciulla che sposasse un ebreo non era punita, ma i suoi genitori venivano allontanati dalla comunione per cinque anni.

Il divieto riguardava il solo Cristiano che peraltro non poteva nemmeno avere una concubina pagana od ebrea perché ciò comportava cinque anni di scomunica[12].

La norma del Codex Theodosianus che considerava il matrimonio misto illecito alla stregua di un adulterio poi passò nel Breviarum Alaricianum e nella Lex Romana Burgundiorum.

La Chiesa in quei frangenti comminava la scomunica a tempo indeterminato, se non si cessava il matrimonio, proprio facendosi forza della legge civile[13].

In Spagna la legislazione fu ancora più aspra perché non si puniva il Cristiano, ma la parte ebraica privandola della patria potestà ed imponendo il battesimo cristiano.

Non si consentì[14] poi agli Ebrei nemmeno il matrimonio secondo le loro usanze (393 d.C.)[15]: in particolare venne vietato[16] il matrimonio tra zio materno e nipote[17] e pure il levirato, ossia il dovere del fratello di sposare la moglie di suo fratello, morto senza discendenza[18].

Tra Cristiani ed Ebrei fu assolutamente proibito coltivare reciproci sentimenti di amicizia o d’altro genere.

Nel Medioevo si arrivò a vietare le discussioni tra Cristiani ed Ebrei[19].

Ancora nel 1347 la regina Giovanna di Napoli vieterà addirittura agli Ebrei di entrare in un pubblico lupanare.

Gli Ebrei più in generale non potevano frequentare meretrici cristiane ed i Cristiani meretrici ebree: Giulio Claro, un giurista del XVI secolo, ci racconta che un ebreo fu condannato per questo delitto alla pena di dieci anni di galera[20].


[1] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 114.

[2] CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 97.

[3] Così come gli Iloti in Sparta appartenevano allo Stato e solo da esso potevano essere liberati.

[4] Questa era la pena per chi abiurava la fede cattolica dal 1298.

[5] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 112.

[6] V. J.  SESSA, Tractatus de Judaeis, Augusta Taurinorum, 1717, p. 112.

[7] Peraltro anche per il diritto ebraico il matrimonio misto era vietato tranne il caso che il coniuge non ebreo si convertisse all’ebraismo. Cfr.  A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 606.

[8] Cfr. C. L. 9. 1. 9. 6. Imperatori Valentiniano, Teodosio e Arcadio a Cynegio, Prefetto del Pretorio. “Nessun ebreo sposerà una donna Cristiana, nessun uomo cristiano una donna ebrea. E se qualcuno compirà una cosa del genere, l’atto sarà considerato della natura dell’adulterio, e a chiunque sarà data la libertà di accusa”. Data in Tessalonica il 30 aprile del 388.

[9] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 746.

[10] Ovviamente ciò era condannato dall’Ebraismo.

[11] C. TH. XVI, 8.6.

[12] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 497 e 569.

[13] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 568.

[14] Solo agli Ebrei di Tiro Giustiniano (Novella 139) consentì di ottenere la validità di matrimoni rituali e la legittimità dei figli nati a patto che venissero versate al patrimonio privato dell’Imperatore dieci libbre d’oro. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 813.

[15] Codex L. 9. 1. 9. 7. Imperatori Valentiniano, Teodosio e Arcadio a Infante, Conte d’Oriente

Nessun ebreo potrà scegliere il costume della propria gente nel contrarre matrimonio, né contrarre matrimoni diversi allo stesso tempo”. Data a Costantinopoli il 27 febbraio 393.

In merito ai gradi di parentela per cui era proibito il matrimonio la legge ebraica  era più liberale del diritto romano: di qui probabilmente la proibizione di legge.

[16] I divieti sussistevano già ai tempi di Diocleziano.

[17] Consentito dal diritto biblico e talmudico. Già Costanzo e Costante con una costituzione del 342 stabilirono per il caso la pena di morte. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 750.

[18] Usanza questa prevista dal Deuteronomio 25. 4-13.

[19] M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 711.

[20] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 49.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (decima parte)

Ci furono peraltro diversi pontefici che si mostrarono assai benevoli con gli Ebrei. Citiamo qui Pio IV, ma soprattutto Sisto V.

Quest’ultimo in particolare stabilì nel 1586 una disciplina illuminata: gli Ebrei ebbero libertà di movimento nei domini pontifici, poterono svolgere qualsiasi arte e commercio (eccettuati soltanto le negoziazioni di vino, frumento e animali), intrattenere rapporti di amicizia e di lavoro con i Cristiani, coltivare al meglio i loro riti, prendere in locazione le loro dimore a prezzi calmierati, studiare i loro libri che non fossero in contrasto con la dottrina cattolica, esercitare la medicina nei confronti dei Cristiani, acquistare la terra per le tumulazioni[1].

Si deve segnalare inoltre che diversi Pontefici cercarono di salvare la vita agli Ebrei perché si potesse compiere la profezia di Isaia[2]  secondo cui alla fine dei giorni essi si sarebbero convertiti al Cristianesimo[3].

Fu soprattutto in conseguenza dell’interdizione alla proprietà della terra che gli Ebrei ricorsero all’arte feneratizia e da tale attività derivò che fossero considerati malvagi ed usurai[4]: il che ha fatto riflettere a lungo storici ed economisti; la conclusione è stata che se questo divieto di proprietà dei beni stabili non fosse stato imposto, probabilmente la stessa storia del mondo occidentale sarebbe radicalmente mutata, almeno in termini di distribuzione della ricchezza.

La liberalizzazione della possidenza avrebbe potuto calmierare l’economia; l’interdizione fu pertanto anche un grave errore di valutazione economica: a metà dell’Ottocento si stimava, infatti, che il capitale fondiario rendesse al massimo l’interesse del 4%, e che quello mercantile producesse un interesse doppio. Nel giro di cento anni partendo dal medesimo capitale una famiglia di mercanti avrebbe quindi potuto divenire 440 volte più ricca di una famiglia fondiaria. Ma tornando indietro di qualche secolo il rapporto poteva arrivare anche a 1378 volte[5].

Gli Israeliti furono ancora costretti a non ambire a cariche civili o dignità: Ulpiano riferisce che Antonino e Severo avessero concesso loro onori e dignità; tuttavia tale liberale elargizione, sempre che ci sia stata effettivamente[6], s’interruppe certamente con Giustiniano che proibì agli Israeliti l’accesso alle magistrature, ad ogni amministrazione[7] e ad ogni dignità[8]: nel contempo però essi furono assoggettati a tutti gli obblighi possibili, come ad esempio quello del decurionato[9], senza però che potessero fruire di quel minimo d’onore connesso alla carica[10].

In Piemonte, ancora nel 1582, il Duca Carlo Emanuele concesse loro solo di avere uno stemma gentilizio e di possedere armi. Gli Ebrei non potevano essere dichiarati nobili né cavalieri, né ricevere onorificenze.

In Lombardia invece potevano diventare nobili e cavalieri perché qui gli ordini cavallereschi erano istituti politici e non religiosi[11].

Il divieto giustinianeo di ambire a carica e dignità ebbe risvolti pratici anche in campi insospettabili: in Piemonte esisteva ad esempio l’Avvocato dei poveri che tutelava gratuitamente chi godesse del gratuito patrocinio; ebbene anche in forza del divieto giustinianeo di non ambire a cariche dignità si ritenne di negare agli Ebrei che pur possedessero apposita dichiarazione di povertà rilasciata dall’Università ebraica, il gratuito patrocinio nelle cause giudiziarie[12].

(Continua)

[1] G. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, op. cit., p. 18-19.

[2] Richiamata da Paolo nella lettera ai Romani, 9,27 e pure in Matteo, 17.

[3] MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, op. cit., p. 8.

[4] Nel 1807 si riunì a Parigi un Gran Sinedrio (per volontà francese: il 30 maggio 1806 era stato annesso il Piemonte) che chiese agli Ebrei (decreto del 4 febbraio del Gran Sinedrio) di rinunciare a tali pratiche, ma nel contempo la Francia aveva concesso la possibilità di acquistare beni stabili. C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 10; V. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 130.

[5] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 44-45.

[6] C. 1. 9. 1. 9. 1. Imperatore Antonino a Claudio Tryponio.

“Nessuna petizione può essere avanzata per recuperare ciò che Cornelia Salvia lasciò per testamento agli Ebrei dell’università degli Antiochiani”. C’è però chi ritiene che detta prescrizione di Caracalla accolta nel Codex riguardasse solo il caso singolo e non fosse un precetto avente carattere generale. Cfr. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 689.

[7] Cioè all’esercizio dei pubblici affari. “Con questa legge da valere per ogni tempo, ordiniamo, che a nessuno dei Giudei cui sono interdette tutte le amministrazioni e dignità non concediamo di esercitare nemmeno l’ufficio di difensore di un comune, né averne l’onore di padre;…” C. 1. 9. 18 (19).

[8] “… I Giudei ed i Samariti hanno divieto di avere magistratura e dignità, o amministrare giustizia, o di essere nominati difensori o padri delle città, affinché non abbiano facoltà di vessare o giudicare i cristiani e i vescovi. Del pari è loro vietato il militare eccetto, che se sieno nel novero dei coortalini”. C. 1. 5. 12.

[9] Ossia dell’amministrazione comunale. C. 1.9.5.

[10] Non avrà differente tenore l’art. 13 del regio decreto-legge 17 novembre 1938, n. 1728 (in Gazz. Uff., 29 novembre, n. 264). – Provvedimenti per la difesa della razza Italiana prevederà che “Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica:

a) le amministrazioni civili e militari dello Stato;

b) il partito nazionale fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate;

c) le amministrazioni delle provincie, dei comuni, delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e degli enti, istituti ed aziende, comprese quelle di trasporti in gestione diretta, amministrate o mantenute col concorso delle provincie, dei comuni, delle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza o dei loro consorzi;

d) le amministrazioni delle aziende municipalizzate;

e) le amministrazioni degli enti parastatali, comunque costituiti e denominati, delle opere nazionali, delle associazioni sindacali ed enti collaterali e, in genere, di tutti gli enti ed istituti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato, o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere continuativo;

f) le amministrazioni delle aziende annesse o direttamente dipendenti dagli enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi, in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fini, nonchè delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del suo importo, con la partecipazione dello Stato;

g) le amministrazioni delle banche di interesse nazionale;

h) le amministrazioni delle imprese private di assicurazione”.

[11] V. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 74 e ss.

[12] Secondo le conclusioni dell’Ufficio dell’avv. Dei poveri del 12 giugno 1729 confermate con un decreto senatorio. Cfr.  L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., pp. 161 e ss.

La letteratura in prosa: trattatistica, cronaca storica e di viaggio, novella. (Seconda parte)

S. Re- L. Simoni. L’invenzione letteraria. Volume primo. Carlo Signorelli editore. Milano. 2001
R. Luperini-P. Cataldi-L. Marchiani-F. Marchese. La scrittura e l’interpretazione. Dalle origini al manierismo. Volume primo. Palumbo editore. Firenze. 2000.
AA. VV., La letteratura italiana in Cd-Rom, G. D’Anna editore- La repubblica Edizioni.  Milano. 1999.
S. Guglielmino-H. Grosser. Il Sistema Letterario. Duecento e Trecento. Giuseppe Principato editore. Milano. 1994
E. Gioanola, Storia della Letteratura italiana. Dalle origini ai giorni nostri. Librex editore, Milano, 1992.
A. Momigliano, Antologia della letteratura italiana. Volume primo. Dalle origini al Quattrocento, Giuseppe Principato editore. Messina-Milano, 1937.
C.A.Calcagno, La scuola dei poeti toscani, in I grandi classici della poesia italiana, Duecento, p. 90 e ss., Bottega d’arte di Penna d’Autore, Torino, 2006

Il Duecento è un secolo ricco di storiografia latina e volgare soprattutto in relazione alla vita dei Comuni della Toscana; vale la pena di ricordare almeno la Istoria fiorentina di Ricordano Malispini che non ha pregi letterari ma apre la grande stagione storiografica, illustrata di lì a poco dal nome di Dino Compagni e poi da quello di Giovanni Villani.

Sempre legata all’attività borghese e mercantile dei comuni lagunari è Le divisament dou monde (La descrizione del mondo)[1] redatto da Rustichello da Pisa, compagno di prigionia a Genova di Marco Polo, caduto nelle mani dei cittadini della nemica repubblica dopo uno scontro a Curzola nel 1298, durante la battaglia della Meloria.

Rustichello era uno scrittore di avventure cavalleresche ed è probabile che sia venuto da lui, oltre che dalla straordinarietà delle cose in sé, l’alone avventuroso del racconto.

In questo senso si capisce meglio anche l’uso della lingua d’oil, la lingua romanzesca per eccellenza: del resto il libro, diventato presto famosissimo, costituì, si può dire, l’unico vero “romanzo epico” della nostra tradizione letteraria[2].

L’ispiratore di tale opera, Marco Polo, nasce da una famiglia di mercanti a Venezia nel 1254; a diciassette anni intraprende un viaggio in Oriente e in Cina, durato 24 anni, dal 1271 al 1295, e compiuto col padre Niccolò e lo zio Matteo, che precedentemente avevano già fatto un viaggio di 15 anni negli stessi luoghi[3].

I Polo visitarono San Giovanni d’Acri per ottenere una lettera papale per Kublai Khan. Gregorio X, da poco eletto al soglio pontificio, si trovava ancora in Terra Santa. Accolse i mercanti veneziani e affidò loro un’ampolla d’olio del Santo Sepolcro di Gerusalemme, facendoli accompagnare da due frati domenicani, che però, dopo pochi giorni, abbandonarono la spedizione.

I Polo attraversarono  la Persia e raggiunsero lo stretto di Hormuz, dove speravano di trovare una nave che li conducesse in India.

Fallito il loro obiettivo, proseguirono il viaggio via terra fino a raggiungere Kashgar (l’attuale Kashi), città commerciale della Cina occidentale. A Kashgar Marco si ammalò e i veneziani furono costretti ad attendere quasi un anno prima di poter riprendere il viaggio.

Risalendo il fiume Oxus (oggi Amudarja) attraversarono l’Hindukush e le montagne del Pamir, dove Marco fu il primo europeo ad avvistare e a descrivere l’argali, una pecora selvatica detta anche “pecora di Marco Polo”.

Costeggiarono il deserto del Taklimakan fino a raggiungere la regione del lago di Lop Nor, nella provincia cinese del Sinkiang (oggi Xinjiang Uygur). Dopo aver attraversato il deserto di Gobi con una carovana di cammelli, i Polo raggiunsero infine la corte del Khan a Shangdu nel 1275, tre anni e mezzo dopo aver lasciato l’Europa.

Molti dei territori da loro attraversati, in particolare il Pamir e la regione del Gobi, non erano mai stati visitati prima d’allora da europei.

Attratto dalla millenaria civiltà cinese, splendida di leggenda­rio folklore, ma anche molto avanzata tecnicamente, Marco non tardò ad integrarsi in essa, e tanto salì nella considerazione del Khan, ch’ebbe da lui incarichi diplomatici e amministrativi di grande importanza.

Svolse questa attività per diciassette anni. Raggiunse il Tibet, navigò sullo Chang Jiang, sullo Hwang Ho e lungo il corso superiore del Mekong. Fu probabilmente il primo europeo a visitare l’interno della Birmania e raggiunse quasi sicuramentela Siberiae l’arcipelago indonesiano.

Per tre anni, fra il 1282 e il 1285, Marco Polo ricoprì inoltre l’incarico di governatore della città di Yangzhou.

Nel 1292 i Polo, che nel frattempo erano divenuti consiglieri militari dell’imperatore, decisero di partire insieme a Marco perché l’impero si stava sfaldando.

Furono autorizzati a partire nel 1292 con un’ultima missione da compiere: scortare una principessa mongola destinata ad andare in sposa al re di Persia.

Poiché la guerra in corso ai confini occidentali dell’impero mongolo rendeva impossibile il viaggio via terra, i Polo decisero di raggiungerela Persia via mare alla testa di una flotta di quattordici navi e 600 uomini d’equipaggio, che salpò dal porto cinese di Zaitun (l’attuale Quanzhou).

Raggiunta Sumatra, la spedizione attraversò lo stretto di Malacca, fece rotta verso Ceylon, le isole Andamane e Nicobare, fino ad arrivare allo stretto di Hormuz nel 1294.

Soltanto diciotto dei 600 uomini partiti dalla Cina raggiunsero il golfo Persico.

Nel frattempo era morto anche il re dei persiani e la principessa mongola andò in sposa al suo erede.

Marco descrisse tutte le regioni dell’Asia, con scientifica puntualità di geografo e di etnografo, nel libro che molto probabilmente servì di base a Rustichello.

I Polo raggiunsero Venezia nel 1295, ben ventiquattro anni dopo la loro partenza, ricchissimi grazie soprattutto alle pietre preziose che avevano cucito nei loro vestiti.

La Serenissima era allora in guerra con Genova; e Marco fu chiamato alle armi. Partecipò appunto alla battaglia della Meloria e fu fatto prigioniero dai Genovesi.

In carcere e con l’aiuto di Rustichello, Marco realizzò appunto il progetto, già concepito ed in parte compiuto in Oriente, di narrare in un libro la sua singolare vicenda di esploratore.

Il tono avventuroso della stessa non esclude il preciso riferi­mento a cose[4], vicende e personaggi[5] ben reali, nella precisione di un mercante che riferisce le cose che ha visto, sia pure strabi­lianti, a mercanti come lui[6].

La novità del libro sta proprio in questa presenza massiccia, e indubitabilmente reale, del “diverso”, di ciò che non è previsto dagli schemi di una cultura, come quella medievale, fondata sulle astrazioni universalizzanti dell’intellettualismo filosofico e teologico.

È appunto l’osservazione del mondo come è ad aprire le strade alla scienza umanistica e di tutta la nuova cultura.

Il nome di Rustichello è anche legato alla nascita in Italia della prosa narrativa, anche se il suo Meliadus[7], imperniato sulla figura del padre di  Tristano, non è scritto in volgare ma in franco-italiano.

Quanto agli argomenti della prosa di narrazione è evidente che essa sia tutta, o quasi, di derivazione francese[8], come testimo­nia­no i numerosissimi Tristani in varie versioni regionali  (il Tristano Veneto, il Tristano Riccardiano e una sezione della Tavola Rotonda); del resto, il tema di Tristano è comune alla letteratura medievale di tutta Europa.

Non meno numerosi romanzi tratti dal “ciclo classico”, come le Storie di Troia e de Roma in volgare romanesco, o l’Istorietta troiana[9], in buon volgare toscano o ancora I Fatti di Cesare, di anonimo, rielaborano in forma di lettura gradevole, ma priva di approfondimento, Li faits des Romains (I fatti dei Romani), che raccolgono leggende su eroi romani.

Alla stessa materia s’ispira l’opera I conti di antichi cavalieri, anch’essa di anonimo, che invita i governanti ad imitare le azioni esemplari dei grandi uomini, mossi da ideali di giustizia e di buongoverno.

Tra questi vi sono eroi dell’epica classica, come Ettore, e personaggi della storia romana, come Scipione e Cesare, ma anche figure più recenti, quali il Soldano ed Enrico II Plantageneto, primo re d’Inghilterra.

Alla tradizione francese del fabliaux (=favolelli)[10], oltre che a fonti bibliche, si rifà anche la novellistica, che viene ad affiancarsi alla tradizione degli exempla moralistici e alle vite dei santi[11], in una prospettiva di mutamento dei fini e di sempre maggiore interesse per i valori mondani.

Tra romanzo e novella si assiste ad una vera e propria afferma­zione della narrativa pura, sganciata da finalità etico-religioso e volta al mero diletto o all’ammirazione per quelle virtù che costituivano la mira alta della nuova borghesia: valore, generosi­tà­, gentilezza, amore cortese, magnanimità, le antiche qualità nobiliari e cavalleresche intese come sublimazione delle qualità nuove di ingegnosità, furbizia e senso pratico[12].

Vale la pena di sottolineare, tuttavia, che la novella d’impronta laica non esclude, di per sé, componenti morali, e che la tradizione religiosa non viene mai abbandonata. Al contrario, essa si sviluppa per tutto il Trecento, con motivi e toni specifici.

Dal francese viene tradotto in Toscana il Libro dei sette savi una raccolta di 14 novelle di derivazione indiana, dove il narrato prevale sulle finalità etiche.

Ciò che lo rende degno di nota è la sistemazione delle novelle. Esse, infatti, sono narrate all’interno di una “cornice”, vale a dire di un filo conduttore, che coordina e giustifica il susseguirsi dei vari racconti. Questo espediente letterario, ripreso più tardi da altri, diventerà un elemento essenziale nel Decameron di Giovanni Boccaccio.

Il così detto Novellino[13], o Libro di novelle et di bel parlar gentile secondo un titolo più antico (1281), rappresenta nella Toscana di fine secolo il risultato più alto di questa ricerca della narrazio­ne dilettevole: la raccolta, che secondo un numero chiuso destinato a diventare canonico comprende cento unità narrative[14] (almeno nella versione manoscritta del Cinquecento), si presenta come un vero e proprio serbatoio di motti arguti, di sentenze, di esempi di nobili virtù, di racconti amorosi e avventurosi, di racconti biblici, di favole di Esopo, concentran­do in sé tutta la tematica narrativa diffusa in quel tempo.

Manca una qualsiasi organizzazione generale di vicende e personaggi e non vi è alcun filo conduttore tematico o ideologico.

L’autore (o più autori?), anonimo (fiorentino probabilmente e certo uomo di cultura e di gusto), dichiara nel prologo il fine del suo lavoro: vuole “rallegrare il corpo e sovenire [aiutare] e sostentare”, senza per questo offendere Dio, la religione e la morale e mettere insieme <<alquanti fiori di parlare (motti eleganti e divertenti), di belle cortesie, di belli risposi, di belle valentie, di belli donati e di belli amori>> ossia si propone di dire cose piacevoli in forma piacevole; egli intende proporre ai lettori, perché li ripetano nel rapporto civile, alcuni esempi di cortesia cavalleresca[15].

L’autore trae la sua materia da molte fonti diverse, e non di rado le cita in apertura della novella. I ricordi biblici si accostano a quelli degli scrittori pagani classici, tra i quali Valerio Massimo e Aulo Gellio. Alcune novelle si ispirano invece a testi provenzali e francesi; altre ancora attingono agli exempla medievali in latino e in volgare.

Convivono quindi tra di loro personaggi come il Saladino e il re Giovane, Davide o Salomone, Lancillotto e Tristano, Alessandro Magno e Traiano o anche personaggi più vicini all’autore come Carlo Magno, Carlo d’Angiò o Federico II ( che spicca sugli altri personaggi).

Tutti costoro sono portatori di valori positivi di un mondo aristocratico vagheggiato, ma percepito come inevitabilmente trascorso.

Accanto al recupero dei modi cortesi è presente anche una vivace rappresentazione della realtà contemporanea con le sue città, le sue piazze ed i suoi mercati, dove il racconto perde sovente ogni intento edificante e si concentra su situazioni comiche.

Il linguaggio è semplice, disadorno ed efficace, non per la poca cultura dell’anonimo compilatore ma per consapevole adozione dell’espediente retorico della brevitas: le narrazioni sono brevi, scarne le descrizioni paesaggistiche o d’ambiente, rapidi ma vivaci ed espressivi i dialoghi che si chiudono spesso con un motto che fa da commento alla situazione o la risolve; il risultato di questo stile è spesso incantevole e davvero si può dire che quest’opera inauguri la storia della nostra prosa letteraria d’arte.

Certo l’intendimento principale dell’autore, nello scrivere chiaro e semplice, fu quello di farsi leggere da un pubblico vasto, nella riconversione dei modi della predica popolare a fini non più moralistici ma dilettevoli.


[1] Meglio noto come Il Milione da Emilione (il soprannome della famiglia Polo): questo titolo però riguarda una volgarizzazione in toscano del Trecento.

[2] Il libro subì molte manipolazioni nella tradizione mano­scritta e nelle traduzioni, e c’è voluta molta fatica filologica per riportarlo alla redazione originaria.

 [3] Il padre Niccolò e lo zio Matteo, soci in affari, erano mercanti veneziani con importanti interessi a Costantinopoli (l’attuale Istanbul) e in Crimea. Quando Costantinopoli cadde nelle mani dei genovesi, Niccolò e Matteo andarono alla ricerca di mercati alternativi a nord del mar Caspio. Partiti da Laias in Siria, arrivarono a Buhara (oggi in Uzbechistan), che a quel tempo era una delle città più importanti lungo la via commerciale che conduceva in Cina (detta allora Catai); attraversarono la Persia e si unirono a una carovana persiana diretta alla corte del grande imperatore mongolo Kublai Khan a Shangdu (Shang-tu, la Xanadu del poema di Coleridge Kubla Khan), non lontana da Pechino (allora Cambaluc). La carovana percorsela Via della Seta (il Korassan, il Turkestan) e fece sosta a Samarcanda, attraversò i deserti del Tibet settentrionale e le steppe della Mongolia. I fratelli Polo furono accolti con simpatia alla corte dell’imperatore mongolo che, minacciato dalla pressione degli eserciti musulmani ai confini meridionali del suo impero, li invitò a tornare con cento missionari cristiani, cui avrebbe affidato il compito di convertire il suo popolo al cristianesimo. I Polo impiegarono tre anni per ritornare a Venezia, passando per Buhara,la Persia,la Siria e San Giovanni d’Acri (oggi in Israele), raggiungendo Venezia nel 1269.

[4] Scambi commerciali, monete, rete stradale, mezzi di trasporto, dogane, apparato amministrativo, prodotti della terra.

[5] Famoso è il ritratto del Gran Khan signore dei Tartari o Mongoli.

[6] Questo libro fu addirittura considerato come un manuale della mercatura.

[7] Un romanzo sulle imprese dei cavalieri di re Artù.

[8] Una volgarizzazione di opere francesi.

[9] È una riduzione del colossale romanzo di Benoît de Sainte-Maure (XII secolo), intitolato Le roman de Troie (Il romanzo di Troia), che narra le vicende della guerra tra Achei e Troiani.

[10] Sono composizioni brevi, scherzose, spesso di argomento licenzioso e triviali nel linguaggio. I loro autori sono, in massima parte, trovieri, parola che all’origine indicava coloro che traducevano in lingua d’oïl i testi in lingua d’oc. I fabliaux nascono probabilmente in ambiente aristocratico, come forma di satira contro le classi inferiori, e lasciano una traccia consistente nelle letterature dei secoli successivi, non solo in Francia, ma anche in Italia. Ad esempio, se ne ritrova l’influenza nel Boccaccio, che scrive nel Trecento, e in Matteo Bandello, un autore del Quattrocento.

[11] L’antenato più diretto della novella è l’exemplum. È un racconto breve, a volte brevissimo, che riporta un detto, oppure un episodio, una vicenda, non importa se reali o fantastici. Lo scopo essenziale, se non l’unico, dell’exemplum è quello di sorreggere una teoria, far meglio comprendere una tesi, attraverso un esempio probante. Il carattere dimostrativo degli exempla è il motivo per il quale queste succinte narrazioni non nascono come testi indipendenti, ma accompagnano l’esposizione di argomenti che, per la loro astrattezza o difficoltà, possono essere definiti con più precisione grazie ad una testimonianza concreta. L’exemplum viene usato, infatti, nella trattatistica religiosa, nelle prediche e nell’agiografia. Con il tempo, l’exemplum perde la sua primitiva stringatezza, si amplia e acquista sempre più i contorni di un racconto in piena regola, anche se resta semplice e breve. Già un anonimo senese, nei Dodici conti morali, che descrivono modelli di comportamento esemplari ispirati alla vita dei santi, fa il primo tentativo di conciliare l’intento morale con l’efficacia artistica della narrazione. I suoi racconti sono brevi ma ben congegnati, in modo da rendere avvincente la lettura. Apoco a poco, l’exemplum si estende dall’ambito religioso a quello della vita sociale e civile, pur non rinunciando ai suoi intenti educativi. I temi si arricchiscono e si diversificano con il moltiplicarsi degli interessi della borghesia cittadina, che avverte il bisogno di una letteratura rispondente ai suoi gusti e ai suoi ideali. Questo arricchimento coincide con un cambio di prospettiva: il racconto si libera dai criteri di rigida moralità finora rispettati e si prefigge sempre più chiaramente lo scopo di intrattenere e di divertire il pubblico. A questo punto, si può già parlare della novella come di un genere dalla forma definita, che segue regole precise di composizione e tratta argomenti laici.

[12] Un’altra importante fonte per lo sviluppo della novella sono i lais. Con questo termine francese si designano quei poemetti accompagnati dalla musica, nei quali prevale il gusto per l’avventura e l’esaltazione dell’eroismo, proiettati spesso su uno sfondo fantastico. A queste componenti si lega di solito un preciso intento morale. I lais infatti descrivono episodi nei quali rifulgono il coraggio, la liberalità, la cortesia, doti che vengono presentate come essenziali all’uomo che voglia agire con dignità e giustizia.

I conti di antichi cavalieri si accostano a questo modello, cui si ispira appunto anche il Libro dei sette savi.

[13] Titolo convenzionale in voga dal Cinquecento.

[14] Generalmente brevi o brevissime, sono novantanove più un prologo.

[15] Il destinatario dell’opera ha un profilo netto: è uomo intelligente, di buone maniere, abbastanza colto e sagace da apprezzare quegli “specchi” (esempi) di vita che gli verranno presentati.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (nona parte)

1c. Le interdizioni

 

In questo contesto nel diritto romano si consolidarono tristemente alcune interdizioni in capo agli Israeliti che rimasero purtroppo invariate nei secoli a venire.

Ai Giudei venne interdetta la dimora nei luoghi dove risiedevano i cittadini romani: in osservanza di tale divieto si provvide a relegarli in quartieri separati e a dotarli di propri magistrati[1].

Per impedire qualsiasi tipo di relazione con i cittadini romani si costrinsero anche a portare segni distintivi che li facessero riconoscere[2]: a Roma gli uomini dovevano indossare un cappello azzurro e le donne un indumento che fosse del medesimo colore.

Possiamo aggiungere che dopo la diaspora[3] gli Israeliti furono obbligati a occuparsi esclusivamente di commercio.

Il traffico indotto poteva essere anche d’infimo livello. Con Luigi IX (1214-1270) si arriverà a stabilirne l’occupazione solo del commercio degli stracci[4].

In conseguenza del fatto che Ebrei potevano fare solo commercio Gregorio Magno, ben sette secoli dopo, si trovò ancora ad affrontare un problema spinoso che riguardava il traffico di schiavi che gli Ebrei effettuavano in Africa; ma non poté risolverlo alla radice vietando in assoluto la schiavitù; adottò invece una soluzione di compromesso, ossia  vietando che schiavi cristiani rimanessero in possesso di Ebrei.

E la ragione era semplice: gli Ebrei catturavano schiavi in Gallia per conto dei re franchi i quali li rivendevano in Italia che era a corto di manodopera; vietare dunque in senso assoluto il commercio di schiavi in Africa avrebbe danneggiato gravemente il commercio dei regnanti[5].

Originariamente i Giudei erano invece dediti alla vita dei campi ed i precetti mosaici tendevano ad evitare che si mischiassero agli altri popoli, proprio per impedire che mutassero la loro natura agreste in quella mercantile.

Anche se è indubitabile che a partire da Salomone i commerci ebbero una certa espansione.

Ancora nell’età merovingia in Francia, i Giudei si occupavano di commercio ma vivevano anche in campagna. Gli Ebrei coltivarono la terra anche in Spagna, Africa e Siria[6].

Per effetto dell’imposta attività commerciale si ritenne inutile consentire ai figli d’Israele di coltivare gli studi. Per diversi secoli gli Ebrei non poterono pertanto applicarsi allo studio della filosofia, della matematica e delle scienze.

Lo studio speculativo fu possibile solo in Spagna tanto che si attribuisce ad un ebreo, Mosè Maimonide, l’introduzione della metafisica speculativa che gli Ebrei europei non riuscirono nemmeno leggere se non in lingua ebraica.

S’impedì ai Giudei ancora di possedere beni immobili (beni stabili): a Roma la contrattazione dei beni immobili era inizialmente legata alla celebrazione di solennità religiose che erano interdette agli stranieri.

La mancipazione era una vendita immaginaria propria dei soli cittadini romani che si faceva con cinque testimoni cittadini romani puberi ed un libripende; questi cinque cittadini ricordavano le classi del popolo davanti a cui inizialmente si procedeva alle stipulazioni calatis comitiis.

I non cittadini o professanti un diverso culto potevano pertanto appropriarsi a Roma soltanto delle res nec mancipi: si trattava dei beni di minore rilevanza economica e sociale che passavano di mano in mano con la semplice traditio[7].

In Atene invece ai non cittadini comunque di stirpe greca poteva essere eccezionalmente garantito il diritto di commercio o di pascolo per cui veniva pagata apposita tassa che però non era commisurata all’attività, ma anche il diritto, sempre eccezionale, di possedere immobili (così anche ai meteci iscritti nella lista del demo). Talvolta veniva concesso anche il privilegio dall’esclusione della rappresaglia (un meccanismo simile si verificherà per gli Ebrei in alcune città d’Italia con il cosiddetto salvacondotto) [8]

Inoltre la mentalità degli antichi imponeva  che l’attribuzione di una proprietà fondiaria costituisse il riconoscimento di una dignità: e per molti secoli gli Ebrei, nei più differenti luoghi, non ne verranno considerati meritevoli, anche grazie ad una presunzione di infamità e malvagità che la stesse bolle pontificali contribuiranno ad alimentare.

(Continua)


[1] Si pensi che la magistratura dei Consiglieri della Comunione reggerà in Germania sino al 1863. G. LEVI, op. cit., p. 271.

[2] C. CATTANEO, Ricerche economiche sulle interdizioni della legge civile agli Israeliti, op. cit., p. 91.

[3] A partire dal 135 d.C. a causa della persecuzione cominciata sotto l’imperatore Adriano (dopo che Tito nel 70 d.C. aveva distrutto il tempio di Gerusalemme) che vietò agli Ebrei di abitare Gerusalemme di cui cambiò pure il nome in Aelia Capitolina. Cfr. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit.  p. 372 e ss.

[4] L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 47. Tale attività nei secoli successivi divenne fiorente anche a Benevento. Alla stessa professione li limitava una severissima bolla di Paolo IV del 1542. L. VIGNA – V. ALIBERTI, Della condizione attuale degli Ebrei in Piemonte, op. cit., p. 90.

[5] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, Giuffré, Milano, 1988, p. 57.

[6] A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. p. 60 e ss.

[7] V. Codex Lib. I tit. X.

[8] A. BISCARDI, Diritto greco antico, op. cit. p. 87-89.

Appunti sulla condizione degli Ebrei nei secoli (ottava parte)

I rapporti giuridici interni al mondo ebraico sino al 70 d. C. erano legati appunto alla tradizione orale perché all’epoca era severamente proibita la scrittura[1].

Sin dal II secolo a. C. i Romani si resero conto di quanto fossero importanti per gli Ebrei le leggi religiose e quindi gli consentirono di vivere in conformità.

Sino al 70 probabilmente i gli Ebrei mantennero la giurisdizione civile esclusiva, mentre quella penale rimase in mano a Roma.

Dopo il 70 Roma riconobbe il valore del diritto locale[2] ma la giurisdizione divenne concorrente, nel senso che si riconosceva anche ai tribunali romani di giudicare secondo il diritto ebraico.

Il rapporto tra diritto ebraico e diritto dello Stato nel campo dei diritti privati, almeno per quanto riguarda la validità degli atti giuridici, prevedeva che tutti gli atti che venissero redatti nei tribunali dei gentili fossero validi tranne gli atti di divorzio e di affrancazione degli schiavi, a meno che questi ultimi due non fossero rogati da pubblici ufficiali ed allora mantenevano la loro validità.

Se i Romani erano chiamati ad applicare il diritto ebraico e quindi ad esempio ad eseguire un “divorzio per costrizione”[3] stabilito da un tribunale ebreo, ciò veniva riconosciuto dall’autorità rabbinica se alle parti veniva concesso il diritto di seguire le usanze ebraiche[4].

Dopo il 135[5] Roma non riconobbe più alcuna autonomia: agli Ebrei però era conferita la possibilità di adire, di comune accordo, un tribunale rabbinico, la cui decisione era riconosciuta da Roma come un arbitrato.

L’arbitrato permise al Diritto ebreo di sopravvivere, ma il tribunale rabbinico doveva essere istituito dal Patriarca riconosciuto da Roma[6].

Le cose cambiarono radicalmente con una costituzione di Arcadio e Onorio del 398: “Gli ebrei che vivono sotto il diritto comune di Roma, devono nei casi  che non appartengono alla loro superstizione, nelle questioni di competenza, di legge, di diritto, andare in tribunale secondo il solenne costume ed agire e difendersi dalle azioni accordate dalle leggi romane. Ma se vogliono sottoporre la loro lite civile soltanto ad arbitri Ebrei, non è loro proibito di sceglier tale tribunale, e i giudici dovranno concedere l’esecuzione della loro decisione come se fosse emanata da un arbitro assegnato a sensi di legge”.  Data a Costantinopoli il 3 febbraio del 398[7].

Quindi la giurisdizione penale rimase in capo al potere romano; ad essa si aggiunse quella civile sebbene le parti potessero scegliere di comune accordo un tribunale rabbinico (entrambe le parti però dovevano essere ebree) che emetteva un lodo arbitrale avente eccezionalmente la stessa efficacia della sentenza[8]; il diritto strettamente religioso rimaneva invece in capo al tribunale rabbinico.

Con Giustiniano poi nel 429 venne abolita anche la giurisdizione ebraica in materia religiosa: il Diritto ebraico sopravvive quindi come diritto arbitrale[9].

In sostanza per le cause miste competente era solo il giudice ordinario da identificarsi col governatore della provincia, nella sua funzione giurisdizionale.

I Romani erano convinti che il diritto non esistesse se non in virtù dell’opera di una determinata società (ubi societas ibi ius); e conseguentemente pensavano che il diritto proteggesse solo i cittadini di quella società o coloro che la società riconosceva in qualche modo degni di protezione.

Quindi un popolo straniero, anche se non in guerra, era considerato non soggetto alla legge e potenziale oggetto di mira espansionistica nei beni e nelle persone.

Tali principi erano riconosciuti da Roma anche a favore degli altri popoli e quindi perché si instaurasse una relazione giuridica era necessario un trattato che sancisse i reciproci diritti ed obblighi[10].

In estrema sintesi possiamo dire che gli Ebrei furono considerati come una comunità estranea al territorio (universalità israelitica) soggetta però ai principi di diritto pubblico e di ordine generale.

Un esempio di osservanza del diritto comune riguarda il fatto che gli Ebrei furono obbligati a partecipare alle curie in Puglia ed in Calabria. I doveri curiali erano onerosi, e nel tardo impero ogni sforzo fu fatto per mantenere gli uomini all’interno della curia o del consiglio comunale delle varie città[11].

L’Universalità israelitica ebbe origine in verità prima ancora della caduta di Gerusalemme sotto Tito.

Troviamo che ai tempi in Alessandria di Egitto i numerosi Ebrei formavano una potente e regolare Comunione colla loro rappresentanza. A Cirene in Africa il capo della Comunione si chiamava Arconte.

Fu da principio forse unicamente religiosa; poi le si aggregò la giurisdizione civile; quindi ridivenne puramente religiosa.

In Occidente, sino alla fine del quinto secolo[12], in Oriente, fino all’undicesimo, si manterrà una specie di gerarchia sotto l’autorità dei rispettivi Patriarchi e Esilarchi.

Poi, sciolto ogni legame, ogni Comunione formerà un corpo morale indipendente.

Oltre ai bisogni del culto l’Universalità manterrà un ordine legale indispensabile soprattutto nelle tristissime condizioni del Medio Evo.

Tanto che nel secolo XII a Colonia il Principe pretenderà con scarso successo di dare la conferma alla nomina dei Ministri ufficianti.

Sempre in Germania, nel secolo XV un imperatore vorrà ancora dare a un famoso Rabbino autorità generale su tutti i Rabbini di Germania. La resistenza delle Comunioni sventerà il progetto.

In alcune cronache tedesche il Preside delle Comunioni di Mains, Worms, Spira, sarà chiamato addirittura Vescovo.

In molti luoghi il governo tedesco si riserverà l’appello anche nella civile giurisdizione.

In Polonia quattro Comunioni organizzeranno un sinodo civile e religioso, con annuali raduni; e per lungo tempo avranno grande influenza sugli ebrei di quei luoghi, e si scioglieranno solo alla caduta del regno di Polonia nel 1795[13].

I rapporti di questa Universalità israelitica con il governo romano erano altresì regolati sulla scorta di condotte o capitolazioni: si trattava di patti temporanei in base ai quali si fissavano i diritti e gli ulteriori doveri[14]  degli Israeliti; allo spirare del termine gli Ebrei presentavano dei memoriali suddivisi in capitoli che riassumevano la sostanza ed il divenire delle relazioni; tali capitoli potevano essere rinnovati parzialmente od interamente ovvero modificati ed arbitrio del governo.

(Continua)


[1] Successivamente si ricorda in particolare sotto Adriano la compilazione dalla Mishnat Rabbì Akiv e poi della Mishnà, divisa in 6 ordini e 60 trattati, che la fonte classica del diritto ebreo e si potrebbe definire il Digesto degli Ebrei, perché allo stesso modo del Digesto che raccoglie e dispone sotto diversi titoli le decisioni di 39 antichi giureconsulti relative al diritto romano, cosi parimenti la Mishnà è una collezione ordinata e metodica delle decisioni di antichi rabbini (anche quelle di minoranza) relative alla giurisprudenza civile e canonica che s’introdusse presso gli Ebrei dopo il loro ritorno da Babilonia.

Degna di rilevanza è anche la Baraità che contiene tredici regole di interpretazione della Torà e quindi consente di estrapolarne le regole giuridiche.

In seguito venne sentita la necessità di discutere i contenuti della Mishnà e di enucleare formalmente la norma da seguire anche per i nuovi casi che si erano presentati.

Da tale riflessione nacque prima il Talmud Babilonese (in lingua aramaica) o Ghemmara (che significa studio) e poi il Talmud Palestinese (in lingua siro-orientale) che dal V secolo continuò ad alimentarsi sino al XII secolo; sopra di questi testi si fondano anche il moderno giudaismo.

La discussioni che si ritrovano nel Talmud partono dalla Mishnà e cercano di fondare un precetto giuridico.

All’interno del Talmud vi è materiale vario: decisioni, tradizioni dei rabbini, ma anche miti e racconti che servono ad illustrare il testo e che potrebbero paragonarsi alle storie dei miracoli dei Santi.

[2] A seconda dei vari paesi.

[3] Il marito è costretto a dare il libello di ripudio quando la moglie vuole divorziare. V. amplius A.M. RABELLO, Introduzione al diritto ebraico, Fonti, Matrimonio e Divorzio, Bioetica, op. cit., p. 150.

[4] V. A.M. RABELLO, Introduzione al diritto ebraico, Fonti, Matrimonio e Divorzio, Bioetica, op. cit., p. 35.

[5] Rivolta di Bar Kochba.

[6] Così per un rescritto di Diocleziano (C. 1. 3. 13. 3.)

[7] C. L. 9 1. 9. 8. Imperatori Arcadio e Onorio a Eutichiano, Prefetto del Pretorio.

[8] E ciò per parificare gli Ebrei ai Romani che potevano sempre andare in arbitrato.

[9] “Se mai vi sia qualche contesa tra Cristiani e Giudei, venga definita non dai seniori dei giudei, ma dai Giudici ordinari”(C. 1.9.15) V. A. M. RABELLO, Giustiniano, Ebrei e Samaritani, op. cit. pp. 65-70, 754 e 777.

[10] F. WALTER, Storia del diritto di Roma sino a Giustiniano, vol. 1 parte prima, Cugini Pomba e Comp. Editori, Torino, 1851, p. 89-90.

[11] Ce lo ricorda il Codex L. 9. 1.9.5. Imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a Hypatio, Prefetto del Pretorio. “L’ordine su cui si basano gli ebrei, con il quale è stata concessa la libertà dagli oneri curiali, è annullato”. Data in Milano 18 aprile del 383.

[12] Quando venne abrogato il Patriarcato.

[13] Cfr. G. LEVI, Op. cit., p. 273.

[14] Derivante dallo jus singolare che alla loro categoria non assegnava privilegi, ma svantaggi.